Sì, viaggiare

29/07/2016 | Scritto da Carlo Simoni | (0 Commenti)

160731.appuntamenti riquadro copertinaFederico Pace, La libertà viaggia in treno, Laterza 2016, pp. 196, euro 15
È quello che si fa in treno, il viaggio vero, e non è sempre lo stesso: varia secondo la reazione esistente fra la città di partenza e quella d’arrivo, i paesaggi che si attraversano, il clima in cui ti trovi immerso.

Il treno è un mezzo ma è anche un luogo, un luogo da cui puoi osservarne – anche se fuggevolmente, proprio perché fuggevolmente? – altri in cui avresti potuto vivere, scambiar parole con persone che ordinariamente non avresti accostato, far cose che solitamente non ti permetti (star a guardare, semplicemente; accettare di parlare d’argomenti che non hai scelto tu; lasciar correre il pensiero): “il tempo vissuto sul treno non è solo il tempo del viaggio, ma è il tempo in cui ciascuno prova ad accedere a un se stesso che altrove non gli viene riconosciuto”.
Quel che puoi provare, nella sostanza, è un senso di libertà dal sapore inconfondibile (niente a che fare con quello assicurato dall’automobile, nonostante la possibilità che ti offre di fermarti dove decidi e modificare a tuo piacere il percorso): “il viaggio in treno non è mai solo il viaggio che si sta compiendo. Non è mai solo quel che sembra, ma sempre qualcosa di più”.
È quel qualcosa che sentiamo di non poter perdere, che ci ostiniamo a non voler credere per sempre compromesso dal disordine sciatto, dal sovraffollamento, dall’inaffidabilità degli orari dei treni locali (là dove continuano a esserci), così come, sui treni “a prenotazione obbligatoria”, dall’invadenza delle voci con cui i compagni di viaggio parlano – spesso a un volume che il cellulare non richiederebbe – con persone assenti, o di quelle registrate per diffondere slogan pubblicitari più che informazioni, traformandoci da viaggiatori in clienti.
Continuiamo a sperare che quel qualcosa che il viaggio in treno può darci non sia del tutto perduto, anche se a volte dubitiamo che l’esperienza che ne serbiamo sia solo un ricordo, o addirittura solo un’eco letteraria (ma è poi tanto diverso?). E allora conviene cercare conferme in libri come questo, usarlo magari come fosse una guida, e andare in giro per l’Europa a sincerarci che il viaggio in treno ci può dare ancora il meglio che sa dare: sulla Atene-Salonicco, la Porto-Lisbona, la Monaco-Berlino, ma anche sulla Ragusa-Siracusa o la Cagliari-Olbia.

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Marco Aime, Sensi di viaggio, Ponte alle Grazie 2016, pp. 212, euro 13

Argomento classico, quasi inevitabile, dei dopocena fra amici: il prossimo viaggio, o l’ultimo che si è fatto. Viaggi raccontati, non di rado a base di immagini (sempre troppe, solitamente poveramente didascalizzate da un pleonastico “qui invece eravamo…”): nell’epoca in cui i viaggi in luoghi lontani (e parliamo dei viaggi fatti per scelta, e per il proprio piacere, beninteso) sono alla portata di molti – non di tutti – sembra darsi per scontato che viaggiare abbia senso, che lasciare i luoghi dove ordinariamente si vive porti beneficio. Ma c’è anche qualcuno che ascolta i racconti degli amici, ma di viaggi non ne fa. Potrebbe magari, ma preferisce di no: è a questo ideale interlocutore che sembra rivolgersi l’autore, tornando insistentemente a sostenere le ragioni del viaggo reale rispetto a quello mentale (supportato da discorsi, letture, film, documentari). Lui, un antropologo che di viaggi ne ha collezionati a bizzeffe, nei luoghi più remoti e meno turistici del mondo, sente di dover spiegare il perché. In molti modi, che sorprendono a volte: viaggiare per sentirsi “spaccato in due dalla solitudine e dalla voglia di solitudine”, ad esempio. Ma soprattutto: viaggiare per sentire, per dar materia su cui esercitarsi ai cinque sensi, e dunque per nutrire la mente: “Il viola malinconico delle Dolomiti quando il giorno le abbandona. I mille volti della sabbia del deserto, pronti a tradire la tua memoria a ogni battere di ciglia del sole. Era rosa quella duna, un attimo fa. Ora è gialla, ma basta distrarsi un attimo e diverrà grigia. Il dilatarsi tenero del cielo sulla savana, il rosso che rincorre il blu per poi cedere entrambi al silenzio della notte, nera come il cuore del papavero.
Quali occhi ha la mente? Come può vedere tutto questo? Può inventarlo? Sì, può, ma solo dopo averlo visto accadere.”

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Brescia, 31 luglio 2016
Carlo Simoni

Questo testo compare anche nel sito della nuova libreria Rinascita di Brescia, alle cui attività culturali Carlo Simoni collabora.

Si era occupato dell’edizione italiana di Curarsi con i libri. Rimedi letterari per ogni malanno, di Berthoud e Elderkin (Sellerio 2013). Ora Fabio Stassi ci racconta, con un’ironia a tratti desolata, di un biblioterapeuta, uno che si è inventato un mestiere creando una nuova diramazione del grande albero della specie “psico”.

Mestiere che, peraltro, esercita senza troppa convinzione, da perdente qual è, o si sente (lui stesso, del resto, ha sempre sentito nel proprio nome, Vince, “la terza persona di un verbo che non lo riguardava”).
Ne vien fuori un romanzo pieno di letteratura, libri e scrittori, ma non privo di un intreccio enigmatico che ingegnosamente Vince saprà sciogliere. Anche se nel frattempo, invece di curarsi con tutti i libri che legge e consiglia, si ammala, di una malattia la cui sintomatologia può suonare vagamente inquietante per qualche “lettore (molto) forte”…

“Non c’era dubbio (…) mi ero ammalato di letteratura. Sapevo che si trattava di una malattia mortale, e incurabile. Si comincia analizzando ogni circostanza come se fosse la trama di un romanzo: se ne indagano i significati taciuti, i rimandi interni, le eventuali incongruenze (…) mettendo in relazione cose lontane, nel tempo e nei luoghi, e trovando un legame, per quanto sottile e prodigioso, finché ci si introduce alla spaventosa reticenza della realtà e alle sue ancora più spaventose dicerie e, in bilico, sul confine tra le cose certe e quelle impossibili, finalmente ci si prende la responsabilità di cambiarne la punteggiatura, di alterarne il movimento e di lasciarsi mollemente andare in un cinerama di ipotesi e di visioni, esausti e vinti dalle analogie e dalle corrispondenze, consegnati per sempre alla follia definitiva della letteratura e irrimediabilmente dimentichi della tangibilità del mondo e dell’esperienza.
Non sapevo più cosa avevo realmente vissuto e cosa soltanto letto.
(…) L’avventurami nel mio nuovo mestiere di biblioterapeuta aveva agito da fattore scatenante (…) Se anche fossi stato involontariamente di aiuto a qualcuno, l’attività che mi ero scelta nuoceva gravemente alla mia, di salute”.

Fabio Stassi, La lettrice scomparsa, Sellerio 2016, pp. 276, euro 14

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Brescia, 24 luglio 2016
Carlo Simoni

Questo testo compare anche nel sito della nuova libreria Rinascita di Brescia, alle cui attività culturali Carlo Simoni collabora.

Il tempo e il racconto

18/07/2016 | Scritto da Carlo Simoni | (0 Commenti)

160715.appuntamenti riquadro copertinaDaniele Del Giudice, I racconti, Einaudi 2016, pp. 248, euro 19
In quelle pagine il tempo si annullava, programmaticamente: “in continuità e in una sorta di simultaneità” si raccontavano spedizioni antartiche avvenute nel passato, una di pochi anni prima e un’altra solo immaginata. A “un guardiano del tempo” si paragonava Daniele Del Giudice nel 2009, quando pubblicò Orizzonte Mobile. Un libro che, una volta letto, rendeva difficile pensare che dopo ne avrebbe potuto scrivere un altro. Un romanzo definitivo, ultimo.

Non lo sapevo: in una recensione ai Racconti, pubblicati quest’anno, ho letto che Del Giudice non ha davvero più scritto nulla, dopo, e nulla può sapere di questa riproposta di suoi scritti. Perché ormai da parecchi anni una malattia l’ha reso “assente a se stesso”. Fuori dal tempo, mi è venuto da pensare. E allora è Mercanti del Tempo il primo racconto che ho letto: il protagonista – un ricercatore, che si occupa dei fenomeni di discontinuità – scopre che segretamente esiste un commercio del Tempo, perché da noi non ce n’è più, occorre importarlo da dove invece ne è rimasto in abbondanza, dal Marocco per esempio, ma occorre anche trattarlo, confezionarlo secondo le necessità e le richieste, e questo si fa in Norvegia, dove lui ne acquista un po’. Tentato dapprima di comprare quello che gli serve per finire il racconto, opta poi per la sua prima ora di vita: continua a essere lui ma è anche – in continuità – il neonato appena uscito dall'”animale lì vicino”, e non sa più “che cosa sia il tempo”.

Inevitabile leggere questo racconto alla luce di quel che si è appreso della sorte toccata allo scrittore. Questo e anche gli altri, i due inediti soprattutto. Quello dedicato al suo gatto, cui riserva uno sguardo che non può non ricordare i passaggi, divertiti e affettuosi, dedicati in Orizzonte mobile ai pinguini. E l’altro, Di legno e di tela, dove torna la passione di Del Giudice per il volo, e anche la solitudine di chi vi ha colto la bellezza d’un’“arte del fare” che è esercizio di esattezza, e si è ritrovato a vivere in un paese nel quale la “cultura aeronautica” è fin dall’inizio sprofondata nella retorica degli “audacissimi eroi, arditi violatori del cielo”.

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Brescia, 17 luglio 2016
Carlo Simoni

Questo testo compare anche nel sito della nuova libreria Rinascita di Brescia, alle cui attività culturali Carlo Simoni collabora.

Tempo dell’Appennino

18/07/2016 | Scritto da Carlo Simoni | (0 Commenti)

160714.appuntamenti riquadro copertinaMaria Rosaria Valentini, Magnifica, Sellerio 2016, pp. 274, euro 16
Una penna d’oro indispensabile per scrivere storie lasciata in dono da un figlio che se n’è andato, personaggi (femminili, quelli protagonisti) che sembrano sfumare l’uno nell’altro più che distinguersi in una sequenza. Ma non è questo che disorienta alle prime pagine: sono i luoghi.

La storia prende il passo che ti aspetti, ma ti fa entrare poco alla volta. I luoghi sembra non ti accolgano, all’inizio, e la lingua – con tutte quelle immagini, e metafore che più che ardite suonano a volte stralunate – sembra imporsi, occupare troppo lo spazio della narrazione. Poi, però, capisci che non bisogna dar troppo peso a questi svoli di parole, come agli abbellimenti in certa musica barocca, e allora il filo del racconto emerge, discretamente si fa seguire, e cominci a vederli, i luoghi. Ci entri poco alla volta: come accade quando ti addentri nell’Appennino. Non quando lo attraversi per andare altrove, correndo sull’autostrada, e lo puoi immaginare uguale alla montagna che conosci, all’Alpe. Quello che si fa avanti, se non vai via, se rallenti e percorri le sue strade, se ti fermi in qualcuno dei suoi paesi, è altro: è l’Appennino “appartato, remoto”, “distante da qualsiasi altra parte del mondo”, dove può capitare di trovarsi “a mezza montagna, in un orizzonte chiuso, circondati da cime più alte” dalle quali tuttavia si può “avvistare il mare, nei giorni più limpidi e fortunati”.
I luoghi sembrano prevalere, in questo romanzo, sulle persone che vi si muovono, e le stagioni sulle vicende. Il Tempo sembra essersi ritirato, come il prato davanti al bosco che riprende spazio. La Storia aver ceduto al mito, e alle sue cadenze di nascite e morti, amori e partenze.

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Brescia, 17 luglio 2016
Carlo Simoni

Questo testo compare anche nel sito della nuova libreria Rinascita di Brescia, alle cui attività culturali Carlo Simoni collabora.

Felicità senza desideri

07/07/2016 | Scritto da Carlo Simoni | (0 Commenti)

160710b.appuntamenti riquadro copertinaElena Varvello, La vita felice, Einaudi 2016, pp. 200, euro 18,50
Chiusa la fabbrica. Tutti a casa, senza lavoro. Ma per qualcuno non è solo la disoccupazione: è la vita che si disfa, fantasmi che sembravano sepolti e invece tornano a confondere la mente, a far immaginare la malignità del complotto dove c’è solo la crudeltà dell’economia.

Lui, un manutentore, non sa riannodare i fili di una quotidianità che moglie e figlio gli offrono, lei recitando il copione di una normalità ormai perduta negli incubi del marito, il ragazzo scontrandosi con l’indecifrabilità delle parole e dei comportamenti di un padre di cui sente il bisogno. Non diversamente dall’unico amico che ha trovato. È anche un romanzo di padri assenti, questo, e di madri che suppliscono con un amore totale, che resiste a smentite e delusioni: “non ne sapevo niente, allora, dei modi in cui l’amore può manifestarsi”, ricorda il sedicenne protagonista trent’anni dopo, quando ricostruisce quell’estate che ha cambiato la sua vita. L’estate nella quale la confusione paranoica del padre è precipitata nel rapimento di una ragazza, atto conclusivo di un progressivo deragliamento che in casa si è finto di non vedere, o meglio: ci si è sforzati di comprendere: “devi cercare di capirlo, – dice la madre al figlio. – Devi sforzarti. Ci sono persone che sentono le cose in modo diverso dagli altri. Tuo padre è uno di quelli.”
Quando ne leggiamo sui giornali, di fatti simili, è solo dell’epilogo che veniamo informati, della tragica conclusione di un percorso riassunto in uno scarno cenno alla salute mentale del soggetto in questione. Qui no, è il percorso che conta, e si fa seguire, una pagina dopo l’altra, sul filo del racconto del figlio e, contemporaneamente, nella cronaca in diretta del rapimento. Fino a che il cerchio si chiude: ciò che sapevamo fin dall’inizio è accaduto. Quel che resta è “il bene che, nonostante tutto, diamo e riceviamo”: non c’è altro. Non c’è altra felicità nella vita.

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Brescia,10 luglio 2016
Carlo Simoni

Questo testo compare anche nel sito della nuova libreria Rinascita di Brescia, alle cui attività culturali Carlo Simoni collabora.

Il mestiere di pensare

07/07/2016 | Scritto da Carlo Simoni | (0 Commenti)

160710a.appuntamenti riquadro copertinaGeorge Steiner, Dieci (possibili) ragioni della tristezza del pensiero, Garzanti 2016, pp. 108, euro 11
Peter Bichsel diceva, in un piccolo libro (Il lettore, il narrare, Comma 22, 2012) che il solo fatto di sapere che la nostra vita ha un termine la colora di un’angoscia che “può essere tenuta a bada” ma non eliminata: “ciò che non scompare è la tristezza per questa finitudine. La tristezza non la si può vincere, può soltanto essere rifiutata o accettata”.

Tornano alla mente queste parole dello scrittore svizzero quando si passano in rassegna le brevi, fulminanti note di Steiner. Ma si badi: qui non è un pensiero, come quello della morte, a generare tristezza, ma il pensiero stesso. Per cui la tristezza non invade la vita a partire da quel che è inevitabile pensare, ma dal fatto di non poter non pensare. Allo stesso modo che non si può smettere di respirare. Anzi: il respiro lo possiamo trattenere, per qualche momento. Il pensiero no. Anche il “vuoto” cui aspira chi pratica la meditazione è in realtà un concetto. Un altro pensiero, insomma.
E il problema è che “il pensiero è rigorosamente inseparabile da una melanconia profonda, indistruttibile”. Perché? Per le dieci (possibili) ragioni, appunto, che ognuno dei dieci capitoletti che formano il libro chiariscono. Ogni lettore è libero di riconoscere quella che più gli sembra convincente. L’ottava per esempio: “impossibile sapere al di là di ogni dubbio che cosa stia pensando un altro essere umano (…) In ultima analisi, il pensiero ci rende estranei l’un l’altro. L’amore più intenso è una negoziazione, mai conclusiva, tra solitudini”. O la decima: “La padronanza del pensiero, della velocità perturbante del pensiero esalta l’uomo al di sopra di tutti gli altri esseri viventi. Ma lo lascia straniero a se stesso e all’enormità del mondo.”
Attenzione però: questa “tristezza”, questa condizione riassumibile nel fatto che “siamo stati creati, per così dire, rattristati”, “è anche creativa. L’esistenza umana, la vita dell’intelletto, significa un’esperienza di questa melanconia e la capacità di superarla”.
Come? Bichesel diceva che si raccontano, e si scrivono, storie proprio per fare i conti con la melanconia. Steiner non pare voler dare consigli. Offre “ragioni, appunto” e, se può consolare, ci assicura che nessuno, proprio nessuno sfugge alla fondamentale “pesantezza dell’animo” che il pensiero induce, perché “ciascun uomo, donna o bambino è un pensatore. Questo vale per un cretino come per Newton…”.

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Brescia, 10 luglio 2016
Carlo Simoni

Questo testo compare anche nel sito della nuova libreria Rinascita di Brescia, alle cui attività culturali Carlo Simoni collabora.

A Wisława Szymborska – ci informa il curatore – non interessava scrivere vere e proprie recensioni: da semplice «lettrice», infatti, non si sentiva obbligata a un incessante esercizio critico.” E allora, a prevalere è un confronto rapido, disinibito, con la materia e lo stile del libro che le è capitato fra le mani.

 

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“Con il cuore stretto – ammette a seguito della lettura di un’opera, sia pur divulgativa, di fisica – ci accorgiamo che sterminate regioni del sapere contemporaneo sfuggono alla nostra comprensione. Ciò nonostante, in quel nostro cuore stretto coltiviamo l’antica ambizione a sapere tutto, sia pure a grandi linee.”
Non diversamente, quando si imbatte nel fisico in carne ed ossa deve riconoscere che “aveva genio, talento e attitudini.” Sennonché “il suo genio sono in grado di apprezzarlo soltanto gli specialisti. A noi, infelici profani, non resta che farci un’idea del suo talento e delle sue attitudini”: talento musicale e letterario, sicuramente, ma “per non affogarlo nella melassa, bisogna riconoscere che gli fecero difetto due attitudini: una alla politica, l’altra al matrimonio”. “Un misto di grande perspicacia e di ingenuità quasi infantile” nei giudizi politici di questo grand’uomo, che “si sposò due volte, ma sarebbe stato meglio se non l’avesse fatto”.
Ma non sono solo scienziati e letterati, storici e pittori che la poetessa incontro in queste sue letture, ci sono anche attori, come il nostro Mastroianni, che “riusciva a essere comico e struggente al tempo stesso”. Perché allora non immaginarlo in una parte che non ha mai recitato? “Un’idea folle: Mastroianni nel ruolo di James Bond. Avrebbe potuto venirne fuori un fiasco. O magari il film comico più divertente della stagione…”.
La riconosciamo in pagine come queste, Wisława Szymborska: la stessa ironia corrosiva, e sempre umanissima, che i suoi versi ci hanno reso familiare.

Brescia, 3 luglio 2016
Carlo Simoni

Wisława Szymborska, Come vivere in modo più confortevole, Adelphi 2016, pp. 268, euro 14

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Questo testo compare anche nel sito della nuova libreria Rinascita di Brescia, alle cui attività culturali Carlo Simoni collabora.

La normalità del male

01/07/2016 | Scritto da Carlo Simoni | (0 Commenti)

160703a.appuntamenti riquadro copertinaPierre Lemaitre, Tre giorni una vita, Mondadori 2016, pp. 228, euro 18
Non tutti conoscevano il bambino scomparso nel bosco, probabilmente assassinato, ma “la sensazione era che fosse il fratello minore di ogni ragazzino come era già diventato il figlio di ogni adulto”: immedesimazione con la vittima? solidarietà con i genitori?

No, solo il piacere inconfessabile di poter godere di un diversivo, di una rottura della monotonia della vita che si conduce a Beauval, una cittadina francese come tante, dell’eccitazione diffusa da voci che in men che non si dica si rivelano del tutto infondate: perché “le dicerie sono una salsa complicata, o viene o non viene”; dipende più dalla considerazione di cui è circondato chi le sparge che dal loro contenuto di verità. Quello che conta, nella cittadina, è poter “pregustare di ritrovarsi unita nel dolore”.
Ma il lettore lo sa, il nome del colpevole, fin dall’inizio: un altro bambino. Non un mostro. Un bambino che non voleva fare quel che ha fatto: è la sua, la voce narrante, è attraverso i suoi occhi che vediamo i fatti. La sua paura di essere scoperto, con i momenti bui della disperazione e le schiarite inaspettate quanto effimere di speranza, sono la costante che ci rende partecipi della vicenda e ci fa proseguire la lettura. E via via conosciamo gli altri personaggi, a partire dalla madre, “cresciuta e vissuta in una cittadina di vedute ristrette dove si osserva e si viene osservati nello stesso tempo, dove l’opinione degli altri è un peso schiacciante”.
Come in certi film, la storia è segnata da una cesura netta: gli anni sono passati, il protagonista ha fatto a tempo a diventar grande, senza che nulla sia trapelato: “ora che era adulto il carcere non lo spaventava più, il suo terrore era il clamore mediatico”, “tutti avrebbero adorato quel fatto di cronaca perché ognuno, in confronto a lui, si sarebbe sentito meravigliosamente normale”.
Sarà questo che accadrà? o nessuno mai scoprirà la verità e lui la farà franca? Né l’una né l’altra… Ma, giunti alla fine, si ha l’impressione che la verità, nella sua sostanza, si fosse già rivelata: in quella meravigliosa normalità.

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Brescia, 3 luglio 2016
Carlo Simoni

Questo testo compare anche nel sito della nuova libreria Rinascita di Brescia, alle cui attività culturali Carlo Simoni collabora.

160626b.appuntamenti riquadro copertinaFilippo La Porta, Indaffarati, Bompiani 2016, 180 pp., euro 12
“Altro che sdraiati!” Anche La Porta basa il suo discorso sull’osservazione dei propri figli, ma a differenza di Serra (Gli sdraiati, Feltrinelli 2013) arriva a conclusioni diverse: “le nuove generazioni danno più peso all’esperienza che all’erudizione”, all’etica vissuta e non alle idee astratte”.

“Non sono per niente apatici e intellettualmente pigri. Casomai “indaffarati”, anche se leggono meno, molto meno di chi – come i loro genitori – appartengono “all’unica generazione nella storia umana che ha letto più dei padri e più dei figli”, ma non possono sfuggire al sospetto “che la lettura sia stata anche un surrogato dell’esistenza”. Al contrario, “i nostri figli, o meglio una parte di essi, provano a vivere alcune delle cose che la nostra generazione ha solo teorizzato”. E dunque sono indaffarati, apparentemente divaganti, in realtà tesi a distinguere quel che è davvero credibile (non solo ideologicamente coerente) nei discorsi e nelle azioni degli adulti.
Già lette cose del genere, viene da pensare. Ma qualcosa di nuovo c’è. Lontano dal lucido pessimismo di Raffaele Simone (La terza fase. Forme di sapere che stiamo perdendo, Laterza 2006), La Porta può semmai richiamare l’ottimismo provocatorio di Baricco (I barbari. Saggio sulla mutazione, Feltrinelli 2013), soprattutto quando se la prende con i “giovanologhi” e il loro moralismo (da Galimberti a Benasayag allo stesso Serra).
Eppure, c’è altro in queste pagine, che ha il sapore della constatazione onesta, dell’osservazione ineludibile, come quella sulla “segreta complicità tra lettori bulimici – che vanno ben oltre i lettori forti, beniamini degli editori e dei librai – e non lettori”, accomunati dal fatto che, pur in maniera opposta, “fuggono la lettura come qualcosa che può trasformarli e, entro certi limiti, disturbarli”. Campioni, purtroppo non isolati, di una cultura priva di relazione con l’esistenza. Come non essere d’accordo? E allora vale la pena di prenderlo per quello che è, e dichiara di essere, questo libro: “Un azzardo antropologico (che) contiene una ipotesi non disperante sul presente (e sul futuro)”, l’ipotesi che il legame con la tradizione culturale non sia irreversibilmente compromesso, ma esposto “a un oscuramento solo provvisorio”, affidato “a una trasmissione inedita, a una consegna spiazzante ma forse temporaneamente necessaria”.
Del resto, “la teoria di un continuo regresso può essere persuasivamente dimostrata almeno quanto la teoria speculare del progresso”, conclude La Porta .
E dunque, “fino a che punto non ci troviamo di fronte a due facce di uno stesso problema“? Ma questo non è La Porta, è Eco, quello di Apocalittici e integrati (1964). Un libro che, curiosamente, non compare nella bibliografia finale.

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Brescia, 26 giugno 2016
Carlo Simoni

Questo testo compare anche nel sito della nuova libreria Rinascita di Brescia, alle cui attività culturali Carlo Simoni collabora.

Altri tempi

24/06/2016 | Scritto da Carlo Simoni | (0 Commenti)

160626.appuntamenti riquadro copertinaErmanno Cavazzoni, Gli eremiti del deserto, Quodlibet 2016, pp. 142, euro 14
Si possono mettere insieme “sette lezioni” ed enumerare quarantanove casi di scrittori inutili; si può scrivere una Guida agli animali fantastici, o una Storia naturale dei giganti: perché non le vite degli eremiti del deserto?

Una delle tante tentazioni cui Cavazzoni aveva del resto già ceduto venticinque anni fa quando ci aveva raccontato di quelle di Girolamo, ritiratosi “nel deserto siriaco portando con sé in eremitaggio tutta una biblioteca”, per poi rendersi conto “un bel giorno che queste letture, queste isole di paradiso, erano un’ulteriore tentazione…”.
E allora occorrono forse anche libri che non solletichino la nostra smania e avallino la nostra illusione di capire, il nostro desiderio di identificarci in personaggi che sono o ci piace credere migliori di noi: libri fatti per accettare con curiosità leggera la sterminata varietà delle vite che gli uomini possono vivere, e lasciare che un’ironia svagata semini il dubbio della loro sostanziale equivalenza.
Non sono dunque eroi questi eremiti: sono persone scrupolose, questo sì. Metodiche. Cocciute la loro parte. Un po’ fissate. E soprattutto amanti della solitudine. Favorite comunque – c’è da dire – dall’epoca (fra il terzo e il quinto secolo dopo Cristo): “un’epoca in cui questa fuga era possibile. Oggi un eremita non saprebbe più dove andare; non ci sono più luoghi senza proprietario e senza Stato che li controlli; un eremita oggi sarebbe soggetto al fisco”. Non correva questo rischio Antonio, sprofondato nel deserto più dimenticato, capace di resistere non solo quando il diavolo “si travestiva da donna e imitava una donna in tutti i modi possibili”, ma anche di restare insensibile al “ricordo dei soldi e della ricchezza”, alla “voglia di farsi notare e di mangiar bene”. E proprio per questo, si badi, “benvoluto da tutti”, ammirato e famoso… Già, era un’altra epoca.

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Brescia, 26 giugno 2016
Carlo Simoni

Questo testo compare anche nel sito della nuova libreria Rinascita di Brescia, alle cui attività culturali Carlo Simoni collabora.