La paura di essere nessuno

21/10/2018 | Scritto da Carlo Simoni | (0 Commenti)

pietropolli immGustavo Pietropolli Charmet, L’insostenibile bisogno di ammirazione, Laterza 2018 (pp. 157, euro 16)

Non il desiderio di fama, se non di gloria addirittura: cose d’altri tempi.

Il bisogno di ammirazione è altro, diverso anche da quello di ottenere riconoscimento e considerazione in forza di quel che si fa. Il bisogno  sul quale qui ci si interroga è quello che spinge a “Cercare con ogni mezzo di essere ammirati, cioè di  divenire socialmente visibili, suscitare grande stima – questo sì, ma – circonfusa da meraviglia e stupore.” Insostenibile, tanto è coattivo, condizionante, perché “Non è solo ambizione, suscettibilità, orgoglio, sentimento del proprio valore; è una vera e propria questione di sopravvivenza identitaria, simbolica, di ruolo sociale”. E’ la risposta alla paura più grande: quella di esser nessuno (o di sentirsi tale, perlomeno).

La figura dell’autore – psichiatra e psicoterapeuta che ha dedicato vari libri alla fragilità e alla spavalderia degli adolescenti di oggi (per richiamare il titolo di uno dei suoi studi) –, ma anche i frequenti riferimenti, sin dalle prime pagine, ai ragazzi, ai giovani, lasciano pensare che a quelli si riferisca essenzialmente il discorso. Sennonché, pagina dopo pagina, cominciano a balenare nella mente del lettore figure di adolescenti che non hanno smesso di esserlo una volta divenuti adulti – persone che si conoscono magari, ma ancor più che si incontrano nei telegiornali della sera e nelle cronache politiche dei giornali. Procedendo nella lettura, tuttavia, in certe descrizioni di atteggiamenti riscontrabili entro la cerchia familiare e in certi comportamenti in pubblico, il lettore è a volte indotto a dubitare che anche di lui si parli. E non si sbaglia, perché nella nostra società – la società del narcisismo (e della competizione, continua e pervasiva) – il bisogno di ammirazione risponde a “una grave carenza di autostima” che non riguarda solo i giovani ma “con il passare degli anni anche un buon numero di adulti.” Che è come dire: non si è vaccinati, neanche da adulti, dall’ansia di esserci e dalla coazione a darne prove continue. Perché “L’esposizione alla vergogna sociale”, la vergogna di non essere all’altezza – fisicamente, caratterialmente, economicamente – è ormai tanto diffusa  da “aver contribuito a rendere permalosa una moltitudine di persone giovani e adulte a fronte di eventi relazionali (…) vissuti come gravi attacchi al proprio sentimento di valore.”

E allora, lo dobbiamo riconoscere: i giovani non sono che i segnalatori – più esposti, più sensibili – a un fenomeno che investe la nostra cultura e il nostro vivere collettivo sull’onda di cambiamenti profondi e poco percepiti. La paura dei castighi e il sentimento di colpa, attorno ai quali fino a pochi decenni fa si organizzava l’esperienza infantile e si forgiava il carattere dell’adulto, sono stati sostituiti – per il tramite di un drastico cambiamento del modello educativo – dalla paura della vergogna e da un bisogno di riconoscimento che si differenzia da quello di una volta per “la quantità e la qualità” che lo connotano, ma “soprattutto (per) i mezzi con i quali si cerca di conquistarl(o) e l’esclusiva devozione a questo obiettivo.”

Al fondo di tutto, ecco la conclusione, una mutazione antropologica avvenuta silenziosamente, come tutte le grandi trasformazioni: “il Sé individuale ha preso ampiamente il sopravvento sulle esigenze e i valori della comunità sociale”. “Un cambiamento non da poco, destinato a ricadere in varie forme sull’organizzazione sociale dei prossimi anni, ma del quale “nessuno si scandalizza”. E’ questo a “fa(r) sì che la crisi etica generalizzata passi sotto silenzio e si ritenga che la crisi economica  sia di gran lunga più importante e concreta mentre è molto verosimile che la crisi economica sia parente stretta della crisi etica”.

La pagine finali aprono qualche speranza, indicando strategie e comportamenti in grado di confrontarsi con la “catastrofe” avvenuta e di contrastare la “crisi radicale” che viviamo. Ma sono anche altre le pagine che fanno di questo un libro utile e tempestivo, pagine capaci di restituire con esattezza la fenomenologia di certe situazioni, come quella delle infinite discussioni in cui spesso le coppie si impantanano, o di certi profili, come quello dei “permalosi e offesi”.

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Brescia, 21 ottobre 2018
Carlo Simoni

Questo testo compare anche nel sito della nuova libreria Rinascita di Brescia, alle cui attività culturali Carlo Simoni collabora

simonetti immGianluigi  Simonetti, La letteratura circostante. Narrativa e poesia nell’Italia contemporanea, Il Mulino (pp. 454, euro 29)

La letteratura circostante, “le scritture che ci stanno attorno” ci dicono una cosa molto chiara: è avvenuto, ed è tuttora in atto, “un distacco progressivo e irreversibile dalla tradizione del Novecento”:

“La maggior parte della letteratura che si scrive oggi non ha più nulla o quasi nulla a che fare con quella che si scriveva ieri o l’altroieri”. Di qui la necessità – in tempi come i nostri, in cui le recensioni sono spesso “promozionali” – di una mappa delle opere degli ultimi anni e di una bussola per muovercisi: questo offre “il doppio binario, storico e critico”, lungo il quale il libro è concepito, senza  “prendere parte per il nuovo o per il vecchio” (in modo esplicito e conclusivo, almeno) e non escludendo anche libri “mediocri o brutti”, significativi comunque delle tendenze in atto. Avviene così, soprattutto nella seconda parte, che siamo messi a confronto con romanzi che non abbiamo sentito il bisogno di leggere – e non leggeremo – (Moccia, per fare un nome) o che abbiamo letto non rimanendone convinti (Giordano, per fare un altro nome), e siamo guidati dall’autore a comprendere le ragioni delle nostre scelte e di giudizi che non eravamo magari stati capaci di formulare esplicitamente: per carenza di riferimenti comparativi o mancanza di strumenti adeguati. Quelli che appunto la prima parte ci fornisce indicandoci le direzioni nelle quali gli scrittori degli ultimi due decenni si sono mossi.

Una prima decisiva constatazione:  il ruolo di “educazione sentimentale e morale” che veniva assegnato alla letteratura” – alla letteratura che teneva a una configurazione formale e a un uso della lingua sorvegliati e consapevoli e nasceva da un confronto imprescindibile con il passato culturale – è ormai un ricordo (o un prodotto “di nicchia”). Anche una volta c’era la letteratura “popolare” (finalizzata al divertimento, amante della ripetizione di temi e intrecci), c’è sempre stata, assumendo poi la definizione di letteratura “di consumo”. Il fatto è che un terzo tipo di letteratura si è imposto, nel mercato e nel gusto diffuso: la letteratura “di intrattenimento”, in cui si distinguono livelli diversi, ma che nel complesso si distingue per la sua pervasività e la sua capacità di attrarre, o contagiare, anche scrittori provveduti e colti, sensibili comunque all’esigenza che i libri debbano essere accattivanti e coinvolgenti ma, al tempo stesso, non richiedano sforzi di comprensione (tantomeno dal punto di vista della lingua e dello stile), non impongano revisioni serie di quel che già si pensa, e soprattutto non  facciano perdere troppo tempo. Ma anche: lascino percepire non solo come e cosa l’autore ha scritto, ma anche la sua persona stessa, il suo “talento performativo” e talvolta il suo stesso corpo. Un po’ come per i cantanti: occorre essere belli, o comunque in qualche modo cool, non basta avere una bella voce…. Ma un po’ anche come per i politici: meglio se lo scrittore viene da fuori, se è cioè per storia e professione estraneo alla pratica letteraria e alle sue regole (come gran parte dei lettori che si identificheranno così senza fatica nell’autore-personaggio…). Di qui il successo delle “scritture di categoria”.

Un disastro? Lo si può pensare, ma quello che importa a Simonetti è offrire i dati necessari per rendersi conto del “rapporto di attrazione e insieme di repulsione” che la letteratura – passando da un complesso di superiorità a uno di inferiorità – ha sviluppato nei confronti della cultura di massa. Un rapporto che traspare inequivocabilmente da alcune propensioni. Quella ad assimilarsi alla attuale “dominante estetica” della velocità, innanzitutto: scrivere veloce (tralasciando introspezione e descrizione, ambivalenze e sfumature dei personaggi) non solo per esser letti in poco tempo ma anche per “scavalcare i recinti della letterarietà”, che proprio nella lentezza aveva a lungo trovato un riferimento fondamentale (e occorre dire che la “macchina editoriale” si è prontamente adeguata al nuovo passo, quando si valuta che i soli titoli di narrativa sono aumentati rispetto alla fine degli anni Ottanta del 600%?).

Una seconda propensione è quella all’ibridazione, alla contaminazione con linguaggi finora estranei alla letteratura o con essa solo tangenti (giornalismo, cinema, fotografia, fumetto, canzone ecc.), all’iniezione di additivi al testo, nel timore che di per sé non regga. Tutte operazioni che la rete mette a portata di mano e incoraggia, e fanno della letteratura un “sistema passante” di narrazioni diverse.

Di nuovo: un disastro? Mah… Si potrebbe anche sostenere che ci troviamo di fronte a “una letteratura che ritorna arte di società. Come prima della modernità”, “ma – attenzione – in un contesto ultratecnologico” che ridefinisce il lettore, non più “individuo solitario e silenzioso” ma “collettività solidale e rumorosa” in cui il “parere idiosincratico” e la chiacchiera, il mi piace/non mi piace assumono legittimazione di critica definitiva.

Ma, “finché esiste una grande letteratura, esisterà un pensiero che ci riflette sopra”, conclude l’autore. E viene in mente un’osservazione ormai variamente ripetuta: il romanzo (il grande romanzo, scritto non con l’unico scopo di intrattenere) non è morto; sono forse i lettori di romanzi (i lettori veri, che non leggono solo per passatempo) ad essere in estinzione. Di quelli disposti a leggere un libro come questo, sul romanzo (ma anche la poesia) e i suoi lettori, difficile pronunciarsi…

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Brescia, 14 ottobre 2018
Carlo Simoni

Questo testo compare anche nel sito della nuova libreria Rinascita di Brescia, alle cui attività culturali Carlo Simoni collabora

Barbera immGianluca Barbera, Magellano, Castelvecchi 2018 (pp. 237, euro 17,50)

“Quando il palato si ribella davanti alla scipitezza del riso bollito senza alcun ingrediente, si sogna il grasso, il sale, le spezie”,

sentenziava lo scrittore indú citato da Braudel (Capitalismo e civiltà materiale), ma la passione per il pepe, la cannella, i chiodi di garofano, la noce moscata,  oltre che nell’Islam e in Cina, agli albori dell’età moderna era viva in Europa soprattutto, dove le tavole dei signori esigevano sapori ricercati e forti. Si spiega allora come mai persino “i sogni degli scopritori” agli inizi dell’età moderna dipendessero dalle spezie, tanto più dopo che, nel Cinquecento, in conseguenza del periplo dell’Africa compiuto da Vasco de Gama, le spezie affluirono in quantità maggiore in Europa raggiungendo anche i paesi del Nord.

È nel quadro di questa epopea delle spezie – recentemente ricostruita attingendo alle fonti più diverse da Orazio Olivieri (L’età delle spezie. Viaggio tra i sapori, dall’antica Roma al Settecento, Donzelli 2018) – che si collocano la vicenda di Ferdinando Magellano e della prima circumnavigazione del globo, e in questa, la storia di Juan Sebastiàn del Cano, personaggio storico e coprotagonista del romanzo di Barbera. La dice lunga il fatto che “due bastoncini incrociati di cannella con noci moscate e chiodi di garofano sormontati da un elmo che regge la sfera terrestre” campeggino nello stemma che quest’uomo si conquisterà al ritorno da un  viaggio durato tre anni, durante il quale quattro delle cinque navi partite sono andate perdute e lo stesso Magellano è morto. Di queste drammatiche peripezie si occupa il romanzo, ma anche di figure indimenticabili: quella dello stesso Magellano, in primo luogo, portoghese che naviga in nome del re di Spagna, ammiraglio che deve farsi obbedire da capitani che proprio per la sua origine lo guardano con sospetto, e non potrebbe essere diversamente in anni nei quali le due potenze marinare si disputano il dominio delle terre d’oltreoceano, non ultime le Islas de la Especerìa, le Molucche, che rappresentano la meta che Magellano vuol raggiungere non doppiando il Capo di Buona Speranza ma cercando un passo che gli permetta di portar le sue navi dall’Atlantico al mare sconosciuto e sterminato che non aveva ancora nome, e che proprio Magellano chiamerà, “non senza irritazione”, Oceano Pacifico dovendone scontare l’“eterna bonaccia”.

È “un fanatico calmo”, quest’uomo zoppicante ma instancabile, “un individuo enigmatico, murato in una specie di mutismo rancoroso”. A rendere la complessità del suo carattere non è la voce di un narratore onnisciente, ma quella di un personaggio implicato nella vicenda, che si fa così mediatore essenziale tra il lettore e il personaggio del grande navigatore: quel Sebastian del Cano che fin dall’inizio esplicita la ragione che lo porta a scrivere. Il romanzo che leggiamo è il suo resoconto, una sorta di espiazione dettata dal desiderio di liberarsi dai fantasmi che lo perseguitano da quando ha tradito, e non una volta sola, il suo comandante, giungendo ad usurpare gli onori e la gloria dell’impresa. Dalla consapevolezza dichiarata della sua colpa, dal bisogno di risolverne il peso in un racconto dettagliato dei fatti, dalla denuncia imparziale e severa della propria doppiezza emerge la seconda figura cui l’autore sa dare una consistenza convincente e suggestiva: si direbbe che del Cano guardi nell’“abisso” della propria interiorità con uno sguardo non dissimile da quello che rivolge alle terre in cui via via si imbatte ed ai costumi, ora pacifici ora sanguinari, dei loro abitanti.

L’immaginario che dobbiamo a Stevenson e Conrad – ma anche a film come Gli ammutinarti del Bounty o Master and commander – pervade le pagine, “tra l’odore della pece e della canapa, lo stridio delle pulegge di bosso sotto le drizze, il suono dei magli sui ferri e i fischi e le grida dei marinai”. Ma più di tutto è un sentimento dell’altrove, dell’inesplorato, a saper ancora raggiungere lettori quali siamo noi che viviamo in un mondo ormai senza segreti, ma non dobbiamo dimenticare – sulla scorta di Italo Calvino – che se “Scoprire il Nuovo Mondo era un’impresa difficile”, “ancora più difficile era vederlo, capire che era nuovo, tutto nuovo, diverso da tutto ciò che ci si era sempre aspettati di trovare come nuovo”.

In conclusione, un romanzo storico, questo Magellano, non piegato a farsi “strumento ideale per fare ideologia”, caricandosi di allusioni politiche all’oggi come spesso fanno narrazioni riconducibili a questo genere letterario – lo nota  Gianluigi Simonetti nel suo La letteratura circostante (Il Mulino 2018) – e men che meno assimilabile alle “postmodernissime finzioni metastoriche” inaugurate dal Nome della rosa, o ai romanzi – storici ma ibridati con il thriller e l’inchiesta – sulla scia dei Wu Ming: è piuttosto “il piacere del racconto puro”, la “narratività” che era “caratteristica del romanzo storico classico” a connotare il libro di Gianluca Barbera.

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7 ottobre 2018
Carlo Simoni

Questo testo compare anche nel sito della nuova libreria Rinascita di Brescia, alle cui attività culturali Carlo Simoni collabora

Vite al dunque

30/09/2018 | Scritto da Carlo Simoni | (0 Commenti)

krauss immNicole Krauss, Selva oscura, Guanda 2018 (pp. 323, euro 19)

Hanno un fascino particolare le storie di sparizioni, di volontarie diserzioni dalla trama delle relazioni nella quale si vive immersi, tanto più quando a prendere una decisione in questo senso è un uomo non più giovane ma ricco, affermato, esuberante, possessivo.

Il quale tuttavia – siamo alle prime pagine del romanzo – sente il desiderio di ritrarsi, e di disfarsi di quello che possiede. Perché? Perché fa quello che non faceva più da anni: “Di rado aveva sollevato il capo al di sopra delle poderose correnti della sua esistenza, troppo occupato com’era a tuffarcisi in mezzo. Ma adesso c’erano momenti in cui riusciva a contemplare l’intero panorama, fino all’orizzonte.” Sta di fatto che “negli ultimi mesi c’era stato in  lui un lento dispiegarsi della consapevolezza di sé”, sino a disfarsi di quello che l’aveva tenuto prigioniero: l’ossessione della sicurezza. Ora “non voleva essere sicuro. Aveva perso la fiducia nella certezza”, e questo gli dà un senso di liberazione; qualcosa riprende “a scorrergli dentro come acqua che riprende a fluire nel letto asciutto di un fiume scavato molti anni prima.”

L’altro protagonista, che a capitoli alternati tiene la scena, è la moglie. Un matrimonio finito, il loro, come finisce ogni cosa se la si guarda abbastanza a lungo: “a un certo punto la familiarità si trasforma in estraneità”. Si dice altro di questa fine, con la precisione e la ricchezza di osservazioni che di solito accompagnano la nascita, non la fine, degli amori.

Lei è una scrittrice. Anche per lei la vita è a una svolta, ma non per quella sorta di palingenesi indistinta e appena intravista che vive il marito. Al contrario, lei è in una fase di stallo: “Avevo perso la strada. (…) Avevo finito di scrivere un libro senza averne iniziato un altro e sapevo che avrei potuto impiegare anni a trovare la strada giusta per scrivere il successivo.” Il problema è serio, non si tratta di un ordinario e passeggero blocco dello scrittore. Perché “la scrittura, il cui scopo è attingere a un significato fuori del tempo, è costretta a raccontarsi una menzogna proprio sul tempo; in sostanza, deve credere in qualche forma d’immutabilità, ed è per questo che consideriamo grandi capolavori della letteratura le opere capaci di resistere alla prova dei secoli, se non dei millenni. E questa menzogna che ci raccontiamo quando scriviamo mi mette sempre più disagio”.

Di lui, l’autrice scrive in terza persona; di lei, in prima. Ma ad accomunare le due storie che scorrono in parallelo è il motivo che attraversa la narrazione, più o meno sintetizzabile nella constatazione che l’età, l’esperienza della vita, non accrescono la padronanza su di essa e su noi stessi: è il contrario che avviene se mai, ma allo stesso tempo qualcosa matura: il desiderio di accettare quello che ci capita.

E’ ricco di intuizioni, di aperture su verità esistenziali decisive, questo libro, tanto da che gli si perdona lo sviluppo sempre più incerto e rarefatto della vicenda, fino a un finale che dire aperto non basta a dar l’idea dello sfilacciarsi progressivo di una trama che in vero non era apparsa, fin dall’inizio, l’elemento portante.

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Brescia, 30 settembre 2018
Carlo Simoni

Questo testo compare anche nel sito della nuova libreria Rinascita di Brescia, alle cui attività culturali Carlo Simoni collabora

tedeschi immMassimo Tedeschi, Villa romana con delitto, De Ferrari 2018 (pp. 143, euro 11,90)

Il lago è lì, con i suoi paesaggi che incantano, la sua paciosità che conquista tanto più quando la stagione è finita  e “i residenti (possono) dedicarsi al loro passatempo preferito: le chiacchiere, i racconti iperbolici sulla stagione passata, i vagheggiamenti su quella a venire”.

E’ un Garda che ha appena cominciato a conoscere il turismo di massa, ma i discorsi sono quelli, ieri come oggi; il loro ritmo è quello che fa dire, a ragione, che il tempo benacense scorre più lento che nel resto della provincia. E come il lago, così lui, il commissario Sartori è al centro della scena: personaggio fresco e inedito, in cui solo per sfizio il recensore può rintracciare tratti che lo avvicinano – lo si notava già parlando del precedete romanzo di Tedeschi, lo scorso 3 dicembre – un po’ a Rocco Schiavone e un po’ a Salvo Montalbano. Come il primo insofferente della nuova grana, ossia delitto, e quindi indagine, che si presenta: non siamo alla “rottura di coglioni di decimo grado” del collega di Aosta, ma certo “una cupezza allibita e depressa” coglie Sartori alla notizia; così come, al pari dell’altro di Vigata, lui detesta il pacco di carte che sulla sua scrivania attendono implacabili la sua firma.

Una volta iniziata, però, l’inchiesta lo prende, indipendentemente dalle pressioni che subito arrivano dall’alto essendo il morto l’illustre capo archeologo – non importa se trafficone e intrallazzato – della Villa di Sirmione, niente meno che un Accademico d’Italia, l’Italia degli anni Trenta, che non perde occasione per ribadire la propria romanità. Se poi c’è di mezzo una vedova nient’affatto disprezzabile, non guasta (ha un debole per le vedove, il nostro commissario, che in questo romanzo continua la sua liaison con quella che a Portese gli mette a disposizione una villa vista lago, e non solo).

Ma non ci sono solo cittadini eccellenti a reclamare che la polizia faccia giustizia. C’è anche l’affittacamere di Sartori che lo supplica di ritrovarle il gatto rapito, e il proprietario del caffè cui è sparito il cane in circostanze altrettanto sospette. Ecco, è nell’idea di intrecciare le due storie (quella dell’Accademico e quest’altra dei due animali) che il romanzo prende un passo ancor più convincente di quello pubblicato l’anno scorso, e in questo senso contano anche l’efficacia delle scene  in cui il pacato Sartori si fa uomo d’azione spregiudicato e intelligente, e i  dialoghi nei quali alle sue battute, che inchiodano la vittima, questa non sa rispondere che con una modulazione di silenzi che si può dire un pezzo di bravura (dal glaciale all’impenetrabile, poi all’interessato, all’incupito, al torvo e via via fino all’accasciato, che segna la resa all’acume del poliziotto).

E infine, il nume tutelare: non quello del Vittoriale, come in Carta rossa e nell’Ultimo record, ma Pirandello. Il quale non è lì, sul Garda, ma grazie alla vedova di Portese e al suo allusivo omaggio lo zampino ce lo mette. Ma cosa c’entra Come tu mi vuoi con la soluzione del caso? C’entra, c’entra… Basta arrivare alla fine, e lo si fa, d’un fiato anche questa volta.

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Brescia, 23 settembre 2018
Carlo Simoni

Questo testo compare anche nel sito della nuova libreria Rinascita di Brescia, alle cui attività culturali Carlo Simoni collabora

Esperienza e povertà

20/09/2018 | Scritto da Carlo Simoni | (0 Commenti)

Castelvecchi ha pubblicato quest’estate il saggio che Benjamin scrisse a Ibiza, nel 1933, e che costituisce un riferimento essenziale nel romanzo di Carlo Simoni, Il miserabile: “Era incredibile – dice la protagonista del romanzo – come la depressione che lo attanagliava non gli impedisse di lavorare. Scrisse in quei giorni Esperienza e povertà. Pagine che restano per me fra le sue più toccanti, e profonde, certamente anche perché un giorno ne volle discutere con me. Il venir meno della capacità di narrare non era che la spia di una crisi più generale e profonda, quella della possibilità di vivere accumulando davvero esperienza.”

Walter Benjamin, Esperienza e povertà, a cura di Massimo palma, Castelvecchi 2018)

Più citato che letto: lo si può dire di molti autori, ma certamente l’osservazione si attaglia in modo particolare a pensatori come Walter Benjamin, la cui opera, oltretutto, è spesso ridotta a un titolo, L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica, così come la sua fisionomia appare fissata nei ritratti fotografici di Gisèle Freund, nei quali il suo volto si fa icona del filosofo contemporaneo, tormentosamente concentrato, un po’ com’è avvenuto ad Einstein, nell’immagine che ne ritrae l’espressione bonaria e i capelli ribelli. Un analogo processo di riduzione sembra del resto aver pesato in molte delle biografie di Benjamin, nelle quali la sua vita sembra fatalmente precipitare, e riassumersi, nella fine tragica incontrata nel 1940 a Port Bou, il paese ai piedi dei Pirenei dal quale Benjamin contava di passare in Spagna e raggiungere il porto dal quale imbarcarsi per gli Stati Uniti.
Ebreo per stirpe, comunista a suo modo, intellettuale emarginato – dall’accademia nella quale aveva cercato invano di accreditarsi, dai giornali con i quali non disdegnò di collaborare –, esule per necessità, innanzitutto, e quindi “migrante economico” (secondo la calzante definizione di Massimo Palma, il curatore di questo libro): nel personaggio si sommano le condizioni ideali per la sua “santificazione”, la santificazione del genio incompreso prima e della vittima poi.
Libri come questo servono, riproponendo scritti poco frequentati o che meritano comunque di essere riletti, a mettere in guardia contro quella che – al di là delle intenzioni – per il tramite di una facile e tutto sommato comprensibile empatia si rivela per una neutralizzazione, di fatto, della carica critica e per alcuni aspetti provocatoria del pensiero di Benjamin.
La selezione che ci viene proposta assume, alla lettura, il significato di una sequenza ragionata, dallo scopo ben preciso: Il carattere distruttivo e Scavare e ricordare, rispettivamente risalenti al 1931  e all’anno successivo, risultano premessa in qualche modo necessaria a Esperienza e povertà, del 1933, che a sua volta suona come una sintetica prova di quello che si può considerare un classico, un’opera che torna a distanza di tempo, ad ogni rilettura, a dire cose sorprendentemente attuali: è inevitabile pensare alla proliferazione di messaggi determinata dal web e alle sue conseguenze leggendo Il narratore. Considerazioni sull’opera di Nikolaj Leskov, scritto tre anni dopo.
La perentorietà, il tono che potrebbe suonare vagamente superomistico del primo scritto, così come l’icasticità e la concisione del secondo, si sciolgono in una prosa colloquiale in Esperienza e povertà, non a caso assunto come titolo dell’intera raccolta: la riflessione sul destino dell’esperienza, della crescente difficoltà di farne anche nel mondo attuale, trova alimento nel confronto con la povertà, un confronto obbligato per l’autore nella seconda estate passata a Ibiza, dove appunto il saggio venne composto. Ma la povertà di cui Benjamin parla non è tanto quella materiale, quanto piuttosto la povertà di esperienza. È l’esperienza stessa, infatti, ad essere oggi “in ribasso”, e questa svalutazione, che è insieme perdita di una risorsa essenziale per la vita, ha preso le mosse dalla Grande Guerra, dai cui campi di battaglia “la gente (tornava) ammutolita”, “non più ricca, più povera di esperienza comunicabile”. L’“impetuoso dispiegamento della tecnica” nel corso dei combattimenti aveva avviato un processo irreversibile: “un’indigenza di nuova specie”, da quei giorni, “si è abbattuta sugli uomini”, perché la povertà di esperienza è solo un aspetto di una più sostanziale e pervasiva povertà, “non solo di esperienze private, ma di esperienze umane in genere.” Non ne mancano i sintomi rivelatori: il tramonto dell’arte di narrare, in primo luogo. È questo il nesso fra questo saggio e l’altro che segue, Il narratore, ma prima di passare a quello occorre considerare lo sviluppo che questa constatazione trova in Esperienza e povertà: la perdita della capacità di far davvero esperienza si rivela “una nuova forma di barbarie”. Sennonché – ecco il Benjamin che non si lascia costringere entro le formule della deprecazione dei tempi – è possibile “introdurre un nuovo, positivo concetto di barbarie” se si sa interpretare quella stessa perdita come opportunità di “cominciare daccapo”, di “cominciare dal nuovo”, come hanno fatto del resto i grandi creatori, animati da un carattere distruttivo senza il quale non avrebbero potuto divenire “costruttori”. Così Descartes, Klee; o Brecht e Loos, il cui “segno distintivo è la totale mancanza di illusioni sull’epoca e tuttavia una professione di fede priva di scrupoli a suo favore”.
C’è qualcosa di più, in affermazioni del genere, di quanto espresso nel pessimismo dell’intelligenza, ottimismo della volontà che Gramsci poco più di un decennio prima riprendeva da Romain Rolland. Quello che entra in gioco è il significato stesso della cultura, la sua funzione: gli uomini, poveri di esperienza come ormai sono, si sono stancati della “cultura”; “l’umanità si prepara a sopravvivere alla cultura, se così deve essere.” E non si tratta di una prospettiva apocalittica, perché “quel che è importante è che lo fa ridendo”.
È questo che stava avvenendo negli anni Trenta? E sta avvenendo ancora oggi? o è già avvenuto? Le parole che concludono il saggio suscitano domande di questo genere, inquietanti, e non facilmente eludibili. Si possono ravvedere corrispondenze in esperienze come quella del Sessantotto, che innegabilmente è stato animato, anche, dalla pulsione a “far piazza pulita” – per usare ancora un’espressione di Benjamin – di una cultura oppressiva e obsoleta? Ha senso cercare analogie con il “nichilismo attivo” che secondo Umberto Galimberti serpeggia fra i giovani di oggi? o fra alcuni di loro almeno, quelli che “cercano di trasformare la crisi del mondo vitale, nel quale siamo tutti immersi, in una nuova opportunità di ridisegnare i rapporti umani, rimettendo in discussione le mappe – fisiche, mentali e sociali – trasmesse dalle precedenti generazioni”?

È dopo aver attraversato riflessioni simili che leggiamo l’ultimo saggio, il più denso e insieme il più accessibile nella sua scrittura piana ed evocativa di sensazioni che ci appartengono: chi non ha sperimentato il fatto che “Diventa sempre più raro incontrare persone che possano raccontare davvero qualcosa”? Non chiacchierare, non intrattenere, non riempire ad ogni costo un silenzio altrimenti imbarazzante o avvertito addirittura come minaccioso, ma raccontare.
Non si tratta di una superficiale evoluzione dei costumi, è ben di più: “È come se una facoltà che ci sembrava inalienabile, la più sicura tra le cose sicure, ci venisse sottratta. La facoltà di scambiarsi esperienze”, venuta meno per una ragione sostanziale: “l’esperienza è deprezzata.” E sappiamo a partire da quale catastrofico evento. Fin qui, Il narratore riprende il saggio che abbiamo letto prima, ma per andare oltre: chi sapeva narrare – contadino, marinaio o artigiano che fosse – era “un uomo che dispensa(va) consigli all’ascoltatore”, e a suo modo diffondeva “saggezza”. Ora, “l’arte della narrazione tende al termine perché l’epica della verità, la saggezza, sta morendo”, e – si badi – “nulla sarebbe più fatuo di voler ravvisare [in questo processo] unicamente un fenomeno di decadenza”. Si tratta piuttosto di rintracciarne le cause: l’“emergere del romanzo all’inizio della modernità”, in primo luogo (Don Chisciotte è la personificazione del fatto che la saggezza ha disertato la grandezza d’animo); in secondo, il dominio dell’informazione, “inconciliabile con lo spirito della narrazione”: “Ogni mattina [l’apparto dell’informazione] ci aggiorna sulle novità del globo terrestre. Eppure siamo poveri di storie degne di nota.” Il che significa: poveri di narrazioni che, a differenza delle “notizie”, durino nel tempo, mantengano la loro efficacia senza consumarsi subito. Come accade ai comunicati dei giornali e dei mass media, appunto, che – volendo parafrasare un passaggio di Scavare e ricordare – ci trasmettano soprattutto o solamente “fatti”, incapaci di restituirci il senso della nostra volontà di sapere, inevitabilmente conculcata dall’ossessione di essere informati.
Ma c’è di più, molto di più in queste pagine. Conviene limitarsi, qui, a segnalare un passaggio nodale: la morte, il morire, un tempo evento che faceva parte della vita comune – non si spiegherebbero altrimenti le scritte che si leggono sotto le meridiane, come quell’“Ultima multis” visto a Ibiza – “nel corso della modernità (è stato) espulso dall’ambiente percettivo dei viventi”. Il fatto è che proprio nelle espressioni e negli sguardi del morente, rivelatori di una “vita vissuta”, il narratore traeva la propria autorità, condividendola con quella che anche “il più povero dei diavoli” possiede nel morire; perpetuandola poi nei suoi racconti e così coltivando un’“arte” utile alla vita (come le tante ciance sullo storytelling a loro modo – un modo distorto e ambiguo, spesso maldestro – forse stanno, nonostante tutto, a testimoniare).

giordano immPaolo Giordano, Divorare il cielo, Einaudi 2018 (pp. 433, euro 22)

Storia di un amore che dura una vita, breve, perché di giovani si tratta: Teresa, Bern e gli altri ragazzi protagonisti del romanzo.

Un amore difficile, tragico alla fine, quello di Teresa, segnato fin dall’inizio da un’ombra, dall’inseparabilità della tristezza dall’affetto. Del resto, Bern – eroe solitario e introverso della storia – finirà per essere uno che “aveva creduto in tutto e smesso di credere in tutto”.
E di credere, di credere davvero in qualcosa questi ragazzi hanno un bisogno disperato, che si tratti d’una fede religiosa totalizzante che affratella gli spiriti, della fusione dei corpi nell’amore e nel sesso vissuti all’insegna della libertà più trasgressiva, della pacificazione con la natura perseguita attraverso un’“agricoltura del non fare” o con i mezzi dell’ecologismo più estremo.
In ogni caso, sentimenti ambivalenti, gelosie e rivalità attraversano la comune, e la vita non sembra rivelare il senso che si cercava: non si può non constatare che “sceglie senza scegliere – la vita –, germoglia in un posto piuttosto che altrove, a caso.” Forse, allora, tanto vale “smettere di pensare” e “affidarsi alla sequenza dei gesti”, per il resto della vita, ogni giorno…
Ci si affeziona ai personaggi di questa storia, alla loro verità, senza tuttavia essere abbandonati dalla sensazione che quella che si racconta sia una vicenda in qualche modo datata, che avremmo potuto leggere una ventina d’anni fa, e non aiuta il fatto che proceda faticosamente, a tratti, con ritorni e riprese di cui non sempre si coglie la logica, e la necessità…

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Brescia, 16 settembre 2018
Carlo Simoni

Questo testo compare anche nel sito della nuova libreria Rinascita di Brescia, alle cui attività culturali Carlo Simoni collabora

latour immBruno Latour, Tracciare la rotta. Come orientarsi in politica, Raffaello Cortina Editore 2018 (pp. 142, euro 13)

“Dopo gli anni Ottanta, le classi dirigenti non aspirano più a dirigere ma si mettono al riparo, al di fuori del mondo”: questo il primo dato di fatto.

Aspetto decisivo di quella “grande regressione” di cui voci diverse cercavano di definire i contorni in un libro di cui ci si è occupati lo scorso 10 settembre (La grande regressione. Quindici intellettuali da tutto il mondo spiegano la crisi del nostro tempo  a cura di Heinrich Geiselberger, Feltrinelli 2017).
Secondo dato imprescindibile:  “non si possono comprendere le posizioni politiche assunte da cinquant’anni a questa parte se non si assegna un posto centrale alla questione del clima e della sua negazione”. Esplosione delle diseguaglianze, deregulation, nazionalismi e populismi è di qui che prendono le mosse: il negazionismo della crisi ambientale da parte di coloro che potrebbero farne il perno di scelte politiche all’altezza dei tempi, così come la rimozione di essa, o lo stato di negazione in cui la maggioranza vive, sono il fulcro dell’attuale inedita involuzione. Lo stesso convincimento che abbiamo trovato in uno scrittore come Amitav Gosch (La grande cecità. Il cambiamento climatico e l’impensabile, Neri Pozza 2017, segnalato lo scorso 17 settembre).
Trump non è un irresponsabile sfuggito di mano ai poteri forti: il suo ritiro dall’accordo sulla limitazione dei gas serra è la conseguenza di scelte precise e l’espressione di una cultura diffusa.
E vincente, a quanto pare. Destra e Sinistra, di fronte al “Nuovo Regime Climatico” – così lo definisce Latour a sottolinearne la portata epocale – hanno al fondo condiviso l’idea di un progresso che nella globalizzazione, al di là delle posizioni assunte nei suoi confronti, individuava il proprio orizzonte:  “siamo tutti quietisti climatici dal momento che speriamo che, senza far nulla, tutto alla fine si aggiusterà”, ed evitiamo di interrogarci “quale sia l’effetto, sul nostro stato mentale, delle notizie relative alle condizioni del pianeta che ascoltiamo tutti i giorni.” Di fatto, e al di là delle intenzioni, mescolandoci a “coloro che si nascondono dietro Trump” e “hanno deciso di far sognare ancora qualche anno l’America ritardando l’impatto con il suolo – con la reale situazione del pianeta – e trascinando così gli altri paesi nel’abisso, forse definitivamente”.

Occorre aprire gli occhi: “il pianeta è troppo piccolo e limitato per il globo della globalizzazione; ed è troppo grande, troppo dinamico e complesso per essere contenuto nelle frontiere ristrette e limitate di qualsivoglia località”.
Come spesso accade in discorsi del genere, la pars destruens appare fatalmente più convincente della construens, cui l’autore  si dedica soprattutto nella seconda parte del suo saggio (ricorrendo a formalizzazioni che non giovano alla chiarezza).

Quel che resta dalla lettura, comunque, è certamente un’indicazione sostanziale:  inutile parlare di rifondazioni della sfera politica, della mentalità e dell’agire collettivi, restando entro i limiti angusti entro i quali la politica stessa – o quel che generalmente si intende con questo termine – si è ridotta.

Latour ritrattoLatour copertina

Brescia, 9 settembre 2018
Carlo Simoni

Questo testo compare anche nel sito della nuova libreria Rinascita di Brescia, alle cui attività culturali Carlo Simoni collabora

mcguire immIan McGuire, Le acque del Nord, Einaudi 2018 (pp. 278, euro  19,50)

“Azzanna il mondo come un cane morde l’osso. Niente gli è oscuro, niente è alieno ai suoi foschi e feroci appetiti”: è Henry Drax, il personaggio che irrompe nelle prime pagine di questo romanzo, che da subito attirano il lettore in un mondo dai colori lividi e dagli odori sgradevoli fino alla nausea.

Qualcuno ha evocato Dickens, Conrad, e naturalmente Melville (essendo quello della caccia alle balene l’ambiente in cui la storia si svolge): richiami pertinenti, a patto che ciascuno di questi autori sia rivisitato secondo un gusto pulp che sconfina spesso nell’horror. Eppure, la storia non è priva di elementi letterari e di riferimenti psicologici di spessore, così come la scrittura è precisa, efficace, ricca di immagini e capace di sintesi folgoranti. Anche perché a Drax, personificazione del Male e di una disumanità che non conosce sensi di colpa o tentennamenti dettati dalla compassione, subentra dal secondo capitolo e tiene a lungo la scena Patrick Sumner. Non il buono contrapposto al cattivo: anche in Sumner – medico con un passato in India che nell’imbarco su una baleniera diretta nel mare artico cerca di cancellare la sua vita precedente – si annidano ombre e s’è ormai radicato un pessimismo senza ritorno: “contano solo le azioni, solo gli eventi. (…) Pensare troppo è un grave errore. La vita non è decifrabile, non si può assoggettarla a forza di chiacchiere, occorre viverla, sopravviverle, in tutti i modi possibili”. Il che non toglie che lui tenga nella sua cuccetta una copia dell’Iliade, e – quando non è sotto l’effetto del laudano, al quale da oppiomane incallito è uso ricorrere – legga attentamente quel libro, lasciando credere agli altri di essere intento a pregare.

La navigazione si svolge in un ambiente via via più ostile, e gli avvistamenti sono rari. I tempi sono critici per i balenieri, soprattutto per quelli che non dispongono di una nave a vapore e lanciarpioni moderni, e del resto – siamo all’inizio della seconda metà dell’800 –   “l’olio di balena non lo vuole più nessuno. Sono tutti pazzi per il petrolio e per il gas illuminante”. Questo non impedisce che la caccia si svolga, dando adito ad alcune fra le scene più feroci: dalla strage di foche, i cui piccoli vengono uccisi a bastonate, a quella di una balena che, morendo dopo una lunga lotta, crivellata dagli arpioni, “spruzza in aria un alto pennacchio di sangue cardiaco e poi si inclina su un fianco, la grande pinna sollevata come una bandiera di resa.”
A lungo mimetizzato fra i marinai dell’equipaggio, Drax riappare, e il suo ritorno coincide con la fine di un giovane mozzo, violentato, strangolato, cacciato a forza in fondo a un barile: uno Stevenson alla rovescia, in cui  il ragazzo (viene alla mente il Jim dell’Isola del tesoro), non trova in quel nascondiglio l’occasione per smascherare gli ammutinati e divenir protagonista della storia, ma la propria tomba, misera e puzzolente. Proprio il dottore, Sumner, riesce a dimostrare che Drax e non altri è il perverso assassino del povero Joseph, ma a questo punto è l’imprigionamento della nave fra i ghiacci a balzare in primo piano, e qui il racconto sembra prendere a prestito più di un elemento da un altro romanzo, La scomparsa dell’ Erebus di Dan Simmons, del 2007, la cui vicenda ha guadagnato notorietà soprattutto grazie alla serie televisiva che ne è stata tratta e diffusa pochi mesi fa: The Terror.

E’ questo riferimento a rendere ancor più evidente come lo stile della narrazione sia assimilabile a quello di una sceneggiatura, condotta com’è sempre al presente, per frasi brevi, secondo un modulo descrittivo che richiama la distanza imperturbabile dell’occhio della cinepresa.

Un romanzo che si direbbe prefiguri la propria mise en scène, dunque; fedele alle regole della narrazione per immagini anche nel riproporne puntualmente di forti e coinvolgenti, fino alla fine, quando la storia sembrava ormai conclusa e trova invece un ulteriore imprevisto, intrigante sviluppo.

McGuire ritrattoMcGuire copertina

Brescia, 2 settembre 2018
Carlo Simoni

Questo testo compare anche nel sito della nuova libreria Rinascita di Brescia, alle cui attività culturali Carlo Simoni collabora

natsu immMiyashita Natsu, Un bosco di pecore e acciaio, Mondadori 2018 (pp. 209, euro 19,50)

 E’ la storia di formazione di Tomura, giovane di montagna che scende alla città per studiare e poi trovar lavoro. Ma è un ragazzo particolare: sente l’odore a lui ben noto del bosco quando si avvicina a un pianoforte, ed è per questo che di pianoforti si occuperà diventando un accordatore.

Un mestiere che lo terrà a contatto con “l’oggetto prodigioso che riesce a scovare la bellezza diffusa nel creato e a darle una forma che giunga alle orecchie”: pur essendo “uno strumento indipendente, con una sua propria personalità” ogni pianoforte capta la musica che è diffusa nel mondo, a patto che sia passato per le mani di un accordatore provetto. Solo allora potrà emettere “un suono di una limpidità luminosa e quieta, carico di nostalgia”, “dolce, fino a un certo punto” ma anche “pieno di severità e profondità”, “bello come il sogno, ma certo come la realtà”. Il buon accordatore si accosta al pianoforte come a una creatura viva, e quindi unica, ma deve anche tener conto del carattere di chi lo suonerà.

Ecco il punto: non si tratta solo di tecnica. Che si tratti di fabbricare dolci o di accordare pianoforti conoscere i segreti del mestiere non è tutto: Natsu come Sukegawa, l’autore di cui in questi appunti si è parlato lo scorso aprile (Le ricette della signora Tokue). Al pasticcere occorre il “sentimento” che lo porta a considerare i fagioli che cucina uno ad uno, ad ascoltarli; non diversamente  l’accordatore non può non sentire “respirare” lo strumento di cui si prende cura. Si tratta in ogni caso di una vicinanza, di una pietas per le cose inanimate che appare condizione di una compassione più vasta, di una capacità di stare nei panni degli altri e di comprenderli. Pianoforte, pianista e accordatore sono tutt’uno: chi prepara lo strumento cerca “il suono che più mette in risalto l’abilità del pianista.

Nessuno pensa all’abilità dell’accordatore. E va bene così”, perché “anche se è il pianista a ricevere gli elogi, non è nemmeno merito suo: il merito è della musica.”

Tomura osserva i suoi colleghi più esperti, si mette alla prova, apprensivo e appassionato. E capisce: che lo si suoni, il piano, o lo si accordi, occorre “sforzarsi ma senza sentire lo sforzo, con pazienza ma senza sentire di doverla esercitare. Quando si è consapevoli dello sforzo che si compie, esso finisce per essere solo un investimento che si vorrebbe veder ripagato.” Occorre andare oltre: “Se si riesce a non vedere lo sforzo come investimento, allora le possibilità aumentano oltre l’immaginabile.” E’ la sapienza che occorre a chi tira con l’arco, a chi medita, a chi semplicemente vuole vivere davvero la propria vita: “ L’uomo è un essere pensante, ma le sue grandi opere vengono compiute quando non calcola e non pensa”, diceva Eugen Herrigel (Lo zen e il tiro con l’arco, Adelphi 1987). Ma non è tutto: è necessario anche, perseguendo la perfezione, esser consapevoli che non la si raggiungerà, e dunque è “rassegnazione” che occorre, senso del limite.

Quando attraverso la sua esperienza Tomura capirà anche questo, potrà camminare sereno nel bosco di cui aveva sentito il profumo avvicinandosi a un pianoforte, bosco di pecore e acciaio, strumento che racchiude lana di pecora nella copertura dei suoi martelletti e acciaio nelle corde che attendono la mano dell’accordatore per raggiungere la giusta tensione e quella del pianista per connettersi alla musica che permea il mondo.

Natsu ritrattocopertina Natsu

Brescia, 29 luglio 2018
Carlo Simoni

Questo testo compare anche nel sito della nuova libreria Rinascita di Brescia, alle cui attività culturali Carlo Simoni collabora