
Andrei Kurkov, Api grigie, Keller 2023 (pp. 386, euro 19)
Grigia è prima di tutto la zona in cui si trova il villaggio da tutti abbandonato tranne che da Paška e da Sergeič: le bombe che si scagliano Ucraini da una parte e separatisti filorussi dall’altra hanno indotto tutti gli altri a lasciare le loro case. Tanto perdigiorno e opportunista, e cinico nella sostanza, il primo, quanto laborioso e affezionato ai principi maturati nella veste di minatore e di soldato il secondo, protagonista del romanzo.
Nemici d’infanzia, ora costretti a convivere nel deserto creato dalla guerra e quindi a trovare modi e momenti di solidarietà. Ma a distinguere nettamente i due è la passione e il senso di responsabilità che in Sergeič infondono le sue api, premurosamente allevate in poche arnie che dovranno essere trasportate in luoghi più favorevoli e pacifici, con l’arrivo della buona stagione, quando l’“aria si sarebbe riempita di quel ronzio dolce e gradevole, vicino e pacifico, che riduce il mondo di chi ama le api, rendendolo confortevole e intimo”.
Se dapprima sembra che ciò che si chiede al lettore sia di annoiarsi con Sergeič, in giornate rotte soltanto dal diversivo di magri pasti e rare bevute e in nottate spesso disturbate dai boati delle esplosioni, nel seguito sono le peripezie del viaggio a imporsi, le angherie dei posti di blocco e l’arroganza dei funzionari di frontiera, ma anche incontri che aprono squarci insperati di amicizia e di amore.
A dire il vero, episodi indimenticabili erano avvenuti anche nel villaggio in cui abitava: il soldato morto, rimasto per giorni insepolto e che Sergeič si ingegna a coprire, senza chiedersi di quale parte fosse; la conoscenza con un giovane militare ucraino con cui stringe amicizia e, più indietro nel tempo, la visita del governatore del Donbass, che aveva approfittato del potere curativo delle api seguendo le istruzioni dell’apicoltore e stendendosi a dormire sulle arnie per qualche ora. Erano i tempi in cui Sergeič, pur soffrendo la solitudine in cui era caduto dopo che la moglie l’aveva lasciato portando con sé la figli adolescente, “viveva tranquillo e appagato; d’estate godeva del ronzio delle api, d’inverno del silenzio e della calma, dei campi imbiancati dalla neve e dell’immobilità del cielo grigio. Avrebbe potuto continuare così per tutta la vita, ma il destino aveva deciso diversamente. Qualcosa si era rotto nel Paese, a Kiev, dove c’era sempre una cosa o un’altra che non andava. Si era trattato di una rottura tale che il Paese intero, al pari di un vetro infranto, si era riempito di dolorose crepe da cui scorreva il sangue. Era scoppiata una guerra, il cui senso, a tre anni di distanza, restava per Sergeič ancora nebuloso”.
Un humour sottile, empatico, percorre il racconto e connota il protagonista stesso: la guerra non intacca il suo sguardo realistico e fiducioso sulla vita, non compromette la sua quotidianità semplice, l’onestà del suo rapporto con gli altri, e soprattutto la sua ammirazione per il modo in cui le sue api svolgono il loro lavoro e organizzano la loro vita e continuano a farlo nonostante quel che accade, perché non “potevano capire cos’era la guerra, né passare dalla pace alla guerra e dalla guerra alla pace come gli esseri umani”. E dunque “gli umani potevano imparare dalle api. Le api, grazie al lavoro e all’ordine, avevano costruito il comunismo nelle arnie, mentre le formiche erano arrivate fino a un autentico socialismo naturale, e questo perché, non dovendo produrre nulla, avevano imparato semplicemente a mantenere ordine e uguaglianza. Ma gli umani?”.

Immaginabile lo spavento di Sergeič quando sogna che le api di una delle sue arnie siano diventate grigie e cerca di spiegarsene la ragione: “erano grigie perché indossavano una tuta mimetica, o forse neanche una tuta, ma una specie di mantella, in ogni caso qualcosa di militare. (…) Significa che le hanno arruolate. Le hanno spaventate e arruolate. E adesso non sono più le mie api”. E il sogno sembra tradursi in realtà: “abbracciò l’arnia con decisione e la tirò giù dal rimorchio (…) sollevò il tetto e guardò dentro. Alcune api erano in cima ai telaini; gli parvero di nuovo grigie. (…) ‘Le avranno infettate di proposito per introdurre la malattia in Ucraina?’ si domandò. Da qualche parte aveva sentito di un’arma biologica. Lui stesso in passato aveva dovuto combattere la dorifora della patata introdotta dall’America per far crollare l’Unione sovietica. (…) “E se ci avessero inserito un’apparecchiatura per sorvegliare me e la nostra guerra?”.
Ma l’incubo svanisce al pensiero del ritorno. “Girò la testa verso le arnie e pensò dispiaciuto alle api rinchiuse. Doveva tornare in fretta al villaggio, affinché riuscissero a volare prima del sopraggiungere del freddo”: “la vita continuava a scorrere come un fiume. Del resto, dove doveva andare, finché non sfociava nella morte? (…) la saggezza della natura lo incantava. Dovunque la osservasse, la confrontava con l’esistenza umana. Confrontava e sputava”.