Scrivere, leggere / Günther Anders

“(…) importante è che l’ampio fiume del romanzo continui a scorrere. Se esso si prosciugasse, la comune vita quotidiana sarebbe sconosciuta già domani. Perché la storiografia non ha mai conservato la vita quotidiana. (…) Ciò che oggi al romanziere chino sulle sue pagine sembra pura finzione, sarà domani una fonte inesauribile di fatti”.

L’arte di lasciare spazio al lettore

Claire Keegan, Piccole cose da nulla, Einaudi 2022 (pp. 94, euro 13)

“In ottobre gli alberi erano gialli (…) poi arrivavano i venti di novembre, soffiavano senza sosta spogliavano i rami”; “Mai viste tante cornacchie a dicembre”; “Per la settimana di Natale era prevista neve”: è con notazioni sul tempo atmosferico che spesso iniziano i capitoli, ci pare di vederlo il clima della cittadina irlandese di New Ross, e anche la sua gente, che “perlopiù sopportava il maltempo, scontenta: bottegai e artigiani, uomini e donne alle poste e in coda per la disoccupazione, alla sala bingo, nei pub e in friggitoria non facevano che parlare, ciascuno a modo suo, del freddo e di quanto era piovuto”. Dei tempi pare non si parli invece, i tempi difficili che l’Irlanda viveva negli anni Ottanta, segnati da una recessione che l’aveva portata a registrare il più alto tasso di disoccupazione in Europa.

Continua a leggere L’arte di lasciare spazio al lettore

La nostalgia di chi non se n’è andato

Vito Teti, La restanza, Einaudi 2022 (pp. 160, euro 13)

“La nostalgia dell’altrove riguarda anche chi è rimasto e assiste alla fine del mondo in cui è nato”, “melanconico abitatore di un mondo da cui non si è mosso”, “nostalgico sognatore di un mondo che non conosce”: il ruolo attivo, progressivo, della nostalgia e la condizione di chi resta – la restanza appunto – come l’altra faccia di quella in cui si trova chi ha invece scelto la partenza e ha abbandonato il luogo in cui era nato e aveva vissuto. Le acquisizioni critiche che si sono lette nel precedente libro che l’antropologo calabrese aveva dedicato all’argomento (Nostalgia. Antropologia di un sentimento del presente, in queste note nell’aprile 2021) si ritrovano in questo, come riferimenti di un unico discorso nel quale, oltre ai risultati della ricerca, entra la memoria autobiografica di un restante, quale Teti è: “La mia piccola esperienza locale è ricca di padri che partivano e di madri che restavano (…). Per me, ne ho coscienza chiara, da sempre partire e restare sono stati indissolubilmente legati”.

Continua a leggere La nostalgia di chi non se n’è andato

Luoghipianteanimaliuomini / Piergiorgio Bellocchio

“Progresso. La suprema ironia del destino sarà che nel giro di pochi decenni (o siano pure uno o due secoli) l’uomo ipernutrito, ben protetto dal freddo e dal caldo, grazie ai progressi della scienza e della tecnica servito da ogni sorta di macchine… morirà per mancanza d’aria, d’acqua, cioè di quei beni che la natura ci ha regalato per migliaia di anni (…), quei beni che i miracoli della scienza e della tecnica, il mito del progresso illimitato avranno distrutto”.

La terribile malattia che la gente stupidamente chiama ‘non avere niente’

Proust. Del buon uso della cattiva salute. Lettere di un malato immaginifico, a cura di Eusebio Trabucchi, L’orma 2022 (pp. 64, euro 7)

Il titolo ricalca quello della Preghiera per domandare a Dio il buon uso delle malattie di Pascal: “Tu mi hai dato la salute per servirTi, e io (sovente) ne ho fatto un uso tutto profano.
Mi mandi ora la malattia per correggermi: non permettere che io ne usi per irritarTi con la mia impazienza! (…) Fa che io mi auguri salute e vita soltanto per impiegarla e concluderla per Te, con Te, in Te!” Basta immaginare che il Tu cui il filosofo si rivolgeva non coincida con il Creatore ma sottintenda un’altra entità – la Scrittura – ed ecco trasparire, nel volto spigoloso e glabro dell’autore dei Pensieri,quello pallido e baffuto di Marcel Proust, autorelegatosi nella famosa camera dalle pareti foderate di sughero e dedito notte e giorno alla composizione della sua grande opera.

Continua a leggere La terribile malattia che la gente stupidamente chiama ‘non avere niente’

Oggi, domani / Norberto Bobbio

“Solo chi crede che la politica non sia tutto giunge a convincersi che la cultura svolge un’azione a lunga scadenza, anch’essa politica, ma di una politica diversa. La politica ordinaria, piacerà o non piacerà, è la sfera dei rapporti umani in cui si esercita la volontà di potenza, anche se coloro che la esercitano credono che la loro potenza – beninteso non quella degli altri – sia a fin di bene. (…) Solo chi crede in un’altra storia – vi crede perché la vede correre parallelamente alla storia della volontà di potenza –, può concepire un compito della cultura diverso da quello di servire i potenti per renderli più potenti, o da quello, ugualmente sterile, di appartarsi e di parlare con sé stesso. Io, personalmente credo, ho sempre creduto, in quest’altra storia”.

La pazienza, virtù inattuale

A. Tagliapietra, I cani del tempo. Filosofia e icone della pazienza, Donzelli 2022 (pp. 191, euro 34)

Lasciamo da parte i riferimenti, numerosi e puntuali, alla storia del pensiero filosofico e a quella dell’arte, che ricorrono ad ogni pagina. L’originalità di questo libro sta innanzitutto nel fare, e nel costringerci a fare, i conti con una virtù d’altri tempi, la pazienza: “Nella trama della contemporaneità, là dove l’affermazione del progetto ideologico della ragione strumentale votata alla produzione per la produzione sembra giungere a compimento, innervando con virale capillarità e pervicace ostinazione le forme della vita quotidiana, la pazienza appare una virtù del tutto inattuale. (…) L’impazienza può essere ritenuta la cifra contemporanea dell’esperienza soggettiva o, se si vuole, la causa stessa della sua mancanza, vale a dire il movente per cui si inseguono, con sempre maggiore frenesia, situazioni e circostanze che sembrano cariche di esperienze possibili, ma che, una volta raggiunte, non mantengono mai quello che avevano promesso”.

Continua a leggere La pazienza, virtù inattuale

Dalla parte del lupo

Kerstin Ekman, Essere lupo, Iperborea 2022 (pp. 208, euro 17,50)

Le stagioni, i boschi, gli animali: in alcune pagine si ha l’impressione di muoversi nel mondo di Rigoni Stern. Ma lo sguardo che il protagonista posa sui luoghi e le creature che li abitano non è nativo. È il frutto di un cambiamento lento, profondo, che da ispettore forestale e cacciatore lo porterà a un ripensamento radicale della propria vita. “Vivevo una vita normale. Forse non sarebbe durata chissà quanti anni ancora, ma in ogni caso una vita normale, perfino buona”, condivisa con la moglie, donna solida e affettuosa, con la quale si è ritirato in una proprietà lontana dalla città, fra i boschi. “E si andava avanti, vivevamo una vita normale, ce l’avevo fatta. Poi vidi il lupo”.

Continua a leggere Dalla parte del lupo

Un vitalismo disincantato

Jón Kalman Stefánsson, La tua assenza è tenebra, Iperborea 2022 (pp. 608, euro 21,50)

Un uomo che non ricorda più nulla di sé, una donna che sembra riconoscerlo, come tornasse da un lungo viaggio che l’ha tenuto lontano, forse, dal suo amore… Ma non c’è da illudersi: dopo questo inizio, che potrebbe essere quello di una narrazione come tante, lineare nel suo svolgimento, la trama si complica in una miriade di vicende, racconti e racconti di racconti che non solo hanno protagonisti diversi ma si dispongono in momenti diversi entro un arco di un paio di secoli, e ritornano su sé stessi per procedere, a distanza di pagine, non in sequenza ma secondo un tracciato a spirale che, appunto, contempla riprese e avanzamenti. Non sembra curarsi, lo scrittore, della fatica che chiede al lettore, tranne che in qualche raro caso nel quale lo avverte (o avverte sé stesso?): “fermati un attimo, perché qui c’è un intoppo, una storia, un destino, e per questo abbiamo bisogno di tornare indietro, nel passato (…). Torniamo indietro nella speranza di comprendere meglio, di orientarci meglio. Quindi rallenta. O meglio: rallentiamo il tempo. Altrimenti non si può raccontare”.

Continua a leggere Un vitalismo disincantato

Per una ciocca di capelli…

È cedere al disegno perverso dell’Occidente rivendicare il diritto di andare a scuola? – si chiede Paola Ginesi, della Fondazione Piccini –, guidare un’automobile, uscire da sole, essere protagoniste nella vita sociale, non subire dolorose e umilianti mutilazioni genitali, rifiutarsi di divenire una sposa-bambina, mangiare senza dover rinunciare al cibo per i “maschi” della famiglia?

Ebraim Raissa, il presidente iraniano, che denuncia le proteste delle donne come «il disegno dei nemici per destabilizzare l’Iran», concorda con l’analisi di non pochi nostri media ed opinionisti “occidentali” di vari schieramenti ideologici.

Per quest’ultimi, le proteste delle donne iraniane sono, da una parte, un ulteriore fenomeno di emulazione per aderire a costumi lontani dalla loro storia e contrari alle loro tradizioni; dall’altra, un’ulteriore dimostrazione del disegno dell’Occidente che «attraverso la liberazione del corpo femminile tenta di penetrare e invadere» (Michele Castaldo)unpaeseper imporre i propri valori per cui, di fatto, nel togliersi il velo, la donna passerebbe da una schiavitù di tipo teocratico ad una schiavitù incentrata sul sesso.

La stessa polizia morale è in un certo senso “necessaria”: «La domanda da porsi è: ancor prima di definire il fatto come conservatore, retrivo e reazionario, perché esiste una “polizia morale”? perché si ritiene da parte dell’Islam in quanto religione, di dover frenare in qualche modo l’istinto naturale che la femmina interpreta del desiderio sessuale maschile, un istinto che Malthus definisce primordiale e insopprimibile […] L’Iran, avendo subito ricatti e sanzioni continue da parte dell’imperialismo occidentale, è costretto ad essere guardingo nei confronti dei costumi occidentali per non essere invaso e disgregato. […] Chi oggi saluta trionfalisticamente la ribellione di giovani donne in Iran contro l’oppressione femminile sa di proporre come modello alternativo a quello teocratico islamico quello del liberismo occidentale, dell’individualismo femminile preda della mercificazione di tutta la società, compreso il corpo e la mente della donna, anzi proprio attraverso la donna» (Michele Castaldo).

Continua a leggere Per una ciocca di capelli…

Luoghipianteanimaliuomini / Piera Ventre

“La tartaruga si era ritratta nel suo guscio e (…) poteva assimilarsi a un sasso, un grosso sasso dai colori accesi. Come può un essere vivere in una pietra? mi stupii, come se per la prima volta ci pensassi. Tuttavia, pure pensai che forse l’unico modo autentico per abitare veramente fosse quello che passava attraverso una costruzione attiva. Come gli antenati, i primi uomini che cercarono un asilo, avremmo dovuto saperci costruire una capanna per dirci realmente a casa. E quella tartaruga nel suo guscio, ossa e nervi, sangue e linfa, con gli organi adesi alla corazza, ne era la prova più evidente. Un corpo che si faceva abitazione, un edificio vivente che si sarebbe dissolto con la dissoluzione del suo unico abitante”.

La felicità: un desiderio, non un dovere

Marco Balzano, Cosa c’entra la felicità? Una parola e quattro storie, Feltrinelli 2022

“Un racconto sulla felicità e sul potere che possiede di condizionare ogni istante della nostra vita” a partire dalle “immagini originarie che indicano la felicità” nelle lingue che l’autore conosce o sente comunque vicine (greco, latino, ebraico, radici della civiltà occidentale, e inglese, “codice universale del nostro tempo”), e l’etimologia come fecondo punto di vista critico che collega tempi diversi e come strumento per contrastare il deterioramento della lingua, e quindi del pensiero. Questo il programma di lavoro che Balzano si è posto per sondare una parola che è “forse la più soggettiva del vocabolario”, diversa da persona a persona ma anche nelle età della vita “perché a cambiare siamo prima di tutto noi con il nostro orizzonte di desiderio”. Unica invariante: tutti vogliono essere felici.

Continua a leggere La felicità: un desiderio, non un dovere

Oggi, domani / Slavoj Žižek

“(…) il riscaldamento globale e altri problemi del pianeta sono diventati invisibili. Potremmo perfino dire che le nuove guerre non ignorano semplicemente il riscaldamento globale e altri problemi del pianeta, sono semmai una reazione ai nostri problemi globali, il ritorno a una «normalità» perversa delle guerre. L’idea è: va bene, si prospettano tempi difficili, allora assicuriamoci una posizione forte per sopravvivere meglio degli altri alle sfide che verranno. Il momento che stiamo vivendo quindi non è il momento della verità, quando le cose diventano chiare, quando si riesce a intravedere distintamente la contrapposizione di fondo. È il momento della menzogna più profonda”.

Il Nord e il Sud di ogni scrittore

Ian McEwan, Lo spazio dell’immaginazione. Riflessioni sul saggio di George Orwell Nel ventre della balena, Einaudi 2022, (pp. 48, euro 12)

Un’altra prova, questo piccolo libro, di che cosa ci riservano i grandi scrittori – lo abbiamo verificato ad esempio leggendo i saggi critici di Gianni Celati, in queste note a fine marzo 2020 – quando parlano, come Calvino sapeva fare da mestro, dei libri degli altri.
Quelli di Henry Miller e George Orwell, nel caso di McEwan.
“Nonostante una buona dose di reciproca ammirazione, i due autori non pensavano allo stesso modo su molte cose”. Il bohémien pessimista e edonista “nutriva un profondo disprezzo per la politica e ogni genere di militanza”: “era, per usare la definizione di Orwell, “nel ventre della balena”, “con metri di grasso” che mettono al sicuro dal mondo, una condizione dalla quale l’inglese era “uscito da un pezzo” impegnandosi “nella causa antifascista [in Spagna] e nella lotta contro l’ingiustizia sociale nel suo Paese”.
Nel loro incontro, nel dicembre 1936, a Parigi, Orwell si dichiara convinto che “libertà e democrazia garantivano l’indipendenza dell’artista – compresa quella di Miller”. Questi, convinto che “la civiltà moderna fosse agli sgoccioli”, riteneva considerazioni del genere solo “fesserie”. Eppure i due si stimano, e Miller regala a Orwell, in partenza per la Spagna, una giacca. Quasi un anticipato contraccambio della tesi che quattro anni dopo l’autore di Omaggio alla Catalogna avrebbe espresso: “a Miller doveva essere riconosciuto il diritto di rifiutare, come artista, l’impegno politico”.

Continua a leggere Il Nord e il Sud di ogni scrittore

Il tempo, la vita / Julian Barnes

“Ci incoraggiamo a vicenda al raggiungimento del paradiso profano e moderno dell’autorealizzazione: lo sviluppo della personalità, le relazioni che contribuiscono a definirci, la professione che ci garantisce uno status, il possesso di beni materiali, l’accumulo di prodezze sessuali, la pratica sportiva, il consumo di cultura. Tutto contribuisce alla nostra felicità, non è così? – o no? Questo è il mito che ci siamo scelti, ed è tanto illusorio quanto quell’altro che prometteva appagamento ed estasi quando la tromba del Giudizio universale avesse suonato (…)”.

Ogni cosa ha la sua fine, niente è per sempre

Kader Abdolah, Il faraone d’Olanda, Iperborea 2022 (pp. 288, euro 17,50)

La narrazione procede con il passo dei due anziani personaggi, un professore e un operaio. Il primo è un insigne egittologo olandese che dopo aver indagato per una vita sul lontano passato ha perso la memoria, ma non del tutto: non ricorda il proprio nome ma lo pseudonimo che aveva adottato; durante le sue quotidiane uscite non di rado si perde e dev’essere riportato a casa, ma non ha dimenticato nulla di ciò che riguarda la mummia che, non saprebbe dire come portata con sé dagli scavi in Egitto, conserva nella propria cantina; stenta a riconoscere anche le persone va lui vicine ma ha mantenuto l’ormai antica consuetudine con l’operaio – ecco il secondo personaggio, vero protagonista del romanzo – che gli aveva molti anni prima portato a casa una lavatrice, uno dei tanti gastarbeiter emigrato dalla terra delle piramidi in Olanda, il quale, rispolverando un’abilità acquisita nell’infanzia, ha negli anni dipinto i muri della cantina dello studioso facendone una perfetta imitazione d’una tomba faraonica.

Continua a leggere Ogni cosa ha la sua fine, niente è per sempre

La non appartenenza dell’intellettuale pubblico

Tomaso Montanari, Cassandra è ancora muta, Edizioni Gruppo Abele 2022 (pp. 176, euro 14)

“Un libro dedicato al silenzio del pensiero critico nell’Italia di oggi”. La quale non è cambiata da quando è stato pubblicato la prima volta, per vedere adesso, a cinque anni di distanza, questa nuova edizione. Anzi: la pandemia e poi la guerra lo hanno zittito ulteriormente, com’era accaduto a Cassandra, condannata a vedere il futuro senza mai essere creduta. Come accade all’“intellettuale pubblico”, studioso che accumula conoscenza ma “vuole rimanere nel mondo, e condividere quella conoscenza con tutti”, senza rinchiudersi nella visione ristretta e alla comunicazione circoscritta cui costringerebbe la specializzazione, accettando piuttosto la non appartenenza, la “solitudine di chi dice la verità”. Se affermazioni del genere possono destare il sospetto di trovarsi di fronte all’ennesimo capitolo dell’eterno “dibattito tra intellettuali sugli intellettuali”, come diceva Norberto Bobbio, è dallo stesso che Montanari trae la sua “bussola”: “il primo compito degli intellettuali – scriveva infatti Bobbio – dovrebbe essere quello di impedire che il monopolio della forza diventi anche il monopolio della verità”.

Continua a leggere La non appartenenza dell’intellettuale pubblico