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In questi mesi qualcosa o qualcuno si è messo di traverso fra me e la scrittura. E in sé non sarebbe un problema vitale, nel senso che il cuore continua a pompare sangue e i polmoni inspirano ed espirano, sia che scriva, sia che non riesca a scrivere. Il problema è l’inquietudine di fondo, una sorta di tremore, di prurito della mano destra che vorrebbe impugnare una penna mentre la sinistra tiene fisso il foglio.

Si può vivere senza scrittura, almeno per un po’. E’ che lo stesso ostacolo che si frappone fra me e la scrittura si mette di mezzo per ogni altra attività creativa che resta preclusa. Bisognerebbe avere pazienza con se stessi perché, come dicono a Napoli, “ha da passà ’a nuttata”, ma negli anni la pazienza viene meno.

Ho cercato chiarezza nelle pagine di Maria Zambrano che, come sempre, riesce a trovare le parole che a me mancano. O che a volte, come in questo caso, proprio la sua lettura mi porta a scrivere.

***

Il risveglio della parola.

Indecisa, appena articolata, si sveglia la parola. Non sembra che riesca a orientarsi mai nello spazio umano, che va prendendo possesso dell’essere che si sveglia lentamente o istantaneamente. Poiché se il risveglio si compie in un istante lo spazio lo assale come se lo avesse aspettato lì per definirlo, per fargli sapere che è un essere umano e basta. Mentre il fluire temporale, in ritardo sempre, rimane aderente all’essere che si desta avvolto nel suo tempo, in un tempo suo che custodisce ancora senza cederlo, il tempo nel quale è stato deposto fiduciosamente. E la parola si desta a sua volta dentro questa fiducia radicale, che si annida nel cuore dell’uomo e senza la quale egli non parlerebbe mai. E si direbbe persino che la fiducia radicale e la radice della parola si confondano tra loro o si diano in un’unione che permette alla condizione umana di emergere.
E’ di indole docile la parola, lo mostra nel suo destarsi quando comincia a sgorgare indecisa come un sussurro in parole slegate, in balbettii, appena udibili, come un uccello ignaro che non sa dove andare ma si dispone ad alzare il suo debole volo.
Viene ad essere sostituita, questa parola nascente, indecisa, dalla parola che l’intelligenza già sveglia proferisce come un ordine, come se statuisse anch’essa una presa di possesso dinanzi allo spazio che implacabilmente di presenta e davanti al giorno che suggerisce un’azione immediata da compiere, che tutte le comprende. Parole cariche di intenzione. E la parola originaria, ritiratasi in sé, torna al suo silenzioso e nascente vagare, lasciando l’impronta impercettibile della sua diafanità. Non si perde però. Come un balbettio, come un sussurro della fiducia inestinguibile, attraverserà la serie delle parole dettate dall’intenzione, liberandole per qualche attimo dalle loro catene. E in questa breve aurora si avverte il germinare lento della parola nel silenzio. Nel debole bagliore della resurrezione la parola finalmente si stacca lasciando intatto il suo germe, annunciato dal pallido albeggiare della libertà un attimo prima che la realtà irrompesse. E così la realtà rimane sorretta dalla libertà e con la parola avviata a dirsi, a prendere corpo. La parola e la libertà precedono la realtà estranea, che irrompe dinanzi all’essere non ancora compiutamente destatosi nell’umano.

Maria Zambrano, Chiari del bosco

***

Sussurro sottile, sottile, quasi trasparente, limpido come cristallo, soffio di sogno notturno di incerta materia, sospetto. A palpebre serrate pareva luminoso, del colore dell’aurora, splendente. Al sollevarsi delle ciglia si fa indecifrabile, quasi ombra, apparenza, indefinita esistenza.

Si cerca di acchiapparlo, legarselo al polso della memoria, circostanziarlo. Ma proprio l’intenzione di trattenere lo dissolve, come acqua che non può farsi fiume.

Quel balbettio luminoso è perso, ha voltato le spalle deciso. E ci si perde a chiedersi che cosa lo abbia così urtato, addirittura offeso, quale sia la nostra responsabilità in quell’assenza. Perché dentro si sa che di responsabilità si tratta. Non dico di colpa, ma responsabilità.

Disporre l’animo a destra invece che a manca fa una bella differenza, così come lasciare correre imperterrite ombre nei giorni, ostinarsi ad ignorare impronte, segnali sospetti .

Non è di indole docile la parola, ha enormi pretese la parola nascente, sa essere permalosa oltremodo e sdegnosamente abbandona il campo e si ritira in sé, quando l’animo non è sgombro.

Che poi non si perda è tutto da dimostrare. Cacciata a calci una volta, poi due, poi cento, ha tutto il diritto di estinguere la sua innata fiducia nel mondo in un’udibile pernacchia, di alzarsi in volo senza voltarsi indietro.

Resta il fare, fitto susseguirsi di gesti che riempiono spazio e tempo, instupidiscono coscienze, sotterrano fiducia, declamano necessità inderogabili, con parole stantie anche se ben definite ed avverse al silenzio.

Ma è di quel silenzio che non si riesce a non avere nostalgia.

La porta del bagno

16/12/2014 | Scritto da Mariagrazia Fontana | (0 Commenti)

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Scrivere è sicuramente esporsi, ma anche la lettura non è un’operazione passiva e gratuita, ha le sue implicazioni. Aprendo un libro ci si dichiara disponibili all’intimità non solo con la parola scritta, ma anche con chi l’ha scritta. Si corre il rischio di un’eccessiva prossimità, di venire a sapere troppo di lui.
Nel contempo si entra in una sfera di complicità che può far perdere l’orientamento, fin a farti dubitare della paternità delle parole distese sulla pagina: le si sta leggendo o le si è scritte in un’altra vita?
Non che possa venire il dubbio di aver scritto in prima persona quella storia nel suo insieme, ma quella frase o forse solo quelle due parole in quella successione perfetta, proprio quella, sarebbero potute uscire dalla penna del lettore stesso. O forse questo è quello che nell’intimo si sta desiderando: avere messo al mondo quell’equilibrio.
A volte, certi passaggi, non per forza nei nodi cruciali della storia, anche solo alla periferia del racconto o in parole che per altri potrebbero risultare marginali, istituiscono per quel lettore una magica aderenza a quello scrittore. Inspiegabile ma perfetta. E il lettore e lo scrittore, da quel momento in poi, non sono più gli stessi, singolarmente e insieme. Soprattutto insieme. Non si sta più insieme allo stesso modo dopo certi libri. Magari alla superficie la metamorfosi non è evidente e il ritmo delle onde appare immutato. Ma i due, il lettore e lo scrittore, lo sanno. Non si guardano più allo stesso modo, non si percepiscono più come prima, pur nell’incompleto conoscersi. Qualcosa è cambiato ed è qualcosa che conta anche se non si vede. Come è noto, non tutto ciò che conta risulta visibile, anzi.
A volte si è traditi dalla semplice inflessione della voce, altre da uno sguardo più sfuggente, come intimoriti dall’aver così tanto condiviso. Forse è il pudore che induce a ritrarsi. Un anglosassone passo indietro per non urtare sensibilità, per non sembrare invadenti, come a garantire di aver solo buttato uno sguardo nell’animo dell’altro, non di più.
Come se per errore si fosse entrati in bagno mentre l’autore faceva pipì, ci si ritrae fingendo di non aver visto nulla. Ma, paradossalmente, non è il segreto dello scrittore che crea l’impasse, è quello del lettore che lo scrittore ha messo a nudo. Non è chi legge che varca la soglia del bagno altrui, è lo scrittore che, incautamente, entra nel bagno di chi legge. E l’imbarazzo sta proprio nel sentirsi scoperti, nel veder squadernata la propria intimità, quando si credeva che di sé fosse visibile giusto il naso.
Forse è che i segreti si assomigliano, così come la vita di tutti. E’ che le angosce non sono poi così originali e ci si può autenticamente chiedere se siamo noi che osserviamo o se in realtà, in alcune pagine, siamo stati osservati. Qualcuno impunemente ha frugato nell’animo nostro.
Certo è che leggendo certi libri, dopo ma anche durante, si comincia a vederci meglio. E non si vedono bene tanto i segreti, ma tutto l’insieme, pur in quella confusione del guardare e dell’essere guardati che forse è ciò che ti consente di vedere. Anzi è proprio quando si cammina incerti, incespicando, quando non si rifugge l’ambiguo confondersi e si accarezzano gli indefinibili confini della nebbia, che si generano meraviglie.
Si legge e si scrive senza soluzione di continuità. Non si riesce a scrivere se non si impara a leggere. Non si può leggere se non si accetta il rischio che la scrittura propone, se non ci si apre alla parola.
Si scrive e si legge non sempre in successione. A volte si scrive mentre si leggono le parole significative di altri, come raccogliendo una gugliata di filo per terra e srotolando una matassa di lana. A volte si leggono nelle parole di altri i propri pensieri, altre volte si scrivono le emozioni di altri, percepite sulla pelle quasi per caso, assorbite in conversazioni o in semplici sguardi.
E in questo gioco di nascondimenti e di svelamenti, si aprono la porta del bagno di chi legge e di chi scrive e si continua a leggere e a scrivere per restare in vita.

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Come scrive uno storico? i suoi procedimenti sono del tutto diversi da quelli del romanziere o ci sono punti di contatto?
Perché alcuni libri di storia, al di là delle notizie che contengono e del rigore del metodo in essi impiegato, coinvolgono il lettore e altri no?
Domande che nascono in chi legge saggi storici come in chi si è trovato a scriverne (non importa se a scala locale), e che sottendono questioni di fondo attinenti al significato stesso della ricostruzione storica e, in senso più generale, al nostro rapporto con il passato.
Domande che rimandano a una lunga e non conclusa discussione che ha visto impegnati filosofi e storici, e che ha portato alcuni studiosi a sostenere che la storia non è che un genere letterario, e dunque è necessario che anche gli storici che non l’hanno finora fatto tornino (dopo aver cercato di imbrigliare le loro ricostruzioni storiche nelle reticoli di teorie di diversa ispirazione) alla narrazione.
Ma più di questo dibattito – intrigante e intricato: una buona ricostruzione si trova in La teoria della storiografia oggi, di Paolo Rossi, pubblicato dal Saggiaore nel 1983 – se si vuol cercare di rispondere alle domande iniziali occorre chiedersi se la narrazione non sia tanto una scelta che lo storico fa o non fa quando, letti e analizzati i suoi documenti, prende in mano la penna, ma piuttosto non sia l’unico modo che ha a disposizione per costruire il suo discorso, o addirittura l’unica via per dargli consistenza; capacità conoscitiva rispetto al passato e persuasiva rispetto al lettore; coerenza e rigore, sia pure in un modo diverso da quello delle scienze esatte.
Sembra di questa idea Hannah Arendt (in Vita activa. La condizione umana): “Chi parla di ciò che è stato racconta sempre una storia”, dice, e non usa il termine history, la storia in quanto disciplina, studio del passato, ma story, che significa storia nel senso di racconto, trama, narrazione (e anche, come in italiano, fandonia, bugia).
D’altra parte – e reciprocamente, si potrebbe intendere – Paul Ricoeur, nella sua opera monumentale Tempo e racconto, sostiene che “raccontare una qualsiasi cosa vuol dire raccontarla come se fosse accaduta”.
Ma allora, sia lo storico che il romanziere praticano – che ne siano convinti o meno, consapevoli o meno – una scrittura narrativa? Domanda che può essere meglio formulata: la scrittura è un momento decisivo, molto più che un semplice mezzo, per tutt’e due?
Stando a Ricoeur si direbbe senz’altro di sì. Per lui infatti la scrittura “non è esteriore rispetto alla concezione e alla composizione della storia; essa non costituisce una operazione secondaria, dipendente soltanto dalla retorica della comunicazione e che potrebbe essere trascurata come fatto di natura puramente redazionale. Essa è costitutiva del modo storico di comprensione. La storia è intrinsecamente storio-grafia (…)”.
Non diversamente dal filosofo si esprime la storica. “i problemi di composizione del testo [storico] – sostiene Gianna Pomata nel suo contributo a Scienza narrazione e tempo, curato da Mariuccia Salvati e edito da Angeli nell’85 – non sono tematizzati come problemi conoscitivi (…). L’esigenza di consapevolezza e rigore metodologico si accentra per gli storici nel rapporto critico con le fonti, mentre la composizione del testo resta un momento opaco, sottratto all’autoriflessione, visto come esterno all’attività di ricerca, lasciato apparentemente al “gusto” (o arbitrio) individuale (…)”. E’ da questo modo di vedere le cose che discende “il luogo comune che contrappone la narrazione, come aspetto retorico-stilistico del testo storico, alla spiegazione, come suo aspetto conoscitivo.”

*Questo testo nasce dalla conversazione con uno storico, Gianfranco Porta, riportata in Come un romanzo. Una rilettura e una conversazione a partire da un saggio storico di Gianfranco Porta

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Dal Corriere della Sera-Brescia del 29 aprile 2014.
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Questo testo nasce dalla richiesta rivoltami dall’associazione culturale La Guglia di Agugliano, Ancona: si tratta di uno scritto introduttivo all’antologia dei poeti selezionati lo scorso anno per il Premio “Poesia senza confine”, di cui l’associazione è promotrice.

“Una poesia dove non si nota nemmeno un bicchiere o una stringa, m’ha sempre messo in sospetto. Non mi è mai piaciuta: non l’ho mai usata nemmeno come lettore. Non perché il bicchiere o la stringa siano importanti in sé, più del cocchio o di altri dorati oggetti: ma appunto perché sono oggetti quotidiani e nostri “.
Giorgio Caproni

A volte, non ravvisando essi nulla di luminoso e di bello nelle cose che li circondano, si chiudono a sognare e a cercare lontano . Ma pur nelle cose vicine era quel che cercavano, e non avendolo trovato, fu difetto, non di poesia nelle cose, ma di vista negli occhi.(…) Or dunque intenso il sentimento poetico è di chi trova la poesia in ciò che lo circonda, e in ciò che altri soglia spregiare, non di chi non la trova lì e deve fare sforzi per cercarla altrove.
Giovanni Pascoli

“Trovo che nulla è più ammirevole dei tramonti” riprese lei ”ma sulla riva del mare, soprattutto”
Gustave Flaubert

“La poesia non è fatta per nessuno
non per altri e nemmeno per chi la scrive.
Perchè nasce? Non nasce affatto e dunque
non è mai nata. Sta come una pietra
e un granellino di sabbia. Finira’
con tutto il resto”
Eugenio Montale

Di parole quotidiane sono fatte le frasi eterne
Concetto Marchesi

Il libro deve essere una scure per il mare gelato che è dentro di noi
Franz Kafka

“Un racconto, un romanzo o una poesia dovrebbero sferrare un certo numero di pugni all’emotività del lettore”
Raymond Carver

Un’altra caratteristica certa, che distingue i mediocri e i falsi romanzieri, è la preoccupazione – la intenzione programmatica – di apparire ai propri contemporanei, a qualsiasi costo, “nuovi”, “ moderni”, “all’avanguardia”ecc. E’ comprensibile infatti che un mediocre e un falso romanziere si preoccupi di eccitare, a qualsiasi costo, la curiosità dei propri contemporanei: giacché, fuori di quella che gli offrono i suoi contemporanei, a lui non è data nessuna’altra occasione di farsi leggere. Col sopravvenire di una nuova generazione – o, magari, anche soltanto della prossima stagione- la sua falsa realtà non ingannerà più nessuno. Mentre il poeta vero sente (anche se non lo sa) che molti dei suoi lettori devono ancora nascere, e che la sua realtà è vera per sempre.
Elsa Morante

L’occupazione preferita e più intensa del bambino è il gioco. Forse si può dire che il bambino impegnato nel gioco si comporta come il poeta: in quanto si costruisce un suo proprio mondo o, meglio, dà a suo piacere un nuovo assetto alle cose del mondo … Anche il poeta fa quello che fa il bambino giocando: egli crea un mondo di fantasia, che prende molto sul serio
Sigmund Freud

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