Roberta

26/02/2018 | Scritto da Andrea Maria Spadini | (0 Commenti)

Roberta è mia sorella. Ha 51 anni ed è affetta dalla sindrome del “grido del gatto”, malattia genetica dovuta alla delezione del cromosoma 5. Ha un ritardo mentale grave, che non le ha però impedito di imparare un numero sufficiente di parole che le consentono di esprimersi e di relazionarsi con gli altri. Anche troppo… Roberta parla moltissimo, con tutti, anche se il vocabolario che usa non è sempre di immediata comprensione per chi non la conosce bene. Qualche settimana fa ha cominciato a non vederci più. Probabilmente da tempo ci vedeva poco e male ma non ci aveva mai detto nulla. I medici le hanno diagnosticato una cataratta bilaterale. Lunedì è stata operata all’occhio sinistro. Questo è ciò che lei ed io ci siamo detti prima che entrasse in sala operatoria. Una precisazione, anzi due: in “robertese” PUIUIA significa paura e PICCOLO CONVENTO sta per piccolo intervento.

R: Andea…

A: Dimmi Robi.

R: Io ho puiuia del piccolo convento…

A: Lo so. Ma vedrai che andrà tutto bene.

R: Si…?

A: E poi con il tuo occhietto tornerai a vedere come prima. Non vorrai mica restare cieca?

R: Cieca come Andea Bocelli?

A: Si. Però guarda che tu non canti bene come lui.

R: (ride). Non è colpa mia se il mio occhietto non ci vede?

A: Non è colpa di nessuno.

R: Il mio occhietto è un po’ tremendo?

A: No, si è solo ammalato. Ma ora il dottor Francesco lo farà guarire.

R: Si…? Mi fa male?

A: No. Ora ti faranno dormire con una medicina e quando ti sveglierai sarà tutto finito. Avrai una benda sull’occhietto e sembrerai un pirata. Ricordati che mi hai promesso di non toccarlo mai. Mi raccomando… E’ importante. continua a leggere

“Perchè non hai aperto alla signora Gardoni?” mi dice Grazia rientrando dal lavoro.
“Non ho sentito suonare. Forse non ha premuto bene il pulsante del citofono…”
“Si, certo… O forse è che sei diventato proprio duro d’orecchi. Ormai ti sta capitando sempre più spesso…”
“Sarà… Però quando hai suonato tu ho sentito. Infatti ti ho aperto…” rispondo seccato. Mi infastidisce sempre un po’ quando mi dice che sto diventato sordo, anche se probabilmente ha ragione.
“Va bè, non importa, voleva solo regalarci un cestino delle sue albicocche, sai, quelle delle piante che ha in cortile… Aveva capito che eri in casa perché ti ha sentito parlare con le gatte…”
In effetti, ero in camera da letto con la finestra spalancata… proprio la finestra rivolta verso casa sua… Certo che, la signora Gardoni, nonostante l’età, a quanto pare ci sente ancora benissimo… O forse stavo facendo davvero un gran casino…
“Allora avrà pensato che sono un deficiente.”
“Ma… Non so… Tu che ne dici?” mi risponde Grazia con aria innocente…
Per un momento mi immagino la nostra vicina che ascolta perplessa quell’insieme di versi inarticolati che emetto quando gioco con le gatte… Si sarà divertita un sacco la vecchia berlusconiana… Già, perché mica me la scordo quella bandiera di Forza Italia appesa sopra il suo portone d’ingresso all’epoca della prima vittoria elettorale del Cavaliere… E neanche il suo sorriso strafottente quando in quei giorni ci incrociavamo per strada… Me ne deve regalare di albicocche la signora Gardoni… Provo un po’ di disappunto al pensiero di lei che di nuovo se la ride alle mie spalle…
Poi però mi ricordo di tutte le volte in cui l’abbiamo ascoltata divertiti mentre si rivolgeva al suo cane urlando come un’invasata… “UGO!!! Vieni qua che ti riempio di legnate… Guarda cos’hai fatto brutto maiale… UGO!!! Oh, quando ti acchiappo…” e giù imprecazioni che neanche un camallo del porto di Genova… che risate… Anche ora fatico a trattenere un sorriso… la signora Gardoni che parla con UGO!!!… Forse ci somigliamo più di quanto sono disposto ad ammettere…
Comunque è vero. Non che sono un deficiente, no… Che parlo con le nostre gatte. Soprattutto con una delle due, in verità…
Ci sono capitate a pochi mesi di distanza l’una dall’altra, entrambe cucciole.
Lola, la prima, è una soriana tigrata di colore grigio. Elegante e magrissima, è una gatta molto dolce e riservata che riesce a trasformarsi in una belva feroce solo quando si trova di fronte un veterinario.
E’ stata la realizzazione di un desiderio a lungo coltivato da Grazia dopo la morte di Mimì, la nostra amatissima gattina tricolore. Credo che di ciò Lola si sia resa conto perché è stata, fin da subito, la “sua” gatta. Quando siamo sul divano è sempre da lei che sceglie di andare ad accoccolarsi e se la lasciamo dormire con noi è tra le sue gambe che decide di addormentarsi. Col tempo è diventata molto affettuosa anche con me, ma rimane la gatta di Grazia.
Le nostre conversazioni, quelle mie e di Lola, ruotano inevitabilmente intorno al cibo. Lei non te lo chiede quasi mai. Quando lo fa, di solito ti sta prendendo in giro… Io ci casco sempre e mi sforzo inutilmente di trovare dei buoni argomenti per convincerla ad ingoiare almeno qualche croccantino. A volte lo faccio con dolcezza, altre con esasperata ruvidità. Il risultato, comunque, è invariabilmente il medesimo: non mangia.
E poi c’è Molly… Ricordo bene il giorno in cui, con un colpo di mano, si è deciso il suo ingresso in famiglia.
Era stata una giornata di lavoro veramente pesante. Avevo effettuato, con l’aiuto di alcuni colleghi, un accesso informatico all’azienda che stavo sottoponendo a controllo, perciò era stata tutto un… “Allontanatevi immediatamente dalle vostre postazioni di lavoro e dal PC… nessuno tocchi nulla sulla propria scrivania… ognuno rimanga nella propria stanza e non si allontani per nessun motivo, nemmeno per andare in bagno… Signora, cosa sta mettendo in borsetta? No, la chiavetta no, la lasci al suo posto… ” e così via… E poi l’acquisizione di copia del contenuto di tutti gli hard disk dei PC… Una vera sfacchinata…
Non posso dimenticare la faccia dell’amministratore delegato e dei suoi collaboratori… e nemmeno lo sguardo con cui, per l’intera giornata, ha inutilmente cercato di incenerirmi…
Comunque… continua a leggere

“Non ci posso credere… Roberto ha comprato gli stivaletti dei Rokes!!”
Eccolo lì, in classe a pavoneggiarsi con quegli stivaletti di camoscio chiaro, a punta e con il tacco rientrante, che fino a quel momento avevo visto solo in televisione e sulle copertine dei 45 giri, indossati dai “complessi beat”, come allora venivano chiamate le timide avanguardie musicali italiane di quella rivoluzione, generazionale, culturale e poi anche politica, che nella seconda metà degli anni ’60 già stava scuotendo iI mondo. Le nostre compagne, che già normalmente gli rivolgevano solo sguardi adoranti, gli stavano intorno completamente ammaliate, facendo di tutto per attirare le sue attenzioni, mentre noi maschi lo squadravamo tra l’incredulo e il frastornato, come pugili appena raggiunti da un improvviso montante alla punta del mento. Non che tutti sapessimo chi diavolo fossero i Rokes e da dove saltassero fuori quelle strane calzature, ma era così evidente l’effetto che facevano sulla parte femminile della classe…
Io ero tra quelli che li conosceva, i Rokes: l’immagine di quei quattro ragazzi con i lunghi capelli a caschetto, i pantaloni stretti e il cravattino sottile che, con le loro chitarre dalle forme strane, cantavano canzoni in un Italiano improbabile non me la ero più scrollata via fin dalla prima apparizione televisiva a cui avevo assistito. Non sapevo ancora bene cosa, ma mi rendevo confusamente conto che loro e gli altri “beat” stavano muovendo qualcosa di importante nella mia testolina…
Da lì a chiedere ai miei genitori di acquistarmi un paio di quegli stivaletti ce ne passava, altro che se ce ne passava… Neanche riuscivo ad immaginarmi mentre formulavo una tale richiesta a mio padre, forse perché potevo invece a prevedere benissimo la reazione che avrebbe prodotto… Non è nemmeno tanto strano, a pensarci: in fondo avevo 9 anni e frequentavo la quarta elementare di una scuola cattolica dì provincia, mica un liceo londinese di Chelsea o di Kensington… Non mi ero ancora affrancato nemmeno dai pantaloni corti, che indossavo anche in inverno, tranne che nei giorni più freddi, figuriamoci… Ma ora eccoli lì, ai piedi di Roberto… Allora era possibile… “Osare lottare, osare vincere”, come diceva lo slogan del Presidente Mao che avrei imparato qualche anno dopo in manifestazione…
Roberto non era un compagno di classe qualsiasi, era anche il mio migliore amico. Condivideva questo dubbio privilegio con Gianluigi, il mio compagno di banco.
Loro non potevano essere più diversi, come del resto la qualità dell’amicizia che mi legava a ciascuno dei due. Non l’intensità però… Quella no, era la stessa. Era un legame che sentivo forte, assoluto, come solo le amicizie di quegli anni sanno essere (e i grandi amori, naturalmente, ma questa è un’altra storia…).
Roberto sembrava il vincitore della lotteria organizzata dal buon Dio per stabilire l’ordine di distribuzione delle doti e delle virtù. Fisicamente era bello, biondo, di altezza normale e di corporatura atletica. Nei giochi durante la ricreazione e la pausa pranzo risultava quasi sempre il vincitore, che si trattasse dì bandiera, mondo, nascondino, biglie o semplicemente darsele di santa ragione. Tutto questo sarebbe già stato più che sufficiente a spiegare l’adorazione che gii rivolgevano tutte le bambine della classe… Ma lui, per non farsi mancare niente, era anche dotato di una naturale simpatia e di un certo carisma, oltre ad essere molto sveglio ed intelligente. Risultato; era il capo del branco, il primo della classe e il cocco di suor Riccarda, la nostra maestra.
La nostra amicizia era fatta di condivisione, complicità ma anche competizione, con le inevitabili tensioni che ciò comportava. Non è sempre semplice recitare la parte del secondo. E, in quella classe, a me era toccata quella: nei giochi, nel rendimento scolastico, nelle preferenze della maestra. Era sopportabile solo perché il primo era Roberto e perché, talvolta, capitava che riuscissi a stargli alla pari. Era la concreta possibilità che questi momenti lasciavano intravedere che rendeva vitale e proficua la nostra relazione, stimolo forse illusorio ma necessario all’esistenza del nostro rapporto. continua a leggere

Terze età

06/02/2018 | Scritto da Rossella Ghizzani | (0 Commenti)

Che non avessi avuto figli lo sapevano tutti.
Non facevano parte della mia esperienza di vita i pianti notturni, le difficoltà del primo ingresso nel mondo esterno alla famiglia, le crisi adolescenziali. Non ne sapevo nulla, non mi apparteneva, non ci avevo infilato le mani, non avevo annusato, assaggiato, né scompigliato il mio mondo interiore al cospetto di un figlio da crescere.
C’era il ciclo della mia vita. Guardato a ritroso avanzava a grandi passi, mantenendo tutto sommato una linearità che rendeva coerenti i passaggi da una fase all’altra, la pertinenza delle scelte, il bilancio mai portato a termine di errori, pentimenti, successi.
Era stato così, un po’ camminando, un po’ correndo all’impazzata e a volte rimanendo immobile che avevo trascorso tutti i miei anni.

Ancor oggi sarei in grado di ricostruire in successione le epoche che mi sento addosso, ciascuna ben separata dalle altre.

Poi era arrivata lei, la figlia inaspettata che aveva confuso i piani, ribaltato l’ordinato succedersi delle età, preteso tempo e attenzione.

Lei ha tre amiche. Con ciascuna coltiva una diversa vicinanza, ed è a ciascuna di loro che affida i suoi segreti. Loro tre insieme sanno tutto di lei, conoscono la verità sui suoi sentimenti, su cosa pensa e desidera, sulle sue preoccupazioni, sulle relazioni che coltiva a mia insaputa.
Lo scopro sorpresa quando la vado a trovare nella sua casa fortezza.
Anche la casa conserva i suoi segreti. Me ne dimentico, perché lei mi consente l’accesso alle sue stanze, ai suoi cassetti, all’armadio in cui ripone i vestiti.
A volte però mi intima di lasciare stare, di non toccare, e se non le do retta si arrabbia di una rabbia lacrimosa che lamenta l’ingiustizia. Non è giusto che non rispetti i suoi spazi, come frugare nella sua intimità senza chiedere permesso. Quella rabbia si scatena contro il potere adulto del genitore verso il quale il suo io bambino niente può ancora fare.
E’ la frustrazione di chi subisce un’angheria, un comportamento prepotente contro cui nulla si può opporre. Rimango zitta, e il mio silenzio un po’ la intimorisce e un po’ la placa.
Qualche volta, con parole smozzate e mezze frasi, mi spiega cos’è, quell’oggetto che non devo toccare o vedere, da dove proviene, a cosa le serve. Omette sempre il perché non devo; l’ovvietà si frappone fra noi ristabilendo la dovuta distanza.
La conosco bene quella rabbia, la stessa che nutrivo io verso di lei.
Lei è molto piccola. Necessità primarie e improrogabili dettano il ritmo delle giornate, decidono i miei orari lavorativi, il tempo da dedicare alle passeggiate, quello in cui incontrare altre persone, occuparsi della casa, leggere o guardare la tv.
C’è poco da fare, quando arriva l’ora del sonno, del pasto, della defecazione o della minzione, non si può prescindere.
Per fidarsi, lei deve essere sicura che sia in grado di provvedere a questi suoi imprescindibili bisogni senza anteporvi null’altro. Per affidarsi, deve poter contare su di me.
Il tempo che le dedico non le basta mai, perché quello in cui vive si dipana con la lentezza cadenzata con cui si snocciolano i grani di un rosario, si allunga, si distende, parcellizzando i movimenti in una successione frammentata di piccolissimi gesti la cui imprecisa sequenza concorre al compimento dell’atto nella sua completezza. Starle vicino mi affatica –  lo mordo il tempo io, lo cavalco, cerco di domarlo – e allo stesso tempo mi nutre di inaspettate scoperte che la corsa cela.
La studio, la osservo, e assieme a lei imparo i trucchi che ingannano la rigidità degli arti, truffano l’instabilità dell’equilibrio e le consentono una precaria, fragile, orgogliosa autonomia.

La accompagno in chiesa per la messa, ma non devo sbagliare: è una bambina, non può essere lasciata sola sul sagrato quando la celebrazione è terminata e tutti stanno andando via. Non può aspettare nemmeno cinque minuti, perché dentro di sé quel breve tempo si dilaterà fino a sembrarle un’ora o anche di più, mentre la sua mente avrà immaginato innumerevoli pericoli cui il mio ritardo la sottopone.
Si spaventa se non sono fuori ad aspettarla, perché non sa come tornare a casa e si sente abbandonata.
Quando la messa è terminata devo essere presente, visibile, pronta a prenderle la mano. Lei mi scorge da lontano, alza la testa verso di me e mi sorride, rassicurata, felice.
Devo avere fatto la stessa cosa le rare volte in cui era lei che veniva a prendermi a scuola. continua a leggere

Murder ballads

06/02/2018 | Scritto da Rossella Ghizzani | (0 Commenti)

Non è una giornata qualsiasi.
Fa molto freddo. L’aria è gelida, di quella qualità speciale che risente della vicinanza della neve.
Al contatto con la pelle sembra indurirsi, restituisce la sensazione di piccole spore acuminate che trafiggono gli occhi e rivestono di cristalli i tratti del volto, ormai tutti arrossati.
Acqua silenziosa e costante.
Piovono gocce gelate. Come in un disegno a matita, si dispongono in file ordinate che non vengono assorbite dall’asfalto. Del cielo non c’è traccia, tutto è avvolto dal colore liquido che sgorga da questa precipitazione monotona.
Sulle strade si sparge un luccichio diffuso come un pianto.
Immote, le facciate delle case ristagnano nell’atmosfera diluita che non cambia tonalità con il trascorrere delle ore. La luce, asincrona al passare del tempo, rimane invariata.
Sono felice, oggi ho buon tempo. Questa pioggia riesce a ripulire e contenere ogni cosa.
Rende deserta la Darsena, silenziosa, tanto solitaria che mi è possibile fermare lo sguardo sull’acqua, cristallina e trasparente, e ascoltarne la corrente sciabordare intorno ai parapetti.
Attutisce il frastuono del traffico, che sfila composto, discreto, senza inciampi, avvolto nel fruscìo che esso stesso produce strofinando sul catrame bagnato. Giunge alle mie orecchie come fosse distante, addirittura lontanissimo.
Mi ha sempre affascinato questa città, oggi come la prima volta che l’ho incontrata.
Questo vapore umido si adagia su ogni cosa, compatto, come la superficie di una lavagna su cui si delineano sofisticati fotogrammi in bianco e nero che oggi fanno somigliare Milano a come la immaginavo quando ero piccola, così remota e grande da credere che contenesse il mondo.
Sulla Ripa di Porta Ticinese, al riparo dal freddo e dalla pioggia, guardo fuori dalla vetrina del negozio di dischi in cui mi attardo, seduta comodamente fra le numerose casse di legno ricolme di long playing.
Avvolta dal suono delle ballate evocative e struggenti di Nick Cave, posso essere spettatrice di scorci di vita che mi scorrono davanti. E’ la musica a guidarmi, mi lascia intuire, mi dona una sensazione di conoscenza rapida e chiara e mi permette di indagare e comprendere dettagli sfuggiti alle paratie offerte dalle tende e alla vigile sorveglianza dei vetri chiusi delle finestre.
Osservo con attenzione minuziosa, e non vedo solo con gli occhi.
Su questa cornice monocromatica risaltano vividi i contorni dei passanti. Riesco ad isolare le sagome dei singoli corpi, figure di primo piano che campeggiano sullo sfondo.
Ognuno si staglia netto.
La ragazza cammina così lentamente da farmi pensare che ignori la meta del suo avanzare.
E’ così giovane e talmente rallentato  il suo passo, che pare aver adeguato il ritmo del suo incedere a quello di una persona molto più vecchia di lei, una compagna che io non posso vedere e che pure le sta a fianco. Poggia l’ombrello sulla spalla destra e sostiene appena con le dita l’impugnatura dell’asta.
I suoi capelli e il resto del corpo risultano immobili. Tanto cautamente accompagna un piede accanto all’altro e tanto silente è il suo passaggio che sembra trasportata.
Tutto il corpo della ragazza è trattenuto, rivolto al proprio interno, anche la pioggia le passa vicino senza sfiorarla.
Procede piano, cercando a tentoni cosa incontrerà più avanti, attenta – come prescrive la vecchiaia – alle asperità del cammino, intenta ad evitare gli inciampi sempre pronti a tradire i suoi passi. Assorta, concede che mi scorra davanti solo questo suo appassito deambulare.
I suoi pensieri non sono per me. continua a leggere

Monkey

06/02/2018 | Scritto da Rossella Ghizzani | (1 Commento)

“Dai amore, ancora uno, dai. Uno solo te lo giuro, un altro e poi basta; dai uno, uno solo ancora”.
Ma mi fai male…”.
“Guarda questo… mmmhhh, guardalo è bellissimo. Passalo sulle labbra, non ti vengono i brividi? Fra i polpastrelli, senti, ha una corteccia piccola, perfetta, setosa, e guarda, guarda la radice com’è grossa. E questo? Ma questo è un portento. Lo taglio, non ti faccio male amore, te lo giuro, lo taglio. Non vuoi sentire il fusto, toccalo, è eretto, potente, rigido, forte come l’acciaio…”

Cominciò per scherzo, o almeno così credevo.
Ci frequentavamo da poche settimane, quel periodo di coppia in cui il corpo dell’altro è un mondo tutto da scoprire, annusare, assaggiare. I dettagli minuti, le pieghe segrete, la qualità diversa dell’epidermide in certi anfratti nascosti, diventano nutrimento per il piacere e alimentano la vampa dell’innamoramento.
Ci si ispeziona palmo a palmo alla ricerca del più piccolo particolare. Ogni scoperta è fonte di  grande soddisfazione, ottimo pretesto per rinnovare l’amplesso da poco terminato.
Fu allora che Bartolo si soffermò per la prima volta sulle mie sopracciglia, attratto dal colore forse – nero come la pece – e dalla consistenza di ogni singolo pelo.
Con dita esperte li sollevava a uno a uno, ne saggiava la robustezza stringendoli fra indice e pollice. Non seppi resistere quando mi chiese se poteva strapparne uno.
La sua voce, intonata a lasciva domanda, lasciava trapelare l’intensità di un desiderio che in quel momento credevo essere il mio.
Un gesto improvviso, rapido e violento. Un dolore acuto, registrato dai ricettori sensitivi e subito inviato alle aree cerebrali deputate al controllo del piacere.
Da allora non abbiamo più smesso.

Fu questo che disse quando si decise a togliersi i vestiti.
Mi aveva sorpreso il suo arrivo nello studio. Lo chiamo così, “studio”, ma non sono che due stanze attrezzate per soddisfare una clientela di periferia. E’ qui che lavoro, in un quartiere lontano dal centro, abitato da gente comune. Sulla porta d’ingresso, una vetrofania recita “Estetista Mafalda”; è il mio nome Mafalda.
Le mie clienti non hanno grandi ambizioni. Si accontentano di avere gambe lisce e levigate in estate, definire le sopracciglia, far sparire la peluria sotto le ascelle o i baffetti che adombrano il labbro superiore. Qualcuna, ma non sono molte, aspira ad apparire abbronzata anche nei mesi invernali, e io ho acquistato un lettino solare coi raggi ultravioletti.
Ho una clientela fissa, prenotata di settimana in settimana, donne semplici che vengono da me per dedicare un’ora di tempo solo a se stesse. Vengono da me per sentirsi più belle, e mentre le accudisco con trattamenti semplici, alla loro portata, parlano, parlano e mi confidano segreti che non affidano neppure alle sorelle o alle amiche più intime.
Per questo quando lei entrò rimasi di stucco. Intanto era nuova della zona.
Aveva capelli neri, folti, belli, avvezzi alla cura di parrucchieri esperti; indossava abiti eleganti e costosi, ma fu soprattutto il portamento che mi colpì. Il suo atteggiamento altero era come oscurato da una ritrosia, da un impaccio riflesso negli occhi, accesi da una luce tremula come la fiamma incerta di una candela.
Non mi guardava, e anche i gesti esprimevano un timore vago.
Teneva la testa un po’ piegata, la bocca coperta da un lembo del foulard che le avvolgeva il collo nascondendole in parte il viso.
Non sono bella io, o almeno non più. Con gli anni ho messo su qualche chilo, e i miei lineamenti delicati, ora smarriti sul volto impinguito, mi danno un’aria pacioccona, accogliente e benevola.
Le sorrisi, volevo metterla a suo agio.

Vorrei una depilazione completa, disse.
Certo, anche subito se vuole. Capita al momento giusto, mi si è appena liberato un appuntamento e ho un’ora libera.
Non credo sia sufficiente un’ora, disse. continua a leggere

Sentieri in città

07/11/2017 | Scritto da Secondorizzonte | (4 Commenti)

Alfredo, pensionato flâneur, percorre ogni giorno la città con un’attenzione e una curiosità che gli permettono di trovarvi occasioni di incontro, momenti di scambio, ma anche di confrontarsi con atteggiamenti e mentalità che lo inducono a rifl essioni disincantate, non di rado perplesse o apertamente critiche e tuttavia mai inclini alla recriminazione o al risentimento.
Nelle sue passeggiate è a volte accompagnato dal nipotino, e la diff erenza d’età non sembra compromettere la sintonia del loro sguardo. Uno sguardo che potrebbe a volte richiamare quello di Marcovaldo, il cui creatore è non a caso esplicitamente richiamato in uno dei racconti. Anche Alfredo appare infatti sempre aperto al nuovo, al diverso, nella città di oggi emblematicamente rappresentato dallo straniero immigrato. Senonché, il protagonista di questi racconti non si guarda attorno cercando occasioni di evasione o insperate risorse che possano portare conforto alla
misera vita familiare. A richiamare l’attenzione di Alfredo sono piuttosto episodi e situazioni da cui ricavare cauti ma fondati giudizi su come va oggi il mondo.
Mai rinunciando, comunque, alla disposizione a credere che anche “una città infelice può contenere, magari solo per un istante, una città felice”, per quanto invisibile ai più.

Quelli che seguono sono brani tratti da alcuni dei racconti:

da Cerchio blu:

Se ci entri, alle 8, quando hanno appena aperto, cammini in strade che non sono strade. Perché non ci sono le vetrine. Son tutte chiuse, le serrande tirate giù. Come di notte, in città, che allora incontri solo qualche sbandato ogni tanto, ma soprattutto marocchini e neri. Sembra che ci siano solo loro.
Invece qui no. Loro non ci sono. Ci sono solo ragazzi se mai, che mangiano gelati e bevono cocacole  e birre anche se sono appena passate le otto, di mattina. Fumano, e camminano camminano in queste strade che sono corridoi. Han bruciato. Non sono andati a scuola. Staranno qui tutta la mattina.
Una volta andavano in castello, i ragazzi che bruciavano. A girare per i viali e a giocare a flipper al bar che c’era là. Poi allo zoo, sui terrazzi delle torri a guardar giù… Ma adesso vengono qui. A anche se la mattina presto non ci sono ancora le vetrine illuminate, i tabelloni che dicono le offerte, le televisioni che fanno la pubblicità, e sembra tutto come il giorno dopo l’epifania. Perché qui è così: o è festa o niente. Non ci sono i giorni feriali. Solo domeniche, oppure è un mortorio.
Che se c’era un posto dove non c’era mai la domenica era proprio questo, perché i tubi li facevano sempre, giorno e notte, natale e pasqua. Facevano i turni, ma tu non vedevi niente perché non si poteva entrare e c’erano muri tutto intorno.
Adesso invece ci si passa dentro, anche senza comprare niente.
Cerchio blu, l’han chiamato. Dappertutto cerchi blu, per terra, sulle vetrine, sulle camicette delle commesse. E fuori, sul tetto, cerchi blu di neon, che li vedi a un chilometro.

(…)

Bè insomma, adesso saran tre mesi che passo sempre dentro. Non è che mi è passata del tutto di sentirmi un po’ un pollo d’allevamento a andar dentro, ma è che fuori è più triste. Lì dentro guardi e nessuno ti guarda, ma non ti spiace. Anzi. Anche tu non li guardi, gl’altri. Nessuno guarda nessuno.
Fuori, non hai niente da guardare, ma sei sempre lì che aspetti come di riconoscere qualcuno, o che qualcuno sia lui a salutarti.
Dentro, no. Ho visto uno che conoscevo, ma ho fatto finta di niente e ho guardato dritto avanti. Non è mica un posto da star lì a dirsi come va, quello lì. Massimo, un saluto con la mano, ma da lontano, senza fermarsi.
Il bianco con le bollicine costa quattro euro invece che due. Perché io la sera… mi piace bere un bianco prima di tornare a casa. Te lo fanno pagare il doppio. Però lì non ti resta sullo stomaco perché l’hai bevuto tutto in una volta per uscire subito perché il bar è vuoto e non c’è nessuno che conosci.
Lì dentro no. Te la prendi calma. Perché è  normale non conoscere nessuno.
Quando hai bevuto molli il cine a colori e torni in quello in bianco e nero. È  questo l’effetto che fa.
’Sera… ma lo dici a voce bassa, tanto lo sai che neanche ti sentono. C’è la musica sempre, lì dentro. Se per caso ti hanno sentito allora dicono buona giornata. Né buongiorno né buonasera: buona giornata. E non sai se l’han detto a te o a un altro.
Buona giornata. Anche se è già sera.

da Per leggere il giornale:

Io il giornale, a casa, non sono mica capace di leggerlo. Non so… mi sembra di non aver niente a che fare con quelle cose che leggo. O perché sono lontane – l’Iraq, la Corea… – o perché… magari non sono lontane ma è lo stesso: di quelle robe che si fa fatica a pensare che succedono qui da noi, in Italia. Bè insomma: se le leggo in casa mi sembra di essere scemo a prendermela per quelle cose lì. Se invece sono fuori, dove c’è dell’altra gente, allora mi sembra di fare il mio dovere a leggere il giornale, e ci provo anche gusto se c’è qualcuno da dire due parole. Leggere il giornale fa parlare, delle volte. Perché è raro che qualcuno racconti qualcosa, se no. Una volta succedeva, ma adesso… E è un bel po’ che a me sembra che non succede più. Raccontavano una volta. Mica tutti ma ce n’erano: cose che c’hai a che fare anche tu e se le ascolti magari dici anche tu la tua. Ma siccome oggi non succede bisogna trovare qualcosa per parlare, qualcosa che non è né mio né tuo né suo, ma un po’ è di tutti, e delle volte le notizie sono così. Non importa se sono da ridere o se fanno arrabbiare, che poi la maggior parte fanno arrabbiare. Che conta è che tu magari leggi una notizia a alta voce… non occorre un discorso, basta mezza parola, anche solo la faccia che fai, e un altro butta lì una parola, e tu allora un’altra e via, si parla. Non mi importa che quello la pensi come me. Certo se è uno come te, che vedo che legge anche lui la repubblica, va meglio. Però, delle volte, ascolto quelli che stanno dall’altra parte e mi fanno pensare, perché più andiamo avanti e più mi pare che ci sono cose che pensiamo anche noi come loro, se vuoi che te lo dica. E questa è già una cosa che fa pensare. E non ce ne accorgiamo se continuiamo a parlarci solo fra noi, e anzi: crediamo di essere sempre i più forti, quelli che la vedono giusta. Speciali addirittura, noi. Invece, a ascoltare come la vedono gli altri, anche quando dà fastidio, primo: capisci che sono tantissimi. Di più di noi. E poi senti delle cose che, ecco, ti fanno pensare che non si può continuare a dire le cose come le dicevamo trent’anni fa, mica perché sono sbagliate eh: io non sono mica uno di quelli che dicono che ci vuole il nuovo e i giovani e insomma bisogna buttar via tutto, figuriamoci. Però… va a finire che a parlare solo fra noi convinci solo quelli che sono già convinti.

da Sentieri in città:

(…) la caccia ai sentieri. Era una gara: chi li vedeva per primo, e lui teneva il conto. Bastava andare in qualche giardino pubblico e c’era da divertirsi. Dove c’era un vialetto che faceva una curva potevi giurarci che trovavi il sentierino che tagliava dritto. Al campo militare, che adesso non è più per i soldati, ci vanno a correre tutti, lo sapevo che c’era un sentiero che lo tagliava esattamente a metà. Il più lungo che avessi mai visto: l’ho lasciato scoprire al Luigino…
Dopo è venuto che, non che il gioco ci avesse stufato, ma lui ha cominciato con le domande: quanto saranno vecchi? c’erano già prima che mettessero l’asfalto sulle strade?
A me è sembrato di rispondergli che sì, mi sembravano vecchissimi, di più delle strade asfaltate. Non so perché ho detto così: mi faceva piacere pensare che nella città di oggi ci fossero i segni di dove camminavamo in quell’altra che non c’è più.  La città dove si andava solo a piedi, niente macchine, solo cavalli se mai. La città dove i passi lasciavano il segno, non come sull’asfalto. O sul cemento. Anche se il Luigino, una volta che parlavamo di questa cosa, mi ha portato a vedere un marciapiede vicino a casa sua dove si vedono le orme di un cane: passato quando il cemento era ancora fresco, mi ha spiegato.

(…)

Lui, questa cosa delle impronte gli interessava molto, ci ragionava su. Un giorno che eravamo alla fontana dei giardini e c’era un piccolino col padre che gli faceva andare la barca telecomandata –  e intanto il figlio guardava Luigino che tirava sassolini nella vasca e si era dimenticato della barca e non ascoltava più il padre che gli diceva come si faceva a guidarla – il Luigino ha detto che la barca lascia come una specie di orma, ma lunga.
Una scia, gli ho detto io.
Sì, proprio, come quella che lasciano gli sci.
Ero lì che pensavo alla scia e agli sci, e lui ha fatto: anche in piscina, quando vado a nuotare, ci faccio la scia. Però non dura.
E qui lui è saltato fuori con una di quelle che bisognerebbe scrivere: i sentieri sono le scie dei passi, ha detto, serio come è lui quando proprio in quel momento sta capendo qualcosa. Ma non era finita: sono le scie che fanno i passi per far sapere agli altri che siamo passati di lì e dunque anche loro possono passarci.


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Recensioni

Dal Giornale di Brescia del 16 novembre 2017.
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Dal Corriere della Sera Brescia del 23 novembre 2017.
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Da Bresciaoggi del 28 dicembre 2017.
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Il tempo raggiunto

07/11/2017 | Scritto da Secondorizzonte | (0 Commenti)

Mariagrazia Fontana, Il tempo raggiunto, secondorizzonte/Liberedizioni (pp. 280, euro 16) 

Misurarsi con il proprio corpo, i segni che ne giungono, le paure e i desideri che indistintamente esprime, nell’esperienza della malattia come nella pratica della corsa.

Soccorrere quello ferito e sofferente – tanto più da interpretare nel suo muto linguaggio  se chi ricorre alle cure è straniero – nell’esercizio del proprio lavoro, un lavoro – l’autrice è chirurga, presso l’Ospedale Civile – che non si lascia mai ridurre al protocollo né alla semplice procedura tecnica dell’intervento; confrontarsi con il corpo  che attraversa le età della vita, nella relazione, densa di ricordi e significati sedimentati, con la madre che invecchia, così come in quella sempre in via di nuova definizione e anche per questo rigenerante con le figlie che, da bambine che erano, sono già donne.
Sono queste le coordinate principali entro cui si delinea il corso di un’esistenza che per dirsi non ricorre al romanzo autobiografico ma a una sequenza di racconti che rimandano  uno all’altro in una medesima trama, entro l’orizzonte aperto di un tempo che solo la scrittura sa raggiungere. Una scrittura che sa aspettare in solitudine le parole che, sfuggendo all’inflazione e al brusio assordante delle molte che si pronunciano, sanno conservare traccia dei giorni, e far uscire dallo spazio del silenzio la voce che può tenere in vita la vita, nella sua unità profonda.
Come la pratica della corsa è seguita alla malattia, nascendo dalla “pressante richiesta del corpo che si era risvegliato, che voleva guarire, riprendere fiato, rimarginare le ferite, semplicemente esserci”, così la scrittura trova radice nel corpo: “Corsa e scrittura emergono dallo stesso magma profondo, alle volte oscuro, torbido, alle volte limpido e lieve. (…) Certi giorni la scrittura viene fluida, la penna corre da sola sulle righe e le parole corrispondono perfettamente a ciò che sento necessario dire. Altri giorni ricado nella scrittura analitica, indagatrice, anatomica. (…) Quando finisco in questo vortice sento la fatica, e ora ho imparato che devo lasciare, deporre la penna e infilare le scarpette. Nei giorni fortunati la corsa fa pulizia, opera una spoliazione, mi libera dalla verbosità. So che, quando spreco troppe parole, non ho chiaro ciò che va detto o obbedisco ad un vizio antico che mi allontana dalla verità.
Quando la corsa fa il suo lavoro, ricevo il grande dono dell’intuizione. Mentre sudo in salita, mi si spalanca davanti quella verità che mi aveva messa davanti al quaderno e dalla quale mi ero lasciata sviare. Limpida, pura, perfettamente ripulita dalle parole in eccesso, dalle parole viziate.”

Il testo che segue è tratto dal primo racconto, La traccia della corsa:

E’ necessaria la disposizione dell’animo al silenzio, al vuoto, all’ascolto di quello che la corsa porta.
Non so bene descrivere cosa c’è da ascoltare. Si comincia con il cinguettio degli uccelli, il frusciare delle foglie sui rami, l’improvviso sgambettare di uno scoiattolo. Poi si ascolta il rumore delle suole sull’asfalto, sul terreno del sentiero, ripetitivo, sempre uguale eppure diverso. Ritmo veloce, muscoli contratti nello sforzo, che gradualmente si sciolgono.
Ma per sciogliersi devono attraversare la fatica e il sudore, evolvere dallo stadio di contrattura serrata a quello di abbandono che regala movimento gratuito, fluido, passivo, liberato dal controllo cerebrale. (…) Motore principale silente, semplice ripetizione ossessiva, danza di dervisci, taranta, soppressione del controllo della coscienza.

(…)

La corsa induce all’ascolto del corpo, alla confidenza con i muscoli e dunque con il cuore, ma non con il cuore dei sentimenti, con il cuore pompa formidabile, magico motore silenzioso, scrigno segreto.

(…)

La chemioterapia aveva cancellato anche l’equilibrio fisico, mi accorgevo di sbandare per strada, di pencolare sotto la doccia come un giunco, vittima di una lieve vertigine che non mi ha più abbandonata del tutto. Attraverso lo yoga ho ripreso una parte del vecchio equilibrio (…)
Per qualche anno lo yoga ha funzionato (…)
Finché l’ambiente della palestra yoga ha cominciato a guastarsi. Le pretese atletiche crescevano e con loro cominciava a fare capolino la competizione e il gusto per la perfezione del corpo che mi disturbava.

(…)

Ho abbandonato la palestra yoga, ma a quel punto il corpo aveva le sue esigenze e reclamava spazio. Non potevo chiuderlo in cantina un’altra volta.
La corsa nasce qui, da questa pressante richiesta del corpo che si era risvegliato, che voleva guarire, riprendere fiato, rimarginare le ferite, semplicemente esserci. Un richiamo forte, ineludibile. Il bisogno di riprovare ad immaginare una sopravvivenza, di rigiocarsi.

(…)

Corsa e scrittura emergono dallo stesso magma profondo, alle volte oscuro, torbido, alle volte limpido e lieve.
Quando mi siedo alla scrivania, per lo più non so cosa voglio scrivere, obbedisco a un bisogno interiore, al richiamo di parole che chiedono di essere messe in fila su un foglio, di essere tirate fuori dal silenzio, direbbe Maria Zambrano.
Certi giorni la scrittura viene fluida, la penna corre da sola sulle righe e le parole corrispondono perfettamente a ciò che sento necessario dire. Altri giorni ricado nella scrittura analitica, indagatrice, anatomica. Quella scrittura che spolpa la carne, che asserisce, spiega, fa ordine. Scrittura rigida, metallica, non diversa dalla scrittura scientifica e neppure da quella intimistica che vuole svelare il sé in successione logica.
Quando finisco in questo vortice sento la fatica, e ora ho imparato che devo lasciare, deporre la penna e infilare le scarpette. Nei giorni fortunati la corsa fa pulizia, opera una spoliazione, mi libera dalla verbosità. So che, quando spreco troppe parole, non ho chiaro ciò che va detto o obbedisco ad un vizio antico che mi allontana dalla verità.
Quando la corsa fa il suo lavoro, ricevo il grande dono dell’intuizione. Mentre sudo in salita, mi si spalanca davanti quella verità che mi aveva messa davanti al quaderno e dalla quale mi ero lasciata sviare. Limpida, pura, perfettamente ripulita dalle parole in eccesso, dalle parole viziate. Allora so che quando avrò finito di correre, dopo la doccia, la scrittura sarà essenziale, scarna, adesa al vero. Devo appuntare subito le parole che sono venute correndo, urgenti, ancora prima di lavarmi, per non lasciarle scomparire. Come faccio nelle mattine in cui mi sveglio ancora preda di un sogno: scrivo subito poche parole, per tenerle prigioniere, per accalappiare quel sogno prima che la veglia lo disintegri nell’ordine logico. I sogni sono soffi parlanti, ma leggeri come l’aria.
Le parole in cui più mi riconosco, quelle che mi calzano addosso come un vestito cucito su misura, sono quelle che sono comparse nella corsa, trasparenti, semplici, che sgomberano il campo, che vanno dritte alle viscere, alla sorgente della parola.


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L’esperienza

21/06/2017 | Scritto da Carlo Simoni | (1 Commento)

Due sorelle, una giornata a Venezia. Vi giungono, nel settembre del 1912, l’una da Milano, l’altra da Trento, le città in cui dopo il matrimonio sono andate ad abitare. Da tempo non si vedevano ed Emma, estroversa e da sempre portata a riferire fatti vissuti e storie udite da altri, subissa dei suoi racconti Chiara, incline invece a riflettere sulle proprie scelte, in un ostinato e segreto tentativo di ricapitolare la propria vita, di rintracciarvi un senso.
Due diverse disposizioni che sembrano trovare riscontro nel paesaggio della città, nel quale si inscrivono per entrambe ricordi che risalgono alla prima visita, negli anni dell’infanzia, ma per Chiara anche la memoria vivida e soff erta di un soggiorno recente, e insieme immagini che di Venezia sono sedimentate nella pittura e nella letteratura.
È nella lunga peregrinazione per le calli, i ponti, i campi della città che le due sorelle si ritrovano via via più vicine, in uno scambio che sembra ridefi nire ruoli e personalità e le accomuna nel pensiero che la giornata trascorsa insieme abbia rappresentato un passaggio incancellabile nelle loro vite, un’esperienza.

Quelle che seguono sono alcune pagine tratte dal romanzo:

È solo lei che legge. Per non parlare con gli altri, soprattutto. Ma anche perché il treno è il posto migliore per leggere. Gli altri co­me fanno? Tutto un viaggio, intere ore a non fare altro che aspettare di arrivare. Unica risorsa qualche chiacchiera con gli altri dello scompartimento. Non ce l’ha con loro, no. Anzi. Forse loro, quelli che fra la partenza e l’arrivo non fanno altro che aspettare, sanno che viaggiare è una pausa, niente altro. Quel­li che in treno non leggono, quando scenderanno avranno cose da fare, decisioni da prendere. Lei che legge invece, che pensa, ricorda, proprio perché sta viaggiando in treno, lei, quando scenderà, non sa­prà cosa fare, forse. Se lo dovrà inventare…
Si sono fermati. Rovereto, annuncia ai compa­gni di viaggio il signore che la guardava. Il nome della città non la fa trasalire, anche se le fa ricordare i pomeriggi che ci ha passato con Giorgio, che a Rovereto aveva una casa. Ricorda tutto. Il percor­so dalla stazione alla villetta, poco distante. Il caffè dove andavano, dopo. Il ritorno a Trento, seduti in scompartimenti diversi, per prudenza.
Lo sapeva che sarebbe stato così. E sa che sarà così anche a Venezia. Per questo ha voluto andarci: si è sentita pronta a far gli stessi passi, a vedere gli stessi posti. (…)
I movimenti degli altri le segnalano che stanno arrivando a Borghetto sull’Adige, alla dogana. I controlli sono rapidi, formali, si riparte subito.
Il treno da Milano non è ancora arrivato, quan­do Chiara scende a Verona. Ci vorrà una mezz’ora. Fa due passi fuori dalla stazione. (…) Torna alla banchina: dovrà salire subito, appena arriva. È lo stesso treno su cui Em­ma viaggia che le porterà a Venezia.
Sa che la sorella sarà al finestrino per salutarla ancora prima che il treno si fermi. E succede pro­prio così: Emma sta cercando con gli occhi fra la gente in attesa e quando la individua agita la mano ridendo.
Nonostante se la fosse presa con quell’invadente che non la lasciava andar sola a Venezia, si accorge di esser contenta di ritrovare Emma, con il suo ve­stito a fiori, colorato ed elegante, un gran cappello, un mazzetto di fiori sull’ampia tesa identici a quelli del vestito, il corpo rotondo ma non ancora pesan­te. Chiara si siede accanto a lei, che non ha avuto bisogno di tenerle il posto perché nello scomparti­mento non c’è nessun altro.
Come sei bella, le dice Emma: sempre magra tu. Ma come fai? Eh, sei giovane tu… È un vecchio scherzo questo: Chiara ha solo tre anni di meno della sorella, ma per loro è ancora come se quei tre anni pesassero come quando erano bambine e una ne aveva tre e l’altra sei, una dieci e l’altra tredici. E adesso Chiara trentasei e Emma trentanove. Ma non si saprebbe dire quale sia la più giovane, sono due signore della stessa età, anche se per loro non è così. Chiara resta la piccola.
Emma invece è quella che conosce il mondo, che ha esperienza. Lo testimoniano le storie che raccon­ta. I casi della vita, dice. I casi di cui è stata testimo­ne, qualche volta protagonista, ma anche quelli che le sono stati raccontati e che lei a sua volta racconta. Non ha bisogno di leggere, Emma, di storie ce ne sono già abbastanza: basta guardarsi intorno, ascol­tare. Cosa che Chiara non ha mai saputo fare: hai sempre un piede dentro e uno fuori, le ha detto una volta la sorella.
Da cosa?
Da… dalla vita, le aveva risposto improvvisa­mente convinta Emma.
Chiara non se l’è più dimenticata quell’uscita della sorella: ha sentito che aveva ragione, che è vero che lei passa la vita ad aspettare che arrivi la vita vera. Sempre lì per arrivare. Mai quello stesso giorno però.

(…)

Chi dice “questa è vita”, o “questa non è vita”, dice sciocchezze. Non ci sono giorni fuori dalla vita. La vi­ta è quella che si vive. Tutta, ogni giorno. Chi ha detto che si vive, che si fa esperienza solo quando si è molto felici o infelici, innamorati persi o affogati nel dolore?
Le foto ricordo non ricordano niente se non eri lì davvero. Ricordano solo che volevi un ricordo di quel giorno, niente di più di quel desiderio. Che magari non era neanche tuo.
I nonni – e neanche mio padre e mia madre, da giovani – avevano fotografie. O ne avevano pochissi­me. Eppure ricordi ne avevano. Ricordi che venivano buoni per vivere, per capire cosa succedeva, a loro e agli altri. A volte penso che loro avevano esperienza e poi è diventato difficile farne e portarsela dietro. La non­na, che capiva tutto, di sicuro di esperienza ne aveva. Una volta l’avevo vista piangere, sull’orlo del vestito che stava cucendo, e lei si era soffiata il naso e senza aspettare che le chiedessi perché piangeva mi ha detto che certe cose quando si è sposati succedono, ma è pur sempre meglio che essere soli. Non avevo capito allora, ma poi ho ripensato molte volte a quelle parole. Come c’era arrivata lei? Certo non le erano venute alla bocca nel momento in cui me le diceva. Doveva averci riflet­tuto in più occasioni, molto prima di essere la nonna, quando ancora era una ragazza, poi la mamma di quella bambina che sarebbe stata mia mamma, poi la vecchia donna che cuciva gli orli. E c’era arrivata, era diventata una cosa che adesso sapeva e poteva dire alla nipotina. Sicura di quel che diceva.
Però, forse, non è vero che solo una volta si poteva­no fare esperienze, e ricordarsele, e tenerle da parte per quando servono. Forse qualcuno ci riesce anche adesso: i bambini.

(…)

Forse l’esperienza non è qualcosa che si ha e ci si porta dietro. (…)
Forse è qualcosa che si fa in certe situazioni, o che si ha e non si sa di avere fino a quando vien buono. Ma forse c’è anche un’altra cosa: se si fosse trattato di me, sento che non avrei saputo darmi quel consiglio. Non avrei saputo essere così benevola nei miei con­fronti. Non avrei saputo esser comprensiva come lo sono stata con mia sorella. Non so perché. So solo che se ho dato quel consiglio è perché in quel momento mi sono messa nei panni di un altro, di Emma: ho sentito quel che sentiva lei. E se ci sono riuscita non è solo perché le voglio bene, né solo perché sono passata attraverso amori e desideri di amore, ma perché sono stata capace, almeno in quel momento, io che vivo con un piede dentro e l’altro fuori dalla vita, come mi ha detto quella volta Emma, di mettermici con tutt’e due i piedi. Quel che viveva Emma è stato come un richia­mo, e quel richiamo io l’ho sentito, io che nella vita non sono capace di nuotare come un pesce nell’acqua. Io che la vita è come se avessi sempre bisogno di stare a guardarla. Ma è questo il mio modo di viverla. Non sono convinta che sia il modo migliore di viverla, ma perché devo continuare a ritenerlo un difetto, o una colpa addirittura? Quando ho voluto viverla a ogni costo, come gli altri, mi è bastato poco per sentire il peso insopportabile di un tradimento commesso senza ragione, la vergogna di una perdita insensata. Come quella di un giocatore che non ama il gioco e se gioca non tollera di vincere, perché la vincita lo obblighereb­be a giocare ancora.
Sono quasi a Verona, dove cambieranno treno, e ne prenderanno due diversi. Chiara chiude il tac­cuino e questa volta lo rimette nella borsa. Sorri­de alla sorella che si sta preparando per scendere: che giornata, le dice.


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Recensioni

Da Gruppo 2009 del 15 agosto 2017.
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Dal Corriere della Sera (Brescia) del 6 agosto 2016.

«L’esperienza» di due sorelle nella Venezia di inizio ‘900

Quello che le donne non dicono o forse dicono soltanto tra loro, magari perché hanno quella marcia in più. Rimuginazioni, confidenze, topografie dell’anima. È un doppio delicato ritratto femminile quello che Carlo Simoni ha scritto con L’esperienza (LiberEdizioni, pp. 98, euro 10,00), un racconto lungo ambientato nel 1912, periodo in cui le teorie di Sigmund Freud avevano già cominciato a ricostruire a ritroso il percorso dell’attività onirica, interpretando sogni e desideri, che all’epoca avevano il freno a mano tirato.
Chiara ed Emma sono due sorelle, rispettivamente di 36 e 39 anni. Dopo il matrimonio sono andate ad abitare una a Trento e l’altra a Milano, dove conducono vite borghesi di abitudini rassicuranti, ma solo perché non c’è nessun barometro che registri le turbolenze del cuore. Si ritrovano un giorno di settembre per una gita a Venezia.
La prima, carattere abbottonato e riflessivo, ritorna nella città lagunare per rivivere e archiviare un fantasma d’amore, l’altra, più espansiva, ci va per farle compagnia. Sembra la più assestata, ma non è detto. Tra recuperi di memoria familiare, sarde al saòr con relativa ricetta, passeggiate e chiacchiere, le due sorelle condividono segreti, tentazioni, disvelamenti, reticenze, conforti, anche rivelazioni, però non reciproche. Ma questo poco importa, quella giornata diventa per entrambe una pietra miliare, una traiettoria d’ esistenza, una base di ripartenza.
L’esperienza, da cui il titolo, è vivere insieme il qui e l’ora, non l’altrove. È una pratica solida incarnata nel tempo, collaudata dall’esposizione al vero, nella fattispecie sullo sfondo di Venezia, città fluida sì, ma non scenografia decorativa, anzi teatro perfetto, con la sua storia, di una vicenda intessuta di ricordi, sogni, illusioni. Carlo Simoni esplora i confini non sempre segnati tra pubblico e privato, scruta le penombre dell’io, crea una rete di rimandi letterari (Il carteggio Aspern di Henry James e La signora Bovary di Flaubert: non a caso due scrittori molto esperti del paesaggio interiore femminile) e pittorici (Le Due dame veneziane di Carpaccio, Il ciclo dei mesi di Maestro Venceslao, i ritratti di signore di Sargent…) che fanno da riverbero e puntello al racconto. In definitiva, L’esperienza di Carlo Simoni è una riflessione sul rapporto arte e vita. Per Chiara, la sorella minore, la scrittura costituirà la via di fuga.
(Nino Dolfo)


Dal Giornale di Brescia del 17 agosto 2016.
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L’ammutinamento*

09/05/2017 | Scritto da Carlo Simoni | (0 Commenti)

* Questo racconto è comparso, insieme a quelli di Enrico Mirani, Massimo Tedeschi e Marcello Zane, in Di passioni e di guerre. Fonti storiche e racconti d’autore (Brescia, liberedizioni, 2017).

Era festa a Brescia. San Faustino, patrono della città. Ma non era per la fiera che c’ero tornato, anche se da bresciano qual ero mi ricordavo lo zucchero filato che da bambino mio padre mi comprava alle bancarelle della sagra. Al giornale avevo proposto di dire qualcosa su quel 15 febbraio del ’19: era il giorno in cui la stampa socialista riacquistava cittadinanza in una città ancora considerata in zona di guerra, anche se il confine era ormai lontano ed erano passati più di tre mesi dall’armistizio. L’Avanti, il giornale per cui da quasi vent’anni lavoravo, non circolava ancora, a Brescia. Lo si trovava a Mantova, a Verona, ma qui no. E quel giorno tornava a uscire invece, dopo la sospensione di quattro anni imposta con la guerra, la Brescia Nuova, il foglio dei socialisti bresciani.
La festa era doppia perciò, lì al Circolo Ferrovieri, a due passi dalla Tempini e dalla Togni, di fronte alle case di Campo Fiera. Voci, canti, fumo e aroma di caldarroste mi avvolsero quando entrai. Le biline e il mandolato erano arrivati fin lì, e anche le trombette che vendevano alla fiera. Tutti alzavano la voce per farsi capire, e il vino faceva il resto. Vino e altro. Un tale mi mise in mano un bicchiere di vermut. Vermut americano, disse: bevilo, io lavoro alla Ferrol e lo so. Disinfetta l’intestino meglio di tutti gli intrugli dei dottori: la spagnola non la prendi con questo. Garantito.
Guardandomi attorno mi colpì un ometto accalorato nella discussione. Era seduto a un tavolo con degli altri. Smilzo, e tanto piccolo da non toccare il pavimento coi piedi. Un corpo da ragazzo, anche se il volto dimostrava una trentina d’anni. Il bicchiere di vino che aveva davanti non l’aveva ancora toccato, preso com’era a spiegare, a persuadere il suo uditorio. Mi avvicinai. Stava dicendo che il Senato andava abolito, il suffragio universale doveva essere esteso alle donne, e la politica estera sottratta al potere del governo e affidata al parlamento: era chiaro, stava illustrando la nostra piattaforma d’azione. Il Partito l’aveva approvata da poco dando la direttiva di discuterne in tutte le sezioni. E questo compagno non perdeva l’occasione: parlava e indicava col dito la prima pagina del giornale che teneva sul tavolo. Accanto alla sedia ne aveva una pila, da distribuire lì al Circolo. Da come parlava compresi che era dei metallurgici: non si poteva accettare che, con la disoccupazione che il passaggio dall’industria di guerra all’industria di pace stava già provocando, gli industriali se ne fregassero delle liste dell’ufficio di collocamento che pure avevano riconosciuto. Ma andava più in là: le 48 ore settimanali non erano una richiesta solo dei metallurgici, era un diritto anche dei ferrovieri. Occorre andare di pari passo, noi e voi, diceva convinto agli altri tre; noi della Camera del Lavoro la otterremo questa riduzione di orario, così come un aumento di paga uguale per tutti! Nella Commissione interna, qui alla Tempini, abbiamo già presentato un memoriale e queste cose sono al punto numero uno!
Sì, era l’uomo che cercavo: operaio metallurgico, le mani lo dicevano, ma anche militante sindacale. Una chiacchierata con lui e l’articolo per il giornale era fatto. E poi, mi sembrava di averlo già visto quel compagno: la sua fisionomia, il suo modo di guardare dritto negli occhi la persona con cui stava parlando… Quando due dei ferrovieri si alzarono mi sedetti al tavolo. Lui mi porse una copia della Brescia Nuova e mi chiese da dove venivo. Fu in quel momento, quando si rivolse a me, che lo riconobbi: noi ci siamo già incontrati, gli dissi.
Oh, possibile: in fabbrica, al sindacato ne incontro tanti…

No, io ti ho incontrato… 19 anni fa.
Ma figurati. 19 anni fa era il 1900! Ero un bambino…
Proprio così, un bambino.
Ma tu chi sei?
Lavoro all’Avanti, a Milano. Giusto da 19 anni.
Ah, bene: allora possiamo…
Ma sono di Brescia, e prima ho lavorato alla Brescia Nuova: pochi mesi, stavo imparando il mestiere, avevo vent’anni allora, quando c’è stato l’ammutinamento, come lo chiamarono i giornali borghesi.
Mi guardò diffidente: di cosa parli?
Di quello che è successo appena dopo Natale all’Istituto Derelitti.
Si è alzato, e poi si è riseduto. Ha finalmente bevuto un po’ del suo vino.
E che cosa vuoi da me? Non sarai venuto a Brescia per riesumare storie del genere…
No, è per scrivere qualcosa sulla ripresa del vostro giornale…
Be’, allora parliamo di quello. Lo vedi qui? Resurrezione, è il primo articolo e…
Anche la Brescia Nuova, allora, dedicò un articolo a quei fatti, lo interruppi.
Già, bell’articolo…
Non lo scrissi io, ma il mio capo, il giornalista cui mi avevano affidato per imparare il mestiere.
Ah, bel maestro, non c’è che dire!
Sono d’accordo con te, io avevo scritto altro sul processo, me l’aveva fatto fare lui, ma quando l’ha letto mi ha detto che era impubblicabile e l’ha rifatto.
Perché? tu cos’avevi scritto?
Che la questione non era stata solo la cattiva qualità del vitto, prima di tutto.
Ha cambiato espressione. Era interessato adesso.
E’ vero. Non era quella, non solo quella perlomeno, la questione… Ma tu, lo sai com’erano andate le cose?
Sono stato all’Istituto quando ormai tutto era finito, ma poi ho assistito al processo.
Ah, dunque sai com’è andata davvero, in tribunale! Conta…
Prima vorrei che mi raccontassi tu quel che era successo, dall’inizio…
Be’, si fa presto, ma qui… Andiamo fuori, camminiamo un po’.

Passammo Porta San Giovanni e  prendemmo per via Gioco del Pallone. Mi accorsi che dovevo andar piano: ogni passo dei miei, che pure non sono un gigante, era due dei suoi. Girò per il centro: si incontravano ancora famiglie e gruppi che tornavano dalla fiera, ma erano gli ultimi. Il campanile delle Grazie stava suonando le sette.
Non so se lo fece di proposito, ma ci ritrovammo in via Santa Chiara. Il  Pio Istituto Derelitti era là all’epoca dei fatti. Solo qualche anno dopo si sarebbe spostato fuori Porta Pile, in un edificio tutto suo, dov’è ancora. Ma allora no, era al numero 50 di via Santa Chiara, il portone davanti al quale ci eravamo fermati. Era  lì che erano successi quei fatti.
Ci sei stato, dicevi: che cosa ricordi?
Erano le sei di sera, era già scuro: nel cortile c’erano carabinieri e questurini. Ci hanno fermato che eravamo ancora sul portone, sembrava stesse per succedere qualcosa. E infatti poco dopo abbiamo visto fra due ali di questurini avanzare otto ragazzi, in fila. Ci sono passati davanti. Li hanno portati via. Allora siamo entrati e il mio capo si è messo a parlare col direttore, lo conosceva…
Lo conosceva? mi interruppe sorpreso Giacomo, prendendo un altro sorso di vino.
Mi parve proprio di sì, si salutarono come due che si conoscono da tempo.
Ma non è possibile: quello era un servo dei preti, un leccapiedi dei padroni, una spia, che non faceva altro che darsi da fare per la sua carriera, culo e camicia col sindaco e colla sua manica di clericali, che riceveva in casa sua, sera sì sera no. Perché lui aveva un appartamento qui dentro, in questo stesso palazzo in cui c’era l’Istituto, e Franchino ci raccontava tutto quello che succedeva dal direttore, in ufficio e anche in casa…
Franchino?
Sì, uno di noi, era dei mezzani lui, aveva dodici anni: l’aveva preso in casa la moglie del direttore come tuttofare. Perché non veniva dalla strada, Franchino. Era capitato lì solo perché suo padre era morto, e la madre si era risposata con uno che si era portato dietro una figlia e di ragazzi per casa non ne voleva, e in quattro e quattr’otto aveva trovato il modo di far passare Franchino per l’attentatore alla virtù di sua figlia, e anche peggio, tanto da convincere, o costringere, la moglie a denunciare il figlio e a farlo finire ai Derelitti, anche se era un ragazzo ammodo. E dunque: Franchino ci teneva al corrente di tutto quel che sentiva dal direttore. Anche in quei giorni… Ma questo viene dopo. Ti ho interrotto: stavi dicendo che il tuo capo ha saputo qualcosa da quel bel personaggio…
Sì, ha saputo che quegli otto li portavano in carcere e sarebbero stati processati già l’indomani.  Ed è stato lì che ti ho visto. Prima non ti avevo notato. Eri in fondo al cortile insieme ad altri ragazzi. Eri il più piccolo… Sembravi sul punto di piangere, ma si vedeva che stringevi i denti. Avevi un’espressione di rabbia che colpiva in quella faccina da bambino: ci siamo guardati per un attimo, poi qualcuno ha suonato un fischietto e siete andati via.
Già, in refettorio: ci fecero fare cena in anticipo, quel giorno…
Ma prima cos’era successo? cos’avevi visto? come si era arrivati a quel punto?
E’ sembrato tornare a quella sera, a quei giorni. Ci siamo rimessi a camminare. Ha aperto bocca solo quando siamo arrivati in piazza della Loggia: occorre partire da un po’ prima, ha detto. E siamo andati giù per i portici. Lui che raccontava, a voce bassa, guardando dritto davanti a sé.

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Un’officina e il refettorio in via Santa Chiara a inizio Novecento, quando nello stabile si era si era ormai insediata la Scuola Moretto. Le figure e gli ambienti che compaiono nelle immagini evocano comunque la vita quotidiana che i Derelitti in quella stessa sede avevano condotto fino a pochi anni prima. (Le immagini, pubblicate nel libro di Giovanni Boccingher Dal Moretto all’I.T.I.S. Castelli, Brescia 2014, conservate presso l’Archivio fotografico dei Civici Musei di Brescia).