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Il luogo innanzitutto: la lontana Lipari, lontana e sperduta ma non tanto da non poter stabilire contatti con la rete dei fuoriusciti antifascisti che stavano a Londra e a Parigi. E in quest’isola, che possiamo immaginare immersa nella luce e nel sole della primavera mediterranea, degli uomini, che vi sono stati confinati dal regime, e si presentano ognuno con i loro carattere, il loro stile specifico. C’è il metodico, il tipo che appare “incapace di alterare le proprie abitudini”, e quell’altro che con i suoi gesti quotidiani offre di sé “l’immagine di un uomo tutto dedito allo studio e alla famiglia”.
In realtà – e lo scopriamo presto, magari in una scena in cui li vediamo confabulare tra loro – stanno inscenando una rappresentazione per i loro sorveglianti. Impersonano una parte studiata appositamente.
Sembra l’inizio di un romanzo di Graham Green, o il soggetto di un film. A me vengono in mente i personaggi della Grande fuga – e del resto la storia che uno di questi uomini scriverà anni dopo, in inglese, si intitolerà Escape: fuga, appunto – quando appena evasi dal campo di concentramento assumono le sembianze di tranquilli cittadini tedeschi. Ma anche prima, quando sono ancora prigionieri e architettano la loro impresa, i personaggi del film sembrano vicini ai confinati di Lipari che osservano i metodi dei servizi di vigilanza, studiano orari e percorsi, addirittura si esercitano al nuoto, perché è da un’isola che devono fuggire. E fra questi uomini non manca naturalmente la figura femminile, la moglie di uno di loro, che li appoggia approfittando della relativa libertà di cui gode in quanto inglese.
Poi però, come in ogni trama romanzesca che si rispetti, l’imprevisto: il piano salta, il proposito di buttarsi in mare, nel pieno della notte, e farsi raccogliere da “un’imbarcazione veloce in grado di sottrarsi all’inseguimento dei MAS” – e qui pregustavamo già un inseguimento spettacolare, questa volta alla Fleming – non risulta attuabile. Altri confinati – che ci piace immaginare sprovveduti e impazienti, giovani e spavaldi, incapaci di adeguarsi alla preparazione metodica di quegl’altri – mettono in allarme le guardie.
Ma occorre anche l’elemento naturale, una bella scena di mare agitato e minaccioso (siamo ormai in novembre) e in quella il motoscafista che, pur essendo uno che sa il fatto suo – è arrivato a Lipari dalla Tunisia, seguendo un percorso simile a quelli cui ci hanno abituati le cronache tragiche dei nostri giorni – si arrabatta inutilmente a far partire il motore. Ma non c’è niente da fare. E’ tanto se i nostri riescono a tornare alle loro case-prigioni senza farsi beccare.
E così il romanzo-film sembra finito. Dopo la suspense della tentata fuga la tensione crolla. Ma ecco che il racconto del narratore (se è un romanzo deve essere uno di quelli in cui il narratore è onnisciente e usa la terza persona), o l’obiettivo se si tratta di un film, si concentrano su uno dei personaggi, uno di quelli che non ce l’ha fatta ma nel frattempo è arrivato a fine pena, e quindi può andarsene. Sennonché è uno di quelli che non mollano: lo vediamo raggiungere clandestinamente la Francia e unirsi agli organizzatori della grande fuga.
A questo punto, con la capacità che ha il romanzo – e più ancora il cinema –di farci percepire la contemporaneità degli avvenimenti, torniamo a Lipari e incontriamo una faccia che non conoscevamo, una faccia diversa da quella degli altri: non è un intellettuale, è un contadino. Ma socialista. E ha preso il posto dell’altro che ormai è in Francia.
Le stagioni passano, i venti che battono l’isola in inverno si calmano: è tornata l’estate, e compare un nuovo personaggio. Uno specialista di fughe: tre anni prima ha fatto scappare in Corsica niente meno che il leader del socialismo italiano, Filippo Turati. Eccolo dunque alla guida del suo motoscafo – che questa volta funziona a dovere – a raccogliere in mare i fuggiaschi da Lipari. A tendere la mano per tirarli a bordo c’è uno che consociamo: il Dolci, quello che credevamo tranquillo in Francia. Tutti finalmente riuniti quindi. E invece no: quando si dice l’arte del colpo di scena… Siamo di nuovo a Lipari: vediamo il contadino di prima che guarda il mare, gli occhi pensosi, uno sguardo triste ma deciso. Gli altri se ne sono andati e lui è rimasto lì, e qui ci vuole un flashback: lo vediamo mentre anche lui si sta per tuffare in mare per raggiungere il punto in cui arriverà il motoscafo, ma ecco che viene preso. E allora cosa fa, anzi: cosa ha fatto? Discorsi per riaffermare la sua fede politica di fronte ai militi? o lo stoico silenzio di chi si vede perduto ma non cede di un millimetro? No: si è finto ubriaco, e intanto che lui faceva la commedia il motoscafo è schizzato via. Sono i militi adesso a guardare il mare: l’allarme è arrivato troppo tardi. Lasciano perdere il contadino avvinazzato e – per la nostra gioia – stanno lì come baccalà, in attesa del cazziatone che arriverà da Roma.
E intanto? Intanto il motoscafo vola sulle acque, nell’oscurità, poi nella luce dell’alba, per giungere infine in un posto di sogno, sulla costa della Tunisia.
Ormai sentiamo che siamo alla conclusione. Ce ne avverte il cambiamento di scena: siamo in una città movimentata – c’è la tour Eiffel sullo sfondo, non possiamo aver dubbi sul luogo in cui siamo – e li vediamo: sono loro, i nostri fuggiaschi, sbarbati e vestiti come si deve. Dall’Africa sono passati a Parigi, come aveva fatto anche Turati, che è lì ad accoglierli e li saluta come “argonauti audacissimi dell’ideale”, salpati «nella notte profonda, verso il libero mare, verso i liberi orizzonti, verso le nazioni libere e il pensiero libero».
Fine del romanzo, o del film.
Ma il saggio di Gianfranco Porta va avanti. Anzi: è appena cominciato. La storia che ho immaginato leggendo occupa poco più della prima pagina. Poi lo storico passa ad altro: all’eco che la fuga da Lipari desta tra fautori e oppositori del regime. E’ quello che lo interessa.
E tuttavia ha scritto quella breve cronaca sulla quale io non ho fatto che ricamare un po’.
Di qui è nata la voglia di scambiare qualche considerazione sulla scrittura, la narrazione e la storia, il mestiere dello storico. I brani che seguono sono tratti da questa conversazione.

°°°°°°

E’ un bello squarcio narrativo, denso di azione, paesaggi e figure, quello con cui si apre il tuo saggio sull’evasione da Lipari: a me interessa sapere se è avvenuto mentre ancora leggevi i documenti relativi a quell’avvenimento che hai percepito lo spessore narrativo della vicenda.
Più in generale: la scrittura nasce dopo, quando si è tornati a casa dall’archivio e coi documenti si è finito, o – come a me a volte è capitato – prende corpo mentre stai ancora leggendo il documento, ed è perciò essa stessa un momento della ricerca?

Devo dire che i momenti più felici per me sono quelli che passo in archivio (ricordi quel libretto di Arlette Farge: Il piacere dell’archivio?), più che quelli che dedico alla scrittura. Ed è vero che nel confronto con i documenti nascono dei flash, dei momenti di creatività che poi spesso vanno persi o non si riesce a rendere come si vorrebbe. Anche perché occorre tener conto della specificità dei documenti: indubbiamente ce ne sono che stimolano una narrazione, ma questa suggestione spesso, in me quantomeno, stenta a tradursi in scrittura. Bisogna d’altra parte ammettere che i documenti che riportano la voce delle vittime, che evocano storie di dolore, sono difficili da rendere con il linguaggio dello storico. Cerco un equilibrio: da un lato la citazione, dall’altro la costruzione di un percorso narrativo in cui si inseriscano i racconti che i documenti propongono, ma spesso è difficile passare sopra a forme espressive che hanno una loro specificità e senti che non possono divenire oggetto di riscrittura. Ci si trova davanti a carte diversissime fra loro: dal testo fatto scrivere ad altri perché gli autori sono analfabeti al testo di chi faticosamente mette insieme le sue lettere, e in sostanza parla scrivendo, a quello di persone scolarizzate o di intellettuali; dal testo che si attiene a un tono distaccato a quello che invece ne assume uno intimo e fortemente connotato emotivamente. E poi, non ci sono solo lettere – come quelle fra Emma e Giulio Turchi, di cui si è occupato un altro libro: Se potessi scriverti ogni giorno – ma anche scrittura saggistica, autobiografica, poetica e le stesse lettere non sono solo quelle dirette ai familiari o a conoscenti ma anche quelle spedite alle autorità, e dunque il registro è molto diverso. Ci sono infine le carte di polizia: relazioni, informative, denunce, circolari e direttive del ministero dell’Interno… Occorrerebbe un registro narrativo tanto duttile da riuscire a restituire questa varietà.

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Nella lunga e difficile lotta contro il fascismo pochi episodi hanno avuto la rilevanza politica e simbolica della fuga da Lipari. Già nell’estate del 1927 Ernesto Rossi aveva manifestato ad Alberto Tarchiani, un ex giornalista del «Corriere della Sera» esule in Francia, il proposito di organizzare l’evasione degli amici confinati: un’idea che cominciò a prendere corpo nel marzo 1928, quando in un incontro tra Tarchiani e Salvemini a Londra furono definite le «linee maestre dell’azione»¹. Fatto venire dall’America Raffaele Rossetti, l’affondatore della Viribus Unitis, che avrebbe dovuto guidare le operazioni, la macchina organizzativa si mise in moto. Mentre tra Lipari, Londra e Parigi si sviluppava un fitto intreccio di messaggi cifrati, Emilio Lussu e Carlo Rosselli, ai quali si erano associati Francesco Fausto Nitti e Gioacchino Dolci, adottarono comportamenti volti ad allontanare ogni sospetto. Il primo usciva di casa con regolarità cronometrica, creando nei suoi guardiani la convinzione che fosse incapace di alterare le proprie abitudini. Il secondo faceva il possibile per dare l’immagine di un uomo tutto dedito allo studio e alla famiglia; negli ultimi mesi, addirittura, si impegnò ad apportare migliorie all’abitazione in cui risiedeva con la moglie e il figlio². Intanto raccoglievano tutte le informazioni utili, effettuavano accurati rilevamenti sul servizio di vigilanza, studiavano orari, percorsi e punti d’appoggio, s’esercitavano al nuoto.
Il piano consisteva nell’eludere la sorveglianza nel breve lasso di tempo compreso tra la ritirata e i controlli serali, buttarsi in mare, approfittando dell’oscurità, e farsi recuperare in un luogo convenuto da un’imbarcazione veloce in grado di sottrarsi all’inseguimento dei MAS che pattugliavano le acque dell’isola. Da tramite con l’esterno avrebbe agito la moglie di Rosselli, che essendo inglese poteva muoversi liberamente. Ma difficoltà e ostacoli imprevisti misero in forse la riuscita del progetto. Prima due tentativi di fuga attuati da altri confinati causarono una stretta nel sistema di sicurezza. Poi le proibitive condizioni del mare e guasti ai motori del motoscafo salpato dalla Tunisia mandarono a vuoto i rendez-vous fissati per il 17 e 19 novembre 1928, obbligando a precipitosi rientri nelle abitazioni per evitare di essere scoperti. Gli insuccessi ripetuti, la cattiva stagione e la necessità di sostituire il natante, dimostratosi inaffidabile, costrinsero a un lungo rinvio che consentì a Dolci, liberato per fine pena, di passare clandestinamente in Francia e unirsi agli organizzatori dell’operazione. Il suo posto fu preso da Paolo Fabbri, un contadino socialista, amico e discepolo di Giuseppe Massarenti³. Finalmente, la sera del 27 luglio 1929, il motoscafo con a bordo Italo Oxilia, che aveva sostituito Rossetti, Gioacchino Dolci e un motorista francese arrivò all’appuntamento. Raccolti gli uomini in mare, ma non Fabbri che, intercettato da una pattuglia di militi, aveva finto di essere ubriaco per coprire i compagni, si allontanò a gran velocità. Quando fu dato l’allarme era ormai irraggiungibile.

Note
* Questo saggio è stato pubblicato in Gli italiani in guerra. Conflitti, identità, memorie dal Risorgimento ai giorni nostri, direzione scientifica di Mario Isnenghi, vol. IV, Il Ventennio fascista, t. 1, Dall’impresa di Fiume alla Seconda guerra mondiale (1919-1940), Torino, UTET, 2008, pp. 572-577.
¹ Alberto Tarchiani, L’impresa di Lipari, in No al fascismo, a c. di Ernesto Rossi, Einaudi, Torino 1963 [1957], pp. 120-21.
² Carlo Rosselli, Fuga in quattro tempi, in Almanacco socialista 1931, Partito socialista italiano, Parigi s.d. [ma 1930], ora in Id., Socialismo liberale, a c. di John Rosselli, Einaudi, Torino 1973, p. 515.
³ Dirigente sindacale a Molinella, perseguitato dal fascismo, dopo il confino lavorò alla riorganizzazione del Partito socialista. Animatore della Resistenza nel Bolognese, fu ucciso nel febbraio del 1944 mentre tentava di passare le linee tedesche. Cfr. il profilo biografico di Luigi Arbizzani, in Franco Andreucci, Tommaso Detti, Il movimento operaio italiano.

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Dal Corriere della Sera-Brescia del 28 ottobre 2014.
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(il testo è tratto dal catalogo della mostra CapoLavoro. Arte e impegno sociale nella cultura italiana attraverso il Novecento. Museo Santa Giulia di Brescia 10 ottobre 2014 – 10 dicembre 2014, a cura di Mauro Corradini e Fausto Lorenzi, Roma, Ediesse, 2014)
1. La Cartiera Avanzini, nella Valle del Toscolano, in un’incisione degli anni Trenta dell’800

1. La Cartiera Avanzini, nella Valle del Toscolano, in un’incisione degli anni Trenta dell’800

Il ritardo che segnò la comparsa della grande industria in Italia fece sì che nel nostro paese la grande trasformazione si avviasse in un periodo nel quale la tendenza artistica dominante si stava ormai orientando in una direzione poco propensa ad ammettere la fabbrica fra i soggetti della pittura, mentre erano del resto quelli tradizionali che il gusto diffuso, e il mercato dell’arte, continuavano a prediligere: le ragioni addotte per spiegare la scarsa presenza dei luoghi del lavoro industriale nella pittura italiana possono probabilmente essere trasferite in qualche misura al caso bresciano.

Nonostante la complessità e il carattere pervasivo del processo di industrializzazione che investì dall’ultimo quarto dell’Ottocento la realtà locale, la novità rappresentata dalla fabbrica non pare aver inciso nell’immaginario quanto in altre situazioni. E’ tuttavia possibile individuare tracce significative delle diverse fasi che contrassegnarono la trasformazione della struttura produttiva bresciana in alcune immagini che danno un’idea della percezione del cambiamento che stava progressivamente riorganizzando il territorio e segnando irreversibilmente il paesaggio.

2. Una fucina dell’alta Val Trompia attorno alla metà dell’800 in un quadro attribuito a Faustino Joli

2. Una fucina dell’alta Val Trompia attorno alla metà dell’800 in un quadro attribuito a Faustino Joli

E’ interessante notare, dando inizio a questa breve rassegna, come anche edifici tra loro connessi da un sistema di canalizzazioni e dotati di ruote idrauliche – indizi inequivocabili della loro la funzione produttiva e della presenza, al loro interno, di macchine – siano rappresentati in quella che si può considerare una delle prime immagini della fabbrica nel Bresciano secondo il gusto del pittoresco, senza nulla concedere al sublime che in molti casi caratterizzava invece nella pittura inglese le rappresentazioni della fabbrica. Nella serie prodotta nei primi anni Trenta dell’Ottocento su “disegni dal vero” nella prima officina litografica fratelli Filippini, la prima avviata a Brescia, le cartiere della Valle del Toscolano (fig. 1) non sembrano turbare ma anzi completare l’armonia del paesaggio, così come la fucina da ferro dell’alta Val Trompia, che compare in un quadro di metà secolo attribuito a Faustino Joli (fig. 2), non evoca l’antro di Vulcano ma piuttosto un luogo di incontro e di socialità, al pari dei mulini ad acqua, soggetto che non ha mai cessato di essere privilegiato dalla pittura di genere.

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3. Il cotonificio Ercole Lualdi in un quadro commissionato dall’imprenditore a Luigi Ashton negli anni Sessanta dell’800

Neanche la mole imponente del cotonificio Lualdi (fig. 3) – sorto nello stesso periodo vicino a Brescia, nell’allora comune di S. Eufemia – pare tuttavia creare uno stacco netto in quello che si lascia supporre come un contesto rurale. Il fumo nero che si alza dalla ciminiera si disperde subito in un cielo tanto vasto da accoglierlo senza esserne velato e le masse compatte degli edifici sono posate al limitare di una vasta distesa verde, punteggiata di aiuole fiorite. Nel quadro commissionato dall’imprenditore a Luigi Ashton, un rappresentante all’epoca quotato della pittura lombarda di paesaggio, il nuovo modo di produrre, solo immaginabile nei banchi di filatura all’opera dietro le file regolari di finestre, non rompe la tranquillità del parco signorile e la moderna fabbrica si direbbe entrare, senza sovvertirli, fra i soggetti e gli stilemi del vedutismo ottocentesco.

4. Il forno fusorio di Tavernole sul Mella nell’incisione pubblicata su “L’Illustrazione italiana” nel 1885

4. Il forno fusorio di Tavernole sul Mella nell’incisione pubblicata su “L’Illustrazione italiana” nel 1885

La stessa impressione può suscitare l’immagine del forno da ferro di Tavernole sul Mella nell’incisione pubblicata su “L’illustrazione italiana” nel 1885 (fig. 4), dove si sottolineano i tratti vernacolari dell’architettura del complesso, all’epoca sede di un’attività che Francesco Glisenti aveva aggiornato tecnologicamente ottenendone una produzione considerata d’avanguardia. Un’analoga volontà di minimizzare il carattere decisamente innovativo della fabbrica sembra trasparire anche nella rappresentazione che della maggiore filanda da seta di Carpenedolo offre Edoardo Togni negli anni Venti del secolo scorso (fig. 5): la ciminiera, anche se svettante sopra gli alberi, non domina la scena; l’edificio, che rivela anche in questo caso la sua destinazione nella serie di finestre che lo percorre, si integra nel paesaggio rurale che lo attornia; le operaie che, terminato il loro turno di lavoro, sono appena uscite dalla filanda potrebbero apparire contadine al ritorno dai campi.

5. L’uscita delle operaie dalla filanda Dell’Oro a Carpenedolo in un quadro di Edoardo Togni degli anni Venti del secolo scorso

5. L’uscita delle operaie dalla filanda Dell’Oro a Carpenedolo in un quadro di Edoardo Togni degli anni Venti del secolo scorso

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Al confronto, orientarsi fra sunniti e sciiti, e nelle nuove strane alleanze nei paesi arabi è facile. Noi, lettori di giornali e spettatori di tg, capiamo poco o niente, invece, di quel che succede in Africa, e quando succede di incontrare qualcuno che c’è stato e ne parla dunque per esperienza diretta, l’impressione di un’insormontabile difficoltà a metter ordine in quel che ci viene raccontato prevale. Soprattutto quando chi riferisce quel che ha visto non è né un turista né un volontario che per uno o due mesi si è aggregato a un’iniziativa umanitaria o a una missione. Quando si tratta di una persona che là ci sta stabilmente, da anni, è l’immagine di un mondo complicato all’inverosimile, il senso di una diversità incolmabile rispetto a quel che conosciamo, che ci si riversano addosso, e ci fanno d’improvviso sentire il nostro tremendo ritardo o, per meglio dire, l’estraneità, l’astrattezza, l’approssimazione di quel che credevamo di sapere dell’Africa.

E’ quanto mi è capitato parlando con *** (“non scrivere il mio nome, non mi interessa: faccio il mio mestiere come uno lavora in banca o insegna a scuola…”). Bresciana, sociologa (laurea a Trento poco più d’una ventina d’anni fa), e ora funzionaria Onu. Tredici anni di lavoro. In Kosovo, Costa d’Avorio, Iraq, Sud Sudan, e oggi nel Nord Kivu, una provincia – ricchissima di minerali – della Repubblica Democratica del Congo che confina con Uganda e Ruanda.
Funzionaria è però termine generico. Lei è una delle migliaia di peacekeepers. Peacekeepers: donne e uomini il cui intervento è finalizzato a “mantenere la pace”. Questo significa peacekeeping, secondo la definizione data dall’Onu stessa: “un modo per aiutare paesi tormentati da conflitti a creare condizioni di pace sostenibile”. Da non confondersi dunque, i peacekeepers , con gli esportatori di democrazia. Non fanno notizia il “disarmo e reinserimento di ex combattenti” ossia, in concreto, il cercare di convincere i guerriglieri dei vari eserciti irregolari a disertare. A tornare a casa, perché la maggior parte di loro vengono da altri paesi. Fra quelli dell’M23, uno dei tanti gruppi combattenti – è anche con quelli che l’unità cui appartiene la mia interlocutrice ha a che fare – ci sono ruandesi e ugandesi, ad esempio. Un lavoro di moral suasion si potrebbe allora definire il suo? No, non lo definirebbe così ***, perché non sono discorsi generali, di principio, che si rivolgono a queste persone. Li si invita piuttosto a badare a quel che conta, a riprendersi la loro vita, atornare a casa appunto, promettendogli l’aiuto necessario, portandogli le prove che altri hanno scelto di farlo e ci sono riusciti e adesso stanno bene, si fa per dire.

La ascolto mentre mi spiega che hanno quindici siti dislocati nel Nord Kivu, accanto alle basi militari ONU – è qui che i guerriglieri che vogliono disertare possono farlo in sicurezza – e usano cinque radio mobili, dalle quali trasmettono messaggi ai guerriglieri, nelle varie lingue locali. Poi mi mostra il video, realizzato artigianalmente, di un altro tipo di azione: il lancio di volantini dall’elicottero. Sorvolano zone montuose e verdissime, in cui la vegetazione è interrotta qua e là da villaggi che la distanza – per quanto l’elicottero voli a bassa quota – fa somigliare a villaggi vacanza (saranno i bungalow. o quelli che tali i sembrano, o il paesaggio invitante in cui sono immersi, ma l’impressione è quella). I volantini sciamano verso terra e si vedono ragazzi che corrono a raccoglierli, come si faceva, bambini della colonia marina, quando sopra la spiaggia passava l’aereo della pubblicità del dentifricio. I guerriglieri no, non si vedono: sono dentro quel verde che attornia i villaggi, ma ce ne sono anche mescolati ai civili. Non si lasciano vedere comunque, e però quei volantini li leggeranno: migliaia di loro hanno già disertato.

Ma come si è arrivati a una situazione del genere? Inevitabile chiederlo, ma ecco che di nuovo la confusione, che mi pareva di aver un po’ superato in quel racconto di messaggi radio lanciati nel fitto della foresta e in quelle immagini colorate di luoghi e persone, torna a dominare. Vicende di alleanze e tradimenti, di generali e dittatori che si fan fuori l’un l’altro, di eserciti che spuntano dal nulla, di scontri ed eccidi di cui non si riesce a fissare la successione mentre ancora te ne parlano.

Credevi di sapere qualcosa dei posti dove *** e i suoi compagni lavorano perché ti erano rimaste impresse le immagini di Hotel Ruanda, il film sul genocidio perpetrato dalla maggioranza Hutu sulla minoranza dei Tutsi (un milione di morti, nel ’94). E ti accorgi che quella tragedia non è finita. Perché fra i guerriglieri dell’M23, che combattono contro l’esercito regolare della repubblica congolese ci sono molti Tutsi: figli e nipoti dei trucidati di vent’anni fa, e a quanto pare è il Ruanda soprattutto ad armarli. Ma c’è anche la milizia Hutu delle FDLR. Sono una ventina i gruppi armati attivi nel Nord Kivu. E allora lo sforzo è quello di convincerli a smettere, sforzo contestuale all’intervento militare nel Congo orientale deciso dall’Onu nel marzo dell’anno scorso e finalizzato non solo a proteggere i civili, e gli stessi peacekeepers, ma anche a neutralizzare i gruppi armati.
Credevi che bastasse qualche foto di bambini soldato per avere un’idea della violenza che si vive là, e invece ti rendi conto, adesso, che cosa significa che molti di quelli che cercano di attraversare il Mediterraneo fuggono dalle guerre e che il viaggio sul barcone, che approdi a Lampedusa o invece finisca prima, è stato preceduto da un altro viaggio, altrettanto inimmaginabile, per fatica, costi, rischi: il viaggio per arrivare al nostro mare partendo dall’interno del continente.

Dopo l’incontro con *** leggo con altri occhi gli articoli che parlano dell’Africa, e li leggo fino in fondo. Tanto più che, nel frattempo, le notizie sono purtroppo aumentate, per via di Ebola: “all’abisso già esistente fra l’Africa e il resto del mondo che ci ha reso insensibili davanti alle stragi del Mediterraneo – ha scritto Adriano prosperi su “La Repubblica” del 9 ottobre – oggi si aggiunge la minaccia di abissi anche più profondi all’interno delle nostre società e dei nostri rapporti umani abituali. Excalibur – il cane dell’infermiera spagnola Teresa Romero contagiata da Ebola, abbattuto l’8 ottobre – può essere la prima vittima di un esperimento assai più vasto.”

Un esperimento il cui presupposto è forse già un dato di fatto: “C’è una chiara tendenza a depennare come casi da cestinare parti del mondo, quali l’Africa occidentale e quella centrale”. Lo afferma Stanley Cohen, studioso degli Stati di negazione (come si intitola il suo libro, in Italia pubblicato da Carocci nel 2002, sottotitolo: La rimozione del dolore nella società contemporanea). La mancanza di informazione non spiega tutto, anzi: “alle persone, alle organizzazioni o ad intere società sono fornite informazioni troppo inquietanti, minacciose o anomale perché siano interamente assorbite o apertamente riconosciute. Pertanto tale informazione è rimossa, negata, messa da parte, re-interpretata. Oppure essa viene sufficientemente ‘registrata’, ma le sue implicazioni – cognitive, emotive o morali – sono evitate, neutralizzate, razionalizzate”. E così che alle notizie su diverse realtà – come l’aumento evidente della povertà anche nelle società occidentali, o il riscaldamento del pianeta con le sue conseguenze più manifeste, o il disastro dell’Africa appunto – “la gente reagisce come se non sapesse quello che sa.”
E “sapere e non agire è non sapere”, ricorda Cohen riportando un antico detto cinese.

Una foto aerea delle Casére

Una foto aerea delle Casére

L’abbandono dell’idea di una sede unica per gli uffici comunali e del progetto dell’edificio spettacolare progettato da Libeskind negli spazi degli ex Magazzini Generali, fra via Dalmazia e via Don Bosco, sembrava avesse aperto spazio per nuove idee, un anno fa, o alla ripresa di ipotesi che erano già state avanzate pochi anni prima. Come quella di un auditorium: già attorno al 2006 si era pensato (ed era lo stesso LIbeskind l’architetto coinvolto) che ad ospitarlo potessero essere le casére, i grandi capannoni in cotto che dagli anni ’30 avevano ospitato decine di migliaia di forme di formaggio. Non era un’idea strampalata: a Parma, in uno stabilimento dismesso dall’Eridania, Renzo Piano ha realizzato appunto un auditorium, ricordavano Giovanni Comboni e Elena Franchi nel settembre 2013 su questo stesso giornale.
Solo un mese dopo, però, dell’idea non restava traccia. Dall’incontro fra l’Amministrazione comunale e la società proprietaria dell’area usciva una nuova definizione della destinazione del luogo: un nuovo centro commerciale, residenze (in buona parte edilizia convenzionata) e uffici.
E le casére? Tra i nuovi orientamenti urbanistici del Comune c’è quello di “dare spazio alle ragioni del lavoro” così come di riqualificare le aree industriali dismesse. Legittimo pensare, allora, che i vecchi depositi dei formaggi possano prestare i loro spazi al centro commerciale, o ad una sua parte, affiancandosi a strutture di nuova costruzione. Gli esempi non mancano: la ex fabbrica Pasotti di via d’Azeglio, per non andar lontano, è sede di un supermercato. E d’altra parte sono anni che si dichiara l’opportunità che giovani artigiani, certo non con la lima ma magari con il mouse in mano, possano trovare spazio per le loro attività in edifici un tempo sede di attività industriali.
Niente di tutto ciò: le casére saranno abbattute, come lo è stato l’adiacente edificio dei silos per i cerali, anche se a differenza di quello presentano spazi versatili e facilmente adeguabili a nuove funzioni.

L'interno di una delle casere (foto Mauro Pini)

L’interno di una delle casére (foto Mauro Pini)

Non si tratta di alzare lamenti perché un’altra testimonianza del volto storico della città, di quel suo volto meno appariscente che era quello delle periferie e del lavoro, viene cancellata, ma di prendere atto che non pare aver cittadinanza l’idea che la città debba trasformarsi lasciando intravvedere una continuità nella propria fisionomia, contrastando oltretutto – in questo modo, anche: non solo appellandosi alla vena creativa dei progettisti – la tendenza all’omologazione delle architetture che via via vi compaiono.
L’aveva vista giusta Calvino: “talvolta città diverse si succedono sopra lo stesso suolo e sotto lo stesso nome, nascono e muoiono senza essersi conosciute, incomunicabili tra loro.” Ed è inutile stare a ragionare se il nuovo sia meglio o peggio del vecchio, “dato che non esiste tra loro alcun rapporto.”

 

Dal Corriere della Sera-Brescia del 18 ottobre 2014.
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E il libro si fece carne

17/10/2014 | Scritto da Carlo Simoni | (0 Commenti)

Dal Corriere della Sera-Brescia del 17 aprile 2014.
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Il testo della lezione magistrale tenuta da Secchi lo scorso marzo all’univesità di Cagliari

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Secchi e il suo gruppo di lavoro in visita all’ex Atb

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Bernardo Secchi

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Dal Corriere della Sera-Brescia del 17 settembre 2014.
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