I torti e le ragioni

Un racconto e i suoi rami: la “Storia di T.” è stato lo spunto per un gioco narrativo cui hanno partecipato alcuni degli amici di secondorizzonte: ognuno di loro si è provato a proseguire e concludere a suo modo il racconto dando vita così a sette nuove storie.

Storia di T.

di Carlo Simoni

Questa è la storia di T., un uomo non più giovane e non ancora vecchio, e dei ventitré anni che visse – ma non sapeva di aver ancora da vivere – dopo aver deciso che doveva fare una cosa ben precisa: chiedere scusa a tutti coloro ai quali riteneva di aver fatto un torto.
Aveva in mente solo un paio di nomi, il giorno in cui gli venne questa idea: S., al quale si era rifiutato – una trentina d’anni prima – di prestare gli appunti del corso universitario che lui aveva seguito diligentemente, al contrario dell’amico che invece a lezione c’era andato secondo l’umore del giorno; D., al quale aveva portato via – non per una volontà precisa, ma era andata così – la donna con la quale stava da parecchi anni, come fossero sposati; F., una collega che a un certo punto, non più d’una decina d’anni prima, aveva sostituito nel ruolo che quella da tempo sperava di assicurarsi: non che le avesse fatto le scarpe, come si dice, ma è un fatto che di quello che lui sapeva i capi stavano decidendo si era ben guardato dal parlarle, e così la sua responsabilità e il suo stipendio erano migliorati. Il suo, non quelli di F.
Torti molto diversi fra loro, com’è evidente, di quelli che possono essere ridimensionati, liquidati addirittura, da un così è la vita. Così è la vita: nei rapporti di amicizia come nelle faccende sentimentali e nei posti di lavoro.
Ma T. aveva deciso che se sentiva una ragione per chiedere scusa non avrebbe dovuto star lì a pesare la gravità delle sue azioni, né a valutare le conseguenze che effettivamente ne erano derivate. Perché era convinto che altrimenti avrebbe potuto tranquillamente concludere di non aver poi fatto succedere il finimondo, di non aver rovinato l’esistenza a nessuno eccetera eccetera, e dunque non c’era motivo di scusarsi. Né del resto le conosceva davvero, quelle conseguenze: S. s’era laureato anche lui, alla fine; D. non si era suicidato perché la sua donna l’aveva lasciato, non era passato un anno che era già con un’altra; F. ci lavorava ancora in quel posto, e la sua carriera l’aveva fatta comunque.
Ma non era questo il problema. La questione riguardava lui. Il suo bisogno di chiedere scusa. Indipendentemente dall’esito che il suo gesto avrebbe avuto, se avvertiva di aver fatto un torto, piccolo o grande che fosse, quale che fosse l’ambito di relazioni nel quale s’era compiuto, lui sentiva di dover tornare dalla vittima, se la vogliamo chiamare così: ricordarle quel periodo, quel fatto, se nel vederlo non le fossero tornati subito alla mente. E chiederle scusa. Non si trattava di ottenerne il perdono, o meglio: se qualcosa del genere fosse accaduto ne sarebbe stato contento, ma nel suo proponimento di riavvicinare la tale o il tal altro non doveva giocare alcuna valutazione preliminare delle probabilità che ciò avvenisse.
La lista si era andata allungando, e per ogni nome T. aveva cominciato a rintracciare recapiti, numeri telefonici, indirizzi e-mail. Anche se escludeva di risolvere la cosa a distanza. Quei dati dovevano servirgli solo per stabilire il primo contatto, buttar lì un pretesto per rivedersi, ipotizzare il giorno e l’ora in cui sarebbe andato. Perché, non ne sapeva esattamente la ragione, ma gli pareva essenziale che fosse lui a recarsi dall’altro, a casa sua, o comunque nel luogo in cui viveva. Alcuni infatti non stavano nella sua città. O non ci avevano mai abitato, o si erano trasferiti.
Era deciso. Avrebbe cominciato con uno a caso, facendo un sorteggio magari, poi via di seguito. Senza tener conto del tempo che era passato dal fatto. E qui un dubbio, o piuttosto un malessere, lo prendeva: aveva già annotato un paio di nomi di persone che avevano continuato a vivere nella sua stessa città, così come ne aveva appuntato almeno uno – ma sapeva che altri se ne sarebbero aggiunti – al quale il torto l’aveva arrecato di recente. Molto di recente. Decise di fare un elenco a parte per questi, così vicini, nello spazio e nel tempo, e di rimandare l’approccio con loro. Non di escluderlo, questo no, avrebbe guastato l’intero suo proposito, ma di non prevederlo nell’immediato.
Era tutto pronto dunque. Appena finita l’estate avrebbe cominciato. Dal primo.
Ancora qualche bagno, un po’ di sole, la festa dell’ospite di fine agosto e poi sarebbero tornati in città, e lui si sarebbe fatto sentire dal primo della lista.
Ed è stato proprio lì, attorno ai fuochi e alle grigliate di pesce sulla spiaggia, fra chitarre e fisarmoniche, che ha incontrato P. Erano sei, forse sette anni che non lo vedeva. Da quando aveva lasciato il lavoro che faceva per passare a quest’altro che pochi giorni dopo lo attendeva.
Erano diventati amici, lui e P., che pure era molto più giovane di lui. Proprio per questo forse: un’amicizia in cui c’era qualcosa del rapporto tra il fratello maggiore e quello più piccolo. Niente di paterno. T. aveva aiutato P., lo stimava, gli piaceva la sua passione per il lavoro ben fatto. Era stato questo ad accomunarli.
Ebbene, non appena i loro rapporti di lavoro erano cessati, P. non s’era più fatto sentire. T. l’aveva cercato, gli aveva proposto cene, occasioni per fare viaggetti, cose da fare insieme come una volta, ma P. niente. Non sono pochi quelli che, come cambi lavoro, tagliano di netto: la loro cordialità non era che interesse, è evidente. Ma da P. non se lo sarebbe proprio aspettato. Ne era rimasto ferito. Confuso prima, e poi ferito, appunto.
Avrebbe potuto fingere di non averlo visto, o limitarsi a un saluto da lontano. Invece gli era andato incontro, senza deciderlo, come fosse la cosa più naturale da fare, l’unica cosa possibile: l’aveva abbracciato, non badando al sorriso imbarazzato di quello, l’aveva fatto sedere al tavolo dove stavano sua moglie, i suoi figli, i suoi amici, aveva offerto a P. e alla ragazza che lo accompagnava grigliata e vino bianco. Il chiasso copriva le voci, non s’era neanche posto il problema di rievocare vecchi tempi, di scambiarsi le domande di prammatica, cosa fai adesso, come ti va eccetera. Solo qualche battuta su quelli che c’erano lì intorno, un commento su come andavano le cose, la politica, il lavoro, cose così.
A fine serata si erano salutati, una stretta di mano, un arrivederci senza alcun cenno al quando.
E qui, per T. era nata l’idea di un’altra lista da scrivere: la lista di quelli dai quali gli sembrava di averlo ricevuto, il torto, di quelli che l’avevano fatto restar male, o l’avevano fatto davvero soffrire.
Andare anche da questi: per sapere – senza la minima recriminazione, senza alcuna pretesa di ottenere spiegazioni e tanto meno scuse – la ragione per cui quella volta avevano detto, avevano fatto… O non avevano detto, non avevano fatto.
Tutto qui. Anche se non sapeva se sarebbe stato sempre bravo come con P. perché certe cose gli bruciavano ancora. Ma comunque voleva provare. Sentiva di non poter mettersi a pensare questo sì e questo no. Se uno di quelli che in qualche modo l’avevano offeso, o addolorato, gli veniva in mente, il suo nome doveva metterlo, in ogni caso.
A fine settembre le due liste erano abbastanza lunghe. La prima, quella dei torti fatti, soprattutto. Anche perché, rileggendola, si era reso conto di avervi incluso anche nomi di persone alle quali non aveva ragione di chiedere scusa, ma che sentiva ugualmente di dover raggiungere per dire un grazie. Non scusa ma grazie. Grazie perché in una particolare situazione gli erano state vicine, magari senza fare o dir nulla di speciale: gli si erano fatte sentir vicine, ecco. Oppure perché, anche senza averne precisa intenzione, gli avevano dato un’indicazione sul come fare una data cosa, o sulla direzione da prendere a un certo punto della sua vita, un incoraggiamento insomma, esplicito e meno che fosse stato. E a queste persone lui non aveva saputo manifestare la sua gratitudine: per sbadataggine, o pudore, o… avarizia. Quell’avarizia del cuore che non si sa o non si vuole riconoscere come tale e dalla quale ci si ritiene comunque esenti, come potesse riguardare sempre e solamente gli altri. Sicché quei grazie, in fondo, erano riparatori. Per questo si era ritrovato a includerne i nomi dei destinatari nella stessa lista delle scuse.

Alla fine, seppure non complete, né l’una né l’altra, si è detto che le due liste andavano chiuse. Il rischio, se no, era di contentarsi di averle scritte e di aggiungervi un nome oggi e uno domani, senza mai mettere in pratica il proponimento da cui erano nate.
E dunque, T., appena tornato in città, cominciò.

Prima, la mamma di Aurora Sorsoli

Una nuova mano di carte di Giovanni Locatelli

L’ultimo dei giusti di Andrea Spadini

Un’anima fragile di Mariagrazia Fontana

Il faggio di Delfina Lusiardi

Il folle piano di T. di Marco Palamenghi

Vizi capitali di Rossella Ghizzani


Prima, la mamma

di Aurora Sorsoli

E dunque T. appena tornato in città cominciò, ma, si sa, è più facile l’intenzione dell’azione.
Per giorni l’indice della mano destra percorse l’elenco dall’alto verso il basso e viceversa: da chi cominciare? Forse era più sano, e da usare come allenamento, iniziare con i peccati meno gravi, come da piccolo in confessione, così avrebbe capito che parole usare, come introdurre il discorso, dove ambientare la conversazione. Avrebbe imparato a cogliere le espressioni, gli sguardi per poter dosare le parole e ammorbidire le eventuali reazioni negative. Sì, questo era già un passaggio.
Stilò un elenco in ordine di gravità e passò così un’altra settimana.
Era pronto, l’indice. Restò senza lavoro. Se quello era il criterio bisognava partire dal primo in lista, tale Ernesto, compagno di banco in seconda media sospeso per un giorno e malmenato dal padre che, si sapeva, era uomo violento, perché accusato, al posto suo, di aver manomesso in malo modo il registro.
Però … mah… chissà come reagisce…
Il fatto era che Ernesto, un tipo grande e grosso, che ancora abitava nel suo vecchio quartiere, nelle case popolari, nell’ultimo palazzo, il primo costruito negli anni ’60 per gli immigrati meridionali che venivano a lavorare nelle fabbriche del nord (il quartiere era appena dopo il parco del residence di lusso dove ora T. viveva)… Insomma, lui era grande, grosso e un tipo rognoso con precedenti per violenza e qualche anno di carcere e T., in verità, lo aveva incrociato qualche volta ma sempre aveva finto di non riconoscerlo: andare a suonargli il campanello per raccontargli questa vecchia storia… mah… chissà… boh… Era perplesso.
Forse anche questo elenco, di piccoli peccati, andava messo in ordine non solo di gravità ma anche tenendo conto delle personalità, dei caratteri e della storia di ciascuno.
L’indice iniziò nuovamente a scorrere l’elenco. T. vide i nomi, le facce, ma alcuni avevano ancora un viso giovane dopo venti, trenta, quarant’anni dal fatto? Non era possibile.
Così passò un’altra settimana. Provò sui social e alcuni furono così ritrovati e visualizzati. Alcuni riconoscibili, altri no, non era nemmeno certo che fossero loro, così diversi.
Roberta, per esempio, la bruttina, grassoccia e impacciata collega di tanti anni prima, era diventata una snella e affascinante cinquantenne, mentre lui era ormai pelato e grassoccio, impresentabile. Pensare che al tempo l’aveva snobbata: lui, quarantenne elegante e in carriera, di donne belle ne aveva quante voleva. Chissà… forse l’avrebbe trattato da vecchietto rincoglionito se lui si fosse presentato per scusarsi di come l’aveva trattata allora…
No no non voleva umiliarsi così.
L’indice riprese a ripercorrere l’elenco: che strano, si era fermato a Mamma. Beh… mah… Sì, tutto sommato gli sembrò un buon inizio: le ho fatto torti – pensò –, me ne ha fatti, ma devo dirle anche grazie…
Così, prese il suo primo appuntamento…


Una nuova mano di carte

di Giovanni Locatelli

T. non ricordava quando aveva inserito sé stesso nella lista degli amici da ringraziare. Non si era mai considerato un self-made man, uno che si è fatto con le proprie mani al punto da darsi una pacca sulle spalle da solo, eppure nell’estrazione per decidere da dove partire, proprio il suo nome era uscito per primo. Viste le due cose in croce che era riuscito a combinare nella vita, poteva sbrigarsela in pochi minuti: birra, balcone, sigaretta, calda sera di fine estate – ecco celebrati i suoi successi.
Successi… quali successi? Credeva davvero di aver messo a frutto i talenti che il Signore gli aveva affidato? Non li aveva piuttosto seppelliti sotto ore di inutile ufficio, fra colleghi che pensavano solo a mangiare o a essere mangiati – tipo F. – o sprecati gozzovigliando nei bar in città, con amici che poi si erano rivelati meri conoscenti, svaniti alla prima occasione – gente come P. insomma. Ma non era P., o F., che doveva biasimare: le critiche spettavano a lui soltanto, per non aver cercato, provato, insistito fino alla morte.
Altro che grazie! Asino, doveva darsi dell’asino per quella volta con J., si ritrovò a pensare. Aveva sedici anni, suonava la chitarra niente male, sapeva stare sul palco ancheggiando e dimenandosi come la moda rock and roll cominciava a prescrivere anche nel Bel Paese, con grandi mani che occupavano la scena, e aveva avuto la fortuna sfacciata di farsi sentire da J., sì, proprio quel J., di passaggio durante l’unica tournée italiana nella sua breve, fulminante, sfolgorante carriera.
«Stai facendo bene, amico», aveva detto J. con un italiano bislacco, imparato lì per lì.
«Grazie», aveva risposto T. arrossendo.
«Wanna join us?» aveva continuato, sfruttando la traduzione simultanea del suo agente per proporre a T. di unirsi alla carovana in qualità di roadie, il ragazzo che accorda le chitarre e prepara la strumentazione in genere.
T. non aveva saputo rispondere. Mollare tutto e partire così. C’era sua madre… c’era una ragazzina che cominciava a guardarlo, a tenerlo per mano… c’erano gli amici…
J. inconsciamente sapeva di avere i giorni contati e che un incidente o un’overdose un infarto un sospetto suicidio l’avrebbe stroncato entro pochi anni: non aspettava mai, agiva e basta. Non aspettò neppure T., si allontanò salutando con la mano, improvvisando con le lunghe dita affusolate una scala in mi bemolle maggiore.
T. rimase incastrato in quell’istante: non ho sfondato perché sono un codardo, non ho sfondato perché sono un idiota, non ho sfondato perché ho passato la mano, si ripeteva, sognando ogni notte quelle dita che, passando da una nota all’altra, scivolavano lontano da lui e dalla sua unica occasione di emergere dall’anonimato. Quelle mani lo ossessionavano, l’anonimato lo inghiottì.
Si fece adulto sovrappeso, impiegato stressato, marito fedele, padre apprensivo. Non prese mai più in mano una chitarra, ma di tanto in tanto, la sera, se la stanchezza lo costringeva ad abbassare la guardia, si sorprendeva a ripetere la scala di mi bemolle maggiore con rapide dita.
Non era tipo da restare con le mani in mano: cercò un nuovo hobby, scelse il poker. Nel frattempo J. era morto. T. non ci pensò più. Era passato un secolo in un secondo, da allora.
T. finì la birra in un sorso, spense la sigaretta sulla ringhiera di ferro del balcone, scagliò il mozzicone facendo scattare l’indice, fino a un secondo prima trattenuto dal pollice nella posizione di OK, depennò con un colpo di mano il suo nome dalle tre liste, quella dei “grazie”, quella degli “scusa”, quella dei “senti un po’ tu, stronzo, ricordi quella volta che” – era finito in ciascuna, a quanto pareva – e procedette a una nuova estrazione, una nuova mano di carte, in un certo senso, convinto della bontà del suo proposito, nonostante quella falsa partenza.


L’ultimo dei giusti

di Andrea Spadini

Erano già passati due anni ma ricordava molto bene la vicenda che aveva gettato il seme da cui era germogliata quest’idea dello scusarsi. Non che allora ci avesse pensato, no, ma ora questa cosa gli era perfettamente chiara. Sì, era nato tutto da lì…
“Ciao T., Sono G. Ti disturbo?”
“No, figurati. Sono felice di sentirti.” gli aveva risposto, mentre cercava di controllare la solita ondata di senso di colpa che lo investiva ad ogni telefonata dell’amico.
“Volevo solo farti gli auguri di Natale. Come stai? E M., tutto bene?”
“Si, si, tutto bene. Stiamo preparando il pranzo. Quest’anno abbiamo qui nostra figlia con il suo compagno e ho il sospetto che M. abbia un po’ esagerato con le portate. Vorrà dire che mangeremo gli avanzi per l’intera settimana.”
“Come ti capisco. Anche noi festeggeremo con i miei figli e le loro mogli. D. è barricata in cucina da tre giorni. Mi ha vietato di entrare perché dice che ai fornelli faccio solo disastri. Non ha tutti i torti, come ben sai… Ora ti lascio ai tuoi impegni. Salutami tanto M.”
“Grazie G. Tanti auguri anche a voi. Ci sentiamo presto.”
Quando stava per riattaccare, aveva sentito l’amico aggiungere, con tono fattosi serio: “Sì, però mi telefoni tu. Io non lo farò più. Il mio numero ce l’hai. Ciao T.” e, con un sussurro, aveva aggiunto: “Ti voglio bene.”
Aveva raggiunto sua moglie in cucina. Era china sul tavolo infarinato, ingombro di ravioli.
“Dai T., dammi una mano con questa striscia di pasta. Hai visto come faccio, no? Metti il ripieno e poi… Ma che cos’hai? C’è qualcosa che non va?” gli aveva detto dopo avergli rivolto uno sguardo, “Sei pallido. Chi era al telefono?”
“Era G. Voleva farci gli auguri.”
“Che carino… Come stanno lui e D.?” e, senza attendere la risposta, aveva proseguito: “Prima o poi dovrai deciderti a sciogliere questo nodo che ti avvelena l’anima. Lui ti vuole molto bene, questo lo sai. Beh, ora dammi una mano con questi ravioli, altrimenti oggi chissà a che ora pranziamo…”.
Si conoscevano fin dall’infanzia, lui e G. Allora abitavano nello stesso quartiere della periferia milanese, in due condomini popolari poco distanti. Per anni erano stati inseparabili, prima nei giochi di strada e nel campetto dell’oratorio, poi nella passione politica e nella militanza, entrambi con la certezza di poter sempre contare l’uno sull’altro.
Quando, anni dopo, G. si era dovuto trasferire in un’altra città per lavoro, i loro incontri si erano fatti più saltuari, ma quando si ritrovavano era sempre come se si fossero lasciati solo la sera prima. Una speciale alchimia faceva sì che i fili del loro rapporto si riannodassero sempre all’istante, senza nessuno sforzo.
Si erano rivisti al funerale della madre di T.
G. ci era andato solo, senza la moglie. Allo sguardo interrogativo dell’amico aveva risposto confidandogli la crisi del loro matrimonio. Dopo mesi di litigi aveva preso la decisione di andarsene da casa, almeno per un po’. Anche D. era stata d’accordo. Sì, aveva una relazione. In un altro momento gli avrebbe spiegato meglio.
Dopo una quindicina di giorni G. lo aveva chiamato. Avrebbe voluto andare a trovarlo quel fine settimana. T., felice della proposta inattesa, aveva acconsentito subito. Non stava attraversando un periodo facile: la recente morte della madre, la grave depressione del padre che ne era seguita e che non sapeva bene come gestire… Gli avrebbe fatto sicuramente bene la compagnia dell’amico. Già si immaginava la nottata che avrebbero trascorso a parlare davanti a un paio di bottiglie di vino. Quando G. gli aveva chiesto il permesso di portare con sé un’altra persona lo aveva colto un po’ alla sprovvista ma, a quel punto…
Era arrivato il venerdì sera accompagnato dalla sua nuova compagna, amante o chissà che.
T. e la moglie li attendevano con la tavola imbandita. Per l’occasione avevano anche spedito la figlia a dormire dagli zii per liberare la stanza da offrire ai due ospiti. Nonostante il loro impegno, la serata era stata, a dir poco, difficile. La conversazione che avevano cercato di animare era stata un supplizio, piena di argomenti da evitare, di incognite impreviste e di gaffe in perenne agguato. G. non li aveva certo aiutati, sempre torvo e silenzioso, con lo sguardo smarrito in chissà quali pensieri. I due giorni seguenti, se possibile, erano stati addirittura peggio. Nei rari momenti in cui T. e l’amico erano riusciti a rimanere soli, G. lo aveva sommerso di parole con cui gli descriveva l’amore che provava per quella donna e il futuro che immaginava di costruire con lei. T. aveva provato ad interrompere quel flusso incontenibile, almeno per potergli esprimere alcune delle sue numerose perplessità. Presto si era reso conto dell’inutilità dei propri sforzi, perciò si era silenziosamente arreso e lo aveva lasciato proseguire, senza prestargli più molta attenzione. Gli era sembrato completamente fuori di sé. G. era talmente assorbito da questa vicenda che non aveva sprecato nemmeno una parola per chiedergli come stava. Nemmeno una parola in un intero fine settimana.
Erano trascorsi quasi dieci anni da quei giorni e ancora non era riuscito a perdonarlo. Forse, se allora avesse avuto la forza di affrontare con lui la questione, le cose si sarebbero sistemate. Ma T. in quel periodo si sentiva come uno straccio logoro, sempre sul punto di strapparsi. Non ne era stato capace. E poi non sono discussioni che si possono fare per telefono. Certo, avrebbe potuto affrontarlo di persona e magari farci una bella litigata. Ma non lo aveva fatto. Così il tempo era trascorso e il suo rancore si era indurito, incistandosi in un grumo sempre più difficile da scalfire. Nemmeno l’affetto che pure sentiva di provare ancora per l’amico sembrava in grado di contrastare quella sensazione di amarezza e risentimento. Ma allora perché tutte le volte che G. gli telefonava stava male?
Durante quelle vacanze natalizie, chissà come, si era trovato a discuterne con la figlia.
Dopo averlo ascoltato con attenzione, lei gli aveva detto: “Papà, scusa se te lo dico senza tanti giri di parole, ma chi ti credi di essere? Mister perfezione? Ricordati che anche le persone migliori possono sbagliare. A proposito di migliori, ma tu sei proprio sicuro di esserti comportato bene con G. in quell’occasione?”
“Che domanda… Ho accolto e ospitato lui e la sua amica, l’ho ascoltato vaneggiare per un intero fine settimana, che altro avrei dovuto fare?”
“Forse renderti conto che stava male quanto te, magari di più. Forse accorgerti che ti aveva cercato perché non sapeva più a che santo votarsi, e magari sperava che il suo migliore amico potesse aiutarlo a ritrovare il filo smarrito della propria vita… Ma invece no, tu eri troppo concentrato sul tuo ombelico per accorgertene, vero? Papà, tu non sei stato capace di guardare il suo dolore esattamente come lui non è riuscito a vedere il tuo. Diciamo che siete pari. Tu, con la tua aria da ultimo dei giusti, non sei stato migliore di lui, lo vuoi capire una buona volta? G. almeno ha continuato a chiamarti per tutti questi anni, tu cosa hai fatto?”
Lo aveva lasciato senza fiato. Nei giorni seguenti aveva ruminato a lungo le parole di sua figlia: poi, il giorno dell’Epifania, si era finalmente deciso.
“Ciao G. Sono T.”
“T., che bella sorpresa…”
“È tutto merito della Befana.”
“La Befana? Ma T…”
“Una Befana giovane e con le lentiggini, però sì, era proprio lei. Pensa che, invece di presentarsi con il solito sacco di carbone, se lo è venuto a prendere: e si è portata via quello di quest’anno e pure quelli degli anni passati. Sapessi come mi sento le spalle leggere… Non puoi immaginare che gran regalo sia stato…”
“Scusa T., ma non ho capito… Va tutto bene?” “Si, si, G., va tutto alla grandissima… Ascolta, mercoledì della prossima settimana sarò nella tua città per lavoro. Vorresti pranzare con me? Ho così tante cose da raccontarti… Prima però ti dovrò parlare di una cosa importante, una cosa che avrei dovuto dirti, anzi chiederti, già tanto tempo fa…”.


Un’anima fragile

di Mariagrazia Fontana

Ciao sono Tom, posso salire?
Tom chi?
Quel Tom, Tommaso Corradi, ricordi?
Tommaso Corradi – ripete lei a bassa voce ed è come se una bomba le esplodesse dentro. Dio mio, e proprio lui. E ora?
Poi la sua voce d’impulso, risponde d’un fiato al citofono: ok, terzo piano.
Con il cuore in affanno, intanto Tommaso sale sull’ascensore di quel palazzo signorile in Corso Sempione a Milano. Basco calato in testa, giubbotto un po’ sdrucito, non proprio lindo, capelli ora brizzolati ad accarezzargli il collo, il volto avviluppato da una fitta trama di rughe minuscole convergenti verso la bocca.
Da lì aveva deciso di iniziare l’impresa di chiedere scusa. Non era stato necessario soppesare i grammi di torto distribuiti negli anni, il nome di Giulia si era imposto come primo nella lista, poi come secondo, poi come terzo. Aveva riempito la pagina con il nome di lei, e scrivendo si era consentito, dopo decenni, di risvegliarla dentro di sé. Non l’aveva dimenticata, ma aveva dovuto addormentare quei giorni, rinunciare a spingere il cuore nei luoghi, ora aspri e disabitati, della loro vita insieme.
Era a Giulia che aveva fatto la peggior carognata. Da lei avrebbe cominciato. Superata quella stazione, il resto della via crucis sarebbe stato un gioco da ragazzi.
Perdona se non mi sono annunciato con una telefonata, temevo che ti saresti rifiutata di incontrarmi, così ho pensato di presentarmi di botto, come un ricordo che viene su dalla nebbia. Volevo scusarmi. No scusarsi non è il verbo esatto. Per ciò che ho fatto ci si deve genuflettere, chinare il capo come davanti a Dio, se mai esistesse, e battersi il petto. Ma non pretendo perdono, è solo che volevo rivederti dopo più di quarant’anni e dirti che mi dispiace di aver buttato via tutto.
Parlava a precipizio, come in carenza di fiato o di coraggio, come per superare un ostacolo, prodursi in un passo definitivo senza ritorno. E intanto la guardava: gli occhi sempre grandi come il mare che sapevano sparpagliargli i pensieri, la pelle ancora fresca, come se il tempo l’avesse dimenticata e da Corso Sempione non fosse transitato. Forse era lo sguardo del ricordo che la ringiovaniva, che la faceva ragazza. Tom arrivò a pensare che restare giovane fosse per lei una forma di resistenza, la più radicale di tutte: ubriacare il tempo e sottrargli forza.
Un leggero rossore sulle guance tradiva lo stupore di lei e sembrava affiorarle negli occhi. Era bella come allora. Il viso non perfetto, il naso un poco pronunciato non riusciva ad alterarne l’armonia, la quiete che sapeva irradiare quando percorrevano stretti stretti le strade di Milano, quando discutevano fumando, quando credevano di poter rivoltare il mondo come un calzino, da quelle due stanze al quarto piano senza ascensore in cui vivevano con poco. Felici come non sarebbero stati mai più nella vita, almeno lui.
Distolse lo sguardo da quel volto che lo precipitava indietro negli anni, gli faceva risentire l’odore della vita, lo risucchiava negli abbracci, nelle assemblee, nelle speranze incrostate di certezze, in quel futuro passato come un lampo. Il tempo è una bestia senza pietà, una strada senza meta, un progetto senza costrutto.
Mi sono giocato ciò che avevo di più caro come un idiota. Tu sai quanto ti amavo – le disse con gli occhi bassi, torturando con entrambe le mani il basco che s’era levato per darsi un contegno, per non starsene lì in piedi come un allocco, con le braccia a penzoloni. Certe cose sono difficili da dire, ma a un certo punto dell’esistenza chiedono di essere buttate fuori, modellate in parole che sappiano descrivere errori, rigidità, imperativi morali. Era per quelli che aveva gettato tutto alle ortiche, per l’urgenza della rivoluzione che bussava alle porte, per quel mondo che sembrava rovesciarsi da un momento all’altro.
Le parole che gli uscivano dalla bocca parevano, a lui per primo, insufficienti, porose, incapaci di dipingere l’accozzaglia di passioni che allora gli era infuriata dentro. Doveva estrarle una per una da tutte quelle disponibili per esprimere ciò che sembrava impenetrabile.
Si fermò d’improvviso, come in preda ad un’assenza, come intento a scavare nel suo vocabolario alla ricerca di un aggettivo, un avverbio, un verbo che potesse misurare il prezzo della sua fuga, come se dalle parole dipendesse la salvezza della sua anima.
Un uomo non anziano, ma sicuramente avanti negli anni, un poco ingobbito, il capo chino in un silenzio inclemente, come perso in una piega degli anni, che lucidava ricordi, tentava di narrare l’indicibile con sguardo febbrile.
Non che Tom non avesse amato più dopo di allora, ma amori meno travolgenti, meno sanguigni, più pallidi. S’era trasferito in Francia, come molti di loro, per sfuggire alla galera e lì s’era ricostruito un’esistenza. Ma Giulia non l’aveva lasciata mai, gli scorreva nel sangue. Non pensava a lei consapevolmente, ne percepiva la presenza come un brusio lontano, ma ineludibile.
Ho avuto paura che le responsabilità mi imprigionassero, che facessero di me un omuncolo, uno di quelli che si adeguano, che stanno al mondo per tirare la carretta e rinunciano ai sogni. E i sogni per noi erano tutto, per quelli ti ho sacrificata, ci ho sacrificati. Ma il mondo non ha spazio per i sogni. Poi le cose hanno preso una piega storta, ma io ce l’ho messa tutta, non mi sono mai tirato indietro, ho fatto ciò che andava fatto, errori compresi. Anzi, soprattutto errori. Lo sai come eravamo fatti, rigidi, bacchettoni, così pieni di convinzioni da non vedere che la realtà aveva ben altra tinta. Ci credevamo entrambi, poi tu hai fatto la tua scelta, hai deciso che non te la sentivi di rinunciare al bambino, che un figlio era una cosa troppo importante.
Invece per me allora un figlio era un ingombro, una distrazione da ciò che contava, una segregazione. Per quello sono sgusciato fuori casa quella mattina. Sapevo che tu non avresti implorato, che avresti capito, ma guardarti mi avrebbe indebolito, avrebbe ridotto le mie convinzioni in pappa.
Questo volevo che tu sapessi, che non è stata la carenza d’amore ad allontanarmi, ma ciò che allora credevo essere un amore più grande, un dovere morale, una chiamata alle armi cui non era dignitoso sottrarsi. Però mi sei mancata sempre, giorno dopo giorno, attimo dopo attimo. E se potessi ricominciare tutto da capo con la testa di oggi, quell’errore non lo rifarei, perché l’ho sempre sentito quel costante disagio, quel qualcosa di me che non coincideva con l’io che credevo di essere, quell’io che era rimasto con te. Forse non ero tagliato per la felicità.
La sua bocca emise le ultime parole come un sussurro, le palpebre serrate, come tormentate da pensieri cupi, le mani strette a pugno, un lieve tremore nelle gambe. Un’inquietudine nuova, lentamente, dentro di lui mutava di forma, fino a definirsi in un’insospettata malinconia. C’era molta parte della verità che non riusciva a filtrare nelle parole, un passato che non si lasciava mettere in scena, che si celava nel silenzio. E il dire restava nelle intenzioni.
E nostro figlio, anzi tuo figlio? ora il bambino sarà un uomo fatto, magari anche padre – buttò fuori in un soffio come una stilettata, lo sguardo ansioso rivolto alla finestra. Dimmi solo se mi odia. Anzi no, non dirmi nulla, non potrei sopportarlo. Certo che mi odia, come non odiare un padre che ti abbandona a una vita priva di muri che ti proteggano, senza trave portante. Ma oggi no, non facciamone parola.
Poi, senza aspettare risposta, la sua faccia si indurì, si alzò come se la sedia scottasse, come se il dolore fosse entrato a vele spiegate nella stanza lasciandolo stordito. Non aveva neppure sfiorato il caffè che lei gli aveva messo davanti. A passo lento si incamminò verso la porta, esitante nel suo smarrimento, affaticato come camminasse contro vento. Si calò il basco in testa, calzato storto alla Che Guevara, accennò un mezzo sorriso e si avviò verso le scale.
Marina lo osservò in silenzio, mentre la sera consumava il pomeriggio. Non era riuscita ad aprire bocca, eppure sentiva che dentro quella fortezza massiccia si dibatteva un’anima fragile. Una moltitudine di emozioni le scrosciava addosso come pioggia, senza che un sentire pulito si definisse. Restò come ammaliata dalla sagoma di quell’uomo, il corpo allungato e scabro, il volto come sazio della vita, che si allontanava nelle tinte fosche della sera, curvo eppure non privo di una certa baldanza, preda dei rimpianti, del tempo che non dà tregua ad anima viva.
Non se l’era immaginato così suo padre, con quella tristezza dolce a solcargli le guance, con quell’incertezza nel passo. Lui, un ragazzo gonfio di principi.


Il faggio

di Delfina Lusiardi

Un ottobre così triste non si era visto, a memoria d’uomo, come si dice.
Ogni giorno si annunciava con un cielo melmoso. Il sole, chi se lo ricordava soffriva di nostalgia e di inquieta infelicità. Chi non lo ricordava stava quasi meglio. Non bene, ma meglio di chi non aveva smarrito l’immagine del sole e, con l’immagine, il desiderio di uscire di casa e andare nei boschi che circondano la città. Lì l’autunno era una festa di colori. Ogni anno si poteva fare il pieno di rossi, gialli, terra di Siena bruciata, di arancioni e viola… I tramonti autunnali erano una riserva irrinunciabile per riuscire ad entrare nell’inverno con un cuore pacificato. Per accettare di chiudersi in casa, di rallentare i ritmi, di sospendere gli incontri. E nutrirsi di libri ammonticchiati sul ripiano della libreria in attesa di essere letti con la dovuta attenzione.
Il programma di T. era rimasto bloccato dalla tristezza che lo aveva invaso appena rientrato in città. Sospeso, rinviato. T. era cocciuto e si sa che non avrebbe rinunciato ai suoi propositi elencati con metodo e puntiglio. Puntiglioso era. Usava la sua intelligenza come un cacciavite che doveva svitare tutto ciò che gli sembrava arrugginito, nel suo modo di vivere. E nel modo di fare, suo e degli altri.
Ma le piogge incessanti lo avevano indotto a mettere da parte il suo programma, in attesa di qualche spiraglio di sole che lo chiamasse in strada e gli desse lo slancio necessario per andare alla ricerca delle persone che doveva incontrare: quelle a cui lui aveva fatto torti, quelle che gli avevano fatto torto, quelle infine da ringraziare per il po’ di bene ricevuto.
I primi giorni di chiusura forzata li aveva usati per sistemare i suoi libri, per procedere nel suo programma di svuotamento dei ripiani della libreria. Un programma rimasto a metà, come quasi tutti i suoi programmi di pulizia da tutto ciò che sentiva inutile. E così, se la pioggia lo costringeva a stare dentro, il dentro si era un po’ dilatato. Arrivava alla sera stanco ma felice, come si dice di quelli che fanno una bella camminata di lena e arrivano a casa con un bell’appetito. Stanchi ma contenti… E il cibo non ha il sapore della compensazione, della fuga dalla noia, ma il sapore del giusto appagamento per aver fatto il proprio dovere. Per aver soddisfatto il corpo e lo spirito. Uno spirito che si accontenta di una bella camminata, anche quello di T. apparteneva a questo mondo spirituale degli umani che al cielo si rivolgono con la preghiera che faccia quello che va bene per loro.
Ma il cielo non fa i conti con i desideri umani, con le nostre limitate capacità di sopportazione degli imprevisti. Il cielo fa quello che non può fare a meno di fare… lo sanno tutti gli esseri che vivono esposti alle intemperie: gli alberi, i fiori, perfino l’erba dei prati che sembra non soffrire di niente. L’erba che sa riprendersi dalla siccità con una pioggerella o crescere a dismisura, potremmo dire, sotto piogge torrenziali.
Un filo d’erba, possiamo imparare da un filo d’erba, scrive Van Gogh. Imparare a disegnare prendendo come modello un filo d’erba. Ma da un filo d’erba possiamo imparare anche molto altro. Così radicato e vicino alla terra, così esile e forte da non temere i temporali e i venti. Anche i più violenti non possono sradicarlo, un filo d’erba ci insegna a vivere.
Ma T. non avrebbe mai preso lezione da un filo d’erba. Troppo uguale agli altri fili d’erba dello stesso prato. Un prato sì, gli piaceva, e gli piaceva anche che fosse composto da fili d’erba tutti uguali, così da formare un bel tappeto erboso, avrebbe detto il giardiniere. Una volta aveva chiesto consiglio al giardiniere per creare un bel tappeto erboso nella casa di campagna, senza tuttavia riuscirci, perché avrebbe dovuto rinunciare alla sua amata betulla. Al massimo lì sotto sarebbe cresciuto un po’ di muschio, misto a qualche filo d’erba, a qualche dente di leone, a qualche filo di pervinca che, all’ombra, al massimo si allunga e getta le sue perfette foglioline ovali senza poter offrire i suoi fiori blu… In abbondanza nel muschio crescevano germogli di vite canadese e di ligustro nati da semi portati dal vento e altre erbette di difficile identificazione… e foglie che promettevano fiori, primule e violette che non andavano tagliate con il tosaerba. Istruito dalla moglie campagnola, T. aveva imparato a rispettarle.
Il cielo restava inclemente e dopo alcuni giorni di bonifica, come lui chiamava questi lavori di sgombero, l’opera di T. si era fermata ai ripiani della libreria e alla riorganizzazione della biblioteca nella grande stanza comune. In casa ci sarebbero stati molti altri angoli da bonificare: sgabuzzini e armadi ingombri di abiti che nessuno più avrebbe indossato. Ma T. ormai aveva esaurito il suo slancio e quelle liste di gesti da compiere, atti di riparazione, tentativi di chiarificazione, azioni che dovevano liberarlo dalla colpa, pesavano come una spada di Damocle sul suo tempo. Sentiva che se non fosse riuscito a realizzare quel programma, il tempo si sarebbe fermato proprio nel punto in cui la spada sta sospesa e basta un niente per farla cadere sul suo capo.
Le piogge continuavano incessanti. T. si sentiva paralizzato, incapace di spostarsi, di fare un passo oltre il punto su cui pendeva quella spada. La teneva d’occhio, certo. Era la sola cosa che riusciva a fare. Per tenerla d’occhio trascurava tutto, libri da leggere, musiche, film da vedere, perfino le cose che gli avrebbero dato un po’ di consolazione non lo attiravano più. Da tempo aveva smesso di preparare qualcosa per la cena, compito che si era preso volentieri. La moglie era preoccupata e continuava a sperare che il cielo guardasse giù e mandasse almeno per un giorno quel po’ di sole che avrebbe chiamato T. di nuovo in strada. Fino a quando avrebbe retto la sua pazienza nemmeno lei poteva saperlo, la pazienza va e viene. È eroica la pazienza e, quando si mette di mezzo la paura che il tormento duri all’infinito, sfodera armi che non sappiamo maneggiare bene. Pericolose, colpiscono a destra e a manca.
E venne il giorno in cui il cielo guardò giù e mandò un vento così violento che tutte le nuvole di colpo se ne andarono ad ammassarsi verso nord lasciando che il sole brillasse dalla mattina al tramonto.
Fu in quel giorno che tutte le persone si rimisero in strada e si salutavano come uscite fuori da una malattia che le aveva tenute prigioniere. Anche T. uscì e prese la strada verso nord dove il cielo era rimasto di un grigio plumbeo. Era sicuro che là avrebbe trovato tutta la forza per riprendere il suo programma perché con un sole così splendente non avrebbe potuto andare alla ricerca di coloro che gli avevano fatto torto, di coloro ai quali aveva fatto torto lui, di coloro con i quali sentiva un debito di gratitudine. Con un sole così e le anime libere dal peso che le aveva imprigionate per giorni e giorni, il suo proposito sembrava ridicolo, quanto meno fuori luogo. Ma cosa vuole T., avrebbero detto i suoi interlocutori. Il passato è passato e adesso goditi il cielo che c’è.
Ecco perché T. doveva andare verso nord, là dove le nuvole si erano ammassate e avrebbero ancora potuto riprendersi tutto lo spazio del cielo.
Verso mezzogiorno anche la moglie di T. decise di uscire. Sola. Attratta dal grigio plumbeo del cielo non illuminato dal sole, si diresse anche lei verso il colore che amava, non il grigio melmoso delle giornate di pioggia, ma il grigio blu, il blu profondo che precede un temporale, o che resta ancora per un po’ a temporale finito, solcato dall’arcobaleno. In quel grigio plumbeo non c’era traccia di arcobaleno, ma il suo sguardo venne catturato dal faggio che in quell’aiuola di città aveva cominciato a rosseggiare. Bene, si disse, quando la pazienza comincerà a venir meno, ci sarà sempre un albero da contemplare e, perché no, da disegnare.


Il folle piano di T.

di Marco Palamenghi

Alla fine ho deciso. Inizierò da quelli che abitano più lontano, in altre città, per avvicinarmi pian piano a casa.
Lo farò senza fretta, con calma, valutando di volta in volta l’approccio giusto. Non tutte le persone sono uguali, e i torti fatti e subiti sono differenti tra loro.
Non posso svilirli trattandoli tutti allo stesso modo. Voglio agire con dignità.
Il caso ha fatto si che le due liste siano composte esattamente da 23 nomi ciascuna.
Il primo di ogni lista abita a M., dove ho frequentato l’università e vissuto per qualche tempo.
L’ultimo di ciascuna lista è qui, in casa mia: sono mia moglie e mio figlio, e sono presenti in entrambe le liste, appaiati, come una persona sola. Ad entrambi devo chiedere scusa, perché non sempre sono stato un marito e un padre all’altezza, ma allo stesso tempo entrambi mi devono chiedere scusa, per non aver sempre apprezzato quanto ho fatto per loro e per non essere stati una moglie e un figlio adeguati.

Avevo pensato di contattare via via le persone per email, posta o telefono. Oppure su facebook, come spesso succede di questi tempi. E poi, organizzare con ciascuno l’occasione di incontro.
Ma invece, credo che userò l’effetto sorpresa, per studiare le loro reazioni, capire cosa pensano veramente, senza che l’ipocrisia dell’incontro annunciato crei una barriera alla loro benevolenza o al loro pentimento.
Solo così saprò se hanno compreso questo mio bisogno di fare i conti con il mio passato, con la mia vita, nel bene ricevuto e nel male fatto. Solo così anche loro potranno raggiungere la consapevolezza per avviare un analogo percorso.

Inizio quindi con la lista dei torti fatti, mi sembra giusto partire dalla mia richiesta di perdono, troverei arrogante partire subito con una richiesta di scuse.
Mi iscrivo a tutti i social media che conosco e, con un po’ di pratica, imparo a scandagliare il web in cerca di informazioni, immagini, indirizzi di S., la prima persona con cui voglio parlare.
Non prestargli gli appunti del corso di E. era stata una vera carognata. Chissà cosa penserà ora di me, chissà come reagirà nel vedermi, soprattutto quando saprà perché l’ho cercato.
Dal suo profilo facebook ho ottenuto informazioni su dove vive, i locali che frequenta, cosa pensa politicamente, che tipo di persona è diventata, o perlomeno, fa credere di essere.
Gli piacciono i film di Massimo Boldi e le canzoni dei Pooh. Insomma… un po’ una delusione… magari è in parte anche questo colpa mia….

Usando un po’ di ferie e inventando scuse a casa vado a M. un paio di volte.
Lo intercetto, lo seguo, lo spio.
E poi, prendo il coraggio a quattro mani e mi siedo al tavolino dove sta prendendo un Negroni da solo, mentre aspetta qualcuno che non sono certo io.

“Ciao S.! Ti ricordi di me?”
“Mmmmh… ma certo, sei T., facevamo ingegneria assieme! Che sorpresa, cosa ci fai a M.”
“Sai com’è. Gli anni passano e avevo voglia di tornare dove ho trascorso un bel periodo della mia vita…
“E in una città così grande, guarda che caso, mi incroci.”
“Beh, non è proprio per caso, ti stavo cercando”
“Ah. E perché?”
“Volevo chiederti scusa”
“E di che cosa?”
“Per quella volta che non ti ho passato gli appunti per l’esame di A.”
Leggo nei suoi occhi stupore, confusione e poi, dal profondo gli sgorga una inarrestabile, sonora, risata. Ha le lacrime agli occhi dal ridere, non riesce a smettere e nemmeno a parlare.
Mi sento profondamente offeso. Sono li, che mi umilio, chiedo scusa e lui ride, manco fossi una macchietta di “Natale a Miami”.
Mi alzo, giro sui tacchi e me ne vado senza salutare.
Che delusione, sento una rabbia irrazionale crescere dentro di me. Il torto fatto è cancellato, resta solo il rancore per una persona che ha dimostrato la sensibilità di un cammello.
A quel punto, visto che chi ha subito un torto mi irride, meglio provare con la lista dei torti subiti. Quella almeno mi da il diritto di chiedere che si scusino.

Ho individuato C., abita anche lei a M… Anche con lei frequentavo ingegneria. Non eravamo amici, ma solo conoscenti, con qualche corso frequentato assieme.
Ad un appello di esame le avevo chiesto di cedermi il suo posto nella lista, per essere sicuro di non perdere il treno per tornare a casa. Non aveva voluto, e così avevo dovuto rimandare di un giorno il rientro a casa e dalla mia ragazza.

La intercetto, la seguo, la spio.
Decido per l’approccio diretto sul posto di lavoro. Fa la sportellista in banca. Mi metto in coda, aspetto il mio turno.
“Ciao C.! Ti ricordi di me?”
“No. Chi è lei?”
“Sono T., facevamo ingegneria assieme!”
“Oh! un sacco di anni fa! Non l’ho nemmeno finita… era una tale palla…. Che operazione deve fare? Prelievo o versamento?”
“Veramente non devo fare nessuna operazione. Volevo solo che tu ti scusassi con me per quella volta che all’appello di esame ti avevo chiesto di cedermi il tuo posto nella lista, per essere sicuro di non perdere il treno per tornare a casa. Non avevi voluto, e così ho dovuto rimandare di un giorno il rientro a casa e dalla mia ragazza”
“Ma sei scemo! (è passata dal lei al tu, forse è un passo avanti) Vieni qui a rompermi i coglioni (no, non è un passo avanti) mentre lavoro, per una cazzata simile! Ma fatti ricoverare! Fatti vedere da uno bravo, ma bravo davvero!”
“Ma come! Invece di chiedermi scusa mi offendi, mi dai del pazzo!”
“Dimmi che operazione vuoi fare, altrimenti chiamo la sicurezza e ti faccio buttare fuori!!!”

Me ne vado furibondo! Armato di buone intenzioni mi sono messo in questa nobile impresa, come un paladino di re Artù alla ricerca del Graal, e ottengo solo derisione e insulti. Ma chi si credono di essere? Possibile che non sappiano riconoscere la nobiltà delle mie intenzioni!

Sono passati 23 anni, ne ho contattati 2 all’anno, era necessario fare le cose con calma.
Ho impiegato così tanto tempo perché è stato più complicato di quanto avessi preventivato e trovare la soluzione giusta ogni volta è stato difficile. Ad ognuno ho voluto dare una chance, ma nessuno l’ha colta.
E oggi sono alla fine della lista. Tocca a mia moglie e a mio figlio.
No, non parlerò con loro, perché loro una chance l’hanno avuta tutti i giorni da sempre. E non l’hanno mai colta. Come tutti gli altri si metterebbero a ridere, dandomi del pazzo o dello scemo. Cosa che, d’altra parte, non perdono occasione per farmelo capire.
Negherebbero l’importanza dei torti fatti e, a differenza degli altri, sopravvaluterebbero i torti subiti, ritenendo insufficienti le mie scuse. Mi umilierebbero e offenderebbero come e più degli altri.

Farò con loro come ho fatto, in questi lunghi 23 anni, con tutti gli altri.

Alcune gocce di veleno nel minestrone e anche loro smetteranno di ridere di me, dei miei buoni propositi, della mia voglia di fare i conti con il passato, del desiderio di capire e di essere capito.
Gli altri 44 li hanno preceduti. Hanno avuto una chance, ma non l’hanno colta.
C’è chi è morto in un incidente stradale, chi per una rapina finita male, chi cadendo dalle scale, chi andando a caccia, chi di una malattia fulminante….

Quella minestra la mangerò anche io. Ho compiuto la mia missione.
E, in fin dei conti, ho capito che mi sbagliavo.
Sono proprio io l’ultimo della lista, e anche il primo, e il secondo e….
Sono io che ho fatto i più grandi torti a me stesso, io che non mi sono mai perdonato per le occasioni sprecate.
Ora pace è fatta.
Ho veramente fatto i conti con me stesso e con il mio passato.


Vizi capitali

di Rossella Ghizzani

Questa è la storia di T., un uomo non più giovane e non ancora vecchio, e dei ventitré anni che visse – ma non sapeva di aver ancora da vivere – dopo aver deciso che doveva fare una cosa ben precisa: chiedere scusa a tutti coloro ai quali riteneva di aver fatto un torto.
Aveva in mente solo un paio di nomi, il giorno in cui gli venne questa idea: S., al quale si era rifiutato – una trentina d’anni prima – di prestare gli appunti del corso universitario che lui aveva seguito diligentemente, al contrario dell’amico che invece a lezione c’era andato secondo l’umore del giorno; D., al quale aveva portato via – non per una volontà precisa, ma era andata così – la donna con la quale stava da parecchi anni, come fossero sposati; F., una collega che a un certo punto, non più d’una decina d’anni prima, aveva sostituito nel ruolo che quella da tempo sperava di assicurarsi: non che le avesse fatto le scarpe, come si dice, ma è un fatto che di quello che lui sapeva i capi stavano decidendo si era ben guardato dal parlarle, e così la sua responsabilità e il suo stipendio erano migliorati. Il suo, non quelli di F.
Torti molto diversi fra loro, com’è evidente, di quelli che possono essere ridimensionati, liquidati addirittura, da un così è la vita. Così è la vita: nei rapporti di amicizia come nelle faccende sentimentali e nei posti di lavoro.
Ma T. aveva deciso che se sentiva una ragione per chiedere scusa non avrebbe dovuto star lì a pesare la gravità delle sue azioni, né a valutare le conseguenze che effettivamente ne erano derivate. Perché era convinto che altrimenti avrebbe potuto tranquillamente concludere di non aver poi fatto succedere il finimondo, di non aver rovinato l’esistenza a nessuno eccetera eccetera, e dunque non c’era motivo di scusarsi. Né del resto le conosceva davvero, quelle conseguenze:
S. s’era laureato anche lui, alla fine; D. non si era suicidato perché la sua donna l’aveva lasciato, non era passato un anno che era già con un’altra; F. ci lavorava ancora in quel posto, e la sua carriera l’aveva fatta comunque.
Ma non era questo il problema. La questione riguardava lui. Il suo bisogno di chiedere scusa. Indipendentemente dall’esito che il suo gesto avrebbe avuto, se avvertiva di aver fatto un torto, piccolo o grande che fosse, quale che fosse l’ambito di relazioni nel quale s’era compiuto, lui sentiva di dover tornare dalla vittima, se la vogliamo chiamare così: ricordarle quel periodo, quel fatto, se nel vederlo non le fossero tornati subito alla mente. E chiederle scusa. Non si trattava di ottenerne il perdono, o meglio: se qualcosa del genere fosse accaduto ne sarebbe stato contento, ma nel suo proponimento di riavvicinare la tale o il tal altro non doveva giocare alcuna valutazione preliminare delle probabilità che ciò avvenisse.
La lista si era andata allungando, e per ogni nome T. aveva cominciato a rintracciare recapiti, numeri telefonici, indirizzi e-mail. Anche se escludeva di risolvere la cosa a distanza. Quei dati dovevano servirgli solo per stabilire il primo contatto, buttar lì un pretesto per rivedersi, ipotizzare il giorno e l’ora in cui sarebbe andato. Perché, non ne sapeva esattamente la ragione, ma gli pareva essenziale che fosse lui a recarsi dall’altro, a casa sua, o comunque nel luogo in cui viveva. Alcuni infatti non stavano nella sua città. O non ci avevano mai abitato, o si erano trasferiti.
Era deciso. Avrebbe cominciato con uno a caso, facendo un sorteggio magari, poi via di seguito. Senza tener conto del tempo che era passato dal fatto. E qui un dubbio, o piuttosto un malessere, lo prendeva: aveva già annotato un paio di nomi di persone che avevano continuato a vivere nella sua stessa città, così come ne aveva appuntato almeno uno – ma sapeva che altri se ne sarebbero aggiunti – al quale il torto l’aveva arrecato di recente. Molto di recente. Decise di fare un elenco a parte per questi, così vicini, nello spazio e nel tempo, e di rimandare l’approccio con loro. Non di escluderlo, questo no, avrebbe guastato l’intero suo proposito, ma di non prevederlo nell’immediato.
Era tutto pronto dunque. Appena finita l’estate avrebbe cominciato. Dal primo.
Ancora qualche bagno, un po’ di sole, la festa dell’ospite di fine agosto e poi sarebbero tornati in città, e lui si sarebbe fatto sentire dal primo della lista.
Ed è stato proprio lì, attorno ai fuochi e alle grigliate di pesce sulla spiaggia, fra chitarre e fisarmoniche, che ha incontrato P. Erano sei, forse sette anni che non lo vedeva. Da quando aveva lasciato il lavoro che faceva per passare a quest’altro che pochi giorni dopo lo attendeva.
Erano diventati amici, lui e P., che pure era molto più giovane di lui. Proprio per questo forse: un’amicizia in cui c’era qualcosa del rapporto tra il fratello maggiore e quello più piccolo. Niente di paterno. T. aveva aiutato P., lo stimava, gli piaceva la sua passione per il lavoro ben fatto. Era stato questo ad accomunarli.
Ebbene, non appena i loro rapporti di lavoro erano cessati, P. non s’era più fatto sentire. T. l’aveva cercato, gli aveva proposto cene, occasioni per fare viaggetti, cose da fare insieme come una volta, ma P. niente. Non sono pochi quelli che, come cambi lavoro, tagliano di netto: la loro cordialità non era che interesse, è evidente. Ma da P. non se lo sarebbe proprio aspettato. Ne era rimasto ferito. Confuso prima, e poi ferito, appunto.
Avrebbe potuto fingere di non averlo visto, o limitarsi a un saluto da lontano. Invece gli era andato incontro, senza deciderlo, come fosse la cosa più naturale da fare, l’unica cosa possibile: l’aveva abbracciato, non badando al sorriso imbarazzato di quello, l’aveva fatto sedere al tavolo dove stavano sua moglie, i suoi figli, i suoi amici, aveva offerto a P. e alla ragazza che lo accompagnava grigliata e vino bianco. Il chiasso copriva le voci, non s’era neanche posto il problema di rievocare vecchi tempi, di scambiarsi le domande di prammatica, cosa fai adesso, come ti va eccetera. Solo qualche battuta su quelli che c’erano lì intorno, un commento su come andavano le cose, la politica, il lavoro, cose così.
A fine serata si erano salutati, una stretta di mano, un arrivederci senza alcun cenno al quando.
E qui, per T. era nata l’idea di un’altra lista da scrivere: la lista di quelli dai quali gli sembrava di averlo ricevuto, il torto, di quelli che l’avevano fatto restar male, o l’avevano fatto davvero soffrire.
Andare anche da questi: per sapere – senza la minima recriminazione, senza alcuna pretesa di ottenere spiegazioni e tanto meno scuse – la ragione per cui quella volta avevano detto, avevano fatto… O non avevano detto, non avevano fatto.
Tutto qui. Anche se non sapeva se sarebbe stato sempre bravo come con P. perché certe cose gli bruciavano ancora. Ma comunque voleva provare. Sentiva di non poter mettersi a pensare questo sì e questo no. Se uno di quelli che in qualche modo l’avevano offeso, o addolorato, gli veniva in mente, il suo nome doveva metterlo, in ogni caso.
A fine settembre le due liste erano abbastanza lunghe. La prima, quella dei torti fatti, soprattutto. Anche perché, rileggendola, si era reso conto di avervi incluso anche nomi di persone alle quali non aveva ragione di chiedere scusa, ma che sentiva ugualmente di dover raggiungere per dire un grazie. Non scusa ma grazie. Grazie perché in una particolare situazione gli erano state vicine, magari senza fare o dir nulla di speciale: gli si erano fatte sentir vicine, ecco. Oppure perché, anche senza averne precisa intenzione, gli avevano dato un’indicazione sul come fare una data cosa, o sulla direzione da prendere a un certo punto della sua vita, un incoraggiamento insomma, esplicito o meno che fosse stato. E a queste persone lui non aveva saputo manifestare la sua gratitudine: per sbadataggine, o pudore, o… avarizia. Quell’avarizia del cuore che non si sa o non si vuole riconoscere come tale e dalla quale ci si ritiene comunque esenti, come potesse riguardare sempre e solamente gli altri. Sicché quei grazie, in fondo, erano riparatori. Per questo si era ritrovato a includere i nomi dei destinatari nella stessa lista delle scuse.
Alla fine, seppure non complete, né l’una né l’altra, si è detto che le due liste andavano chiuse. Il rischio, se no, era di contentarsi di averle scritte e di aggiungervi un nome oggi e uno domani, senza mai mettere in pratica il proponimento da cui erano nate.
E dunque, T., appena tornato in città, cominciò.
Dopo quasi vent’anni, per un motivo o per l’altro, T. non aveva fatto molti passi avanti.
Alle scuse aveva rinunciato presto. Un numero non trascurabile di persone contattate si erano del tutto dimenticate di lui. Di lui, come se non l’avessero mai conosciuto. Questo implicava che T. dovesse inerpicarsi in verbose spiegazioni volte a ricostruire date, luoghi, fatti alla fine delle quali lui stesso smarriva il senso e l’interesse per ciò che si era proposto di fare. Non erano stati pochi i generici e cortesi – ma non si preoccupi, è passato tanto tempo, mi dispiace ma proprio non mi ricordo – dai quali aveva preso le distanze, bisogna ammetterlo, con un malcelato senso di frustrazione che finiva per irritarlo. Che faccio ora, borbottava fra sé e sé, questi qui li passo sulla lista di quelli che il torto me l’hanno fatto? Tutto ciò aveva avuto un forte impatto negativo sulla sua volontà e sulla fermezza della decisione presa. Qualche tentativo aveva continuato comunque a farlo, a volte anche senza rispettare la suddivisione delle liste: capitava infatti che il suo proposito di chiedere scusa si trasformasse in un grazie, perché la persona contattata, pur non riconoscendolo e quindi del tutto dimentica di qualsiasi relazione con T., lo accoglieva con benevolenza, qualche volta addirittura con calore. Senonchè qualche grazie, accolto magari con sufficienza, gli provocava spiacevoli reazioni per cui, alla fine, era costretto a chiedere scusa. In coscienza, né T. né altri avrebbero potuto affermare che non ci avesse provato. Era inevitabile però, T. lo sapeva, che – messo in pratica – il suo desiderio di chiedere scusa o di dire grazie si sbriciolasse in un gesto asettico. Non sono capace di empatia, c’è poco da fare, si diceva rammaricato: alla fine mi sono creato un’esigenza nata da un costrutto cerebrale del tutto privo di una vera partecipazione emotiva.
Aveva immaginato forse che quegli esperimenti di riparazione lo assolvessero e gli rendessero giustizia, ma non era andata così. Non si sentiva appagato, e dopo tanti anni continuava a cercare il bandolo di quello stentato esperimento.
C’è poco da fare, pensava, non è andata come avevo desiderato, e ormai, potrei sbagliarmi, ma credo di essere arrivato alla fine. Bisogna che lo trovi, il modo per far tornare i conti, prima che sia troppo tardi.
Qualche giorno fa ho ascoltato per radio un prete, uno di quelli impegnati in trincea, affermare che la vita deve essere sperperata.
Non va tenuta per sé, diceva quell’uomo di fede, va donata, sperimentata, azzardata.
Mi sono rimaste in testa quelle parole, e sovente si mischiano al monologo interiore che incessante, contenuto solo dai limiti imposti dalle mie necessità, mi accompagna e ricama il mio pensiero di punti nuovi. Se non lo faccio adesso, non avrò un’altra occasione. Sento un bisogno spudorato di dilapidare quel che resta di me, per libera scelta e senza tirare in ballo altri. Non è stata una buona idea provare a rappacificarmi con me stesso facendo le somme come se la vita fosse un pallottoliere. Totale dei grazie da proferire, somma parziale delle scuse da porgere… Non funziona così, penso ora. E come mai ho tenuto una contabilità così esatta soltanto dei momenti in cui, nell’incontro con gli altri, si è generata una frizione, uno strappo, o comunque qualcosa è andato storto?
La verità è che da tutta la vita porto nel cuore una forma d’avarizia che sempre mi ha nuociuto.
Penso questo ora. Sono solo, un po’ per scelta e un po’ per caso, e me la cavo, certo. Riesco a procurarmi tutto quello che mi serve, perfino un po’ di compagnia, se proprio ne ho voglia.
E ho il tempo. Per scavare, per tentare di capire, per reinterpretare; tutto il tempo di cui ho patito il desiderio durante gli anni lunghi del lavoro, delle distrazioni, del bisogno di riposo, delle curiosità, degli eccessi, dei torti subiti e di quelli inflitti. Gli anni in cui si attendono le cose che devono ancora accadere, in cui si lotta, nello strenuo tentativo di piegare il corso degli eventi alle proprie aspettative.
Si stringono i denti e si alza la voce, con un gran dispendio di energie. Dalla mia prospettiva, quella in cui i giochi sono davvero fatti – nessuna boccia sul panno verde del tavolo – tutto è diverso, e ogni giorno rinnovo l’incessante lavorio della mente nello sforzo di comprendere se fosse reale quello che è accaduto prima, o se vero sia quello che penso adesso. Quest’abbondanza di tempo, poi, a ben vedere è un falso: ho intere giornate per me, ma non credo di avere un futuro. Quello che davvero ho è la libertà. Al punto della vita in cui mi trovo posso dichiararmi senza preclusioni, ecco il motivo per cui ho cominciato a scrivere questo piccolo memoriale: desidero vuotare il sacco. Chiunque potrà leggerlo, chi mi ricorda e chi no, non ha importanza.
Importante è non dover sparire senza capire: mi piace immaginarmi mentre spendo l’ultimo dei respiri a mia disposizione, appagato dalla sicurezza di aver conciliato il prima e il dopo, avendo conquistato la sintesi ultima, valida solo per me e per questo assoluta, fra ciò che è stato e ciò che avrebbe potuto essere, se solo non fossi stato così parco di me.
Ogni tanto mi fermo davanti allo specchio. Riconosco lo sguardo e la ruga in mezzo alla fronte.
Mi fa compagnia da quando avevo poco meno di quarant’anni.
Adesso la mia ruga preferita è nascosta in mezzo a quelle che il tempo le ha ricamato intorno, formando una mappa sottile che disegna il contorno degli occhi, rivela le guance scavate e incornicia la bocca, più piccola che prima e un po’ sopraffatta dal mento, da qualche anno più appuntito e prominente.
L’ho sempre fatto, mi sono sempre scrutato davanti allo specchio, cercando me, non la mia immagine riflessa.
Lo facevo fin da piccolo, fissandomi gli occhi nella testiera nera e lucida del letto dei miei genitori. Mi mettevo a pancia in giù, le braccia conserte sotto la faccia e mi fissavo, finché quegli occhi scuri che mi guardavano non cominciavano a farmi paura.
È sempre stato così, sono sempre partito da me, mi sono usato per conoscere gli altri e la realtà che mi circonda. Come tutti, è l’ovvia obiezione. Ma per quanto mi riguarda, l’affermazione va presa alla lettera. La condanna della mia esistenza, quella che adesso mi fa trascorrere lunghe ore a riflettere, è non aver mai saputo davvero quanto sentimento contenessi, quanto ne avessi a disposizione o ne potessi spendere, a chi donarlo, come. Ogni volta è stato il rigore della logica a farmi scegliere. Con il termine sentimento, forse improprio, intendo quella componente delle relazioni fra persone, che pur non giustificandosi con una motivazione razionale – il lavoro, lo sport, un interesse comune, il sesso – rappresenta, nel bene e nel male, lo stimolo a cercarsi, l’emozione nel vedersi o, più semplicemente, rallegra rapporti di per sé strutturati per ragioni pratiche o infuoca casuali scambi d’occasione.
Simpatia, antipatia, empatia, ira, nostalgia e perché no, il tiepido, pannoso amor materno. È questo che sempre mi ha fatto difetto: sapere dove fossero dentro di me queste parole, riuscire a riconoscerle e sentirle, come guizzi dentro il petto. Mai ho saputo quante ne avessi e come dosarle.
Non ho saputo distinguere neanche il nero della voragine del dolore, salvo poi ammettere a distanza, da solo, la sua vera entità, senza spartire con nessuno alcuna emozione.
Provengo da una famiglia in cui mai sono stati nominati i sentimenti o detti gli stati d’animo, e da quando ho cominciato a gestire da solo le mie relazioni, ho sempre pensato che le parole proferite non potessero riuscire a descrivere una condizione interiore, bella o brutta che fosse, senza svilirla, senza restituire agli altri niente più di un superficiale compendio che avrebbe reso un’immagine distorta di me e violato con volgarità la profondità del mio sentire. O non sentire. Questo ha ristretto la cerchia dei miei interlocutori al numero minimo di uno, anche se, negli anni della maturità, ho ammesso intorno a me legami che comunque non ho avvertito mai come tali. Ho sempre dovuto compiere grossi sforzi di adattamento, adeguare il mio stile di comunicazione e la qualità stessa delle parole scelte, a un modo distante dal mio per nulla sintonico con il tentativo di essere me. Credo che per questo sia finito il mio secondo matrimonio, per l’incapacità di nominare il sentimento che ci univa. Potevo riconoscerlo dentro di me, ma mai ne ho fatto parola con la mia compagna.
Lei, del resto, deve essere stata a lungo impegnata a cercare di sanare le ferite che negli anni le avevo inferto, e a un certo punto deve aver perso interesse per me.
Sì, da un certo punto in poi deve avermi visto nella mia estraneità di uomo: un signore di mezz’età, piacente, giovanile, simpatico… un Tal dei Tali indisponente e sbruffone che aveva disatteso ogni accordo e tradito la complice alleanza che per anni ci aveva resi forti, imbattibili, a tratti immortali. Ma questo posso dirlo solo ora. Ogni giorno rinnovo i miei riti con scrupolosa attenzione. Mi alzo sempre alla stessa ora, né troppo presto né troppo tardi, indosso una vecchia giacca da camera color beige profilata di marrone che qualcuno deve avermi regalato molto tempo fa, e lentamente scendo in soggiorno. Apro le imposte, accendo la radio, preparo il caffè, faccio mangiare Seba, il mio cane, e fumo la prima sigaretta della giornata guardando fuori. Poi piano piano risalgo, lentamente mi lavo, mi vesto e poi riordino. Ho bisogno che tutto sia al suo posto, prima di potermi dedicare alle altre mie attività. Questa mattina, mentre rassettavo la camera, mi ha colpito al cuore il ricordo del gesto che faceva Clara, la mia seconda moglie, quando sistemava i cuscini sul letto rifatto. Non è stato un pensiero, ma una crepa. L’ho sentita aprirsi dentro di me; mi ha inondato una tenerezza infinita per quello scampolo di quotidiano e per un periodo della vita in cui, ma lo so solo adesso, ero un tutt’uno con me stesso. Li metteva vicini Clara, i cuscini. Attaccati, come se ogni mattina volesse ribadire la promessa di una notte da trascorrere insieme e il piacere di un’intimità familiare che avrebbe protetto il nostro sonno, il calore dei corpi, la soddisfazione del riposo.
Da qualche anno, lo ammetto, mi sono rimasti solo i gesti. Non nutro più alcun interesse per gli oggetti della casa. Ho bisogno che siano in ordine, ma non mi avvolgono più, non rappresentano più la fortezza in cui potermi rifugiare e trovare riposo. È tanto tempo che non godo più delle cose.
Adesso mi viene in mente quando Clara metteva sul letto le lenzuola pulite.
La sera mi distendevo nudo, fresco di doccia, sulla stoffa profumata, morbida e liscia. Mi voltavo sul fianco sinistro e la cercavo, per abbracciarla, per condividere quel momento di puro godimento domestico.
Eppure adesso so che a causa dei miei timori, delle reticenze, della poca abitudine a compromettermi davvero in una relazione amorosa, tutti i nostri anni insieme, fino alla fine, sono stati segnati da solchi sempre più profondi di non detto che sono diventati grumi, poi macigni, alla fine pietre sepolcrali.
Dopo aver riordinato, decido il da farsi. Se il tempo è bello, se non c’è vento, non fa troppo freddo, non minaccia pioggia, esco. Nonostante sia vecchio da un po’ e abbia ormai una certa dimestichezza con questa stagione della vita, ancor oggi mi fa penare rendermi conto di come le distanze, per me, siano dilatate e sempre più difficili da colmare.
Ho studiato con precisione i percorsi che mi sono accessibili, e fatto in modo di poter contare sulla possibilità di fare tappa. Ho censito panchine, muretti, recinzioni, che possano sorreggermi quando i dolori alle ginocchia si fanno insopportabili.
Non sto mai fuori a lungo, al massimo un’ora. Pane, giornale, sigarette. Tutto il resto mi si recapita a domicilio e per fortuna posso procurarmi senza difficoltà libri o giornali di mio interesse.
La cattiva notizia è che ogni giorno è più faticoso convincermi a uscire e solo raramente riesco a ritrovare il piacere di stare all’aperto: a volte sembra che l’aria voglia sopraffarmi con i suoi refoli leggeri, interferendo con il ritmo affannoso dei respiri. Spesso rimango a casa. Se c’è il sole, trascorro più tempo vicino alle finestre oppure, se il cielo azzurro, bugiardo, mi tenta con promesse di tepore primaverile, azzardo qualche passo sui ciottoli sconnessi del giardino di casa mia, il posto di cui si accontenta Seba quando non ce la faccio ad andar fuori e nessuno ci viene a trovare per fare due passi.
Quando c’era Clara, lo tenevamo in ordine il giardino. Lei ci teneva, e durante l’estate insisteva perché mangiassimo all’esterno. Così si sta un po’ insieme come quando ceniamo al ristorante, diceva. Mangiare in giardino ci permetteva di indugiare più a lungo a tavola, parlando, scambiandoci verità, bugie, propositi mai attuati, desideri … Era brava Clara, riusciva a creare un’aura speciale che era diventata il tratto peculiare del nostro stare insieme.
La aiutava il cibo, sapeva cucinare molto bene, e quella sua ostinata volontà di tessere la trama dei giorni, facendo in modo di ritrovare sempre qualcosa, un particolare anche minimo, un commento, un complimento, un gesto che, anche solo per un attimo, facesse scoccare una scintilla nei nostri occhi. Ogni volta che ci riusciva, traghettava entrambi fuori dallo stagno in cui eravamo caduti negli ultimi anni, e dava a tutti e due un buon motivo per continuare. Una cosa che non le ho mai chiesto, me ne accorgo solo ora, è quanto sforzo le costasse quell’operazione di traino.
Ci sono altre domande che non le ho mai rivolto, perché se lo avessi fatto, mi sarei costretto ad affrontare l’asprezza delle rocce delle sue richieste e la scivolosità dei ghiacciai del mio silenzio. Non le ho mai domandato, per esempio, se avesse mai perdonato il mio rifiuto. Non le ho concesso di donare la vita, e neanche di poter essere madre di un bambino non nostro. In realtà non ho mai proferito queste parole, non in questi termini almeno. Se devo essere sincero, è più facile che abbia affermato il contrario, manifestando il desiderio di essere padre. I no, i divieti e i rifiuti, io li agivo, innalzandole di fronte le barriere invalicabili e acuminate della mia incapacità.
Non mi sembra che siano peccati da poter perdonare.
Eppure lei ha sempre scelto me, fino a quando deve avermi visto come un cuore in inverno un po’ patetico, arroccato su se stesso e inabile alla profondità di un vincolo d’affetto.
Credo che sia successo quando scoprì che la tradivo. All’inizio negai, poi dovetti sottomettermi all’inconfutabile verità. Incerto sulla decisione da prendere, mi piegai alla sua forza, e per non spezzarmi dovetti trovare parole e gettarle, a casaccio, contro il suo incalzare senza tregua. Pretendeva chiarezza, accordi cristallini, scelte dichiarate e indiscutibili. Non la abbracciai mai, né le spiegai qualcosa o le rivelai il mio sentire. Come sempre, la costrinsi al compendio dei fatti. Rimasi, e questo fu quanto. Non che non mi pesasse la scelta. Ma rimasi, in onore alla vita che fin lì ci aveva attraversato insieme.
Deve averne sofferto, poi essersene fatta una ragione, e alla fine aver deciso di cercare la sua strada, ammettendo che potesse portarla lontano da me.
Da parte mia ho coltivato una ricca vita interiore, articolata, sonora, a tratti roboante, che sempre più, negli anni, mi ha impedito un sereno confronto con il mondo circostante e mi ha reso sterile.
Questi ultimi anni di assoluta solitudine, a ben guardare, ricalcano il mio stile.
Tutto avviene nella mia testa. Lo sforzo di capire, la soddisfazione, la frustrazione, il dolore, la gioia del ricordo. Se mi guardo indietro, quello che trovo è la somma delle mie assenze. Una presenza sempre esercitata per difetto. Sono sempre arrivato in ritardo, e sempre per conto mio, all’essenza delle cose, come una pellicola su cui i fotogrammi appaiono asincroni rispetto al sonoro. Ho sempre compreso dopo, e ogni volta attraverso la sofferenza, senza inibizioni o riservatezze, distillando gocce cristalline di autentico dolore.
Ho avuto un fratello, nipoti, amici due, autentici. Un padre scomparso prematuramente, una madre devota, tenace e combattiva. Una prima moglie acerba, amata come una sorella, che mi offrì un amore privo di giudizio come mai più avrei ricevuto. Insegnanti, colleghi, superiori, vicini di casa. Conoscenze. Una seconda moglie. Amanti. Un corollario di parenti. Persone di cui adesso ho bisogno, per la mia salute, per la spesa, per il futuro che non ho.
E con ognuno, nessuno escluso, ho commesso l’errore fatale dell’esercizio della distanza.
Mi sono sempre favorito, ho sempre sostenuto l’esigenza della soddisfazione delle mie necessità, in nome di una tutela ego centrata funzionale a rendermi autosufficiente, capace di assolvere ogni tipo di mandato, risolvere qualunque problema, sostenere ogni ordine di spesa, arrogante e a tratti impaurito, convinto di non poter contare su altri che me stesso. E poi la ricerca, l’abitudine a scavare, un minatore armato di piccone e lanterna che per sempre agognerà la totale comprensione, miraggio dorato e ingannevole, lussuoso pretesto per ritiri solitari, spesso consumati a discapito di malcapitati congiunti.
Da qui, dallo spiraglio di luce che mi rimane prima che le imposte siano definitivamente chiuse, vedo tutto quello che lascio dietro di me.
Immagini, proiezione privata ed esclusiva d’istanti di una vita trattenuta.
Sono state molte le occasioni in cui di me si diceva che non c’ero. Feste familiari, ma anche lutti, e pranzi quotidiani, calde sere d’inverno o domeniche estive. A volte di me si diceva che non c’ero anche quando ero presente. Poco importa se la mente mi riporta l’ipotesi della colpa condivisa, pensiero insinuante, fastidioso, pretestuosa chiave di lettura di anni e momenti remoti.
Voglio essere solo al giudizio. È adesso che guardo, e quello che vedo è un giovane uomo accartocciato su se stesso, impegnato a fondo in una ricerca astratta: il sé, unico, la cui affermazione pareva impraticabile.
Dal punto di osservazione in cui mi trovo adesso, uno dei peggiori stati d’animo è il rimpianto. Di questo si tratta. Faccio i conti con domande alle quali non so dare risposta. Perché non sono stato in grado di contenere le mie contraddizioni, perché non mi sono mai fidato, perché non ho mai spartito davvero la mia vita?
Unica soluzione, sempre, la fuga.
Eppure in cuor mio, di tanto in tanto, avverto un’ondata fremente d’amore.
L’ho detto. Mi colpisce a tradimento quando mi vengono in mente ricordi di Clara, ed è vera tenerezza quella che provo per i volti dei miei nipoti, le rare volte in cui li incontro, per quei corpi di giovani uomini forti eppure così evidentemente all’incognita della fragilità.
Dal mio punto di osservazione sono in grado di vedere tutta la strada che hanno davanti, la vedo tutta, ora che la loro vita s’incammina e la mia volge al termine.
In segreto, coltivo affetto per le persone che hanno percorso con me un tratto di strada. Ne sono geloso, non lo disperdo, ma quella fonte di ricchezza s’inaridisce. Non si coltiva da soli l’amore per gli altri.
Del resto, lo ammetto, la distanza era la mia corazza contro la possibilità di sbagliare. Se le avvicini, le persone imparano ad attendersi qualcosa da te, ti aspettano, diventano fedeli, e più aumenta la somma di questi atteggiamenti, più il margine possibile di errore s’innalza.
Ho sempre sbagliato, e ogni volta che accadeva, la massa di dolore si faceva sempre più spazio dentro di me.
Con Clara era diverso. Lei sembrava comprendere anche quando il mio comportamento era onestamente indifendibile.
Clara. Ha saputo danzare al ritmo dei miei passi, fino a quando, ballando, le ho pestato i piedi. Quando ho smesso di fare anche quello, quando non l’ho neanche ferita più, l’ho perduta.
Sono stato avaro, pur consapevole che il bene prezioso gelosamente custodito era destinato a scomparire.
Come in una fiaba, la condizione affinché tutti potessero vivere felici e contenti era che dilapidassi i miei gioielli, proprio come diceva la voce del prete che ho ascoltato alla radio. Altrimenti era inevitabile che fossi condannato al gelo della solitudine, e che per sempre si agitassero dentro di me i nomi e i volti di tutte le persone che, come senza volerlo, ho amato.
Sì, senza volerlo, come se questo non facesse la differenza.
Senza impegnarmi, compromettermi, sporcarmi, senza farlo sapere.
Come se l’amore fosse un tutt’uno con la distanza e il rifiuto, come se il mio posto fosse sempre un po’ all’esterno. Un po’ discosto dalla tavola imbandita, un po’ laterale nelle fotografie di gruppo, un po’ troppo avanti, da solo, nelle camminate in montagna. Gli altri, all’opposto, vedevano un egocentrico pieno di sé, convinto di avere sempre ragione e di essere sempre al centro dell’attenzione.
Mentre scrivo, deciso a lasciare almeno questa traccia di me, Seba, il mio cane, mi è seduto vicino.
Ogni tanto lascio andare una carezza sul pelo folto che gli ricopre il dorso, e ogni volta lui alza lo sguardo verso i miei occhi e mi ricambia. Struscia il muso sulla mia gamba, muove piano la coda in segno di riconoscenza.  È un bravo cane, il mio Seba. Ha adeguato il suo passo al mio, e sacrifica la potenza delle sue zampe al mio incedere stentato, senza allontanarsi mai.
Ci unisce una reciproca dipendenza priva di perché. Seba non si aspetta nulla da me, è felice se anch’io lo sono, e nei giorni di tormenta aspetta che mi passi, attende con pazienza il gesto che gli indichi il segnale di tregua. Da parte mia, la sua presenza mi sollecita un sentimento genuino.
Non mi giudica mai, il mio cane, non vorrebbe che fossi diverso, gli è sufficiente che io ci sia. Il mio amore silente forza le catene e si manifesta, riscaldandomi il cuore e le ossa e muovendo le dita, che di tanto in tanto arruffano il pelo del suo dorso.
La mia ultima possibilità, un regalo della vita affinché potessi finalmente viverlo, l’amore che sento e che sempre ho tenuto imprigionato fra le sbarre delle mie paure, nascosto nella cella del timore di non essere all’altezza, sepolto fra i rovi del calcolo distaccato.
Può essere lui, il mio Seba, a indicarmi la via che mi aiuti a ricomporre i miei pezzi sparpagliati?
Più di ogni altra cosa mi addolora pensare che me ne andrò lasciando dietro di me una scia di delusione. Quanti, che profondamente ho amato, quando sapranno della mia scomparsa riconosceranno la perdita di qualcuno che li ha amati?
Il dolore di questo pensiero non si può lenire con generiche scuse, o distribuendo tardivi ringraziamenti.
Di più ancora mi fa male sapere che la mia vita è servita solo a me.
Per questo intendo adesso lasciare queste poche righe, perché gli altri sappiano tutto ciò che in una vita non ho detto, e per mostrare ai pochi che leggeranno l’errore che ho commesso, perché non diventi anche il loro, perché ne facciano tesoro e lascino correre la voce: va sperperata la vita, non tenuta per sé.

T, stremato, posa la penna, scosta il corpo dal tavolo e si abbandona sulla spalliera della sedia. Un gesto da niente, che pure Seba registra muovendo appena la punta della coda. Prima di cedere al sonno, T. gli rivolge uno sguardo pieno d’amore.

Scrivere per non fuggire dal presente

Francesco Pecoraro, Lo stradone, Ponte alle Grazie 2019 (pp. 446, euro 18)

Finito di leggere il libro, il presentimento che il tentativo di tradurne in parole l’impressione ricevutane mi sarebbe sfuggito di mano mi ha indotto a fare uno schema dei suoi contenuti.
In principio è Lo Stradone, con il suo contesto, poi i tre filoni della critica urbanistica e architettonica, della ricostruzione storica, dell’osservazione sociale e antropologica, e da lì le diramazioni: il narratore e la sua vita in primo luogo; gli altri; la Sinistra, l’Italia, l’Occidente e il resto del mondo.
Ma poi, quando mi sono messo a scrivere, pur tenendo conto di questo schema non ho saputo attenermici, e mi è risultata evidente l’impossibilità di ricondurvi la storia che Pecoraro racconta. Perché? Per molte ragioni, solo alcune delle quali mi sono chiare: perché la sua scrittura è sostanza della sua narrazione come della sua argomentazione, inscindibili in questo romanzo-saggio, e dunque non sai rinunciare a citarne continuamente stralci; ma anche perché il fluire del suo discorso non si lascia costringere in una mappa tematica. Questa sorta di enciclopedia delle mentalità diffuse ai nostri tempi, nella quale ci sentiamo – volenti o nolenti, e sia pure in diversa misura – coinvolti, non tollera di essere riordinata: non parte da un primo volume e quelli successivi non seguono una progressione definita e certa, ma tornano a riaprirsi, a volte alle stesse pagine.
E allora, bando alla sintesi… Attraversiamo il mare di queste quattrocentocinquantapagine seguendo le rotte che comunque ci sembra di poter individuare.

“L’osservazione ostinata e diretta mi dice ciò che accade vicino a me, mi narra ogni giorno la micro-storia dello Stradone”: è questo il metodo per farsi “un’idea complessiva delle caratteristiche del tempo presente”, andando oltre l’”informazione sempre più ristretta triste rapida indifferente indifferenziata disseccata” della televisione e dei giornali.

Lo Stradone, via di maggiore percorrenza del “Quadrante”, uno dei quartieri “emarginati, non compatti e mal pianificati, o forse mai pianificati”, occupati dalla “frantumaglia edilizia” che connota le “prime fasce esterne al nucleo storico ridotto quasi per intero a parco a tema per turisti”. I turisti che percorrono la “Città di Dio”, com’è denominata Roma in questo come nel romanzo precedente, e come lo era già da Pasolini, intenzionato, pare, a scrivere un romanzo intitolato appunto La città di Dio.

La capitale dunque è lo sfondo della narrazione, una città che ben si presta a suggerire – evocando, si direbbe, le Città invisibili di Calvino – che “la città, qualsiasi città, è ciò che resta di un sogno perduto, il sedimento solido di ciò che nel corso del tempo poteva essere e non è stata, l’Io nevrotico e depresso di un Super-Io urbano che non ha incontrato le condizioni per compiersi o non ha avuto la forza di realizzarsi”.

Se questo è il luogo, del personaggio che narra veniamo innanzitutto informati che, “cresciuto nei puliti e geometrici quartieri nord” della città, abita da vent’anni in una delle molte “palazze” sorte lungo lo Stradone, lo stesso che “fino a pochi anni fa restava uno stradello e oggi è, in tutta la sua imbecillità, lo Stradone”, elemento portante di questi luoghi definiti, nella loro disarticolazione, “dall’incontro-scontro tra speculazione urbana e produzione edilizia”. Luoghi – nella realtà sono quelli della Valle Aurelia, o “Valle dell’Inferno”, come c’è ancora chi la chiama a Roma – segnati dall’insediamento delle fornaci da laterizi che, passate a metodi produttivi industriali nel secondo Ottocento, fornirono i mattoni necessari all’espansione post-unitaria dell’Urbe, oggi “città ambigua antica indifferente” – e molto altro: quasi dieci pagine sono dedicate a elencarne i caratteri –, ma già allora “paradiso del costruttore” e quindi dell’“attività umana legale – l’edilizia – più prossima all’illegalità, più tentata dalla scorciatoia para-criminale, più coinvolta in corruzione e imbroglio”. Luoghi che, passati attraverso la grande trasformazione – ossia della “demolizione fisica e sociale” che ha sostituito il quartiere proletario dei fornaciai della Sacca con le torri di quattordici piani dello IACP – offrono alla fine degli anni Settanta un ideale terreno di ricerca a etnografi e sociologi studiosi di comunità ormai disgregate, mentre oggi costituiscono un campione rappresentativo delle “non-scelte dell’amministrazione”, della “stupidità dei tecnici, degli urbanisti e infine degli architetti” che hanno costruito questa “non-città, che è pur sempre la nostra”, ma soprattutto è “l’hardware che stiamo lasciando ai nostri figli, che hanno un loro diverso e per certi versi non-comprensibile software mentale. Penseranno diversamente ma vivranno nelle nostre medesime stanze”:

È questo l’osservatorio. È qui, sul “marciapiede davanti casa, al Bar Porcacci e quel poco che c’è da qui alla svolta per andare al garage” che il protagonista conta “di poter vedere le cose della politica e dell’economia” e non si stanca perciò di guardare  il suo “tassello di territorio segnato dalla piccola e media Storia” insieme dedicandosi “allo studio dei testi direttamente riguardanti questi luoghi”: se la gran parte degli interessi che aveva nutrito si sono dissolti, la curiosità per i luoghi in cui passa la sua vita resta viva, e lo induce a “passare e ripassare osservare sedere nei bar, comprare nei negozi. E infine andare in biblioteca a leggere la storia della Città di Dio, rintracciare l’atto di nascita urbanistica dello Stradone, per capire ciò che non si può capire senza averlo vissuto di persona. E così scovare l’eco lontana del Quadrante, il borghetto della Sacca, della visita in quei luogi di Vladimir Il’ič Ul’janov, detto Lenin”. Che non importa sia davvero passato di lì, nel viaggio che l’aveva portato a far visita a Gorkij nel 1908 a Capri. Quel che conta è che ne sia rimasta memoria, per quanto leggendaria, e dunque non solo in biblioteca ma anche nelle testimonianze degli abitanti più vecchi si tratta di rintracciare i tratti di un’identità perduta.

È così che l’espressione della “sofferenza percettiva” suscitata dal volto urbano, dalla “fine della cultura del decoro” che non si può non leggervi, si intreccia con l’indagine dei processi che quel volto hanno prodotto. E l’osservatore si fa narratore visionario del passaggio del grande Lenin fra i fornaciai della Sacca, perché quell’episodio sa dire di un tempo nel quale c’era ancora il futuro e “le categorie del filosofico e del politico (coincidevano)”, anche se la vita operaia era fatta di fatiche disumane e la fornace era un “tritacarne”. Sono loro, i “roboti” sopravvissuti, a raccontare come ci si lavorava, e come si abitava nel “borgo auto-costruito nei pressi della fornace” stessa, “come si vivesse per la fornace, a causa e in virtù della fornace, odiando/amando la fornace”. Ma è, quello, un tempo dimenticato dai figli che sono andati a vivere altrove e di cui i figli dei figli non sanno più nulla: “nel momento in cui la pentola della Storia smette di bollire si mette in moto l’accademia e comincia a raccogliere i cocci sparsi”, e l’archeologia industriale, che vuol tutelare i resti di fabbriche come quelli di cui, nel Quadrante, si farà un centro culturale, appare, nella sua velleità di evocare un passato precocemente ma irrevocabilmente remoto, “la più stupida delle branche della conservazione”. Remoto non solo perché è cambiato tutto, intorno, ma anche perché è estinta la specie di cui faceva parte il fornaciaio  che “comprendeva perfettamente la morsa in cui si era dibattuta tutta la sua esistenza”, che era consapevole della “propria segregazione sociale” ma anche del fatto che “il lavoro politico per l’affermazione di un cambiamento collettivo” era per lui “l’unica prospettiva di togliersi dal collo il tallone del padrone e della fornace”, per quanto quel cambiamento lo percepisse “lontano, irrealizzabile” e votato, come difatti è avvenuto, alla sconfitta. È sul filo di testimonianze simili che si attraversa la storia di questa parte della città prima e durante il fascismo, e poi nel secondo dopoguerra, quando “il processo di assimilazione alla città dell’enclave rossa continua” fino a farsi trasformazione irreversibile: “Casa-spazio urbano-lavoro, avevano determinato il formarsi di un’appartenenza. Sarà la modificazione di questi tre elementi esistenziali a smontarla”.

“Come posso raccontare quegli anni – si chiede il narratore – facendo a meno di un’adesione, postuma ma totale, a quelle battaglie? Come posso mantenere uno sguardo freddo sulle cose i fatti le persone coinvolte nel destino della Sacca?”

Dopo il luogo e la storia della sua gente, è allora la biografia dell’osservatore-storico che possiamo distinguere in questo racconto in cui tutto rimanda a tutto. Il personaggio ha molto in comune con l’Ivo Brandani della Vita in tempo di pace, il romanzo precedente di Pecoraro, ma qui resta anonimo; aveva 69 anni quello e ne ha quasi 70 il narratore dello Stradone, senonché qualcosa è cambiato, quasi che i sei anni passati tra un libro e l’altro, che hanno fatto del sessantottenne Pecoraro di allora il settantaquattrenne di oggi, si facessero valere: se Ivo Brandani era un uomo che da “anni non dice più quello che pensa, a nessuno” e, “perseguitato dal senso della catastrofe”,  si è ridotto a vivere in uno stato di “disperazione segreta e compressa”, l’uomo dello Stradone, pur approdato a una analoga condizione di “disperazione a bassa intensità”, si direbbe abbia guadagnato uno sguardo più disincantato, non meno sofferto ma in grado di guardare dall’alto una catastrofe ormai inequivocabilmente consumata. E dunque parla: da “vecchio maschio silente”, quale si definiva allora, sente di doversi dedicare ora a “un (suo) progetto di ricostruzione/restituzione, storica e non”. Perché “(ho) tempo libero” – come tiene a giustificare autoironicamente la sua impresa –, ma al fondo perché, lo deve ammettere, “non mi abituo” alla “nostra solita vita annidata in Occidente”, nonostante l’assistenza sanitaria, il supermercato e la palestra pervasa dalla noia, da un “inganno di cui tutti sanno”, ma “che viene benevolmente tollerato, anzi accettato a praticato”. Ma lui no, in lui non si è esaurito uno “stato interiore di costante dissenso col presente”. Non sa rassegnarsi alla “risacca della storia” nella quale viviamo, e quel modello di società e di vita che si contrapponeva nel Novecento a quello capitalista, anche se “schiacciato e deriso” e apparentemente cancellato dalla Storia”, “più svanisce e più lo ama”, e infatti “(condivide) molto” del modo di pensare dell’amico che è rimasto comunista, “senza compagni, senza Partito, senza Stato Guida, senza prospettive”, ma comunista.  “Comunista silente”.

È a questa posizione che si sente vicino, nonostante il percorso che l’ha portato, dopo aver fallito nella carriera accademica, ad abbandonare il Partito, ad aderire negli anni Ottanta a quello di Craxi e a lasciarsi corrompere – da architetto funzionario ministeriale qual era – pagando il suo errore con un mese di galera cui è seguita una reintegrazione risoltasi sostanzialmente in un’emarginazione ben retribuita (in quel “Ventennio della Cancellazione che fu quando sulla cultura peninsulare novecentesca fu stesa più di una mano di merda, a obliterare ogni antecedente politico ogni visione ogni cultura ogni verità ogni menzogna”). Per poi ritrovarsi, pensionato, solo – una moglie, poi un’altra donna, e adesso nessuno, con lui – nel suo appartamento al settimo piano della “palazza” sullo Stradone. A guardare. Anche se stesso. Il proprio essere vecchio. Non “anziano, non più giovane. In età non più verde, agé, avanti con gli anni”: vecchio. In grado perciò di tracciare una fenomenologia della vecchiaia che sembra non tralasciare nulla in un elenco impietoso di “sei anziano quando…”. Quando cambia il rapporto con il tempo in primo luogo e “il passato è una scia a sfumare in lontananza, il presente è come dietro un vetro e il futuro non c’è più”. Quando “tutto quello che prima ti piaceva ti interessava ti eccitava (…) non dico sparisce, ma è come se decadesse, si depotenziasse, attenuandosi, lasciandoti in uno stato di semi-indifferenza costante, definitiva” e l’energia residua è assorbita dal “bisogno quotidiano di massicce dosi di fiction, seriale e non” e dalla “ipercomunicazione webbica”, o si diluisce nei “social e adiacenze, nelle lunghe escursioni in youtube, negli sterminati enigmi pornografici che si trovano in rete”. Già, perché “nessuna donna ti guarda più. Se non le anziane come te, che tu invece non guardi”, mentre alle ragazze “basta percepire inconsciamente le radiazioni della vecchiaia che stai emettendo, per precipitarti nella massa dei non-visti, dei non-considerati, dei non-valutati: sei fuori e lo sei per sempre”. Eppure, il desiderio continua a farsi sentire, anche se non è, spesso, “un vero risveglio, ma il sommovimento di un dormiente”, tranne quando a urgere è invece “la disperazione del desiderio che non può soddisfarsi nei modi in cui vorrebbe”, “la nostalgia degli anni in cui si era dentro la giostra sessuale della giovinezza. In cui gli sguardi delle ragazze ti colpivano in continuazione”. Sentimenti che convivono, drammaticamente, con una “sarabanda di pensieri di malattia e morte”, con i presagi della Malattia, con le avvisaglie del momento in cui curarsi sarà detto Battaglia, “secondo la cancro-retorica”. Intanto, “il come stai, un tempo convenzionale, con l’avanzare dell’età sta diventando una domanda vera, cui qualcuno risponde seriamente, vale a dire raccontando davvero come sta”.
Ad aggravare poi il senso di solitudine che inevitabilmente accompagna la vecchiaia, una distanza fra generazioni che è aumentata come mai era avvenuto prima, e si traduce, per il narratore, in “odio”: per le “loro menti disattrezzate, dove tutto galleggia senza peso” e “si è formata l’idea di merito”, di “società meritocratica”, nel frattempo identificata con una “piatta iperqualificazione, che oggi non si nega a nessuno abbia i soldi per conseguirla” e produce schiere di “cretini” annidati “soprattutto tra i qualificati e i meritevoli”, “imbecilli affamati di successo”, “eserciti di consenzienti anglofoni muniti di curriculum”. Giovani che non vogliono più saperne di quei “caca-cazzi” che “a partire dal Sessantotto e per tutti gli anni a seguire, ci hanno portato alla rovina”. Ma attenzione: i vecchi, per parte loro, non si possono dire vittime ingiustamente disprezzate. In loro – non escluso chi formula questi giudizi – non mancano “sentimenti schifosi”: “quando constato l’altrui star male, i danni della vecchiaia, o vengo a sapere della morte di qualcuno, non so perché, mi vergogno a dirlo, provo un piacere segreto, profondo e non confessabile”. Si tratta di “una sottile lurida doppiezza che definirei SPAD, Soddisfatta Pietà per Altrui Disgrazia”.

Il che non impedisce il sopravvivere di una pietas per il barbone che non vuole aiuto, per il giovane scivolato in una condizione di indigenza assoluta, per i baraccati che stanno al di là dello Stradone, ma anche per gli animali condotti al macello, per le vecchie cose usate per anni da qualcuno che non c’è più e finite nei mercatini, e per i libri soprattutto: persino quelli che si leggevano negli anni Settanta oggi giacciono invenduti sulle bancarelle dell’usato.  

Storia di sé, degli effetti che l’età induce, ma mai storia individuale quella che troviamo in queste pagine, indissociabile da quella collettiva di un “ceto medio terminale”, di “un Grande Ripieno, in cui tutti si mescolano con tutti. Non è il reddito ad aggregarli, ma una comunanza culturale (…) tutti insieme anestetizzati da una comune aspirazione alla sicurezza economica e fisica (…) da una verniciatura di pensiero civile, apparentemente corretto e televisivo, che nasconde la solita inestirpabile natura brutale e ferina che potentemente emerge sempre più spesso e sfacciatamente in circostanze in cui questa medietà sociale universale si sente minacciata nelle due principali sicurezze di cui sopra”.

Una “rozza immagine”, di mano dell’autore stesso, rappresenta “un panino a tre strati”: fra quello sottile che sta sopra, lo strato dei “ricchi e potenti” e l’altro, di maggior spessore, che si trova sotto, quello dei “poveri e emarginati”, sta lo strato più alto, quello del Ripieno sociale, che nutre lo strato di sopra e lascia percolare verso il basso “una piccola porzione di ricchezza”. A succhiare risorse ovunque è però una “rete criminale estesa ramificata” al punto di attraversare ogni strato del panino. È questa la struttura che caratterizza il “corpo sociale” nell’epoca della “post-politica”, nell’Era della democrazia fredda”, in cui “destra e sinistra sono diventate quasi uguali, come negli USA”.

Qual è il tipo umano, quali i modi di pensare, i comportamenti che corrispondono a questa situazione?

foto di Francesco Pecoraro

Torniamo al punto di partenza, all’osservatorio dello Stradone: quelle che vi si muovono sono “presenze umane diacroniche, solo apparentemente viventi nel medesimo intervallo spazio-temporale”, come le galassie individuate dal telescopio spaziale Hubble, che vediamo anche se nel frattempo morte o profondamente trasformate o disperse. Presenze umane, dunque, che sono “in realtà lontanissime tra loro come mentalità percezione e visione del reale contemporaneo”. Uniche occasioni di comunicazione, le chiacchiere al bar Porcacci, il bar del quartiere, e la Squadra, “ultimo ente simbolico che ci dà il senso di appartenere a qualcosa”, essendo il tifo “restato da solo a compensare la dis-appartenenza politica, la deideologizzazione generale”. Ma, occorre notare, il loro tende a confondersi con il noi. Sono, gli altri, gente da cui non ci si può aspettare più nulla e che pure vale la pena di osservare, ascoltare soprattutto, perché se ne è parte, perché un’irrinunciabile onestà verso se stessi costringe all’immedesimazione. Non necessariamente all’empatia però, che finirebbe per scivolare nell’autoassoluzione. Meglio limitarsi ad ascoltare perciò, riportando mezze frasi e sprazzi di dialogo come infratesti che ora completano con una qualche pertinenza il discorso ora lo spezzano come intrusi, ma sempre rendono – non di rado con effetti umoristici irresistibili – il tenore delle relazioni e degli scambi che intercorrono fra i “cetomediocri” (“C’ho invortini de verza./Te sembro tipo da invortini de verza?”, “So’sòrdi nostri”, “Saa so’cercata”, “Bello ’sto marzupio”…). Sono i pensionati che si lasciano “dragare” i soldi che ricevono dallo Stato da slot e bingo e Gratta & Vinci, “umiliati da un presente misterioso, incomprensibile, contro il quale talvolta, soprattutto se in branco, ringhiamo confusamente”. Un presente in cui tutti e tutto appaiono falsi, anche “i convincimenti, imbottiti di falsa buona coscienza”, ma “l’autenticità non è necessaria per la gente dello Stradone” alla quale interessa solo “restare vivi. Conseguire un vivere senz’altro scopo che restare vivi, per sedere al Porcacci il più a lungo possibile” e “rimettere in circolo, attraverso il consumo, il denaro pubblico affidatoci con la pensione”. Egoismo sociale e indifferenza a tutto: vada come vada il mondo, “a noi bastano altri dieci, massimo quindi anni di calma, anche relativa, e di pace anche falsa e parziale” perché, anche se l’abbiamo pensato, “il mondo non era migliorabile per via politica, l’abbiamo capito tardi, ma l’abbiamo capito. Intanto dateci la pensione.” “Razzisti involontari” con i “bangla” – dal canto loro, “chiusi nella loro capsula culturale” e nel loro desiderio di “roba e benessere occidentali” – che ti fanno benzina o ti servono nei loro negozietti aperti sempre.  Clienti assidui e razzisti di fatto, questi pensionati, membri di quella “nuova classe sociale dei Persi nel Tempo”, degli “Abbandonati per Istrada in un punto del tardo Novecento”, “Al di fuori della fiction assuefatti a qualsiasi cosa: incidenti, attentati, immondizia…”. Suscettibili se mai, in parecchi, ai miti e alle pratiche della “de-anzianizzazione”: e allora ecco l’abbigliamento giovanilizzante, ma soprattutto – secondo la norma imperante delle tre effe enunciata da Tommaso Labranca, autore di riferimento di Pecoraro: fitness, fashion, fiction – la palestra, “moschea laica” di “cazzoni novecenteschi” cedevoli alla dilagante cultura del corpo per la quale “farsi gli addominali, porca madosca, è il primo imperativo categorico subito dopo il restare vivi”.

Si può anche non andarci in palestra, ma facciamo lo stesso parte degli uomini e delle donne cui “sembrava di non essere negoziabili e invece siamo stati negoziati, in un dissenso di superficie, ma con un sostanziale consenso a un agio relativo”, a un consumo che si fa metro e sostanza dell’esistenza e si rappresenta nel “supermercato sempre aperto illuminato riscaldato e costantemente rifornito ci ciò che sono convinto che mi serva, di cui sono stato addestrato ad aver bisogno”. E del resto, perché impuntarsi a vedere nel centro commerciale un non luogo anziché l’unica agorà rimasta, in un tempo in cui il discorso pubblico si è fatto “non-discorso”, “sempre lasciato aperto come un rubinetto spanato”, e più ci si guarda intorno e più si vedono solo “segni di desertificazione politica”?  

Desertificazione cui non è estraneo e dalla quale non è certo stato risparmiato il Partito, entrato già nel Novecento in “una fase di trasformazione auto-annullante che ancora dura”, “un Partito che ormai appartiene a estranei”, anche se non è a una simile involuzione che si può attribuire ogni responsabilità: a ben vedere, si deve risalire agli anni Settanta, quando “ci immaginavamo dall’altra parte, come fossimo davvero antagonisti e non invece parte di un sistema che ci prevedeva nei suoi meccanismi di ri-equilibrio, (…) di modernizzazione laicizzante di un catto-paese arcaico che andava condotto per mano verso il consenso secolare”. Ma si può andare ancora più in là, e riconoscere che addirittura la “promessa” rivoluzionaria del comunismo era “falsa”, “era falsa già nel ’17 del Novecento, non-ostante la bellezza assoluta della Rivoluzione e dei suoi intenti, non-ostante la lucidità di Lenin. Era falsa perché non aboliva il lavoro né la dominanza né l’obbligo del consenso né in definitiva la condizione operaia”, senza dimenticare gli anni che seguirono, gli anni dello stalinismo, “esecrabili si dichiarò ufficialmente negli [anni] Ottanta, quando tutto era ormai finito. Però lì, nell’Impero d’oriente, in forme diverse ma non tanto, tutto dura, lo sappiamo.” Come sappiamo bene che quella in cui viviamo è “L’Era delle Stragi”, anche se “restiamo ormai abbastanza freddi rispetto al quotidiano flusso informativo sul rito di sangue”, limitandoci a dire, come si sente dalle parti dello Stradone, che “So’ barbari. Genti che (questo lo penso io) vivono in uno stadio di civiltà che precede di mille anni quella occidentale, che hanno una visione normativa e fatale e divinata della vita e dell’ultra-vita”. Il fatto è che – nonostante il presente ci sembri “l’avvisaglia di qualcosa di più grosso, di terribile e sanguinoso, qualcosa che accadrà e sarà contro di noi” – siamo “nutriti di istantanee drammatiche da un lato, e di servizi giornalistici carenti dall’altro” e quindi “anche volendo (lo vogliamo?), non riusciamo a farci un’opinione su quanto accade”. E non solo sul “conflitto tra noi e i popoli delle Sabbie”: vivere nel “post-tutto” significa non capire, prendere atto che la realtà, vicina e lontana, in cui siamo calati è “sostanzialmente un mistero che resterà tale ancora per un bel po’, forse per sempre, nel senso che sarà compreso solo dalle macchine superpotenti che prima o poi costruiremo, o che più probabilmente si auto-costruiranno.” Questa la constatazione cui approda la sensazione, disseminata nel testo sin dalle prime pagine, di “non aver capito niente”, “niente dei motivi per cui gli altri esistono e agiscono”; di non sapere perché convenga avere “cognizione di ciò che in ogni caso non possiamo capire”, dal momento che “un quadro esatto di ciò che sta accadendo non ce l’ha nessuno” e noi – noi bianchi anziani quantomeno – siamo ciò che è stato” e “ciò che è non lo possiamo capire”.

Quel che sappiamo è tuttalpiù che il Ristagno in cui viviamo non è destinato, come potrebbe sembrare, a durare per sempre, perché “alla fine, una volta morti, la materia di cui siamo fatti può tornare nel grande calderone universale (…) gli atomi di carbonio del pensionato si mescoleranno a quelli dei capezzoli della barista (…) della sedia del dehors del Porcacci, della ristampa in inglese dei Quaderni del carcere. Il Ristagno è comunque provvisorio. Ci aspettano grandi cose”.

Lo stradone – ha osservato Guido Mazzoni – non parla di Roma: parla di ciò che Roma, oggi, permette di capire”, ma per farlo lo scrittore è partito dalla microstoria e dall’osservazione minuta della realtà sociale che lo attornia, raccogliendo testimonianze documentandosi – si veda la nota bibliografica finale – come faceva Zola.

Uno scrittore, Pecoraro, che per restituire il frutto del suo lavoro usa una lingua ibrida, infarcita dei modi del parlato e continuamente oscillante fra registri diversi, evocando inevitabilmente il gusto di Gadda, il Gadda del Pasticciaccio soprattutto; uno scrittore che nutre il proprio discorso della distanza che sente separarlo da chi gli sta attorno, richiamando, nella rabbia amara che a tratti lo prende Bernhard, se Bernhard si fosse sentito salisburghese quanto i salisburghesi che detestava.

Un romanzo che non si conclude, che si interrompe piuttosto, o meglio: che l’autore “(chiude) per sfinimento” ma che avrebbe potuto continuare, che continuerà forse, riprendendo i temi e le idee che ci ha proposto e che a loro volta avevamo intravisto già nel precedente La vita in tempo di pace.

Una scrittura, in conclusione, che ha lo scopo opposto a quello che la letteratura molto spesso (sempre più?) si propone: una scrittura che non ha per fine né aiuta a metter fra parentesi il presente, o a fuggirne; che non cerca di metter ordine nel disordine del mondo né di guadagnare, e indurre nel lettore, l’illusione di un superiore distacco critico dalla realtà, ma che, al contrario, si pone come mezzo di un’adesione priva di infingimenti e avara di distinguo al tempo in cui viviamo, di un riconoscimento lucido ma non ripiegato su se stesso della catastrofe che per essersi consumata non cessa di manifestarsi, ad ogni livello, senza risparmiare nessun luogo, nessun ambito di vita. Nessuno, dovunque e comunque viva.

L’eredità

Le luci della sala si sono spente, e siamo rimasti al buio: lo schermo non si è illuminato. È nero. Il film però è cominciato, senza immagini. Solo un rumore. Il rumore che facevano i treni fino a non molti anni fa. TuTUM-tutum… TuTUM-tutum… TuTUM-tutum…
Quando l’immagine appare vediamo un signore, un vecchio, più in là dei settant’anni, che tiene un libro in mano, aperto, ma sta guardando fuori dal finestrino.
Il treno non è di quelli di oggi, appunto: ci sono ancora gli scompartimenti. Roba di una quindicina d’anni fa almeno.
Davanti al vecchio c’è un bambino. Lui non guarda i tralicci, i capannoni, i campi piatti e deserti che scorrono di fuori. Non distoglie lo sguardo da quello che tiene in mano, ma non ha pagine da girare. Sta giocando. Un videogioco. Guarda fisso e schiaccia, ora sul lato destro ora sul sinistro della scatolina di plastica rossa che tiene fra le mani, emettendo di tanto in tanto, sottovoce, qualcosa di simile agli urli della folla allo stadio quando fanno goal. Gioca e mastica. Ai suoi piedi la carta del chewing gum che ha in bocca.
Accanto a lui siede una donna, giovane, sottana corta e stivali, un maglione con dei brillantini che disegnano un fiore sulla lana lilla. Parla al cellulare. Sbocconcella un biscotto, l’ultimo, la scatola che c’è sul sedile, vicino alla borsetta, sembra vuota. L’uomo seduto verso il corridoio invece ascolta, soprattutto. Il cellulare all’orecchio anche lui. Si direbbe addormentato, non fosse per il cenno di assenso che ogni tanto fa, a intervalli regolari, e per i sorsi che ogni tanto dà alla bottiglietta di plastica che tiene fra le gambe.
La voce della donna però non si sente. Solo quel TuTUM-tutum… TuTUM-tutum…
Forse il regista vuol farci capire che non c’è nient’altro da sentire.
E poco da vedere anche, si direbbe: lo schermo è di nuovo buio.
Dev’essere uno di quei film in cui tra una scena e l’altra succede così.

Adesso il vecchio è solo. La famigliola è scesa, a quanto pare. Fuori scorrono case adesso, condomini. Un muro di finestre chiuse.
Il professore – un professore in pensione: non può essere altro – legge. È alle ultime pagine. Non stacca gli occhi dal libro, vuole finirlo prima di arrivare, si direbbe. E difatti si intravede la tettoia nera della Centrale, a Milano, quando lui chiude il libro, e rimane a guardarne la copertina. Ma si riscuote, il treno si sta fermando. Toglie dalla reticella il soprabito e la borsa – sì, anche dalla borsa si vede che dev’essere stato un professore. La apre, resta un attimo a pensare, incerto. Poi la richiude e il libro lo mette sulla reticella. Si infila il soprabito, prende la borsa. Il libro lo lascia lì.

Buio.

Era sceso. O così abbiamo immaginato. E invece, dopo l’intermezzo di buio, eccolo di nuovo lì, seduto al suo posto, ancora sul treno. Ma l’immagine si dissolve e lascia il posto a un’altra, sempre di lui, nel suo studio, immaginiamo, a casa sua. Un flash back, è evidente.
È vestito come l’abbiamo visto prima. Giacca spigata marrone, camicia bianca e cravatta di lana, sul verde. Uno non sta vestito così in casa: sta per uscire, per andare alla stazione a prendere il treno che sappiamo. Deve andare a Milano. Anche questo ci è già stato detto.
Ma intanto è lì che guarda gli scaffali pieni dei suoi libri, come se ne cercasse uno in particolare. Dà un’occhiata all’orologio, poi torna a scorre i titoli sulle coste dei volumi.
Non ce n’eravamo resi conto subito. C’è una musica di sottofondo. Un pianoforte. Satie, inconfondibile: non sta succedendo niente di particolare, ma è appunto questo che accade per lo più, e non è mai esattamente lo stesso, anche se potrebbe sembrare. È Satie, non c’è dubbio.
E sulla musica entra adesso una voce. Non è la voce del professore, non ci fa sentire quello che pensa. Parla di lui: è una voce narrante. Gli scompartimenti sul treno, una voce che racconta… È proprio un film che vuole evocare un clima d’altri tempi. Tempi non lontani, ma che lo sembrano, come se fra allora e oggi fosse successo qualcosa che la musica di Satie non potrebbe dire.

«Si è alzato di buonora, il professor Bartolomei – ecco, avevamo visto giusto: è un professore – , un’abitudine presa in decenni di scuola – in pensione, appunto. Deve andare a pranzo dal figlio. Il pranzo che  precede le vacanze estive: andranno tutt’e tre, lui, la moglie e la bambina, a Rapallo, come ogni anno. Nella villetta in cui il professore non ha più messo piede da quando sua moglie se n’è andata. Una malattia di cuore, scambiata per una semplice aritmia. Una malattia grave, favorita da un’accertata familiarità, hanno detto i medici. Dopo. Anche il padre di lei era morto nelle stesse circostanze.
Non ha mai viaggiato senza un libro, il professore. Il treno gli è sempre sembrato un posto ideale per leggere. Non il giornale, un libro. A volte si è affidato al caso e ne ha acquistato uno all’edicola della stazione. Un libro che, anche se parlava d’altro, sapesse già di treni, di viaggio. Poi, molto spesso, la sua scelta è caduta su un Simenon, o su un libro di poesia. Kavafis l’ha letto per la prima volta in treno. Nel chiuso della sua stanza non sa leggere poesia. È come se i versi avessero bisogno di essere accompagnati dal movimento, per lui. Un movimento cui affidarsi tranquilli.
Stamattina no, sentiva che il libro doveva essere uno dei suoi. Meglio se uno di quelli comprati e mai letti.  Mai, aveva pensato, e s’era reso conto che una volta avrebbe detto non ancora. E in preso da queste riflessioni i suoi occhi continuavano a scorrere i titoli senza vederli.
Quei libri ancora intonsi, negli anni gli erano diventati ostili. Gli dicevano della sua pretesa assurda di leggere tutto prima o poi, ma da qualche tempo anche del fatto che inevitabilmente non li avrebbe mai letti. Mai. Ma questa mattina, non sa esattamente perché, era proprio uno di quelli che cercava. Ha avuto la sensazione che in quei libri mai aperti si conservasse un po’ del futuro che ci aveva sentito nel momento in cui li aveva portati a casa, e messi lì dov’erano rimasti, per anni, e dov’erano ancora. In attesa. Senza aver mai smesso di attendere la sua mano che li togliesse dalla libreria, i suoi occhi che ne attraversassero le pagine.
Di nuovo un’occhiata all’orologio. Non gli piace arrivare all’ultimo momento in stazione.
Questo. Questo può andare, si dice finalmente, e lo mette nella borsa. L’ultimo regalo di sua moglie: una borsa identica a quella che aveva usato per anni ogni giorno e che ormai non teneva più le cuciture».

Buio, e di nuovo il TuTUM-tutum… TuTUM-tutum…
Siamo tornati sul treno. Niente più Satie.
Una scena già vista: il professore con il suo libro, ma ci dev’essere un nuovo flash back: sembra che il regista non sappia staccarsi da questo personaggio, e voglia che torniamo con lui a riconsiderare quello che fa. E dunque: il professore, il libro non l’ha ancora lasciato sulla reticella. È tuttora seduto e guarda la copertina con un leggero sorriso (questo non l’avevamo visto, prima).
Perché sorride? Ce lo spiega la voce fuori campo.
«“Si dovrebbe morire nudi, come quando si è nati: senza portarsi dietro più nulla, essendosi disfatti di tutto quello che si è posseduto”.
È stato quando è arrivato a questa frase e ha visto correrle vicino una linea a matita che si è reso conto di averlo già letto questo libro. Letto e segnato, in questo punto. Non lo ricordava, stamattina. Dunque era stata una rilettura quella che aveva fatto: è di questo che sorride. E quella frase, che già doveva averlo colpito, adesso, arrivato alla fine del libro, non lo abbandona: pensa ai suoi libri, a quelli letti e a quelli non letti. Come sgravarsene? a chi lasciarli? a chi lasciare questo stesso libro che ha in mano?»
È adesso che lo rivediamo alzarsi per prepararsi all’arrivo e, dopo esser rimasto sospeso sul da farsi, metter il libro sulla reticella.
«Il professore, – commenta la voce – è rimasto un momento a pensare: gli è sembrato di abbandonarlo, come un bambino che non si vuole tenere, che non si ha in animo di crescere. Come un esposto, uno di quei neonati che lasciavano nelle ruote degli istituti di carità. Ma non ci sono luoghi simili per i libri: si potrebbe mai abbandonarne uno sui gradini di una biblioteca pubblica?».
Sta camminando fra la gente, verso la fine del binario, ma rallenta il passo, una donna che veniva dietro di lui lo urta e gli dice qualcosa di scortese nel superarlo. La voce ci informa della ragione di quel momento d’incertezza: «S’è fermato, senza girarsi: ha la tentazione di tornare a riprendersi il libro. Ne ha pena. Ma si fa forza: ha solo anticipato – si dice – il momento in cui, prima o poi, l’avrebbe abbandonato comunque… E senza sapere di chi sarebbe stato poi, in quali mani sarebbe finito… Così succede ai libri, anche nel caso si sia deciso di lasciarli a qualcuno che resta: li tiene per un po’, magari, in uno scaffale alto, o in un armadio, ma poi viene il momento che se ne disfa, in un modo o nell’altro… E allora… tanto vale: non potrebbe far così anche con gli altri suoi libri? Leggerli, o rileggerli, e poi man mano lasciarli. Su treni, taxi, in stazioni, caffè, sale d’aspetto, uffici, negozi, su panchine ai giardini pubblici, sui banchi di una chiesa, in qualche angolo dei musei che gli piace visitare…».
Lo vediamo, il professore, scendere lo scalone della Centrale, e poi allontanarsi di buon passo, facendo dondolare la sua borsa vuota.
Si perde fra la folla che esce dalla stazione.

Buio.

Il treno è ripartito, lo scompartimento è lo stesso, ma c’è un’altra persona seduta dov’era il ragazzino con il videogioco. Una sola, non se ne vedono altre. Un uomo sui quaranta, giacca blu, camicia aperta, jeans, scarpe nere, a punta, lucidissime.
Sta leggendo e sottolineando i fogli che tiene sulla ventiquattrore poggiata sulle ginocchia. Il suono del cellulare lo interrompe: quasi a Padova – dice. No no, è in orario… d’accordo, cominciate pure… sì, prendo un taxi, ma voi cominciate, ti dico…
Ha avuto un moto di impazienza – quel tale che gli faceva fretta perché la riunione stava per iniziare l’ha irritato – e nel chiudere la telefonata, alza gli occhi al cielo. Non l’avrebbe visto altrimenti. Un libro dimenticato. Perduto. O magari scartato, perché noioso, inutile… Per un attimo ha la tentazione di alzarsi a prenderlo per vedere il titolo, ma deve finire di rileggere la relazione che farà in consiglio di amministrazione. Torna alle tabelle di dati che ha preparato.
È è stato un gran lettore di romanzi, da ragazzo. Ma poi l’università, ingegneria, e il lavoro… Sono almeno dieci anni che non legge un libro. Solo giornali e riviste. E relazioni, grafici, filze di numeri…
«Quando scende a Mestre, – ci avverte la voce che ormai conosciamo – l’ingegner Franchi si è dimenticato del libro.
E quello continua il suo viaggio. Arriverà a Venezia fra una ventina di minuti».

Buio.

Ci aspettavamo di vedere canali e ponti. Ci piacciono le storie ambientate a Venezia. Invece un’altra volta il treno. Fermo però, non si sente il rumore delle ruote che corrono sui binari.
Si vedono uomini e donne vestiti allo stesso modo, pantaloni e maglietta blu e casacca gialla. Sono quelli della squadra di pulizie. Hanno pochi minuti per sgombrare i vagoni di cartacce bottiglie e altro, prima che il treno riparta.
Entrano in due nello scompartimento che abbiamo già visto, un uomo e una donna. Lui si guarda attorno per far piazza pulita delle cose lasciate, lei passa uno straccio sui sedili.
Vara ’sti porsèi che cèso che i lasa, dice, e dal tono si sente che è quasi un intercalare, sono le stesse parole che dice fra sé ogni volta che entra in uno degli scompartimenti. La donna annuisce, ma sta zitta. Si vede che è straniera, il colore della pelle, i capelli coperti da un fazzoletto.  E anche in questo caso abbiamo indovinato: «È pakistana, Khalida, assunta per tre mesi: non sa dire una parola in italiano. L’uomo che lavora con lei però le parla lo stesso, nel suo dialetto, e lei fa come se lo capisse, in silenzio. Ma d’improvviso sentiamo la sua voce. Dice qualcosa che non comprendiamo, ma appare un doppio sottotitolo:
نہیں، مجھے دے دو
No, give me
L’uomo aveva preso dalla reticella un libro, lei gliel’ha preso di mano, e lui adesso parla in italiano, non più in dialetto: la sorpresa davanti a quel gesto inaspettato forse…
Lo vuoi tu? le dice. Ma se non capisci una parola? Be’, comunque, si vede che era destino: i libri gli ombrelli, i cappelli dovremmo portarli agli oggetti smarriti, ma io butto via tutto, non voglio grane, con quello che ci danno… Tienilo, tienilo pure… Magari tuo marito qualcosa ci capisce… Prima che lo schermo torni al suo intermezzo di buio vediamo lei sorridere, con il libro stretto al petto:
شکریہ
Thank you
dicono i sottotitoli.
E torna la voce, al buio stavolta: «No, neanche il marito di Khalida si raccapezza fra quei segni neri che riempiono le pagine. Lui, a differenza della moglie sa leggere, ma solo l’alfabeto della loro lingua, solo l’urdu. A parlare, invece, se la cava: è qui da tre anni. Pizzaiolo. Regolarmente assunto da un anno. È per questo che la moglie e i due figli l’hanno potuto raggiungere. Il maschio fa la seconda elementare, la piccola ha solo cinque anni, non va ancora a scuola.
In casa parlano la loro lingua con la mamma, ma il papà vuole che usino l’italiano. Il bambino ha fatti progressi, lo parla meglio del padre, con l’accento di lì, ma soprattutto sa leggere. Anche se non gli piace. Guarda la televisione.
La bambina invece parla solo con la mamma, e con la donna, una vicina, pakistana anche lei, da cui la lasciano nelle ore di lavoro di Khalida all’impresa di pulizie».

Torna l’immagine. La vediamo per la strada adesso, Khalida: pantaloni e camicia lunga che li copre fino al ginocchio, un velo nero a coprirle i capelli. Sembra più giovane di prima, neanche trent’anni.
Cammina svelta, due borsine del supermercato in una mano; nell’altra, il libro. Quando l’ha preso dalle mani del collega si è appena intravisto il titolo ma non siamo riusciti a leggerlo, e ora la copertina non si vede, la donna la tiene rivolta verso di sé.
La sentiamo pensare, ne riconosciamo la voce dalle poche parole che ha detto prima: Akram avrà da dire, per lui ci dovrebbe essere solo il Corano in casa. Neanche i libri di scuola di Nadim gli piace vedere in giro quando restano di qui e di là: neanche a Nadim piacciono i libri. Se non ci fosse Aisha resterebbero sempre chiusi.
Lei non sa leggere ma sta delle ore a sfogliarli. Segue con il dito le righe e dice qualcosa sottovoce. Fa finta di leggere, ma l’anno prossimo imparerà.
Intanto avrà quest’altro libro da guardare. So che lo farà.
Sorride la donna, mentre cammina sul marciapiede, fra la gente.

In sottofondo, è tornata la musica di Satie.

Inshallah

“Cosa ti porto da bere, cecchino?” gli aveva chiesto l’uomo dietro il bancone, con un cenno di saluto.
“Dammi una birra. Ghiacciata, però, non come il piscio che mi hai rifilato l’ultima volta. Una birra ghiacciata. E’ forse una richiesta troppo complicata per uno che una volta si vantava di essere il miglior barman della città?”
“Oggi dev’essere la tua giornata fortunata. Abbiamo avuto solo un paio di interruzioni nella fornitura elettrica e da qualche ora il frigo ronza che è un piacere, sembra un gatto che fa le fusa…”.
“Allora che aspetti, vecchio chiacchierone? Portami quella stramaledetta birra prima che io muoia di sete.”.
Si era accasciato sull’unico sgabello libero, lo sguardo come al solito rivolto verso il grande specchio che, incorniciato di legno dorato, correva alle spalle del bancone per la sua intera lunghezza. La sua innegabile imponenza riportava alla memoria la passata grandezza di quel luogo. Malgrado i bombardamenti che si susseguivano ad ogni ora del giorno e della notte e che avevano ridotto la città a un cumulo di macerie, lo specchio si era mantenuto miracolosamente intatto. I calcinacci, i vetri rotti e i muri traballanti che lo attorniavano accentuavano la straordinarietà della sua condizione. Grazie a questa apparente invulnerabilità, il grande specchio dorato, con la sua altera indifferenza, si era trasformato in uno dei più popolari emblemi della resistenza cittadina.
Prima della guerra civile quello era il bar di un hotel di lusso. L’albergo ora ospitava il comando dell’armata di straccioni che, contro tutte le previsioni, ancora difendeva ostinatamente la città dalla furibonda offensiva dell’esercito sovranista. Al bar si dava convegno ogni sera una moltitudine di combattenti sfiniti, oltre che il variegato mondo di faccendieri e trafficanti che ruotava loro intorno. Al piano inferiore, nelle grandi cantine, il quartier generale: ingresso strettamente sorvegliato, accesso consentito solo ai comandanti eletti dalle compagnie.
Lui non ci aveva mai messo piede: poco gli importava di ciò che si decideva là sotto. Condivideva con altri miliziani una delle stanze dei piani superiori. Ci aveva traslocato il giorno in cui un violento bombardamento gli aveva raso al suolo la casa, compagna e figlio di tre anni inclusi.
Era stato allora che aveva chiesto di essere trasferito in un’unità di tiratori scelti. Aveva sempre avuto una buona mira, anche nel mondo di prima. La prova a cui lo avevano sottoposto prima di accogliere la sua domanda consisteva nello sparare a un bersaglio mobile da distanze e angolature diverse. Erano bastati tre colpi. Quel giorno stesso aveva ricevuto il suo primo incarico.
Un mondo molto particolare, quello dei cecchini. Anche la guerra che combattevano era diversa da quella degli altri: prima le lunghe, estenuanti attese con l’occhio fisso nel cannocchiale del fucile di precisione, così immobili nel proprio nascondiglio da pisciarsi nei pantaloni se necessario, poi le fughe rapide e silenziose prima che il nemico potesse scoprire l’origine dei colpi. A separare le une dalle altre, il rumore degli spari e la morte dell’obiettivo assegnato, se eri stato bravo. Una guerra per solitari. Gli altri combattenti, un po’ per invidia, un po’ per ammirazione, li chiamavano i liberi professionisti della milizia: senza orari, senza ordini urlati nelle orecchie, senza turni di guardia o di corvée. Solo un incarico. Assoluta autonomia su come e dove assolverlo. Una definizione, tutto sommato, azzeccata.
Non provava alcun piacere nell’infliggere la morte, ma non sentiva nessuna pietà per i sovranisti che avevano la sfortuna di incrociare la traiettoria di qualche suo proiettile. Sapeva di cosa erano capaci quando catturavano qualcuno dei suoi. Aveva sentito l’odio fanatico nelle loro voci e visto la ferocia nei loro sguardi e nelle loro azioni, il sadico piacere che provavano mentre torturavano e violentavano le prigioniere delle unità femminili. No, nessuna pietà per quegli animali quando li uccideva. Erano state le loro fottute bombe a strappargli via la vita…
“Ehi, guarda chi si rivede, il mio viso pallido preferito. Dove ti eri cacciato?” gli aveva urlato un uomo grande quanto un armadio a quattro ante, interrompendo così bruscamente il filo ingarbugliato dei suoi pensieri.
“Un po’ qua un po’ là, sai com’è…” gli aveva risposto evasivo, mentre cercava di riprendersi dalla violenta manata che l’amico gli aveva rifilato sulla spalla, facendogli versare buona parte della birra sul bancone. Dopo averlo salutato con un abbraccio, gli aveva quindi proposto con espressione ironica: “Bevi qualcosa con me, Mamadou. Che ne dici di una birretta analcolica? O il solito tè alla menta, se preferisci.”.
“Arriverà mai il giorno in cui la smetterai di prenderti gioco di questo povero, piccolo, innocente musulmano?” gli aveva risposto Mamadou, con un sorriso di un candore abbacinante stampato sul viso dalla pelle scura, mentre con una spallata si ricavava un comodo spazio proprio al suo fianco.
“Inshallah, vecchio mio” aveva replicato lui beffardo, mentre sollevava il bicchiere in un accenno di brindisi. Poi, con espressione fattasi più seria, gli aveva chiesto: “Che novità dal fronte?”.
Si conoscevano dai tempi dell’insurrezione del Carmine, quando Mamadou lo aveva letteralmente strappato dalle mani dei paramilitari che lo stavano per catturare. Ora faceva parte di un’unità di ricognitori. Agivano sul terreno, spesso al di là delle linee nemiche, per acquisire informazioni sui loro spostamenti. Nonostante la mole, aveva una capacità mimetica fuori dal comune, che gli aveva consentito fino ad allora di sfuggire alle pattuglie e ai droni sovranisti.
“Bah, che ti devo dire, è un periodo di calma piatta, il fronte non si muove da settimane. Io e i miei ragazzi non siamo riusciti a scoprire nessun movimento anomalo tra le file dei porci. Questa tranquillità è strana e preoccupante. Non sarei autorizzato a dirtelo, ma forse è per questo che ci hanno ordinato di uscire domani in ricognizione oltre la ferrovia. Dovremo attraversare un terreno che offre pochi nascondigli, difficile passare inosservati.”
“Segreto per segreto, sarà la mia unità a fornirvi copertura, ce lo hanno comunicato poco fa. E’ una delle zone meglio controllate dalle pattuglie dei porci, come li chiami tu.”. Conosceva quella spianata e sapeva che sarebbe stato impossibile proteggere il ripiegamento dei ricognitori nel caso fossero stati scoperti. Anche Mamadou lo sapeva.
“Già, chissà che pensano di scoprire laggiù i nostri capi… Comunque mi conforta sapere che ci sarai tu a tenermi d’occhio. Sai cosa fare nel caso la faccenda prenda una brutta piega.” Dopo un lungo momento di silenzio, aveva aggiunto: “Dai viso pallido, ora beviamoci su, sarà ciò che Dio vorrà.”.
Alle loro spalle, all’improvviso, una voce femminile: “Ma cos’è quest’aria da funerale? Con tutto questo parlare di Dio, poi… Non sarai per caso diventato imam a nostra insaputa, Mamadou?”.
Non si erano accorti dell’arrivo di Rasheeda e Viktor. Li conosceva da prima dello scoppio della guerra civile. Una coppia inseparabile. Nel mondo di prima lei era stata la migliore amica della sua compagna. Ora era la miglior tiratrice, oltre che la comandante, della sua unità.
“Che ne dite di una partita a carte? Fabio e il Tedesco stanno tenendo occupato un tavolo nella sala grande, ma non resisteranno a lungo. Dai, diamoci una mossa, forza” aveva concluso mentre già se li stava trascinando dietro, senza attendere la loro risposta.

Era ancora notte quando aveva scelto la sua postazione. Si era sistemato sul tetto di un palazzo di tre piani relativamente intatto, nei pressi di quello che una volta era il cavalcavia Kennedy. Rasheeda si era piazzata all’estremità opposta della terrazza. Da lì la visuale sulla terra di nessuno che li separava dalle linee sovraniste era perfetta. Malgrado il buio, riusciva a indovinare i resti del tribunale alla sua sinistra. Proprio di fronte a lui, oltre la distesa desolata del parco Tarello, si stagliava il grottesco ammasso di vetro fuso e metallo contorto in cui si era trasformato il Crystal Palace.
Anche Mamadou e i suoi compagni si erano mossi prima del sorgere del sole, così silenziosi e circospetti che a stento riusciva a distinguerli. Arrivati a metà della spianata, dalle linee nemiche si era scatenato un inferno di fuoco. I sovranisti li stavano aspettando, forse imbeccati da una soffiata.

“Dammi qualcosa di forte, muoviti!” aveva ringhiato al vecchio dietro il bancone. Senza aprire bocca, quello gli aveva riempito fino all’orlo il bicchiere di un torcibudella vagamente simile alla grappa.
“Lascia qui la bottiglia e vattene!” aveva aggiunto afferrandogli il polso che la sorreggeva, con un tono rabbioso che non ammetteva repliche. Intanto, mentre il suo sguardo fissava lo specchio senza vederlo, la sua mente ripercorreva tumultuosamente gli eventi delle ore precedenti.
Mamadou ferito e il cenno d’intesa che gli aveva rivolto prima di essere sopraffatto… quel lungo momento di indecisione con il dito paralizzato sul grilletto… il dolore straziante che aveva provato quando si era infine costretto a premerlo per sparare quell’ultimo colpo… lo schiocco del proiettile arrivato a destinazione che, come un eco infinita, ancora gli rimbombava nelle orecchie…
No, non avrebbe mai potuto dimenticare, no. Un nuovo conto da far pagare a caro prezzo a quei maiali…
Si sentiva quasi soffocare dall’ondata di odio che gli era montata dentro, incontenibile. Quanto rancore aveva accumulato in quei… mesi? anni? Non riusciva più nemmeno a rammentare quando quella carneficina era iniziata. Il ricordo era svanito dalla memoria, trascinato via dalla stessa mano pietosa che aveva cancellato quelli del mondo di prima, troppo dolorosi per consentirseli. Ma sarebbe mai finita? La verità era che aveva smesso di sperarci. Una volta sì, quando lei e il bambino erano ancora al suo fianco. Ora no, non più. Sentiva passato, presente e futuro come intrappolati tra le macerie della città assediata.
D’improvviso gli erano tornate in mente le ultime parole che Mamadou gli aveva rivolto la sera precedente. Erano proprio lì, appoggiati al bancone del bar: “Prima o poi questa guerra finirà, amico mio e, stanne pur certo, l’avremo vinta noi. I loro muri e le loro paure ci potranno fermare ancora per un po’, forse, ma non per sempre. Guarda bene, viso pallido, perché quella che ora vedi riflessa di fronte a te è l’immagine del mondo che verrà, ricordatelo…”.
“Inshallah, Mamadou, inshallah” si era sentito rispondere, mentre scagliava la bottiglia ormai vuota contro lo specchio.


Rasheeda era arrivata al bar con il capo chino e il cuore pesante: mandare una delle migliori unità della milizia allo sbaraglio su un terreno del genere… A quale sciagurato poteva essere venuta in mente un’idea così assurda?
Immersa nei suoi pensieri, non si era accorta del cecchino, seduto all’altro capo del bancone. Poi il suono familiare della voce, anzi del ringhio con cui ordinava da bere. Sì, sarebbe stata una di quelle serate, quelle che aveva sperato di non dover vedere più. Lo sguardo torvo e la rapidità con cui tracannava quel liquore puzzolente erano segnali inequivocabili: la tempesta stava arrivando. Del resto, i guai non erano certo merce rara in quel periodo e il cecchino sembrava avere un gran desiderio di scovarli…

Lo avevo conosciuto ai tempi dell’università. Un biondino piccolo e secco, di poche parole, che se ne andava in giro con Viktor e gli altri come se fossero stati i padroni della facoltà. In verità era un ragazzo timido, sensibile e intelligente. Di lui colpiva soprattutto la capacità di offrire la propria attenzione agli altri, di coglierne e comprenderne le emozioni e i sentimenti. Certo, quella sua passione per la caccia proprio non la sopportavo, per quanto fosse abile a giustificarla. Un tipo interessante, comunque. Ero sicura che sarebbe piaciuto anche a Marta, la mia più cara amica dai tempi delle elementari. Il nostro rapporto si era mantenuto solido anche quando Marta aveva deciso di continuare l’università in un’altra città. Certo, mi mancava molto… Il giorno del suo rientro per la pausa estiva ero elettrizzata. Erano almeno tre mesi che non ci vedevamo e avevo una gran voglia di trascorrere un po’ di tempo con lei a chiacchierare. Con tutto quello che avevo da raccontarle… Ci eravamo date appuntamento nel tardo pomeriggio in piazza Loggia, al nostro solito bar. Ero così impaziente di vederla che ero arrivata con dieci minuti di anticipo. Ricordo bene l’emozione provata quando avevo riconosciuto la sua inconfondibile matassa di capelli neri spuntare da via S. Faustino. I suoi occhi azzurri scintillavano di gioia quando ci eravamo finalmente abbracciate. Poi, appena sedute, ci eravamo subito lanciate in una fitta chiacchierata. Perse nel nostro mondo, non avevamo notato l’arrivo di Viktor e dell’amico che, nel frattempo, si erano accomodati al nostro tavolo. Nonostante il nostro inziale disappunto, la serata aveva rapidamente preso una piega inattesa. La conversazione tra Marta e il nuovo venuto aveva subito ingranato benissimo, come se si conoscessero da sempre. Ma era soprattutto lo sguardo a parlare per lei, pendeva letteralmente dalle sue labbra. E che dire di lui… Non gli avevo mai sentito pronunciare così tante parole in fila. Bè, era cominciata così tra quei due.

Quando la bottiglia era partita in direzione dello specchio, Rasheeda aveva capito di dover agire in fretta per tentare di metterlo in salvo. Approfittò dello sconcerto e della confusione in cui era piombata l’intera sala per tentare di raggiungerlo e trascinarlo via prima che lo stupore incredulo dei presenti si tramutasse in furia cieca. Per tutti quei combattenti stremati il grande specchio dorato era il simbolo stesso della resistenza. Non sarebbero stati teneri con lui.

Quell’anno l’avanzata elettorale del Partito Sovranista non era arrivata inattesa, ma chi avrebbe previsto che i suoi voti sarebbero addirittura raddoppiati, facendolo diventare il partito di maggioranza? Restava però una formazione estremista e politicamente isolata, e nessuno davvero credeva che potesse trovare alleati per costituire un governo. Quando il Partito Populista aveva accettato di sostenerli in cambio di qualche vaga promessa, era scattato il primo campanello d’allarme. Seduti ai tavolini dei salotti e dei bar, tra un caffè e un aperitivo, si discuteva e si delineavano scenari alternativi. “Vedrete che il Presidente costringerà le altre forze politiche a coalizzarsi in un governo anti sovranista”, oppure “No, il Presidente scioglierà le Camere e convocherà nuove elezioni”. Quando il leader del Partito Sovranista aveva assunto la carica di primo ministro, la preoccupazione si era accentuata, anche se pochi dubitavano della tenuta dell’assetto democratico del paese. “In fondo facciamo parte dell’Unione Europea, le istituzioni comunitarie e gli altri paesi aderenti non consentiranno ai sovranisti di fare tutto ciò che vogliono”, oppure “La nostra economia è ormai ancorata a quella comunitaria. Con la moneta comune non si scherza, dovranno farsene presto una ragione”, si sosteneva con veemente determinazione seduti ai soliti tavolini. Ricordavo bene com’era andata, poi: il colpo di stato, la proclamazione dello stato d’emergenza, il ripristino della moneta nazionale. Quando erano arrivate le leggi razziali e le prime deportazioni, i quartieri delle grandi città abitati dai migranti erano stati i primi ad insorgere. Così era iniziata la guerra civile.  

Difficile muoversi in quella sala troppo affollata che cominciava ad agitarsi sempre più violentemente. Prima che Rasheeda potesse raggiungerlo, il cecchino era scomparso, sepolto sotto un mucchio di combattenti inferociti. D’improvviso Lupo, uno dei comandanti più amati e rispettati dell’intera milizia, aveva esploso una raffica di mitra verso il soffitto e, nel disorientamento generale, con l’aiuto dei suoi uomini aveva posto al sicuro entrambi, dietro la massiccia porta del comando generale.

Era stato dopo la ferita rimediata in un conflitto a fuoco che Marta mi aveva fatto quella richiesta. Voleva a tutti i costi che le promettessi di prendermi cura del figlio e del compagno, nel caso le fosse successo qualcosa. Avevo acconsentito subito, senza discussioni che sapevo inutili, nella speranza che quella circostanza non si dovesse mai verificare.
Pochi mesi dopo Marta e il bambino erano scomparsi sotto quel maledetto bombardamento. Ero rimasta stordita dal dolore per giorni. Ne ero riemersa solo in occasione del funerale. Ancora oggi provo vergogna per non aver capito, fino a quel momento, in quale abisso di disperazione lui fosse sprofondato. Era arrivato in ritardo, sporco, trasandato ed evidentemente ubriaco. Chiuso in un ostinato mutismo per l’intera cerimonia, se n’era poi andato senza nemmeno un cenno di saluto. Insieme a Viktor e Mamadou avevo passato le ore successive a cercarlo. Lo avevamo ritrovato la mattina dopo in una bettola, talmente sbronzo da sembrare morto.
Anche nei giorni seguenti non ci era certo andato leggero, con sbornie e risse che si susseguivano senza soluzione di continuità. Poi, all’improvviso, di lui non avevamo saputo più nulla: sembrava scomparso, come evaporato.
Per questo ero rimasta sorpresa quando mi avevano riferito del suo trasferimento nelle unità di tiratori scelti, dove io già militavo da tempo. Mi era sembrata una buona notizia: di certo aveva almeno smesso di bere.
Anche all’interno della mia unità, a cui era stato assegnato, era rimasto un solitario. Preferiva gli incarichi da realizzare in autonomia ed era preciso e meticoloso nello svolgere le proprie missioni, che preparava con cura maniacale in ogni singolo dettaglio. Con la fredda cortesia che riservava agli altri membri della squadra, limitava i rapporti allo stretto indispensabile. Grazie alla sua professionalità e all’elevatissima percentuale di obiettivi raggiunti, aveva comunque guadagnato la stima e il rispetto di tutti i nostri compagni. Anche con me si manteneva distante e impersonale, sempre però con inappuntabile gentilezza. Stentavo ormai a riconoscere in quell’uomo così distaccato il ragazzo di una volta. Sembrava aver eretto tra sé e il resto del mondo, me compresa, un muro invalicabile.

L’eco del catenaccio sprangato alle loro spalle non si era ancora spento quando Lupo, agguantato il cecchino per il bavero del giubbotto, gli aveva urlato con quanto fiato aveva in gola: “Cosa ti dice la testa, razza di idiota! Volevi farti ammazzare, per caso? Se è questo quello che vuoi, non hai che l’imbarazzo della scelta. Ci sono centinaia di sovranisti là fuori che aspettano solo l’occasione di sventolare il tuo scalpo.”. Quindi, dopo averlo scaraventato lontano, senza attendere risposta si era rivolto a Rasheeda: “Levami questo imbecille dagli occhi alla svelta, prima che cambi idea e lo deferisca alla corte marziale. Vedi di occupartene, perché la prossima volta giuro che lascio che lo facciano a brandelli. Sei o non sei la sua comandante?”. Poi, con tono più pacato, aveva aggiunto: “Portalo alla stanza del cambio turno, laggiù in fondo. Ci troverete un paio di brandine che potete usare. Vi conviene fermarvi qui per un paio d’ore, in attesa che la situazione si tranquillizzi. Intanto cerca di rimetterlo in sesto meglio che puoi. Da tanto non lo vedevo conciato così…”.
Era già addormentato quando la sua testa aveva toccato il cuscino della branda. Lei allora si era versata un caffè riscaldato e aveva lasciato la mente libera di tornare alle ore precedenti.

Un’operazione pensata male e finita peggio, ecco cos’era stata… Quando era scattata l’imboscata dei sovranisti era stato subito chiaro quale sarebbe stato l’epilogo di quella faccenda. Eppure Mamadou e la sua squadra si erano battuti come leoni e le unità di copertura avevano sparato fino ad arroventare le canne dei propri fucili. Ad uno ad uno i ricognitori erano caduti sotto i colpi nemici, ma da come si muovevano i sovranisti, incuranti delle molte perdite che stavano subendo, era apparso evidente che il loro obiettivo era quello di catturare Mamadou vivo. Sapevo del patto esistente tra lui e il cecchino: avevo ascoltato i loro discorsi della sera precedente al bancone del bar. E aveva visto il cenno che Mamadou, ormai circondato, gli aveva rivolto. Cosa aspettava a sparare? Poi avevo visto la canna del suo fucile tremare. Era sdraiato, l’occhio fisso nel mirino telescopico, in perfetta posizione di tiro, ma la canna del suo fucile continuava a tremare. Allora gli avevo gridato: “Spara, maledizione! Spara!”. Nessuna reazione. Intanto la canna del suo fucile non la smetteva di tremare. Lo lasciai perdere e mi volsi nuovamente verso la sagoma di Mamadou. Dopo averla messa a fuoco nel cannocchiale di precisione, fissai la testa nel centro del mirino e, con un groppo alla gola, sparai. Nello stesso istante anche il cecchino si era finalmente deciso a fare fuoco. Avevo visto il suo proiettile sollevare uno sbuffo di polvere a una spanna dal capo di Mamadou. Non penso che lui si sia accorto dell’errore e nemmeno del secondo colpo, quello sparato da me. Meglio così, sarei stata l’unica a saperlo.

Superato lo stupore per l’intervento di Lupo e dei suoi uomini, la rabbia della folla assiepata nel bar si era indirizzata verso l’ingresso del quartier generale. D’improvviso, un grido: “Lo specchio è salvo! Fermatevi ora, mandria di coglioni!”. Il vecchio barman era in piedi sul bancone e si sorreggeva il polso destro, malamente piegato ad angolo retto. Alle sue spalle, il grande specchio dorato, intatto, li guardava con la solita altera indifferenza. Ai suoi piedi, dietro il bancone, una distesa di bicchieri infranti. I miliziani, ammutoliti, faticarono a riconoscersi in quei visi lividi e distorti dalla collera che il riflesso, impietosamente, restituiva. Poi, finalmente, un fragoroso sospiro di sollievo.
Il miracolo dello specchio stava già correndo di bocca in bocca, così come l’ironica sorte di uno dei migliori cecchini della resistenza, che non era riuscito a centrare quella superficie enorme a meno di tre metri di distanza…

Si era finalmente svegliato, forse per le urla di giubilo che provenivano dalla sala del bar, lì disopra. Mi aveva guardata come se non mi vedesse da molto tempo, negli occhi un lampo di luce che non credevo avrei mai più visto risplendere. Poi era scoppiato a piangere.

The beautiful gene

Rosso malpelo
schizza veleno
mangia pagnotte
crepa stanotte

Sin dalla mia nascita è stato evidente: ho una variante del cromosoma n. 16, regione MC1R. Sono affetto, in maniera congenita, da eritrismo, detto anche rutilismo.
Molto più semplicemente, ho i capelli, e i peli, rossi e una marea di lentiggini.
Niente di che, molti hanno o hanno avuto problemi ben più gravi, ma resta il fatto che la pigmentazione del mio pelo è la più rara al mondo.
Solo l’1% della popolazione mondiale. In Italia lo 0,58%. Solo in Scozia e in Irlanda siamo in tanti: il 13%.
Nel Medioevo i capelli rossi erano elementi di prova processuale di stregoneria per le donne, di vampirismo o di licantropia per gli uomini.
Per Lombroso erano associati a chi commetteva crimini a sfondo sessuale, data la nostra proverbiale attitudine al sesso indemoniato.
Per i nazisti il dubbio era se consentirci o meno di procreare, dato che eravamo ritenuti un rischio per la purezza ariana e per la sua dirittura morale.
E ora, senza tanto clamore, molte banche del seme stanno dismettendo i donatori di pelo rosso, perché la domanda è scarsa.
E anche questo accelera la nostra corsa verso l’estinzione. Avete davanti ai vostri occhi una specie rara e non ve ne siete mai accorti…

Che avere i capelli rossi possa rappresentare un problema per chi li ha non è cosa nota a chi non li ha. La maggior parte non ci pensa nemmeno, anzi, ad un rosso qualche battuta l’ha anche fatta, così, tanto per fare…
Eppure se andate su siti come www.noirossi.it o progetti artistici come The beautiful gene di Marina Rosso (www.marinarosso.com/projects/the-beautiful-gene/), troverete le testimonianze di come sia un problema diffuso tra noi rossi sin dalla più tenera età. Nel nostro piccolo proviamo su di noi il pregiudizio.
E se la gente è così stupida da fare differenze “per un pelo”, non mi stupisce che i razzisti siano così numerosi, mi spiace solo che tra loro ci siano anche dei “rossi”…

Da piccolo questa “diversità”, evidenziata da fitti capelli rosso-tiziano e da una marea di lentiggini su tutto il corpo, mi comportavano la solita sfilza di frasi fatte: “el pië bu dei ross ga copàt sò pàder en del fòs”, “rosso di sera bel tempo si spera”, Pel di Carota, Rosso Malpelo, Gianburrasca… Quest’ultimo per colpa di Rita Pavone che negli anni ’60 associò i suoi capelli rossi al monello letterario, a cui da allora in poi venni equiparato per la mia naturale indifferenza alla disciplina. Ho odiato profondamente Gianburrasca e Rita Pavone…
Era così assillante che il mondo adulto, e non solo, si relazionasse con me in questo modo, che a 8-9 anni andai in Farmacia a chiedere se c’era una medicina per guarire dalle lentiggini e dai capelli rossi. La Farmacista evitò di propormi le porcate che avevo visto nella pubblicità e cercò di convincermi a desistere. Non riuscendoci, dispiaciuta, chiamò mia madre, che provò a capire, ma senza riuscirci. A lei i miei capelli e le mie lentiggini piacevano, e non vedeva dov’era il problema.

“Malpelo si chiamava così perché aveva i capelli rossi; ed aveva i capelli rossi perché era un ragazzo malizioso e cattivo, che prometteva di riescire un fior di birbone”, scriveva Giovanni Verga.
Da adolescente divenni Rosso Malpelo. La lettura di Verga in classe aiutava il fiorire di battute dimostrando che nessuno lo aveva letto fino alla fine o lo aveva capito. E per i bulli della scuola ero più semplicemente il “Rosso di merda”. Era anche il modo con cui altri chiudevano qualsiasi discussione. Se sei un “Rosso di merda” la tua opinione, alla fin fine, non conta.
Non mi sentivo unico, ma semplicemente diverso e talvolta solo. Non è che tutti mi trattassero come una mostruosità della natura, c’era anche chi non ci trovava nulla di “strano”, ma mi sentivo veramente diverso dai miei compagni di scuola, diverso dai miei parenti, diverso da tutti.
Arrivai al punto di identificarmi con “Il ragazzo dai capelli verdi” del film di Joseph Losey (1948). La scena che preferisco è quella in cui la maestra Barbara Hale (come avrei voluto fosse anche solo per un giorno la mia maestra…) chiede, all’ingresso del protagonista in aula il primo giorno di scuola, tra gli sguardi imbarazzati dei compagni che fino a poco prima lo avevano irriso al grido “Ha i capelli verdi! ha i capelli verdi!”: “Quanti di voi hanno i capelli castani?” Undici, se ne contano. “Quanti di voi hanno i capelli bruni? Quattro. “Quanti i capelli biondi? Nove. “Quanti verdi?” UNO. “Quanti rossi?” UNO.
Siamo solo noi due, dunque: il “verde” e il “rosso”, e nella breve scena naturalmente mi figuro subito come il più simpatico dei monelli. E guardo con complicità e solidarietà il ragazzo dai capelli verdi. Abituato ad essere il diverso, sono contento di aver qualcuno con cui condividere la derisione dei compagni.
Per me è stata la svolta, quel film.
Dovevo essere orgoglioso dei miei capelli, rivendicare la mia unicità.
Per prima cosa andai alla ricerca delle origini dei miei capelli. Le informazioni ottenute dai miei genitori su lontani cugini o avi con i capelli rossi, mai visti e di cui non c’erano immagini, non mi convincevano più.
E neanche lo studio morboso delle leggi di Mendel mi aiutò molto. Sul libro di Scienze delle medie di esempi con i piselli ce n’erano un sacco, ma con i peli neanche uno.
Perciò, nel corso di diverse settimane, perquisii meticolosamente casa, cassetto per cassetto, documento per documento, alla ricerca del certificato di adozione, che non trovai.
Poi iniziai a reagire ai “Rosso di merda”, dandole e prendendole (solitamente solo a parole), a volte prendendole anche fisicamente (ero mingherlino), ma sempre pronto a “infiammarmi”.
In questo cammino ci sono state battaglie vinte (le battute sui miei capelli e le mie lentiggini pian piano sparirono), ma anche perse. Quelle più cocenti sul lato sentimentale.
La prima ragazza a cui mi dichiarai, verso i quindici anni, mi disse che non le piacevano i rossi….
La seconda, in maniera molto più esplicita e con un moto così istintivo di ribrezzo da non lasciare dubbi sulla sua sincerità, mi disse invece: “Con un rosso! Che schifo! MAI!”.
E direi che questo giustifica ampiamente perché per alcuni anni mi interessai più alle montagne che alle ragazze…
Ma comunque, nonostante tutto, i miei capelli rossi divennero il mio orgoglioso vessillo.
Non qualcosa di cui vergognarmi o nascondere, ma da sbandierare e portare con orgoglio.
La mia (allora) folta chioma rossa fu accompagnata da una altrettanto folta e incolta barba rossa. Per anni sono stato conosciuto come “Il Rosso” o “Il Barbarossa”, perché come tale mi presentavo.
E da quando mi sono messo con una Rossi, il gioco de “il Rosso e la Rossi” viene facile.
Quella scelta mi ha trasformato. Non dovermi più vergognare della mia diversità, trasformarla in unicità, rivendicare il diritto ad esserlo: che liberazione!

Sono passati molti anni da allora. I capelli, quelli superstiti, si sono o scuriti o imbiancati.
Ma continuo ad andarne fiero, continuo a sentirmi e a dichiararmi “il Rosso”, anche se a volte chi mi vede per la prima volta mi guarda un po’ stupito, dato che di rosso ce n’è ormai poco.
E quando mi guardo allo specchio, so che, nonostante la stupidità della gente, non avrei voluto averli di nessun altro colore.

Gip gip bel cavallin
gip gip signore
quanto ci vuol per la città
un paio d’ore.
Gip gip bel cavallin
gip gip signore
e quando noi potrem tornar
al tramontar del sole.

(Ninna nanna dalla colonna sonora di The Boy with Green Hair)

Stromboli

In un’estate che non potrà dimenticare, luoghi e situazioni coinvolgenti, ricordi che non cessano di turbarlo e figure che stenta a decifrare, si avvicendano attorno a Lucio, diciottenne alle soglie di una nuova vita, insicuro tuttavia nel comprendere i desideri e i sentimenti che avverte, tormentato dalla sensazione di non saper prendere decisioni, di non riuscire a chiarire a se stesso quel che davvero vuole.
È solo alla vigilia della partenza, osservando i gabbiani che si librano come aquiloni accanto al barcone che lo porterà a Stromboli, che gli pare di capire: occorre l’indifferenza di una cosa per star così, nell’aria, ma insieme la concentrazione di un animale che ha fiutato la preda, preso in quello che sta facendo, nel momento in cui lo sta facendo, tanto da dimenticarsi quasi dello scopo del suo fare e fin di se stesso.
Occorre essere distanti da sé e allo stesso tempo mai così raccolti, ma non basta volerlo. Occorre confondersi con il vento, smetterla di difendersene.

Quelle che seguono sono alcune pagine tratte dal romanzo:

La bambina tende le mani. Vorrebbe che si avvicinassero ancora di più a prendere il biscotto che tiene sul palmo. I suoi richiami si mescolano ai loro stridi. La madre cerca di farle fare un passo indietro: ha paura dei becchi uncinati, e di quelle zampe, che potrebbero artigliare la manina tesa verso di loro, anche se pendono inerti sotto quei corpi tozzi che si direbbero troppo pesanti per stare sospesi nell’aria, controvento. Immobili.
Guarda come si lasciano portare, dice una ragazza al suo compagno: stan su senza far niente…
Lucio non lo sa se è così davvero: i loro occhi sembrano quelli di chi sta lavorando, seri, concentrati.
La donna è riuscita a convincere la figlia a lanciare il biscotto: un gabbiano lo afferra strappandolo a quello che l’aveva già nel becco e scompare. La bambina vuole continuare il gioco, piange quando la madre la trascina via.
Lucio prende dallo zainetto un sacchetto di cracker e ne tira pezzi ai gabbiani. Ce n’è uno, in particolare, che gli sembra lo guardi dritto negli occhi.
Si rovescia via nel vento ma poi ritorna, e sta lì, così vicino che lui, quasi, potrebbe toccarlo. Non fa niente per prendere i bocconi che Lucio tira in mezzo agli uccelli. Non sembra lì per quello. Sembra stia fermo nel vento perché così fa un gabbiano, perché vuole fare come i gabbiani che stanno sospesi intorno a lui in quel momento stesso, e come tutti gli altri che hanno sempre fatto così, da che mondo è mondo…


Rumori metallici di lamiere percosse, rimbombi cupi che risalgono tubature invisibili lo svegliano ogni pochi minuti. O così gli sembra. Quando sono voci a farlo uscire dal sonno gli occorre un momento per rendersi conto che è steso in una cuccetta, sulla nave che lo porta alle Eolie.
Si riscuote. Ricorda che quando veniva con i suoi voleva che lo svegliassero prima delle sei per vedere il vulcano. Stromboli.
La prima volta era rimasto deluso: dov’erano la lava, il fuoco? Aveva immaginato che il cratere si vedesse dal mare. Invece c’era solo una montagna, verde di cespugli bassi, ripida, chiazzata di terra scura.
Quando la nave aveva lasciato il molo di Scari, sotto San Vincenzo, e aveva costeggiato l’isola si era visto il fianco grigio, quasi nero, senza un filo d’erba: la Sciara del Fuoco. È da lì che scende la lava, quando scende. Ma quel giorno non se ne vedeva. Una nuvoletta bianca sulla cima, quando erano stati ormai distanti dall’isola: segno che il vulcano era sveglio, gli avevano detto. Sveglio anche se non in fase di eruzione.
Questo aveva visto, la prima volta, quando era un bambino di sei anni, e di tutto quello che il padre aveva via via spiegato, e tornato a spiegare, a lui e alla mamma, negli anni successivi – l’età del vulcano, la formazione della Sciara del Fuoco, la presenza di tre crateri – a Lucio era rimasta in mente soprattutto una cosa che aveva letto in uno dei romanzi che il nonno, il papà della mamma, gli regalava al suo compleanno: Viaggio al centro della terra. Era di lì, dal vulcano di Stromboli che Axel, con lo zio professore e la loro guida islandese, erano tornati sulla terra. Dallo Sneffels, il vulcano spento in cui si erano calati, a Stromboli. Dall’Islanda all’Italia.


Dorme fin quasi alle sei. Succede con il vino bianco, gelato, se ne bevi come fosse acqua.
Resta a guardarsi intorno. Aveva sempre dormito di là, in cucina c’è ancora la sua poltrona letto. Il letto dove dormivano i suoi è di quelli a una piazza e mezza, infossato al centro. Anche lì, vicino alla porta del bagno, un acquerello – non di Doriana però, di sua madre: ci s’era messa anche lei, incoraggiata dalla vicina. Il mare, e lontani, sulla destra, tre gabbiani in volo.
Li vede ancora, Lucio, gli occhi di quell’uccello fissi per qualche secondo nei suoi: come si aspettasse che lui intuisse quel che aveva da dirgli, gli vien da pensare adesso. Come si fossero riconosciuti e non ci fosse bisogno di parole fra loro.
Sul tavolo della terrazzina trova un cesto di cedri e arance. Non mancava mai quando i suoi erano a Salina. E i Parisi se ne sono ricordati.
Gli sembra di vederla, Lara, che lo appoggia lì, in punta di piedi, e poi se ne va. Ma è la figura di Doriana a sovrapporsi subito a quella della figlia: la immagina entrare in casa e affacciarsi alla camera, e restar ferma un momento a guardarlo dormire.


Ordini

logo_rinascita_450px

Se vuoi leggere il libro nella sua interezza lo puoi acquistare alla nuova libreria Rinascita di Brescia (10 euro).
Via della Posta, 7 – 25121, Brescia – Tel. 0303755394
info@nuovalibreriarinascita.it

Se vuoi riceverlo a casa puoi inoltrare il tuo ordine indirizzandolo a: ordini@secondorizzonte.it
e segnalando l’avvenuto versamento dell’importo indicato tramite bonifico sul conto corrente della libreria (IBAN: Unipol Banca – Agenzia di Brescia: IT 10 B 031 2711 20000000000 1851).
La spedizione non comporta aggravi di spesa.


Recensioni

Dal Giornale di Brescia del 13 giugno 2019.
Clicca sull’immagine per visualizzare l’articolo.

Dal Corriere della Sera – Brescia del 22 giugno 2019.
Clicca sull’immagine per visualizzare l’articolo.

Di cosa parliamo quando parliamo d’amore

La soluzione alla mia vita mi venne in mente una sera mentre stiravo una camicia. Era semplice ma audace. Mi presentai in soggiorno dove mio marito stava guardano la televisione e dissi: c’è una cosa che volevo dirti da un po’.
Non fece neanche cenno di aver sentito, gli occhi calamitati dallo schermo dove ventidue giocatori si contendevano la palla sudando, dribblando, scartando.
Era così quando giocava l’Inter, la sua squadra del cuore o forse della pancia, perché era nelle sue viscere che tutte quelle scarpette chiodate correvano, poi retrocedevano, poi si passavano la palla, poi fingevano un’azione mettendone in atto in realtà un’altra. I primi anni di matrimonio questo istupidimento mi aveva fatta inorridire. Com’era possibile che un ragazzo intelligente e colto potesse farsi prendere per il naso da quattro calciatori, con tutto quello che succedeva nel mondo?
Sì, sì, ma il tifo è un’altra cosa, è un fatto a sé, tu non lo puoi capire – mi aveva risposto. E infatti io continuavo a non capire, a non spiegarmi tanto affanno, tanta sofferenza per una partita. Negli anni ci avevo anche provato a capire un derby, sia con mio padre che con mio marito, me l’avevano ben spiegata quella storia del fuori gioco, del contropiede e via discorrendo, ma mi restava attaccata per il tempo di una partita e poi, flop, si sgonfiava, così come la mia affezione per quei novanta minuti che mi parevano eterni e terribilmente noiosi.
E’ che il calcio a te non ti strizza le coronarie – mi diceva lui.
Infatti a me lo sport piaceva farlo, più che guardarlo: una volta corse nei campi, ora lunghe camminate lente.
Anche mio padre aveva lo stesso morbo di mio marito: si sedeva sul bordo del divano, mai abbandonato sui cuscini, ma rigido sullo spigolo, la radio accesa, lui in allerta, le pupille dilatate, le gambe pronte allo scatto, come se il goal competesse a lui.
Forse sarà l’espressione fenotipica dell’ipsilon, di quel secondo cromosoma sessuale maschile che si porta appresso il virus del pallone e che agli uomini fa rotolare il buon senso su un campo verde, verso una porta.
Forse il tifo è il loro modo per comunicare l’uno con l’altro, a suon di pacche sulle spalle, battute, scommesse, sfide da niente. Forse il tempo di una partita è ciò che un padre concede a un figlio maschio, una sorta di tregua, di sospensione delle ostilità fra i due galli nel pollaio. Sì, per mio marito l’Inter era un padre che scioglie gli ormeggi, che diluisce lo sguardo dell’imposizione e del controllo fino a scimmiottare amicizia.
Come sempre, dietro le cose semplici, c’è molto di difficile da capire.
Interrompere un derby, rovinargli una partita così importante, che responsabilità! Eppure era quello il momento, allora era affiorata l’urgenza di dire. È che quando le parole vengono su così, senza fatica, senza intenzione, quasi senza controllo non le si può cacciare giù. Erano così limpide quelle parole, che parevano pensate da un’altra, una con le idee ben più chiare delle mie, una che sapeva che cosa volere, una che non aveva paura di niente.
Sentivo che quell’ardire andava cavalcato, come fosse l’onda giusta, quella storica, per cui un surfista si sveglia all’alba da decenni a studiare il ritmo dei flutti: coppie di due, poi di tre, poi la risacca ed ecco la corrente perfetta, rimestata dalla luna crescente che alza quel muro d’acqua e ne fa un tunnel dentro il quale sciare, un piede davanti all’altro, le braccia spalancate, il tronco in leggera torsione, la tavola a volare sulla schiuma, gli occhi stupiti e increduli.

Non ti ho mai amato – gli avrei detto. Lo avrei detto a lui per dirlo anche a me stessa. Non che io non lo sapessi: il corpo, il sangue sapevano tutto. Ogni cellula aveva sempre saputo, sia nucleo che citoplasma, sia mitocondri che ribosomi. Ma dirlo era tutt’altra faccenda. Sono quelle verità che diventano vere solo a voce alta, per merito delle parole, come se solo le parole ne dovessero portare il peso. Mica male l’idea, traslocare la colpa della mancanza d’amore su un congiuntivo o su un condizionale: se fosse… se magari tu o io
Provai a ripeterle a voce bassa, scandendo le parole ad una ad una, solo per me, per farci l’abitudine: Mario, io non ti ho mai amato. Quella sì che era una frase d’effetto, una dichiarazione secca, ruvida, di quelle che ti rimbombano nelle orecchie fino a gonfiarti i timpani come vele. Nessun preambolo, nessun panegirico, solo la verità, messa sul piatto tale e quale.
Che poi non si è colpevoli se non si ama, almeno l’amore non lo si programma, non ce lo si può imporre. Arriva quando è ora, spesso come uno schiaffo in pieno viso, come un colpo di vento, come un tremore irrefrenabile che cambia la prospettiva.
Io questo lo sapevo bene, così come sapevo che non era quello il sentimento che mi aveva tenuta insieme a mio marito. A lui volevo bene, molto bene. Condividevamo casa, figli, progetti, vacanze in buona armonia. Rari gli screzi e sempre di piccolo cabotaggio.
Perché Mario era un uomo come si deve, uno affidabile, un alpinista coi fiocchi, sincero, posato e, fino a prova contraria, fedele. Insomma un buon marito e un buon padre.
Provavo per lui un sentimento profondo ma tiepido, solido ma troppo liscio per aggrapparcisi.
Non che io fossi capace di abitare solo la superficie, la sicurezza. L’avevo ben sentita quella corrente impetuosa che sradica gli alberi, che demolisce i muri e spazza via le nubi. Ma era tanto, tanto tempo fa: cinquant’anni, forse più. Eppure a pensarci potevo lasciarmi riprendere da quel fremito, da quell’abbandonarsi, da quel conficcarsi i denti nella carne che ricordavo alla perfezione.
Poi Giorgio era partito per la guerra, una di quelle che dovevano durare poco e che non finiscono mai. Non aveva mai risposto alle mie lettere, addirittura si era pensato fosse morto al fronte. E tutto quell’amore era finito nel fosso della mia disperazione ed ero rimasta sola. Avevo aspettato, anno dopo anno, fino alla fine della guerra, sempre scrivendo, sempre sperando in una lettera, o almeno una cartolina. Nulla.
Alla fine era tornato, malconcio ma vivo. Vivo in apparenza, in realtà morto. Quello sguardo brillante e strafottente s’era mutato in occhi attoniti, vuoti. Gli erano state amputate due dita della mano destra per una mina, e quelle dita si erano portate via la sua anima. Vagava per il paese irriconoscibile, alto, ancora più magro, ingobbito. A giorni salutava con un cenno del capo, altri neppure quello, camminava per i campi perso in non si sa quali pensieri, o quali ricordi. Forse un attacco nemico, o un compagno che gli era morto fra le braccia. Nessuno seppe mai.
Poco alla volta ritrovò un lavoro. Lavorava, mangiava, dormiva, soprattutto camminava senza fine. Poi ancora lavorava, mangiava, dormiva e camminava, camminava a vuoto. Non s’era più affiatato con nessuno, neppure con gli amici d’infanzia che ci avevano anche provato a tirarlo fuori casa, ma niente da fare. Con me non ci aveva neanche parlato, come se nulla fosse successo fra noi, come se fossi un fantasma, o un sogno.
Certo, non aveva obblighi ufficiali, non eravamo fidanzati in casa, ma l’amore, quello che spacca le pietre più del sole d’agosto, quello c’era stato eccome. Eppure la guerra o sa Dio cosa era riuscito a frantumarlo.

Dopo anni anche Giorgio s’era sposato con una di un paese vicino. Forse con quella si sarebbe ripreso – s’erano detti gli amici. Invece nulla fiaccava quella malinconia.
Poi di botto, ad una festa di capodanno alla trattoria in piazza, Giorgio mi aveva invitata a ballare. Un valzer di Strauss.
Ballavamo bene che a guardarci era un piacere. Sarà stata la musica, o forse la danza, o il lambrusco ma a me era sembrato di riconoscere in quell’uomo smilzo, prosciugato dalla tristezza, un barlume, il riflesso di quel ragazzo che sapeva accarezzarmi, che mi parlava d’amore come nessuno, che mi stringeva a sé senza farmi respirare.
Era forse il tocco della sua mano robusta sulla vita, che mi avvinghiava, che mi riprendeva decisa senza parlare, senza dichiarare. O forse tutto era successo solo nella mia testa, nei miei desideri.
E invece no, l’avevo sentito sulla pelle proprio come allora.
Poi lo avevo incrociato nella bottega del panettiere e ancora quegli occhi parlanti che sapevano farmi sentire bella. Poi una domenica in chiesa mi aveva sfiorata leggero come per sbaglio, ma le sue dita erano calde, troppo calde per non avere intenzione. Quando Giorgio mi guardava mi ricordavo d’avere un viso, degli occhi, un corpo e dei sentimenti.
L’incanto era durato decenni. Decenni di sguardi, sorrisi appena accennati, qualche mazurca, mano nella mano.
Per tutti Giorgio era rimasto un libro chiuso, ma io, al tocco della sua mano, gli leggevo dentro e le sentivo le sue storie: lui che corre a perdifiato sul pendio e scavalca una staccionata, il suo occhio che punta nel mirino, sua madre che gli scalda il latte a colazione, le sue palpebre che vorrebbero serrarsi e non uccidere, lui che vince una partita di briscola, la sua divisa impigliata nel filo spinato, la mano ferita, il mondo intero che gronda sangue fra mitragliate e bombe. E lui che vorrebbe fuggire, scomparire, dissolversi nel fumo di una cannonata per tornare a casa e cancellare la guerra.
Ai balli sedevamo sempre lontani, ma anche così emanavamo la stessa luce e quel calore che annoda le viscere. Per anni ci eravamo amati così, un amore silenzioso, non detto, non consumato che bruciava la carne, riempiva il cuore e dava senso ai giorni. Nessun cedimento, nessuna infedeltà di giorno. Ma di notte, in sogno, che fragore di tempesta, che fulmini, che tuoni, che albe infuocate l’una nelle braccia dell’altro.

Ora che Giorgio se n’era andato, consumato da una di quelle malattie che non hanno pietà e non concedono speranze, anche i sogni s’erano spenti e lo sguardo non aveva dove posarsi.
Io gli parlavo tutto il giorno nella testa. Certi giorni mi spingevo fino al cimitero in collina per raccontargli di chi s’era sposato, di che se n’era andato all’estero, dei litigi, delle vendette da niente. Ma dovevo stare attenta per non insospettire la moglie, perché la vedova legittima non ero certo io.
È che poco alla volta anche dentro di me la vita si andava ritirando, non ci tenevo più a svegliarmi, lavarmi, cucinare, fare la spesa. Non c’era ragione per infilare un gesto dietro l’altro. Neanche mi sforzavo, andavo avanti per inerzia, giorno dopo giorno. Avevo ricominciato a camminare, così come da giovane, come camminava lui, chilometri e chilometri nei campi, in silenzio, senza neanche pensare, sgranavo passo dopo passo come chicchi di rosario.

Questa sera glielo avrei detto a Mario, perché era giusto, perché Mario se la meritava l’onestà. Non che avessi nulla da confessare, non era mai successo niente e secondo le regole dello Stato e della Chiesa io era pura e innocente come un lenzuolo appena lavato. Ma dentro che peso mi gravava sul cuore, che opacità nell’animo.
Dopo la confessione me ne sarei dovuta andare. Non sapevo dove e in realtà non mi importava affatto.
Ma che cosa ne sarebbe stato di Mario che non sapeva cuocersi neppure un uovo al tegamino? Sarebbe sopravvissuto a tutta quell’onestà? E le pastiglie della pressione chi gliele avrebbe date?

Sììììì, cavolo, finalmente: goal. Dimmi tu che cosa ci voleva. Non potevano mica farlo prima questo goal del cavolo che fra un po’ morivo d’infarto? Questa squadra di merda è fatta così, ti fa penare fino all’ultimo e poi ti consola.
Era balzato in piedi come un ragazzino, le braccia tese, i pugni stretti e un sorriso che pareva superare le orecchie, felice.
È che non posso non tifare per l’Inter, l’Inter è la mia squadra, la squadra dei perdenti. E la squadra e la moglie non si tradiscono – mi disse e quasi danzando mi indirizzò verso la cucina sempre con quel sorriso cristallino stampato in volto.
Moglie, non è mica ora di cena? Non si mangia stasera in questa casa? Mi chiese scherzando, come recitasse su un palcoscenico.
Era proprio un bell’uomo mio marito, un uomo dalla chioma imbiancata, un vecchio giovane che sapeva entusiasmarsi come un bambino. Lo guardavo gioire saltellando e ridevo mentre mi cingeva in un valzer senza musica. L’Inter aveva vinto, si doveva festeggiare.
Amavo quegli occhi limpidi che sapevano cogliere di me anche i cambiamenti molecolari, quel volto aperto, la sua stretta decisa, la sua passione per le cime. Sì, lo amavo, amavo anche lui, quasi a mia insaputa. Lui era la mia bussola nell’uragano, con lui avevo tenuto insieme l’ordito dei giorni.
Come avrei respirato senza di lui? Come avrei potuto svegliarmi, pensare, camminare senza Mario al mio fianco, senza l’Inter che perde spesso e vince di rado?
Magari l’Amore, quello grande e unico esiste solo nei romanzi, magari di amori ce n’è più d’uno. Magari a guardarlo al rovescio, un amore solo pensato non è che un sogno, un desiderio antico, un’onda che si infrange sulla battigia e di cui resta solo la schiuma. E la schiuma, si sa, non scalfisce la meccanica sacra di una vita.
Forse un amore tutto nella testa intorbida lo sguardo, e così, continuando a sognare, finisce che dormi, che t’intontisci e non vedi più quello che hai. Ti disorienti come una ragazzina.
È complicata questa faccenda dell’amore. Anche a provare a ragionarci non ci si capisce niente. A giorni sembra che la matassa si dipani, sembra di avere finalmente afferrato il capo del filo, che i pensieri si rischiarino, poi basta uno sguardo, un giro di valzer, un goal dell’Inter e tutto si capovolge di nuovo.
Lasciai che quest’amore quotidiano si tendesse dentro di me come una molla, che accorciasse le distanze, che capovolgesse inaspettatamente la prospettiva del sentire, che attecchisse.
Sempre danzando e sorridendo Mario mi condusse in cucina, io sollevai lo sguardo e, con la destrezza di un centravanti dell’Inter, lo baciai. Un bacio serio, di quelli da ragazzi: l’Inter aveva proprio vinto.
Poi mi infilai un grembiule e cominciai ad affettare una cipolla, mentre dietro le palpebre un pianto sereno rivendicava i suoi diritti.

Bresá

Fino a quel giorno non si era trattato che di una sagoma, il profilo di un uomo sotto la pensilina che conduce all’ingresso dell’ospedale. Non avrebbe saputo dire con precisione quando era comparso, c’era da un po’, con il sole e con la pioggia, appena fuori dall’uscita del parcheggio. Quella sera invece il sole era basso, lei camminava come trasognata, trasfigurata dalla stanchezza, il passo lento e strascicato. Nessuno a casa l’attendeva.

Fu forse per questo che ci mise un poco più d’attenzione, o forse era ora che lo guardasse, o è che prima o poi doveva succedere. Era sempre in piedi, anche se, per la verità, ora s’era affiancato una seggiolina pieghevole. Avrà avuto quasi settant’anni o forse meno, ma mal portati, capelli radi, occhiali, rughe. Vestiva dignitosamente, anche se in maniera dimessa. Un mozzicone di sigaretta spento gli pencolava da un angolo della bocca, nella mano sinistra una radiolina, nella destra un piattino proteso verso i passanti. Chiedeva l’elemosina. Questo se l’era immaginato, ma ciò che non aveva mai notato era il cartello che s’era appeso al collo con un giro di spago, un cartello sgangherato e scritto a mano che recitava: só mia ön giargia, me só ön bresá.

Da non crederci. Pensò di aver letto male, rallentò ulteriormente il passo diffidando dei suoi occhi miopi. Diceva proprio così, non s’era sbagliata. Si incamminò verso casa ribollendo dentro, con l’amaro in bocca, borbottando fra sé e sé, grugnendo e inveendo contro l’ignoranza crassa di chi si vanta di essere nato in un certo luogo, come se fosse un merito, come se l’avesse scelto, come se dall’alto dei cieli, ancora allo stato di puro spirito, si fosse prodotto in un’attenta analisi su dove era più conveniente planare per emettere il primo vagito. E che dire dell’appellativo giargia, del dispregiativo giargia, cioè negro, profittatore, lazzarone, mangia pane a tradimento? Le parole di quel cartello le si erano appiccicate addosso, una per una.

Si ripromise di affrontarlo, un giorno in cui non fosse stata di corsa. Non per litigare, solo per chiarire. Perché non si può sempre star zitti. La sera a letto non c’era verso di prendere sonno. Almanaccava, elencava le sue buone ragioni, le sistematizzava, si costruiva in testa l’architettura di un discorso.  Semplice, niente paroloni o analisi approfondite, solo un sano buon senso. Provò a ripeterselo mentalmente, così solo per il gusto di farlo, perché il sonno tardava. Le parole si concatenavano disinvolte, efficaci, fluide. E poi contava sulla sua prontezza di spirito per improvvisare. Era sicura di essere in grado di metterlo a tacere

Il mattino successivo, ovviamente, era in ritardo, aveva dormito poco e male, la testa colma di sogni ingarbugliati. Non era il caso di fermarsi a discutere. Meglio fare le cose per bene.

Pochi metri più avanti un’altra mano tesa, una mano nera. Un ragazzo, il viso sporco di giovinezza, gli occhi smarriti, appoggiato a un pilone di sostegno della pensilina, la stessa sotto cui soggiornava il bresá. L’africano era magro, tutto denti bianchi e labbra distese in un sorriso. Automaticamente lei cominciò a rovistare nella borsa alla ricerca di una moneta. Non aveva il tempo per discutere, ma sicuramente il bresá l’avrebbe vista allungare il soldo al nero e avrebbe capito da che parte stava. Alle volte i gesti sono più loquaci delle parole.

Quel giorno, durante il lavoro, altre argomentazioni le si erano affollate in testa come un fiume in piena, pronte a mettere a tacere il leghista, sicuramente un valligiano. Visitava, ricuciva ferite, ma intanto il suo cervello schiumava rabbia e costernazione e inanellava frasi: non è certo un demerito lasciare il proprio paese perché si soffre la fame. E se fossi tu oggetto di persecuzione o solo disperato, non attraverseresti il mare alla ricerca di una vita migliore? Il mondo non è proprietà di nessuno e non c’è frontiera che tenga.

Insomma pensieri basici, argomentazioni da poco.

Anche i suoi colleghi l’avevano notato. Diego, che viveva a Lumezzane, lo conosceva e lo descriveva come un impresario edile caduto in disgrazia durante la crisi economica, che non era più riuscito a rimettersi in piedi. Magari per lui avevano lavorato anche i negri. Chissà se li aveva assicurati? O magari li assicurava per tre ore e li faceva lavorare dodici. Quanti ne capitavano in pronto soccorso con ferite sanguinanti, la tuta addosso, ma pronti a giurare di non essersi infortunati sul lavoro. Non che la storia dell’autoctono non fosse triste, ma perché prendersela con i neri invece che con i banchieri e con il mondo della finanza?

A fine turno il bresá era ancora al suo posto. Chiacchierava con una coppia della sua valle, dialetto con l’esse aspirata. Con tutti i soldi che gli danno agli immigrati, e invece a noi niente sussidi. E le case popolari le danno tutte a loro, a quella gentaglia, che sono tutti delinquenti – stava dicendo, battendosi una mano su un ginocchio. Lei aveva sussultato, come colta di sorpresa dai rinforzi che ingrossavano le fila del nemico. Finse di cercare qualcosa nello zaino per origliare meglio, per prestare più attenzione e poi intervenire e dire la sua, per mettere a posto quei tre leghisti. Era il momento buono per farsi sentire. Ma da dove cominciare? Quali motivazioni avrebbero potuto arginare tante balle, tanta prosopopea, tanta aggressività? Non trovava niente di appropriato da dire. Tutte le parole che aveva messo in fila la sera prima nella sua testa e che erano risultate così sensate, erano come evaporate. Ne percepiva solo un ritmo lontano, indecifrabile. Era come se una forza oscura tenesse schiacciata a terra con violenza la sua volontà.

Bisogna rimandarli a casa loro, che tanto quelli lì non imparano niente, che poi non pagano neanche il biglietto dell’autobus e le tasse toccano tutte a noi – diceva l’altro lumezzanese con un rancore, un odio che sembrava debordargli dagli occhi.

Il sangue le pulsava alle tempie, negli occhi la collera dardeggiava: invece che parlare, li avrebbe menati tutti quanti volentieri. Cercò di sforzarsi, perché non è l’ira che risolve, perché ci si può spiegare, si può convincere anche solo mostrando la realtà per quello che è.

Si schiarì la gola, ma le parole che le frullavano in testa erano nervose, tremolanti, fuori misura, come un vociare infantile. Si muovevano nella sua mente lente come granchi impigliati in una rete. Tentavano di mettersi in ordine come i vagoni di un treno, ma cigolavano, stridevano, avanzavano a stento, inappropriate e troppo, troppo incazzate. La sua volontà s’affannava, ma si infrangeva contro un ostacolo invalicabile. L’intenzione non sapeva trasformarsi in azione.

Era stupefatta, disgustata da se stessa, dalla sua immobilità, dal suo sapere senza saper spiegare, dal suo restare impantanata nella propria irritazione a rovinarsi il fegato.

Anche quella sera non disse nulla. Nessuno di quelli che passavano e sentivano diceva nulla. Un senso di impotenza, di inettitudine la accompagnava verso casa aggrappata al suo rancore, consapevole di quanto sia difficile dire cose semplici, alzare la testa, schierarsi.

Aveva finito per desistere, pur biasimandosi: tanto non è gente con cui si possa parlare – s’era detta giustificandosi. Ma aveva guardato l’ex padroncino in faccia, giorno per giorno, con ostile disapprovazione ed evidente disprezzo. Ogni mattina, faceva platealmente cadere un soldo nella mano del ragazzo nero e così lo sfidava.

Lui, il bresá, la guardava male, lei li sentiva i suoi occhi puntati sulla schiena come lame e fra sé se la rideva. Do i soldi ai negri, ma a un padroncino leghista e bilioso niente.

Anche quell’anno le toccava il turno di Natale. Si era alzata all’alba per godersi lo stupore dei ragazzi davanti ai doni sotto l’albero, poi un caffè e via, a braccetto con il rimpianto per non poter restare in famiglia.

Anche a Natale il bresá era al suo posto, la radio accesa, seduto sulla sua sedia pieghevole. Vedendola arrivare aveva teso il braccio sogghignando, come a sfidarla. Chissà che avesse cambiato pensiero. Lei gli passò davanti con le spalle dritte e con aria spavalda, un lampo risoluto negli occhi, dispiaciuta di aver mostrato la propria irritazione e pronta ad allungare un euro all’immigrato. Il ragazzo non c’era. Socchiuse gli occhi per vederci meglio, ma quella mattina niente da fare.

All’uscita invece, al sole freddo d’inverno, l’aveva intravvisto. Solita giacca a vento sbrindellata, cappuccio tirato sulla testa, jeans leggeri per la stagione. Sorrideva, in piedi come al solito, ma pericolosamente vicino al bresá. Lei gli allungò un euro sorridendo. Lui accennò un saluto con il capo e sussurrò un ringraziamento.

S’era ringalluzzita, sentiva attenuarsi quel disagio, quel disgusto per se stessa che l’accompagnava da tempo. Sì, oggi avrebbe parlato, forte del grazie e del sorriso dello straniero, oggi avrebbe smesso di rimuginare e avrebbe aggiunto il suo mattoncino alla lotta contro il razzismo e la stupidità. Mentre chiudeva il portafogli e organizzava le idee, vide il ragazzo abbassare il cappuccio, farsi ancora più vicino al bresá, infilare una mano in tasca per estrarne un pacchetto di Marlboro malconcio, lo sentì schiarirsi la voce e dire, in un italiano stentato: ehi amico vuoi una sigaretta? Buon Natale.

Polveri Sottili

L’incipit del nuovo romanzo in pubblicazione di Giovanni Locatelli

Mia madre ha interrotto una gravidanza, due anni prima di portare a termine me. Se lui fosse nato, io non sarei qui. Difficilmente avrebbe fatto un terzo figlio, mia madre, due erano sufficienti, una femmina e un maschio. Lui sarebbe al mio posto e nessuno potrebbe notare la differenza. Così nessuno si accorge oggi che sto usurpando il suo trono. Senza colpe, intendiamoci. Io non ho fatto niente di male, sono solo arrivato fino in fondo, mentre lui non ce l’ha fatta, ma c’è mancato un soffio e non avrei avuto questa occasione. Senza questa, non ne avrei avuta un’altra. Quel momento, l’unione di quell’ovulo e quello spermatozoo, non due a caso, proprio quei due, era ed è irripetibile. La questione può sembrare oziosa, ma di tanto in tanto l’aborto spontaneo di mia madre ritorna nei miei pensieri e ogni volta mi chiedo: ha davvero senso dire lui, dire io? Cosa sarebbe cambiato se fosse nato lui al posto mio?

Lui non sarebbe stato a quella rotonda, in quel momento, quel maledetto lunedì mattina. Un’ombra vista con la coda dell’occhio, una pagliuzza, poi un tonfo, un urto contro il muso dell’auto e subito un oggetto che rimbalza sul cofano, rotola lungo il parabrezza e viene scaraventato dietro l’automobile, un tronco dritto nel mio stomaco che caccia fuori l’aria dai polmoni in un grido disperato. Ho investito un motorino! Il veicolo è dieci metri avanti, scivolato sull’asfalto bagnato dalla pioggia che cade da qualche minuto. Tempo di scendere dall’auto convinto di vedere alle mie spalle il corpo riverso sull’asfalto e invece la motociclista è già in piedi, ferma immobile in mezzo alla strada. Mi avvicino di corsa, guardo negli occhi la donna, lei si toglie il casco, il volto sporco di sangue che esce da un labbro, io balbetto un mi scusi, armeggio con il cellulare, chiamo il 118, ma non mi muovo e lei neppure, saremmo ancora fermi uno di fronte all’altra in mezzo alla rotonda oggi, se non fosse finalmente arrivata una donna a spostarci.

“Signora non stia in piedi, venga a sedersi. Tutti e due, venite via da qui…

A lui non sarebbe successo: avrebbe dormito a casa di un’altra fidanzata in una città diversa, sarebbe partito prima per arrivare al lavoro presto, sarebbe stato attento alla strada invece di guidare col pilota automatico, mezzo addormentato e mezzo distratto dalla radio.

Certo, gli sarebbero capitate comunque esperienze negative, oppure avrebbe potuto essere uno psicopatico, un serial killer. Viceversa, potrei aver soffiato il posto a un genio, un medico che avrebbe debellato il cancro, un politico in grado di pacificare il Medio Oriente. Non si può sapere.

Magari questo mio fratello mai nato non avrebbe salvato quel ragazzo in piscina, parecchi anni fa. Perché meno allenato, o poco pratico con l’acqua, perché in un’altra corsia, troppo distante per accorgersene o semplicemente per non averlo visto, non avendo i miei dieci decimi e non potendo nuotare con le lenti a contatto. In fin dei conti, dei presenti in piscina quel giorno, io sono stato l’unico ad accorgersi dell’africano in difficoltà. Avevo cominciato a tenerlo d’occhio sin da inizio vasca, per quel suo strano fare su e giù nel mezzo, dove l’acqua supera i due metri. Poteva essere un esercizio per la respirazione, un allenamento all’apnea, ma avvicinandomi mi ero reso conto che il giovane aveva perso il controllo e stava annegando. Non avendo nessuna preparazione e pensando che la cosa migliore fosse cercare di sollevarlo per farlo respirare, ero finito io sott’acqua ed era lui a tenermi giù. In quella situazione, e senza possibilità di confondersi, lui e io eravamo due entità ben distinte, in lotta per la sopravvivenza, almeno finché non sono riuscito a spingerlo fra le braccia del bagnino che l’ha estratto dall’acqua.

Anime diverse che si incontrano in un punto dello spazio e del tempo per mai più rivedersi, eppure rimanendo per sempre legati: io, il ragazzo, la signora, quindi, chi siamo? Io sono colui che prova rimorso; la signora, colei che prova dolore. Nessuno vorrebbe essere al nostro posto, ma tutti, dovendo scegliere, preferirebbero il mio ruolo. Il ragazzo stava annegando; io sono l’eroe che ha portato a termine il salvataggio. Anche in questo caso miei sono i panni che chiunque vorrebbe indossare. Con mio fratello mai nato si è verificato lo stesso fenomeno, in fondo: sono io ad aver pescato il jolly. A meno che lui non sia altrove, con una vita e una famiglia diverse, nonostante quell’occasione mancata. Chi dice che non ci sia una seconda chance? Di sicuro qualche filosofo ha già risposto a questa domanda, ma filosofia a scuola l’ho fatta male e ora ne pago le conseguenze. Credere nell’immortalità dell’anima, nella reincarnazione, in una qualsiasi delle teorie sulla metempsicosi mi aiuterebbe a capire chi o cosa ha messo la mia anima in questo corpo, ma io non credo in niente, neppure nell’anima e certi giorni dubito persino del corpo. È mio questo fisico ingrassato, rilassato, impossibile da tenere in forma? È questo che sono diventato? E se ho perso il vigore dei vent’anni, che cosa ho ricevuto in cambio?

Ordine e disciplina!

“Sono le tre! Forza! In piedi che dobbiamo andare!”
“Accidenti che freddo, non si direbbe che è giugno.”
Alla luce della lampada frontale controlliamo meticolosamente l’attrezzatura: piccozza, moschettoni, cordini, martello, chiodi, corda, ramponi, ghette, giacca a vento, guanti, berretta, maglione…
“Ok, tutto a posto. Dimenticato niente.”
Verifichiamo ancora una volta mentalmente l’itinerario e i tempi di avvicinamento.
Dobbiamo arrivare alla crepaccia terminale ben prima dell’alba, altrimenti riuscire a passare diventa più complicato.
E in cima dobbiamo arrivare al massimo in un due o tre ore, altrimenti il canalino, con l’escursione termica, potrebbe scaricare. Per il ritorno, nessun problema. Scendiamo dalla “normale”, che è più semplice, e ripassiamo sulla crepaccia terminale dove, se servirà, avremo lasciato un passaggio attrezzato per aiutarci a superarla in discesa. Tutto è pronto. Andiamo.
Crick… crock… crick… crock… Mi piace il rumore dei ramponi che appena appena scalfiscono la superficie ghiacciata della neve.
E poi la luna, quasi piena, ormai avviata al tramonto. Illumina il cammino, riempiendolo delle migliaia di minuscoli scintillii dei cristalli di neve ghiacciata. Non serve nemmeno tenere accesa la torcia frontale.
E il silenzio…. Nessuno ha voglia di parlare a quell’ora del mattino. Sembrerebbe un sacrilegio.
E, passo dopo passo, si va verso la meta.

Non avevo ancora 17 anni, terza liceo scientifico.
Sin da bambino mi avevano definito un “birichino”, accompagnata magari da un bonario “el piö bu dei róss él ga copàt sò pàder en del fòs”.
Da adolescente poi, parafrasando Rousseau, mi definirono un “buon selvaggio”. Sostanzialmente incapace di far male consapevolmente a qualcuno, ma del tutto allergico alla disciplina.
Non ero uno che disobbediva, ma ad ogni ordine un “perché?”. L’obbedienza cieca non mi apparteneva.
Naturalmente per gli insegnanti era mancanza di disciplina, nel comportamento (ma non ero un teppista), nello studio (“se si applicasse con metodo potrebbe fare di più”), nella gestione dei miei spazi (sempre disordinato), scavezzacollo (le ginocchia e i gomiti sempre pieni di croste e graffi).
Ed era proprio vero, non sopportavo la disciplina. Perché non la capivo.
E non capivo l’insegnante di educazione fisica che voleva fare di noi un disciplinato plotone di alunni che marciavano coordinati e atletici.
Noi “di sinistra” lo consideravamo un “fascio”. Chissà se lo era. Sicuramente aveva le idee chiare su cosa riteneva fosse ordine e disciplina e su come fare per piegare i riottosi.
Una cosa ci era evidente: non sopportava quelli di sinistra (ma nella mia classe eravamo veramente in pochi), soprattutto di quella extra-parlamentare (ero l’unico, ma neanche inserito in un gruppo preciso, perché non sopportavo la disciplina di partito), i giocatori di calcio e chi portava la barba.
La prima pecca ce l’avevo, con l’aggravante. La seconda no, ma mi aveva casualmente visto al campo dell’oratorio giocare una delle cinque, disastrose partite della mia vita. Me l’aveva rinfacciato, con tono quasi minaccioso.
E quell’anno mi feci crescere la barba (prima non ci sarei riuscito neanche volendo!).
Avevo anche il difetto che odiavo il “Passooo! (boom) Passooo! (boom)”, che organizzava in alcune lezioni. Ero sempre fuori tempo, rovinando immancabilmente la coreografia.
Iniziò così una guerra silenziosa tra noi.
“Tagliati la barba!”. “No!”. “Bastone di ferro da un chilo!”. E via, un’ora di educazione fisica con il bastone sulle spalle.
“Tagliati la barba!”. “No!”. “Due bastoni di ferro da un chilo!”.
Andò avanti così per diversi mesi. Naturalmente a casa non dicevo nulla, altrimenti mi avrebbero detto “Tagliati la barba!”, visto che anche ai miei non piaceva.
All’inizio della lezione la consueta ingiunzione, esito scontato di una constatazione: la barba non l’avevo tagliata, anzi, cresceva sempre più lunga, folta e incolta.

A lui non l’avevo detto che non mi piaceva giocare a calcio. Andavo in montagna, io. Quell’anno avevo anche iniziato a frequentare il corso della Scuola di Alpinismo del CAI. Ma non erano in molti a saperlo. Era una cosa mia, e dei due o tre amici con cui ci andavo.
Avrei ridotto la mia pena se gliel’avessi detto, scontandone la quota derivante dal fatto che mi credeva giocatore di calcio. Invece non ne ho mai fatto parola. Questione di orgoglio

Avevo imparato da bambino ad amare la montagna.
Mia madre – sempre apprensiva quand’eravamo in città, timorosa che frequentassimo cattive compagnie, tanto da mandarci malvolentieri anche all’oratorio – in montagna, dove trascorrevamo tre o quattro mesi all’anno, si trasformava e lasciava me e mio fratello liberi di scorrazzare, convinta, illusa, che non potessimo correre pericoli.
E’ così che, passo dopo passo, ho conosciuto la montagna, il senso di libertà che mi dava l’andare dove volevo, senza limiti e costrizioni se non quella di tornare a casa in tempo per i pasti, a volte solo per cena, e dai 15 anni poter star via anche due o tre giorni, ma solo se andavo in montagna.
E andarci voleva dire incontrare cacciatori, guardie forestali, bracconieri, bere il latte appena munto dai malghesi o aiutarli a fare il burro con la zangola, scambiare due parole con i contrabbandieri o con qualche escursionista o, ancora più raro a quei tempi, alpinista. Dormire nei bivacchi e nei rifugi insieme a estranei, accomunati dalla stessa passione.
Molti di questi incontri, spesso senza volerlo, mi hanno insegnato qualcosa: sulla natura e la sua bellezza, sulla potenza della montagna, su dove e come andare, sulle disgrazie avvenute tra quei monti, affascinanti ma di cui diffidare, sulla gioia della conquista e il coraggio della rinuncia.
Non so come, ma credo grazie ad uno studente di quinta, ottimo alpinista, che incontravo spesso alla palestra di roccia o nei bivacchi, il professore venne a sapere che non giocavo a calcio ma andavo in montagna, anzi, ad “arrampicare”.
Ma ero comunque di sinistra, e avevo la barba. E non la tagliavo.
E non facevo “Passooo! (boom)”.
Un giorno, a primavera inoltrata, mi presentai in palestra, con la mia barba e una bella sgrobbiatura su un braccio e una gamba.
“Cosa ti sei fatto?”.
“Sono caduto”.
“Dove? per farti una graffiatura così”.
“In montagna, su una lastra di ghiaccio”.
“Ah…” Avevo già la mano sul bastone che stavo, come di consueto, per prendere, quando l’ho sentito dire quello che non mi aspettavo: Vai con gli altri…”.
Mi sono girato. Lui mi guardava, duro: “Cos’hai? Spicciati a raggiungere gli altri”.

Da allora la guerra tra noi è finita. Ho continuato a non fare “Passooo! (boom)” e a non tagliarmi la barba. E lui niente.
Ho sempre pensato che fosse un bastardo, e forse lo era davvero, ma alla fine mi aveva dato il suo rispetto. Gli avevo tenuto testa, e forse lui lo aveva riconosciuto come un merito.
Nei restanti anni scolastici non ci furono più problemi né per me, né per la mia barba.
Ma poi, un po’ alla volta, credo di aver capito che forse la ragione per cui aveva smesso di tormentarmi con la disciplina era un’altra.
Alla fine, forse, aveva vinto un po’ anche lui.
Anche se la disciplina è la montagna che me l’ha insegnata, lui lo sapeva che l’avrebbe fatto.
Non la disciplina fine a sé stessa, ma quella che serve nei momenti importanti della vita.
Io, il disordinato numero uno, quando preparo lo zaino ho una precisione maniacale.
Perché è vero che, passo dopo passo, vado dove voglio, ma è la montagna che dice fino a dove posso permettermi di arrivare, entro quando devo arrivare, qual è il limite che non posso superare.
E il mio corpo e la mia mente, passo dopo passo, si mettono d’accordo con lei e mi pongono limiti, ordine e disciplina. Ogni sgarro sarebbe ben peggio del bastone di ferro che quel professore mi faceva portare. E’ così che il “buon selvaggio” è stato messo in riga.