Pharmacon

23/07/2018 | Scritto da Giovanni Locatelli | (0 Commenti)

Ho assunto del veleno, consapevolmente, a scopi terapeutici. Spero che possa servire, ma non ne sono sicuro. I farmaci che ho preso sino ad oggi non hanno sortito alcun effetto. Questo però è di gran lunga più potente. E più pericoloso, a quanto pare.
Fuori piove, ho messo su un disco comprato oggi, per distrarmi. Non è proprio musica, sono suoni senza alcuna armonia, un pianoforte usato come una percussione, non so se è la colonna sonora più adatta. Abbiamo parlato di John Cage questo pomeriggio alla Monteverdi, ero curioso. Al liceo stiamo studiando Carducci, non c’è paragone. È come tuffarsi nel medioevo tutte le mattine e dover stare in apnea per cinque ore in attesa di respirare un po’ di novità alla scuola di musica. Uscito dalla farmacia sono andato subito a comprarmi l’album di Cage: il farmacista mi aveva dato da firmare una liberatoria di responsabilità, pensavo di consolarmi con la musica, ma la cassiera del negozio di musica mi ha sbattuto in faccia un modulo identico. La città non intende inghiottirmi, né io voglio apparire più appetitoso. Negozi così diversi resistono al mio ingresso e ogni volta sembrano sputarmi fuori con sollievo, liberati dal peso del pacchetto che mi porto via e che non risulta mai essere il prodotto di punta.

Il principale effetto collaterale del farmaco è che, in caso di gravidanza, provoca gravi malformazioni al feto: microcefalia, idrocefalia, dismorfismo facciale, palatoschisi, assenza dell’orecchio, ne sto solo leggendo alcuni. Per fortuna non sono incinto come mia madre. Però fra le controindicazioni meno frequenti annovera comunque depressione, istinto omicida e suicidio. Serve a curare le mia acne, a evitare che si aggravi e diventi cicatriziale, ma non c’è paragone tra i rischi e i possibili benefici. Anche risolti i brufoli, resta comunque una testa sproporzionata, occhi stretti, labbra enormi, un mento appuntito. Decisamente non bello, insomma.
Purtroppo la musica non riesce a distrarmi. Odio prendere medicine, sono terrorizzato dalle controindicazioni che non posso fare a meno di leggere e che mi fanno immediatamente un effetto placebo al contrario: adesso il mio sangue infetto mi ossessiona, mi sento come se contenessi un mostro pronto ad uscire. Mi è interdetta la donazione del sangue, potrebbe essere dato ad una donna in gravidanza. Qualche riga del foglietto illustrativo tratta del mio seme, sembra scagionarlo da ogni accusa, ma non mi pare il momento migliore per farne dono, sempre ammesso che capiti l’occasione. A quanto pare, non è il caso nemmeno di depilarsi le gambe con la ceretta, c’è il rischio che si lacerino i tessuti. Si seccheranno labbra, fauci, gola, occhi, sarà come essere nel deserto. Il mio ematocrito è alto di natura, mi ritroverò del budino al posto del sangue. Cefalee, diarrea, giramenti di testa non li prendo nemmeno in considerazione, quelli sono riportati anche sul bugiardino dell’aspirina.

Devo smettere, sto sudando. Meglio studiare il booklet del CD, magari scopro qualcosa di interessante sul compositore. La prima cosa che guardo è a che età l’autore ha scritto la sua prima opera importante. Lo faccio sempre, per capire quanto tempo mi rimane davanti… Qui non ne parla. Invece leggo di John Cage che avesse uno straordinario senso dell’umorismo. C’è una sua foto molto bella all’interno del CD, vecchio con i capelli lunghi, spettinati, gli occhi stretti e la bocca aperta in una risata sincera. Tutti vorrebbero un nonno così. Però che palle sentirlo suonare.
Comincia a farmi prurito la schiena. Fra le scapole, in un punto difficile da raggiungere, poi alla base della spina dorsale, proprio sopra al sedere, adesso una coscia, poi l’altra. In pochi minuti è come se mi fossi rotolato nelle ortiche, brucia tutto il corpo. L’ultimo paragrafo accennava alla cosa, ma in maniera marginale, chiedendo di informare il medico, in caso di controindicazioni non descritte. Lo farò domani, se sopravvivo. Ho sete e caldo. Forse un bagno potrebbe farmi bene, sto sudando, mi scoppia la testa e ho voglia di vomitare. Vorrei dormire, ma non posso, non riesco perché ho paura di non svegliarmi. Il tempo ha smesso di scorrere e i minuti non passano, si accumulano in un angolo della stanza, guardandomi minacciosi come se fosse colpa mia. Riprendo in mano il foglietto illustrativo per vedere se mi sono perso qualcosa di importante. Le pastiglie che non assumo dovrò restituirle al farmacista, c’è scritto, per evitare che qualche donna le prenda accidentalmente. Ma chi è che assume pastiglie a caso? A quanto pare, il pericolo che corre una ragazza fertile in presenza di questo medicinale deve essere gravissimo. Suo figlio potrebbe essere il demonio stesso. Me lo immagino enorme e caprino, alla guida di un auto in corsa, sotto la quale si gettano spontaneamente uccelli ed altri animali, a frotte, a stormi, attratti da un insano desiderio di annullamento. Andrei anch’io a gettarmici sotto, per espiare la colpa di essere la causa di un tale abominio.

Forse sarebbe meglio tornare in cucina, fare quattro chiacchiere con mia madre. Quella cretina. Potrei offrirle una pastiglia, come fosse una caramella, per vedere gli effetti sul nascituro. Magari viene fuori con due teste, magari un centauro, o un minotauro… potrebbe essere l’inizio di una nuova specie, un superuomo dotato di poteri sovrannaturali. Qualunque cosa purché non assomigli a suo padre, meglio bicipite che con quella faccia da culo! Si è fatta ingravidare dal suo nuovo compagno, Cosimo si chiama, che nome del cazzo, quella scema! Si comportava come una ragazzina, negli ultimi tempi, mi permetteva di uscire tutte le sere, per non avermi tra le palle, e adesso scoppia a piangere di continuo al pensiero di dover affrontare una nuova gravidanza a quarantacinque anni. Forse non è una buona idea quella di andare in cucina, non sono dell’umore adatto.

Io ho annusato l’odore della morte dalla bocca di mio padre, per questo adesso so riconoscerlo. La morte gli stava marcendo i polmoni e il suo fiato puzzava come puzzano le carcasse. Poi gliene hanno asportato uno, purtroppo senza riuscire a sconfiggere il male. Adesso mi sembra di risentire quell’odore, presto avrò anch’io la bocca squassata dalle piaghe per via di questa medicina di merda. Mi scanseranno tutti, persino i parenti. All’ultima riunione di famiglia, ho guardato l’effetto che faceva l’espressione “ho una malattia incurabile…” sul volto delle persone alle quali l’ho detta. Così, con la serenità e lo humour del malato terminale che scopre in sé una forza sconosciuta, ho avuto davvero il coraggio e il cattivo gusto di pronunciarla, infliggendo a quei disgraziati un’inutile, insanabile ferita. Mi sono affrettato a precisare “incurabile nel senso che non se ne conosce la cura, non perché mortale”, ma l’ombra negli occhi dei parenti, la nuvola che aveva oscurato la loro vista, non si è completamente diradata. Tutti mi hanno augurato pronta guarigione, al momento dei saluti, auguri immediatamente ricambiati, per puro gusto della stravaganza.
Adesso che ci penso mi sento meschino, dovrei smettere di prepararmi i discorsi in anticipo, levigandoli per migliorarne l’effetto, recitandoli poi per far bella impressione. Lasciano un sapore amaro in chi li ascolta, come se avessero assaggiato un cibo tutt’altro che genuino, un piatto cucinato con ingredienti sintetici. Non sembrano i discorsi di un sedicenne, qualcuno mi ha detto, una volta. continua a leggere

Fratelli

13/07/2018 | Scritto da Carlo Simoni | (0 Commenti)

Fratelli è il primo libro che ho scritto, nel 2007: solo uno dei racconti che lo compongono (L’esperienza) è stato pubblicato. Secondorizzonte – inaugurando la produzione di libri non solo nel formato cartaceo ma anche in quello elettronico – lo propone ora nella sua interezza nella forma del pdf e dell’epub, entrambi scaricabili gratuitamente.
Scrivere Fratelli ha significato per me vivere per la prima volta l’esperienza, sorprendente, di delineare personaggi e vederli acquisire poco a poco consistenza e autonomia: uomini e donne che si definiscono nella loro individualità e a un certo punto agiscono coerentemente con questa, quasi in forza di una necessità, come se chi ne scrive si facesse a tratti spettatore delle loro scelte.
Alla sorpresa è seguita l’affezione, e il desiderio che la loro storia non finisse con il racconto che li aveva visti protagonisti ma proseguisse, rimanesse in qualche modo aperta. Non solo: si è aggiunto anche il desiderio che non si disperdessero, e che, come questo libro li aveva riuniti, la narrazione potesse creare per loro anche un luogo nel quale fosse loro possibile conoscersi, consolarsi reciprocamente di quanto loro accaduto.
È così che, quando il lavoro di scrittura poteva sembrare concluso, sono nati il cortile e la casa che compaiono nelle prime pagine e nelle ultime. Non sappiamo come è nata la piccola comunità che ci vive, né se resterà unita. Quel che conta è che un’altra storia, Cortile, divisa com’è in due parti che racchiudono i cinque racconti, ci assicuri che la vicenda dei nostri personaggi è continuata e continuerà, mantenendo il segno che l’ha fin dall’inizio connotata: il segno che imprime nelle vite il rapporto coi fratelli. È questo il tema che unisce questi racconti: il rapporto tra fratelli, quella sorta di palestra della socialità a venire che si offre sin dalla prima infanzia alla maggior parte delle persone e lascia tracce spesso indelebili nel loro modo di instaurare in seguito le relazioni con gli altri, di individuarvi una fonte essenziale o invece un ostacolo perturbante sul cammino che costruire se stessi e la propria vita impone.


Il testo può essere scaricato gratuitamente, ma non modificato né riprodotto per usi diversi dalla diffusione entro una cerchia di lettori. Nel caso lo si voglia utilizzare per altri scopi si prega di contattare l’indirizzo info@secondorizzonte.it

Per scaricare il testo di Fratelli nel formato desiderato, clicca sull’icona:

 

 

 


Quelli che seguono sono brani tratti da alcuni dei racconti

Da Viaggio al Marocco

(…) lì, sulla terrazza, c’era la pecora. Anzi, un montone, adulto. Aveva le zampe legate, era disteso su un fianco.
Il vecchio l’ha sollevato tirandolo su con una corda che finiva con un uncino. L’ha messo a testa in giù.
Noi eravamo col cuore in gola a vedere quel montone che gridava i suoi belati e guardava per terra. Sulla terrazza, in pieno sole.
Zac. Un colpo solo. Aveva tirato fuori un coltello lungo, da una tasca dei pantaloni, larghi, stretti alle caviglie, e gli aveva dato un colpo di taglio alla gola, senza metterci forza, sembrava.
Un lungo sospiro. Invece dei belati un lungo sospiro. E gli occhi adesso guardavano il fiume di sangue che sgorgava e inondava il terrazzo, perché la canalina che girava intorno alla terrazza non bastava a raccoglierlo. Un rivolo è sceso addirittura per le scale.
Poi il vecchio, con lo stesso coltello ha cominciato a togliere la pelle all’animale.
(…) Insomma, non so come dirti: non mi sembrava una morte violenta, ci credi? (…) Il montone non si era disperato. Non aveva fatto a tempo, dici tu. Certo. Però non era solo questo. Era morto con dignità, senza avvilirsi. Ecco. Senza doversi avvilire. E disperare. Io la carne la mangerò sempre, mi sa… anche tu? Appunto, non è questione di essere vegetariani. Però vederlo l’animale, vedere come succede che diventa… carne. Hai capito?
Be’ insomma, il papà dei ragazzi e il montone a me non sembravano la vittima e il boia. Mi sembravano due vecchi, che sanno tutt’e due come va a finire.

Da Gli artisti 

Il rumore delle barre incandescenti che escono dal forno, e come animali ancora vivi si lasciano guidare fino al treno di laminazione, e dopo non sono più la stessa cosa. Fredde, pesanti, rigide.
Adesso, da casa, qui in cima al paese, le sento, nel buio. La fabbrica è là in fondo. Non smette mai.
Io le ho viste. So che erano già morte anche quando si muovevano. Ero io a farle muovere. Schiacciavo il bottone che faceva girare i rulli, e loro obbedivano, lente, come animali che si trascinano perché li pungoli. Ma sono già andati.
Poi però sono venuto via dal laminatoio. Ero ancora vivo, io.
I suoni sono sempre quelli. Anche di giorno. Magari passano ore che ti sembra di non sentirli. Poi ti capita di sentirli di nuovo, improvvisamente, ma te ne dimentichi subito, di giorno. Invece la notte ti stanno addosso.
Succedeva così anche allora.
Tutto, qui, è rimasto come prima.
Anche se io sono stato via. Anni. Per anni sono andato e tornato.
In Arabia, nei pozzi di petrolio. A dormire con gente che non si capiva cosa diceva. Ubriachi. Che sognavano e gridavano nel sonno, e il giorno dopo gridavano ancora, anche da svegli, e non si capiva cosa dicevano.
E poi in Australia. A lavorare nelle vigne, come queste che ci sono intorno al paese. E le donne, che venivano da me e poi andavano, senza chiedere niente.
E intanto lui, Diego, era qui. Era rimasto qui, lui. L’artista, lo chiamavano tutti. Anche quelli di fuori: quando uno arrivava in paese chiedeva dove sta l’artista? L’artista? gli rispondevano: su, in cima al paese. E così anch’io adesso, e gli altri della famiglia, ci chiamano gli artisti. Anche se solo io faccio ancora delle cose, come faceva Diego.
Non capita più che chiedano dove sta l’artista. Però siamo gli artisti: tutte le famiglie hanno un soprannome qui. Questo dev’essere l’ultimo che è saltato fuori. continua a leggere

Malik

11/07/2018 | Scritto da Andrea Maria Spadini | (0 Commenti)


Il racconto è disponibile anche in formato audio:

Andrea Maria Spadini: Malik

Il racconto è letto da Enzo Bonanno:

Sono nato a Torre Annunziata nel 1957 e vivo a Pavia fin dalla prima infanzia, dove svolgo la professione di commercialista. Da una decina d’anni mi dedico con passione all’attività teatrale con la compagnia amatoriale “Serpente Tentattore”. Ho seguito diversi corsi di recitazione presso la scuola del Teatro Litta e il corso di tecniche di letture ad alta voce della scuola del Teatro Paolo Grassi. Attualmente recito il ruolo di promesso sposo nello spettacolo “Il Mio Grosso Grasso Matrimonio a Torre Del Greco”, scritto e diretto da Raffaela Gallo.


 

Era una giornata limpida, come non ne capitano spesso sulla riviera adriatica durante il mese di luglio. Il cielo terso e l’aria frizzante del mattino sembravano quelli che di solito seguono un temporale.
La fresca brezza che filtrava attraverso le fessure delle persiane doveva aver portato con sé anche una sorta di irrequietezza, perché Luca e Giuseppe si erano svegliati presto, ben prima del solito. Entrambi sentivano l’irrefrenabile bisogno di uscire il prima possibile all’aria aperta, perciò si erano alzati e vestiti velocemente e, dopo aver bevuto frettolosamente un sorso di caffelatte, si erano affrettati verso l’uscio di casa, come se fossero in ritardo ad un appuntamento importante.
“Bè, com’è che non mangiate niente stamattina?” aveva domandato stupita Aurora, la mamma di Luca, conoscendo il loro abituale appetito.
“No, davvero mamma… stamattina non ho proprio fame.”
Ancora non persuasa, Aurora si era allora rivolta a Giuseppe. “Ma… non mangi niente nemmeno tu?”.
“No grazie, zia Auri. Magari più tardi ci prendiamo un bombolone al chiosco del nostro bagno.”
“Mi volete almeno dire dove state andando voi due così di corsa?” aveva allora chiesto sbarrando loro la strada verso la porta.
“Dai mamma, dove vuoi che andiamo? … Si, lo so, non dobbiamo allontanarci troppo dal nostro ombrellone!”
La spiaggia si trovava a poche centinaia di metri dalla villetta in cui soggiornavano.
I loro genitori, da tempo legati da un solido rapporto di amicizia, da qualche anno avevano preso l’abitudine di affittarla e condividerla per il periodo di villeggiatura. Potevano così permettersi una vacanza più lunga e, nel medesimo tempo, le madri si offrivano reciproca compagnia nel caso in cui i loro mariti fossero stati trattenuti in città da eventuali impegni di lavoro. Tutti contenti, dunque.
Luca e Giuseppe innanzitutto, considerata la grande amicizia che li legava.
A quell’ora il litorale era popolato quasi esclusivamente dai bagnini che stavano raccogliendo cartacce e risistemando lettini e ombrelloni, in attesa dell’arrivo dei villeggianti. L’immobilità del mare contribuiva a conferirgli l’aspetto di un enorme specchio dorato. Una nave mercantile, forse una petroliera, si stagliava nitida all’orizzonte, portando con sé vaghe promesse di avventure misteriose.
“Guarda Luca, si riescono a vedere persino le macchie di ruggine sulla fiancata, sembra di poterla toccare solo allungando il braccio… Chissà da dove arriva?”
Intanto, incoraggiati dalla sabbia piacevolmente fresca sotto i loro piedi, quasi senza rendersene conto avevano cominciato a camminare lungo la battigia.
“Che ne dici, andiamo fino al molo?”
“Sì, dai, bella idea… Allora torno a prendere secchiello e retino, magari riusciamo a trovare qualche granchio tra le rocce…” gli aveva risposto Giuseppe mentre già correva verso l’ombrellone.
Il molo del porto-canale non era molto distante, giusto un paio di chilometri, ma non si erano mai allontanati così tanto senza essere scortati da un adulto.
Sapevano di contravvenire alle raccomandazioni dei loro genitori, ma il fremito che sentivano scorrere sottopelle fin dal loro risveglio era incontenibile, impossibile resistergli.
“Luca, ma torneremo in tempo per non farci beccare? Lo sai quanto rompono le mamme quando fanno le prediche…”.
“Ma sì… Tanto non arrivano mai in spiaggia prima delle dieci. Comunque possiamo sempre inventarci qualcosa… Tipo che eravamo a giocare a bigliardino o a biglie con gli amici… Dai, intanto allunghiamo un po’ il passo…”.
Ai due bambini non ci era voluta più di mezz’ora per raggiungere il molo.
Ora che avevano raggiunto la meta potevano finalmente dedicarsi all’esplorazione degli anfratti tra i massi frangiflutti, a caccia di piccoli granchi e conchiglie.
La concentrazione della ricerca li aveva progressivamente separati, perciò Luca era solo quando, in un pertugio tra due rocce particolarmente angusto, aveva intravisto un oggetto che sembrava un grosso bastone piantato nella sabbia sottostante. La forma strana di quell’oggetto lo incuriosiva, e la posizione quasi verticale in cui si trovava gli aveva reso abbastanza agevole recuperarlo.
“Giuseppe! Vieni a vedere cosa c’è qui… Giuseppeee!”
Era lungo una quarantina di centimetri, forse qualcosa di più, dritto, con degli ingrossamenti alle due estremità. Sembrava quasi un randello, una clava. A Luca ricordava proprio le clave che ogni tanto i personaggi del cartone animato de Gli Antenati utilizzavano per suonarsele di santa ragione.
“Sì, ma quelle che usa Fred sono ossa di mammouth… Sono ossa…” pensava mentre quello che fino all’istante precedente gli era sembrato un bastone gli scivolava lentamente dalle mani.
Giuseppe lo aveva trovato così, immobile, con lo sguardo perso verso l’orizzonte e quello strano bastone disteso ai piedi.
“Luca! Ehi, dico a te! Mi vuoi rispondere? Prima mi chiami e poi, quando arrivo, non mi guardi nemmeno? Luca!” continua a leggere

Sono solo un osso, un osso di donna che in passato aveva un corpo, lunghi capelli neri e una risata contagiosa. Sono rimasto solo io.

Mi hanno lasciato qui tanto tempo fa, sulle sponde di un fiume.
Mi hanno gettato qui, quando ancora facevo parte di un inerme cadavere assassinato.
Ho impiegato anni per disfarmi dei segni del mio corpo martoriato, delle urla che mi risuonavano fino al midollo, delle scosse elettriche che trapassavano le mie viscere, della melma che inondava i miei polmoni, della violenza maschile che mi penetrava.

Nel corso di qualche decade, mi sono disincarnato dal mio involucro, separandomi dalle altre ossa che come me si laceravano e si mimetizzavano, allontanandosi senza un rito d’addio, né la falsa promessa di un rincontro.
Ora sono solo, senza corpo, senza capelli e senza risata. Solo mentre ritorno polvere e mi ricongiungo alla Natura.

Mentre il vento tagliente fischia impetuoso, il suono dell’acqua scandisce la mia attesa. Sono circondato da fili d’erba, nascosto nelle tenebre della terra: sto diventando humus, cibo per gli insetti, nutrimento per le piante.

Chissà se crescerà qualcosa sopra i miei resti? Un arbusto o magari un fiore, mi piacerebbe sfiorarne le radici, entrare nella sua linfa, diventarne il profumo. Essere il polline che viaggia verso una meta sconosciuta, fecondo, come non ha potuto essere il mio corpo di donna fresco di gioventù. Ricordo ancora quella passione travolgente e quel corpo così esile.

La mia memoria archivia ogni dettaglio come uno scrigno nascosto.
Alzarsi presto, prendere il bus, andare al lavoro, sentire la concentrazione delle mani operose, il calore dei ferri da stiro, la frenesia dei clienti.

Il vento gelido di Bahía attraversava l’inverno, su quella panchina di Plaza Mitre, per loro non erano le 3 del mattino, era un momento per stare insieme. Il tempo per conoscersi era sempre poco, il tempo per viaggiare abbracciati sull’autobus, per discutere di politica, bere un caffè in Avenida Colón, litigare per una sciocchezza. C’erano anche quei tardi pomeriggi in mezzo alla gente, nelle case dei lavoratori cileni, la torta fritta usata come pane, il focolare al centro della stanza, i mates, quelle infinite mateadas.
La fonte pubblica, il costo della luce, il quartiere dimenticato dal Signore.
Il circolo messo in piedi grazie al lavoro dei volontari, il nostro luogo per la partecipazione. “Perché la politica, compagni, è determinante!” – mi  son sentita dire. E il fumo che usciva dalle case costruite con le cortecce che la nostra segheria vicina scartava.
Le riunioni di notte, la distribuzione dei volantini agli operai del primo turno in fabbrica, le ore di sonno che non bastavano mai. Ma niente di tutto questo mi arrecava fatica o dolore. Io facevo parte di un essere immerso nella totalità del suo spazio vitale, desideroso di afferrare il chiarore di ogni piccolissima lucciola che scintillava nella più cupa delle notti.
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Vicks Vaporub

18/06/2018 | Scritto da Marco Palamenghi | (0 Commenti)

Era solo un mucchietto di stracci, ossa, vermi e carne putrescente.  Avviluppato, in una pozza di acqua stagnante, tra rami e foglie trasportate dal torrente. Macerato dall’acqua di quell’autunno poco piovoso, consumato dagli insetti, addentato da qualche selvatico che ne aveva approfittato.

Se non fosse stato perché sapevamo cosa avremmo potuto trovare, forse non avremmo capito.
Se non fosse stato per quell’odore, intenso e nauseabondo, l’odore della putrefazione, forse saremmo passati oltre.

Eravamo in cinque: Gigi, Mario, Paso, Beppe e io.
Ci eravamo dati appuntamento quella domenica di ottobre.
“Allora, ci   vediamo alle 14 al Rifugio, risaliamo il torrente e vediamo cosa troviamo”.
Un pallido sole intiepidiva l’aria e illuminava il fogliame giallastro-arancione, in gran parte non ancora caduto dagli alberi.

Ce lo aveva chiesto la Terry. Lei e Berto erano sicuri che lo avremmo trovato. Vecchi sì, ma non rincoglioniti, come avevano invece pensato polizia e carabinieri.
E poi, i cacciatori lo dicevano anche loro che c’era qualcosa che non andava. Quell’odore di putrefazione faceva impazzire i cani, che non erano più buoni di seguire le tracce dei cinghiali. Anche se Terry glielo aveva chiesto, figurati se erano disposti a perdere mezz’ora per andare a vedere cosa c’era. Metti che si rovina il fiuto ai cani…

Terry e Berto lo avevano visto una decina di giorni prima. Era passato fuori dal Rifugio, vestito leggero, con dei sandali ai piedi. Un’aria un po’ stranita.
Lo avevano salutato. Quasi non aveva risposto.
“Dove va? È tardi e fa freddo. Venga che le prepariamo un caffè”.
Un gesto di diniego, qualche mezza parola borbottata, e aveva proseguito oltre, seguendo la traccia di un sentiero che quasi non esiste più e che per un tratto segue il torrente della Val Fredda.

Avevano aspettato che tornasse indietro, fino a quando non aveva iniziato a fare scuro. Lo avevano chiamato. Nessuna risposta.
“Chissà, sarà andato via da dietro la casa”.
“Sarà sceso per l’altro sentiero, senza passare davanti al Rifugio”. “Magari non voleva parlare con noi…”.

Qualche giorno dopo la Terry vede un trafiletto sul giornale.
I parenti cercano un uomo, se ne è andato dallo Psichiatrico, come già altre volte, ma questa volta è differente. Di solito dopo due o tre giorni lo ritrovano. Questa volta no. Per questo chiedono notizie. Invitano a fornirle alle Forze dell’ordine o allo Psichiatrico.
Una foto in bianco e nero…

“Ma sì, è lui. Lo riconosco. Sono quasi sicura”.
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Un incontro tra colleghi

28/05/2018 | Scritto da Rinaldo Capra | (1 Commento)

Un uomo aveva suonato il campanello ed era entrato nella semioscurità del mio studio. Ne scorgevo solo il braccio teso che mi porgeva una busta sgualcita e il bianco degli occhi. Lo invitai ad avvicinarsi; avanzò con la testa china, infossata nelle spalle per la timidezza e il timore. Era meravigliato da tutto quello che vedeva e gli occhi roteavano svelti a destra e sinistra. Ora vedevo bene la sua figura: sui trent’anni, alto, una bella figura e nero, nero come l’inchiostro. Nel ’90 i migranti erano ancora merce rara, ne avevo visti pochi e facevano, per lo più, folklore. Sorrise. Abbassò lo sguardo, venne ancora più vicino e iniziò a togliere fogli e documenti dalla busta, con umiltà, diligenza e rassegnazione. Sembrava un cafone di Silone, se non fosse stato per il colore così scuro della pelle. Voleva dimostrami di non essere un clandestino esibendomi subito i documenti e le referenze. Nigeriano di nome Blixen, non una parola d’italiano, solo l’inglese, ma con una pronuncia così stretta che non capivo niente. Del resto il mio inglese non è buono neanche per i ristoranti e, al massimo, ne farfuglio qualche parola sui set di moda con i modelli americani. Piero, il mio assistente, aveva studiato in Inghilterra e fece da interprete. Cercava lavoro, un lavoro qualsiasi, e intanto continuava a sgranare gli occhi scrutando flash, stativi, fondali e tutto quello che lo circondava, come un bambino in un negozio di giocattoli o come mia nonna diabetica in pasticceria, inventariando i motivi di nuovi desideri e pronto a covare altre frustrazioni.
-Sono un fotografo, non saprei cosa farti fare, mi spiace…- dissi fissandolo negli occhi. Il suo volto s’illuminò e furbo rispose:- Ah… anch’io! Siamo colleghi – ed esitando – e… potrei esserti di grande aiuto.- Disse queste ultime parole con un sorriso largo, ruffiano. I denti immacolati e il bianco degli occhi erano come fari accesi, che comunque non riuscivano a illuminare quella faccia dalla sconfinata negritudine. Contagiato da quel sorriso scaltro, risi di cuore e decisi di mostrargli lo studio. Gli descrissi le attrezzature e gli presentai alcuni ritratti che avevo scattato a dei musicisti jazz, mentre lo osservavo per capire se mi stesse raccontando delle balle. Ci volle poco per dire che Blixen non aveva mai avuto nulla a che fare con la fotografia, se non per quella segnaletica sul passaporto. Non avevo bisogno di lui, cercai di convincerlo nella maniera più garbata possibile, con il tono di voce gentile e altrettanto dolcemente Piero gli tradusse tutto, ma poiché eravamo colleghi, gli proposi, poteva aiutarmi a organizzare un progetto di ritratti del “black people” per una rivista patinata, retribuito naturalmente. Piero traduceva e Blixen era sempre più sconcertato e smarrito, a ogni frase scuoteva la testa.
Provai il suo stesso disagio per quella balorda richiesta. Sgomento, si girò indietro per guardare la porta da dove era entrato, poi di scatto si volse verso di me e mestamente implorò:- Oh… capataz, preferirei poter lavare i pavimenti. Costo poco… Mi vergogno a chiedere ai miei amici di fare la foto. Non è buono per me.-
-Blixen, ma che razza di fotografo eri in Niger? Non capisco!- Commento inutile.
Ma,.. riconoscendogli un piccolo compenso, riuscii  faticosamente ad accordarmi su una via di mezzo: se mi avesse presentato i suoi amici neri, solo io avrei chiesto loro di posare per il ritratto e non lui. Così il suo onore sarebbe stato salvo, le foto scattate e il compenso intascato. Semplice no?
Mi faceva pena ma lo sfruttavo.
Fissammo l’appuntamento per il venerdì, ma non si presentò. Rimasi in studio tutto il giorno ad aspettarlo con Piero, ma non venne; del resto non ci avevo contato minimamente e i soldi li avevo dati per persi nello stesso momento in cui glieli avevo messi in mano.
Invece fu una sorpresa vederlo arrivare il martedì della settimana dopo, con un’aria pimpante e allegra, vestito come il solito: una striminzita giacca a vento, jeans sdruciti e una maglietta, ma stavolta portava con sé anche un borsone gonfio. Gli chiesi se sentiva freddo, viste le temperature di quei giorni, scosse la testa, scoppiò in una sonora risata e bofonchiò qualcosa del tipo:-… in Italia non fa mai freddo, da noi in Niger invece…- e continuò:-…sono qui per le foto, io sono pronto e tu sei pronto?-
Insomma, non dovevo fotografare altri neri, ma solo lui, Blixen. Chiesi a Piero di spiegargli che il nostro accordo era diverso, l’avevo pagato solo perché volevo che mi presentasse i suoi compatrioti e amici, perché volevo sentire le loro storie e conoscere il loro mondo, vedere i loro oggetti, le loro case, sapere del loro lavoro e delle loro aspirazioni. Ero seccato.
Blixen, con l’aria di un imbonitore da fiera di paese, spiegò che non avevo capito niente, che gli altri neri erano selvaggi e brutti, non in grado di posare per le fotografie di una rivista. Mentre lui, Blixen, si che era un nero molto bello, istruito e intelligente. Era anche elegante, disse, togliendo dal borsone un vestito e mostrandomelo, era il possessore di un raffinato abito italiano, un doppiopetto blu con tanto di camicia bianca. Peccato avesse dimenticato la cravatta, e poi le scarpe, vere scarpe da sera. Non c’erano dubbi: l’unico nero degno di essere ritratto era lui.
Capivo, ma io mi aspettavo qualcosa di diverso, volevo incontrare tanti africani per farmi un’idea di quel mondo esotico e remoto. Era sorpreso e gli parevo un marziano, ribadì di essere un uomo moderno, di conoscere la cultura dei bianchi, perché la società tribale non valeva la pena di conoscerla, era inutile, non serviva a nulla: il mondo era solo dei bianchi e non capiva la mia curiosità. Detto ciò, indossò rapidamente il vestito, la camicia e le sue fantastiche scarpe da sera e si avviò, come un alieno, sul fondale fotografico. Rassegnato e divertito, impugnai la mia Hasselblad, Piero caricò due magazzini con la mia pellicola preferita per i ritratti en format carré, la Tri-X e cominciai a scattare. Blixen si muoveva sul set con insospettabile disinvoltura, sembrava un modello consumato, con pose energiche, ma ogni tanto la sua ingenuità emergeva e lo tradiva. A tratti guardava un immaginario orizzonte lontano, poi fissava con determinazione l’obiettivo, mostrava i pugni o sorrideva quasi sereno, toglieva la giacca e la rimetteva, con le mani in tasca o con le dita davanti alla faccia scimmiottando il gesto dello scatto fotografico.
La sua migliore immagine di sé era stata lì, mi era passata davanti, su quel fondale me l’aveva donata e sentivo l’immane fatica che gli costava sostenere quella parte. Gli chiesi se voleva di posare a torso nudo, ma il mio ben riscaldato studio, per lui divenne immediatamente gelido: impossibile spogliarsi, troppo freddo. La paura comparve sul suo volto brufoloso, la fierezza scomparì, l’imbarazzo lo invase e il suo sguardo triste si rifugiò di nuovo verso l’angolo buio; chissà a cosa pensava, forse a casa sua, all’Africa.
La pellicola era finita, ero certo di avere già l’immagine latente della sua anima in quei due rulli, avevo avuto ventiquattro occasioni per catturare tutta la sua essenza vitale e ne era valsa la pena. Vedendomi che toglievo la fotocamera dal treppiede e spegnevo i flash, si sentì sollevato, sospirò e tornò il vivace Blixen di prima.
Guardò con un’espressione competente la fotocamera e raccontò che in Niger ne possedeva una uguale perché era un bravissimo fotografo, ma poi gliela avevano rubata o forse l’aveva persa, non ricordava più bene, del resto era trascorso molto tempo. In fondo ero stato molto fortunato a incontrarlo, sostenne, e se avessi voluto, avrebbe potuto essermi molto utile, insegnarmi un sacco di trucchi e consigli sulla tecnica di ripresa. Altre bugie, si accorse che stava esagerando. Il suo sguardo assente vagò tra il soffitto e l’angolo buio, di certo non si sentiva a casa e forse non capiva neppure dov’era.
Sulla manica della giacca aveva ancora il cartellino del negozio e non ci fu verso di farglielo togliere, perché gli altri dovevano sapere quanto fosse prezioso quel vestito e il cartellino, disse, lo certificava. Piero insinuò che se lo fosse fatto prestare o preso a nolo, lui si schernì. Pensai che quel vestito fosse il disperato investimento nella speranza di una vita dignitosa ed essere parte della nostra società occidentale.
Si lamentò del compenso che gli avevo offerto, favoleggiò d’iperbolici guadagni che avrei ottenuto vendendo il suo ritratto alle riviste, ma la richiesta fu poco convinta e durò solo il tempo necessario a riporre con estrema cura il vestito nel borsone, senza arrivare a una richiesta concreta. Salutò e se ne andò con la mia promessa che l’avrei chiamato appena pronte le stampe per regalargliene una. Piero dovette rincorrerlo per chiedergli un recapito, ci diede il numero di un bar in paese. Stampai le foto qualche giorno dopo e il mattino seguente, prima ancora che lo avessi avvisato, Blixen già mi aspettava appoggiato alla porta dello studio. Guardò le stampe su carta baritata e fu grande il suo scoramento; cominciò a imprecare, alzare gli occhi al cielo con le mani sulla faccia. Piero fece fatica a tradurre quel che diceva. Sosteneva di non essere lui nella foto, perché lui non era così ed io non ero un buon fotografo, altrimenti si sarebbe riconosciuto. Era furioso, se la fosse fatta da sé la foto, si sarebbe riconosciuto di certo, perché lui si sentiva molto più bravo di me e sarebbe riuscito a non far vedere i foruncoli sulle gote e sulla fronte, e poi anche il vestito si sarebbe visto che era prezioso, cosa che in quelle foto non si capiva. Inoltre, lui era molto più bello che in quella stampa e non così nero. Ribattei che le foto erano belle, ero fiero di quel lavoro e lo avrei difeso in eterno, ma quella era la sua faccia e non ci potevo fare nulla. Se non si riconosceva, era perché non si conosceva.
-Non è vero- ringhiò, e gettò a terra la stampa che gli volevo donare: non la voleva, non era lui. Aveva trovato lavoro in un cantiere, disse andandosene deluso, quindi era posto e non gli serviva più niente.
Blixen non si era riconosciuto, l’immagine che avevo prodotto era solo la mia e non la sua.

Rivoluzione (dal dizionario Devoto – Oli) – Ri-vo-lu-zio-ne
sostantivo femminile (potrebbe non essere un caso)
dal latino: revolutionem, da revolutus, participio di revolvere composto da re- ancora e volvere volgere. Voltare di nuovo.
1. Movimento organizzato e violento col quale si instaura un nuovo ordine sociale o politico (rivoluzione francese, rivoluzione di ottobre, …).
2. Ogni processo storico, anche graduale, che finisca per determinare il mutamento di un assetto sociale o politico (rivoluzione agricola del neolitico, rivoluzione scientifica, rivoluzione industriale, rivoluzione digitale…).
3. Sconvolgimento di costumi (rivoluzione sessuale), di abitudini (i miei figli hanno portato la rivoluzione in casa) o funzioni fisiologiche (ho l’intestino in rivoluzione…).
4. Il giro completo descritto da un corpo in movimento intorno a un altro corpo; anche, il relativo moto (rivoluzione terrestre).

 

“Morire per delle idee, l’idea è affascinante
per poco io morivo senza averla mai avuta,
perché chi ce l’aveva, una folla di gente,
gridando “viva la morte” proprio addosso mi è caduta¹…

Non credo di averlo mai veramente voluto, ma l’idea di morire per delle idee, per quanto, per l’appunto, sia affascinante e mi abbia, in qualche modo, affascinato (almeno a parole), mi ha sempre, nel mio piccolo, colpito. La retorica combattentistica e militaresca è pervasiva nel dna dell’umanità, in particolare maschile. Un richiamo all’eroismo inculcatoci fin da bambini, soprattutto dal sistema scolastico allora predominante.
La mia adolescenza e gioventù, come quella di molti altri della mia generazione, è stata pervasa da eroi, più o meno mitici, più o meno coerenti, che indicavano la via del sacrificio nel nome dell’IDEA.
La vita di noi tutti è stata toccata da morti, vicine e lontane, che hanno segnato dolorosamente la nostra storia collettiva e personale.

Su, lottiamo! L’ideale nostro al fine sarà…

Ma quanti dei numerosi morti per un’idea, magari per la nostra idea, o, peggio, per l’idea di qualcun altro, avrebbero preferito non morire, e non è giusto che siano morti.
Ma quanti, numerosi, hanno scelto, e quanti, ancor più numerosi, sono stati condannati a morire per un’idea, magari per l’idea di altri.
Ma quanti, se potessero, si chiederebbero ora: “Ne è valsa veramente la pena?
Che grande ingiustizia quando, per sostenere le proprie idee, si è condannati a essere uccisi o a uccidere.
Non sarebbe meglio se tutti potessero morire per delle idee, ma di morte lenta?

La lettura di Manuel Scorza, uno dei miei autori preferiti, mi riempiva di orgoglio per Garabombo, Raymundo Herrera, Agapito Robles ….
Ma fu La danza immobile, il suo ultimo libro prima della morte improvvisa, che mi mise di fronte, all’inizio con fastidio, solo poi con più consapevolezza, ad un dualismo irrisolto, che ognuno di noi, forse, si porta nel sacco senza mai veramente risolverlo:
Il romanzo è un contrappunto fra un guerrigliero e un ex guerrigliero. Sotto un altro punto di vista, un conflitto fra due uomini che devono scegliere fra l’Amore e la Rivoluzione. L’uno sceglie la Rivoluzione. L’altro l’Amore. Al termine della loro vita entrambi credono che l’altro abbia scelto il meglio.²

…perché forzando il passo succede che si muore
per delle idee che non han più corso il giorno dopo.
Ora se c’è una cosa amara, desolante,
è quella di capire all’ultimo momento,
che l’idea giusta era un’altra, un altro movimento…

Ho ancora in mente mio zio Evaristo (nome orribile che porto con orgoglio come secondo nome), alpinista, socialista, partigiano, imprigionato, torturato e condannato a morte. Salvatosi quasi per caso, perché il giudice del Tribunale Speciale Fascista non fece eseguire la condanna illudendosi, inutilmente, che questo gli avrebbe salvato la vita.
Lo vedo ancora con l’amarezza della disillusione negli occhi, di fronte al craxismo che avanzava e distruggeva tutto quello per cui avevano lottato e messo in gioco la propria vita.
Messo in un angolo, gettato via come anacronistico, non sapeva più distinguere se erano gli ideali ad essere stati traditi o se erano gli ideali in cui aveva creduto che lo stavano tradendo. E si domandava: “Ne è valsa la pena?”. E’ morto ottantenne senza sapersi dare una risposta.

…Gli apostoli di turno che apprezzano il martirio,
lo predicano spesso per novant’anni almeno.
Morire per delle idee sarà il caso di dirlo
è il loro scopo di vivere, non sanno farne a meno…

E li vediamo ancora oggi in giro, i nuovi profeti dell’Italia agli italiani, del non passa lo straniero, dell’Italia 2.0 o i profeti della lotta continua, convinti che un po’ di guerriglia urbana e qualche bomba carta siano la migliore soluzione ai problemi.
Tutti pronti, con linguaggio rabbioso e guerresco, a perorare il linciaggio del momento, ad eliminare il nemico che gli si oppone o, più semplicemente, chi non si adegua al loro pensiero “unico”.
Alcuni di loro pronti tra qualche tempo, consapevolmente o meno, al cambio di bandiera. Che predicano con veemenza di come quello che pensano ora è giusto, e se cambieranno opinione sarà di nuovo giusto, mentre tu che vuoi ragionare, pensare, capire, cambiare idea alla fine di un percorso, sei solo uno che rimane ancorato all’antico, un nostalgico, uno da eliminare… perché cerchi un po’ di coerenza tra quello che fai e quello che pensi e non ti lasci usare.
E ti senti inerme.

…E sotto ogni bandiera li vediamo superare
il buon matusalemme nella longevità
per conto mio si dicono in tutta intimità
moriamo per delle idee, va bè, ma di morte lenta,
ma di morte lenta.

Man mano che passa il tempo, trovo sempre più fastidio, insofferenza, per chi grida e urla, togliendo spazio al ragionamento. Anche quando la pensa come me. Anche quando condivido l’obiettivo.
Più i toni si fanno retorici e feroci, i richiami evocano battaglie e lotte, più mi raffreddo.
Film già visti. A volte percorsi obbligati, più spesso corse verso il baratro.
Sono diventato, ho quasi paura a dirlo, un moderato?
A scanso di equivoci, chiarisco subito che il mio non è un invito al disimpegno, a non portare avanti le proprie idee, a non indignarsi, a non manifestare il proprio dissenso, a non agire. Ma, caso mai, ad agire in modo diverso, rinnegando il culto del martirio, la retorica dei richiami militaristi e combattentistici. Possibile che non ci sia un modo diverso?

Le grandi idee rivoluzionarie le ho abbandonate da tempo. Credo di averle sostituite con le piccole rivoluzioni del quotidiano, se così possiamo definirle. Richiedono impegno e non fanno sconti alle incoerenze: chi ti è vicino sa chi sei veramente, non puoi nasconderlo.
Non mutano in maniera eclatante la realtà, ma modificano ciò che ci circonda e, forse, mi illudo che siano un granellino di sabbia nell’ingranaggio del potere e di resistenza alla maggioranza non più silenziosa, al becero, o peggio, al fascismo che avanza.
Un piccolo vivaio in cui curare e coltivare i semi di un futuro, forse migliore, magari non per noi, ma per i nostri figli. E non è forse proprio questo il cuore di ogni Rivoluzione?

E’ per questo che, alla fine, penso di aver capito che l’unica vera rivoluzione in cui credo ancora, è quella che, nel suo continuo movimento, sembra non cambiare nulla, che ogni volta ti riporta al punto di partenza, ma diverso da prima, magari impercettibilmente, ma diverso.

Puoi cambiare camicia se ne hai voglia
E se hai fiducia puoi cambiare scarpe
Se hai scarpe nuove puoi cambiare strada
E cambiando strada puoi cambiare idee
E con le idee puoi cambiare il mondo
Ma il mondo non cambia spesso
Allora la tua vera Rivoluzione sarà cambiare tè stesso³

Vivere la vita, come una danza.
Corpi che ruotano su sé stessi e tra loro.
Un continuo attrarsi e allontanarsi.
Un continuo cambiare posto, per tornare nello stesso o in un altro punto, ma con un nuovo sorriso sulle labbra, con il sudore che cola, con una intimità che è vita.

Che sia un movimento irrevocabile o un ciclico ripristino di condizioni precedenti, le rivoluzioni, volute coraggiosamente o ineluttabilmente subite – così come quelle dei moti dei corpi celesti – segnano un nuovo punto di partenza, che ora è un nuovo anno, che ora è un nuovo spirito del tempo, avendo ripreparato il terreno per una nuova evoluzione – al modo dell’aratro che rivolge le zolle e permette la nuova semina4.

La Rivoluzione è come vivi il tempo che trascorre.
Che cambia e trasforma te.
Che cambia e trasforma chi hai intorno.
Che cambia e trasforma il mondo.

Evviva la rivoluzione
Evviva le rivoluzioni terrestri!

[1] Morire per delle idee, di George Brassens, tradotto da Fabrizio de Andrè.
[2] Manuel Scorza, La danza immobile, Feltrinelli 1983
[3] Vivere la vita di Alessandro Mannarino
[4] https://unaparolaalgiorno.it

Distolse lo sguardo, chiuse la porta e, la testa incassata nelle spalle, si avviò lungo il corridoio. Percorse lentamente a occhi bassi, i metri che lo separavano dalle scale, desiderando di non incrociare volti, di non rispondere a saluti. Per strada, l’asfalto era estraneo ai suoi passi, tagliente. Gli pareva di camminare in equilibrio sul margine di un dirupo. Il freddo gli feriva la faccia. Si calcò il berretto sulla fronte e sollevò il bavero del giubbotto. Si soffiò sulla punta delle dita, ma il suo fiato era di ghiaccio, come scaturisse da un gelo che gli infuriava dentro. Si ficcò le mani in tasca fino in fondo, svuotato, vittima di una calma innaturale, quasi un torpore.
I pensieri stentavano a prendere forma, sembrava dovessero farsi strada a fatica attraverso un magma troppo denso. Eppure, sentiva di dover pensare per poi poter parlare. Parlare a nessuno di preciso, parlare a sé, nominare gli eventi per renderli reali, perché sono le parole che fanno la realtà. Forse, sarebbe stato più facile cominciare dalle parole per ottenere pensieri, frasi che rimorchiassero un senso da dare a quella notte di disperazione, di pioggia e di furore, all’irreversibilità del fatto.
Il buio cominciava a sbiadire al ritmo del suo cammino, brandelli di discorsi gli affollavano la mente: giustificazioni, buone ragioni che si sarebbero potute mutare in un’assoluzione. Frasi brevi si spintonavano nella sua bocca, pronte a rotolarne fuori liberandolo. Lentamente e coraggiosamente le labbra gli vennero in soccorso e si scostarono l’una dall’altra pronte ad emettere suoni. Ma la lingua restava inchiodata al palato, immobile.  Quella lingua di serpente che sapeva fare in quattro un capello, precisare puntigliosamente, accusare, correggere, analizzare, ora giaceva inerte, impantanata, pavida, come se qualcosa l’avesse sopraffatta.
Cercò di schiarirsi la mente, provò a contrarre i muscoli del viso nella speranza che il fiato facesse vibrare le corde vocali.  Cercò di gridare, ma le labbra si muovevano senza che ne uscisse alcun suono. Come quando si cerca di urlare in sogno e il silenzio sommerge la voce.
Il primo sole era tagliato in due dalla linea dell’orizzonte, mentre il suo viso, indurito dallo sforzo si faceva esangue, gli occhi parevano oscillare liquidi nelle orbite, alla ricerca di un appiglio cui ancorarsi.
Le parole battevano in testa e gli ingolfavano il cervello, sospinte da un vento impetuoso.
Ora, le frasi si erano agglutinate in ricordi, incursioni nel passato, pallide assunzioni di responsabilità, ma si fermavano sulla superficie della lingua, anzi dentro quel muscolo che le custodiva, forse per trattenere in sé l’evento, per riportare indietro il tempo di qualche ora, a prima del fatto.
Il cielo sembrava abbassarsi per schiacciarlo, per cementarlo al suo gesto e il fiato gli si faceva corto. Allungò il passo. Ora le parole gli scavavano buchi nel cranio per poter emergere in qualche modo, perché non ci stavano più dentro la lingua turgida. Provò ad ascoltarne l’eco profonda e le sentì sgocciolargli dentro fino a penetrargli nel sangue, come fossero pronte a raggiungere una meta. Protese le mani a coprire le orecchie per non udire, perché se le avesse ascoltate, le parole si sarebbero gonfiate dentro la sua bocca e ne sarebbero ruzzolate fuori, estranee, spaventose, esigendo il suo ascolto e il suo giudizio. Aveva bisogno di quelle parole, anche se lo facevano tremare in preda a un senso di raccapriccio.
Il marciapiede oscillò sotto i suoi passi e gli parve d’inciampare.
C’era come una presenza in quella strada, qualcuno che sapeva, un occhio immenso che aveva visto tutto e che, come un pugno di fuoco, gli frugava dentro per fargli sputare il rospo, per condannargli l’anima. E quell’occhio imperioso esigeva parole.
Ma la lingua restava muta. In alcuni momenti sembrava difenderlo dal macigno che gli gravava addosso trattenendolo dentro di sé, in altri sembrava percuoterlo come una scudisciata, squadernando ciò che aveva fatto, quel gesto orribile e pietoso che si allargava in una massa acquosa impronunciabile.
Le sopracciglia si contraevano ritmicamente in movimenti impercettibili d’angoscia. Ora, la sua bocca pareva trattenere a fatica un urlo, la lingua lentamente si staccava dal palato. Voleva parlare, parlare del fatto fino a scorticarsi la gola.

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Piccino

24/04/2018 | Scritto da Mariagrazia Fontana | (0 Commenti)

Se ne stavano seduti sotto un cedro assonnato, nella speranza che quell’ombra ampia attenuasse la calura, ma la loro pelle brillava di sudore misto a quella polverina bianca, sabbiosa e sottile che si solleva dalle strade sterrate anche se solo la si calpesta.
Hassan non mi piace questo posto che chiami città, fa troppo caldo, un caldo che si suda, non come da noi su in montagna.
Devi avere pazienza piccino – rispose il fratello – ancora poco, poi tutto andrà a posto.
Non gli piaceva quando lo chiamava piccino. Era vero Hassan era il maggiore, quasi un padre, ma lui Jaued aveva appena compiuto tredici anni ed era ingiusto continuare a chiamarlo piccino. A volte credeva che suo fratello diminuendolo lo tenesse lontano, gli attribuisse un posto basso nella gerarchia della famiglia, per restare lui sopra, a fare il capetto.  A giorni invece era portato a credere che fosse l’affetto a muovergli la lingua, un affetto muto e ruvido, ma vigoroso.
Erano gli sguardi di Hassan che parlavano per lui, sguardi che lo tenevano d’occhio, che lo accudivano a modo loro, attento a che non si mescolasse con brutta gente. Era lui che gli aveva insegnato a lanciare sassi per difendersi dalle bande dei ragazzini tagiki che non vedevano l’ora di insultare e di deridere. Lo affiancavano quando usciva da scuola, sempre in gruppo. Bel coraggio, sei contro uno. Ma a lui veniva richiesto di dimostrarlo il coraggio, e lui, anche grattando nelle tasche, ne trovava pochino. Era la paura che abbondava, che fluiva a fiotti, come il sangue che colava dal naso al primo impatto con il bastone brandito dai cuccioli della tribù ostile.
Perché era fatto così il suo paese: poveri, straccioni e tutti divisi a farsi la guerra. Che forse la maggior parte di loro s’era pure scordata la ragione dell’odio, era un litigare che aveva messo radici nelle ossa, uccidersi per puntiglio, più che per quel pezzo di deserto che non dava frutti. Perché quando comincia un conflitto, poi è dura fermarlo, va avanti di generazione in generazione, di offesa in offesa, si incancrenisce e avvelena la vita di chi perde e di chi vince.
Era Hassan che gli aveva insegnato ad incassare, a proteggere la pancia, che se colpivano quella si poteva morire, così come la testa.  Meglio che si ostinassero sul naso, che non era mai stato gran che diritto. Ma fuggire no, ne andava dell’onore della famiglia, della tribù, dell’Afghanistan tutto. Perché loro erano pashtun e bisognava andarne orgogliosi.
Jaued era un ragazzino sottile, i capelli neri incollati alla fronte, occhi vivaci puntati come spilli mentre osservava il mondo sempre a bocca aperta. Curioso ma fragile, da sembrare a momenti un pulcino sperduto. Era Hassan che aveva il potere di farlo sentire tranquillo.
Jaued scavava con le scarpe nella sabbia e, giusto per farlo arrabbiare, la ammonticchiava sui piedi del fratello che continuava a vederlo piccolo. E lui allora faceva il piccino dispettoso.
Hassan lo guardò storto, arricciando un poco il suo naso adunco che sembrava gocciolargli in bocca e, sotto il cielo lattiginoso, la sua faccia si fece seria lasciando affiorare la preoccupazione, o forse proprio la paura.
Hassan anche tu a volte hai paura? gli chiese a bruciapelo, parlando a precipizio, un po’ per mortificarlo, un po’ per sentirsi meno solo nel fiume della sua paura.
Hassan guardava la terra, e stringendosi nelle spalle rispose Sì, quando cala il coprifuoco e tu e gli altri fratelli continuate a giocare in cortile, ho paura perché tocca a me proteggervi, tenervi in vita finché tornerà nostro padre. Sono io l’uomo in sua assenza.
Mamma mia quante arie che si dava, pensò Jaued, solo perché aveva qualche anno di più faceva il gradasso. Ma lo sguardo del fratello non aveva nulla del pavone, aveva più del coniglio braccato, al massimo della lepre. Sì la lepre andava bene per lui che amava correre come un pazzo, che sgattaiolava il mattino presto fuori casa per allenarsi e migliorare i tempi, come diceva lui sognando le olimpiadi. Che poi tornava fradicio con le braghe lunghe sdrucite, perché da tempo neanche i maschi potevano indossare i pantaloni corti. Femmine a capo e viso coperto e chiuse in casa, e maschi barbuti con maniche e pantaloni lunghi.

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XY genotipo maschile che, nella maggior parte dei casi si esprime in un fenotipo maschile, cioè dotato di caratteri sessuali secondari da maschio: testicoli, prostata, pene e distribuzione pilifera specifica.
XX genotipo femminile che, nella maggior parte dei casi si esprime in un fenotipo femminile, cioè dotato di caratteri sessuali secondari da femmina: ovaie, utero, vagina, vulva, mammelle e distribuzione pilifera specifica.
La genetica è scienza diversa dall’antropologia, eppure entrambe si sono chieste se il secondo cromosoma sessuale maschile, cioè la Y, potesse essere il segno del comando, se in quella letterina, in quel simbolo si concentrassero tutta l’aggressività, la virilità, il potere, il dominio, la volontà di controllo, in una parola il patriarcato.
Biologismo versus culturalismo! Arriviamo sempre lì.
Bisogna anche dire che le genetiste femministe hanno sostenuto, nel secolo scorso, che quella Y fosse in realtà una X mancante, frutto di una delezione cromosomica che aveva amputato una gambetta dell’identità sessuale, mettendo al mondo una femmina dotata di protesi, eppure monca.
Ma a ben vedere, chi una Y la possiede, possiede pure una gambetta in più rispetto a noi XX. O, se proprio dobbiamo dirla tutta, alcuni una gambetta, altri una gambina,  altri ancora una gamba, o al più una signora gamba e, quelli che credono che la sessualità sia tutta lì, un gambone della madonna.
Dunque, la genetica non può dire con esattezza come stiano le cose. Se sia nata prima la X e poi la Y, come il simbolo scritto farebbe pensare, o se siano venute al mondo in contemporanea, perché l’una senza l’altra non si reggevano, non si bastavano proprio. E allora i protozoi si sono fatti pluricellulari, le cellule mesenchimali si sono differenziate e il corredo genetico si è stabilizzato in ben due generi: XX e XY.
Questo fino a quando i geni delle nuove teorie non hanno cominciato a ipotizzare che il genere non esista, che siamo tutti maschi e femmine in potenza. Come se l’utero fosse un fenomeno culturale! Che forse hanno paura del corpo che abitano, o peggio ancora preferiscono vivere nell’indeterminatezza, nel neutro.
Chissà che ne direbbe il professor Freud, che forse di bestialità ne ha già dette abbastanza, nelle sue geniali pensate?  Perché, proprio per dirla ancora tutta, l’invidia del pene è proprio una grande cazzata, per stare in tema. Che io, quel coso lì in mezzo alle gambe non glielo invidio proprio. Chissà che scomodità quell’appendice pendula, quella spugna rivestita da muscoli a volte ipotonica, a volte ipertonica e comunque sempre da tenere d’occhio perché altrimenti piscia sull’asse del bagno.
Lo dico sempre ai miei colleghi maschi: tenete a bada il cobra quando fate pipì, o se proprio non riuscite a centrare il water, almeno pulite.
Che loro si credono di avere chissà che cosa in quei cunicoli vascolari, tutta la genialità della scienza, il coraggio del soldato, l’astuzia del politico, la precisione e la decisione del chirurgo e potrei continuare per ore.
Sarà per questo che i poeti vengono considerati un po’ checche. Come se sentimenti, emozioni, tonalità dell’animo fossero solo femminili.
Mi viene il dubbio che ne abbiano paura, che siano costretti ad averne paura, vittime di un maschile imposto che mette la sordina a tutto ciò che non è testosterone purissimo.
Prova ne è il fatto che, chi di noi XX abbia mai provato a raschiare un po’ la crosta, è anche riuscita a trovare tesori di sensibilità sotto. Ma sotto sotto, perché loro li celano molto più profondi di noi, sempre per via di quella paura di non si sa cosa, che chiamano coraggio.
E se la vedano poi loro, che noi i nostri guai ce li siamo arati e vangati da sole, quelli che attenevano a ovaie e utero nostri, e anche quelli che avevano a che fare con  l’organo loro. Perché, che si ricordino bene, di caverne sostenute da muscoli si tratta, non di osso, anche se a tratti, nei momenti di gloria, qualche dubbio potrebbe sorgere.
Ma non si montino la testa perché l’aspetto dell’osso dura per quel tanto, e poi rieccolo quell’organulo floscio, quella pelle sovrabbondante, rugosa come la faccia d’un vecchio.
Certo, a ben vedere quelle X e quelle Y si incastrano proprio bene e l’anatomia dà accesso a fantastiche combinazioni. E’ che essere diversi non è poi male. Si può discutere, litigare, alzare la voce, avere ragione e torto, provare a guardare con lo sguardo dell’altro senza riuscirci, fare la pace, capirsi senza parlare, pensare alla stessa cosa nello stesso momento, grattarsi le croste, tenersi su a vicenda quando si inciampa, condividere il tempo e a volte anche lo spazio senza esagerare, sciogliere paure, sperimentare il coraggio, insegnare a guardarsi dentro imparando a tollerare il fuori.
Si può perdere la testa, impazzire d’amore, vivere nel desiderio dell’incontro di quell’Y del cazzo, appunto, che ti offusca il self control e ti scombina i piani. Si può averne nostalgia. Si può continuare ad amarsi per anni e anni, per decenni e ventenni, perché come dice bene la Gualtieri

Tu sei del mondo la più cara forma
Tu sei il mio essere a casa
Sei casa, letto dove
questo mio corpo inquieto riposa.
E senza di te io sono lontana
non so dire da cosa ma
lontana, scomoda un poco
perduta, come malata,

…allora tu sei la mia lezione più grande
l’insegnamento supremo.
Esiste solo l’uno, solo l’uno esiste
l’uno solamente, senza il due.

E che i neutri vadano al diavolo.