Fra le testimonianze di Zazi Sadou tradotte e pubblicate in Italia (“Ho scelto di lasciarvi immagini di vita e di bellezza”, Diotima, Il profumo della maestra, Liguori 1999; “Lotta al terrorismo. Imparare dalle donne d’Algeria”(“Via Dogana”, n. 58/59 2001, dopo l’11 settembre); “Trasformare la paura, si può” (Quaderno di Via Dogana, Fare pace dove c’è guerra, 2003), Secondorizzonte ha ritenuto opportuno riproporre quest’ultima.
Si tratta infatti di una narrazione ricca di riflessioni profonde e di insegnamenti sapienti, purtroppo straordinariamente attuali,  riguardo alla  maniera di trattare  la paura con la quale  il terrorismo  cerca di distruggere ogni disponibilità all’apertura e all’incontro tra esseri umani, facendoci dimenticare ciò che ci lega al di là delle appartenenze religiose e delle differenze culturali: l’amore per una  terra accogliente e il rifiuto della violenza sotto ogni forma.
“Trasformare la paura, si può” , nella versione integrale è disponibile a stampa, nel Quaderno di Via Dogana
Fare pace dove c’è guerra. Il Quaderno è in vendita alla Libreria delle donne (via Pietro Calvi 29, Milano) – che ringraziamo per l’autorizzazione alla riproduzione del testo sul nostro sito – e si può richiedere scrivendo a info@libreriadelledonne.it.

La paura è come la morte, la morte violenta. Non c’è niente di peggio. La paura è un sentimento ancor più forte dell’amore, della gioia. È qualcosa di talmente forte che, se arriva a dominare il suo pensiero, il suo corpo, la persona è morta. Non fa più niente… Malgrado la paura, siamo riuscite a creare un luogo di legami sociali, di solidarietà. Io uso la parola “strategia” perché noi abbiamo cerca­to di mettere in gioco delle azioni precise, volte a rompere il cerchio della paura collettiva. Quando una persona è isolata ha paura. Ma se sono migliaia le persone che hanno paura è l’isolamento più totale. Quando l’integralismo è arrivato con il terrore per inchiodare tutti al silenzio, alla paura, una voce si è alzata per dire: rompete il silenzio, perché questo silenzio è la morte. Sono state per prime le donne ad alzare la voce in Algeria, come risposta collettiva.*
Io credo che in ogni situazione, e non solo in Algeria o in Bosnia o in Afghanistan (società attraversate da conflitti sanguinosi), le risposte alla paura, a questa esperienza umana dolorosa, debbano essere le stesse.
La paura è un sentimento che tutti conoscono, più o meno. Confesso che io ho molta paura: lo so, l’accetto, la faccio diventare parte integrante di me stessa. È un sentimento orribile che paralizza. Sono d’accordo che occorre parlarne: è necessario poterla esprimere, ma solo a condizione che il parlarne non la renda contagiosa.
Per esperienza, infatti, riconosco tre tipi di paura. C’è questa paura contagiosa: una persona può suggestionare un gruppo distruggendo ogni possibilità di reazione, ogni possibilità di difesa, ogni possibilità di resistere. Sono situazioni di violenza estrema.
C’è la paura paralizzante, ha lo stesso effetto del tetano: se la persona o il gruppo che si trova in questa situazione non riesce a trasformare questa paura in un altro sentimento, come la rabbia ad esempio, per potere reagire e per potere attingere al massimo di energia per affrontarla, è la morte certa, è la prigione, è l’abbassare le braccia. La paura si prende tutto, è dare alla paura tutto il potere, sia da parte di singolo che da parte di un gruppo sociale o politico.
Infine, c’è la paura che personalmente, e penso anche collettiva­mente, abbiamo cercato di trasformare in paura motivante. Noi abbiamo conosciuto tutte le forme di paura. Ma è appunto quest’ul­tima, quando siamo riuscite a trasformarla in un guadagno di conoscenza, che ci ha dato la rabbia e di conseguenza la forza di reagire e di agire molto rapidamente.
Ogni individuo che vive la paura sa che è qualcosa di terribile, la paura può trasformare una persona, può trasformare un soggetto in una pecora. A quel punto, puoi fare di lui quello che vuoi. La paura è anche un segnale importante, ma quello che i movimenti totalitari fanno è di manipolare la paura degli individui. I gruppi armati isla­misti in Algeria hanno usato la paura e il terrore per mandare in pezzi la società, per cancellare la presenza delle donne nei luoghi pubblici e per prendere il potere. La resistenza, nelle sue diverse forme, ha avuto l’effetto di far regredire la paura collettiva, ostaco­lando questo processo.
All’inizio, c’è stato l’assassinio di poliziotti, di uomini della gen­darmeria, di militari. La società non ha ceduto. Noi abbiamo manife­stato fin dai primi assassinii. Poi c’è stato l’assassinio di intellettuali, e di giornalisti.
C’è stata una resistenza civile, la società non ha cedu­to. In seguito, a partire dal 1994, c’è stata un’altra fase: paralizzare, immobilizzare la società toccando il cuore della famiglia, cioè attac­cando le donne. Bisogna considerare il ruolo delle donne nella rap­presentazione simbolica, in società di tipo patriarcale come la nostra. Toccare una donna, violentare una ragazza nella sua casa, alla presenza dei fratelli, alla presenza del padre, provoca delle ondate di shock. Situazioni di questo genere sono state prodotte su larga scala. La violenza sessuale è stata utilizzata in Algeria dai grup­pi armati per terrorizzare la società. Sono state spesso le madri che hanno cercato di opporsi alla violenza e al sequestro della propria figlia. Ci sono casi concreti. Nella maggioranza delle testimonianze che abbiamo raccolto, le giovani donne violentate non volevano più ritornare a casa perché si sono sentite abbandonate dal padre e dal fratello che non hanno mosso un dito per proteggerle. È facile immaginare le conseguenze di queste relazioni nella società: viene lacerato in profondità il tessuto sociale, che poi deve essere ricosti­tuito. Abbiamo lavorato in situazioni di violenza estrema, di terrore. Essendosi questi casi moltiplicati, a partire dal momento in cui un numero sempre più elevato di ragazze venivano violentate o seque­strate, c’è stata una reazione che si può definire salutare perché un numero sempre maggiore di uomini hanno cominciato a organizzar­si in gruppi di resistenza. Padri di famiglia, nella loro testimonian­za, mi dicevano: io ho impugnato le armi perché sono venuti ad offendere l’onore di mia figlia. Ma, con l’organizzazione della resi­stenza divenuta sempre più importante in tutta l’Algeria grazie alla formazione dei gruppi di autodifesa e di patrioti, l’attività dei grup­pi armati terroristi ha subito un’evoluzione: è stato in quel momen­to che sono cominciati i massacri. Non era più una persona soltanto o una famiglia ad essere colpita, ma centinaia di persone che veniva­no assassinate nei villaggi. Massacri con un unico obiettivo: generare terrore per annientare ogni tentativo di opporsi ad essi.
Fare delle manifestazioni, delle marce, parlare in pubblico, inter­venire in una conferenza o scrivere esponendosi con il proprio volto e con il proprio nome, ha significato dire: io non ho paura di voi; io non posso tacere le cose che penso. Questa è stata in ogni momento la nostra politica, che toglie terreno a chi ricorre all’arma della paura. Ma ha anche l’effetto di far regredire la paura dentro di sé e farla regredire negli altri.
Ho visto rinascere la fiducia nelle relazioni. Quando un gruppo di individui constata che ci sono persone le quali, nonostante la paura che sentono non rinunciano a dichiarare orribile il progetto di colo­ro che minacciano tutti usando il terrore, si crea un luogo di solida­rietà.
Abbiamo dovuto anche trovare una lingua più potente della loro per dire che il nostro progetto è la vita. In questo modo noi stesse non ci siamo lasciate paralizzare dal terrore, dimostrando ad altri, ad altre che era possibile non lasciarsi trascinare fino in fondo dalla paura.

*Zazi Sadou, nel suo contributo al Seminario Verso un sapere del sentire, La paura, un segno forte del presente (Università delle donne di Brescia, aprile 2000), ricordava gli inizi della loro azione collettiva nel clima di terrore:
“Nel gennaio del 1995, era la vigilia del Ramadan in Algeria. Una bomba di cento chilogrammi di esplosivo , il T.N.T., esplose nel centro della capitale. Ci furono circa cento morti, centinaia di feriti. È esplosa al momento del passaggio di un auto­bus strapieno, diretto verso un quartiere popolare d’Algeri alle tre del pomeriggio, quando le persone erano uscite per fare le compere della vigilia del Ramadan. Ho sentito questa esplosione dal posto in cui ero con alcuni amici. Siamo andati sul posto immediatamente, appena avuta la notizia. È l’orrore, quando si arriva nel momento in cui ci sono pezzi di corpi da raccogliere. È assolutamente orribile da spiegare. Bisognava fare qualcosa: questo andava oltre i limiti personali. Avrei potu­to mettermi a raccogliere pezzi di corpi… occorreva fare qualcosa che rompesse il cerchio della paura, lo sapevamo. Lo sapevo che se pubblicamente non avessimo fatto un’azione spettacolare per lanciare un messaggio alla società da un lato e, dal­l’altro, ai terroristi che hanno rivendicato l’attentato (uno dei capi ha fatto una dichiarazione dagli Stati Uniti) per dire loro che noi non cederemo, che la società non cederà al terrore, noi avremmo cominciato a perdere la partita. E così abbiamo deciso quello stesso giorno di chiamare le donne a una manife­stazione sul luogo dell’attentato. Abbiamo scritto un comunicato che è uscito subito sui giornali. Abbiamo cominciato a telefonare alle persone. Non avevamo l’autoriz­zazione della polizia, ci sono state anche pressioni per impedirla, ma noi eravamo così convinte che si dovesse fare questa manifestazione che in meno di ventiquat­tr’ore centinaia di donne si sono presentate sul luogo dell’attentato. Eravamo sicu­re che ci sarebbero state, soprattutto le donne. Sul luogo dell’attentato restava un cratere di decine di metri, il sangue era ancora dappertutto, tutti i vetri della strada erano esplosi. E loro sono venute con delle candele e le hanno messe tutt’intorno.
Malgrado questo sentimento di paura, c’era stato qualcosa. E questa manifesta­zione ebbe un’eco straordinaria in tutta la società. L’eco fu importantissima sul piano psicologico come sul piano politico, perché fu la dimostrazione che ci sono delle algerine – per la maggior parte erano venute donne – che dicevano no, che esprime­vano un rifiuto, e che questa resistenza aveva il senso di rifiutare uno stato totalita­rio sotto la copertura della religione”.

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*La lettera, scritta subito dopo le azioni terroristiche del 7 gennaio a Parigi, è indirizzata a Delfina Lusiardi, femminista bresciana, che l’ha tradotta e fatta circolare nell’ampia cerchia delle persone che in Italia hanno incontrato direttamente Zazi Sadou o l’hanno conosciuta attraverso le sue testimonianze.
Sono testimonianze della resistenza con la quale le donne algerine democratiche si sono opposte alle azioni di terrore dell’integralismo islamico negli anni novanta. Delfina Lusiardi le ha, di volta in volta, raccolte, curate e tradotte.

Carissima amica, sono ancora sotto choc per quello che è successo ieri a Parigi. Immagina la violenza delle emozioni che ci sommergono.
Ecco il testo che ho scritto come un grido del cuore…

Tahar Djaout, giornalista algerino è stato assassinato nelle strade di Algeri da un giovane uomo che l’ha chiamo con il suo nome prima di puntare l’odio di cui era armato contro la sua tempia… Robot della morte persuaso di aver vendicato Dio e il suo profeta.
Tahar Djaout aveva appena scritto: “Se parli muori, se taci muori allora parla e muori…”

Questa frase divenne il nostro slogan, una parola d’ordine che ha impegnato migliaia di algerine e di algerini che hanno resistito ai molteplici attentati  e assalti dei gruppi armati integralisti…
Le donne furono nelle prime linee per denunciare i crimini commessi in nome della religione  e di Dio!
Tutti i giorni, durante più di un decennio abbiamo occupato le strade e i cimiteri per denunciare a mani nude il nostro diritto alla Vita e alla Libertà difendendo così i nostri ideali repubblicani e democratici.
Dieci anni dopo aver lasciato l’Algeria sono ripresa dentro un incubo che ha ossessionato le nostre vite per due decenni.

L’attentato  contro i giornalisti di Charlie Hebdo è un crimine contro la Libertà d’espressione, base democratica incontestabile. Non c’è da avere alcun dubbio sull’intenzione degli assassini. L’impatto che può avere questo ignobile crimine è da prendere molto sul serio. Se gli assassini lo rivendicano a nome dell’Islam, non  lasciamoglielo fare. Che questo crimine ignobile non venga attribuito ai milioni di cittadini di orizzonti e di origini differenti. Non lasciamo che vengano usurpate e sequestrate la credenza di milioni di donne e di uomini e le culture legate ad essa per un ideale politico il cui solo obiettivo è di imporre una “dittatura” dove saranno banditi il libero arbitrio e la Libertà!
Agiamo, manifestiamo il nostro rifiuto di confusioni, denunciamo quelle e quelli che ci catalogano sotto l’etichetta di “musulmano” dunque potenzialmente integralista o violento!
Denunciamo, facciamo sentire le nostre voci e gridiamo forte in faccia a questi “spacciatori di paradiso”: vi è proibito agire in nostro nome!
Il movimento integralista legato all’islamismo politico è da combattere ovunque e con tutti i  mezzi. Che i suoi rappresentanti siano in colletto bianco o armati di Kalashnikov non lasciamogli occupare lo spazio pubblico! Che il sacrificio di centinaia di migliaia di vittime da Algeri a Gao, da Tombuctu a Kabul, dalle città dell’Irak a quelle della Siria non siano inutili.  Non si tratta di condurre “una guerra contro i musulmani” ma di agire INSIEME per impedire a quelli che ci uccidono di gettare i nostri figli  nei roghi che accendono dappertutto…
L’odio degli altri, l’odio verso lo straniero è l’ingrediente che alimenta questi focolai. Siamo solidali e vigili.

Zazi Sadou,
Militante femminista algerina
Portaparola del RAFD dal 1993 al 2002