
Guido Mazzoni, Senza riparo. Sei tentativi di leggere il presente, Laterza 2025
Preceduto da I destini generali (uscito da Laterza dieci anni fa), il nuovo libro di Mazzoni riparte dal diario di considerazioni allora proposto ma nell’aggiornarlo lo rimastica, sulla base di osservazioni raccolte dal 2016 all’anno scorso, adeguandolo ai tempi e accentuando una critica radicale e lucida che non risparmia nessuna delle posizioni in campo.
“Non ho alcun titolo per pubblicare un libro come questo, ma a mia parziale discolpa posso aggiungere che un titolo simile non ce l’ha nessuno”, premette l’autore. Quello che dimostra di avere in più, può comunque notare il lettore, è la capacità di estrarre una storia dall’accavallarsi di notizie e informazioni che la cronaca produce incessantemente. Non è poco.
Così come rara è la capacità di costruire un’analisi in cui dati economici e politici, sociali e culturali si tengono: una capacità che rende convincenti e incontrovertibili le conclusioni cui giunge e che consiglia in questo caso, più che una nota sintetica, un percorso di lettura che individui e connetta i temi nodali.
“Ce lo chiedono i mercati”, “ce lo chiede l’Europa” sono frasi ormai entrate nel linguaggio ordinario della politica per ribadire, nella sostanza, che “Non c’è alternativa” e, di fatto, avvertire che “le decisioni importanti sono già state prese”. Il che non rassicura, anzi: dopo il 2008 “la sensazione di essere al riparo sta scomparendo (l’idea di crisi fa ormai parte del senso comune, il futuro suscita preoccupazioni latenti o paure esplicite) e l’Occidente collettivo è lacerato da tensioni di tipo nuovo”. Il suo posto nel mondo e l’egemonia americana non sono più garantiti infatti, “le classi popolari e una parte delle classi medie degli Stati Uniti e dell’Europa occidentale sono tra gli sconfitti della globalizzazione”, la popolazione europea, in rapida decrescita, deve confrontarsi con “masse ingenti di persone che appartengono a culture diverse da quelle degli autoctoni [e] premono ai confini”.
La guerra è tornata ad essere una possibilità della politica, il che sembra aver influito sul fatto che della crisi ecologica, “non importa nulla a nessuno” e dovrà passare almeno una generazione perché questa indifferenza ceda il passo a una protesta capace di esprimersi nel voto, anche perché le democrazie “vivono nel presente eterno del consenso e faticano a pensare al futuro”.
Da ultimo, la “crisi legata al controllo della tecnologia”, “la più pericolosa e la meno percepita” non solo per quanto riguarda quella militare, ma anche in riferimento al “potenziale distruttivo “dell’intelligenza artificiale, simile a quello dell’energia atomica. Ma “la coscienza collettiva si difende come ha sempre fatto, cioè rimuovendo”, anche se “la fine del mondo è entrata a pieno titolo nel novero delle possibilità reali, capaci di influenzare le dinamiche sociali già solo in quanto possibilità”.
La rimozione collettiva non implica tuttavia che le maggioranze continuino ad essere silenziose, e “centriste”. Si comportano invece come delle “classi parlanti” e spesso divergenti, entro uno “spazio politico che i social network hanno completamente rimodellato”. In questa quadro, svolge un ruolo il fatto che il progetto redistributivo socialdemocratico “tende a ignorare, o in ogni caso a sottovalutare, le ingiustizie prodotte dall’economia di mercato e dal capitalismo”, offrendo così il fianco a “un’opinione pubblica di destra che negli ultimi decenni si è radicalizzata” e può contare su “chi si sente minacciato dalla globalizzazione” ed è disposto a “(rimettere) in discussione alcune conquiste di civiltà che, nel secondo dopoguerra, parevano acquisite per sempre”. Ma, appunto, la sinistra liberal ha smesso di immaginare un’alternativa all’economia di mercato e mette al centro del suo discorso le ingiustizie generate da altri rapporti di forza (tra i sessi, le etnie, gli stili di vita) che la sinistra di una volta giudicava contraddizioni secondarie”. Inutile stare a girarci attorno: “la parte che si colloca a sinistra agisce come se le critiche che la cultura marxista e il movimento operaio hanno mosso all’ingiustizia del capitalismo o all’ipocrisia della politica liberale non fossero mai esistite, mentre sono ancora tutte vere”.
Come si è arrivati a questa crisi culturale, prima che politica? Subendo, e assimilandone per molti versi la logica, “l’ascesa del neoliberalismo”, con l’aggravante che “una parte della cultura di sinistra, proprio come il populismo di destra, (ha teso) a interpretarla come un inganno di pochi a danno di molti”, dandone “in questo modo una lettura puerile”, incapace di vedere che il nuovo corso risponde “alla logica sistemica del capitalismo – in cui rientrano sviluppo della tecnica e tendenza all’extraterritorialità – e a due valori che la nostra cultura condivide plebiscitariamente: la difesa del benessere e la crescita economica”.
Ma ecco lo scarto che Mazzoni sa imprimere al ragionamento, evitando di trincerarsi nella recriminazione: “Era obiettivamente difficile contrastare un processo simile negli anni in cui si è imposto; ci sarebbe voluta una lungimiranza di cui le democrazie non dispongono, perché il loro primo obiettivo è il consenso e il loro tempo è il presente”, ma soprattutto perché “per alcuni decenni il neoliberalismo ha avuto un consenso molto ampio presso quegli stessi ceti che oggi votano per i partiti antisistemici”. L’“Unione Europea, da parte sua, ha adottato il modello ordoliberale nel corso degli anni Ottanta e degli anni Novanta con l’appoggio di tutte le forze politiche di centrodestra e di centrosinistra e il consenso diffuso dell’opinione pubblica”.
Tardivo, e non ancora diffuso e consolidato, è stato il riconoscimento degli effetti contraddittori dell’“economia globalizzata [che] aumenta le diseguaglianze interne alle nazioni e al tempo stesso redistribuisce la ricchezza tra le aree geografiche del pianeta permettendo lo sviluppo di continenti un tempo poverissimi”, ma si badi: “attraverso lo sfruttamento della forza-lavoro salariata, come il capitalismo ha sempre fatto e come a suo tempo è accaduto in Europa prima che il movimento operaio conquistasse delle forme di tutela”.
Sul versante più strettamente politico, “si è fatta strada in Europa l’idea che le elezioni non possano cambiare la politica economica e sociale di un paese, che i governi abbiano perso una parte considerevole del loro potere, che le decisioni di fondo siano già prese”, sicché – siamo di nuovo a uno di quei momenti in cui l’autore dimostra l’originalità spiazzante della sua analisi – “il voto populista (è stato) anche la ricerca più o meno cieca di un’alternativa in un’epoca nella quale non c’è alternativa” e “il sovranismo è una risposta nostalgica e di destra a un problema vero”.
Di fatto, la strategia più praticata è stata quella di “abbassare le tutele e il costo del lavoro in modo da rendere gli investimenti più favorevoli al capitale”. E tutto questo contrabbandato appellandosi alla “parola-emblema” di “riforme”: “uno degli slittamenti semantici più significativi del lessico politico contemporaneo (…) passato dal campo socialista o socialdemocratico al campo neoliberale: fino agli anni Settanta lo si usava per indicare quei provvedimenti che intendevano introdurre diritti sociali nel capitalismo; oggi lo si usa per indicare quei provvedimenti che smantellano i diritti conquistati”.
Sul piano sociale, alla crisi dei legami sociali determinata dalla contrapposizione fra centro e periferia, élites e popolo, “la risposta liberale è l’imposizione di regole: regole che servono a disciplinare gli interessi (le norme con cui si cerca di far funzionare ‘correttamente’ un’economia di mercato che, lasciata a sé stessa, distruggerebbe le condizioni della libera concorrenza) e regole che servono a disciplinare la conflittualità morale tra individui dotati di valori molto diversi”. Nonostante ciò, “la perdita dei legami sembra essersi accentuata, così come la divisione interna degli individui e dei gruppi (…) il carpe diem di massa è diventato un topos della cultura pop”: “da un lato è sempre più diffusa una forma provocatoria di inappartenenza (…) che un tempo era appannaggio di un’élite intellettuale disincantata; dall’altro, il multiculturalismo rende più difficile far appello a un insieme di valori e di linguaggi morali condivisi”. Diffusa appare “una forma di individualismo anarcoide di destra” per la quale “lo Stato è sempre un possibile nemico” e il modello cui riferirsi “è un autoritarismo che nasce dall’intreccio di tre elementi: in primo luogo un’idea cesarista, bonapartista e illiberale della democrazia (chi vince le elezioni è investito di un’autorità che lo pone al di sopra delle leggi e dell’equilibrio tra i poteri) (…); poi una visione identitaria, isolazionistica e immunitaria dello Stato-nazione; e infine l’idea che debba esistere un’asimmetria nei diritti di cittadinanza tra Noi e Loro, tra i primi occupanti e chi è arrivato dopo”.
Ma il populisimo non è solo appannaggio della destra, anche se “i populismi di destra e la rivendicazione liberal delle differenze esprimono valori opposti: i primi tendono a discriminare fra autoctoni e non autoctoni, la seconda rivendica gli stessi diritti sostanziali per tutti; i primi parlano a un elettorato che, per cultura o per ricchezza, ha un habitus popolare o piccoloborghese, una scolarizzazione medio-bassa e un radicamento locale, la seconda parla a un ceto medio riflessivo che ha una proiezione cosmopolita e una tendenza alla mobilità”. Detto ciò – è la drastica conclusione – “la logica profonda che agisce in questi movimenti è la medesima”.
Un altro volto della crisi è quello che l’autore evoca richiamando La grande regressione (in queste note il 10 settembre 2017) e “l’idea di partenza”, in quel libro espressa, che “il progetto illuministico di far uscire gli esseri umani dalla minorità stia arrancando”. “La ragione per la quale la Western way of life ha imposto la propria egemonia nella seconda metà del XX secolo – infatti – non è tanto la democrazia parlamentare, quanto la capacità di immergere gli individui in piccole bolle private di benessere, sicurezza e autonomia percepita. Quando queste bolle si incrinano, c’è il rischio che la società vada incontro a un processo di decivilizzazione”: “Ottant’anni di vita europea in tempo di pace ci hanno fatto dimenticare che la civiltà è un risultato: richiede benessere e educazione (cioè repressione), e proprio per questo lascia dietro di sé una forma di disagio. Allo stesso modo ci hanno fatto dimenticare che la massa come modo dell’essere-con-gli-altri è il luogo in cui l’arcaico si manifesta” lasciando intravedere i segni di “una nuova ribellione delle masse che assomiglia a quella degli anni Venti e Trenta del Novecento”. E più in generale obbliga a riconoscere che “non è affatto scontato che gli esseri umani debbano servirsi della propria intelligenza. Pensare che vogliano farlo sempre è una fallacia tipica degli intellettuali, mentre la forma più comune, più democratica di emancipazione è (…) la libertà di essere e di fare ciò che si vuole senza che un’autorità esterna limiti il nostro agire”.
Il pessimismo politico e culturale si allarga così alla dimensione antropologica, trovando inequivocabile riscontro in figure come quella di Donald Trump, “segno e sintomo di una congiuntura storica nuova” nella quale sono le democrazie illiberali ad avanzare a livello planetario, parallelamente all’“indebolimento delle classi popolari e di una parte delle classi medie”, a sua volta contemporaneo al cambiamento impresso dalla rete nella sfera pubblica. E non a caso: “Internet rende possibile il rapporto diretto tra i leader e le masse contribuendo a trasformare i partiti in comitati elettorali personalistici; accorcia i tempi della comunicazione creando un habitat sfavorevole alla democrazia rappresentativa nella sua forma novecentesca, fondata sugli apparati, i corpi intermedi, la lentezza procedurale, la distanza tra la base e i gruppi dirigenti, la politica come professione; accentua la tendenza delle società moderne a dividersi in bolle, cerchie separate, quartieri privi di un’agorà, micromondi. (…) La rete ha creato fonti di informazione alternative e al tempo stesso ha fatto nascere un ambiente favorevole alla circolazione di idee senza riscontro”. Il fatto è che “Trump assomiglia ai suoi elettori e al tempo stesso ne è la versione riuscita; corrisponde a ciò che i suoi elettori vorrebbero essere se solo avessero i suoi soldi; e soprattutto parla il loro linguaggio, ama le cose che loro amano: non li guarda dall’alto in basso, non sembra disprezzarli, non li vuole rieducare”. (…) Benché appartengano a campi sociali sideralmente diversi, Trump e gli spazzini sono uniti da quella che Bourdieu chiamava un’omologia di posizione”, “lo stesso tipo di somiglianza nella differenza – avverte Mazzoni con una delle sue osservazioni urticanti – in base alla quale fu possibile, per gli studenti declassati e i docenti precari del lungo Sessantotto, identificarsi con la classe operaia”.
A fronteggiare il populismo sovranista troviamo del resto, al posto della “sinistra di una volta (…) scomparsa con la fine del fordismo”, “un soggetto politico estraneo alla storia del movimento operaio e che difende un’idea liberale dell’emancipazione”. Sta di fatto che “mentre queste due famiglie politiche si pongono esplicitamente il compito di contrastare il corso del mondo, le politiche dei partiti sistemici occidentali, quelli che a vario titolo rientrano nello spettro liberale, cercano di assecondarlo. Con accenti diversi, vogliono portare avanti ciò che chiamano “le riforme” adeguando il mercato del lavoro e l’amministrazione dello Stato alle esigenze del capitalismo odierno”, senza per altro riuscire a contrastare efficacemente “lo spostamento della ricchezza e del potere verso Est, e la perdita progressiva di aspettative, status, garanzie che una porzione consistente dell’elettorato occidentale sperimenta”. Di fronte a mutamenti di questa portata “chi cerca di governare dovrebbe essere capace di pensare la media e la lunga durata dei processi e di prendere decisioni impopolari, a cominciare da quelle che riguardano il controllo della tecnica e l’ecologia. Ciò però è impossibile, perché il pianeta globalizzato rimane diviso in nazioni concorrenziali, e perché i governi debbono rispondere a elettorati – gli elettorati stessi, non solo i governi – che faticano a pensare in prospettiva”. E non sono efficacemente condizionati, del resto, da un’opposizione degna di questo nome, perché “il proletariato, lasciato a sé stesso, non vuole l’uomo nuovo e la Rivoluzione (…) soprattutto vuole una bolla di libertà, sicurezza e benessere: nient’altro. Per cui sono ormai in discussione, almeno tendenzialmente, anche “la tolleranza, il mutuo riconoscimento dei diritti, l’apertura all’altro, l’accoglienza, la correttezza politica” e persino “la democrazia liberale”: con la svolta rappresentata da Trump, “il rischio non è la replica del fascismo storico, ma la nascita di un regime che si collochi nello spettro politico illiberale”, in accordo con “una visione fondata sull’idea che per le maggioranze i beni primari siano il benessere, la sicurezza e una sfera di autonomia privata, mentre l’esercizio corretto della democrazia sarebbe un elemento secondario, un valore negoziabile”.

Considerandolo da questo punto di vista, si può dire che Berlusconi ha anticipato di due decenni l’avvento dei populismi contemporanei. Per dirla in sintesi, “Berlusconi sta a Trump come Giovanni Battista sta a Gesù: ha creato la grammatica del populismo politico contemporaneo vent’anni prima che molti cominciassero a parlare linguaggi simili al suo. È stato un esempio luminoso di ciò che Gramsci intendeva per egemonia, di come la costruzione del consenso politico e morale preceda quasi sempre la presa del potere”. Il che è avvenuto attraverso l’impero televisivo da lui costruito: “Nulla distingue gli anni Settanta dagli anni Ottanta più della televisione privata”, capace di imporre “una realtà nuova, post-ideologica, ludica e leggera, che molti non avevano visto arrivare, ma che esisteva già”. Ce ne saremmo accorti se avessimo preso atto per tempo che “il cambiamento dei costumi, contrariamente a ciò che una parte della cultura di sinistra aveva pensato nel corso degli anni Sessanta e Settanta, non ebbe alcun significato politico rivoluzionario”, bensì costituì “il risultato di un’emancipazione liberale compatibilissima col capitalismo e con i suoi principî. (…) le masse operaie di vecchio e di nuovo tipo erano pronte a abbandonare le mitologie di sinistra e a farsi conquistare da un’idea di felicità che passava attraverso il benessere, il consumo, il corpo, lo spettacolo, una sfera di autonomia percepita e quella cosa che, anche grazie alle reti della Fininvest, si cominciò a chiamare ‘immagine’. Quando si candidò alle elezioni, nel gennaio del 1994, Berlusconi aveva già vinto”. E “i populismi parossistici degli anni Zero hanno fatto il resto, generando fenomeni politici estremi e nuovi al cospetto dei quali Berlusconi è parso un garante delle istituzioni, un padre nobile”. Il cui ingresso in politica, aveva comunque già “definitivamente sepolto un’idea novecentesca della democrazia, quella di cui si può avere un’idea sintetica rivedendo i dibattiti in parlamento, i congressi di partito o le tribune elettorali”: “per la prima volta nella storia della Repubblica, un partito di massa non si costituiva intorno a un’ideologia ma a un capo”, “capace, come tutti i seduttori, di stare sullo stesso piano di chi voleva ammaliare ma anche di appartenere a un’altra dimensione, di sembrare “alla mano” e insieme superiore, e proprio per questo affascinante, secondo un double bind tipico delle leadership populiste: il capo è “uno di noi” (e infatti lo si chiama per nome, “Silvio”) ma è anche il migliore di tutti, è un amico ma anche un mito”. “D’altra parte Berlusconi faceva qualcosa che il centrosinistra aveva smesso di fare da tempo: spargeva ottimismo, non parlava di responsabilità ma vendeva speranze”. Mentre “la sinistra non ha saputo più cosa dire di preciso e si è barcamenata: è diventata la parte politica che vuole la gestione responsabile del mercato e un ordoliberalismo dal volto umano (…) non si aspetta nulla di buono dallo sviluppo delle forze produttive, teme il futuro; e anche per questo – non di stanca di ribadirlo, l’autore – ha spostato il suo nucleo ideologico dai diritti sociali, che confliggono con la logica del capitalismo, e dunque risultano difficili da difendere e impossibili da ampliare, ai diritti civili, che sono compatibilissimi con l’economia di mercato”.
Berlusconi è passato ma “chi ha meno di trentacinque anni è, alla lettera, un nativo berlusconiano, perché non ha memoria di un mondo nel quale Berlusconi non esisteva e perché ha assorbito col latte la seconda mutazione antropologica, che per lui, o per lei, è tutta la realtà di cui ha esperienza. E chi ha la sfortuna di essere più vecchio lo coglie subito in molti di loro, a cominciare da quelli che si pensano come oppositori di Berlusconi e di ciò che Berlusconi rappresenta. Lo coglie nella naturalezza con cui si autopromuovono, nello scarso pudore con cui si esibiscono, nella tendenza inconscia a pensare i rapporti sociali in termini mercantili, comportandosi come imprenditori di sé stessi qualunque cosa facciano.
Naturalmente Berlusconi non è la causa efficiente di tutto questo: è solo l’avanguardia e la metonimia italiana di un’epoca che ha introiettato la logica del capitalismo e dei media, come ormai è accaduto in ogni paese occidentale”.
Dopo “una riflessione sul significato politico della pandemia e su ciò che il Covid ha permesso di capire dell’impalcatura morale che sorregge le società contemporanee (“Nella primavera del 2020 la frase “nulla sarà come prima” contendeva a “andrà tutto bene” il primato nella classifica dei luoghi comuni; oggi sappiamo che, al netto di qualche piccola differenza marginale, tutto è tornato com’era”), l’autore – come lui stesso spiega – “affronta argomenti di portata più ampia”: dalla “struttura profonda” del mondo contemporaneo, costituita da “una società di persone private che vivono solo per sé e per i propri cari dentro le impalcature dell’economia di mercato, avendo perduto la capacità anche solo di immaginare che un altro mondo sia possibile”, alle “ambiguità” dell’ultimo momento nel quale era sembrato possibile immaginarlo, il Sessantotto, “l’ultimo episodio dell’età delle rivoluzioni sociali moderne, fondate sulla giustizia distributiva e sulla secolarizzazione della teodicea, cioè sull’idea che il male abbia una causa terrena sulla quale la politica può intervenire costruendo un mondo nuovo”. Nella realtà, “il Sessantotto – come già accennato – è stato una rivoluzione interna alle società capitalistico-liberali che ha ridefinito i costumi, le norme morali, le relazioni tra i sessi, i rapporti tra le generazioni” (…) (segnando) il passaggio da una società borghese ancora legata a una morale di origine religiosa fondata sull’ascesi intramondana, sul controllo di sé, sull’etica del sacrificio, sull’idea di decoro, a una società che funziona bene, anzi meglio, senza questa corazza superegotica, e che legittima alcune forme di vita estetica (di “trasgressione”, come si diceva all’epoca) estranee alla borghesia di una volta”. Una “metamorfosi morale per lo più vissuta come un’emancipazione”: “la tesi che Berlusconi sia il compimento del Sessantotto (Perniola, Magrelli, ma prima di loro Žižek), provocatoria quanto si vuole, coglie un nesso reale”. E lo constatiamo soprattutto oggi, quando appare ormai consumato “il passaggio dalla vecchia borghesia perbenista a una nuova middle class obbediente sul lavoro e anarchica nel privato”. Ce la si poteva aspettare, dopo discorsi simili, la conclusione: “la gerarchia, l’alienazione, lo sfruttamento, l’isolamento che abbiamo accettato come ovvi dopo la fine dell’età delle rivoluzioni, in cambio di una sfera preziosa di benessere e di autonomia privata, frustrano alcuni desideri umani profondi e non meno reali del principio di realtà che ce li fa considerare delle illusioni. Le utopie politiche di sinistra, come grandi religioni sostitutive secolarizzate, hanno permesso, tra le altre cose, di gestire lo iato tra i desideri e la realtà trasformandolo in un impulso al cambiamento. Il loro tramonto lascia spazio a soluzioni antiche (il ritorno delle religioni vere, per esempio), all’impegno per l’emancipazione liberale, se ci si crede, ma soprattutto a una vita che resta chiusa nel privato e si barcamena tra la ricerca della felicità o della tranquillità personale, l’edonismo, la decenza quotidiana, l’ironia, le passioni tristi, una blanda schizofrenia o una disperata vitalità. Siamo attraversati da queste Stimmungen, adottiamo l’una o l’altra a seconda del nostro temperamento e del nostro posto nel mondo, le cambiamo nel corso degli anni o delle giornate. Possiamo immaginare che la società attuale diventi più autoritaria di quanto non sia o crolli nel disordine, come nei racconti della nostra fantascienza distopica, ma non abbiamo più alcuna speranza paragonabile a quella che animava l’età delle rivoluzioni. Nessuno pensa che un altro mondo sia possibile, nessuno ci crede veramente”.