Farfalle

29/08/2017 | Scritto da Mauro Abati | (0 Commenti)

Farfalle in acqua
nuotatrici
giù proprio sotto
gli scogli dirupati
e non c’è cammino
che raggiunga quei seni
puri, protetti
dall’approdo di navi.
Nel vento giunge
a volte il vociare
chiamarsi e ridere
e ridere di niente
di giochi e d’invenzioni.

E poi
le vedi
dallo scoglio qua in alto
le gambe sfalciare
come ventagli le ali
nella bracciata
e poi ecco
le vedi lanciarsi
nel vuoto più fondo
come frecce nel verde
e nel blu
e perdersi poi
nel cupo cielo
marino.

Ed io sospeso
al gioco iridato
dei fili di luce
tra gli occhi socchiusi
anch’io volteggio
nel mio riposo
con ali carnose
piccole palpebre.

Su sentieri aperti
da vortici e presto
richiusi da densa
atmosfera d’acqua
giocano a seguirsi
e l’acqua raccoglie
come culla o abbraccio
tra le
marine
montagne.

Tra le
marine
montagne
dicono la loro
città sia eretta
mobile
tra flutti
alghe e coralli.
Nel bluverde un poco
il mio sguardo le segue
nuotatrici
desiderando nei giochi
conoscere quei viali
nella calda corrente.

Ed ecco
allora
per questo contorno
gli scogli
aggrappandomi
allungando i miei passi
masso su masso
e poi nell’acqua
calato a mia volta
che i viali mi portino
più vicino al vigore
delle giovani gambe
alle spinte sinuose
ai liquidi soffi.

Ma pian piano scendendo
vedo aggiungersi
veli a veli
e mi trovo scortato
soltanto
dalla mia solitudine.

Sotto il melo invernale

29/08/2017 | Scritto da Mauro Abati | (0 Commenti)

*
si fa più rado
il cielo un momento
l’albero scuote
un ramo dorato

*
guardassi all’orto
ultima mela più alta
mi troveresti
a rimirarti

*
si versano rovi
dall’orto incolto
sfondata la rete
e caduto il muro
nel campo accanto
fugge il melo
una luce di ferro

*
scalfito nell’aria
dura dell’orto
il sommesso spettro
gravato di neve
all’albero scendono
gradini senza segni

*
minute tracce
di spigolature
tra la neve cercando
resti di mele non colte
neri uccelli

*
non divora il melo
il fuoco
tra notte e giorno
in poltrona guardo
sovrapposto riflesso

*
tessono
argenti ed ori
la fermentazione
io vedo silenzi
bruni e assenze

*
molti sguardi
di bambini…
in un sol pezzo
ne caverà quel mare
la polena per la prua

*
il cielo si libera
dalla bassa placenta
di nubi correnti
e sottovoce le cose
lucono di propri
intimi bagliori
silenti cani
incantati lontano
incatenati al chiaro
mattino e ride
sotto il melo invernale
il gatto degl’intrighi

(1990)

Atleta

29/08/2017 | Scritto da Mauro Abati | (0 Commenti)

*
appena appena
sole che sorge
i lombi caldi
dell’atleta
tepidiscon l’erba

*
becchetta il merlo
i primi frutti
appena pronti
indugia nell’ultimo
sonno l’atleta
ma poi raggiunto
dal sole tra i rami
stende magnifico
lo sguardo attorno

*
tra le cosce fa il nido
una dura vertigine
più acuta si fa
a sentirla con mano
bagnata nell’erba

*
il basso
basso suono
della linfa nel tronco
un suono che pensa
minuziosamente a sé stesso
fino all’oblio
fin lì giunge
dell’atleta lo spasmo
trepidante il contatto
con l’erba e la terra

*
esser là
all’apertura del lago
foglia madreperla
inoltrarsi
come albero in cielo
non uomo
esser pesce o piroga
in quella pupilla

*
lanciata per caso
la prima pietra
poi per sapere
fin dove fin dove
poteva lanciare

*
a precipizio
e poi risalire
arrampicare
il cervo seguendo
nello slancio imitarlo
il suo desiderio

*
conservare dell’uomo
il piacere al computo
dei gangli che forzano
assumer da donna
il gusto dinnanzi
alla forza indomata

*
incandescente dilaga
respiro del sole
d’azzurre montagne
fulgida
punta nascente
ricorda l’atleta
le frecce in antiche
figure
e lo scudo solare
pavesato il giorno
per la prova
il torneo

*
segue il sole
l’erba nuova
finchè segna
l’ora e la prova
e dunque
già asta e prioettile
già pesce e cervo
femmina e maschio
l’atleta ritrova
in ispecchio
d’acqua il volto
che tutto racchiude

*
traccia il perimetro l’atleta
dell’appartata radura
muta concentrica erba
dispone l’arco l’atleta
e recisa la radice alla pietra
solleva la meteora e la scaglia
ultimo atto si lancia l’atleta
nel vuoto di lame
dell’abbagliante dirupo

Elleboro

29/05/2017 | Scritto da Mauro Abati | (0 Commenti)

giro un poco per casa
l’albero della notte è in fiore
tra salite di calce
piazze di silenzio le stanze

e vado a letto
senza svestirmi

sa il cervo che nessuno
uscirà nella notte
di noi che da poco
abbiamo finito la cena

nella notte libero
il cervo fuori casa

*

tre lune
ben tre lune
con sonagli e corde
di foglie e brezza
piccolissime luci nel bosco
lente radici
minuti movimenti
occhi come punte d’ago

frulli nervosi
d’ali insospettite
e poi l’unghia del cervo
odora al silenzio
del muschio il cammino

i cuori sui rami
e lente radici

*

lentamente si mosse
rupe tra le foglie
al bianco dei fari
gettati un istante
dalla curva nel folto
non lo riconoscesti
a prima vista il cervo
in cima alla salita
per quelle poche case
ma solo dal balzo
dal frastuono delle corna
tra i rami gemmati

*

mia la lepre
che le strade traversa la notte
tuo il cervo
alla radura frusciante
sento maturare alla gola
il sangue che pulsa

mio il teso
volo d’uccello
tuo il cervo
dal fiato lucente
sento maturare nel ventre
la linfa del ramo

*

lentamente si mosse
schiva rupe
solidi fianchi
sciogliendo i glutei
oleosi
non lo riconoscesti
a prima vista il cervo
in fiamme e vento
il proprio cuore appiccando
all’intero bosco

*

gocciola nel secchio
che qualcuno ha lasciato in cortile
la vena d’acqua dal ramo fiorito
se tu guardi, ecco
la trasperenza di magica sfera
in attesa di porgere
le proprie visioni

e così se ti sporgi
pure vedrai
guardarti
da quell’oblò un te stesso
a tratti frantumato
dall’urto dell’acqua

(rimescolano le mani le carte
e poi rapide al solitario
rifanno il disegno)

nell’ultimo passaggio
del cervo nell’alba
si fermò non visto
a guardar nella pozza
e non si riconobbe
nello scherzo di rami
e di corna

poi riprese
la trama di pioggia

*

inaspettatamente cadde
dal ramo quel piccolo cuore di rupe
cervo
con le belle corna nella terra

*

con latrati l’aurora diffonde
un fuori che svapora
cupo ancora l’albero
della notte ha radici più fonde
nell’alveare di vie

non ovunque attacca l’alba
il lattice vischioso

*

guardo l’albero nel sole
luce ed ombra sono spuma
onda, un vago bene
filtra un respiro tra i rami
corna dagli ampi palchi

cervo, tale fu
la mia passione al tuo racconto
d’intravista presenza

e ci disse l’amica correte
verso il sole altre mani
vi spuntan dalle dita

Metamorfosi inattese

21/06/2016 | Scritto da Delfina Lusiardi | (0 Commenti)

99.copertine-lusiardi.metamorfosi

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6 aprile 2009 L’Aquila

10/06/2016 | Scritto da Aurora Sorsoli | (0 Commenti)

93.copertine-sorsoli.aquila

Continua a fare il suo lavoro
lo specchio al terzo piano,
di fronte a lui  l’armadio
che ha perso l’anta
si specchia a bocca aperta,
dentro non è rimasto nulla.
Esposti al cielo, muti e sporchi
si guardano,
restano in attesa che Lei torni.
Quel giorno era al suo
primo appuntamento ,
non trovava nulla di bello da mettersi,
si vedeva cosi brutta!
Loro non riuscirono proprio
a convincerla
di quanto fosse bella.

Non è più tornata.

aprile 2011

3 poesie

10/06/2016 | Scritto da Aurora Sorsoli | (0 Commenti)

92.copertine-sorsoli.3poesie

Io sono sterile
in saggezza,
più mi si  confà
il lampo di cuore
che l’intuito geniale,
la parola saggia,
se qualche volta arriva,
o è in ritardo o in anticipo
sul momento utile
così  resto io, spesso,
con una saggezza inutile.

1 novembre 2015

È cieco lo sguardo
di chi guarda
volendo vedere
Il reale risponde
a ciò che si vuole trovare.

Liberare da volontà lo sguardo
è rara sapienza
penetra il veduto e
ne illumina
“l’oscura  sostanza”.*

 9 aprile 2015
*La citazione finale è tratta da Il mare non bagna Napoli, di Anna Maria Ortese

Dentro lenzuola di seta
fredde d’amore
indurite da umori stantii
stanno distanti i corpi
un tempo amanti.

17 giugno 2015

70.copertine-laboratorio.infanzia

Tu mi ricordi l’infanzia,
quando l’aurora, compagna di giochi,
irrompeva sulla sponda del letto
sorprendendomi…

quando la fede nel meraviglioso
mi rifioriva sempre nel cuore
com
e una fresca corolla…
quando insetti, uccelli e fiere,
nuvole, erbe e cespugli esercitavano

tutto il loro fascino …

quando a notte lo scroscio della pioggia

recava sogni della terra incantata

e nella sera la voce di mia madre

dava senso alle stelle…

Rabindranath Tagore

cantandoinfanzia_01

Tu mi ricordi l’infanzia,

quando interamente mi pervadevano i suoni,
campane e rondini…

quando forme visi e colori erano fusi
nella pienezza viva
dei pomeriggi ronzanti e immobili
delle pozzanghere sulla strada battuta
dei nascondigli ingenuamente segreti …

quando la mano serena che traeva disegni dalla lana
mi testimoniava e rassicurava
della fraterna anima del mondo …

Tu mi ricordi l’infanzia,
quando l’aurora, compagna di giochi,
irrompeva sulla sponda del letto
sorprendendomi

quando la testiera del letto
con i suoi intarsi madreperlati dai mille colori
mi affascinava e mi trasportava in un mondo incantato
sorprendendomi

quando a sera il buio arrivava,
accompagnato dai suoi fantasmi e dalle sue paure,
e mi scaraventava nell’angoscia
sorprendendomi

cantandoinfanzia_02

quando le coperte, tirate su, su oltre la testa,
facevano barriera al mondo proteggendomi
da ciò che non volevo sentire

quando una nebbia lattiginosa mi avvolgeva
e mi immergeva nell’oblio

quando il rumore scoppiettante del moschito
annunciava l’arrivo di un giovane uomo

quando l’assenza e il desiderio di lei bruciavano l’anima

quando il miracolo dell’amore si rinnovava
tra le braccia della nonna, sempre pronta
ad accogliere la piccola bambina.

Tu mi ricordi l’infanzia,

quando nei giorni d’inverno, malata
a lungo, curiosa aspettavo
le allettanti promesse di chi mi curava

quando la soglia, il pollaio, il porcile,
il recinto dell’orto, il pozzo,
la stalla,
segnavano il limite dell’aia assolata

quando in assenza dei Grandi,
la gabbia dei conigli vuota,
a terra,
diventava il mio nascondiglio

cantandoinfanzia_03

quando i ciliegi, le zinnie, le rose a mazzetti,
le palle di neve,
le speronelle turchine
coloravano i confini dell’universo

quando le altissime oche, vestite di candida piuma,
il collo proteso in avanti, l’occhio nemico,
il becco aperto
soffiando, mi rincorrevano

quando gli zingari, in sosta all’incrocio,
con carovane cavalli bambini
e donne
dalle lunghe sottane e la pelle scura, mi impaurivano

quando la gatta bianca correva veloce
sul ponte,
incontro al pescivendolo
che fischiettava lontano

quando dalla strada ghiaiata, improvviso,
irrompeva nell’aria
l’urlo del fruttivendolo che domandava:
«vàghia?!»¹

quando una sera in cucina, la polenta sul fuoco,
mia madre diceva aver visto, dai vetri,
passare nel cielo
Santa Lucia

¹«vado?!»

 

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13.copertine-srebernic.carteggio-nautico

Approssimazione cartografica

I

Si è smarrito:
si ferma a chiedere lumi,
strada, indicazioni …
Ma come sente
la sua voce fare la domanda
subito se ne pente:
troppo diversi i costumi,
la lingua è troppo differente …

Intanto l’Altro, l’indigeno,
parla,
e pare che risponda.

Riparte.
Ma non ha capito.

***

II

la sua morale
è dura e sbrigativa:
“E’ inutile cercare
non si arriva a niente”

Oppure basterebbe
sapere
leggere le carte,
accontentarsi
dell’approssimazione,
non arrivare al centro,
ma ‘vicino’,
restare comunque dentro
la Rappresentazione…

***

Declinazione

“tu sei il mio nord”
ma l’indirizzo
varia da punto a punto,
e, per giunta,
di anno in anno.
(insomma, non si danno
mai strade sicure, certe,
o quantomeno
coordinate durature).

‘Declinazione’:
declina, cioè cade, si inclina,
o meglio si abbassa,
comunque si avvia verso la fine.

In fondo tutto passa.

***

Determinazione della rotta di soccorso

Lasciate stare amici,
è solo tempo perso,
voi andate,
è impossibile il soccorso,
non ho le mie coordinate:
vi ringrazio,
troppo è diverso
il contesto o il sistema
strazio temporale.

***

5.

Deviazione standard

(ossimoro apparente:
in fondo non è quello che
tutta la gente vuole/sogna:
la deviazione o trasgressione
sicura e regolata,
‘standard’, cioè conforme ad un modello
garantito, testato e assicurato,
anzi certificato,
dall’esito preciso ed appagante?)

 

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12.copertine-srebernic.istruzioni-resa

1.

(QUASI ALL’UNISONO)

Tutto già detto.
E’ tutto già accaduto
-fatto, scritto, vissuto-
tutto.

Anche il lavoro del lutto.

***

2.

Non sono ordini,
nemmeno consiglifigurarsisemmai
son note a margine,
fogli sparsi.

SECONDA VOCE:
”scarsi!”

(oppure notti a margine,
ed anche figli sparsi)

***

3.

Regola numero uno:
calare la bandiera,
sciogliere il nodo,
piegarla.
Togliere il chiodo.
(A meno di vedere
che non c’era.
Si intende la bandiera)
Cancellare le insegne,
le scritte,
cancellare.
(Ma questo lo abbiamo fatto
già, prima,
nella furia del sottolineare).

***

4.

AL MEGAFONO:
“Le chiavi sul tettuccio,
scendere
dall’auto lentamente,
le mani bene in vista”

SOTTOVOCE (cercare di ricordare
tutto quello
che si è dimenticato,
la lista…)

“Declinare scandendo
le generalità:
nome- lavoro- sesso…”
( e altre scomparse amenità…)

***

5.

Antefatto
Solo una lunga attesa
che venga la sorpresa –
l’arma segreta,
il contropiede,
il colpo che ribalta
la partita…
pronti a lanciare il cuore
oltre l’ostacolo                       “ma dove, dove, dov’era?”
E invece niente,
è finita,
c’è la resa.
La battaglia era contro
l’illusione del miracolo.

(2014)

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