Share the screen

ovvero
Istruzioni su come sentirsi un pezzo di merda
ovvero
Della rabbia

▸ dai giorni del coronavirus

Share the screen, mamma, lo trovi sotto, clicca su share the screen.
Ok share the screen, un attimo che lo cerco, ragazze.
Dunque, share the screen, share the screen, dove sei? Calma, calma e sangue freddo, sono solo due parole, due parole semplici, semplici.
Cerco con cura, con determinazione, con speranza. E intanto il tempo passa.
Dai mamma che l’inglese lo sai bene: share the screen.
Ok ho capito, datemi un secondo, l’ho trovato anche l’altro ieri, vedrete che lo troverò anche oggi.
Dove sei share the screen? Fatti vedere, dai, fatti vedere che il collegamento dura solo quaranta minuti e se ce ne metto venti ad avviarlo le ragazze se la prendono.
Ma share the screen non ne vuole sapere di farsi trovare. Io comincio a sudare, ho fretta, il tempo è poco e devo farcela. Non posso fare la figura della mentecatta con le mie figlie. Intanto sento che le ragazze chiacchierano, in attesa del mio ritrovamento, perché loro lo schermo lo hanno già condiviso da tempo. Niente, buio fitto nella mia testa e un imponente, incontenibile senso di sconfitta. Rabbia, rabbia purissima.
Mamma, allora?
Non c’è verso ragazze – rispondo vergognandomi come un cane – share the screen non c’è più sul mio computer.
Ma dai mamma, non fare la deficiente, c’è di sicuro, devi solo trovarlo.  Sotto, la banda nera sotto.
Io ci riprovo con ostinazione mista a disperazione, ma neanche la banda nera di merda si palesa.
Computer di merda, internet di merda, share the screen di merda.
A forza di smoccolare trovo il maledetto share the screen e, mentre ci clicco sopra, mi metto a piangere. A piangere? Sì, a piangere.
Purtroppo, come tutti sanno, share significa condividere, e screen significa schermo.
E’ così che le mie figlie mi vedono sul loro schermo mentre piango.
Mamma ma perché piangi, cosa è successo?
Niente, è che non riuscivo a trovarlo, a condividere lo screen, facevo una fatica del diavolo, mi sono sentita cretina, insufficiente, vecchia e questo mi ha fatto piangere.
Ridono, ridono a crepapelle le ragazze all’idea che si possa piangere perché si fatica a utilizzare un computer. Eppure le lacrime continuano a fluirmi copiose sul viso e a rendersi evidenti nello screen di merda fino in Francia. Sono imbarazzata, colta nella mia fragilità che loro faticano a comprendere.
Mamma, per l’amor di Dio, le priorità. Non si piange per un motivo così.
Ci vediamo domani ragazze, domani sono sicura che me la caverò meglio. Mi eserciterò, oggi fate ginnastica voi due insieme, io sono a pezzi.
Insistono per tenermi collegata, ma io so che è meglio sottrarsi. Continuo con la lagna delle lacrime senza senso ma di grande significato.
Piango la mia insipienza, la barriera che si alza nella mia mente di fronte a uno schermo, il mio cervello che arranca privo di quel talento così indispensabile oggi. Non ce li ho quei numeri, non ce l’ho un’intelligenza logico-matematica, non ce l’ho mai avuta. Ho una testa analitica, intuitiva, un pensiero che si svolge a balzi, non a step. Non ci riesco a restare nel sistema binario, non perché io lo rifiuti, perché è altro da me.
Ma, purtroppo, è quest’altro che serve oggi, un altro di cui io sono assolutamente priva.
Spesso mi aiuta mio marito che ha la pazienza di Giobbe, anche se pure lui a giorni si scoraggia.
Odio essere aiutata da un uomo, è stupido ma è più forte di me, preferirei che mi aiutasse una donna. Retaggio del femminismo o di quando mio padre diceva a mia madre: parlerai quando guadagnerai quanto me. Lei, mia madre, mi ha sempre spronata a bastare a me stessa. E ora, nel mondo di oggi, non mi basto più, non per quel che serve. Che cosa ne direbbe la mamma se lo sapesse?
E se mio marito mi lasciasse per una più giovane, come la metterei con il PC?  Certo non sarebbe il problema maggiore, ma comunque un problema. E di smorfiose disponibili che magari portano pure la quarta c’è pieno il mondo. E ho anche preso qualche chilo e, senza tinta, ho i capelli tricolori.
Dovrei vergognarmi di questi pensieri, mio marito è sempre disponibile, gentile con me. E io m’incazzo, più lui è gentile più io, dentro di me e solo dentro per fortuna, m’incazzo come una bestia.
Una rabbia, Dio mio, una rabbia…
Lui, il perfettino: non perde un colpo, impara nuovi programmi senza fatica, usa il MAC come fosse una pagina bianca, ricorda tutto, film, musiche, libri, ragiona a raffica.
Io annaspo, il computer di merda lo odio e lo prenderei volentieri a martellate, non ricordo niente, non riconosco più neanche la nona di Beethoven pur avendo masticato musica classica dall’infanzia, mi accorgo di aver già visto un film non prima del secondo tempo, se qualcuno mi chiedesse quale è stato l’ultimo libro che ho letto impiegherei mezz’ora a ricordarmelo.
Perdita della memoria recente: sintomo chiaro.
Sarebbe saggio darci un taglio, arrendersi e giocare il proprio gioco, usare le carte che si hanno in mano per non continuare a perdere. Abbandonare definitivamente quel computer di merda.
Ma così si perde del tutto, così si è fuori.
Ora il mondo gira a una velocità diversa, frenetica, ci si deve adeguare.
Fra non molti anni si acquisterà solo on line. Non ci saranno più i negozi di abiti dove una commessa pietosa ti conferma, sempre e comunque, che ti sta bene, che quella gonna la porti divinamente. Balle che scaldano il cuore.
E se non saprò comperare con il computer? Dovrò chiedere ancora a mio marito, se non sarà fuggito con la smorfiosa di trent’anni che porta la quarta, se ancora sopporterà il mio perenne restare indietro su un sentiero per me troppo accidentato.
E se non l’avessi avuto questo computer di merda in questi mesi di esilio, come le avrei viste le mie ragazze? Come avrei tenute vive le amicizie? E del “Cerchio della scrittura”, del mio amato Cerchio, delle amiche con cui condivido parole che ne sarebbe stato?
Tutto vero, tutto sensato però la rabbia non passa. Forse non rabbia per la strada che ha imboccato il mondo, e chi sono io per giudicare? Rabbia per me, per la fatica inenarrabile che mi costa imparare questa implacabile astrusa logica di merda.
Rabbia per non essere all’altezza, l’atavico vizio di dover essere sempre la più brava?
No, non la migliore, con il computer di merda non c’è pericolo, ma essere almeno sufficiente…
Rabbia contro la faccenda dell’invecchiare. Categoria a rischio io? Io che ho sempre tirato fuori gli altri dai rischi e dai guai?
E invece sì, invecchio e il mio cervello, ben prima delle gambe, si sbrindella, si smaglia come un collant, s’intorpidisce e tutte le cose che so fare sono ormai moneta fuori corso.
Non rimpiango la bellezza, se mai ce l’ho avuta, lo noto che nessuno sguardo si posa una seconda volta su di me per strada. Avevo messo in contro la trasparenza del corpo, è l’arrancare della testa che mi mette in ginocchio, il terrore di svanire, dileguarmi, indementire addirittura. Succede a tanti, perché non a me?
Nella casa di riposo dove alloggia mia madre incontro spesso un ex-collega di poco più vecchio di me, un rianimatore pediatrico che s’è fatto la diagnosi da sé. Ora è completamente assente, mi sorride, mi stringe la mano ma non mi riconosce.
Mi specchio in lui, so che non dovrei farlo, ma mi vedo in quello sguardo perso, mi ci immergo in anticipo.
Sarebbe ora di smetterla con la rabbia. Dovrei imparare a convertirla in altro, a usarla come forza propulsiva per sa Dio cosa.
Ma per ora la rabbia, la mia rabbia è un computer di merda che, immancabilmente, mi mette nell’angolo.

Ti conosco mascherina

▸ dai giorni del coronavirus

Durante il coronacene il lungo periodo viene denominato fase. Le fasi hanno una durata variabile stabilita da Decreti Legislativi emessi dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri, recepiti dal governo delle singole regioni, i cui contenuti variano secondo il numero dei morti, dei contagiati, dei guariti.
A ciascuna fase, è assegnato un numero progressivo.
Fino ad oggi, quelli che sono rimasti in vita hanno sperimentato il totale isolamento della fase numero uno, e si apprestano ora a prendere confidenza con la fase due.
Possiamo uscire da casa, anche solo per fare una passeggiata non vincolata a un numero limitato di metri. E senza esagerare, è possibile anche andare a trovare i congiunti, ultimamente anche gli amici, se residenti su territorio regionale.
Naturalmente facendo attenzione a non toccarsi, e indossando la mascherina.
Qualcuno di noi, fra quelli che per ora sono rimasti in salute, ha provato un senso di liberazione. Altri vera e propria euforia. Molti hanno individuato alcune azioni che definivano la normalità prima dell’emergenza sanitaria e le hanno volute subito praticare, a testimonianza del cambiamento. Andrà tutto bene, è così vero che oggi ho preso un caffè al bar. No, non dentro il bar, e nemmeno seduta fuori. Che c’entra, bisogna seguire una procedura: si accede da una parte, non più di uno per volta, si paga e si esce dall’altra. Ma ovvio che devi avere la mascherina e disinfettarti le mani. Oppure tenere i guanti, va da sé. Dopo esser passato alla cassa, ti metti di nuovo in coda, a un metro di distanza da chi ti precede, che domanda, è normale, e quando arriva il tuo turno, una mano guantata ti passa, da uno sportello ricavato all’uopo, il tuo bicchierino di plastica con il caffè. Finalmente!
A quel punto ti allontani, non puoi fermarti vicino al bar, c’è il rischio di assembramento. Ma sì, cammini per qualche metro, abbassi un attimo la mascherina, bevi in santa pace il tuo caffè, e via. Non è bello così?

Questi giorni mi usurano e lasciano una tristezza che mi induce allo sconforto.
Durante la fase numerata uno, l’omogeneità dei comportamenti era determinata dalla percezione del pericolo. Quando è stato chiaro che il gioco si faceva duro, in palio la vita propria o altrui, ho creduto di assistere a una reazione compatta, generalizzata, uno stato d’allerta registrato come una chiamata. Ho creduto che ciascuno a suo modo, seguendo schemi di pensiero propri di ogni individualità, avessimo insieme spalancato gli occhi su una realtà pregna di domande che non era possibile ignorare. Continueremo ad accettare tagli alla spesa pubblica? E che il traffico automobilistico renda l’aria delle città irrespirabile? Continueremo ad accettare che enormi energie siano spese per il sistema militare? E così via.
Pensavo, donne e uomini di parti politiche opposte registrano un appello cui è doveroso dare risposte. Le richieste riguardano il presente, l’assoluta necessità di prevenire il contagio, ma anche il futuro e il passato.
E poi c’erano il silenzio dei quartieri, disturbato solo dalle grida disperate dei mezzi di soccorso, le strade vuote, il genere umano immobile. Una condizione mai sperimentata: un evento ingovernabile, cui eravamo impreparati, faceva da spartiacque fra il prima e il dopo e ci scuoteva, ci obbligava a risvegliarci.
Il mondo di prima, per quanto meraviglioso, forse mostrava qualche falla, e quello che stava accadendo – e che accade – per quanto insopportabile, avrebbe potuto offrirci spunti di riflessione e indurci a confrontarci con la possibilità di un cambiamento. Non era possibile che succedesse indarno.
Finché è durato l’isolamento questi pensieri hanno trovato spazio dentro di me, hanno nutrito la brace della speranza e sono diventati parole piccole e caute da condividere in una cerchia ristretta di affetti.
Oggi penso che fossero solo un astuto espediente escogitato dalla mente per aiutarmi a sostenere l’entità della sciagura. Non c’era bisogno di misurarla con il pallottoliere dei servizi speciali televisivi. La portavo sulla pelle, la sentivo nel dolore che attraversava gli amici che perdevano amici, madri, congiunti, alla velocità della luce e nello spazio di pochi giorni.
Eppure, a riempirmi di sconforto è stato l’inizio della fase due.

La possibilità di incontrarsi, sia pure secondo la normativa in vigore, produce un cambiamento nei comportamenti che determina una distanza, sia pur minima, da quel che finora è stato. Nella mia limitatissima specola, da quella piccola crepa sgorgano i primi racconti. Piano piano si rintracciano parole che scompongono la fase uno in piccole tracce di immediata memoria. Bambini, anziani, infermiere e infermieri, donne e uomini. A Brescia e a Firenze, le mie due città, bambini che hanno trascorso la fase uno in appartamenti grandi e ben arredati, ma privi di uno sbocco all’esterno, stentano a uscire da casa. I più grandi hanno detto di avere paura. E lo stesso vale per le persone di età più avanzata, anch’esse indebolite dalla paura. Le infermiere e gli infermieri che nei mesi di marzo e aprile hanno lavorato nei reparti ospedalieri destinati alla cura dei pazienti contagiati, adesso raccontano lo sgomento di vedere i malati morire senza poter fare nulla.
È solo l’inizio penso. L’entità della sciagura avrà bisogno di parole misurate per darci conto della concretezza, in carne e sangue, dell’esperienza che ci attraversa.

Nella fase due è possibile muoversi da casa con maggiore libertà, indossando un dispositivo che protegge bocca e naso. Questo semplice oggetto, per lo più in tessuto, ha il potere di farci assomigliare tutti, e quindi di renderci meno riconoscibili. Le intenzioni, gli stati d’animo, le espressioni sono affidate totalmente allo sguardo e alla gestualità del corpo, che dovremo imparare a osservare con maggiore attenzione. Nelle relazioni consolidate, negli scambi d’occasione, al lavoro, al mercato, all’ufficio postale e dal dottore dovremo considerare qualcosa che non c’era e che adesso si pone in mezzo.
Penso che la mascherina sia un simbolo molto efficace: potenzialmente siamo tutti malati, e da questa prospettiva ci adoperiamo per rintracciare segni di normalità.  
Ma se questo è vero, mi domando che fine abbiano fatto le previsioni in forma di domanda che da più parti venivano avanzate durante la fase uno, e dove posso rinvenirne tracce nel tentativo di ricondurre alla gestione ordinaria ante contagio il nostro daffare quotidiano, come se potessimo considerare quello che è accaduto – e che accade – un semplice incidente di percorso.
Dentro di me, somiglia più a uno stato, a una condizione di vita che genera crisi, e quindi, necessariamente, cambiamento.

Siamo su una soglia penso, nel pertugio di un passaggio fra la luce e il buio. O fra il buio e la luce. Perché questo cambiamento possa accadere, credo sia necessaria un’elaborazione collettiva.
Potrebbe forse essere la scrittura, l’energia che rende possibile attraversare la soglia.
Dal mio piccolo punto di osservazione mi capita sovente di imbattermi in poesie, pensieri, musica, una produzione letteraria che anima gli incontri virtuali, in rete, cui molti di noi ricorrono nel tentativo di mantenere una forma di socialità, utilizzando di internet la potenza di aggregazione solidale.
In maniera diversa, tante persone stanno registrando il loro tempo sulla soglia. Stanno tessendo l’ordito di un modo che può diventare riconoscibile oltre la soglia, alla ricerca di una forma armonica di mutazione.
Come un coro, penso. Una concatenazione di ritornelli: individuali, di piccolo gruppo, di folle, capaci di generare da capo il programma dell’attività sociale.
Accettare quello che c’è, mascherina e distanza di sicurezza compresi, è un modo per comprendere come poter rinnovare ciò che prima mi era noto, per iniziare a decifrare questa condizione ignota.
Devo farlo per proseguire la mia attività lavorativa, ma anche per colmare la distanza con la mia famiglia residente in un’altra regione, per trovare modi diversi di vicinanza con le persone. La presenza ravvicinata non basta, come posso pensare di sottrarre l’approccio fisico dai miei rapporti? Tocca inventare abitudini nuove. L’alternativa, precipitando nella lacerazione di senso provocata dalla crisi, piegarsi alla frustrazione di incespicare sovrapponendo gesti di ieri alla realtà dell’oggi.

Manerbio, 15 maggio 2020

Collezione di storie

«Se i libri sono rimasti gli stessi (ma anch’essi cambiano, nella luce d’una prospettiva storica mutata) noi siamo certamente cambiati, e l’incontro è un avvenimento del tutto nuovo» assicurava Italo Calvino.
Se poi, nel frattempo, la scrittura è entrata a far parte delle proprie esperienze, rileggere non sarà l’unica via per rivisitare gli scrittori prediletti: anche scrivere sulle loro tracce potrà essere un modo di esprimere quella cura che tutti gli amori di lungo corso richiedono.
Del resto, lo stesso Calvino, non sembra deprecare esperimenti del genere: «Il visconte dimezzato, Il barone rampante, Il cavaliere inesistente. Adesso» scrive nel 1960 «il ciclo è fatto, è chiuso, è lì, per chiunque voglia studiarci sopra o divertircisi; io non c’entro più».
Da I nostri antenati inizia appunto questa rivisitazione di alcune delle opere dello scrittore: riletture che si traducono in racconti o, più propriamente, in “esercizi”, e si propongono non tanto di sviscerare il proprio oggetto e di rinvenirvi aspetti o significati nuovi, quanto di poter rinsaldare, sperimentandola in modo diverso, una vicinanza che si sente viva, una consonanza che torna ancora una volta a vibrare. Esercizi che si risolvono dunque in un confronto con i testi memore degli incontri precedenti e aperto a cogliere messaggi e rimandi inattesi, a percepire risonanze che non si erano prima avvertite, motivi di identificazione con i personaggi che si traducono nel desiderio di ritrovarli quali protagonisti di vicende inedite.
È davvero scomparso, il Barone, il giorno in cui si è lasciato trascinare sul mare dall’ancora della mongolfiera cui si era aggrappato? La coerenza e l’integrità con cui il Cavaliere arginava la propria inesistenza non hanno conosciuto deroghe, non hanno mai ammesso digressioni, se non trasgressioni? E il dottor Trelawney, il prudente artefice del ritorno del Visconte all’interezza, che cosa nasconde nel proprio nome? Soltanto l’implicito omaggio dell’autore all’Isola del tesoro, o un passato inimmaginabile, un’identità segreta?
Da domande simili, che nel loro stesso porsi suggerivano spunti narrativi stimolanti, sono nati un possibile seguito della storia di Cosimo, il racconto di un duello dimenticato di Agilulfo, la contaminazione tra la vicenda di Medardo e quella narrata da Stevenson.
E Marcovaldo: di certo non potrebbe, oggi, non incontrare coloro che abitano la città da stranieri, in una condizione di marginalità che, sia pure in grado e modi diversi, non gli è del tutto estranea. Ma – questa la domanda successiva – le sue stagioni si sono davvero consumate sempre e solamente nell’ambiente urbano, o con la moglie Domitilla ha potuto andare a vivere in luoghi diversi, tali, almeno nelle aspettative, da promettere avventure inaspettate a lui e ai suoi bambini? E a proposito di avventure: tra Gli amori difficili, accanto all’Avventura di un viaggiatore non poteva comparire – quasi a ricalco – quella di uno scrittore, giustificata premessa alla successiva, di un lettore?
Gli “esercizi” qui raccolti si allontanano progressivamente dai testi su cui si sono applicati e prendono a divagare, in compagnia di unQfwfq che non si sa rassegnare alla protervia assurda di un presente che gli appare più remoto delle ere da lui attraversate; di un signor Palomar che nella sua casa di campagna non smette di interrogarsi sulla forma, il numero, la durata che disegnano il mondo; di un sedentario quanto enigmatico Marco Polo.
Queste “riletture” che si configurano come “esercizi” e via via come “divagazioni” non potevano evitare di confrontarsi con il tema, essenziale in Calvino, della relazione fra il vivere e lo scrivere. Presente nel racconto della vicenda di Agilulfo e in quello dell’avventura di uno scrittore, il tema si fa nell’ultimo perno di una narrazione che, prendendo le mosse dal motivo di Collezione di sabbia, si nutre delle suggestioni che ad ogni lettura vengono da Se una notte d’inverno un viaggiatore, e si conclude così nella convinzione che «il senso ultimo a cui rimandano tutti i racconti ha due facce: la continuità della vita, l’inevitabilità della morte».

Quelle che seguono sono alcune pagine tratte dai racconti:

da L’albatro:

“Dovette Cosimo avvertire che le forze che gli avevano permesso d’abbrancare quell’ancora e tenercisi avvinghiato lo stavano abbandonando: le mani stavano perdendo la presa che avevano stretto attorno alla corda, il ferro dell’ancora gli segava la pianta dei piedi, e i muscoli, raggomitolato com’era, si stavano irrigidendo. Il disagio stava mutando in spasmi e fitte, tali da generare in lui una completa indifferenza alla veduta marina che l’avvolgeva.
(…) s’era ritrovato dentro un vapore lattiginoso e umidiccio che gli toglieva la vista del mare come del cielo, ma gli aveva a un tratto permesso di vedere spuntar in quella bambagia ciò che mai si sarebbe aspettato: la cima d’un albero, se pur privo di fronde. Ed era stato allora il suo corpo dolente, non la ragione, a prender la decisione: dall’ancora era balzato a quel pinnacolo spelacchiato, e le sue dita l’avevano pur stretto per qualche istante (…). Un batter di ciglia e mio fratello precipitò: il miracolo che era seguito al balzo sull’ancora non si era ripetuto. Forse anche perché era l’albero di trinchetto quello che si era offerto alla sua presa, un albero privo della coffa che forse avrebbe potuto trattenere il corpo che l’avesse fortunosamente raggiunta.
Ebbi di nuovo l’impressione di esser lì, testimone oculare del nuovo volo, privo di appigli questa volta: Cosimo cadeva, tanto leggero da non scendere a perpendicolo ma lievemente oscillando nel vento, come una foglia d’autunno, o, se si preferisce, dolcemente planando come uno degli uccelli che per una vita gli erano stati compagni e lui, pur a lungo cacciatore, aveva sempre amato, e teneramente invidiato. (…)
Ecco, invece: lo strido d’una rondine gli fa riaprire gli occhi su cui erano di nuovo calate le palpebre. L’uccello sta volando accanto a lui, e lo osserva, curioso, amichevole. Ricambia lo sguardo, Cosimo: contempla l’uccello che gli è compagno nel volo mentre vede attorno a sé un trascorrere rapidissimo di rami e fronde, quali ai suoi occhi appaiono le sartie e le vele della nave. Nelle quali grazie a Dio ebbe a impigliarsi e, strascicando in qualche modo verso il basso senza più distinguer nulla, poté rallentare la sua corsa.
Che si concluse, infine.
Un rumore sordo, come di sacco gettato su di un assito.
E di colpo, il buio.”


da Un duello dimenticato:

“E dunque, ecco che cosa accade: che sia stata la nottata del tutto inusuale, trascorsa a cianciare di usignoli e luna e modi di acconciare capelli e altro ancora che tenesse a freno la bramosia della vedova Priscilla, o sia stato invece il trovarsi lontano dal solito ambiente militaresco cui da anni aveva fatto l’abitudine, sta di fatto che il cavaliere Agilulfo appare immobile dell’immobilità del dormiente al suo scudiero, destatosi al richiamo del primo canto degli uccelli.
L’ha ben avuto sotto gli occhi da tempo il suo signore, Gurdulù, ma il vederlo per la prima volta in quella condizione lo induce a quella sconsiderata totale empatia che lo prende tanto di frequente e si convince perciò d’esser lui stesso il cavaliere che, assopito, abita – ammesso si possa dir così – l’armatura distesa lì accanto.
Certo, non è agevole entrarvi dentro com’è stato calarsi nella marmitta che i cucinieri dell’esercito gli avevano benignamente lasciato raschiare il giorno che s’era creduto d’esser zuppa anche lui. Ma attingendo a una perizia che di sicuro neanche lui sa di dove ha tratto, Gurdulù pian piano fa passare il suo testone attraverso il camaglio e l’elmo piumato, il collo taurino fra barbuta e gorgiera, insinua quindi le corte braccia negli spallacci e le mani tozze nelle manopole, riesce a contenere il tronco tarchiato entro l’usbergo e il pettorale, il ventre rotondo nel panzerone, le gambe storte nelle gambiere, i piedoni nelle scarpe di ferro.
Disposto che ha il suo corpaccione entro il candido involucro, di botto, soddisfatto come non mai, sprofonda nel sonno.
Il sole è ormai alto quando Agilulfo ode un rombante russio. Non è lo stesso che si leva dal campo ogni notte né quello che solitamente esce dalle armature dei paladini accaldati in attesa del passaggio dell’Imperatore. Non proviene da fuori, quella sorta di mugghio marino, ma da dentro la sua propria armatura!
Esterrefatto dell’evento inaudito, quindi disgustato da quel suono animalesco, ma alla fine – non saprebbe dire neanche lui perché – vagamente compiaciuto della novità, avverte un desiderio che non corrisponde a quello consueto di far meglio di tutti il dovere del paladino.
È un desiderio in tutto diverso, ancor più imperioso forse, anche se opaco, non limpido e trasparente come quello che sempre l’ha animato. È il desiderio di tornare al castello di Priscilla che ora lo scuote! Un desiderio che lo inquieta e insieme insinua un refolo di felicità sconosciuta nel suo animo.
Vorrebbe venire a capo di questo scontro di propensioni opposte, che lo agita sino all’ultima piastra dell’armatura e lo atterrisce.
Non sa, l’integerrimo cavaliere, che simili tenzoni occupano di frequente l’animo dei mortali, di continuo – si può dire – presi a cercar la propria interezza in quel contrasto di sentimenti, il più delle volte incomponibile, che li abita. Turbato e irresoluto, Agilulfo si guarda d’intorno cercando invano il suo scudiero.”


da Il cuscus:

“Qualcosa fermava ogni mattina Marcovaldo mentre passava con la sua bicicletta a motore per la strada che attraversa il luogo dove una volta erano le fabbriche. Non c’era prima, questa via intitolata al cavalier Tognini, capitano d’industria fondatore dell’acciaieria chiusa da una quarantina d’anni. Non si vedeva nulla, allora, di quel che c’era oltre i muri che circondavano lo stabilimento. Abbattuti quelli, non restava che una rete a separare il fuori dal dentro, e Marcovaldo si perdeva a guardare la famiglia di gatti che abitava fra le rovine dei capannoni o i merli che avevano fatto il nido fra i rovi, le piante di ailanto tanto alte da sbucare dai lucernari squarciati e il mare delle erbacce che avevano invaso i piazzali e s’arrampicavano sui muri rimasti ancora in piedi: veronica, parietaria… Ma avrebbe voluto passare di là della rete soprattutto per raccogliere le ortiche buone per fare minestre, o le foglioline novelle di dente di leone da mettere nella frittata. Era rimasto incantato, una mattina, alla vista della fioritura di un cappero, arrivato chissà come a mettere radici fra le pietre e i mattoni di un muro esposto a sud, vecchio e in gran parte sfarinato, visitato in extremis da quella piantina giovane e piena di speranze.
La fabbrica dove Marcovaldo faceva le sue otto ore di manovale non qualificato non era tanto distante dalla distesa di ruderi. Attraversandola per tornare a casa, quando faceva il turno di notte ed era ancora buio, gli era capitato più di una volta di intravedere ombre che s’arrampicavano sulla rete e la scavalcavano. Un salto e si perdevano in mezzo a quelle macerie.
Una mattina presto – faceva il primo turno quella settimana – era lì a guardare i papaveri che avevano colorato tutto quel grigiore. Faceva già caldo, era giugno. Credeva di esserselo solo immaginato, ma poi s’era ripetuto: un belato. Poteva mai esserci una pecora là dentro?”.


da Il tempo di Till:

Secondo gli astrofisici la percezione del tempo non è che una sfocatura, un’illusione derivante dal fatto che la nostra costituzione ci rende ignoranti dei dettagli microscopici del mondo, incapaci di percepire il livello al quale il tempo non esiste. Il mondo, insomma, non è come ci appare e, contrariamente a quel che ci sembra, il tempo non ne è una dimensione essenziale.

«Ah be’, se uno si guarda in giro non può che essere d’accordo» dice il vecchio Qfwfq, e racconta.
«Oggi per esempio: ero in stazione. Mi piace andarci delle volte, anche se non aspetto nessuno che arrivi. Ma amo stare a guardare la gente che sta lì a chiacchierare, a mangiare, a leggersi un libro, e poi se ne va senza che il treno che aspettava sia arrivato. O senza salirci anche se è entrato in stazione. O salendo su uno qualsiasi che non si sa perché ha fatto una fermata proprio qui e proprio adesso.
«Al ristorante della stazione ho mangiato un piatto di roast beef: è la cosa migliore che hanno lì, un roast beef come quello non lo trovi in città. Buono quasi come lo faceva la mia povera Y¿þž.
«Ho preso il mio vassoio e la cassiera mi ha puntato la sua lucina nell’occhio destro, a leggermi l’iride: “Grazie signore”. Un attimo e via, rapidissima, e scommetto che quella ragazza alla cassa non ha mai sentito dire che il tempo è denaro. Una frase che neanche capirebbe. Perché insieme al tempo anche il denaro se n’è andato. Non c’è altro modo di pagare ormai.”


da La vite del Canada:

“Il signor Palomar questa mattina è andato sulla collinetta che si alza a poca distanza, di rimpetto alla casa dove da venticinque anni trascorre con la moglie i mesi dell’estate. Ha sentito il desiderio di guardare di là il trionfo della vite del Canada che ricopre la facciata e nasconde le vecchie pietre a vista che conservano alla loro casa un tocco di rusticità (…).
La vite del Canada è al massimo del suo rigoglio, in luglio, e generosamente offre a squadriglie di api ronzanti i suoi fiori che lasciano cadere le antere sul piccolo giardino, in una pioggerella sottile e fitta, inondando il tavolo dove la signora Palomar ama stare a fare i suoi acquerelli, e punzecchiando i due gatti stesi pigramente al sole, continuamente costretti a riscuotersi dal sonno per scrollarsi di dosso quelle moleste gocce vegetali.”


da Cidnea:

“Chi vi giungeva restava per un po’ nel dubbio di esser entrato nella città o di star invece solo avvicinandosi ad essa. Percorreva strade costeggiate da edifici privi di qualunque carattere tra i quali spiccavano templi maestosi nelle dimensioni quanto rozzi e monotoni nelle forme. “Templi”, dico quindi, non in ragione del loro aspetto, ma in considerazione del pellegrinaggio di famiglie intere delle quali – quando vi passai accanto, un sabato dopo il mezzogiorno – li vidi meta.
Si traversavano poi terreni vaghi, nei quali erbe e piante inselvatichite lasciavano intravedere rovine che a tratti rivelavano la loro natura di macerie, atterrate non dal tempo ma dall’uomo, e lacerti di fondamenta che disegnavano labirinti appena affioranti, e scheletri di qualche costruzione non ancora del tutto crollata su se stessa, come nell’ostinazione di dire della vita alacre che lì era un tempo risuonata, ogni giorno, per anni. Per più d’un secolo avresti detto, anzi, osservando il profilo degli edifici che ancora si indovinavano in ciò che, nella parte più a meridione di queste lande abbandonate, ancora ne restava.
Appena oltre, questa desolazione silente lasciava il campo a un via vai assordante che, come un essere selvaggio dotato d’una propria cieca vita, stringeva la parte più interna della città in un doppio anello, là dove in altri abitati avevo visto sorgere la cerchia delle mura. Fattosi un poco più mansueto, quest’essere strepitante e acefalo si insinuava poi per le strade che giungevano a lambire, anche se fortunatamente non a invadere, le piazze nelle quali batteva il cuore di Cidnea.”


da Collezione di storie:

“Non ho mai fatto collezioni. Anche se ero affascinato da quelle che vedevo nelle case dei miei compagni di scuola: collezioni di francobolli il più delle volte, o di monete, ma anche altre, meno scontate. Raccolte inconsuete, fantasiose, a volte. E non mi riferisco certo alle serie di pacchetti di sigarette straniere, o di bottiglie o sottobicchieri di birre di tutto il mondo. (…)
È ad altre collezioni che penso, a quella di un compagno di ginnasio soprattutto, ultimogenito di una famiglia benestante, straniera. (…)

Una collezione di sale. Non ero mai andato al di là della distinzione tra il fine e il grosso, come si leggeva sui due barattoli che stavano accanto ai fornelli nella cucina di casa mia. Mai avrei immaginato che ben altre potessero essere le qualità che distinguevano quello che fino a quel giorno avevo ritenuto un semplice ingrediente e mi appariva ora nella varietà meravigliosa e solenne di un minerale prezioso.
Erano decine i vasi, grandi come quelli che si vedevano in certe vecchie farmacie, ma trasparenti, d’un vetro dai riflessi azzurrognoli o verdastri a seconda di come la luce della finestra li raggiungeva, anche se erano tutti uniformemente allineati su una lunga mensola dello stesso materiale.
Ognuno accompagnato da una targhetta metallica che ne indicava nome e provenienza. Il piano trasparente su cui erano disposti era stato con ogni evidenza fabbricato appositamente. Correva sopra il letto che occupava un angolo della grande camera del mio compagno: una volta coricato, doveva bastargli allungare il braccio per giungere a toccare quei vasi. Lo immaginai risvegliarsi, di notte, angosciato da un sogno che gli avesse ispirato un senso di diffusa scipitezza, di generale insulsaggine, e, preso dal bisogno di rincuorarsi al gusto della varia e rassicurante sapidità che quei vasi preservavano, nella coscienza smorzata del dormiveglia o in quella parallela del sonnambulo umettare la punta dell’indice mentre, appena sollevandosi dal cuscino, con l’altra mano scostava un primo e un secondo tintinnante coperchio per intingere il polpastrello in questo o quel vaso; portare quindi il dito alle labbra e infine silenziosamente tornare a distendersi con una piega soddisfatta della bocca serenamente insaporita, risprofondando in un sonno rinfrancato alla constatazione che il mondo non aveva smarrito il suo gusto cangiante.”


Ordini

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Via della Posta, 7 – 25121, Brescia
Tel. 0303755394
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Recensioni

Dal Giornale di Brescia del 4 giugno 2020.
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Da Bresciaoggi del 24 giugno 2020.
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Commento di Paola Baratto:

Carissimo Italo… anzi, Carlo, ho finito di leggere il tuo bellissimo Collezione di storie. D’una complessità e d’uno spessore che impegnano e intimidiscono. 
Mi spiace non conoscere così bene Calvino da poter comprendere tutti i riferimenti e le citazioni. Ho ripreso in mano i romanzi e, tra l’altro, ho notato che la tua prosa non è dissimile. Li hai smontati, frugati e rimessi insieme secondo disegni e pensieri tuoi, che tuttavia probabilmente erano sottotraccia anche nelle pagine di Calvino. 
Mi fa pensare ad una mole di lavoro che m’impressiona. Magari, al contrario, le avevi così approfonditamente lette e così assorbite che non è stato complicato trasformarle in qualcosa di tuo, che non lo tradisce, anzi…
A parte le osservazioni di Bradamante sull’invisibilità di Agilulfo, che non potevano non toccarmi, mi hanno molto colpito e interessato le riflessioni sul narrare. Sui meccanismi e sui motivi che presiedono alla stesura d’un racconto. E sull’intreccio tra vita e scrittura. Sullo scegliere direzioni così come sul guardare la realtà. 
Mi piace molto quando Biagio dice: “La distanza necessaria non era forse quella che l’altezza degli alberi gli aveva consentito, ma quest’altra, che, ponendolo al livello stesso dei suoi simili, o addirittura al di sotto di quello, il viaggio sulla nave gli imponeva”. 
Un bel quesito, esistenziale oltre che letterario.
Tema che poi riprendi più avanti, quando dici: “Perché senza la giusta distanza non si scrive, e scrivere (…), è del resto il modo migliore per guardar la terra come si stesse sugli alberi. E allora conviene vivere come si scrivesse sempre anche quando non si ha la penna in mano”. 
E ho trovato molto persuasivo un altro passaggio: “Se il mondo scritto può approssimarsi a quello non scritto non è nel tentarne spiegazioni che può riuscirvi, né nel distillarne teorie. Solo nel raccontarne può aspirare a divenirne parte, a farsi carne e sangue, legno e pietra, acqua di mare e pioggia e vento”.
Ecco, quest’ultima considerazione appartiene anche a me, la sento mia. Anche se non avrei saputo dirla così bene e con chiarezza. Come pure l’idea che scrivere sia tirar fuori quel che già c’è, non tanto “inventare”.
Ma, come ti ho spesso detto, io non ho la paziente, lucida attitudine ad indagare i motivi della scrittura. E a trarne qualche teoria, qualche considerazione oggettiva. A volte mi appaiono come una confusa matassa che non ho la capacità di districare.
Ho avuto anche la sensazione che tu ti sia divertito molto. Che abbia quasi… dialogato con Calvino. È anche un’inedita forma di critica letteraria, che entra nel testo e ci gioca, con rispetto, ma infondendogli nuova vita.
Complimenti, il tuo libro merita di essere letto e riletto.

28 maggio 2020. Appunti e letture

▸ dai giorni del coronavirus

Ci sono eventi che d’improvviso aprono un varco nell’opacità del nostro vivere collettivo e nell’ordinarietà delle nostre vite individuali. Così avvenne con la strage in piazza della Loggia e la risposta che la città diede, così è accaduto – su ben altra scala – con la rapida diffusione del virus e l’isolamento con il quale si è cercato di farvi fronte. Vicende radicalmente diverse, ma che fanno comunque riflettere sul bisogno ineludibile di una memoria collettiva sensibile e capace di elaborare gli avvenimenti. Un bisogno che attraversa epoche diverse – gli anni ’70 e quelli che viviamo –, due epoche tra loro lontane, più di quanto inevitabilmente implichino i decenni passati ma, appunto, accomunate – soprattutto agli occhi di chi è testimone dell’una e dell’altra – da una stessa esigenza di memoria.
A vent’anni dalla strage, nel ’94, mi ero provato a ripercorrere l’evoluzione della memoria della strage e delle sue manifestazioni: dal ricordare al commemorare fino al celebrare, in un progressivo processo segnato non tanto dal naturale affievolimento della memoria, quanto dal suo scolorirsi nelle forme della memoria pubblica prima e dalla sua cristallizzazione nei riti celebrativi poi: un processo storico e culturale non inevitabile; una perdita che, contrariamente a quanto negli anni seguenti è avvenuto, sembrava irreversibile. Quanti si sono adoperati per contrastare questo processo, e per garantire la trasmissione di una memoria viva ai giovani che nel ’74 non erano ancora nati, sanno bene il lavoro che è stato, ed è, necessario. Un lavoro che non può conoscere interruzioni e latitanze, che si deve alimentare di una ricerca permanente e tradursi in iniziative di informazione e di sensibilizzazione, innovando sempre formule di comunicazione e modalità di coinvolgimento.
Un concorso di iniziative individuali, collettive, istituzionali come quelle ininterrottamente messe in campo per conservare la memoria della strage, deve intervenire anche oggi, perché nei giorni della grande malattia sono affiorati modi essere, di pensare, di fare che non possiamo permetterci di perdere, e occorre quindi cercar di fissare fin d’ora, pur nella parzialità dei punti di vista e delle esperienze che ciascuno di noi ha conosciuto, nella differenza delle condizioni sociali e dei ruoli a partire dai quali si sono vissuti e si stanno vivendo questi mesi, avendo una prova ulteriore di come la memoria collettiva sia attraversata da memorie fra loro diverse, come non possono d’altro canto non essere quelle di chi ha potuto difendersi dal contagio accettando il confinamento e quanti hanno dovuto invece, proprio per rendere possibile quello stesso confinamento, affrontare giorno dopo giorno il rischio.

Un aspetto, questo, messo ben in luce da un antropologo, Berardino Palumbo: “L’ipereccitata socialità mediatizzata, le frequentazioni di social e le scritture alle quali possiamo dedicarci e alle quali ci dedichiamo, anche in questo momento, scrivendo e leggendo, sono un lusso con il quale l’appartenenza di classe romanticizza (come è stato scritto in un post che ha fatto il giro del mondo) il nostro isolamento e lo sfruttamento del tempo e delle vite altrui, sul quale quello può fondarsi”.

Alcuni tratti significativi del sentire collettivo e dei comportamenti diffusi possono comunque essere individuati e sommariamente descritti:

  1. Il confronto collettivo con la morte innanzitutto, con il pensiero della morte; un confronto capace di saldare il dolore per la morte degli altri con la minaccia della propria, di far dialogare la pietà e la paura, di sgombrare il campo dalla rimozione della irrimediabile solitudine della morte (crudelmente concretizzatasi nelle modalità in cui si è in molti casi verificata in questa occasione) e insieme della sua costante vicinanza alla vita.
  1. La percezione diffusa del fatto che ogni vita è fatta della vita degli altri; di qui il manifestarsi di una solidarietà sostanziale, saldamente ancorata alla consapevolezza che la volontà di vivere ci è connaturata quanto il destino di morire, e che questi sono i fatti della vita che la vita spesso sembra dimenticare: paradossalmente, l’isolamento si è rivelato per molti la condizione di un’inedita, sostanziale vicinanza agli altri, l’occasione del risveglio di un sentimento comunitario che finora era rimasto oggetto di un’indistinta nostalgia, ed “eventi” eclatanti, capaci di riunire in uno stesso luogo migliaia di persone, non avevano saputo evocare con la stessa limpidezza.
    È perciò sembrato di poter constatare la non irreversibilità di quella “morte del prossimo” che uno psicanalista attento alle mutazioni delle mentalità dominanti aveva indicato come il carattere di “una dimensione umana senza precedenti”, nella quale “la lontananza dagli altri causa una privazione che è un vero danno psichico”, per cui “l’uomo solo incontra la depressione; e, a circolo vizioso, l’uomo depresso è un uomo cui mancano la forza e la spinta per andare incontro al prossimo”.
    È un antropologo a registrare invece un movimento opposto: “Al momento credo si possa dire che, nonostante l’effetto desocializzante delle norme antivirali e la conseguente mediatizzazione delle relazioni, nella sfera pubblica, come anche nella consapevolezza di molte persone (molte di più di quante non riuscissi a immaginarne solo tre mesi fa), si assista a un “ritorno del sociale”:

quel sociale che nei discorsi mediatici, politici, ufficiali, nelle stesse partizioni accademiche e nel senso medio borghese era considerato (…) in ritirata. (…) “Il sociale” si riaffaccia prepotentemente alle nostre coscienze: tornano gli operai, tornano i carcerati, tornano – al di fuori della logica della carità – i marginali. Riemerge come topos pubblico la produzione, occultata da decenni di ideologica e autonoma esaltazione del consumo e del soggetto consumatore. Crolla l’economia dell’effimero (dalla finanza al turismo, all’economia della cultura e delle tipicità) e produrre o non produrre cibo, distribuirlo o non distribuirlo, fabbricare aerei, automobili o respiratori salva-vita tornano a essere questioni consapevolmente politiche. Insomma, a me pare che l’attacco che il virus sta portando al bios, più che l’attentato che le politiche dell’eccezione stanno e potrebbero portare alla nostra specifica “forma di vita”, stia rimettendo il mondo sociale a testa in su”.

  1. La considerazione ammirata e riconoscente con la quale la sensibilità collettiva ha preso atto del comportamento di chi ha dovuto affrontare corpo a corpo il male: la rivelazione di una generalizzata vocazione, la dimostrazione di un eroismo finora rimasto sotto traccia, sono stati chiamati in causa per spiegare l’abnegazione di medici e infermieri, quando – chi ha potuto ascoltare queste persone – le ha sentite parlare piuttosto di un’altra motivazione: la compassione, il non potersi sottrarre al patire insieme ai malati.
  1. La scoperta dell’essenzialità che può informare la vita quotidiana, il saper vedere quel che si ha la fortuna di avere, il saper vivere davvero le relazioni che sono parte insostituibile della nostra esistenza, l’arrivare a scorgere, non in eventi eccezionali e in iniziative inedite ma nella successione dei gesti quotidiani, la trama di quella ritualità collettiva di cui avvertiamo la carenza o denunciamo la scomparsa. E a questa ridestata consapevolezza si può in qualche modo ricondurre anche la percezione altrettanto nuova dell’ambiente nel quale la maggior parte di noi vive, del paesaggio urbano che percorriamo quotidianamente senza quasi più vedere: la sua scontatezza, la sua apparente banalità sono state drasticamente contraddette dalle impressioni suscitate dal vuoto delle strade e delle piazze, dal silenzio dei giardini e dei parchi, dalla presenza attonita dei palazzi e delle case. Una urbs privata della vita e del calore della civitas, ha accolto i nostri sguardi meravigliati, accorati di fronte a una realtà che sembrava esser rimasta ad attenderci, paziente.
  1. E fra i sentimenti e le risposte emerse anche l’indignazione, per le approssimazioni, le valutazioni infondate, le competitività fuori luogo e fuori tempo di alcuni amministratori e rappresentati politici. L’indignazione davanti agli errori commessi, in particolare, nella gestione della malattia nelle case di riposo – le “RSA” –, errori tragici che, al di là dell’insipienza e dell’irresponsabilità di chi ne è responsabile, non si è potuto non considerare come spia di un modo diffuso di considerare i vecchi e di rapportarsi alla vecchiaia.

Chi ha vissuto la malattia in prima persona, perché raggiunto da essa o perché chiamato a farvi fronte, chi ne è ha visto colpite le persone più vicine, o ne ha visto compromesso il proprio lavoro e minacciato il tenore della vita propria e della famiglia, potrà certamente sottolineare aspetti e aggiungere notazioni diverse, ma questo non incrina e anzi rafforza il bisogno di far memoria, da subito, prima che il ghiaccio si richiuda, e quanto avvenuto si riduca in poche formule stereotipe per poi scivolare fuori dai discorsi. Un processo già visto all’indomani di gravi sciagure e traumi collettivi ma tanto più plausibile in relazione a fatti accaduti e a ricordi registrati in un tempo fuori dal tempo come quella del confinamento, in una dimensione – almeno per chi non è stato toccato direttamente o quanto meno da vicino dalla malattia – accostabile a quella dell’incubo il cui ricordo, complice una comprensibile tendenza a liberarsene, si fa rapidamente labile, evanescente, irreale.

La memoria ha perciò bisogno di ancorarsi, non solo alle parole: anche alle cose. L’ha rilevato già alla fine dello scorso aprile l’autore del “minidiario” già segnalato da secondorizzonte:

“Non sappiamo ancora come si racconterà tutta questa vicenda, non sappiamo nemmeno se prima o poi qualcuno potrà tornare in un museo, se è per quello, ma sappiamo che è una cosa che andrà in ogni caso documentata. E così le teste pensanti di molti musei del mondo si sono organizzate e hanno cominciato a raccogliere materiali relativi alla pandemia covid-19 (…). Mascherine, disinfettanti, guanti, tute, respiratori, manifesti, fotografie, avvisi, tutto quanto potrebbe essere utile. (…) Vanno raccolti gli elementi che possano documentare, nel futuro, le risposte mediche, scientifiche e culturali alla pandemia. La lettera di Johnson alle famiglie inglesi, per esempio, i magneti inseriti nel naso di un medico inglese a marzo nel tentativo di creare una barriera al contagio per via respiratoria, magari i respiratori creati dalle maschere di Decathlon e così via. Il British Science Museum di Londra ha una specifica galleria dedicata alla storia della medicina e, come museo anglosassone, ha una consuetudine e un’esperienza costruita negli anni sull’organizzazione di esposizioni partendo dagli oggetti quotidiani. Il museo, e non è il solo, ha dichiarato tempo fa di essere attivo nella raccolta di oggetti: ‘Alcuni articoli che sono già stati donati vengono per il momento archiviati in modo sicuro presso lo Science Museum, mentre altri materiali vengono custoditi dal donatore fino a quando non sarà possibile aggiungerli alla collezione’. (…) A questo servono i musei, a mettere in ordine i fatti e a ricordare. Anche se a molti non fa piacere”.

E come il museo londinese, così quello barcellonese della Storia della Catalogna che, per conservare i “ricordi di una pandemia”, ha sollecitato i cittadini a partecipare a una “campagna di raccolta di oggetti” che il Museo esporrà come parte del proprio patrimonio.

È senz’altro da accogliere la proposta di dedicare fin dal prossimo anno il 18 marzo (il giorno in cui abbiamo visto, a Bergamo, la fila dei camion militari carichi di bare) alla memoria dei morti di coronavirus, ma questa memoria resterà attiva solo se alimentata da un lavoro non occasionale ed effimero di raccolta di testimonianze, di racconti, di immagini, di oggetti materiali che fissino il ricordo di quel che è stato, e speriamo non torni ad essere. In questo senso si sono alzate le voci di sindaci, a partire da quello del capoluogo:

«Non penso che la strada sia quella di un monumento tradizionale: serve un segno urbano che sia frutto della creatività di molti (…) serve un percorso di ricostruzione che non è fisica, come è successo nel dopoguerra, ma comunitaria: ci sono vuoti da colmare e ferite da rimarginare, c’è, soprattutto, una memoria da coltivare»

Contemporaneamente, il vescovo di Brescia ha sollecitato “una raccolta di racconti e ricordi” con l’iniziativa Il filo delle memorie Brescia Covid 19, e il presidente della Casa della Memoria, Manlio Milani, ha sottolineato il parallelo che si può istituire fra i fatti del ’74 e gli attuali:

“Come abbiamo curato la ferita di Piazza della Loggia, con il raggiungimento di una verità, anche se parziale, possiamo tentare di curare queste nuove ferite. E per farlo dovremmo trovare un momento per ricordare le vittime, intitolare a loro un memoriale”.

“Forse – ha scritto Marco Toresini, direttore dell’inserto bresciano del Corriere della Sera – avremmo bisogno anche noi della nostra collina di Spoon River”:

In provincia di Brescia non sono tanti i cimiteri sul collina ma basta passeggiare tra le tombe dei camposanti di qualche paese della Bassa per capire che quegli oltre duemila morti accertati per Covid e le altre centinaia di persone decedute con sintomi molto simili hanno tracciato un solco profondo nelle comunità, hanno cancellato generazioni, grandi e piccole storie di vita vissuta”, e dunque, “se dovessimo perdere memoria anche solo di quel patrimonio di condivisione messo in campo in queste settimane di mobilitazione generale, finiremmo per perdere il senso degli sforzi fatti per vincere insieme una battaglia maledetta. E per non onorare a dovere gli ospiti della nostra personale collina di Spoon River”.

Nello stesso senso si era espresso sullo stesso giornale, già verso la fine di aprile, Massimo Tedeschi:

“(…) un monumento, un memoriale. Il Grande Flagello ha fatto, sul territorio bresciano, più morti di quanti ne fece la Seconda Guerra Mondiale. Impossibile non pensare a come ricordarlo con un segno pubblico, solido ed eloquente. Gli artisti interpellati sapranno trovare una risposta. È gradita la sobrietà. Agli Stati Uniti, che non difettano di retorica pubblica, sono bastate le 140 lastre di granito nero che formano “The Wall” a Washington per ricordare i nomi dei 53.318 caduti nella guerra del Vietnam.

Ma c’è un ulteriore impegno che dovrebbe accomunare tutti per rendere omaggio ai caduti di questa tragedia che segna e segnerà il XXI un secolo: un memoriale. Le mille testimonianze, foto, voci, riflessioni oggi disseminate su media e social domandano un luogo dove addensarsi, le migliaia di vittime invocano un luogo per essere ricordate. Brescia è ricca di case, fondazioni, cattedre universitarie che hanno fatto della memoria la loro materia d’elezione. Servirebbe un memoriale sul modello di quello di Ellis Island, che ricorda il dramma delle emigrazioni, o del Museo ebraico di Berlino: spazi dove si stratificano i documenti, le immagini, le sensazioni, le testimonianze capaci di generare al tempo stesso ricerca, memoria, emozioni. Lì andrebbe ricreato uno spazio che restituisca le luci al neon, il rumore ritmico dei ventilatori meccanici, il fruscio dei passi e delle tute asettiche del personale, il brusio dei lamenti e delle consolazioni. Lì, solo lì, capiremmo l’ambiente artificiale che ha accolto gli ultimi respiri, gli ultimi attimi di vita di tanti amici e parenti, lontano da noi. E, più che un memoriale, diventerebbe un sacrario”.

Un memoriale, un sacrario, un archivio, un museo: i luoghi e le definizioni possibili sono molte. L’essenziale è non rimandare questo lavoro di raccolta.
In questo senso si è mosso, a partire dalla metà di marzo, secondorizzonte che, sotto un titolo comune – Dai giorni del coronavirus –, ha accolto e continua a riunire racconti e poesie a loro modo in grado di render conto dell’evoluzione del nostro sentire nei diversi momenti che abbiano vissuto, fino ai cambiamenti indotti dalla “fase due”. Un cambiamento sul quale si stanno applicando analisi puntuali:

“La condizione del lockdown è stata una condizione strana – constata ad esempio un filosofo, Rocco Ronchi. “Non lo è di meno quella che è appena iniziata, nella quale siamo costretti a “parodiare” la vita “di prima”: sono infatti gli stessi gesti “di prima” quelli che dobbiamo fare uscendo di casa, come prendere la metro per andare a lavorare oppure bere un caffè, ma lo dobbiamo fare in modo circospetto, rivolgendo ad essi un’attenzione supplementare, quasi li dovessimo recitare piuttosto che effettuare. (…) La stranezza della condizione è data, insomma, dalla necessità di tematizzare riflessivamente quanto prima giaceva sullo sfondo come qualcosa di immediatamente agito, ma non “saputo”. Il nostro essere “sociale” passa ora attraverso l’immediatezza dei nostri corpi viventi, i quali, “prima”, funzionavano da presupposto tacito. (…) Nella fase del lockdown “duro e puro” a essere straniata era stata la vita domestica. In quella situazione claustrofobica, a venire in primo piano erano stati i consolidati ruoli familiari, i gesti sempre uguali della autoriproduzione della cellula familiare, i rituali del cibo, della convivenza, dell’allevamento della prole (oppure, nel caso del single, la sua anomica solitudine). Nella fase 2 a essere investita dallo straniamento è invece la vita sociale: il lavoro, l’operosità, il “negozio”, le relazioni, l’amore…”.

Quel che è certo – in conclusione – è che, al di là dei modi in cui si concretizzerà, una memoria viva di ciò che è avvenuto si colloca fin d’ora fra le condizioni essenziali perché quella che verrà dopo sia una vita all’altezza dei tempi che ci aspettano.

Riferimenti

Ricordare, commemorare, celebrare. Cronache del 28 maggio era il titolo del saggio contenuto in Memoria della strage. Piazza Loggia 1974-1994, a cura di Carlo Simoni (Grafo 1994).
Il saggio dell’antropologo Berardino Palumbo, da cui sono tratte le due citazioni riportate, compare nell’instant ebook Pandemia 2020, curato da Alessandra Guigoni e Renato Ferrari e scaricabile gratuitamente dal sito dell’editore (M&J Publishing House).
Lo psicanalista citato è Luigi Zoja; il libro da cui sono tratte le sue parole, La morte del prossimo (Einaudi 2009).
La pagina – “giorno 54”, 30 aprile – del “minidiario” segnalato da secondorizzonte lo scorso 2 maggio è tratta dal sito trivigante e le cose.
Le parole del sindaco di Brescia Emilio Del Bono, di Manlio Milani e di Marco Toresini sono tratte dall’inserto bresciano del Corriere della Sera del 22 maggio; quelle di Massimo Tedeschi dall’articolo comparso sullo stesso giornale il 26 aprile.
Il brano di Rocco Ronchi è tratto da un articolo pubblicato dalla rivista on line “Doppiozero” lo scorso 15 maggio (https://www.doppiozero.com/materiali/il-teatro-del-virus).

Desiderio di libertà

▸ dai giorni del coronavirus

– E quando la porta di questa casa si spalancherà di colpo, che ne sarà di me? – Al pensiero, un lieve moto di inquietudine sembrò attraversarle il viso. No, non era la paura del virus, ma qualcosa di più oscuro, impenetrabile.
Più che paura, un timore, un’indecisione nel passo mista a nostalgia.
– Impossibile provare nostalgia per una reclusione – si disse. Eppure quel sentire impreciso era proprio impastato con una sorta di rimpianto.
Forse anche il carcerato, al momento dell’apertura della cella tentenna, preda di un senso di privazione dal sapore dolce amaro, di nostalgia per un tempo pur detestato ma che, in qualche modo, già comincia a mancare.
Forse ogni conclusione di una fase è anche una perdita segnata da questo retrogusto.
O forse era lei che non sapeva più destreggiarsi nei sentimenti, tenerli ben distinti l’uno dall’altro. Ora li avvertiva solo in mescolanza, deglutiva miscele informi che faticavano a parlarle con chiarezza.
Cercava di farsi strada in quella poltiglia scrivendo, ma anche la parola era cauta, brancolante e pure un poco allarmata. Lasciare la strada alle parole comunque, affidare a loro la rotta.
Rintracciare un senso in quella tristezza acquosa eppure nel contempo felice, era come cercare il senso dell’esistere: un’impresa impossibile, persa in partenza. Bisognava solo accettarla, osservarla con attenzione e chiedere allo scrivere di limitarsi a de-scrivere, a dipingere i contorni del paesaggio.
Aveva creduto, all’inizio di quel confinamento, che avrebbe faticato molto a convivere giorno dopo giorno con i muri, il soffitto e il pavimento. Che avrebbe agognato orizzonti ampi, vallate contemplate da cime, spazi senza limiti. E così era stato al principio: i muri s’erano piegati, il pavimento obliquato e il soffitto s’era schiacciato, pesante. Ma per poco.
Poi, realizzato che più si puntano i piedi e meno la realtà risulta tollerabile, si era adattata alla lentezza del tempo come a una terapia prescritta, sostenuta dal senso civico.
Più avanti, il panorama era mutato di nuovo: le pareti sostituite da alberi assonnati, il legno del pavimento sciolto in torrente limpido e su, invece del soffitto, cieli infiniti.
Cosa avesse innescato quella trasformazione non è dato sapere. Mutazioni impercettibili, spostamenti infinitesimali, dettagli: la smorfia di un gatto, l’arrivo delle rondini, la vista di uno straccio sbattuto alla finestra. Le pareva di scoprire di ogni cosa l’asse generatore, l’ombra intima. Ogni minuzia la portava ad avere coscienza del tutto, come udisse il respiro del mondo.
Si fa l’abitudine a tutto, verrebbe da pensare. Ma l’abitudine non dice abbastanza. Non era semplice adattamento, era uno stato confortevole di pace straniante, pur nella preoccupazione per il mondo che continuava ad esserle caro, anche di più, ma in modo diverso.
Lo scrutava dalla finestra perennemente aperta con apprensione, ma anche con fiducia, con calma, con speranza. Non speranza in un cambiamento di rotta al vertice: sarebbe stato ingenuo confidare nella politica. Impossibile alla sua età affidare ad un potere caricatura di sé stesso, a un comando privo di autorevolezza e gonfio di narcisismo il mandato per la trasformazione. Ma forse nelle persone quest’esilio qualcosa avrebbe mosso, forse non l’avrebbero archiviato senza domande. Forse.
A lei di sicuro una sommaria liquidazione di quei giorni sarebbe stata preclusa, proprio per via di quello stare rinchiusa, di quello stare sola che aveva lasciato traccia.
Era stata scrupolosa, ligia: una volta digerita la pillola amara dell’appartenenza ad una categoria a rischio, operazione non indolore, non era uscita quasi più.
Impaziente e inquieta per natura, stranamente aveva cominciato ad apprezzare quello stare dentro casa, anzi dentro una stanza. Prediligeva stare sola in una stanza, sempre quella, come presa dal desiderio di limitare ulteriormente lo spazio intorno. Poi la stanza era diventata un angolino, una tana, poi anche quello si era ristretto: stava dentro il suo corpo e le bastava. Spaziava fra gli organi, i vasi, i tessuti. Quando voleva allungarsi scivolava negli apparati, affidando ai tegumenti la relazione fra il dentro e il fuori.
Per casa, il corpo. Un corpo trasparente, in pace come di norma riusciva a stare solo correndo o arrampicando sui picchi.
Guardinga, si aggirava nei meandri di quella dimora che, pur conosciuta da sempre, scopriva in quegli istanti di vuoto, di silenzio, di vita sospesa ma ricca, piena.
Era fitta di sogni quella casa, sognava ogni notte, anche più di uno sogno per notte, sogni a sciame. Alcuni le restavano in mente e le portavano presunti messaggi, altri scivolavano via all’alba lasciando una scia, un’impressione, un impalpabile star bene che durava nelle ore. S’era come diluito il confine fra veglia e sonno, fra pensiero cosciente e vita onirica.
E ora che sembrava intravedersi la riva, lei si sentiva inspiegabilmente richiamata indietro, verso quei giorni uguali solo all’apparenza, verso quelle notti colme fino all’orlo.
Avrebbe continuato a sentirsi a casa in quel corpo, in quella pace anche dopo, quando le porte si sarebbero aperte o si sarebbe persa nella seduzione del fuori?
Avrebbe conservato ciò che aveva guadagnato?
No, guadagnare non è il verbo corretto: restituire è perfetto. Qualcosa in questi mesi le era stato restituito. Milligrammi di eterno, forse?
Non sapeva definire in cosa consistesse quella restituzione, ma di quel guadagno era certa, così come di quella strana, serena malinconia che le velava lo sguardo al pensiero della fine dell’esilio. Che non desiderasse più la libertà?
Ma quando mai? Certo che ancora aspirava ai passi lunghi, ai luoghi aperti, ai viaggi. E’ vero che, come diceva quel tale, il miglior viaggio è quello dentro se stessi, ma lei aveva imparato molto di sé viaggiando lontano. Anzi, era stato proprio in quei luoghi così stranianti che, lasciandosi attraversare da altre tradizioni, altre parole, l’altro l’aveva avvicinata a sé.
Eppure, quell’esperienza di solitudine, di essere corpo e nient’altro, era diversa, per ora indecifrabile ma profonda.
Che si stesse definendo in lei un desiderio di eremitaggio? – si chiese, come a canzonare se stessa.
Mai buttarsi avanti, stare all’oggi, a quel guadagno muto che neppure la parola sapeva scongelare. Affidarsi a questo sentimento taciturno e aspettare, sperando che non svanisca, che non si lasci appiattire a dimensioni minuscole e poi sostituire, cancellare.
Tenerlo appeso con un filo dorato sul retro del pensiero. E poi si vedrà.

L’altopiano roccioso del mio terrazzino

▸ dai giorni del coronavirus

L’altopiano roccioso del mio terrazzino, gettato nel sole di maggio, volenteroso, di forti avventure, vi garantisco. Stavo. Non ho fiato per cantare mentre cammino. Escursioni di molto tempo fa. Quindi sto in silenzio. Tornano pagine di diario che non aprivo da molto, che apro spesso o quando voglio. Rivendico: non ho bisogno di un’epidemia per buttare via il tempo. Sto. Certo che sto. Terra solo mia. Mia sola patria, solo mia. Cammino. Certo che cammino. Mi sento cantare. Nel sonno. Posso correre. Ma fino a un certo punto.

Disordine e dolore tardivo

▸ dai giorni del coronavirus

Noi diciamo la morte per semplificare, ma ce ne
sono quasi quante le persone.
(Marcel Proust)

La morte è questo: la completa uguaglianza
degli ineguali.
(Vladimir Jankélévitch)

L’importante è che sei qui.
Ogni volta che ha provato a raccontare qualcosa dei giorni passati, Elisa gli ha ripetuto che contava solo questo: era di nuovo a casa. E lui ha lasciato perdere: cosa vuoi stare a raccontare di cose che se uno non le ha viste non riesce neanche a immaginare.
Lo stesso al telefono, con quei due o tre amici avvertiti dalla moglie che stavano per dimetterlo: be’, adesso sei di nuovo nella tua casa, con tua moglie. Non pensarci più, cose passate.
Sei nella tua casa, con tua moglie: come prima, aggiungono. Il resto è andato, perché parlarne?
Già. Perché parlare se nessuno ha voglia di ascoltarlo. E allora non ha più detto niente, sta zitto, li lascia dire. Cosa vuoi: metterti a discutere con uno che ti ha telefonato per felicitarsi che ce l’hai fatta? O anche: hai vinto la battaglia, gli ha detto – passando per la prima volta al tu – il vicino che sta sul loro stesso pianerottolo e che è venuto fuori a salutarlo quando è tornato.
Ma cosa ho fatto, cosa ho vinto? si chiede.

Adesso mettiti a letto, intanto che io preparo il pranzo. Risposati un po’, ti chiamo io quando è pronto.
Si è commosso, appena tornato a casa, a sentire Elisa che gli parlava così, a sentire che poteva riaffidarsi alla sua cura, e gli sono venute le lacrime agli occhi quando ha visto sul suo tavolo i libri e le carte che ci aveva lasciato. Gli è tornato alla mente il pensiero che l’aveva trafitto mentre metteva da un lato i libri, accanto alla tastiera del computer, e davanti i fogli degli appunti, con la matita e la gomma. Il pensiero che forse non li avrebbe mai più letti quei libri, che quelle note non gli sarebbero mai più servite per andare avanti con quello che stava scrivendo, che non si sarebbe seduto a quel tavolo, mai più.
Da quando erano stati costretti a casa, per difendersi dall’epidemia, s’era messo a rileggere. Aveva libri comprati da poco, ancora da aprire, ci aveva provato. Ma gli era sembrato di fare una cosa fuori tempo, da rimandare a tempi migliori, quando tutto fosse tornato come prima. Leggere no quindi, ma rileggere, questo sì. Rileggere quello che aveva messo negli scaffali che ci sono nella sua camera – ormai da tempo lui e Elisa dormono in stanze diverse: il sonno di sua moglie non è più tanto profondo come una volta, quando tollerava che lui, da sempre insonne, accendesse la luce, di notte, per leggere.
Quelli che ha intorno anche quando dorme sono i libri che vorrebbe portare con sé se fosse costretto a sceglierne solo alcuni. Sono i libri che non gli chiedono che cosa sarà di loro una volta che lui se ne sarà andato: è un problema che, a differenza di quelli allineati nelle altre librerie della casa, questi non gli pongono, come se fossero destinati a seguirlo. Anche dopo.
Calvino, Pavese, Ginzburg, Rigoni Stern…E gli stranieri, Montaigne, Proust, Cechov, Mann… Un paio li ha sul tavolo. I saggi di Italo Calvino, e i romanzi brevi di Thomas Mann, ancora aperto a metà di quello che soprattutto gli era venuto voglia di rileggere, Disordine e dolore precoce.
Gli era sembrato che la situazione giustificasse il dare un addio a quei libri, eppure, mentre i due infermieri lo facevano stendere sulla barella per portarlo di sotto, si era sentito dire a Marica di non toccare niente sul suo tavolo. La donna che viene a fare le pulizie, per l’occasione era stata convocata da sua moglie, come quando si apprestavano a un viaggio e si doveva sistemare la casa in previsione della loro assenza – arrotolare i tappeti e metterci in mezzo fogli di giornale e naftalina, spostare sul terrazzino che resta in ombra la maggior parte della giornata i fiori che stavano su quello più esposto al sole, staccare il frigorifero e ripulirlo in modo da trovarlo, al ritorno, pronto ad accogliere i cibi appena acquistati dopo la vacanza. Ma adesso la donna stava lì e non sapeva che fare: la casa non sarebbe rimasta disabitata, Elisa restava. Per il momento. Stava bene, non le era venuto neanche mal di gola. L’aveva assistito per giorni, fino a che l’affanno non era passato neanche dopo che aveva smesso di tossire, crescendo anzi, fino a fargli mancare il respiro. E allora avevano chiamato il loro medico, e quello aveva trovato il modo di fargli arrivare un’ambulanza: non aveva avuto dubbi. Come prima gli aveva consigliato di starsene a casa – all’ospedale lo si prende, il virus, è il posto peggiore – a quel punto gli aveva detto che non c’era che l’ospedale. Il pronto soccorso e il ricovero.
Non si erano detti niente: Elisa, spaventata di quei suoi momenti di soffocamento, sembrava sollevata; lui, senza dirlo ad alta voce, si ripeteva le parole che altre volte aveva immaginato di dirsi, soprattutto quando sentiva il cuore saltare un battito e dargli l’impressione di un animale che scalcia, nel poi ripartire – niente di grave, una semplice extrasistole, l’aveva rassicurato un amico, da tempo pratico di quel disturbo benigno.
“Ecco, è così che succede: è arrivato il mio momento…”, si era detto, più di una volta. Tranquillo, lucido, mettendolo in conto seriamente senza crederci davvero. Qualcosa di più di un’ipotesi puramente teorica, qualcosa di diverso da un semplice scongiuro: lo metteva davvero in conto, che quel momento potesse essere il suo momento. Continuando però ad avere la sensazione di star facendo una scommessa e sentendo che l’avrebbe vinta, perché di fatto contava che il momento non era arrivato – si vede che non era il suo momento, si era trovato lui stesso a dire di chi era sopravvissuto a un malore, a un pericolo.
Ma in ambulanza, per la prima volta, come mai l’avesse fatto, il pensiero che stavolta non si trattava di una scommessa l’aveva assalito, come la zampata di una bestia sbucata dal nulla. Aveva guardato l’infermiere che gli era accanto, sull’ambulanza: un riflesso d’acciaio cromato sugli occhialoni di plastica impediva di vedergli gli occhi, e il resto del volto era coperto. Come doveva essere il suo del resto, con la maschera dell’ossigeno che gli avevano messo subito.

Parlavano di lui. Non sentiva che cosa dicevano, il rumore glielo impediva. Un rumore come di vento, di vento dentro una galleria. Ma l’aveva capito che parlavano di lui. Anche se li vedeva attraverso una plastica trasparente che gli girava tutt’attorno alla testa, e non li poteva seguire più di tanto, con gli occhi, quando si spostavano.
Si era stupito sentendo una mano che gli faceva una specie di carezza sul braccio. Doveva essere una donna. Una dottoressa, un’infermiera. Non sapeva immaginare che un uomo avesse fatto quel gesto. Sì, una dottoressa: lo si vedeva anche da come l’altro le rivolgeva cenni di assenso. Ma come facevano a capirsi chiusi com’erano in quegli scafandri bianchi? Li aveva già visti, in televisione… Era in terapia intensiva, ecco dov’era. Ma non ricordava di esserci stato portato. Non ricordava niente dopo il viaggio in ambulanza. Neanche di esserne sceso a dir la verità.
Da quanto tempo era lì? Ce l’avrebbero portato se fosse stato male qualche settimana prima, lui, ormai vecchio? Forse l’avrebbero addirittura lasciato a casa, o meglio: il suo medico non si sarebbe neanche dato da fare perché arrivasse a un pronto soccorso dove magari sarebbe rimasto tempo abbastanza per morirci…
Poi se n’erano andati. Vedeva solo il muro che aveva davanti. Non sentiva niente, solo quel rombo di vento.

Chi l’aveva detto? dove l’aveva letto? Doveva cercare fra gli autori riletti in quegli ultimi due mesi… Montaigne forse? Ma, per quanto precorritore lui fosse stato, questa gli suonava come un’idea più recente, che solo un uomo di oggi aveva potuto avere: chi poteva aver scritto che, comunque avvenga, la morte, dovrà essere la mia morte? Se fosse stato a casa si sarebbe messo a scartabellare, a scorrere le frasi sottolineate nei suoi libri: questa era in una pagina di destra, in basso, e l’aveva segnata anche con una freccia, nel margine. Come fa quando trova un pensiero che gli sembra di aver fatto lui stesso. Un pensiero suo, anche se non l’ha mai messo sulla carta.
Ma perché gli erano venute in mente quelle parole? La questione non stava in chi le aveva scritte, quello prima o poi se lo sarebbe ricordato, o l’avrebbe cercato una volta tornato a casa. Ecco, era questo il punto: sarebbe tornato a casa? Sembrava di sì… Quella mattina gli avevano detto che stava facendo grandi passi avanti, e a lui era venuto in mente il nonno, corso a vederlo quella volta che una polmonite non lo lasciava respirare. Sua madre l’aveva chiamato: Renzino non respira più! Ma era durata poco: quando era arrivato, il nonno, la difficoltà era già superata, e allora gli aveva detto che ormai respirava come un mantice. Una parola che Renzino sentiva per la prima volta. Aveva chiesto al nonno cosa voleva dire e quello si era messo a ridere, e qualche giorno dopo gliene aveva portato uno, piccolo, un soffietto da camino. Un regalo perché aveva saputo riprendere a respirare…

Da un paio di giorni per dargli l’ossigeno bastava, di quando in quando, la maschera facciale. È così che si chiama. In pochi giorni aveva imparato a parlare come loro.
Si poteva guardare attorno finalmente, anche se vedeva solo il vecchio che stava nel letto alla sua sinistra, la testa chiusa in uno di quei caschi di plastica che avevano messo anche a lui, e un altro, neanche sessant’anni avrebbe detto, che stava dall’altra parte. Sempre addormentato. La bocca spalancata.
Quella specie di carezza… Gli era rimasta in mente, e si chiedeva se era stata Rosa o Francesca, una delle infermiere, o la dottoressa Roani, come aveva pensato, a fargliela. O era stata solo una sua fantasia? Sì, lo chiamavano per nome – come andiamo Renzo? – ma non sapevano niente di lui, come lui di loro. E lo toccavano solo lo stretto necessario. Per mettere e togliere la flebo, per pulirlo…

Quando gli hanno tolto il casco, dopo che aveva avuto una nuova crisi respiratoria, ha visto che quello che dormiva sempre non c’era più. Nel suo letto c’era un altro, addormentato anche lui, ma con un tubo di plastica che gli usciva dalla bocca e finiva in un altro più grosso, passando attraverso una specie di valvola. Tutto di plastica. Non vedeva più in là. Sapeva che quello era messo peggio di lui. Nient’altro.
Peggio… che cos’era peggio, e cosa meglio? Era meglio essere svegli, ad aspettare di sentirsi di nuovo soffocare?
Sapeva distinguere ormai, dagli apparecchi che usavano, quanto uno era grave. Quanto era grave in quel momento, quante possibilità c’erano che non ne venisse fuori. Ma era inutile cercar di capire, cercare un ordine in quel che succedeva.
Loro erano bravi, non facevano che correrti intorno, ma cosa sapevano, anche loro? Uno si aggravava e moriva quando non se l’aspettavano più che accadesse, un altro potevano mandarlo fuori, in un altro reparto, perché non aveva più bisogno di quelle macchine, ma non avrebbero saputo esattamente dire perché. Il come sì, quello lo sapevano, era nelle tabelle e nei grafici che compilavano mattina e sera, per ciascuno dei malati. Ma il perché…
Non lo sapeva lui, non lo sapevano loro. Arrivava se e quando voleva, la morte. Era lì attorno, sempre. A forza di pensare ogni momento che stava per arrivare, che sarebbe stato nell’ordine delle cose – l’ordine, ma quale ordine? –, che sarebbe insomma stato del tutto prevedibile che raggiungesse anche lui, era diventata un’unica cosa, la stessa cosa, per tutti. Come uno di quei container dell’isola ecologica dove aveva a volte portato gli oggetti che non si possono buttare in un cassonetto: cose comprate, avute in regalo, o ereditate dai suoi, cose che erano state nella sua casa per anni prima di guastarsi, di essere scartate, sostituite. Cose che non avevano niente a che fare con quelle che venivano chissà da quali altre case. Eppure tutte, insieme, a fare un unico mucchio, prima di sparire.
Credeva di averci pensato abbastanza, alla morte. Ci aveva anche scritto un romanzo: il protagonista è convinto che il pensiero della morte nessuno lo ignora davvero, neanche quelli che dicono che a loro non viene neanche in mente e comunque non è il caso di starci su più di tanto.
E invece adesso… Paura? Sì, certo, paura, ma soprattutto delusione. Un dolore che gli sembrava di non aver mai provato, e continuava a opprimerlo, come se alla fine fosse venuto il momento di pagarla, di scontare una colpa. Il dolore di sentire che si era illuso, che aveva voluto illudersi, con tutti quei libri, con tutte quelle parole che aveva messo in mezzo per non trovarsi faccia a faccia con la vera questione. Con la morte.

Gelida, cristallina dalla rupe zampilla l’onda: lo sgocciolio della pipì nella padella, una mattina gli ha fatto tornare alla mente il verso di una poesia che gli avevano fatto imparare a memoria, in quinta elementare. Una poesia di cui si ripete i primi versi quando fa fatica a urinare e immaginarsi quell’onda che zampilla lo aiuta.
Gelida, cristallina dalla rupe zampilla l’onda, giù per la china fugge guizzando
Primo. Imparare delle poesie a memoria, anche da vecchi: fanno compagnia. Vero.
brilla del sole al lume, e franta – che cosa voleva dire franta? Allora gli era venuto il dubbio che fosse franca, come la bambina dei vicini – ride fra i sassi, in mezzo all’erba e canta…
Questo sì, se lo ricorda: il poeta era Arturo Graf, non se l’era mai potuto dimenticare. Anche il maestro si chiamava Graf, un veneto – ma non siamo parenti, diceva.
Arturo Graf, poeta. Più sentito da allora. Per lui poteva aver scritto Gelida cristallina e basta. Ma non gli era passato di mente neanche il nome dell’altro, quello che raccomandava di imparare poesie a memoria: Era Italo Calvino.
“Tre talismani per il 2000” gli avevano chiesto. E lui: primo, imparare delle poesie. Secondo, cercare di far bene le cose, ma soprattutto di fare quelle difficili. E farle bene, essere precisi. E terzo… Terzo…

Ci aveva pensato per giorni, a tutte le ore, anche di notte. Sapeva di saperlo, quel che bisogna fare come terza cosa, ma era come se fosse scritta dietro un vetro sporco. Non arrivava a leggerla ma sapeva che stava in una frase corta, un paio di righe. In una pagina sinistra stavolta, ma anche questa giù verso la fine. Freccia e anche un nb vicino: il nota bene scritto chissà quando, la freccia quando l’aveva riletto. Poco tempo fa. Ma le parole no, quelle non le vedeva. Doveva pensarci ancora.

È rimasto là ancora dieci giorni, poi via. In un altro reparto. Due settimane. Fino a tre giorni fa.
Ha cercato di riprendere, come prima. La mattina leggere, scribacchiare qualcosa: negli ultimi tempi era tornato su certi racconti sulla sua infanzia, la sua famiglia, la casa dove stavano, e dove lui abita ancora. E si era accorto che quei racconti, scritti in tempo diversi, potevano essere letti come un romanzo, se ci lavorava un po’, se ne aggiungeva qualcuno che aveva lasciato allo stato di appunto.
I giornali li ha già letti, qualcuno già la notte, sul telefonino, gli altri la mattina presto, che c’è ancora buio.
Lavora – lavora, dice così, e dice così anche Elisa – fin verso le due. Dopo pranzo dorme, fin verso le quattro. Poi di nuovo a leggere, romanzi il pomeriggio: autobiografie, che gli servono a pensare al suo romanzo fatto di racconti. E la sera la televisione, i notiziari, un film.
Come prima, più o meno. Solo gli orari un po’ spostati avanti, ma per il resto… La giornata è quella, a voler vedere. Le stesse cose alle solite ore, eppure senza il minimo sentore di monotonia. Senonché, non è niente come prima. Le abitudini, negli ultimi anni, davano ordine alla giornata. Niente a che fare con la noia, erano tutto il contrario del lasciarsi vivere. Erano frutto dell’aver preso atto che la vita è soprattutto ripetizione: lo sapeva da bambino, quando andava a scuola, faceva i compiti, giocava in cortile, e aveva sempre qualcosa di scorta che poteva fare. Disegnare, sfogliare l’enciclopedia, fare le bolle di sapone, contare le macchine d’un certo colore che vedeva dal balcone…
Leggere, scrivere, sempre ascoltando musica, così da anni… Ma adesso sente che queste non sono più le risorse che aveva quel bambino di cui ha ripreso a raccontare.
Adesso fanno solo finta di dar ordine alla giornata, le abitudini. Credeva di aver trovato una regola, nella propria vita, e adesso gli pare di recitare la vita di un altro. Un altro che pretendeva di aver trovato il modo di mettere ordine nel suo tempo.

Il libro è lì, non l’ha tolto dal tavolo. Il secondo volume dei saggi di Calvino. Il segnalibro è ancora dove l’ha messo il primo giorno: appena entrato nella sua stanza aveva cercato quella cosa, e non ci aveva messo molto, ricordava che doveva essere stato in un’intervista che gli avevano chiesto dei tre talismani… E difatti l’aveva trovato subito, il terzo: “sapere che tutto quello che abbiamo può esserci tolto da un momento all’altro”.

Voci

▸ dai giorni del coronavirus

No, non ci riesco, mi arrendo. Ci ho provato con tutte le mie forze, ma restare chiusa qui è troppo, per una come me. Si dovrebbe tener conto delle caratteristiche delle persone: quelle che hanno il gene dello stare in solitudine, quelle che gli manca.
Sì, è casa mia, ma sono pur sempre rinchiusa: non posso uscire, fare due passi, prendere una boccata d’aria, guardare in faccia qualcuno.
Tengo spalancate le finestre tutto il giorno: c’è un sole che chiama fuori. La sento la sua voce morbida, suadente, a giorni imperiosa: che ci fai in casa?  – mi chiede – e poi mi sfotte: fai i fioretti per la Quaresima? Ma esci fuori che è meglio.
No, non sono pazza. Perché voi le voci non le sentite?
Ok, se le sento solo io è perché c’ho l’orecchio fino, o siete voi che non fate attenzione, che neanche ci pensate agli astri, alle bestie, alle piante e ai loro messaggi. Bisogna provare ad ascoltare. Ma, non così come fanno molti: distratti, magari mentre scrivono un messaggio sul telefonino; bisogna metterci la testa e anche le orecchie. E il tempo, ci vuole anche quello, anzi è l’ingrediente principale, insieme alla pazienza: tempo e pazienza.
Certe mattine mi siedo vicino alla finestra, e sto lì ferma come una statua, vigile come un animale in agguato, pronta a scorgere il minimo movimento, un velo di brezza, una luce di poco più intensa, o l’ombra di una nube in cielo.
È in quei momenti che gli astri mi parlano.
Il sole è quello che fa la voce più grossa, uno smargiasso, un fanfarone. Si sveglia, con un colpo d’anca caccia la luna e fa alba. Chi ci si applica, ode il suo urlo poderoso di vittoria che scuote l’eliosfera, accompagnato da un fragore, come di un enorme pugno battuto sul tavolo, a confermare che l’ha spuntata sul nero della notte. E il cielo, per il fracasso di tanta esultanza, pare un mare in tempesta: orbite che da ellittiche si comprimono in sferiche, pianeti allo sbando che collidono….
Lui, adagiato al suo posto di comando, scuote i raggi solo un poco, sbadiglia e ride al contempo, ricolmo di una soddisfazione che è più di una gioia, è un’effervescenza, un’incontenibile conferma di sé: lui è il capo, lui è l’origine, lui fa girare tutta la baracca.
Sì, anche a me fa un po’ ridere: un vero narciso. Ma è proprio bello, non c’è che dire. Io lo rimiro quando posso e glielo confermo che è un adone.
Si dice: bello come il sole, se non sbaglio.
Lui si schermisce e si commuove: una lacrima d’idrogeno gli scivola rapida lungo il guancione di sinistra e lui la lascia scorrere senza provarne vergogna.
Non ve ne siete mai accorti? Impossibile. E la luna, neanche quella vi parla mai?
Lei ha una vocina sottile, spesso malinconica, come provasse nostalgia per qualcosa o per qualcuno. Chissà. Certe notti intona canzoni tristi, si smagrisce e si cancella il viso per ridursi a una falce piccina. Forse è timidezza, o magari pensa di non essere bella abbastanza. Sarà per questo che le piace il buio: ci si adagia come su un prato e pare riposare. Invece pensa, rimugina, rimpiange, si strugge. Per amore, è ovvio. E per che altro? Ditemi voi: c’è qualcosa che faccia soffrire o gioire più dell’amore? 
Ed è la luna, che ne regola i flussi, lo distribuisce a tutti, non lo fa mancare a nessuno. Ma c’è qualcuno che lo perde per strada, altri che neanche scorgono il dono. Poi ci sono quelli che ci sputano sopra perché hanno ben altro da fare, quelli che lo usano a capocchia e poi piangono a catinelle, quelli che lo cercano lontano quando ce l’hanno sotto il naso, quelli che non ne hanno mai abbastanza perché lo sprecano.
Pochi sanno di averlo e ringraziano.
Ma, cosa dicevo? Ah, sì, le voci, che fatica. A giorni ne sento così tante che mi confondo, mi pesa la testa e mi prendo paura. Al tramonto quando il sole s’è già addormentato e la luna non si è ancora svegliata, mi si scatena dentro uno spavento che mi toglie il fiato. La casa si fa prigione, i muri mi si chiudono addosso. Non è un’immagine di poesia, si muovono proprio le pareti, si inclinano che mi pare di toccarle. E pure il pavimento si obliqua e s’inumidisce di un liquido vischioso come miele, come resina appiccicosa. Devo reggermi ai mobili per non cadere, ma le gambe mi tremano. Allora mi siedo in poltrona. No, a letto non va bene perché anche il soffitto s’abbassa e mi preme come in una bara. Sudo, il cuore mi esce dal petto, allungo le braccia per allontanare i muri e, quando m’incombono addosso, picchio con i pugni, respiro a fatica e devo scappare.
Ma ora di casa non posso uscire più.
Brutta sensazione, orribile, da morirne.
Panico si chiama, mi ha detto lo specialista che mi ha prescritto le pasticche. Prima non le prendevo tutti i giorni, non volevo sentirmi malata. Dopo il ricovero, invece, mi sono persuasa e mi curo, perché non le voglio sentire tutte insieme le voci, che non si capisce quali sono buone e quali cattive e mi fanno un fracasso in testa da delirio.
Con le pillole le voci cattive stanno zitte, parlano solo quelle buone. Ma quella non è mica la malattia, quello è il mio sesto senso. Non che io sia speciale, è che mi sono allenata al silenzio e ci percepisco dentro frequenze precluse agli umani.  
Nelle sere fortunate l’ansia me la cura il gatto. È vecchio ormai, forse per quello è così saggio. Viviamo insieme da tanti anni e mi conosce come nessuno. Lui lo capisce quando sto male e si preoccupa. Con un’aria da niente comincia a girarmi intorno, mi si struscia sulle gambe, mi punta gli occhi gialli in faccia, mi salta in grembo e comincia la litania dei lamenti. Prima un miagolare incerto, quasi balbuziente, poco convinto, poi alza i toni e gorgheggia con gli acuti. Quando proprio non mi raddrizzo, si siede nel vano della scala a chiocciola, dove la voce fa eco, e ci dà dentro con il canto. Mi commuove, lo capisco che è in pena. Allora provo a calmarmi e lo prendo in braccio. Lo accarezzo piano, la testa, le orecchie, il dorso. Lui fa le fusa e il mio cuore rallenta.
È allora che iniziano i racconti. Io gli dico delle pareti e del soffitto, e del pavimento; lui, prima prova a convincermi che sono tutte fesserie nella mia testa, poi, quando afferra che non mi persuado, mi racconta delle storie.
Ieri sera per esempio, era il turno della volpe. Da non credere. Il gatto sostiene che per strada l’altra notte s’aggirasse una volpe. Una volpe in pieno centro, all’inizio non ci credevo proprio. Non viviamo mica in un quartiere di Londra. Lì si che può capitare, ma in Lombardia… E invece lui a insistere, a specificare particolari: era bella, un bel pelo fra il marrone e il grigio, non grossa, ma graziosa. Zampettava in via Cairoli sulla carreggiata, tranquilla. Macchine nessuna. La strada era sua. Annusava ogni angolo, forse in cerca di cibo, o magari per fare conoscenza con qualcuno. Non pareva spaventata, secondo il gatto. Così lui s’è fatto avanti, o così dice di aver fatto. S’è sporto dal balcone e l’ha chiamata, tanto al terzo piano la volpe mica si arrampica – ha pensato. E questo gli ha dato una baldanza più da tigre che da gatto. Le ha chiesto conto della sua presenza lì sull’asfalto. La volpe, a detta del micio, all’inizio pare si sia leccata i baffi, perché un gatto ben pasciuto se lo sarebbe pappato senza indugio. Ma c’erano i tre piani, o forse aveva già la pancia piena.
Allora s’è concessa di chiacchierare col felino domestico.
Pare gli abbia chiesto di noi, noi umani, di dove c’eravamo cacciati, che non le pareva vero di non trovarci in giro ad ammorbare l’aria. La mia tigre domestica le ha raccontato la storia del virus, del confinamento in casa, di scuole e fabbriche chiuse. La volpe lo ascoltava basita, incredula: che ci fosse ancora un poco di giustizia al mondo? Che il virus li avesse puniti quegli stolti che vivevano senza riflettere, senza rispettare, senza godersi nulla? – ha chiesto.  E se la rideva sotto i baffi, pare addirittura che abbia improvvisato passi di danza per festeggiare il nostro castigo, per poi incamminarsi disinvolta verso il corso.
Il gatto s’è perfino convinto che avrebbe convocato anche gli altri: il lupo, il cinghiale, lo stambecco, il falco, il tasso. Magari si prenderanno la rivincita e occuperanno questo spazio urbano, alla faccia nostra. E pioverà, e l’acqua romperà l’asfalto, e nelle crepe crescerà l’erba, poi i fiori, poi le piante. Magari…
Il gatto ne è sicuro, e lui in quanto bestia, ci capisce.
Perché, non credete che gli animali capiscano? Ma se lo dimostrano anche i neurobiologi che gli animali e le piante hanno intelligenza, sensibilità, vita sociale, comprensione. Non si chiamerà pensiero, ma cosa importa? Le bestie sanno molto, ve lo posso garantire io che col mio gatto faccio discorsi da non credere. E apprendo un sacco da lui, specie quando lo osservo acciambellato sulla poltrona, sordo ai rumori, intoccabile. Invidio quella sua capacità di stare dentro di sé, di non lasciarsi distrarre, prendere per la coda, trascinare in cacce impossibili, inutili, dispersive.
Bel castigo c’è toccato però. E, in mezzo a tutte le voci che mi circolano in testa, manca l’unica che conta: quella di Dio. O sono io che non la sento?
Ora sono stanca morta, ma di prendere sonno non se ne parla. Questa sera non c’è neanche la luna per fare quattro chiacchiere. Quasi quasi un ansiolitico me lo butto giù, uno pesante, da due milligrammi e mezzo, e crepi l’avarizia: magari le pareti staranno diritte, il soffitto alto e il cuore calmo. Questa notte voglio proprio dormire di filato.

Una casa, anche piccola va bene

▸ dai giorni del coronavirus

Giù signora, stia giù che passa la Polizia.
E una mano l’afferra al polso e la strattona in basso, dietro la siepe.
Lei ubbidisce d’istinto, come farebbe una bimba a una madre. Potrebbe reagire, urlare, divincolarsi. Invece asseconda il movimento imposto, flette le ginocchia e s’acquatta nel verde.
Poi, finalmente, il lampo di un pensiero: ma perché mai si dovrebbe nascondere? Lei non ha fatto nulla di male, non ha infranto regole – si dice – e la sua mano, automaticamente, si muove a controllarsi il viso: la mascherina è al suo posto.
L’altra mano, quella estranea, ancora la stringe un poco: è sporca e non più giovane.
No, non per lei, per me signora, che se mi trovano è un disastro – sibila piano quell’ombra di donna accovacciata dietro i rami. A lei viene paura, magari è una ladra, o un’assassina. Certo, niente di buono, altrimenti perché sottrarsi? Ma lo sguardo della donna non pare cattivo: spaventato sì, forse terrorizzato.
Solo gli occhi si scorgono, la metà inferiore del viso è avvolta in un panno ridotto a straccio, sgualcito, sfilacciato agli orli, giallastro.
È vestita malamente, una giacca a vento sporca e troppo grande, troppo pesante per aprile, un foulard in testa di quelli da poco, scarpe infangate. Porta con sé due borse di plastica. Gliele mostra quasi orgogliosa: il mio guardaroba – esclama – l’armadio non ce l’ho più. Lei osserva il bagaglio attentamente: sporge appena da una buca poco profonda, scavata ai piedi della siepe. Una siepe di bosso, posta ai margini del parco di via Dei Mille, niente di che. Accanto, un telo di plastica e una coperta sdrucita.
Non parla male l’italiano, anche se le è rimasto l’accento dell’est, quel tono rigido, quasi marziale che ricorda il gelo e la neve, l’asprezza del clima e delle privazioni.
Non mi guardi così signora, non ho sempre vissuto qui. Prima lavoravo in una bella casa, curavo un’anziana, la lavavo, la vestivo, cucinavo, le leggevo il giornale. Poi è venuto il virus e mi hanno cacciata. Tornare a casa non si poteva, gli aeroporti erano bloccati, poi in Moldavia che figura ci facevo a presentarmi così. Qualche notte ho dormito in una pensione, ma poi hanno chiuso anche quella. Per una settimana mi ha ospitato un’amica finché si è messa con uno che non voleva gente fra i piedi. O magari era lei che credeva che glielo rubavo quell’uomo, che non l’avrei mai voluto. Un beone come pochi, sempre a metterti le mani addosso, a dire le brutte parole. Io non sono mica abituata così, mio marito è una brava persona, pulita, un lavoratore, uno per bene. Invece quello là …. Allora sono andata via, che scelta avevo, e mi sono sistemata qui vicino al parco. Quando non piove, non ci sto neanche male, mi sono abituata. Di notte, sotto la coperta, tengo su il giaccone, la mattina me lo cavo. Sì, qualche brutto incontro l’ho pure rischiato, ma io sono svelta, quando l’aria si fa cattiva me la filo e dormo sotto un ponte, là più avanti. Mi spiace per la pulizia, io che ci tengo tanto, guardi come sono combinata adesso. E poi mi sono fatta magra, mangio niente, quello che trovo nei pochi cassonetti ancora aperti. La panettiera di Corso Garibaldi, che mi conosce da prima, mi allunga uno sfilatino di tanto in tanto. Così vado avanti.
Parla a precipizio, come se il silenzio le avesse pesato addosso per giorni, forse di più. E intanto si studia le mani. Raccoglie da terra un legnetto, la punta di un ramo e, con quello, prova a ripulirsi le unghie sporche, con gesto abile e preciso.
No, i servizi sociali non possono fare nulla. I dormitori sono già tutti pieni e poi ho paura di prendere quel virus cattivo. Meglio sola. Magari ce l’avessi una casa. Che dico, va bene anche una stanza, anche da dividere con un’altra. Una donna però, perché di grane ne ho avute abbastanza.
Sa, certe notti, quelle in cui passano poche ambulanze e riesco a dormire, una casa me la sogno: piccola va bene, c’è meno da pulire, però con tante finestre, magari anche un balconcino per metterci il basilico e il rosmarino. Poi, mi sveglio e benedico questa siepe, questo pezzo di verde che mi ospita e mi custodisce. Di questi tempi, sa, non c’è da pretendere.
Lei l’ha ascoltata in silenzio, la faccia scomposta di una che non sa bene che espressione indossare. Anche che cosa provare non le è chiaro. Ora che l’ha lasciata vuotare il sacco, prova l’intensa sensazione di conoscerla. Forse la voce, o lo sguardo. Non familiarità, ma qualcosa come il vago ricordo di un volto, un corpo.
Potrebbe aiutarla, fare qualcosa, in fondo ha una bella casa grande e vuota, ma c’è in lei una viltà che chiama riserbo che la frena, che le trattiene gesti e parole.
Auguri, in bocca al lupo – si sente dire, brandendo la tesserina per gettare la spazzatura. Sale in casa, si toglie i guanti di plastica e la mascherina, poi si lava a fondo mani e polsi. Infine, si prepara la cena: tagliatelle con il ragù.
Accende la radio, la televisione è troppo, le immagini le inchiodano la digestione. Consueti numeri vuoti di speranze: infetti, portatori sani, ricoverati, deceduti. S’è fatta l’abitudine ormai a quel linguaggio, ai termini medici, ai valori percentuali della statistica. Non fanno più effetto. I racconti, quelli sì che fanno effetto: anche se hanno la voce di uno solo, parlano di molti. E non le dimentichi le storie, le mastichi e le rimastichi di notte come fanno le mucche.
Deglutisce senza riuscire a dimenticare. Quella donna non l’abbandona, riempie la cucina di chiacchiere con la sua voce di ghiaccio.
Non è che tocca a me risolvere i problemi del mondo – si dice – io la mia parte l’ho fatta, ora basta, devo pensare anche a me.  Ma quei bocconi non scendono proprio. Beve un sorso di vino rosso. Lei non è una che esagera: giusto un bicchiere a cena, e nemmeno sempre. Ma quella sera il rosso ci vuole, deve fare pulizia di quel disagio, di quel non sentirsi a posto anche se non ha fatto niente. Forse proprio perché non ha fatto niente. Guarda un film alla televisione, ma non riesce a seguirne la trama. Non ci sono più i bei film di una volta, ora se non s’ammazzano non fanno scena – commenta mentre si prepara per andare a letto. Dorme poco e male, il pensiero alla donna coricata sotto la siepe, sola, le riempie la testa. Come dormirà? Avrà paura? E se qualcuno l’aggredisse?Poi, finalmente, il sonno la vince. Sogna polizia, questura, rapine, bambini abbandonati. Si sveglia di colpo all’alba sudata, sfinita.
Ma è la badante degli Zucchetti! – realizza improvvisamente – l’ha riconosciuta dormendo, sognando. Certo, la incontrava spesso dal fruttivendolo, dal macellaio di Corso Garibaldi. È che quella sera aveva la bocca nascosta. Però quegli occhi chiari erano i suoi. Una donna discreta, gentile, bassina, un po’ su di peso, ma con un viso ben disegnato. Non avevano mai parlato molto, giusto un buongiorno o buonasera, ma le era sempre risultata simpatica, la trovava educata.
Si prepara un caffè, si lava e si veste in fretta e, senza averlo deciso, scende e si incammina verso via Dei Mille. La ospiterà lei quella donna, lo deve fare, non può abbandonarla. Il coraggio le monta dentro come una marea e, con passo determinato quasi corre verso la siepe, come se si trattasse di vita o di morte, come in preda a una febbre, a un rimorso. Si guarda intorno circospetta e poi, dritta verso la meta.
La siepe è quella, ne è sicura, ma della moldava neanche l’ombra. Si inginocchia per scrutare il terreno, individuare tracce, la sagoma di un corpo che s’è coricato, un fazzoletto dimenticato, magari un pettine o una forcina.
Non può essersi sbagliata, mica se l’è sognato quell’incontro.
Accarezza l’erba: è fredda, pulita. Non è rimasto nulla.

Pasqua. Duemilaventi

▸ dai giorni del coronavirus

Uno

Gli occhi sono rimasti sbarrati, anche quando il petto ha ripreso – irregolarmente, quasi impercettibilmente – ad alzarsi e abbassarsi. È restato anche il terrore, in questi occhi.
Un terrore da cui non è scomparsa del tutto l’espressione che doveva averlo preceduto: di incredulità – sta succedendo a me? è così che accade, è così che si muore?
Domande che lo sguardo, non la voce, non ha cessato di fare.
Non esce suono dalla bocca aperta quanto può a gridare la sua fame d’aria.
È muto l’urlo che la vita oppone alla morte, fino all’ultimo, quando ha sconfinato ormai nel silenzio definitivo.
Mi guardano senza vedermi, i suoi occhi. Si aggrappano a me, perché le mani non possono smettere di annaspare, come a ghermirla quell’aria che incredibilmente si è fatta più in là, oltre un muro che nessuno vede. Là, dove stanno gli altri, che non sanno di respirare.
Solo un gorgoglio profondo si intende ancora, a tratti. È liquido, non aereo, il fluido che non ha abbandonato i recessi di questi polmoni che non vogliono interrompere il movimento imparato dall’aria nel primo incontro con il mondo di fuori, in un tempo che la memoria non sa.
Un ritmo che il corpo non aveva mai più dimenticato e credeva suo per sempre. E dunque non ha potuto, non può immaginare di restarne privo.
Non sa nulla del cadavere, il corpo.
Ma dov’è adesso, lui? La coscienza sta tornando al cervello come l’aria ai polmoni? Se n’era andata da quegli occhi arrovesciati, poi chiusi: è tornata in questi che mi fissano?
Il suo cuore ha ripreso a correre rapido, come aveva certamente fatto prima di rallentare fin quasi a battere ogni volta come fosse l’ultima.
La prima parola, finalmente. O qualcosa di simile a una parola. Che non capisco: non conosco la sua lingua. Chiamo Cristelle, che prima di imbarcarsi con noi è stata a lungo in Africa: gli dice qualcosa.
Per la prima volta da quando siamo riusciti a tirarlo a bordo i suoi occhi guardano di lato, cercano il volto di chi gli ha parlato.
Alzo gli occhi al mare. Al sole.
Potrebbe essere estate.
È il giorno di Pasqua.

Due

Aveva perso la vista, è riuscita a dirmi. E adesso invece mi vedeva bene, e le ha attraversato il volto l’ombra di un sorriso a un certo punto: era riuscita a deglutire e sembrava volesse condividere con me la soddisfazione. Perché le si era chiusa la gola quando i suoi polmoni erano sembrati ricorrere a quell’estrema difesa contro l’ostruzione dei loro alveoli allagati, ma adesso: …cata …elli, ripeteva, sorridendomi apertamente. Ripescata per i capelli: dovevano essere state le prime parole che era riuscita a discernere fra quelle che dicevamo e a lungo lei non doveva aver percepito, se non forse come un ronzio indistinto, lontano. Una mano alla gola ancora dolorante, come a proteggerla dall’artiglio che aveva sentito stringerla; l’altra, appena sotto, aperta, le dita divaricate a difendere il petto dal macigno che aveva sentito schiacciarla.
Nel pomeriggio, nonostante le dicessi di non sforzarsi, che capivo lo stesso, Rosaria ha voluto raccontarmi. Parlava in modo intelligibile ormai, per me almeno.
Anna, volontaria giovanissima, con qualche nozione di infermieristica, unitasi a noi solo da un paio di settimane, mi guardava stupita dei cenni di assenso che intervallavano il mio ascolto. Doveva dubitare che li facessi solo per rassicurare questa donna florida dai capelli neri, la pelle scura tornata ora liscia e luminosa dall’opacità che l’aveva raggrinzita. 
Da piccola, bambina ancora, Rosaria andava giù al mare con i genitori – stavano in un paese sulla collina, a un paio di chilometri dalla costa – e il fratello, più grande di lei. La madre restava a parlare con le altre donne sulla spiaggia, mentre il padre, che aveva la passione della pesca ed era pratico del mare, li seguiva al bagno e senza mai buttarsi in acqua li teneva d’occhio dalla barchetta che aveva preso con un amico, anche lui pescatore appassionato.
Invidiosa delle prodezze del fratello, non osava imitarlo nei tuffi che quello faceva, inorgogliendo il padre, ma in una almeno aveva deciso di provarsi anche lei: inabissarsi e, nuotando sott’acqua, passare sotto la chiglia e riemergere dall’altra lato della barca. Aveva scelto il momento, quel giorno, e si era spinta sotto, ma aveva avuto paura: vedere la pancia scura della barca, poggiata su quello specchio lucente che divideva il mondo di sotto, che finora lei aveva solo sbirciato nuotando, da quello di sopra dov’era stata fino a pochi attimi prima, l’aveva spaventata. Ma voleva far quello che faceva il fratello, e dunque aveva riprovato: a occhi chiusi stavolta, per non vedere l’altro mondo che sta sotto lo specchio, per non lasciarsene impressionare.
Aveva nuotato sott’acqua, muovendo veloce le gambe, sentendo che avanzava, ma era bastato poco perché le sembrasse di essere là sotto ormai da tanto tempo da non farcela più a trattenere il respiro, e allora era risalita.
Il rumore, prima del dolore, l’aveva atterrita: era venuta su troppo presto, era ancora sotto la barca e nel tornare a galla aveva picchiato la testa contro il legno. Ecco: lei sapeva com’era sentire che si sta per morire proprio perché aveva fatto quel gioco. Aveva aperto la bocca per gridare e l’acqua le aveva riempito la gola, e gli occhi vedevano solo buio. 
Sua madre la guardava sorridendole, le accarezzava i capelli fradici, le diceva parole che non capiva ma la consolavano. Quando aveva girato la testa aveva visto gli occhi pieni di lacrime di suo padre. E suo fratello, lì accanto, che la guardava come non l’avesse mai vista.
Ecco perché lo sapeva lei, cosa succedeva: aveva già provato ad annegare.
La mattina Anna mi ha aiutato come sempre nella vestizione. Era rimasta in reparto la notte e smontava adesso: non ce l’abbiamo fatta, mi ha detto nel passarmi il casco, Rosaria… alle tre. Una crisi respiratoria violenta… dormiva tranquilla: ero due letti più in là, l’ho vista tendere le braccia, fare un movimento improvviso come per togliersi di dosso la mano di qualcuno, e scappare. Le ho tolto la maschera facciale, Giovanni ha deciso che andava intubata. Ma è andata, ancora brancolando… Forse aveva già perso conoscenza, spero…
È già stata avvertito il marito?
No… L’ultima telefonata che le avevo fatto fare è di un mese fa, poi l’altro ieri gli avevamo fatto sapere che andava bene, che se andava avanti così oggi o domani l’avrebbe risentita…
Va bene, faccio io, dico ad Anna: dopo telefono, vai a casa adesso. Sta piangendo: non ce la faccio più, non si può andare avanti così… Io…
Anche Anna, anche Giovanni, che mi aveva sostituito per la notte, per questa notte di Pasqua, si erano affezionati in modo particolare a questa cinquantenne pugliese, venuta al nord vent’anni fa al seguito del marito muratore. Con un sacco di storie che finché aveva potuto non aveva perso occasione di raccontare.
Rosaria.  
Sono entrato in reparto, ho guardato al suo letto. Ci stava un vecchio adesso, gli occhi chiusi, la bocca aperta.
Lei non c’era più.
Rosaria.
Annegata nell’aria, come i pesci che suo padre pescava.