L’incompleto conoscersi

12/11/2014 | Scritto da Carlo Simoni

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Questo libro inaugura la collaborazione fra Secondorizzonte e la casa editrice veronese Cierre edizioni, che dalla metà degli anni Ottanta opera nel campo dell’editoria di approfondimento e qualità.

Una situazione “scabrosa e singolare” quella di persone “che si conoscano solo attraverso lo sguardo”: la richiama Thomas Mann nella Morte a Venezia, notando che è proprio da questo loro “incompleto conoscersi che nasce il desiderio”.
È quanto accade al protagonista, dodicenne, di questo romanzo quando incontra Heinrich e Thomas Mann, durante un loro soggiorno di cura a Riva del Garda, ed è lo sguardo del secondo a colpirlo: “alzava gli occhi a guardare il lago, però si vedeva che guardava più lontano. O non guardava neanche… Certo è che non mi avrebbe tanto colpito lo sguardo che quel signore, improvvisamente giratosi dalla mia parte, mi rivolse, se non ne avessi prima notato quel modo di guardare…”.
L’incontro, insieme a quello che si ripeterà anni dopo a Viareggio, durante un altro periodo di vacanza dello scrittore, segna la vicenda del protagonista, rivelandogli una “forza, che fino a quel momento non aveva mai sospettato di possedere” e che si traduce nel desiderio di sfuggire alla vita che il destino familiare gli offre. Un desiderio che conoscerà diversioni ma si manterrà in qualche modo fedele a se stesso e lo condurrà, prima bambino, poi  giovane, a riattraversare la storia drammatica della propria famiglia da un lato, e dall’altro a intraprendere un lungo e complesso itinerario di conoscenza di sé.

Quella che segue è la pagina iniziale del romanzo.

A dodici anni portavo ancora i capelli lunghi come quando ero piccolo. Così voleva mia madre, che nei mesi precedenti la mia nascita s’era convinta che stava per veni- re al mondo la bambina che desiderava da sempre. Invece ero arrivato io, e lei mi teneva a quel modo i capelli, fin sulle spalle, e prima di uscire con mio padre, la domenica, me li lisciava con una spazzola che usava solo per me, e poi mi metteva un poco di rossetto sulle guance e non ancora contenta si inumidiva di saliva l’indice e il medio d’una mano e me li passava sulle sopracciglia.
Quanto agli abiti mi vestiva come un maschio, ma i capelli voleva che restassero così, e mio padre aveva smesso di protestare. C’era un patto fra loro, da tempo. Che quando sarei entrato in fabbrica anch’io, il giorno prima lui mi avrebbe portato dal barbiere, e non dall’Amedeo, che stava al Varone, ma dal barbiere Bonometti, quello giù in città. Perché il taglio doveva essere perfetto.
Se mi si chiedesse che cosa ne pensavo io, non saprei rispondere. O direi che ad avere i capelli lunghi ero abituato. E comunque la cosa non mi interessava poi tanto. Come se riguardasse un altro. Quella saliva sulle sopracciglia e quei pomelli rossi, quelli sì mi davano fastidio, e cercavo di divincolarmi quando mia madre me li imponeva. Ma i capelli no. Non escludo che in fondo mi ci sentissi a posto. Li avevo sempre avuti così e non badavo a quelli degli altri ragazzi, a scuola: sarebbe stato come sentirmi diverso perché il mio naso, o il colore degli occhi o la forma delle orecchie non erano uguali a quelli di un altro. Quello ero io, e basta. Coi capelli lunghi e ancora biondi del biondo che poi coll’età scurisce. Ma questo non lo sapevo, allora. Non sapevo molte cose allora.

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Recensioni

Dal Corriere della Sera-Brescia del 26 novembre 2013.
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Dal Corriere del Trentino del 20 novembre 2013.
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Dal Giornale di Brescia del 26 novembre 2013.
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Da Bresciaoggi del 28 novembre 2013.
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Da Gruppo 2009, 3 febbraio 2015.
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Da AB inverno 2015.
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5 commenti

  • La strada perduta della Letteratura

    Finalmente un libro di grande spessore… non è facile trovarne, oggi. “L’incompleto conoscersi” di Carlo Simoni è uno di quelli che fan tornare la voglia d’immergersi in una storia, nei pensieri d’un personaggio.
    Troppo spesso capita di leggere romanzi che si riducono ad “un elenco di fatti e fatterelli”, basati sulla convinzione ormai diffusa che i libri debbano ammannire soltanto plot, o meglio, sceneggiature.
    Un bel romanzo di formazione, un Entwicklungsroman con un vago sapore da Belle Époque, reso con una scrittura nitida e sensibile, ricca di sfumature e di riflessioni che restano impresse. Un romanzo che ha l’ambizione e il coraggio di fare quel che troppo spesso molta letteratura non fa più, ovvero indagare in profondità, trattare temi sostanziali, materie universali. Se si escludono, naturalmente, certi polpettoni dalla retorica massimalista e commovente, buona per tutti i gusti, perfetti per diventare anche campioni d’incassi al botteghino. Ma quella non è “Letteratura”, anche se viene scambiata per tale.
    Quello di Simoni è uno di quei romanzi che si possono raccontare… perché la storia c’è, naturalmente. Ma si ha l’impressione che non basti, che sia tutto il resto a contare davvero… L’inizio e la fine, d’accordo, sono importanti, ma non quanto ciò che sta in mezzo. La cui materia più interessante non è intessuta di quelli che l’autore stesso definisce “fatterelli”, bensì delle riflessioni sui fatti e delle sensazioni che certi accadimenti suscitano nel protagonista.
    Rivelatore, a mio avviso, è il passaggio in cui Adelino, ormai maturo, afferma che scriverà soltanto di alcuni episodi indelebili della sua vita, seppur apparentemente minuti, “perché serbo il sentire che li contraddistinse e continua a farli risaltare sul flusso indistinto che non saprei ricostruire se non compilando un arido elenco di date e di nomi”.
    In fondo, la vita è proprio questo e pensare il contrario sarebbe ridurla ad un curriculum. Che va bene per cercare un’occupazione, ma quando se ne scrive… Bisognerebbe osare di più. All’eterna domanda sul perché si scrive Saramago replicava: “Scrivo per capire”. Ogni autore avrà sicuramente una risposta personale e diversa (e magari diversa in ogni momento della sua
    esistenza di scrittore). Tuttavia, in questa replica c’è davvero tutto.
    Anche Adelino capisce molti aspetti del vivere, delle relazioni, dell’animo umano… lo capisce per merito di piccole epifanie giovanili che marchiano a fuoco la sua memoria (ogni autore sa che quando un ricordo spicca con vividezza su tutti gli altri e magari ci perseguita per anni, ha in serbo qualcosa da dirci, una piccola verità…), oppure gli si disvelano significati perché da adulto riflette sul tempo trascorso.
    Il passaggio sul “sentire” degli animali, forse più vicini, inconsapevolmente, all’essenza del vivere è bellissimo (un pensiero che condivido pienamente) ed è una di quelle folgorazioni rivelatrici. “Mi sentii felicemente trafitto dalla certezza che non v’era altro mistero nella vita, e sentirlo fu non già dissipare il mistero, ma sentirsene traversati”.
    Adelino parla dell’avvicendarsi della luce e del buio, che per gli animali “è” l’esistenza, è quella e nient’altro. Lo definisce alla perfezione, Simoni: scoprirlo non è frutto di riflessione, è esserne trafitti.. senza che vi sia un processo razionale. È una specie di cortocircuito, un po’ come accade al protagonista della Recherche con i “turbamenti della memoria” e le “intermittenze del cuore”.
    Senza dubbio nel libro è evidente l’interesse per la cultura della Mitteleuropa e non solo per la presenza dei Mann (delizioso l’episodio dello scambio tra i due fratelli). Ma spero di non dispiacere all’autore se aggiungo che ho ritrovato un periodare che mi ha ricordato alcune pagine proustiane, saranno state anche quelle riflessioni originate dai momenti cruciali dell’esistenza…Comunque sia certe considerazioni di Adelino mi hanno rimandato alla pregnanza simbolica dei campanili di Martinville.
    Forse, perché questo è uno di quei romanzi in cui il senso della vita e il senso della Letteratura si intrecciano, diventando indistinguibili, indissolubili. Un piccolo manifesto letterario, che racconta il vivere, ritrovando la strada perduta della Letteratura.

  • claudia says:

    Ho appena terminato la lettura del libro. E già mi manca. Da un po’ di tempo ho adottato anche questo criterio di giudizio circa le letture che incontro: quando, concluse le pagine di un romanzo, sento la mancanza dei personaggi che lo abitano come se fossero diventati parte viva della mia esistenza, allora quella è stata per me una straordinaria esperienza. La prima volta che ho avuto chiaro questo sentimento di nostalgia, di privazione, quasi di abbandono risale a qualche anno fa, al termine della lettura de “I Buddenbrook”, prima della partenza per un viaggio in Germania, in particolare a Lubecca, da dove ci saremmo poi spinti fino a Travemunde. Avevo 19 anni invece quando ho visto per la prima volta il film di Visconti “Morte a Venezia” e ne sono rimasta folgorata.
    Si può capire dunque quante risonanze abbia scatenato questa lettura e quante emozioni, profondissime. Molto intense sono anche le riflessioni che via via sollecita, al punto che avverto il bisogno di rileggerlo, da capo. Ho trovato molti passaggi di una densità, di una bellezza, di una verità straordinarie. Certi aspetti, come il disvelamento di parti di sé attraverso il riconoscersi nel personaggio letterario e/o nell’autore sono molto intriganti, non tanto per l’eleganza o la complessità del percorso del pensiero ma per la profonda verità che esprimono. Verità profonda perché si sente provenire dal centro… dall’ esperienza attraversata senza risparmiarsi.

  • Virginio Telò says:

    Ho letto il tuo bellissimo e interessante libro. Grazie per averlo scritto. Qualche settimana fa ho seguito una conferenza di Federico Faggin , l’inventore del primo microprocessore,il “padre ” di Steve Jobs e Bill Gates, e che ora si sta dedicando con il suo staff a una ricerca sulla consapevolezza umana. Ho sentito un moto di sincera ammirazione leggendo le pagine dove anche tu affronti il problema della consapevolezza umana.

  • Mariagrazia Fontana says:

    Scrivere è sicuramente esporsi, ma anche la lettura non è un’operazione passiva e gratuita, ha le sue implicazioni. Aprendo un libro ci si dichiara disponibili all’intimità non solo con la parola scritta, ma anche con chi l’ha scritta. Si corre il rischio di un’eccessiva prossimità, di venire a sapere troppo di lui.
    Nel contempo si entra in una sfera di complicità che può far perdere l’orientamento, fin a farti dubitare della paternità delle parole distese sulla pagina: le si sta leggendo o le si è scritte in un’altra vita?
    Non che possa venire il dubbio di aver scritto in prima persona quella storia nel suo insieme, ma quella frase o forse solo quelle due parole in quella successione perfetta, proprio quella, sarebbero potute uscire dalla penna del lettore stesso. O forse questo è quello che nell’intimo si sta desiderando: avere messo al mondo quell’equilibrio.
    A volte, certi passaggi, non per forza nei nodi cruciali della storia, anche solo alla periferia del racconto o in parole che per altri potrebbero risultare marginali, istituiscono per quel lettore una magica aderenza a quello scrittore. Inspiegabile ma perfetta. E il lettore e lo scrittore, da quel momento in poi, non sono più gli stessi, singolarmente e insieme. Soprattutto insieme. Non si sta più insieme allo stesso modo dopo certi libri. Magari alla superficie la metamorfosi non è evidente e il ritmo delle onde appare immutato. Ma i due, il lettore e lo scrittore, lo sanno. Non si guardano più allo stesso modo, non si percepiscono più come prima, pur nell’incompleto conoscersi. Qualcosa è cambiato ed è qualcosa che conta anche se non si vede. Come è noto, non tutto ciò che conta risulta visibile, anzi.
    A volte si è traditi dalla semplice inflessione della voce, altre da uno sguardo più sfuggente, come intimoriti dall’aver così tanto condiviso. Forse è il pudore che induce a ritrarsi. Un anglosassone passo indietro per non urtare sensibilità, per non sembrare invadenti, come a garantire di aver solo buttato uno sguardo nell’animo dell’altro, non di più.
    Come se per errore si fosse entrati in bagno mentre l’autore faceva pipì, ci si ritrae fingendo di non aver visto nulla. Ma, paradossalmente, non è il segreto dello scrittore che crea l’impasse, è quello del lettore che lo scrittore ha messo a nudo. Non è chi legge che varca la soglia del bagno altrui, è lo scrittore che, incautamente, entra nel bagno di chi legge. E l’imbarazzo sta proprio nel sentirsi scoperti, nel veder squadernata la propria intimità, quando si credeva che di sé fosse visibile giusto il naso.
    Forse è che i segreti si assomigliano, così come la vita di tutti. E’ che le angosce non sono poi così originali e ci si può autenticamente chiedere se siamo noi che osserviamo o se in realtà, in alcune pagine, siamo stati osservati. Qualcuno impunemente ha frugato nell’animo nostro.
    Certo è che leggendo certi libri, dopo ma anche durante, si comincia a vederci meglio. E non si vedono bene tanto i segreti, ma tutto l’insieme, pur in quella confusione del guardare e dell’essere guardati che forse è ciò che ti consente di vedere. Anzi è proprio quando si cammina incerti, incespicando, quando non si rifugge l’ambiguo confondersi e si accarezzano gli indefinibili confini della nebbia, che si generano meraviglie.
    Si legge e si scrive senza soluzione di continuità. Non si riesce a scrivere se non si impara a leggere. Non si può leggere se non si accetta il rischio che la scrittura propone, se non ci si apre alla parola.
    Si scrive e si legge non sempre in successione. A volte si scrive mentre si leggono le parole significative di altri, come raccogliendo una gugliata di filo per terra e srotolando una matassa di lana. A volte si leggono nelle parole di altri i propri pensieri, altre volte si scrivono le emozioni di altri, percepite sulla pelle quasi per caso, assorbite in conversazioni o in semplici sguardi.
    E in questo gioco di nascondimenti e di svelamenti, si aprono la porta del bagno di chi legge e di chi scrive e si continua a leggere e a scrivere per restare in vita.

  • Luisella says:

    Ho preso tra le mani questo libro attratta da subito dal titolo, ho cominciato a sfogliarlo, poi a leggerlo.
    “Senza carta niente cultura”, sentenzia Amatore Pucci e già da subito la concretezza dell’esperienza ha preso giustamente il posto che le spetta. E via via è iniziato un dialogo con tutti i personaggi, umani e non umani, dialogo che continua al di là del libro e mi fa desiderare di reincontrarli, di ascoltarli ancora, di rileggere il loro dire e dirsi, consapevole di quello che mi insegnano.
    Quando un libro mi cattura, succede che lo trasformi in immagini, in linguaggio filmico, viene da sè. E così ho letto ma anche ‘visto’: Amatore che suonava il mandolino e si lisciava i baffi, Albina accucciata accanto al letto a cullare la Maria bambina, Adelino seduto al caffè col padre sotto i portici, e quel signore tedesco che sapeva guardare molto lontano da dov’era, un guardare senza guardare; e poi la partenza di Adelino per Gardone…insomma ogni pagina è diventata il fotogramma di una sequenza filmica. Parole che hanno fatto scaturire immagini e immagini che mi rimandano continuamente al testo: è in questo andirivieni che il tuo libro è diventato il mio libro. Sì, il mio libro perchè parla anche di me, di tratti della mia esistenza e del mio sentire; ciò che Adelino sente e dice è vero anche per me e come fa lui a saperlo?!
    “Perchè ce ne stiamo divisi, lontani mentre siamo ancora vivi? E dunque era così che c’eravamo ridotti a vivere: come persone che non avessero nulla a che fare tra loro” :sapessi quante volte sono stata attraversata da questo interrogativo nel rapporto con i miei genitori e mio fratello. Quanta sapienza in Adelino quando dice: “Non è poco, mai e in nessun caso, ciò che la vita ci offre…e anche il semplice camminare chiede che gli sia riconosciuto un senso”.
    Ogni personaggio ha un suo spessore, unico, e una sua profondità e straordinarie sono le parti che parlano degli animali, in particolare Aaron. Di incontrarli si tratta e non di acquistarli, come dici bene nel poscritto, perchè solo così entriamo con loro in un dialogo che dilata la nostra vita. Mi sono lasciata prendere per mano dal professor Ancona: “…mi dà serenità poter credere d’avere dei maestri che offrono esempi silenziosi anziché discorsi complicati…”; da frau Ariadne che cedette “…non per paura ma per il desiderio antico, ineludibile di compiacere mio padre, e ottenerne il consenso e la stima…”; da Albina che “…dove la si metteva stava, ma provvisoria sempre…”.
    Non posso andare oltre e voglio dirti che suona vera anche per me l’espressione “…dall’incompleto conoscersi nasce il desiderio…”. E’ una verità sottoposta ogni giorno al rischio della finzione, del nascondimento e ‘delle buone maniere’. Tu questo rischio hai saputo segnalarlo con lucidità e chiarezza.



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