Il castello di polenta

16/10/2018 | Scritto da Mauro Abati | (0 Commenti)

Era ferito, gettato nella neve; un fuciliere nascosto dietro le rupi colpì la sua discesa. La bianca uniforme degli alpini sciatori, sporca del sangue, puzzava di sudore e di febbre. Riverso e privo di sensi, col tempo l’alito bollente e l’ipertermia avevano scavato la buca nella neve fresca, sciogliendo l’arrossato candore, e pian piano il corpo vi s’era infilato per semplice gravità; alla fine sporgevano solo le gambe, come due monconi sui quali sferzava il vento.
Dopo la battaglia, in ricognizione per ritirare i cadaveri, la pattuglia sulle prime lo diede per morto. Ma risvegliato dal vociare e dal trafficare dei barellieri, sentendoli dire (non senza l’ironia dei sopravvissuti) “Guarda questo come s’è messo”, in qualche modo riuscì a lanciare segnali, un urlo, un rantolo, muovendosi un poco nel gran dolore, e finalmente lo conobbero per vivo, quel giovane alpino dell’Adamello infossato nella neve. Era il 1917. Il soldato riuscì a guarire e ad aver figli e nipoti. Io sono uno di questi ed il fatto me lo raccontò lui stesso, ormai vecchio e incavalierato dell’ordine di Vittorio Veneto.
Era dunque il 1917 e nella Russia preda della crisi economica e dell’avanzata del nemico (lo stesso nemico degli alpini dell’Adamello) avevano già sloggiato lo zar e si rincorreva una rivolta dietro l’altra; mio nonno aveva 22 anni. Dopo il ferimento fu congedato. A guerra finita, non avendo lavoro, emigrò in Svizzera e lì lavorò sotto un mezzo parente; presto, però, ebbe da ridire per via che quello, che, dopo un matrimonio con una facoltosa del posto, aveva messo in piedi una fabbrica, obbligava i dipendenti a rifornirsi di cibo nello spaccio da lui stesso condotto e a vivere in alloggi di sua proprietà, detraendone i non modici costi dalla paga mensile. Così mio nonno non stette molto in quelle contrade; si trasferì in Francia ma poi tornò in valle a lavorare da capomastro nei cantieri.
Da qualche anno qui tirava aria di socialismo e anche il sindaco di Gardone era stato ridotto al confino essendosi opposto, nel ’15, all’entrata in guerra. “Imola lombarda” era chiamato Gardone sui giornali del tempo, in riferimento alla cittadina emiliana, patria di un forte movimento socialista e pure del primo eletto di quel partito nel Parlamento del Regno, Andrea Costa, per un po’ d’anni compagno di Anna Kuliscioff.
Insomma, mio nonno, dopo i patimenti di una guerra combattuta a tremila metri di quota, in grotte di ghiaccio e con la minaccia della fucilazione per i disertori, s’avvicinò al socialismo e si prese la tessera del partito. D’indole insofferente e schiettamente anticlericale, nel ‘19 si schierò con i massimalisti contro i riformisti di Filippo Turati (l’altro uomo della Kuliscioff). Insieme ad altri costituì una cellula rivoluzionaria a Bovegno (un paese di duemila abitanti, la metà minatori), cellula che aderì alla mozione comunista già dal congresso di Livorno del ’21. Fausto, mio nonno, e i suoi tre fratelli erano una buona parte del piccolo gruppo sovversivo, in tutto undici uomini e una certa frangia giovanile di nuova leva. Dopo il biennio rosso, gli scioperi agrari e l’occupazione delle fabbriche tra ‘19 e ‘20 all’insegna del “Faremo come in Russia”, però, facendo sponda sulla crisi economica, la reazione capitalista ormai riconquistava terreno. Le elezioni di quell’anno diedero un brutto colpo agli inconcludenti socialisti. Per parte loro, i comunisti di Bovegno dovettero decidere quale posizione sostenere: la linea gramsciana del centralismo democratico, che voleva la partecipazione alle elezioni, o la linea bordighiana del centralismo organicista, invocante invece l’astensione rivoluzionaria, ma che si era meritata un’invettiva direttamente da Lenin col pamphlet “L’estremismo malattia infantile del comunismo”? La questione era se in Italia esistesse o meno, nei fatti, un terreno pronto alla rivoluzione proletaria. A Bovegno i comunisti scelsero Gramsci, parteciparono alle elezioni e presero 52 voti sui 100 di tutta la valle: nel loro piccolo si difesero bene, ma nell’insieme furono uno sputo nel Mella.
Quando il fascismo s’impose, i quattro fratelli non mancarono d’essere al centro d’una certa persecuzione a base di botte, perquisizioni domiciliari, olio di ricino e qualche giorno di galera qua e là, tanto che Giovanni decise di andarsene a Marsiglia e di lui non si seppe più niente per molti anni; poi giunsero notizie d’un suo matrimonio con una ballerina spagnola, ma infine la sua vicenda si perse nell’abisso.
Maffeo, durante la prima guerra era stato fatto prigioniero dagli austriaci e quando tornò era malato e ostile verso un po’ tutto, ancora più schivo e riottoso di quanto non lo fosse di carattere. Restò celibe e non ne so niente di più.
Natale, a lungo ricordato anche nei paesi vicini come gran bevitore e amante di baldorie, era il più giovane di tutti e il più assiduo nella militanza. Durante la Resistenza fu parte del Cln della valle, poi trascurò la politica attiva e si trasferì al Carmine di Brescia con tutta la famiglia. Mio padre mantenne a lungo contatti con loro e io stesso ricordo l’affollata, vociante e fumosa osteria in via Capriolo gestita da un cugino.
Il 25 aprile del ’45, Fausto, mio nonno, uscito a vedere come si mettevano le cose tornò a casa con un moschetto recuperato chissà dove, come fosse stato un partigiano della prima ora. In realtà non sembra avesse rivestito un ruolo particolare nella Resistenza e giudicherei ammissibile solo qualche coinvolgimento nella propaganda clandestina, probabilmente nel retrobottega di qualche osteria. Passò qualche anno prima che venisse rinvenuta una pistola nel cassetto del tavolino che oggi io uso come scrivania e può darsi che quell’arma costituisse il suo modesto contributo ai preparativi rivoluzionari conseguenti all’attentato a Togliatti.
Di fisico gagliardo, come certo si è già intuito, anche lui non disdegnava le bettole e quand’esse chiudevano, non di rado la sua compagnia si spostava a casa obbligando mia nonna a lasciare il letto e servire da mangiare a tutti, sobri o ubriachi.
La pistola fu perduta o gettata, il cappello d’alpino collocato in una vetrinetta del gruppo sezionale dell’Ana. Il ritratto del nonno, compiuto secondo uno stile vagamente concettuale anni Settanta, con l’immancabile pipa e la nuvola di fumo, opera giovanile di un mio cugino acclamato pittore, riposa in qualche angolo di chissà quale cantina.
Io lo ricordo passeggiare in paese o nella camera d’ospizio salutarmi con enfasi come stesse iniziando un discorso pubblico, orgoglioso che, nella mia piena adolescenza, mi lanciassi in qualche tentativo poetico, degno nipote d’un uomo che si vantava dell’eleganza della propria calligrafia.
Lui stesso aveva in ammirazione i poeti, in particolare lo scapigliato Lorenzo Stecchetti, nei componimenti del quale rinveniva una sorta d’imprimatur alla propria verve anticlericale. A quel tempo l’ospizio era ancora condotto da suore e lui non si esimeva dal declamare i testi più pungenti alla madre superiora, accompagnandosi con i tozzi gesti di un braccio semi anchilosato in seguito ad una caduta sulle scale in stato di ebrezza.
In particolare ricordo lo stile laconico, ma in fondo autoreferenziale, con cui recitava a memoria alla suora “Il castello di polenta”, ombrosa gouache nella quale si compara il feudatario che sfrutta la plebe e il prete che s’approfitta delle contadine.
Mio nonno era mio nonno, ma negli anni più recenti ho visto mio padre assomigliargli sempre più man mano invecchiava: gli zigomi e la fronte tondeggianti, il mento piccolo, gli occhi ormai acquosi ma chissà come attenti, piccoli nel cranio sempre più simile a un teschio. Ma ormai mio padre ha già superato di qualche anno la già rispettabile età alla quale il nonno morì.
A parte l’episodio del ferimento al tempo della guerra, con me Fausto si astenne dal raccontare delle sue vicende giovanili, delle rincorse rivoluzionarie in un men che periferico tassello della grande geografia del mondo, delle polemiche, dei rimedi per campare un po’ meglio, delle miserie ordinarie, dei giochi di specchi e degli specchi per le allodole, e d’altra parte ero forse troppo giovane per capirle o per ricordarle. Le notizie le ho raccolte invece da mio padre e da qualche libro di storia locale, nel quale i nomi dei parenti punteggiano qua e là una schiuma umana che sa di terra e fogliame in decomposizione.
La raccolta “Postuma” di Stecchetti, significativamente sottotitolata “Il canto dell’odio e altri versi proibiti” mi capitò tra le mani ad una bancarella di libri usati; la comprai e così potetti meglio conoscere, a distanza di anni, ciò che mio nonno leggeva. Forse lui non venne mai a sapere che anche dietro il nome di quel poeta tanto amato si nascondeva un altro gioco di specchi, giacché Stecchetti non era che uno dei tanti personaggi di fantasia di cui si nutriva l’opera bizzarra di Olindo Guerrini, il quale invece passava per solo curatore del florilegio. È invece molto probabile che il gancio, se così si può dire, che decisamente lo prese al cuore, fosse stato l’ultimo capoverso, di sapore socialisteggiante, del “Saluto” dal Guerrini aggiunto all’edizione del libello del 1903: “Giovani, a voi! Non sdegnate di raccogliere questa bandiera ch’io credetti di verità nello scrivere, di libertà e di giustizia nel vivere. Raccoglietela da queste povere mani, stanche ma fedeli, deboli ma non vili, e portatela voi, migliore e più bella, in alto in alto, nella radiosa gloria dell’avvenire! Addio!”
Ironia degli addii, il funerale di mio nonno non fu celebrato con rito civile, come lui avrebbe voluto, per via di un’intesa, più di sguardi che di parole, tra la suora dell’ospizio e due mie zie, sue figlie, sfacciatamente perbeniste.

novembre 2017

Il miserabile

19/09/2018 | Scritto da Carlo Simoni | (0 Commenti)

Carlo Simoni, Il miserabile, Castelvecchi 2018

“Il miserabile, “l’infelice”: così Walter Benjamin era chiamato a Ibiza nelle due estati trascorse sull’isola nei primi anni Trenta, alla vigilia del suo definitivo esilio a Parigi. Un Benjamin trasandato nell’aspetto fisico, ben lontano dall’immagine trasmessaci dalle fotografie di Gisèle Freund. Eppure, proprio in quei stessi giorni il pensatore tedesco è impegnato in letture approfondite e nell’elaborazione di scritti decisivi, mentre la sua vicenda umana, segnata da momenti di crisi profonda, si intreccia ad amicizie e ad amori incontrati nel corso del suo soggiorno. I fatti narrati in questo romanzo trovano riscontro in ricostruzioni biografiche e cronache (in particolare quella di Vicente Valero, Experiencia y pobreza) e traggono spunto dalle lettere, dai saggi e dai racconti composti da Benjamin durante i mesi trascorsi a Ibiza. I caratteri, i comportamenti e le relazioni reciproche dei personaggi, invece, sono frutto dell’immaginazione dell’autore.

Walter Benjamin ritratto da Jean Selz a Ibiza nell’estate del 1933 e in due fotografie di Gisèle Freund di pochi anni dopo

Quelle che seguono sono alcune pagine tratte dal romanzo:

1.

“La stanza non ha tende alle due finestre che guardano sul porto.
Era la prima cosa che facevo una volta, in una casa nuova: cercare il tessuto, scegliere i colori, tagliare e cucire le tende, appenderle dietro i vetri. Come a stabilire un confine, fra il dentro e il fuori, fra noi e gli altri. Anche se sono sempre stata di quelli che non sanno rinunciare a guardare nelle finestre delle case, quando ci passano davanti. Dal treno soprattutto, quando è buio e rallenta o addirittura si ferma poco fuori dalle stazioni: ci si viene a trovare vicinissimi alle case, spesso, ma più in alto della strada. All’altezza del primo, o del secondo piano. All’improvviso, spettatori di fronte a piccoli palcoscenici illuminati dove donne sole aspettano, o stanno sedute col marito e i figli a tavola. Oppure spazi vuoti di persone che però si sa che sono lì, in un’altra stanza, come fossero dietro le quinte, e di lì a poco dovessero comparire sulla scena. Non si riesce a distogliere gli occhi da quelle finestre, presi come da una nostalgia improvvisa, da un rimpianto per qualcosa che ci sembra di non aver avuto, che abbiamo presentito, molto tempo fa, ma non abbiamo poi potuto vivere. Senza voler immaginare che qualcosa di straordinario possa avvenire dietro quei vetri, non vogliamo perdere un attimo del tempo che ci è concesso dalla sosta imprevista. Come se quel che vediamo stesse per rivelarci un segreto che è sempre stato a portata di mano. Una verità che ci riguarda. Vicina e pure indistinguibile.
(…) È la casualità, insieme alla relativa brevità, di quelle fermate, a farcele sentire come occasioni da non perdere, per godere a pieno quello che ci possono dare. (…) Se la sosta dura più di qualche minuto, come senza dircelo avevamo temuto, sentiamo balenare in noi, che fino a quel momento avevamo sperato si protraesse, il desiderio che il treno si rimetta in movimento: sentiamo che la compiutezza del racconto appena intravisto rischierebbe di slabbrarsi nella trama banale di un romanzo sconclusionato, alla fin fine insensato. Come la vita.”

2.

“Era uno sguardo diverso, il suo. Gli occhi ridotti a due fessure dietro le lenti spesse degli occhiali senza montatura. Azzurri e distanti, e pure luminosi, attentissimi.
Li avevo sentiti su di me la prima volta che ci eravamo seduti a uno dei tavolini che ho ritrovato tali e quali, sotto le mie finestre. Era l’unico caffè allora, sul porto.
Non li aveva distolti quando avevo ricambiato il suo sguardo, ma mi ero resa conto che non guardava esattamente me, o non solo me. Quel che avevo intorno piuttosto. Mi guardava, ma allo stesso tempo – intendo dire – sembrava vedesse qualcosa che non coincideva con il mio viso, il mio corpo, e neanche gli stava dietro. Non era uno di quegli sguardi che ti oltrepassano, che ti attraversano come fossi trasparente, il suo. Non era oltre me quello che aveva fermato i suoi occhi: era attorno a me…
Mi guardava come se, più che vedermi, mi ricordasse, anche se mai ci eravamo visti prima. Era come mi ricordasse, sì, è forse questo il modo migliore per dirlo.
Jean aveva seguito il mio sguardo e, inaspettatamente, aveva raggiunto quell’uomo che, alzandosi dalla sedia aveva fatto a mio marito un piccolo, curioso inchino. Mi era parso un modo, più che affettato, un po’ stravagante di salutare.
Quando vennero da me e Jean me lo presentò, quella luce si era già spenta.
I suoi occhi erano distanti mentre, un po’ goffamente, accennava un baciamano.
(…) Nella lentezza di quell’uomo, nella sua trasandatezza, nella gentilezza un po’ antiquata che si distingueva a mala pena dall’indecisione che rallentava ogni suo movimento, ebbi subito la sensazione che si nascondesse uno spirito del tutto diverso: quel brillio degli occhi, quello sguardo penetrante che mi era capitato di vedergli la prima volta che l’avevo incontrato mi facevano supporre in lui un pensiero sempre al lavoro, una risolutezza di idee che smentiva la sua timidezza con gli altri, una passione di capire che non restava confinata ai libri, ma lo accompagnava in ogni momento. E non poteva non intralciarlo nella vita d’ogni giorno, quando era fra la gente.”

3.

Ero incuriosita di sapere dove andasse con i due o tre libri che si portava sottobraccio, l’altra mano occupata da una coperta che si era svolta e strisciava con un lembo per terra. Lo vidi scomparire fra gli alberi, ma non mi fermai. Camminavo con circospezione, per il timore di calpestare qualche rametto e farmi sentire. Credevo d’averne perso le tracce quando mi affacciai su una minuscola radura: era lì, e leggeva, seduto sulla sua coperta, la schiena poggiata al tronco di un pino, due libri accanto, fra l’erba, e su quelli un quadernetto aperto. Lo vedevo di tre quarti, lui non aveva avvertito la mia presenza. Leggeva, assorto, colla mano a far visiera sopra l’occhio destro, e fumava la pipa, spegnendo accuratamente il fiammifero e mettendoselo poi nella tasca della giacca, ad evitare che la minima brace potesse propagare il fuoco nel bosco. Già, era in giacca camicia e cravatta anche lì, per quanto malandate.
Di tanto in tanto interrompeva la lettura e volgeva gli occhi verso l’alto, tra le chiome degli alberi. Restava così a lungo, come immaginasse – pensai io – di poter essere lassù, fra le fronde che ondeggiavano alla brezza, a guardare il mare. Si spostò a un certo punto e, stesa la coperta sull’erba, ci si sdraiò, restando immobile, con gli occhi aperti però – riuscivo a distinguerlo – sulle foglie dell’albero sotto il quale si era steso. Poi si alzò. Ripiegò la coperta e si rimise seduto prendendo a scrivere sul suo quaderno, interrompendosi tuttavia di tanto in tanto a guardare ancora in alto, come a verificare la giustezza di quel che andava scrivendo confrontandolo con quel che aveva visto e vedeva lassù, e che tuttora lo rapiva, si sarebbe detto, tanto che sembrava distogliersene a malincuore, per ricominciare a scrivere. Quel guardare in alto, fra gli alberi, quell’essersi immaginato lassù fra le fronde, a tu per tu con gli uccelli che vi sostavano, sembrava dargli nuova ispirazione. Tornò poi al libro e dopo qualche minuto di lettura scrisse qualcosa nei margini della pagina. Ripose quindi la stilografica nel taschino della giacca e si mise a scartabellare fra le pagine di un altro dei volumi che s’era portato.
Mi fu chiaro in quel momento da dove gli venisse la calma che avevo sentito in lui, nelle sue parole. Era in un luogo come quello, in quel modo di stare che trovava la quiete, una quiete laboriosa, meditativa, feconda, e lui se l’era costruita, a Ibiza come dovunque il suo ininterrotto peregrinare l’aveva e l’avrebbe portato: camere d’albergo, stanze in affitto, case d’amici, tavolini di caffè, scompartimenti di treni.”


Ordini

logo_rinascita_450pxSe vuoi leggere il libro nella sua interezza lo puoi acquistare alla nuova libreria Rinascita di Brescia (14 euro).
Via della Posta, 7 – 25121, Brescia
Tel. 0303755394
info@nuovalibreriarinascita.it

Vedi la scheda del libro sul sito dell’editore, cliccando qui.


Recensioni

Dal Giornale di Brescia del 29 settembre 2018.
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Da Bresciaoggi del 9 novembre 2018.
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Dal Corriere dell’8 novembre 2018.
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Pharmacon

23/07/2018 | Scritto da Giovanni Locatelli | (0 Commenti)

Ho assunto del veleno, consapevolmente, a scopi terapeutici. Spero che possa servire, ma non ne sono sicuro. I farmaci che ho preso sino ad oggi non hanno sortito alcun effetto. Questo però è di gran lunga più potente. E più pericoloso, a quanto pare.
Fuori piove, ho messo su un disco comprato oggi, per distrarmi. Non è proprio musica, sono suoni senza alcuna armonia, un pianoforte usato come una percussione, non so se è la colonna sonora più adatta. Abbiamo parlato di John Cage questo pomeriggio alla Monteverdi, ero curioso. Al liceo stiamo studiando Carducci, non c’è paragone. È come tuffarsi nel medioevo tutte le mattine e dover stare in apnea per cinque ore in attesa di respirare un po’ di novità alla scuola di musica. Uscito dalla farmacia sono andato subito a comprarmi l’album di Cage: il farmacista mi aveva dato da firmare una liberatoria di responsabilità, pensavo di consolarmi con la musica, ma la cassiera del negozio di musica mi ha sbattuto in faccia un modulo identico. La città non intende inghiottirmi, né io voglio apparire più appetitoso. Negozi così diversi resistono al mio ingresso e ogni volta sembrano sputarmi fuori con sollievo, liberati dal peso del pacchetto che mi porto via e che non risulta mai essere il prodotto di punta.

Il principale effetto collaterale del farmaco è che, in caso di gravidanza, provoca gravi malformazioni al feto: microcefalia, idrocefalia, dismorfismo facciale, palatoschisi, assenza dell’orecchio, ne sto solo leggendo alcuni. Per fortuna non sono incinto come mia madre. Però fra le controindicazioni meno frequenti annovera comunque depressione, istinto omicida e suicidio. Serve a curare le mia acne, a evitare che si aggravi e diventi cicatriziale, ma non c’è paragone tra i rischi e i possibili benefici. Anche risolti i brufoli, resta comunque una testa sproporzionata, occhi stretti, labbra enormi, un mento appuntito. Decisamente non bello, insomma.
Purtroppo la musica non riesce a distrarmi. Odio prendere medicine, sono terrorizzato dalle controindicazioni che non posso fare a meno di leggere e che mi fanno immediatamente un effetto placebo al contrario: adesso il mio sangue infetto mi ossessiona, mi sento come se contenessi un mostro pronto ad uscire. Mi è interdetta la donazione del sangue, potrebbe essere dato ad una donna in gravidanza. Qualche riga del foglietto illustrativo tratta del mio seme, sembra scagionarlo da ogni accusa, ma non mi pare il momento migliore per farne dono, sempre ammesso che capiti l’occasione. A quanto pare, non è il caso nemmeno di depilarsi le gambe con la ceretta, c’è il rischio che si lacerino i tessuti. Si seccheranno labbra, fauci, gola, occhi, sarà come essere nel deserto. Il mio ematocrito è alto di natura, mi ritroverò del budino al posto del sangue. Cefalee, diarrea, giramenti di testa non li prendo nemmeno in considerazione, quelli sono riportati anche sul bugiardino dell’aspirina.

Devo smettere, sto sudando. Meglio studiare il booklet del CD, magari scopro qualcosa di interessante sul compositore. La prima cosa che guardo è a che età l’autore ha scritto la sua prima opera importante. Lo faccio sempre, per capire quanto tempo mi rimane davanti… Qui non ne parla. Invece leggo di John Cage che avesse uno straordinario senso dell’umorismo. C’è una sua foto molto bella all’interno del CD, vecchio con i capelli lunghi, spettinati, gli occhi stretti e la bocca aperta in una risata sincera. Tutti vorrebbero un nonno così. Però che palle sentirlo suonare.
Comincia a farmi prurito la schiena. Fra le scapole, in un punto difficile da raggiungere, poi alla base della spina dorsale, proprio sopra al sedere, adesso una coscia, poi l’altra. In pochi minuti è come se mi fossi rotolato nelle ortiche, brucia tutto il corpo. L’ultimo paragrafo accennava alla cosa, ma in maniera marginale, chiedendo di informare il medico, in caso di controindicazioni non descritte. Lo farò domani, se sopravvivo. Ho sete e caldo. Forse un bagno potrebbe farmi bene, sto sudando, mi scoppia la testa e ho voglia di vomitare. Vorrei dormire, ma non posso, non riesco perché ho paura di non svegliarmi. Il tempo ha smesso di scorrere e i minuti non passano, si accumulano in un angolo della stanza, guardandomi minacciosi come se fosse colpa mia. Riprendo in mano il foglietto illustrativo per vedere se mi sono perso qualcosa di importante. Le pastiglie che non assumo dovrò restituirle al farmacista, c’è scritto, per evitare che qualche donna le prenda accidentalmente. Ma chi è che assume pastiglie a caso? A quanto pare, il pericolo che corre una ragazza fertile in presenza di questo medicinale deve essere gravissimo. Suo figlio potrebbe essere il demonio stesso. Me lo immagino enorme e caprino, alla guida di un auto in corsa, sotto la quale si gettano spontaneamente uccelli ed altri animali, a frotte, a stormi, attratti da un insano desiderio di annullamento. Andrei anch’io a gettarmici sotto, per espiare la colpa di essere la causa di un tale abominio.

Forse sarebbe meglio tornare in cucina, fare quattro chiacchiere con mia madre. Quella cretina. Potrei offrirle una pastiglia, come fosse una caramella, per vedere gli effetti sul nascituro. Magari viene fuori con due teste, magari un centauro, o un minotauro… potrebbe essere l’inizio di una nuova specie, un superuomo dotato di poteri sovrannaturali. Qualunque cosa purché non assomigli a suo padre, meglio bicipite che con quella faccia da culo! Si è fatta ingravidare dal suo nuovo compagno, Cosimo si chiama, che nome del cazzo, quella scema! Si comportava come una ragazzina, negli ultimi tempi, mi permetteva di uscire tutte le sere, per non avermi tra le palle, e adesso scoppia a piangere di continuo al pensiero di dover affrontare una nuova gravidanza a quarantacinque anni. Forse non è una buona idea quella di andare in cucina, non sono dell’umore adatto.

Io ho annusato l’odore della morte dalla bocca di mio padre, per questo adesso so riconoscerlo. La morte gli stava marcendo i polmoni e il suo fiato puzzava come puzzano le carcasse. Poi gliene hanno asportato uno, purtroppo senza riuscire a sconfiggere il male. Adesso mi sembra di risentire quell’odore, presto avrò anch’io la bocca squassata dalle piaghe per via di questa medicina di merda. Mi scanseranno tutti, persino i parenti. All’ultima riunione di famiglia, ho guardato l’effetto che faceva l’espressione “ho una malattia incurabile…” sul volto delle persone alle quali l’ho detta. Così, con la serenità e lo humour del malato terminale che scopre in sé una forza sconosciuta, ho avuto davvero il coraggio e il cattivo gusto di pronunciarla, infliggendo a quei disgraziati un’inutile, insanabile ferita. Mi sono affrettato a precisare “incurabile nel senso che non se ne conosce la cura, non perché mortale”, ma l’ombra negli occhi dei parenti, la nuvola che aveva oscurato la loro vista, non si è completamente diradata. Tutti mi hanno augurato pronta guarigione, al momento dei saluti, auguri immediatamente ricambiati, per puro gusto della stravaganza.
Adesso che ci penso mi sento meschino, dovrei smettere di prepararmi i discorsi in anticipo, levigandoli per migliorarne l’effetto, recitandoli poi per far bella impressione. Lasciano un sapore amaro in chi li ascolta, come se avessero assaggiato un cibo tutt’altro che genuino, un piatto cucinato con ingredienti sintetici. Non sembrano i discorsi di un sedicenne, qualcuno mi ha detto, una volta. continua a leggere

Fratelli

13/07/2018 | Scritto da Carlo Simoni | (0 Commenti)

Fratelli è il primo libro che ho scritto, nel 2007: solo uno dei racconti che lo compongono (L’esperienza) è stato pubblicato. Secondorizzonte – inaugurando la produzione di libri non solo nel formato cartaceo ma anche in quello elettronico – lo propone ora nella sua interezza nella forma del pdf e dell’epub, entrambi scaricabili gratuitamente.
Scrivere Fratelli ha significato per me vivere per la prima volta l’esperienza, sorprendente, di delineare personaggi e vederli acquisire poco a poco consistenza e autonomia: uomini e donne che si definiscono nella loro individualità e a un certo punto agiscono coerentemente con questa, quasi in forza di una necessità, come se chi ne scrive si facesse a tratti spettatore delle loro scelte.
Alla sorpresa è seguita l’affezione, e il desiderio che la loro storia non finisse con il racconto che li aveva visti protagonisti ma proseguisse, rimanesse in qualche modo aperta. Non solo: si è aggiunto anche il desiderio che non si disperdessero, e che, come questo libro li aveva riuniti, la narrazione potesse creare per loro anche un luogo nel quale fosse loro possibile conoscersi, consolarsi reciprocamente di quanto loro accaduto.
È così che, quando il lavoro di scrittura poteva sembrare concluso, sono nati il cortile e la casa che compaiono nelle prime pagine e nelle ultime. Non sappiamo come è nata la piccola comunità che ci vive, né se resterà unita. Quel che conta è che un’altra storia, Cortile, divisa com’è in due parti che racchiudono i cinque racconti, ci assicuri che la vicenda dei nostri personaggi è continuata e continuerà, mantenendo il segno che l’ha fin dall’inizio connotata: il segno che imprime nelle vite il rapporto coi fratelli. È questo il tema che unisce questi racconti: il rapporto tra fratelli, quella sorta di palestra della socialità a venire che si offre sin dalla prima infanzia alla maggior parte delle persone e lascia tracce spesso indelebili nel loro modo di instaurare in seguito le relazioni con gli altri, di individuarvi una fonte essenziale o invece un ostacolo perturbante sul cammino che costruire se stessi e la propria vita impone.


Il testo può essere scaricato gratuitamente, ma non modificato né riprodotto per usi diversi dalla diffusione entro una cerchia di lettori. Nel caso lo si voglia utilizzare per altri scopi si prega di contattare l’indirizzo info@secondorizzonte.it

Per scaricare il testo di Fratelli nel formato desiderato, clicca sull’icona:

 

 

 


Quelli che seguono sono brani tratti da alcuni dei racconti

Da Viaggio al Marocco

(…) lì, sulla terrazza, c’era la pecora. Anzi, un montone, adulto. Aveva le zampe legate, era disteso su un fianco.
Il vecchio l’ha sollevato tirandolo su con una corda che finiva con un uncino. L’ha messo a testa in giù.
Noi eravamo col cuore in gola a vedere quel montone che gridava i suoi belati e guardava per terra. Sulla terrazza, in pieno sole.
Zac. Un colpo solo. Aveva tirato fuori un coltello lungo, da una tasca dei pantaloni, larghi, stretti alle caviglie, e gli aveva dato un colpo di taglio alla gola, senza metterci forza, sembrava.
Un lungo sospiro. Invece dei belati un lungo sospiro. E gli occhi adesso guardavano il fiume di sangue che sgorgava e inondava il terrazzo, perché la canalina che girava intorno alla terrazza non bastava a raccoglierlo. Un rivolo è sceso addirittura per le scale.
Poi il vecchio, con lo stesso coltello ha cominciato a togliere la pelle all’animale.
(…) Insomma, non so come dirti: non mi sembrava una morte violenta, ci credi? (…) Il montone non si era disperato. Non aveva fatto a tempo, dici tu. Certo. Però non era solo questo. Era morto con dignità, senza avvilirsi. Ecco. Senza doversi avvilire. E disperare. Io la carne la mangerò sempre, mi sa… anche tu? Appunto, non è questione di essere vegetariani. Però vederlo l’animale, vedere come succede che diventa… carne. Hai capito?
Be’ insomma, il papà dei ragazzi e il montone a me non sembravano la vittima e il boia. Mi sembravano due vecchi, che sanno tutt’e due come va a finire.

Da Gli artisti 

Il rumore delle barre incandescenti che escono dal forno, e come animali ancora vivi si lasciano guidare fino al treno di laminazione, e dopo non sono più la stessa cosa. Fredde, pesanti, rigide.
Adesso, da casa, qui in cima al paese, le sento, nel buio. La fabbrica è là in fondo. Non smette mai.
Io le ho viste. So che erano già morte anche quando si muovevano. Ero io a farle muovere. Schiacciavo il bottone che faceva girare i rulli, e loro obbedivano, lente, come animali che si trascinano perché li pungoli. Ma sono già andati.
Poi però sono venuto via dal laminatoio. Ero ancora vivo, io.
I suoni sono sempre quelli. Anche di giorno. Magari passano ore che ti sembra di non sentirli. Poi ti capita di sentirli di nuovo, improvvisamente, ma te ne dimentichi subito, di giorno. Invece la notte ti stanno addosso.
Succedeva così anche allora.
Tutto, qui, è rimasto come prima.
Anche se io sono stato via. Anni. Per anni sono andato e tornato.
In Arabia, nei pozzi di petrolio. A dormire con gente che non si capiva cosa diceva. Ubriachi. Che sognavano e gridavano nel sonno, e il giorno dopo gridavano ancora, anche da svegli, e non si capiva cosa dicevano.
E poi in Australia. A lavorare nelle vigne, come queste che ci sono intorno al paese. E le donne, che venivano da me e poi andavano, senza chiedere niente.
E intanto lui, Diego, era qui. Era rimasto qui, lui. L’artista, lo chiamavano tutti. Anche quelli di fuori: quando uno arrivava in paese chiedeva dove sta l’artista? L’artista? gli rispondevano: su, in cima al paese. E così anch’io adesso, e gli altri della famiglia, ci chiamano gli artisti. Anche se solo io faccio ancora delle cose, come faceva Diego.
Non capita più che chiedano dove sta l’artista. Però siamo gli artisti: tutte le famiglie hanno un soprannome qui. Questo dev’essere l’ultimo che è saltato fuori. continua a leggere

Malik

11/07/2018 | Scritto da Andrea Maria Spadini | (0 Commenti)


Il racconto è disponibile anche in formato audio:

Andrea Maria Spadini: Malik

Il racconto è letto da Enzo Bonanno:

Sono nato a Torre Annunziata nel 1957 e vivo a Pavia fin dalla prima infanzia, dove svolgo la professione di commercialista. Da una decina d’anni mi dedico con passione all’attività teatrale con la compagnia amatoriale “Serpente Tentattore”. Ho seguito diversi corsi di recitazione presso la scuola del Teatro Litta e il corso di tecniche di letture ad alta voce della scuola del Teatro Paolo Grassi. Attualmente recito il ruolo di promesso sposo nello spettacolo “Il Mio Grosso Grasso Matrimonio a Torre Del Greco”, scritto e diretto da Raffaela Gallo.


 

Era una giornata limpida, come non ne capitano spesso sulla riviera adriatica durante il mese di luglio. Il cielo terso e l’aria frizzante del mattino sembravano quelli che di solito seguono un temporale.
La fresca brezza che filtrava attraverso le fessure delle persiane doveva aver portato con sé anche una sorta di irrequietezza, perché Luca e Giuseppe si erano svegliati presto, ben prima del solito. Entrambi sentivano l’irrefrenabile bisogno di uscire il prima possibile all’aria aperta, perciò si erano alzati e vestiti velocemente e, dopo aver bevuto frettolosamente un sorso di caffelatte, si erano affrettati verso l’uscio di casa, come se fossero in ritardo ad un appuntamento importante.
“Bè, com’è che non mangiate niente stamattina?” aveva domandato stupita Aurora, la mamma di Luca, conoscendo il loro abituale appetito.
“No, davvero mamma… stamattina non ho proprio fame.”
Ancora non persuasa, Aurora si era allora rivolta a Giuseppe. “Ma… non mangi niente nemmeno tu?”.
“No grazie, zia Auri. Magari più tardi ci prendiamo un bombolone al chiosco del nostro bagno.”
“Mi volete almeno dire dove state andando voi due così di corsa?” aveva allora chiesto sbarrando loro la strada verso la porta.
“Dai mamma, dove vuoi che andiamo? … Si, lo so, non dobbiamo allontanarci troppo dal nostro ombrellone!”
La spiaggia si trovava a poche centinaia di metri dalla villetta in cui soggiornavano.
I loro genitori, da tempo legati da un solido rapporto di amicizia, da qualche anno avevano preso l’abitudine di affittarla e condividerla per il periodo di villeggiatura. Potevano così permettersi una vacanza più lunga e, nel medesimo tempo, le madri si offrivano reciproca compagnia nel caso in cui i loro mariti fossero stati trattenuti in città da eventuali impegni di lavoro. Tutti contenti, dunque.
Luca e Giuseppe innanzitutto, considerata la grande amicizia che li legava.
A quell’ora il litorale era popolato quasi esclusivamente dai bagnini che stavano raccogliendo cartacce e risistemando lettini e ombrelloni, in attesa dell’arrivo dei villeggianti. L’immobilità del mare contribuiva a conferirgli l’aspetto di un enorme specchio dorato. Una nave mercantile, forse una petroliera, si stagliava nitida all’orizzonte, portando con sé vaghe promesse di avventure misteriose.
“Guarda Luca, si riescono a vedere persino le macchie di ruggine sulla fiancata, sembra di poterla toccare solo allungando il braccio… Chissà da dove arriva?”
Intanto, incoraggiati dalla sabbia piacevolmente fresca sotto i loro piedi, quasi senza rendersene conto avevano cominciato a camminare lungo la battigia.
“Che ne dici, andiamo fino al molo?”
“Sì, dai, bella idea… Allora torno a prendere secchiello e retino, magari riusciamo a trovare qualche granchio tra le rocce…” gli aveva risposto Giuseppe mentre già correva verso l’ombrellone.
Il molo del porto-canale non era molto distante, giusto un paio di chilometri, ma non si erano mai allontanati così tanto senza essere scortati da un adulto.
Sapevano di contravvenire alle raccomandazioni dei loro genitori, ma il fremito che sentivano scorrere sottopelle fin dal loro risveglio era incontenibile, impossibile resistergli.
“Luca, ma torneremo in tempo per non farci beccare? Lo sai quanto rompono le mamme quando fanno le prediche…”.
“Ma sì… Tanto non arrivano mai in spiaggia prima delle dieci. Comunque possiamo sempre inventarci qualcosa… Tipo che eravamo a giocare a bigliardino o a biglie con gli amici… Dai, intanto allunghiamo un po’ il passo…”.
Ai due bambini non ci era voluta più di mezz’ora per raggiungere il molo.
Ora che avevano raggiunto la meta potevano finalmente dedicarsi all’esplorazione degli anfratti tra i massi frangiflutti, a caccia di piccoli granchi e conchiglie.
La concentrazione della ricerca li aveva progressivamente separati, perciò Luca era solo quando, in un pertugio tra due rocce particolarmente angusto, aveva intravisto un oggetto che sembrava un grosso bastone piantato nella sabbia sottostante. La forma strana di quell’oggetto lo incuriosiva, e la posizione quasi verticale in cui si trovava gli aveva reso abbastanza agevole recuperarlo.
“Giuseppe! Vieni a vedere cosa c’è qui… Giuseppeee!”
Era lungo una quarantina di centimetri, forse qualcosa di più, dritto, con degli ingrossamenti alle due estremità. Sembrava quasi un randello, una clava. A Luca ricordava proprio le clave che ogni tanto i personaggi del cartone animato de Gli Antenati utilizzavano per suonarsele di santa ragione.
“Sì, ma quelle che usa Fred sono ossa di mammouth… Sono ossa…” pensava mentre quello che fino all’istante precedente gli era sembrato un bastone gli scivolava lentamente dalle mani.
Giuseppe lo aveva trovato così, immobile, con lo sguardo perso verso l’orizzonte e quello strano bastone disteso ai piedi.
“Luca! Ehi, dico a te! Mi vuoi rispondere? Prima mi chiami e poi, quando arrivo, non mi guardi nemmeno? Luca!” continua a leggere

Sono solo un osso, un osso di donna che in passato aveva un corpo, lunghi capelli neri e una risata contagiosa. Sono rimasto solo io.

Mi hanno lasciato qui tanto tempo fa, sulle sponde di un fiume.
Mi hanno gettato qui, quando ancora facevo parte di un inerme cadavere assassinato.
Ho impiegato anni per disfarmi dei segni del mio corpo martoriato, delle urla che mi risuonavano fino al midollo, delle scosse elettriche che trapassavano le mie viscere, della melma che inondava i miei polmoni, della violenza maschile che mi penetrava.

Nel corso di qualche decade, mi sono disincarnato dal mio involucro, separandomi dalle altre ossa che come me si laceravano e si mimetizzavano, allontanandosi senza un rito d’addio, né la falsa promessa di un rincontro.
Ora sono solo, senza corpo, senza capelli e senza risata. Solo mentre ritorno polvere e mi ricongiungo alla Natura.

Mentre il vento tagliente fischia impetuoso, il suono dell’acqua scandisce la mia attesa. Sono circondato da fili d’erba, nascosto nelle tenebre della terra: sto diventando humus, cibo per gli insetti, nutrimento per le piante.

Chissà se crescerà qualcosa sopra i miei resti? Un arbusto o magari un fiore, mi piacerebbe sfiorarne le radici, entrare nella sua linfa, diventarne il profumo. Essere il polline che viaggia verso una meta sconosciuta, fecondo, come non ha potuto essere il mio corpo di donna fresco di gioventù. Ricordo ancora quella passione travolgente e quel corpo così esile.

La mia memoria archivia ogni dettaglio come uno scrigno nascosto.
Alzarsi presto, prendere il bus, andare al lavoro, sentire la concentrazione delle mani operose, il calore dei ferri da stiro, la frenesia dei clienti.

Il vento gelido di Bahía attraversava l’inverno, su quella panchina di Plaza Mitre, per loro non erano le 3 del mattino, era un momento per stare insieme. Il tempo per conoscersi era sempre poco, il tempo per viaggiare abbracciati sull’autobus, per discutere di politica, bere un caffè in Avenida Colón, litigare per una sciocchezza. C’erano anche quei tardi pomeriggi in mezzo alla gente, nelle case dei lavoratori cileni, la torta fritta usata come pane, il focolare al centro della stanza, i mates, quelle infinite mateadas.
La fonte pubblica, il costo della luce, il quartiere dimenticato dal Signore.
Il circolo messo in piedi grazie al lavoro dei volontari, il nostro luogo per la partecipazione. “Perché la politica, compagni, è determinante!” – mi  son sentita dire. E il fumo che usciva dalle case costruite con le cortecce che la nostra segheria vicina scartava.
Le riunioni di notte, la distribuzione dei volantini agli operai del primo turno in fabbrica, le ore di sonno che non bastavano mai. Ma niente di tutto questo mi arrecava fatica o dolore. Io facevo parte di un essere immerso nella totalità del suo spazio vitale, desideroso di afferrare il chiarore di ogni piccolissima lucciola che scintillava nella più cupa delle notti.
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Vicks Vaporub

18/06/2018 | Scritto da Marco Palamenghi | (0 Commenti)

Era solo un mucchietto di stracci, ossa, vermi e carne putrescente.  Avviluppato, in una pozza di acqua stagnante, tra rami e foglie trasportate dal torrente. Macerato dall’acqua di quell’autunno poco piovoso, consumato dagli insetti, addentato da qualche selvatico che ne aveva approfittato.

Se non fosse stato perché sapevamo cosa avremmo potuto trovare, forse non avremmo capito.
Se non fosse stato per quell’odore, intenso e nauseabondo, l’odore della putrefazione, forse saremmo passati oltre.

Eravamo in cinque: Gigi, Mario, Paso, Beppe e io.
Ci eravamo dati appuntamento quella domenica di ottobre.
“Allora, ci   vediamo alle 14 al Rifugio, risaliamo il torrente e vediamo cosa troviamo”.
Un pallido sole intiepidiva l’aria e illuminava il fogliame giallastro-arancione, in gran parte non ancora caduto dagli alberi.

Ce lo aveva chiesto la Terry. Lei e Berto erano sicuri che lo avremmo trovato. Vecchi sì, ma non rincoglioniti, come avevano invece pensato polizia e carabinieri.
E poi, i cacciatori lo dicevano anche loro che c’era qualcosa che non andava. Quell’odore di putrefazione faceva impazzire i cani, che non erano più buoni di seguire le tracce dei cinghiali. Anche se Terry glielo aveva chiesto, figurati se erano disposti a perdere mezz’ora per andare a vedere cosa c’era. Metti che si rovina il fiuto ai cani…

Terry e Berto lo avevano visto una decina di giorni prima. Era passato fuori dal Rifugio, vestito leggero, con dei sandali ai piedi. Un’aria un po’ stranita.
Lo avevano salutato. Quasi non aveva risposto.
“Dove va? È tardi e fa freddo. Venga che le prepariamo un caffè”.
Un gesto di diniego, qualche mezza parola borbottata, e aveva proseguito oltre, seguendo la traccia di un sentiero che quasi non esiste più e che per un tratto segue il torrente della Val Fredda.

Avevano aspettato che tornasse indietro, fino a quando non aveva iniziato a fare scuro. Lo avevano chiamato. Nessuna risposta.
“Chissà, sarà andato via da dietro la casa”.
“Sarà sceso per l’altro sentiero, senza passare davanti al Rifugio”. “Magari non voleva parlare con noi…”.

Qualche giorno dopo la Terry vede un trafiletto sul giornale.
I parenti cercano un uomo, se ne è andato dallo Psichiatrico, come già altre volte, ma questa volta è differente. Di solito dopo due o tre giorni lo ritrovano. Questa volta no. Per questo chiedono notizie. Invitano a fornirle alle Forze dell’ordine o allo Psichiatrico.
Una foto in bianco e nero…

“Ma sì, è lui. Lo riconosco. Sono quasi sicura”.
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Un incontro tra colleghi

28/05/2018 | Scritto da Rinaldo Capra | (1 Commento)

Un uomo aveva suonato il campanello ed era entrato nella semioscurità del mio studio. Ne scorgevo solo il braccio teso che mi porgeva una busta sgualcita e il bianco degli occhi. Lo invitai ad avvicinarsi; avanzò con la testa china, infossata nelle spalle per la timidezza e il timore. Era meravigliato da tutto quello che vedeva e gli occhi roteavano svelti a destra e sinistra. Ora vedevo bene la sua figura: sui trent’anni, alto, una bella figura e nero, nero come l’inchiostro. Nel ’90 i migranti erano ancora merce rara, ne avevo visti pochi e facevano, per lo più, folklore. Sorrise. Abbassò lo sguardo, venne ancora più vicino e iniziò a togliere fogli e documenti dalla busta, con umiltà, diligenza e rassegnazione. Sembrava un cafone di Silone, se non fosse stato per il colore così scuro della pelle. Voleva dimostrami di non essere un clandestino esibendomi subito i documenti e le referenze. Nigeriano di nome Blixen, non una parola d’italiano, solo l’inglese, ma con una pronuncia così stretta che non capivo niente. Del resto il mio inglese non è buono neanche per i ristoranti e, al massimo, ne farfuglio qualche parola sui set di moda con i modelli americani. Piero, il mio assistente, aveva studiato in Inghilterra e fece da interprete. Cercava lavoro, un lavoro qualsiasi, e intanto continuava a sgranare gli occhi scrutando flash, stativi, fondali e tutto quello che lo circondava, come un bambino in un negozio di giocattoli o come mia nonna diabetica in pasticceria, inventariando i motivi di nuovi desideri e pronto a covare altre frustrazioni.
-Sono un fotografo, non saprei cosa farti fare, mi spiace…- dissi fissandolo negli occhi. Il suo volto s’illuminò e furbo rispose:- Ah… anch’io! Siamo colleghi – ed esitando – e… potrei esserti di grande aiuto.- Disse queste ultime parole con un sorriso largo, ruffiano. I denti immacolati e il bianco degli occhi erano come fari accesi, che comunque non riuscivano a illuminare quella faccia dalla sconfinata negritudine. Contagiato da quel sorriso scaltro, risi di cuore e decisi di mostrargli lo studio. Gli descrissi le attrezzature e gli presentai alcuni ritratti che avevo scattato a dei musicisti jazz, mentre lo osservavo per capire se mi stesse raccontando delle balle. Ci volle poco per dire che Blixen non aveva mai avuto nulla a che fare con la fotografia, se non per quella segnaletica sul passaporto. Non avevo bisogno di lui, cercai di convincerlo nella maniera più garbata possibile, con il tono di voce gentile e altrettanto dolcemente Piero gli tradusse tutto, ma poiché eravamo colleghi, gli proposi, poteva aiutarmi a organizzare un progetto di ritratti del “black people” per una rivista patinata, retribuito naturalmente. Piero traduceva e Blixen era sempre più sconcertato e smarrito, a ogni frase scuoteva la testa.
Provai il suo stesso disagio per quella balorda richiesta. Sgomento, si girò indietro per guardare la porta da dove era entrato, poi di scatto si volse verso di me e mestamente implorò:- Oh… capataz, preferirei poter lavare i pavimenti. Costo poco… Mi vergogno a chiedere ai miei amici di fare la foto. Non è buono per me.-
-Blixen, ma che razza di fotografo eri in Niger? Non capisco!- Commento inutile.
Ma,.. riconoscendogli un piccolo compenso, riuscii  faticosamente ad accordarmi su una via di mezzo: se mi avesse presentato i suoi amici neri, solo io avrei chiesto loro di posare per il ritratto e non lui. Così il suo onore sarebbe stato salvo, le foto scattate e il compenso intascato. Semplice no?
Mi faceva pena ma lo sfruttavo.
Fissammo l’appuntamento per il venerdì, ma non si presentò. Rimasi in studio tutto il giorno ad aspettarlo con Piero, ma non venne; del resto non ci avevo contato minimamente e i soldi li avevo dati per persi nello stesso momento in cui glieli avevo messi in mano.
Invece fu una sorpresa vederlo arrivare il martedì della settimana dopo, con un’aria pimpante e allegra, vestito come il solito: una striminzita giacca a vento, jeans sdruciti e una maglietta, ma stavolta portava con sé anche un borsone gonfio. Gli chiesi se sentiva freddo, viste le temperature di quei giorni, scosse la testa, scoppiò in una sonora risata e bofonchiò qualcosa del tipo:-… in Italia non fa mai freddo, da noi in Niger invece…- e continuò:-…sono qui per le foto, io sono pronto e tu sei pronto?-
Insomma, non dovevo fotografare altri neri, ma solo lui, Blixen. Chiesi a Piero di spiegargli che il nostro accordo era diverso, l’avevo pagato solo perché volevo che mi presentasse i suoi compatrioti e amici, perché volevo sentire le loro storie e conoscere il loro mondo, vedere i loro oggetti, le loro case, sapere del loro lavoro e delle loro aspirazioni. Ero seccato.
Blixen, con l’aria di un imbonitore da fiera di paese, spiegò che non avevo capito niente, che gli altri neri erano selvaggi e brutti, non in grado di posare per le fotografie di una rivista. Mentre lui, Blixen, si che era un nero molto bello, istruito e intelligente. Era anche elegante, disse, togliendo dal borsone un vestito e mostrandomelo, era il possessore di un raffinato abito italiano, un doppiopetto blu con tanto di camicia bianca. Peccato avesse dimenticato la cravatta, e poi le scarpe, vere scarpe da sera. Non c’erano dubbi: l’unico nero degno di essere ritratto era lui.
Capivo, ma io mi aspettavo qualcosa di diverso, volevo incontrare tanti africani per farmi un’idea di quel mondo esotico e remoto. Era sorpreso e gli parevo un marziano, ribadì di essere un uomo moderno, di conoscere la cultura dei bianchi, perché la società tribale non valeva la pena di conoscerla, era inutile, non serviva a nulla: il mondo era solo dei bianchi e non capiva la mia curiosità. Detto ciò, indossò rapidamente il vestito, la camicia e le sue fantastiche scarpe da sera e si avviò, come un alieno, sul fondale fotografico. Rassegnato e divertito, impugnai la mia Hasselblad, Piero caricò due magazzini con la mia pellicola preferita per i ritratti en format carré, la Tri-X e cominciai a scattare. Blixen si muoveva sul set con insospettabile disinvoltura, sembrava un modello consumato, con pose energiche, ma ogni tanto la sua ingenuità emergeva e lo tradiva. A tratti guardava un immaginario orizzonte lontano, poi fissava con determinazione l’obiettivo, mostrava i pugni o sorrideva quasi sereno, toglieva la giacca e la rimetteva, con le mani in tasca o con le dita davanti alla faccia scimmiottando il gesto dello scatto fotografico.
La sua migliore immagine di sé era stata lì, mi era passata davanti, su quel fondale me l’aveva donata e sentivo l’immane fatica che gli costava sostenere quella parte. Gli chiesi se voleva di posare a torso nudo, ma il mio ben riscaldato studio, per lui divenne immediatamente gelido: impossibile spogliarsi, troppo freddo. La paura comparve sul suo volto brufoloso, la fierezza scomparì, l’imbarazzo lo invase e il suo sguardo triste si rifugiò di nuovo verso l’angolo buio; chissà a cosa pensava, forse a casa sua, all’Africa.
La pellicola era finita, ero certo di avere già l’immagine latente della sua anima in quei due rulli, avevo avuto ventiquattro occasioni per catturare tutta la sua essenza vitale e ne era valsa la pena. Vedendomi che toglievo la fotocamera dal treppiede e spegnevo i flash, si sentì sollevato, sospirò e tornò il vivace Blixen di prima.
Guardò con un’espressione competente la fotocamera e raccontò che in Niger ne possedeva una uguale perché era un bravissimo fotografo, ma poi gliela avevano rubata o forse l’aveva persa, non ricordava più bene, del resto era trascorso molto tempo. In fondo ero stato molto fortunato a incontrarlo, sostenne, e se avessi voluto, avrebbe potuto essermi molto utile, insegnarmi un sacco di trucchi e consigli sulla tecnica di ripresa. Altre bugie, si accorse che stava esagerando. Il suo sguardo assente vagò tra il soffitto e l’angolo buio, di certo non si sentiva a casa e forse non capiva neppure dov’era.
Sulla manica della giacca aveva ancora il cartellino del negozio e non ci fu verso di farglielo togliere, perché gli altri dovevano sapere quanto fosse prezioso quel vestito e il cartellino, disse, lo certificava. Piero insinuò che se lo fosse fatto prestare o preso a nolo, lui si schernì. Pensai che quel vestito fosse il disperato investimento nella speranza di una vita dignitosa ed essere parte della nostra società occidentale.
Si lamentò del compenso che gli avevo offerto, favoleggiò d’iperbolici guadagni che avrei ottenuto vendendo il suo ritratto alle riviste, ma la richiesta fu poco convinta e durò solo il tempo necessario a riporre con estrema cura il vestito nel borsone, senza arrivare a una richiesta concreta. Salutò e se ne andò con la mia promessa che l’avrei chiamato appena pronte le stampe per regalargliene una. Piero dovette rincorrerlo per chiedergli un recapito, ci diede il numero di un bar in paese. Stampai le foto qualche giorno dopo e il mattino seguente, prima ancora che lo avessi avvisato, Blixen già mi aspettava appoggiato alla porta dello studio. Guardò le stampe su carta baritata e fu grande il suo scoramento; cominciò a imprecare, alzare gli occhi al cielo con le mani sulla faccia. Piero fece fatica a tradurre quel che diceva. Sosteneva di non essere lui nella foto, perché lui non era così ed io non ero un buon fotografo, altrimenti si sarebbe riconosciuto. Era furioso, se la fosse fatta da sé la foto, si sarebbe riconosciuto di certo, perché lui si sentiva molto più bravo di me e sarebbe riuscito a non far vedere i foruncoli sulle gote e sulla fronte, e poi anche il vestito si sarebbe visto che era prezioso, cosa che in quelle foto non si capiva. Inoltre, lui era molto più bello che in quella stampa e non così nero. Ribattei che le foto erano belle, ero fiero di quel lavoro e lo avrei difeso in eterno, ma quella era la sua faccia e non ci potevo fare nulla. Se non si riconosceva, era perché non si conosceva.
-Non è vero- ringhiò, e gettò a terra la stampa che gli volevo donare: non la voleva, non era lui. Aveva trovato lavoro in un cantiere, disse andandosene deluso, quindi era posto e non gli serviva più niente.
Blixen non si era riconosciuto, l’immagine che avevo prodotto era solo la mia e non la sua.

Rivoluzione (dal dizionario Devoto – Oli) – Ri-vo-lu-zio-ne
sostantivo femminile (potrebbe non essere un caso)
dal latino: revolutionem, da revolutus, participio di revolvere composto da re- ancora e volvere volgere. Voltare di nuovo.
1. Movimento organizzato e violento col quale si instaura un nuovo ordine sociale o politico (rivoluzione francese, rivoluzione di ottobre, …).
2. Ogni processo storico, anche graduale, che finisca per determinare il mutamento di un assetto sociale o politico (rivoluzione agricola del neolitico, rivoluzione scientifica, rivoluzione industriale, rivoluzione digitale…).
3. Sconvolgimento di costumi (rivoluzione sessuale), di abitudini (i miei figli hanno portato la rivoluzione in casa) o funzioni fisiologiche (ho l’intestino in rivoluzione…).
4. Il giro completo descritto da un corpo in movimento intorno a un altro corpo; anche, il relativo moto (rivoluzione terrestre).

 

“Morire per delle idee, l’idea è affascinante
per poco io morivo senza averla mai avuta,
perché chi ce l’aveva, una folla di gente,
gridando “viva la morte” proprio addosso mi è caduta¹…

Non credo di averlo mai veramente voluto, ma l’idea di morire per delle idee, per quanto, per l’appunto, sia affascinante e mi abbia, in qualche modo, affascinato (almeno a parole), mi ha sempre, nel mio piccolo, colpito. La retorica combattentistica e militaresca è pervasiva nel dna dell’umanità, in particolare maschile. Un richiamo all’eroismo inculcatoci fin da bambini, soprattutto dal sistema scolastico allora predominante.
La mia adolescenza e gioventù, come quella di molti altri della mia generazione, è stata pervasa da eroi, più o meno mitici, più o meno coerenti, che indicavano la via del sacrificio nel nome dell’IDEA.
La vita di noi tutti è stata toccata da morti, vicine e lontane, che hanno segnato dolorosamente la nostra storia collettiva e personale.

Su, lottiamo! L’ideale nostro al fine sarà…

Ma quanti dei numerosi morti per un’idea, magari per la nostra idea, o, peggio, per l’idea di qualcun altro, avrebbero preferito non morire, e non è giusto che siano morti.
Ma quanti, numerosi, hanno scelto, e quanti, ancor più numerosi, sono stati condannati a morire per un’idea, magari per l’idea di altri.
Ma quanti, se potessero, si chiederebbero ora: “Ne è valsa veramente la pena?
Che grande ingiustizia quando, per sostenere le proprie idee, si è condannati a essere uccisi o a uccidere.
Non sarebbe meglio se tutti potessero morire per delle idee, ma di morte lenta?

La lettura di Manuel Scorza, uno dei miei autori preferiti, mi riempiva di orgoglio per Garabombo, Raymundo Herrera, Agapito Robles ….
Ma fu La danza immobile, il suo ultimo libro prima della morte improvvisa, che mi mise di fronte, all’inizio con fastidio, solo poi con più consapevolezza, ad un dualismo irrisolto, che ognuno di noi, forse, si porta nel sacco senza mai veramente risolverlo:
Il romanzo è un contrappunto fra un guerrigliero e un ex guerrigliero. Sotto un altro punto di vista, un conflitto fra due uomini che devono scegliere fra l’Amore e la Rivoluzione. L’uno sceglie la Rivoluzione. L’altro l’Amore. Al termine della loro vita entrambi credono che l’altro abbia scelto il meglio.²

…perché forzando il passo succede che si muore
per delle idee che non han più corso il giorno dopo.
Ora se c’è una cosa amara, desolante,
è quella di capire all’ultimo momento,
che l’idea giusta era un’altra, un altro movimento…

Ho ancora in mente mio zio Evaristo (nome orribile che porto con orgoglio come secondo nome), alpinista, socialista, partigiano, imprigionato, torturato e condannato a morte. Salvatosi quasi per caso, perché il giudice del Tribunale Speciale Fascista non fece eseguire la condanna illudendosi, inutilmente, che questo gli avrebbe salvato la vita.
Lo vedo ancora con l’amarezza della disillusione negli occhi, di fronte al craxismo che avanzava e distruggeva tutto quello per cui avevano lottato e messo in gioco la propria vita.
Messo in un angolo, gettato via come anacronistico, non sapeva più distinguere se erano gli ideali ad essere stati traditi o se erano gli ideali in cui aveva creduto che lo stavano tradendo. E si domandava: “Ne è valsa la pena?”. E’ morto ottantenne senza sapersi dare una risposta.

…Gli apostoli di turno che apprezzano il martirio,
lo predicano spesso per novant’anni almeno.
Morire per delle idee sarà il caso di dirlo
è il loro scopo di vivere, non sanno farne a meno…

E li vediamo ancora oggi in giro, i nuovi profeti dell’Italia agli italiani, del non passa lo straniero, dell’Italia 2.0 o i profeti della lotta continua, convinti che un po’ di guerriglia urbana e qualche bomba carta siano la migliore soluzione ai problemi.
Tutti pronti, con linguaggio rabbioso e guerresco, a perorare il linciaggio del momento, ad eliminare il nemico che gli si oppone o, più semplicemente, chi non si adegua al loro pensiero “unico”.
Alcuni di loro pronti tra qualche tempo, consapevolmente o meno, al cambio di bandiera. Che predicano con veemenza di come quello che pensano ora è giusto, e se cambieranno opinione sarà di nuovo giusto, mentre tu che vuoi ragionare, pensare, capire, cambiare idea alla fine di un percorso, sei solo uno che rimane ancorato all’antico, un nostalgico, uno da eliminare… perché cerchi un po’ di coerenza tra quello che fai e quello che pensi e non ti lasci usare.
E ti senti inerme.

…E sotto ogni bandiera li vediamo superare
il buon matusalemme nella longevità
per conto mio si dicono in tutta intimità
moriamo per delle idee, va bè, ma di morte lenta,
ma di morte lenta.

Man mano che passa il tempo, trovo sempre più fastidio, insofferenza, per chi grida e urla, togliendo spazio al ragionamento. Anche quando la pensa come me. Anche quando condivido l’obiettivo.
Più i toni si fanno retorici e feroci, i richiami evocano battaglie e lotte, più mi raffreddo.
Film già visti. A volte percorsi obbligati, più spesso corse verso il baratro.
Sono diventato, ho quasi paura a dirlo, un moderato?
A scanso di equivoci, chiarisco subito che il mio non è un invito al disimpegno, a non portare avanti le proprie idee, a non indignarsi, a non manifestare il proprio dissenso, a non agire. Ma, caso mai, ad agire in modo diverso, rinnegando il culto del martirio, la retorica dei richiami militaristi e combattentistici. Possibile che non ci sia un modo diverso?

Le grandi idee rivoluzionarie le ho abbandonate da tempo. Credo di averle sostituite con le piccole rivoluzioni del quotidiano, se così possiamo definirle. Richiedono impegno e non fanno sconti alle incoerenze: chi ti è vicino sa chi sei veramente, non puoi nasconderlo.
Non mutano in maniera eclatante la realtà, ma modificano ciò che ci circonda e, forse, mi illudo che siano un granellino di sabbia nell’ingranaggio del potere e di resistenza alla maggioranza non più silenziosa, al becero, o peggio, al fascismo che avanza.
Un piccolo vivaio in cui curare e coltivare i semi di un futuro, forse migliore, magari non per noi, ma per i nostri figli. E non è forse proprio questo il cuore di ogni Rivoluzione?

E’ per questo che, alla fine, penso di aver capito che l’unica vera rivoluzione in cui credo ancora, è quella che, nel suo continuo movimento, sembra non cambiare nulla, che ogni volta ti riporta al punto di partenza, ma diverso da prima, magari impercettibilmente, ma diverso.

Puoi cambiare camicia se ne hai voglia
E se hai fiducia puoi cambiare scarpe
Se hai scarpe nuove puoi cambiare strada
E cambiando strada puoi cambiare idee
E con le idee puoi cambiare il mondo
Ma il mondo non cambia spesso
Allora la tua vera Rivoluzione sarà cambiare tè stesso³

Vivere la vita, come una danza.
Corpi che ruotano su sé stessi e tra loro.
Un continuo attrarsi e allontanarsi.
Un continuo cambiare posto, per tornare nello stesso o in un altro punto, ma con un nuovo sorriso sulle labbra, con il sudore che cola, con una intimità che è vita.

Che sia un movimento irrevocabile o un ciclico ripristino di condizioni precedenti, le rivoluzioni, volute coraggiosamente o ineluttabilmente subite – così come quelle dei moti dei corpi celesti – segnano un nuovo punto di partenza, che ora è un nuovo anno, che ora è un nuovo spirito del tempo, avendo ripreparato il terreno per una nuova evoluzione – al modo dell’aratro che rivolge le zolle e permette la nuova semina4.

La Rivoluzione è come vivi il tempo che trascorre.
Che cambia e trasforma te.
Che cambia e trasforma chi hai intorno.
Che cambia e trasforma il mondo.

Evviva la rivoluzione
Evviva le rivoluzioni terrestri!

[1] Morire per delle idee, di George Brassens, tradotto da Fabrizio de Andrè.
[2] Manuel Scorza, La danza immobile, Feltrinelli 1983
[3] Vivere la vita di Alessandro Mannarino
[4] https://unaparolaalgiorno.it

Distolse lo sguardo, chiuse la porta e, la testa incassata nelle spalle, si avviò lungo il corridoio. Percorse lentamente a occhi bassi, i metri che lo separavano dalle scale, desiderando di non incrociare volti, di non rispondere a saluti. Per strada, l’asfalto era estraneo ai suoi passi, tagliente. Gli pareva di camminare in equilibrio sul margine di un dirupo. Il freddo gli feriva la faccia. Si calcò il berretto sulla fronte e sollevò il bavero del giubbotto. Si soffiò sulla punta delle dita, ma il suo fiato era di ghiaccio, come scaturisse da un gelo che gli infuriava dentro. Si ficcò le mani in tasca fino in fondo, svuotato, vittima di una calma innaturale, quasi un torpore.
I pensieri stentavano a prendere forma, sembrava dovessero farsi strada a fatica attraverso un magma troppo denso. Eppure, sentiva di dover pensare per poi poter parlare. Parlare a nessuno di preciso, parlare a sé, nominare gli eventi per renderli reali, perché sono le parole che fanno la realtà. Forse, sarebbe stato più facile cominciare dalle parole per ottenere pensieri, frasi che rimorchiassero un senso da dare a quella notte di disperazione, di pioggia e di furore, all’irreversibilità del fatto.
Il buio cominciava a sbiadire al ritmo del suo cammino, brandelli di discorsi gli affollavano la mente: giustificazioni, buone ragioni che si sarebbero potute mutare in un’assoluzione. Frasi brevi si spintonavano nella sua bocca, pronte a rotolarne fuori liberandolo. Lentamente e coraggiosamente le labbra gli vennero in soccorso e si scostarono l’una dall’altra pronte ad emettere suoni. Ma la lingua restava inchiodata al palato, immobile.  Quella lingua di serpente che sapeva fare in quattro un capello, precisare puntigliosamente, accusare, correggere, analizzare, ora giaceva inerte, impantanata, pavida, come se qualcosa l’avesse sopraffatta.
Cercò di schiarirsi la mente, provò a contrarre i muscoli del viso nella speranza che il fiato facesse vibrare le corde vocali.  Cercò di gridare, ma le labbra si muovevano senza che ne uscisse alcun suono. Come quando si cerca di urlare in sogno e il silenzio sommerge la voce.
Il primo sole era tagliato in due dalla linea dell’orizzonte, mentre il suo viso, indurito dallo sforzo si faceva esangue, gli occhi parevano oscillare liquidi nelle orbite, alla ricerca di un appiglio cui ancorarsi.
Le parole battevano in testa e gli ingolfavano il cervello, sospinte da un vento impetuoso.
Ora, le frasi si erano agglutinate in ricordi, incursioni nel passato, pallide assunzioni di responsabilità, ma si fermavano sulla superficie della lingua, anzi dentro quel muscolo che le custodiva, forse per trattenere in sé l’evento, per riportare indietro il tempo di qualche ora, a prima del fatto.
Il cielo sembrava abbassarsi per schiacciarlo, per cementarlo al suo gesto e il fiato gli si faceva corto. Allungò il passo. Ora le parole gli scavavano buchi nel cranio per poter emergere in qualche modo, perché non ci stavano più dentro la lingua turgida. Provò ad ascoltarne l’eco profonda e le sentì sgocciolargli dentro fino a penetrargli nel sangue, come fossero pronte a raggiungere una meta. Protese le mani a coprire le orecchie per non udire, perché se le avesse ascoltate, le parole si sarebbero gonfiate dentro la sua bocca e ne sarebbero ruzzolate fuori, estranee, spaventose, esigendo il suo ascolto e il suo giudizio. Aveva bisogno di quelle parole, anche se lo facevano tremare in preda a un senso di raccapriccio.
Il marciapiede oscillò sotto i suoi passi e gli parve d’inciampare.
C’era come una presenza in quella strada, qualcuno che sapeva, un occhio immenso che aveva visto tutto e che, come un pugno di fuoco, gli frugava dentro per fargli sputare il rospo, per condannargli l’anima. E quell’occhio imperioso esigeva parole.
Ma la lingua restava muta. In alcuni momenti sembrava difenderlo dal macigno che gli gravava addosso trattenendolo dentro di sé, in altri sembrava percuoterlo come una scudisciata, squadernando ciò che aveva fatto, quel gesto orribile e pietoso che si allargava in una massa acquosa impronunciabile.
Le sopracciglia si contraevano ritmicamente in movimenti impercettibili d’angoscia. Ora, la sua bocca pareva trattenere a fatica un urlo, la lingua lentamente si staccava dal palato. Voleva parlare, parlare del fatto fino a scorticarsi la gola.

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