
Romano Màdera, Una spiritualità laica. La vocazione a essere finalmente umani, Bollati Boringhieri 2025 (pp. 176, euro 15)
Innanzitutto, “una ‘spiritualità laica’ è una spiritualità che non è confinata alle religioni, ma che nasce da ispirazioni che appartengono alle espressioni della cultura umana (…). Questo libro parla dunque anche della spiritualità degli atei”. In secondo luogo, è bene definire che cosa si intende per ‘laicità’ e conviene allora rifarsi a Delphine Horvilleur e al suo Piccolo trattato di consolazione (in queste note il 9 ottobre 2022): “La laicità (…) non si fonda né sulla convinzione che il cielo sia vuoto né su quella che sia abitato, ma sulla difesa di una terra che non è mai piena, sulla consapevolezza che lì resta sempre un posto per un credo che non è il nostro.
La laicità dice che lo spazio delle nostre vite non è mai saturo di convinzioni, e garantisce sempre un posto lasciato vuoto di certezze. Impedisce che una fede o un’affiliazione saturino l’intero spazio. In questo, a suo modo, la laicità è una trascendenza. Afferma che esiste sempre dentro di essa un territorio più grande di quanto io creda, che può accogliere quello di un altro che viene a respirare lì”.
Definite queste coordinate, è possibile inscrivervi un’ idea di spiritualità come “ricerca di senso come senso della vita”, “un senso capace di benedire e di sopportare la vita” all’insegna di un “sentimento estatico del Tutto, e dunque in grado di attingere a “una visione della realtà come una totalità che tuttavia eccede le nostre possibilità di spiegazione e di comprensione e che si lascia avvicinare – o, anzi, che può avvicinarsi a noi – in una modalità che è quella del mistero che ci avvolge”. Mistero che non contraddice il sapere scientifico, ma anzi ne è alimentato, come testimoniato da Einstein, secondo il quale “la cosa più bella che noi possiamo provare è il senso del mistero: esso è la sorgente di tutta l’arte e di tutta la scienza. Colui che non ha mai provato questa emozione, colui che non sa più fermarsi a meditare è come morto, i suoi occhi sono chiusi”.
Tanto più ciò accade nella nostra epoca, segnata dalla “disanimazione del mondo”, dal quale è stata espulsa la dimensione del ‘sacro’, e su questo il rimando obbligato è a Jung. Non è tuttavia quello della psicanalisi il percorso che si suggerisce, quanto un’“analisi biografica a orientamento filosofico (…) che trasforma la dimensione analitica, facendola diventare un aspetto della filosofia come modo di vivere e della spiritualità laica (…) come ricerca aperta di senso”. Ricerca non aliena da un “nuovo culto” che trova la sua ragione nel “sentire le grandi opere dell’arte, del pensiero, delle religioni, di ogni specie di costruzione sociale, come il vero e grande spirito dell’umanità nella sua storia, come la ‘giustificazione’ della nostra esistenza come specie”.
Una via di contemplazione, dunque, non intesa però “come una mera via teorica o intellettuale, staccata dall’esistenza pratica e dalla solidarietà sociale”, bensì come un “riattraversamento” del marxismo e della sua aspirazione a un cambiamento radicale: “quello che sarebbe necessario è una trasformazione radicale della cultura, materiale e spirituale insieme, una trasformazione che può essere solo, al di là della terminologia disciplinare, una trasformazione ‘filosofica’ se, come si dovrebbe, al termine ‘filosofia’ si desse, come in origine, il senso dello ‘sguardo secondo il tutto’” e se ne facesse derivare uno “stile di vita”. (Una conclusione vicina – per questa e altre prese di posizione – a quella cui giunge Paolo Godani nel suo ultimo libro, Malinconia e fine del mondo, la cui lettura, nei suoi molti rimandi, ha suggerito il percorso di lettura proposto lo scorso 24 ottobre).

Riferimento imprescindibile, quando si parla di vita filosoficamente orientata, sono naturalmente Pierre Hadot e gli “esercizi spirituali” in cui la filosofia antica in buona sostanza si traduceva e che Màdera riprende in quanto mezzi per “andare verso il ‘discorso vero’ innanzitutto, che è sforzarsi ed esercitarsi a mettere in questione, a tenere conto delle critiche possibili, a considerare la parzialità delle nostre posizioni”, e inoltre per superare l’“autocentratura egoica” riconoscendo la “nostra originaria, e finale, dipendenza dalla natura, dal cosmo che ci contiene”.
“Il senso – infatti – può essere ricercato e perseguito solo ‘esercitandosi’, solo avendo di mira uno scopo che si è immaginato-intuito-pensato e che però, per essere davvero concretizzato in uno stile di vita, deve essere perseguito in esercizio attento, ripetuto fino a farlo diventare una sorta di seconda pelle, di abitudine. (…) è infatti l’esercizio a frapporsi tra noi e le passioni che tendono a impossessarsi di noi, invece di consentirci di elaborare e dirigere il nostro desiderio”. E “una passione ‘buona’ è solo quella elaborata nell’esercizio diretto a cercare e rafforzare un orientamento, un senso, che dia ragione e consenta l’entusiasmo di una vita spesa nell’autocoscienza dell’appartenenza alla comunità umana e al cosmo”.
In conclusione, “la filosofia come stile di vita e la spiritualità laica sono parte, strumenti e modalità di una visione che immagina la possibilità della rivoluzione culturale antropologica centrata sull’autorealizzazione solidale”, fondata sull’accettazione del “fatto del diventare niente delle forme che appaiono ai nostri sensi” e sulla “visione-sentimento-pensiero del tutto [che] comprende l’irrilevanza e l’annientamento nel tempo di ogni particolarità, dunque comprende il pensare e il sentire la perdita di noi stessi e la nostra morte: il nostro essenziale fallire”. Lo anticipa anzi, “(riconoscendo) la vanità della ricchezza, del potere, della fama, delle passioni che sono l’ostacolo da superare in ogni via sapienziale”.