Non mi manca il prima ma l’adesso

▸ dai giorni del coronavirus

“E sopraggiungono giornate piene, mature, perfette, in cui ci sembra che non ci sia più niente da cambiare; e forse non c’è; ma appena da crescere, in maturità ancora più dense. E cessa l’ansia del fare perché tutto sentiamo è già fatto; e il di più è soltanto un di più che ci può essere o non essere; e non cambia poi molto.”
(Adriana Zarri)

1.

Mi manca il brusio
che anticipa l’avvio del discorso
nella cornice degli incontri
dove la parola è un rilancio
lo scambio
un’alchimia di pensieri.

Mi manca la stretta di mano
una pacca sulla spalla
lo sguardo che indugia nel sorriso
il contatto lieve
di un corpo
confuso nell’abbraccio.

Mi manca vagheggiare mete
la partenza, l’arrivederci
la fatica del viaggio
quel ritrovarmi straniera
in luoghi
dove non sono mai stata.

Non mi manca il prima
ma l’adesso
l’apertura ai desideri
fragili creature appena nate
ignare dello smarrimento
in anticipo sulla minaccia
del contagio.

22 ottobre 2020

2.

Come rumori di cavalli in fuga
si perdono i pensieri nell’altrove
Tacciono le voci
il silenzio riempie i giorni
un incantesimo malvagio
scoraggia i passi là fuori
spalle girate agli incontri
silenziosa e ostinata
ascolti la vita che passa.

25 ottobre 2020

3.

Lasciarsi scivolare
nel riverbero rosso giallo
di questo sole autunnale
sulla terra incolta
dimentica del profumo
dell’erba e del fieno.

Sciogliere nel silenzio
il proprio turbamento
assopiti gli istinti
slanci trattenuti
un passo dopo l’altro
il ritmo è del cuore.

Ogni battito
della vita porta il segreto
vigilia di festa, presagio di morte
gioia e dolore stanno insieme
nell’instancabili alternarsi
delle ore di buio e luce.

30 Ottobre 2020

4.

Non alzare gli scudi all’amore
accogli i suoi dardi
libera parole e gesti
ingorghi di un cuore
troppo a lungo trattenuto

Il tempo è avaro
insensibile a timori e riserbi
procede a passi veloci
cadono in fretta le foglie
stretto è il giro delle stagioni

Pensieri di morte si attardano
come ombre rimaste indietro
dopo le prime luci dell’alba
potrei non esserci al tuo ritorno
sul sentiero che attende
vicinanza e nuovi inizi.


Corridoi di luce si aprono
su un altro mondo
increspature chiare
sull’acqua stagnante
panorami imprendibili
la mente inquieta si placa
in primo piano
il sorriso del bimbo
a lungo risuona l’eco delle sue prime parole.


Il canto del cuculo 
anticipa l’alba
migrante in ritardo 
fra rami spogli
bagliori di terre lontane 
spalancano il cuore
ignaro delle geografie
il respiro accoglie 
il giorno che viene.

16 Novembre 2020

5.

Vestito di nuvole
nasce il giorno
sulla Terra offesa
Tintinnano i vetri
sotto la pioggia battente
mani invisibili sui tasti
la melodia di altri mondi
non ha frontiere
Cadono i discorsi
fra una nota e l’altra
insorge la calma
il fiume della vita
segue il suo corso
respiro dopo respiro

8 dicembre 2020

Non parlarono più d’amore

▸ dai giorni del coronavirus

Non parlarono più d’amore
per lungo tempo. Muti
divennero gli abbracci
nel letto stanco.
Lontane
si guardavano le bocche
rade peonie
conversando al lungo divano.
Ancora a lungo
con imbarazzo s’aprivano
a tavola le labbra
impudico era il gesto
del prendere cibo
e si masticava piano.
Nessuno chiedeva più
che gli si passasse il vino.
Le mani erano ritratte.
Si guardò con sospetto il pane.
Ancora a lungo
si temette
il pensiero d’amore.

(aprile 2020)

Piante

▸ dai giorni del coronavirus

Sullo stuoino di rafia
è spuntata una piantina di primule.
Evento straordinario ma non raro.
La vita delle piante risponde ad un richiamo
che trascende agio di terra e vocazione di luogo.
Così i lecci di Lucca sulla torre dei Guinigi
la canigea insediata in un muro d’orto
l’anonima piantina, testarda tra intercapedine e soglia.
È l’obbedienza del seme
che se muore, rinasce;
del bulbo che sotto terra si moltiplica
della talea che un taglio rigenera.
L’uccello trasporta, una mano ricopre di terra,
l’eccedenza diventa fondante.
Due pantofole salgono venti gradini
e la mia porta fiorisce.

15 Marzo 2020

Il tempo della paura e della speranza

▸ dai giorni del coronavirus

a Giancarlo, con cui divido il tempo della paura e della speranza

Sia placido questo nostro esserci
qui, ora e poi chissà dove
nel cerchio che racchiude
l’esistente e l’inesistente insieme,
l’uno ombra dell’altra,
l’uno e l’altra attratti
da vincoli misteriosi
e indissolubili.
Sia placido il nostro esserci,
come filo sottile
che armonizza i nostri ritmi
e le nostre presenze sommesse:
siamo compagni d’amore.
Cerchiamo l’accordo del sentire,
la perfezione degli incontri,
il silenzio degli occhi bagnati
che si scrutano appagati
dalla presenza amica,
dalle sembianze che ci seguono
da sempre,
pazienti del loro mutare.

*Questa poesia è nata dalla suggestione della poesia Sii dolce con me. Sii gentile di Mariangela Gualtieri, in Bestia di gioia.

Il tempo, sfuggito alle ingannevoli trame

▸ dai giorni del coronavirus

Il tempo,
sfuggito alle ingannevoli trame
del progressivo divenire,
si è composto come un puzzle
niente contorni, zero forme
aboliti i frammenti
qui ora, la tua vita intera.

Il tempo, tutto il tempo
in un palpito del cuore

Risuonano mancanze
sottili corde vibrano alle voci
che vanno e vengono
alcune si allontanano,
senza l’eco di un addio,
nitide, squillanti
altre appena sussurrate.

Le mani muovono l’aria
indisponibile alla presa
il corpo avanza passi inconsueti
profondità segrete si aprono
nella realtà dei giorni.

Il dono è un vuoto
un cambio di prospettiva
che sovverte gli elementi.

Si fonde il prima nell’adesso
il dopo è uno sguardo spalancato
la fusione è un vortice
cadono le certezze
nuove domande si sollevano
fra il cielo e la terra.

28 Marzo 2020

filastrocca per una quarantena piena

▸ dai giorni del coronavirus

nella nostra reclusione dorata
ci riscopriamo animali sociali
il vicino canta e ci uniamo al coro
oggi siamo fratelli, in questa dimensione
abbiamo deposto i coltelli

tutto questo tempo
quante volte l’abbiamo sognato
tempo per la noia, il gioco,
per l’amore e per
ascoltare il dolore

quante cose da fare in casa
non c’era mai tempo è questo il dono
del virus contagioso

partiamo dalla cucina
svuotiamo il frigo
alla ricerca del vasetto antico
dimenticato e ammuffito

il congelatore scongelato
porta alla luce cadaveri antichi
mai cucinati e riserve
per guerre ora arrivate

l’armadietto della cucina
custode fedele di grattugie, apriscatole,
svuota ananas, spremi aglio, magiche spugnette,
padelle all’ultima moda e pacchi di sale indurito
di essere svuotato sarà felice

per l’armadio abbiamo giorni interi
misuriamo proviamo e abbiniamo
e poi scartiamo si sa
la taglia 40 non tornerà

avviciniamoci alla libreria
e guarda qua il libro che mi avevan prestato
e questo l’ho preso e dimenticato
questo l’ho letto anni fa
e dalle pagine di poesia forse
un foglia secca uscirà

se siete in coppia
è il momento per parlare
l’altro non può scappare
se siete sole ci sono migliaia
di foto con cui ragionare
di passato e futuro ormai arrivato
alcune sono da stracciare

“Ha da passa’ ‘a nuttata “
ma lascerà
la casa linda e ordinata e, forse,
un po’ più d’amore per l’umanità

15 marzo 2020

Stranieri a noi stessi: nuove poesie di Aurora Sorsoli

Parte ogni vita da una madre

Parte ogni vita da una madre
che prepara ordinati
i fili dell’ordito
premessa e speranza
per trame
fitte in disegni colorati.
Ma, accadono,
più in certe vite e meno in altre,
dolori che corrodono
terre che bruciano
confini da attraversare
guerre da subire.
Pianti disperati e inascoltati
lacerano il filato
strappano trama e ordito che,
bagnati, bucati e bruciati,
lasciano vite come
sudari stracciati.
Ne parlano ogni giorno
i telegiornali.

(Settembre 2017)


Migranti profughi stranieri

Migranti
profughi
stranieri
richiedenti asilo
poveri
clandestini
sì, siamo invasi
ma di parole
che ci confondono
usurate
banalizzate
strumentalizzate
svuotate
disumanizzate
appiccicate a visi e corpi senza nome
senza cognome
senza un album di fotografie da mostrare
una casa a cui tornare
numeri e percentuali per le economie occidentali

Umanità in fuga,
senza identità
per voi nemmeno
la dignità!

(2018)


Affama un popolo

Affama un popolo,
che non ha più memoria,
di paure e rancori
poi
dagli in pasto un nemico
finché sarà sazio d’odio
non morirà
tardi
verrà la vergogna.

(7 maggio 2019)


Si fa presto a dir… straniero 

Si fa presto a dir… straniero
l’esser stranieri non è solo uno status giuridico
quand’è che un uomo o una donna
smettono di essere tali e
diventano ai nostri occhi gli stranieri?
È colui che guarda che decide e
può cambiare la realtà che vede
e l’essere stranieri diventa
per chi guarda e per chi è guardato
uno stato d’animo
perché è l’altro che ci incontra
che ci accoglie o ci incolpa.
Chi stabilisce chi è lo straniero
se ognuno lo è per l’altro
se a volte siamo stranieri a noi stessi?

(10 novembre 2019)


Vademecum per riconoscere lo straniero
e graduatoria di pericolosità:

-primo per pericolosità, cosi mi dicono,
è lo strano con la pelle nera
al pari di colui che è sporco, povero e spaventato
questa è gente non degna del creato;
-il secondo, insidioso,
è lo straniero che prega un dio
diverso, il suo,
fai attenzione Dio è uno, il Tuo;
-al terzo le donne sole,
magari incinte per violenza subita,
donne di qualsiasi colore
loro e i figli non andran più via;
-non dimentichiamo gli arabi
definizione generica
ma per noi, gente concreta,
arabi son tutti quelli che parlano del profeta;
-categoria speciale a russi e cinesi
miracolati dall’economia reale
e giapponesi
ricchi abbastanza da non sembrare strani

Noi, gli occidentali
non ci sentiamo mai stranieri,
perché anche lì, in paesi lontani
noi siamo turisti o affaristi
anche lì gli indigeni sono… stranieri
restan loro i forestieri!

(10 novembre 2019)

Attimi apparentemente trascurabili

Respiro forte di principio d’estate,
la cinquantaseiesima
per quanto mi riguarda.
Non mi va di invecchiare.
Così cedo all’inganno degli odori indiscreti
dell’incauta stagione come fosse la prima
come primo il sudore
coi piedi nella sabbia che ricercano il fresco.


Serotonina
adrenalina
enzimi e ormoni
elfi volubili
dell’equilibrio psichico
e trascrizione chimica
di ciò che altrove nomino
le mie emozioni
umilmente assecondo
le vostre capriole
e mi dispongo al riso
ovvero al pianto
come al cielo di marzo
prescrive la natura.
Signori dell’umore
fatemi questa grazia
risparmiatemi almeno
l’emicrania.


Ho sognato la donna balena.
Era l’amante di mio marito.
Era saggia bianca imponente.
Si cibava di patate per cena,
sedici chili al colpo.
Si tuffava in piscina guizzando,
mostrando nudità senza vergogna.
Mi insegnava a respirare da un buco
nel mezzo della schiena.


Emily cuordipaura
dipana in lentezza i suoi giorni
che conducono al tempio,
con il corpo gravato
con il passo malfermo e l’affanno.
Accudisce begonie
mentre culla memorie distorte
e nostalgie salate di rimpianto.
La musica le è amica,
la preghiera una flebile supplica
dall’incerto risvolto.
Per quel che vale, ti terrò le mani
se servirà a scacciare la paura
che il signore del tempio sia malvagio
o maldisposto
o peggio indifferente,
che la strada sia lunga e accidentata
e senza lume.
Altra consolazione non so darti
se mi interroghi piena di sconcerto
sul mistero di un tempo che finisce.
Non sono che un frammento di te
scaraventato al mondo.


Divertito lo spirito rimbalza
alla bella scoperta.
Non mi spaventa più l’inafferrabile
e il suo nonsenso –
seduta lo contemplo.
Attendo tenue il fremito
del suo manifestarsi
in forme mai uguali
che mi lascia ogni volta indovinare.


Tutta la calma
tutta la calma che vuoi
e tutta la lentezza.
Ma combatti, ti prego, la pigrizia
che ti fa smettere di camminare.
Non grandi imprese
ma piccoli diamanti quotidiani
puoi coltivare.
Apri dunque la zip del sacco a pelo
fa meno freddo fuori, senti?
Sotto le nostre polveri sottili
è tutto uno scorrere di linfa.
Quali ferite può darti questo vento
che tu non abbia già imparato a medicare?
Perciò considera, ti prego
di resistere al demone del comfort
e della protezione
e a tutto quello zucchero.
Continua a camminare con l’orecchio attento
adesso che ti sei accorta
di quanto forte stringi i denti mentre dormi.
Ti devo chiedere:
perché e così indicibilmente doloroso
restare indietro?
Ecco, ti ho fatto piangere.
Perdonami.
Dammi la mano, camminiamo insieme.

Pensieri arrivati guardando il mondo

Guardando i tarocchi
(La falce)

Si dovrebbero raccogliere
i fiori più belli
interrare i semi
salvare i nidi e
avvisare le talpe,
che possano chiudere le tane,
prima che la rabbia ci
faccia imbracciare
la falce.

13 giugno 2011


Nubia

Infinita distesa di sabbia ocra,
Nubia,
deserto dalla pelle nera.
Muri di cinta, grigi,
a riparare dalla sabbia
hanno porte colorate
a celare regni
di donne velate

(2014)


Solo non sarai nessuno

Come balena spiaggiata
poter tornare
al mio mare.
Sognare, come il guerriero stanco
lo sguardo del cane Argo
che ti riconosca esistenza.
“Solo non sarai nessuno”*

(marzo 2016)
*Willliam Shakespeare


La paura

È stato a casa tua, in Africa,
regale nei tuoi indumenti colorati,
portavi un otre sul capo e
tuo figlio per mano.
Una bella foto, tu mi sorridevi.
Io buona, come lo sono i turisti,
democratici, ho condiviso con te il cibo.
Non ti ho riconosciuta oggi,
senza dignità,
avvolta in un telo dorato
lì fra centinaia di persone.
Occhi bassi, senza più tuo figlio
– è morto in mare con la maglietta rossa –
no, oggi non verrebbe una bella foto.
Cos’avevi capito?
non ti avevo invitata,
tu non sei una turista e qui
è più grande la distanza fra noi.
Su questa barca sei poco regale
e, come stella cadente,
senza splendore lentamente tu muori.

(2019)


a 25 anni dal genocidio Nel Ruanda, a 80 anni dalla notte dei cristalli,
a pochi giorni dalle minacce gridate a gran voce nei confronti
di una madre e di una bambina rom a Roma

Affama un popolo,
che non ha più memoria,
di paure e rancori
poi
dagli in pasto un nemico,
finché sarà sazio d’odio
non morirà
tardi
verrà la vergogna.

7 maggio 2019

Quaderno del mio compleanno

E’ questo il mio
buon giorno per morire
perché il cuore è pieno
e il corpo di tanta pienezza sorpreso
che anche il dolore oggi è sereno.

Mentre ballo, sorrido e piango
son qui e sono in un tempo sospeso
vi vedo e mi rivedo
amiche amici amori e amanti
con voi gioie, rimorsi, risate paure e pianti.

Non sarò questa volta ingrata
alla vita per quel che mi ha dato
ho amato e sono stata amata
e questo è più di quanto
mi sono meritata.

Mi è successo di essere ferita ed umiliata
a volte ho perdonato a volte me ne sono andata
Io spesso ho deluso chi mi ha amato
ho offeso e sbagliato e oggi chiedo perdono,
il mio cuore non ha mai odiato.

Sono una donna fortunata
per avervi incontrato!!

25 maggio 2015


Non riescono, le parole degli uomini,
a dire la bellezza della donna.
ne cantano i corpi e la giovinezza
– coprono i corpi ad oriente.
li scoprono ad occidente –
incapaci di leggere la luce che resta,
nel tempo, in fondo agli occhi di una donna.
Uomini per sempre portatori d’acqua
che può diventare fiume e mare e vita
solo nel corpo di una donna.
Uomini per sempre debitori,
per sempre costretti a transitare
da un corpo femminile.

2010


Un mattino, su una spiaggia deserta,
le ho viste, sei simpatiche streghe
in tre piccole tende.
Donne
che hanno nutrito il dolore con l’amore,
non ancora arrese.

Sì anche gli zaini
portano il segno del tempo
ma, dentro, ci trovi
sabbie e sassi e fiori e semi;
li spargeranno in volo
per contaminare il mondo.

Streghe
sempre in viaggio
ancora capaci di dare vita a nuovi giardini

8 marzo 2010 in Oman
(per le mie compagne di viaggi indimenticabili)


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