Il dopo si crea adesso

Di solito la mattina dedico almeno due ore per mettermi in contatto con persone care e amiche con le quali lavoro da anni, perché la distanza non annulla l’intima prossimità che nel tempo si è andata approfondendo. Da questa profondità vengono le parole e le pratiche che propongo per rendere ogni giorno vivo e ricco di esperienza non solo per me.

Mai avrei immaginato che le pratiche zen apprese e coltivate nella seconda metà della vita (zazen, meditazione camminata, disegno con l’inchiostro, pittura libera dall’ansia performativa, scrittura strettamente contestuale e, come si dice, da cuore a cuore…) sarebbero state così decisive in questo tempo, un tempo che oso chiamare: di verità.

Perché questo tempo che stiamo vivendo è il tempo in cui cadono tre tabù: il tabù della morte, il tabù della malattia e il tabù della vecchiaia. Questa epidemia li ha fatti saltare brutalmente tutti in una volta. Così, adesso, morte, malattia e vecchiaia si mostrano in tutta la loro evidenza come nervature del Reale.

Stanno sconvolgendo un ordine in cui queste nervature dovevano restare nascoste, ben protette per non disturbare i sani, i giovani, i vivi. Per confermarli/confermarci nell’illusione che la vita sia altro dalla morte, dalla malattia e dalla vecchiaia. Ora questi nervi si sono scoperti e provocano dolori lancinanti, paralizzanti, non avendo rimedi per placarli.

Verso mattina, dopo una notte piena di risvegli, mi trovo a fare questi pensieri e il tempo del coronavirus si associa al tempo in cui ho scoperto che nel mio corpo si erano sviluppate cellule cancerogene che, lasciate alla loro vitalità, mi avrebbero portato alla morte. Allora ero nella fascia delle persone giovani; gli ospedali funzionavano e imparavo a fidarmi della medicina, grazie a medici competenti e mediche di grande sapienza e libertà. Oggi appartengo alla fascia d’età delle persone vecchie, più esposte al rischio che il contagio abbia esiti nefasti. Oggi non possiamo ammalare perché gli ospedali non possono curare. Un’amica con gravi patologie (tra cui una macula che invade i suoi occhi) nota che non esistono più le altre malattie, occultate dalla totale attenzione al virus.

Come non vi sarà sfuggito, nella città in cui vivo, non si riesce a contenere la diffusione del virus e da subito (anche se non si poteva dirlo) i medici si sono trovati a decidere chi aiutare e chi no… Si sono viste all’opera troppe incompetenze e ingiustizie nella gestione regionale della cura, che hanno scatenato in me indignazione (la collera giusta) e contemporaneamente una grande impotenza.

Perciò – e questo è il punto – faccio ogni giorno un lavoro su di me per non ascoltare le mie parole, quelle che mi bruciano dentro perché fuori non le sento pronunciare. Avrei bisogno di parole indignate, ma non le sento o non le sento abbastanza, non tante quante ce ne vorrebbero per fare un falò di tutte quelle inutili rivestite di competenza. Sono stufa di competenti che non hanno il coraggio di dire e fare quello che adesso (insisto: adesso) dire e fare è di loro competenza… Solo da due giorni ho sentito qualche voce levarsi, dopo cinque settimane.

Così disegno oche selvatiche che volano nel cielo, panchine dove restare in attesa di poter entrare ancora nel gioco del mondo per quel gioco che so fare, ma ora – mi dicono – devo stare lì, ferma, nascosta, buona e zitta ad aspettare il mio turno, chissà quando.

E io sto lì, a mio modo nascosta, silenziosa ma non ammutolita, come da tempo ormai avevo scelto di vivere, una specie di eremita di città. In questa primavera, che ricorderemo come la primavera del coronavirus, quella scelta di vita mi viene imposta nella forma di reclusione. Da eremita a reclusa: cambia radicalmente la condizione. Da vocazione a necessità imposta. E allora cerco modi per rovesciare le cose, per ritrovare nella necessità imposta la mia vocazione all’eremitaggio maturata negli ultimi anni quando avevo deciso di fare della mia casa e di altre case, dove venivo invitata, luoghi di lavoro d’anima, di apprendimento di pratiche spirituali… Dedico molto delle mie giornate a tenere vivi i contatti via scambi whatsapp, tramite lettere che viaggiano con la posta elettronica, e telefonate… Sì, la vecchia abitudine di stare al telefono a lungo, quando intuiamo che abbiamo bisogno di sentire qualche amica, qualche persona cara direttamente… Penso spesso a Zambrano, alla fecondità dell’esilio per lei. Sento una profonda sintonia con questo suo modo di vivere l’esilio, non come separazione dagli altri, ma come possibilità di sfuggire alla “seduzione di una patria qualsiasi essa sia”, di accedere a un sapere, “il sapere più materiale, più concreto, più implicato ed intriso del sensibile ma anche il più esposto all’abissalità della cosa, più di essa partecipe.” Torno a leggere, in questi giorni, le prime pagine, Nascere all’esilio, della bella introduzione di Pina De Luca al libro di Maria Zambrano, Filosofia e poesia, per legarmi a questo tempo, per ritrovare, in questo tempo di forzata reclusione, la mia vocazione all’eremitaggio da un mondo incapace di riconoscere la verità dell’ammalare, del morire, dell’invecchiare… e organizza tutto sulla base di questa cecità. Un mondo che, temo, non saprà far tesoro di questo tempo del coronavirus, già catalogato come un tempo di emergenza.

(da una lettera alle amiche della comunità filosofica di Diotima, 29 marzo 2020)

Stare al proprio posto

Domenica 22 marzo 2020. Il tempo è cambiato: uno strato spesso di nuvole grigie schiaccia il cielo sui tetti delle case. Cielo cupo. La primavera pare arretrare verso l’inverno.
E che cosa importa? – le verrebbe da chiedersi – tanto uscire è impossibile, per cui pioggia o sole non dovrebbe fare differenza. E invece paradossalmente, per lei il tempo atmosferico ha acquisito peso, come se una giornata di pioggia portasse con sé un peggioramento dell’infezione, come se il grigiore fosse di cattivo auspicio. Agogna cieli tersi, luce a profusione, conferendo ai colori il compito di spazzare via, di alleviare, di rallentare le sue ruminazioni quotidiane.
Invece, anche se ieri il sole brillava, la percentuale degli infetti, come quella dei deceduti saliva, indifferente al bel tempo e alla temperatura mite.
E’ primavera, una primavera malsana, ma pur sempre primavera.
Come è strano: la Natura non bussa mai prima di entrare, eppure non è mai un’intrusa! scriveva Emily Dickinson in una sua lettera.
S’è annunciata nei giorni scorsi con un caldo prematuro, uomini e donne reclusi sui balconi a tirare respiri che fuori parevano più lunghi. Anche terrazzini minuscoli acquistano dignità quando i parchi, i giardini, perfino le strade sono interdette e concedono la seppur fugace illusione che questa sia una primavera come tante.
Al contrario, a lei pare che questa stagione lieviti a strappi, senza i fiori ai mercati, senza mercati, senza sguardi sulle gemme, sull’erba, sulla neve che si scioglie. E il cuore le si raggela.
Scruta la primavera dove può, alzando gli occhi verso lo scampolo di cielo che i palazzi le concedono, carica del peso di un’apprensione sorda. Cerca una briciola di azzurro, cerca di mantenere i piedi fissi a terra, a quello che c’è oggi, vietandosi proiezioni, imponendosi di non attribuire allo scuro sopra di lei un qualsivoglia valore prognostico.
E’ domenica: strade vuote, qualche autobus vuoto pure lui, zero passanti.
Lei trascorre molto tempo alla finestra. Non tutto il giorno certo. Cerca di suddividere il silenzio in tappe, di mantenere una parvenza di ritmo nelle sue ore che le permetta di distinguere il mattino dal pomeriggio, di non invertire il salutare antico ritmo sonno-veglia. Pulisce casa, cucina, parla al telefono, manda mail, legge messaggi, legge libri, disegna. Succedanei di presenze.
Non scrive. Scrivere le pare troppo di questi tempi, quasi un sacrilegio. Eppure sarebbe bene scrivere, l’aiuterebbe a saturare le ore, la distoglierebbe dai pensieri neri. Ma, non scrive.
Ascolta le parole dei bollettini, dei decreti, degli amici, degli ex colleghi. Attribuisce maggior pudore all’ascolto. La scrittura che ama e pratica, che da sempre le tiene la testa fuor d’acqua, le pare impudica, irrispettosa ora. C’è qualcosa che manca, forse qualcosa di troppo, qualcosa che fa ostacolo al gesto dello scrivere, che gli toglie dignità. Si dovrebbe trovare il modo di spogliare la parola di ciò che la opprime.
Come parlasse a un oscuro ascoltatore dentro di sé, prova ad elencare ciò che lei sente come necessario alla scrittura, la sua naturalmente.
Dunque, intanto le serve una stanza, una stanza tutta per sé.
Quella ce l’ha: luminosa, ampia, dotata di scrivania con lampada, libri e musica. E’ la vecchia stanza delle sue figlie, convertita in studio. Nel ricordo ci sono anche loro, le sue ragazze, le fanno compagnia quando prende in mano la penna.
C’è poi anche l’altra stanza, quella interiore, quella che l’autorizza alla scrittura. Sono passati gli anni in cui Jane Austin nascondeva il manoscritto di Orgoglio e pregiudizio, quasi la scrittura fosse disdicevole per una donna. Scrive senza pretese, ma senza infingimenti, può farlo, la storia delle donne la sostiene e le dà spazio.
E’ lo spazio fuori dalle sue stanze che s’è ristretto: la città, la regione, il mondo si sono rimpiccioliti di colpo e incombono, spiazzano, tolgono il fiato anche dentro, dove si è sempre sentita al sicuro. Anche lì ora si respira a fatica, qualcosa preme da fuori e le si chiude addosso, come gettasse un sortilegio.
Serve il tempo.
Di tempo per scrivere ne ha fin troppo, tutto di fila. Forse è quel “troppo” l’ostacolo. Un tempo, l’urgenza di scrivere si faceva bastare anche i ritagli, le mezz’ore sottratte agli altri impegni sembravano doni preziosi all’impazienza di quelle parole che bussavano forte. Ora, in questo tempo spettrale che s’è come congelato, si è perso il passo, come impietriti, attoniti, smarriti. Fermi. Difficile esercizio quello dell’immobilità, incompatibile con un corpo tarlato dalla fretta, dal dimenarsi a casaccio nell’illusione che stia nel fare la salvezza.
Forse, come scrive un amico, per farlo fruttare questo tempo per la scrittura, serve un presente che abbia futuro, un presente abitato dagli altri, pur in solitudine, che li contempli, che li tenga vivi.
Apre a caso il libro di una delle sue storiche soccorritrici e legge, in Una stanza tutta per sé: …poiché la narrativa, che è opera di immaginazione, non viene fuori all’improvviso come un sassolino che cade per terra, come può succedere alla scienza; la narrativa è come una tela di ragno che se ne sta attaccata in maniera forse lievissima, ma pur sempre attaccata, alla vita, con tutti e quattro gli angoli. Spesso tale attaccamento è appena percettibile; le opere di Shakespeare, ad esempio, sembrano starsene appese con le loro sole forze. Ma quando la ragnatela viene tirata di sghimbescio, appesa a un bordo, strappata nel mezzo, allora ci ricordiamo che quelle ragnatele non sono tessute a mezz’aria da creature incorporee, ma sono opera di esseri umani che soffrono, e sono strettamente legate a fatti grossolanamente materiali come la salute, il denaro e le case in cui abitiamo.
Gli esseri umani, gli altri. Quanto le mancano, tutti quanti. Questo silenzio irreale, straniante, solcato solo dagli urli delle ambulanze, dal rumore delle pale degli elicotteri è la loro assenza, un’assenza insopportabile. Troppo vuoto, un vuoto che fatica anche solo a guardare.
Scrivere questo vuoto, questo silenzio è impossibile, eppure è l’unica cosa da scrivere. Ma come?
Mentre cerca di tradurre faticosamente in parole il filo disordinato dei suoi pensieri ha l’impressione di avvicinarsi al nocciolo del problema. Troppo spazio, troppo tempo, troppo silenzio qui. Mancanza di letti, di tempo, di silenzio altrove. Là dove dovrebbe essere, dove vorrebbe essere: vorrebbe tornare al lavoro. La chirurgia, il pronto soccorso, l’ospedale, i suoi luoghi per decenni, fibre del suo corpo che ha abbandonato per l’avanzare degli anni.
Basta con gli imperativi morali – sente dire da un amico che non ha capito niente. Perché è di desiderio che si tratta: essere in emergenza per fare la sua parte. Non per mostrare i muscoli o per eroismo, ma per passione, una passione che travalica il dovere, che ha a che fare con i propri tessuti, con il pulsare delle proprie arterie, con il cuore. Sente che dovrebbe, vorrebbe essere là e che non può esserci. E questo volere ma non potere la condanna a una lacerazione senza cura.
Prova a digerire il fatto che l’involucro provvisorio che è il suo corpo è andato oltre, che là non ci può più stare, che si ammalerebbe subito e sarebbe d’ingombro. Ne prende coscienza a fatica: si finisce sempre per nascondersele certe verità, per chiudere gli occhi sui propri confini.
Questo virus, fra le altre cose, obbliga anche a questo: prendere atto della propria vulnerabilità.
Ma la fragilità è un po’ come l’età, non ce la si sente mai addosso. Si finisce per considerarsi quarantenni per trent’anni. E si mettono da parte patologie anche gravi, non le si dimentica, le si accantona. E loro restano lì relegate in un angolo, pronte a risanguinare, a ricordarci che no, non si è più quelli di prima, che quegli eventi ci sono ben stati e hanno lasciato le loro impronte.
Così capita di inciampare negli acciacchi, nei divieti, nei bronchi stretti, nel fiato troppo corto e sa Dio che altro.
Non può più tornare al passato, alla prima linea, ma ha altre frontiere da tenere a bada – si ricorda. Una famiglia a dir poco impegnativa è un compito che si è assunta e che vuole portare fino in fondo. Raccogliere le storie dei suoi ex colleghi, ascoltarli, rincuorarli, dare voce alla loro fatica e al loro dolore.
Gli altri non sono solo i pazienti dell’emergenza. Deve stare a quello che c’è ora. Il suo lavoro ora è questo – si ripete. E prova a mettere da parte ogni altra velleità, a rimettersi all’oggi.
Stare al presente, a quello che la vita le mette davanti ora. Distogliere lo sguardo dal passato, lasciarlo andare.
Eppure fatica: forse quello che fa le sembra poco rispetto a quello che potrebbe fare, forse è solo nostalgia per quello che è stata e che non è più. Forse è la vita che stride quando mette in tavola tutte le sue carte. O è il mondo che è uscito dai cardini.
Forse è che anche quando si è malandati e oltre la scadenza, si continua comunque a sentirlo quel richiamo. Ed è proprio il corpo ad avvertirlo, ben prima della coscienza. E’ il corpo che scarta e scatta per rispondere: sì sono qui, pronta a fare la mia parte, a qualunque costo.
E’ quel a qualunque costo che resta inspiegabile ai più. Avventatezza, eccessiva baldanza, stupido eroismo. Semplice andare dove si è chiamati, dove c’è bisogno.
Non rispondere a quella chiamata è una delle cose più difficili e dolorose che possa capitare. E si resta lì impotenti, a lasciarsi attraversare da quella sofferenza incurabile, inevitabile.
Si sforza di stare dentro questo strappo nell’anima, senza impazienza, con attenzione, quasi con rispetto. Perché quando non si sa che forma dare a ciò che accade bisogna stare fermi, vigili, lasciare scorrere acqua e sangue, le spalle piegate, in attesa di intravedere la riva. Forse un’iniziazione.
Ad ogni risveglio si allena ad accettare questa ferita insanabile con il cuore pesante, per rispondere ad una chiamata diversa, sussurrata con parole quasi inafferrabili e prova ad imparare a stare al suo posto.
a un certo punto non si può fare, ma soltanto essere e accettare… ma accettare si può solo per se stessi e non per gli altri, ed è per questo che sto passando un momento terribilmente difficile, qui. (E. Hillesum, Lettere).

Non è tempo di scrivere, questo, per te

Non basta avere tempo. Occorre averne tanto, ma non basta.
Ne hai fatto esperienza, lo sai.
Non sai scrivere nei ritagli di tempo. E neanche se il tempo che hai è un tempo dato, è quello e non di più.
Ti occorre molto presente per scrivere, ma un presente che puoi immaginarti possa durare: finché durerà il tempo della scrittura. Un altro tempo.
Un tempo che non è fatto di ore e di giorni. Anche se dopo, quando è concluso, potrai contare le ore e i giorni passati a scrivere. Ma erano ore e giorni che avevano futuro, dentro di sé.
Per questo, nel ricordo, ti sembrano appartenere, più che al passato, a un futuro anteriore.
È per questo che ci vorresti, anche adesso, tornare.
Ma non ti riesce di scavare quel presente fatto di futuro, nel tempo che tocca vivere adesso. Un tempo che non sai quanto durerà. Che non sai se durerà.
Scrivere sospende il tempo. Ma non si sospende un tempo sospeso.
Scrivere non ferma il tempo, lo rallenta se mai. Ma non si rallenta un tempo che sembra ogni giorno tornar su di sé.
Non si vince il tempo, scrivendo, e tuttavia può accadere di scoprire che non è un avversario imbattibile. Che non è un avversario, forse. Ma non ci si può misurare con un tempo che ti ignora. Con un tempo che è il tempo di una vita cieca.
Non è tempo di scrivere, questo, per te.

Non ti basta volerlo. Non ti basta star solo.
Se è una rinuncia, quella alla presenza degli altri, fra gli altri, non serve per scrivere. Se è un rifiuto, quello che ti fa evitare gli altri, che vorresti ti facesse scomparire agli altri, non serve per scrivere.
Non si scrive senza, non si scrive contro, gli altri.
Scrivere non è la fuga che prepara il ritorno.
Occorre lasciare la città per scrivere, ma non allontanarsene tanto da non vedervi vivere gli altri.
Scrivere è una solitudine finalmente abitata.
È la casa dove non inviti nessuno ma a nessuno vieti di entrare.
È l’isola che un istmo lega alla costa.
È la solidarietà che hai scelto per stare, finalmente, con gli altri.
Ma devi averla scelta avendola poco a poco imparata, scrivendo.
Non si scrive se gli altri ti sono stati tolti, e tu agli altri.
Non si scrive se la solitudine è un dentro senza fuori.
Non è tempo di scrivere, questo, per te.

Scrivere non è andare e venire, non è fare e disfare.
Non è domandare e rispondere, dire e contraddire.
Ma è di chi va e viene che scrivi, di chi fa e disfa, domanda e risponde, dice e contraddice.
Scrivere è il lavoro che fai mentre gli altri lavorano: scrivi per quando leggeranno.
Anche se pochi, anche se uno soltanto leggerà, presi come sono, gli altri, a fare altro.
Ma li avevi vicini quei pochi, l’avevi vicino quell’uno, mentre scrivevi.
Non si scrive se nessuno è presso di te.
Non si scrive se un unico orizzonte chiude lo sguardo, e non ne intravedi scrivendo un secondo.
Non si scrive se tutti, anche tu, siete presi a fare altre, poche, medesime cose.
Non si scrive se capisci che scrivere non sarebbe che una di quelle cose.
Non è tempo di scrivere, questo, per te.

C’è un tempo per scrivere, c’è un tempo per ascoltare.
Ascoltare quelli che parlano.
Ascoltare quelli che non parleranno più.
Ascoltare quelli che hanno scritto e quelli che scrivono.
Ascoltare quello che hai scritto.
Ascoltare gli altri.
Ascoltare l’altro che sei stato.
Ascoltare tutte le voci che attraversano la tua casa.
Che attraversano tutte le case.

Le cose stanno così, perché così stanno

Ehi bimba, diamoci una mossa, siamo proprio fuori tempo massimo: tredici giorni di ritardo, neanche fossimo delle gran dame. Bisogna concluderla ’sta fatica, ci tocca.

No no, ancora qualche giorno qui nella mia conchiglia al caldo, chi me lo fa fare? Dormo, mangio, tu mi porti a spasso e mi racconti le storie. E questa notte mamma, questa notte che cosa mi racconti?

Dunque, da pochi minuti è il 28 maggio. Oggi è un grande anniversario per la mia città, che sarà anche la tua, e per la mia vita. Due cose sono successe il 28 maggio, una meravigliosa e una tremenda.

Meravigliosa, meravigliosa, raccontala subito, voglio saperla.

Era il 28 maggio 1985, ero a Pavia per le lezioni di specialità di chirurgia e sono uscita a cena con degli amici e, per un caso assolutamente fortuito, c’era anche tuo padre. Ci conoscevamo da anni, ma non ci filavamo proprio, anzi ci guardavamo di traverso, sa Dio perché. Invece la sera di quel 28 maggio, proprio quella sera, ci siamo innamorati per non lasciarci più.

No, non così, raccontala per bene, voglio i particolari. Mi piacciono le storie alla “come on baby light my fire”. Tanto dormono tutti e non ti sente nessuno. Abbiamo tutta la notte davanti. Già m’immagino: fiori, ristorante di lusso, champagne, valzer…

Fiori tuo padre? Ma quando mai? Il valzer nel 1985? No, bambina, ma che film ti ho fatto vedere? Baretto per studenti, panino caldo, birra, la mia prima birra e politica: fiumi, mari di politica. Prima mari in tempesta, poi risacca, risacca lunga e assassina. La chiamavamo riflusso, che è una cosa che ti fa a pezzi. Il grande mare si ritraeva e la corrente ci tirava giù nel gorgo della solitudine, della disperazione, dell’eroina, dell’India, di un cappio al collo, della testa a posto, della testa esplosa che in fondo, allora, non sembrava fare gran differenza. Di colpo da tanti a uno, da noi a io. Mica cosa da niente. Noi che non riuscivamo a seppellire la passione politica, noi che non avevamo proprio la stoffa dei fricchettoni, noi ancora lontani dal cinismo e dal disincanto, noi bevevamo una birra e raccoglievamo i cocci, o almeno ci provavamo a cercare una ragione per passare oltre, per svegliarci, lavarci, vestirci, per camminare senza sogni. I sogni, bambina, sono potenti, ti sparano fuori da un cannone e voli per miglia e miglia. Ma quando cadi a terra… Ma che ti sto dicendo? Non si impara dall’esperienza degli altri, tanto meno da quella dei genitori. Capirai da te quando ti deciderai a uscire fuori e a camminare con le tue gambe, a rincorrere i tuoi palloncini.

Ma mamma, di che cosa sono fatti i sogni?

E chi lo sa? I sogni sono come le nubi, come l’amore, come un bacio, un bacio appassionato.

Allora poi papà ti ha baciata?

Ehi, non fare l’impicciona, questa parte della storia non ti riguarda neanche se scalci.

Coraggio, ora racconta la storia tremenda, tanto qui in questo guscio non c’è da aver paura.

Noi sì che avevamo paura, bimba, in quel 1974: attentati, pestaggi, minacce. Si chiamava strategia della tensione e ti ustionava la pelle, come una corrente, come una febbre che lievitava a poco a poco. Come faccio a spiegartela? Diciamo che quelli erano anni di grandi lotte operaie e studentesche, anni in cui sembrava davvero possibile rivoltare il mondo come un calzino e renderlo più giusto. E allora i padroni, quelli che comandavano si sono presi paura, paura di perdere i loro privilegi e ci hanno scatenato contro i loro cani da guardia: polizia, carabinieri, fascisti, servizi segreti deviati, forze dell’ordine. Hanno persino tentato un colpo di stato. Ma il movimento resisteva e riempiva le piazze. Allora sono comparse le bombe. Piazza Fontana: 17 morti e un centinaio di feriti; l’anarchico Pinelli, ingiustamente accusato precipita da una finestra della questura, poi viene assassinato il commissario Calabresi, poi l’agente Marino. Bombe sui vagoni ferroviari, sotto i tralicci dell’alta tensione. Tensione fuori casa e in casa.

Tu non esci di casa, alla manifestazione non ci vai, vestita così poi, con quel pastrano.

Si chiama eschimo papà, eschimo, me lo metto da mesi. È che tu neanche mi guardi. E se vuoi una figlia gonna a pieghe e filo di perle, ne devi fare un’altra, perché io esco così e vado alla manifestazione antifascista.

Che illusi, che illusi siete. Ma chi vi credete di essere? Cambiare il mondo con la politica? La politica è una cosa sporca.

È sporca la politica dei democristiani corrotti. Noi no, noi siamo dalla parte degli ultimi, degli sfruttati.

È tardi, afferro la maniglia della porta rabbiosa, rabbiosa contro di lui e il suo realismo, contro mia madre che non mi sostiene, contro le gonne a pieghe, contro la borghesia, contro le perle, contro il capitalismo.

E di colpo tutta quella rabbia si muta in coraggio ed esco, esco contro la sua volontà, esco e sbatto la porta, sbatto la porta. Boom, boom…

Volano ombrelli, vola sangue, volano le carni, carni umane. “Compagni e amici state fermi. State calmi, state all’interno della piazza, state all’interno della piazza, una bomba, portatevi a sinistra della piazza, verso il palco, state calmi, state calmi”.

Piove sul nostro sgomento, sui nostri occhi smarriti, increduli. Siamo morti? Siamo vivi? Chi è morto? Chi è vivo? Ci cerchiamo sbandando come ubriachi. Io sono intera, sono viva, viva per un soffio, sono viva perché ero in ritardo.

Mamma, eri in ritardo come me? Non mi piace questa storia. Io non voglio morire, non voglio che tu muoia, non voglio che muoia nessuno. Ma morire mamma, è proprio necessario? Si deve proprio morire?

Sì è obbligatorio, nessuno è mai riuscito a gabbare la morte. Diciamo che ora abbiamo imparato a tirarla per le lunghe, ma poi il passo ci tocca comunque.

Allora tu, tu mi metti al mondo per morire mamma?

No, no bimba, io ti metto al mondo per vivere. È che dentro la vita c’è anche la morte, non si spacchettano, è un regalo fatto così.

Non lo capisco mamma questo gioco, come si fa a vivere sapendo di dover morire?

Ma che ne so io bambina, io non ho ancora imparato bene. Si va avanti giorno per giorno, grazie a una distrazione, a una dimenticanza. Un tale, un poeta filosofo, uno di quelli che ci capiva, diceva che si vive “in forza di illusioni che hanno una radice vigorosissima e che tornano a rifiorire, a dispetto di tutta l’esperienza”.

Ma perché, perché?

Sempre quel filosofo poeta diceva che “le cose stanno così, perché così stanno”, che “ogni cosa ha radice in se stessa”.

E io, io allora da dove vengo?

Da un embrione, da un ovulo e da uno spermatozoo, diciamo da una possibilità su milioni.

Ma prima, prima?

Prima c’era un desiderio, prima c’era un amore.

Ma ancora prima, oltre l’amore, la terra, le stelle, le galassie, l’universo, la materia, l’energia? Oltre tutto, che cosa c’è mamma?

Bella domanda bambina, non so, oltre c’è il nulla, il nulla impensabile.

E se io sbuco fuori dal nulla e, alla fine della corsa, tornerò nel nulla, chi me la fa fare tutta la fatica?

Te la fa fare la vita, “cosa arcana e stupenda”, che riempie di stupore e di meraviglia: i monti e le montagne di rifiuti tossici, i mari e i morti annegati, l’amore e l’odio, le salite e le discese, le linguine al pesto e la fame, la bontà e la cattiveria. La vita è troppo grande per essere compresa, non ci sta nel nostro cervello e, a giorni, neanche nel cuore. Non puoi capirla, puoi solo viverla, illusioni comprese. E guai se non ci fossero quelle.

Allora si vive di illusioni mamma?

Sì anche, ma sotto sotto, sotto dove neppure i filosofi riescono a scavare, ho la sensazione che ci sia come una vitalità smisuratamente forte, più forte di tutto, una gemma che brilla per l’eternità per cui forse, forse, vale la pena. È come una spinta enigmatica ma potente che mi tiene sollevata sopra la vita, sopra la morte, sopra il nulla e che ogni mattina mi fa dire: sì eccomi, anche oggi sì.

Mamma che cos’è, come si chiama quella cosa?

Ehi scansafatiche, questo lo devi scoprire da te. Ora è quasi mattina: è il 28 maggio 1992, oggi ti lascio andare, smettila di tirare calci e preparati per il tuo tuffo di testa. Aggiungiamo un compleanno a questi anniversari.

Mamma, mamma, ma io, io… Anch’io bambina, anch’io.

Giancarlo Consonni, ‘Il desiderio di infinito’

Commento a Carlo Simoni, Quei monti azzurri
(Milano, 28 gennaio 2020)

Tra i documenti conservati a Recanati sono presenti dei quaderni di Paolina Leopardi che, per volontà degli eredi, non sono accessibili al pubblico. È forse da lì, dal desiderio di forzare quel segreto, che a Carlo Simoni è venuta l’idea di inventare un diario tenuto dalla sorella del grande poeta. Il risultato è un romanzo storico in forma diaristica: consistente in quanto in quel quaderno si immagina si sia venuto depositando nel periodo che va dal luglio 1817 al novembre 1819. Scandito mensilmente, il romanzo presenta quattro interruzioni corrispondenti all’ottobre 1817, al febbraio e al maggio 1818 e all’ottobre 1819, in cui si ipotizza che Paolina non metta mano al diario. Il libro si compone così di 24 capitoli, corrispondenti ad altrettanti mesi.

L’arco temporale non è scelto a caso: va dall’avvio dello Zibaldone per concludersi poco dopo la composizione de L’infinito. Si tratta di un passaggio cruciale anche per la vita di Paolina: corrisponde grosso modo al periodo che, per lei, va dai 17 ai 19 anni, quando, sul «limitare/ di gioventù», si manifesta «il primissimo fiore della vita».

Simoni attiva fin da subito un doppio sguardo: quello di Paolina e quello su Paolina. Nel fissare sulla pagina ogni evento, piccolo o rilevante, che interessa la vita dell’amatissimo fratello, l’autrice immaginaria del diario si trasforma nella figura alata di un osservatore/messaggero. Per suo tramite il lettore è immerso nello spazio domestico di casa Leopardi e nei suoi ancoraggi esterni (il borgo, la campagna, i luoghi delle passeggiate consentite ai soli figli maschi); ma soprattutto è “gettato” (per usare la nota espressione di Maurice Merleau-Ponty) nelle relazioni interne al nucleo familiare, regolate dall’ambizione, mista a frustrazione, del padre Monaldo e dalle chiusure bigotte e maniacali della madre Adelaide Antici. La ferma certezza di Adelaide che l’isolamento nell’universo domestico sia, tanto più per la figlia, la via salvifica dalle tentazioni mondane si salda alla convinzione di Monaldo che tutto ciò che può nutrire lo spirito possa essere ritrovato nella grande biblioteca da lui messa insieme con tenacia e passione. Orientamenti ossificati che si traducono in una chiusura possessiva nei confronti della prole (sette figli, di cui due morti in tenera età).

Il diario registra un succedersi serrato di eventi spesso minimi e apparentemente insignificanti, ma anche passaggi cruciali nella vita di Giacomo: lo stabilirsi di rapporti epistolari con Pietro Giordani, la morte di Teresa Fattorini (stroncata a vent’anni, nel settembre del 1918, dalla tubercolosi: a lei dieci anni dopo il poeta dedicherà il Canto A Silvia), l’esplodere della passione amorosa per Geltrude Cassi e, soprattutto, il suo incontro con la poesia, non solo da studioso ma da poeta.

Da subito si delineano alcuni fili conduttori che, intrecciandosi, imprimono alle memorie apocrife la vis narrativa di un romanzo. Il motivo preminente è la condizione d’isolamento in cui sono costretti Giacomo, Carlo e Paolina (i tre fratelli maggiori di casa Leopardi, nati a poco più di un anno di distanza l’uno dall’altro): una condizione che, ben presto, è da loro vissuta come una clausura. Il diario/romanzo dà conto, in un crescendo, della sofferenza che prende corpo e che culmina nel tentativo di fuga di Giacomo, miseramente fallito.

Con tocco leggero e sapiente, Simoni non manca di inserire qua e là elementi che preannunciano il dramma. Così, a evocare la prigionia, nelle prime pagine del diario sono richiamati i piccoli volatili un canarino, un fringuello, un passero solitario –, regalati, uno dopo l’altro, ai figli del padrone dal cocchiere di casa Leopardi, Giuseppe Fattorini, padre di Teresa, alias Silvia. Anche il confronto che Paolina istituisce fra la sua condizione e quella di Teresa evoca la comparazione tra l’essere in gabbia e il poter volare in libertà.

Alla tenaglia possessiva dei genitori si oppone, come può, la resistenza che, ciascuno a suo modo, oppongono i tre fratelli. Il trio è rinsaldato da un grande affetto e da un’intesa che si spinge fino alla complicità; ma, a complicare i rapporti, interviene ben presto la disuguale caratura intellettuale: l’emergere della personalità di Giacomo introduce disparità che, anche senza volerlo, portano a ridurre il fratello e la sorella a ruoli “di spalla”: di confidenti, di allievi, di copisti e, sempre, di ammiratori. Da cui l’insorgere inevitabile di inclusioni ed esclusioni.

La più colpita dalle esclusioni è, manco a dirlo, la sorella, verso la quale i fratelli, a cominciare dal maggiore, tendono a replicare l’atteggiamento protettivo dei genitori. Ma Simoni sa complicare il quadro facendo intravedere un rapporto carsico fra Paolina e Giacomo: un legame basato sul mutuo cercarsi e riconoscersi simili: nel profondo dell’animo e nella sofferenza che vi si va accumulando. L’autore porta in superficie il legame in un paio di episodi: il soccorso amorevole di Paolina al fratello intirizzito da un acquazzone e l’abbraccio tra i due con cui si conclude il romanzo. Ma Simoni fa in modo che tutto il diario apocrifo sia percorso incessantemente da sguardi, cenni, mezze parole, accensioni, silenzi, scoperte, incomprensioni, precipitazioni, incantamenti, piccole e grandi disperazioni: tumulti e tremori, fatti di tutto e di niente, dove apparenze e sommovimenti profondi si saldano in una tensione restituita con grande finezza.

Carlo Simoni ha fatto rivivere nei suoi romanzi personalità come Gustav Klimt, Thomas Mann e Walter Benjamin, misurandosi con sfide da far tremare i polsi. Ma qui, nel dare vita a Paolina Leopardi, è alla sua prova più ardua. E il risultato è ancor più convincente. La sua Pilla è del tutto credibile: il ritratto a tutto tondo di un’adolescente alle soglie della giovinezza a cui è riservato un doppio destino crudele: quello di reclusa (costantemente in bilico tra il finire in un convento e l’andare in sposa a un marito che spetta ad altri scegliere) e quello di una persona a cui la sorte ha negato la bellezza fisica. Un dramma, quest’ultimo, esaltato, per contrasto, dall’essere la bellezza un riferimento cardinale per i tre fratelli, forse la più intima trama che li lega; quando invece, scrive la Paolina di Simoni, «i più» «solo vedono […] e considerano, e son capaci d’amare» «l’esteriore sembiante», «ché l’anima per bella che possa essere, non si dà a vedere…» (p. 55).

Nel 1821 (ovvero due anni dopo la chiusura del diario immaginario), nella canzone Nelle nozze della sorella Paolina – il matrimonio con Pier Andrea Peroli di Sant’Angelo in Vado, com’è noto, non andato in porto –, il poeta oserà parlare di «beltade onnipossente». Se nella formula c’è un nucleo di verità – da Giacomo direttamente sperimentato nell’invaghimento per Geltrude –, è altrettanto vero che non meno «onnipossente» può essere l’assenza di bellezza fisica, per gli effetti devastanti che può avere soprattutto per chi è «nel fior degli anni». Nella confessione/riflessione che Paolina fa sulla propria condizione – dalla ‘scoperta’ del proprio corpo fino all’autoritratto impietoso, ulteriormente ribadito dalla consapevolezza che quel corpo non ha «conosciuto le mutazioni leggiadre che fan d’una fanciulla una donna» (p. 81) – il diario apocrifo raggiunge alcuni dei suoi momenti vertiginosi.

Con l’invenzione del diario, Simoni mette in campo un efficacissimo espediente narrativo: il lettore può avvicinare gli accadimenti che interessano Giacomo per quanto è consentito a Paolina. E questo, mentre rende ancor più credibile la fictio, consente all’autore di condividere con il lettore una consapevolezza implicita: il centro attorno a cui gravita la narrazione – lo svolgersi, in quei 28 mesi, della vita di Giacomo Leopardi e di ciò che matura nel suo intimo – è intuito, fatto oggetto di assidue congetture e, qua e là, persino intravisto, come si trattasse di apparizioni: di materia incandescente che però resta per lo più inaccessibile. Viene così in chiaro, tra le valenze del romanzo, anche quella filosofica. Un modo ulteriore di porsi in simbiosi con il protagonista.

Se avesse fatto ricorso alla descrizione diretta dei personaggi e degli eventi, difficilmente l’autore avrebbe conseguito un risultato altrettanto efficace. Grazie invece alla modalità adottata – una forma mediata di scrittura, che si spinge fino a un raffinato esercizio di stile che allude all’italiano cólto d’inizio Ottocento – ha potuto implicare il mistero e gestire con sapienza narrativa i disvelamenti.

A sospingere il farsi del romanzo sono, in tutta evidenza, la curiosità, il desiderio e la dedizione, nutriti da un’ammirazione sconfinati. Che sono di Paolina Leopardi – e, in filigrana, di Carlo Simoni – ma che finiscono per confondersi con quelli dei lettori che amano l’opera di Leopardi. Mentre l’acribia dello storico è da lì che Simoni proviene – assicura solidi ancoraggi alla narrazione, ogni inezia che si deposita sulla pagina alimenta lo sviluppo di una sinfonia fatta insieme di minime vibrazioni e di un movimento largo e avvolgente, dove il tema principale lascia, qui e là, spazio a temi secondari non meno avvincenti. Finendo per identificarsi, almeno in parte, con Paolina, il lettore viene così immerso nella materia incandescente della vita.

Allo stesso tempo, poiché Giacomo, almeno secondo Simoni, non consente alla sorella (implicata per lo più come copista) di leggere tutto ciò che la sua penna fissa sulla carta, e ancor meno di condividere fino in fondo tormenti e passioni, si viene a creare una situazione che rasenta il paradosso per cui il lettore può “vedere” connessioni tra gli accadimenti e gli scritti (in varia forma) di Giacomo Leopardi che a Paolina non sono accessibili ma che pure sono innescate/suggerite dalle “sue” stesse parole. Grazie a questo, e ad altri accorgimenti, in chi legge all’immedesimazione si affianca la distanza. In tal modo l’io narrante assume ancor più lo spessore di personaggio: l’“autrice del diario” è la deuteragonista, non inferiore, quanto a valenza umana e a sottigliezza di sguardo, del protagonista, il grande, immenso Giacomo Leopardi.

Si forma così un trio – Paolina, Carlo Simoni e il singolo lettore – che dà al testo una forte connotazione teatrale.

Il passaggio sulle scene del diario/monologo comporterebbe un ovvio intervento di adattamento, ma è, mi sembra, già chiaramente delineato. Il culmine del romanzo è la scoperta furtiva di Pilla del manoscritto de L’infinito. A ben vedere il diario apocrifo non è che una lunga premessa a questo evento. Se il commento “in diretta” di Paolina Leopardi tocca punti altissimi, l’intero libro sembra pensato per favorire l’avvicinamento del significato di questa lirica, dove l’ansia di libertà, e la sofferenza che l’accompagna, si sublimano nell’incanto e nel desiderio di un abbraccio cosmico.

Ça va sans dire

Aller, aller, mon petit, su con la vita. Spostasti un poco, ancora un paio di centimetri a droit, così, avanti, ora un petit peu a gauche. C’est bon.

Ditemi voi cosa mi tocca fare per quell’imberbe sulla soglia dell’adolescenza, con la bocca ancora sporca di latte e le ascelle che trasudano ormoni. Ecco, fermo lì. Voilà, les jeux sont fait. Finalmente abbiamo centrato il suo brufolo sulla mia macchiolina di ruggine, così il pivello non lo nota il foruncolo, che magari è capace di sentirsi svilito, sminuito nella virilità. L’adolescenza è proprio una stagione grama, si deve mordere chiunque si abbia vicino, anche se stessi, come cani in trappola. Gli arti si estendono, le spalle si disegnano, i nasi si allungano, le mandibole si squadrano. E quel odeur, che fetore di crescita che lo sento pure io che il naso non ce l’ho. Ma che fare?

Ehi mon enfant, ora te lo svelo io il trucco: a me gli occhi. Non conta tanto brufolo più o brufolo meno, è lo sguardo, mon amis, perso nel nulla, la fronte aggrottata e quell’espressione fra il tormentato e il misterioso…in italiano chiamasi bel tenebroso, appunto, qui, Ça va sans dire, fait tombé les femmes, come le mosche.

Non conta tanto quello che sei, non ti torturare, conta quello che sembri, che di maschi dallo sguardo alla Alen Delon con dentro il vuoto, je n’ai vu beaucoup, mais beaucoup.

Beh, bisogna dare una mano pure a lui e, finché si tratta di un brufoletto, ce la posso fare. Gioco un po’ con le mie imperfezioni e nascondo le prove del delitto.

Con sua sorella è più dura, c’est très difficile. Lei sono anni che si misura le tette, nella speranza che lievitino. Mi si para davanti a torace scoperto, senza pietà, senza attenzione alla mia sensibilità.

Che io sia di vetro o di carne, italiano o francese, les tettes sont toujours les tettes e, pure a me, un certo effetto lo fanno. E le sue non crescono proprio. Mi spiace poveretta, lei ce la mette tutta con gli impacchi caldo-umidi la sera, con le creme, ma niente, calma piatta. Glielo vorrei dire che non è quello che conta, anche se non guasta, che al giorno d’oggi c’è della biancheria che tira su e spinge verso in centro e fa di quel poco che hai un vero e proprio balcon, una balconata. Ma lei è proprio risentita, come fosse colpa mia, come se toccasse a me dispensare tette a destra e a manca. Se potessi, vuoi che non lo farei? Mi accontenterei anche solo di imbrogliarla un po’, di mostrarle quello che non c’è. Ma mica sono un mago.

La sera poi arriva l’homme, le marit, le père, le gros ventre: si sfila le scarpe, si toglie la giacca e la ripone sul servo muto. Poi è la volta della camicia, ed eccolo lì in canotta a righine, di profilo a richiamare la mia attenzione per misurargli la circonferenza della pancia. Raddrizza bene la schiena e prova a contrarre quel minimo strato di addominali mosci, poi si accarezza l’addome come per addomesticarlo, per convincerlo a ritrarsi almeno un poco e mi si mette di fronte. Quando è di faccia tira un sospiro di sollievo, perché la protuberanza sembra livellarsi, magari non proprio piatta, diciamo meno prominente. È ciò che gli basta per prepararsi un pirlo col Campari, e al diavolo la pancia.

E moi, io esulto: carboidrato santo subito, patatine, birra e rutto libero.

Lui si che ha capito come funziona la faccenda.

Sa femme, sua moglie invece, di fare la piega non ne vuole sentire parlare proprio. Mes amis, lei va dicendo che a una certa età gli specchi è meglio evitarli, ma è sempre qui a scocciarmi, a chiedere, a pungolarmi, a studiarsi le rughe, a misurarsi i fianchi o la circonferenza delle cosce, che sono sempre troppo tonde. S’è perfino comprata delle mutande rigide che le dovrebbero tirare su le natiche, fatte di una plastica che la fa sudare anche da ferma. Pauvre idiot, si crede che a sudare si dimagrisce!

Si mette di faccia e poi di profilo e mi guarda, come mi supplicasse. E io cedo per quello che posso, provo in ogni modo a distendermi nel senso della lunghezza, estendendo anche lei con l’inganno. Ma appena si avvicina di più, Ça va sans dire, l’effetto ottico svanisce e tutti i miei sforzi vanno a ramengo. Spaccarmi però non mi spacca, perché non sarà superstiziosa, ma sette anni di disgrazie non sono poche.

Quando si vuole misurare gli eccessi posteriori, io non le basto più. Apre l’anta dell’armadio dove è incastrato mio cugino più giovane e comincia la fatica di orientarla per vedersi dietro. Io e mio cugino nell’armoir abbiamo così l’occasione di rivederci, di scambiarci due battute, di tirarci su il morale a vicenda. E ce la ridiamo, mon Dieu de la France, come ce la ridiamo, quando la cicciona cerca d’assottigliarsi, quando implora lui di rifletterla sulla superficie mia con un minimo di clemenza. A lui la parte del poliziotto buono, ma a me quella del cattivo, perché è in me che si guarda e, purtroppo, si vede. Accidenti a lei.

È allora che parte la litania degli insulti alla menopausa, delle accuse agli ormoni, alla ritenzione idrica. E, a quel punto, la mia finezza, ma elegance, ma grandeur, s’envole, s’invola, e la mia italianità mi possiede.

Aho lardona, ma che te lo dico a fare? è inutile che cerchi in me Brigitte Bardot, molla il colpo, che la guerra con l’adipe l’hai persa. Passa al piano b, che so giocati il cervello, lo spirito, le equazioni di terzo grado.

Ma poi, nella mia immensa benevolenza, mi mordo la lingua, agguanto l’inclinazione della luce che entra dalla finestra e la concentro sulle sue caviglie, che non sono ancora sfatte. Quelle beauté, che caviglie sottili – le sussurro docilmente. Alla fine conclude che, Ça va sans dir, quello non è grasso, è solo gonfiore e spalma un paio di centimetri di nutella su una fetta di pane.

È un lungo addestramento il mio, mi alleno alla vaghezza, alla penuria di particolari, alla proiezione di ombre.

Quando lo sguardo di qualcuno si posa su di me, non mi illudo certo che cerchi me, cerca sempre se stesso, la propria immagine, a giorni la propria identità, raramente la propria anima. E più si guardano da vicino e meno si ritrovano. Io glielo vorrei dire che si comincia a comprendere, quando ci si allontana da se stessi. Ma poi mi prende la pena per loro, per la loro insipienza; allora li scruto e svelto svelto, cerco il desiderio dietro il loro sguardo: vuole vedere quello che crede di essere? Quello che vorrebbe essere? Quello che vorrebbe che si credesse sia?

Vita dura per uno specchio, e io sono pure antico, barocco francese, notare i miei riccioli dorati, un’imitazione, Ça va sans dir. E di fatiche me n’è toccate non poche.

Forse è andata peggio a quel mio antenato tedesco che, quegli sprovveduti dei Grimm, fratelli famosi, hanno messo nelle mani di una megera che voleva essere la più bella. E non le andava giù la storia dell’invecchiare, e se la prendeva con il mio prozio, quasi fosse lui a muovere la manovella che aziona il tempo.

Di storie poi, ve ne potrei raccontare per anni, da farvi sbellicare: dal trisnonno che prova il cappello da bersagliere con sguardo altero, alla moglie che si stringe in un corsetto fino all’apnea, al giovinotto, pistola in mano, che simula un duello, alla piccolina che ninna la bambola con occhio sognante, alla fanciulla che si allena a lasciar cadere un fazzoletto ammiccando. E potrei continuare.

Mi sforzo, giorno dopo giorno, di farli contenti, li guardo mettersi in posa davanti a me, cerco di rimandargli un’immagine che in qualche modo li soddisfi, oppure provo a fabbricargli un altro corpo all’istante, convincendoli ad indugiare con lo sguardo sul più, piuttosto che sul meno. Interrogo le emozioni, mi faccio psicologo e se scopro che ciò che vedono li fa soffrire, mes amis, quelle douleur, mi prende un’agitazione interiore, un lavorio di sensi di colpa da non credere.

No signori miei, non ve la prendete con me, non illudetevi che io sia il ritratto di Dorian Gray che si porta via la vostra monnezza; sono solo un muto testimone del tempo che passa e non sarò certo io a fermarlo. Io rimando immagini inerti, certifico, confermo, smentisco. Sono un notaio, a esagerare un ufficiale giudiziario.

Io più che vetro non sono, io rifletto, ma sta a voi riflettere, aprire una finestra su voi stessi, accedere a cosa sta dietro, penetrare la profondità, abbandonare l’illusione di eternità, di immutabilità, questo, signori miei non sta a me.

Non che non lo farei per voi. Negli anni mi sono pure affezionato al genere umano, soprattutto quando prende la via nostalgica del ricordo, quando si lascia aggredire dall’irruzione del passato.

Allora vorrei essere in grado d’ingrandirgli il volto per farglielo vedere meglio, per dirglielo quanto somigliano aux enfants, ai piccini che sono stati, quanta verità dell’infanzia ancora li impronta. Perché io ce l’ho la certezza che quei bambini ancora mi stanno scrutando, cercando in me il profilo di una regina, i muscoli di un futuro guerriero. Io ce l’ho l’attitudine a cogliere la vibrazione della realtà dietro il belletto, il groviglio di conflitti, le rimozioni. È che a giorni devo cedere all’inganno, perché non si può sempre dire tutto, bisogna essere discreti, distorcere le cose magari solo un pochino, snellire, per non turbare troppo.

Ma è la madame, la vecchietta che mi manda in crisi e mi commuove. Con lei non riesco proprio a mantenere le distanze. È ancora bella, di una bellezza passata ma non trascorsa, direbbe l’Alessandro d’Italie, il Manzoni, Ça va sans dir.

Lei non viene a chiedermi di renderle la giovinezza, lei lo sa che il bello prescinde dal tempo. Lei studia l’abisso, l’ombra della morte dietro di sé.

Allora io mi prendo paura, l’accarezzo, le rimando il passato, le rovescio il tempo addosso e lei, mon Dieu, lei ci casca. Ripercorre tre quarti di secolo indossando un cappellino con la veletta, cerca un ricordo in un paio di guanti estivi, un amore in un bottone di madreperla, un gesto perfetto in un petalo di rosa. A giorni passano ore in mia compagnia, lei e son chat, il gatto. Si scrutano, s’indagano: una si riconosce nel visino della mademoiselle che è stata e si sorride, l’altro, le chat, non si riconosce proprio, rizza il pelo e si fa la gobba Ça va sans dir.

Quei monti azzurri

La vita quotidiana e le figure che animano palazzo Leopardi riempiono le pagine di un immaginario, ma non inverosimile, quaderno di Paolina, divisa tra passione per lo studio e senso di segregazione; vaghe speranze d’amore e consapevolezza del proprio infelice aspetto; soddisfazione per le prime prove della genialità del fratello e timore che il suo desiderio di gloria si traduca fatalmente nella decisione di lasciare Recanati, di valicare quei «monti azzurri» che chiudono l’orizzonte, e sembrano evocati nella composizione cromatica che William Turner creò nel 1819. L’anno stesso in cui Giacomo tenterà di fuggire dalla casa paterna e, a poche settimane dal fallimento del suo disperato progetto, comporrà L’infinito, dove non i monti lontani ma la vicina siepe impedisce allo sguardo di giungere all’ultimo orizzonte. Sarà in questi versi che Paolina potrà credere, sia pure per poco, di intravedere l’approdo all’idea che, a confronto dell’immensità dello spazio, e dell’incommensurabilità del tempo, l’altrove sfumi nel qui, nel posto in cui ci è stato dato di vivere.

Quelle che seguono sono alcune pagine tratte dal romanzo:

Nell’Agosto del 1817

Anche oggi è accaduto. So intuire qual è il suo stato al solo vederlo lasciar di furia la biblioteca, per serrarsi nella sua camera; di lì a poco sortirne e quindi prender a vagare per la casa, e in fine tornare al suo tavolo e guardar alle carte, nere della sua scrittura, come a cosa d’altri, cui lui non avesse messo mano e anzi non potesse riconoscervi senso alcuno, ma solo ritrarne un’estraneità che confina col disgusto. Riprende allora quel suo peregrinare di stanza in stanza, evitando, se ne avverte il passo, nostro padre più di tutti.
Stamattina l’ho veduto celarsi dietro a un divano, pur di non dover incontrare nostra madre che al solito, preceduta dal rumore degli stivali da uomo che indossa in casa, s’aggirava occhiuta e severa in queste sale che non abbandona mai se non per recarsi alla chiesa. Sollevato al vederla uscir dalla stanza, gli è però toccato d’incappare nel genitore ed esser obbligato a finger di ricercare non so qual volume e, interrogato con sollecitudine dello stato che pur tuttavia manifestava nel pallore del viso, e nella lassità del corpo, dover allora cercar appiglio in non so qual lieve malessere e dunque rintanarsi senz’altro nella camera e restarvi, senza più neanche aver il conforto di quel tornar ancora e ancora a macinare i pavimenti.
Mi guardo bene dal rivolgergli parola quando lo vedo in tale stato, e anzi procuro io per prima che non abbia a incontrarmi, ricorrendo a volte allo stesso suo stratagemma col nascondermi nell’anfratto d’una porta doppia. Non diversamente da me si tiene Carlo, capace di seder per ore immobile, collo stesso libro innanzi, quando l’altro non è buono di star fermo al suo lavoro. Costa poi fatica a entrambi non lasciar che trapeli il sollievo che c’inonda quando vediamo nostro fratello cader di peso, in fine, su di un canapè, il volto dilavato e le membra affrante come chi abbia dovuto sobbarcarsi a un lavoro non proporzionato alle sue forze. Solo gli occhi e la piega dolce delle labbra dicono esser quella stanchezza il segno non già d’una resa, quanto d’una silenziosa vittoria. Può non giungere nel medesimo giorno questo riaffiorar alla vita, ma doversi attendere a lungo: è il rinnovato fervore col quale vediamo Giacomo scrivere, guardar dalla finestra, intinger la penna e riprender a farla correre sul foglio a dirci allora esser nuovamente avvenuto il miracolo. Non saprei come dir altrimenti questo trasmigrar subitaneo – che intuisco, però, lungamente, e dolorosamente, maturato – da quel mondo vuoto e oscuro in cui sembrava esser caduto a quest’altro, che l’espressione del viso dice non esser stato accolto festosamente come nulla fosse accaduto; nel quale tuttavia la tristezza che su di lui sempre aleggia pare esserglisi fatta alacre amica.
Che cosa lo fa trascorrer dall’una all’altra di queste condizioni dell’anima?
Qual è il pensiero che lo fa emergere da quella notte per riportarlo non già alla luce del sole – ch’egli non ama, tanto da tener sempre socchiusi gli scuri delle finestre vicine al tavolo cui siede – ma, vorrei dire, al cielo tenue e fuggitivo che separa il tramonto dall’oscurità?
Me lo sono chiesta cento volte, e sono oggi tornata a domandarmelo. Non so trovar risposta, ma mi son fatta persuasa, ora, che neanche il mio fratello diletto saprebbe sciogliere il mistero che nella sua anima alberga, e tanto meno trovar riparo da quell’oscillare ch’egli pur credeva qualche distrazione avrebbe potuto donargli col vincer la noia, madre subdola della malinconia. Ma quale mai divertimento è possibile nel luogo in cui la sorte ci ha fatto nascere, e la famiglia tiene? Lo studio è per Giacomo l’unico possibile, e vi s’è gettato disperatamente sin da quando aveva compiuti i tredici anni, temerariamente persistendovi al punto da portare alla rovina la sua salute, e minare la sua complessione debole, e compromessa in quell’aggobbirsi che oramai irreparabilmente ha sfigurato la sua persona. Quand’è cominciato questo sfacelo? Che cos’ha arrestato il suo corpo nel naturale accrescimento della statura? Che cosa gli ha prima impercettibilmente e poi sempre più visibilmente impedito di mantenersi diritto come fino a tre anni or sono era stato? Non certo la trascuranza di sé, ché anzi era soverchiamente attento alla propria persona, tanto da avvertir a volte impedimenti, come quel di respirare o – mi si perdoni – d’orinare, che si rivelavano poi semplici effetti d’infermità puramente mentali, com’ebbe spesso a dire nostro padre con la lungimiranza che la scomparsa di quei segni ebbe puntualmente a confermare. Oltre modo desideroso inoltre, Muccio, d’aver sempre nuovi consigli circa il felice mantenimento della propria salute, salvo poi ottemperare a quelle prescrizioni in misura tale da renderle nocive. Così il giorno in cui, sentito come un poco di sole sul capo possa riescir giovevole, si diede a ristar nel giardino senza cappello alle ore più calde; né diversamente si tenne quando, udito che fortifica gli occhi il bagnarli d’acqua fresca, prese a farvi scorrer catini.
Eccessi d’un’anima che soffriva forse del presentimento dei futuri mali che avrebbero aggredito il corpo che n’era dimora. Un’anima di certo sempre incline alla tristezza, e che pure non le cedeva, non se ne lasciava oscurare.
Quando? Quando ha iniziato invece ad esserne invasa come da una tormenta che la fa simile a una landa in cui qualcuno ha pur vissuto ma si stende ora nell’abbandono, disabitata?
È un rovello che non mi lascia.
È l’enigma che la sua anima custodisce; che la mia non sa sciogliere, ma non ignora.


Non l’avevo mai fatto prima di iersera. Mai avevo veduto la mia persona intiera, nella specchiera che sta nella mia camera, l’unica che nostra madre non abbia potuto far togliere dalla nostra casa essendo congiunta a far tutt’uno colla parete che sta a lato del letto.
Non me n’era mai venuto il pensiero quand’ero bambina; poi la modestia, primo dei comandamenti instillatimi da mia madre, me l’aveva impedito. Mi guardavo mentr’ero a letto, sì, ma solo nel volto, e a me stessa davo la buonanotte alle volte, dopo le preghiere.
Mi guardavo e non sapevo riconoscermi, ora, incredula di esser io quell’esserino smilzo e gracile, il corpo spigoloso, solo il volto un poco tondo, i capelli corti, gli occhi d’un ceruleo acquoso, la bocca piccola, increspata sempre dal pensiero d’un sorriso, il labbro di sopra sporto quasi a nasconder l’altro.
Mi sono girata di fianco, e m’è venuto meno il respiro: le spalle ricurve, come a nascondere i seni di bambina ancora, mi han dato l’idea che mi stia aggobbendo. Anch’io. L’immagine di Muccio che non mi s’è più tolta dalla testa è balenata come un fantasma accanto alla mia.
Mi son messa la camicia, sono andata sotto le coltri, ho girato le spalle allo specchio.
Lo vedono gli altri? Lo vedono che vado somigliando al maggiore dei miei fratelli, che sempre gli ho somigliato anzi? Carlo richiama la figura di nostro padre, e Luigi non le è distante; nostra madre è bella, ancor oggi, mentre noi due…
Sono brutta. Brutta. «Non star con quel labbro a spiovere sul mento, e drizza le spalle» più d’una volta mia madre m’ha rimbrottato. Per cosa? Per come son fatta. È contrariata dal mio aspetto. La bruttezza reca fastidio persino a lei che crede poi di rincuorarmi col dire che la bellezza è fonte di peccato, e dunque… lo pensa davvero, forse. La religione glielo fa credere. Ma gli altri? Non sono da meno. Non ne parlano se mai, nessuno fa parola della bruttezza: la vedono ed è come non la vedessero, e a questo modo la fuggono. La bellezza, per chi è bello è pari a un destino, o a un merito; la bruttezza nessuno pensa sia una colpa, ma in qualche modo che sia anch’essa la rivelazione d’una fatalità. Si compiange il cieco, si motteggia ma alla fine si compatisce il sordo, e lo storpio; ma non il brutto, che si preferisce far mostra di non vedere, volgendo altrove lo sguardo, come si fa quando sulla via ci s’imbatte in un rospo scempiato dalla ruota d’un carro.


Nel settembre del 1819

Non so, non voglio dire nulla.
Aggiunger parole all’idillio che Giacomo ha composto in questi ultimi giorni, e che ha lasciato nella cartella dove ben sa aver io facoltà di veder le sue carte, mi parrebbe profanarne la perfezione sospesa, come d’un evento che non ha cessato d’accadere, e conchiusa, al tempo stesso, come non altrimenti che così potesse trovar forma, in quel foglio scritto di suo pugno, quasi che gli occhi avessero voluto fargli grazia d’una tregua.
Quel che so è soltanto che non son buona a cessar di ripeter fra me questi versi: una sola lettura m’è bastata per imprimerli nella mente, e il tornar a dirmeli – senza formular parole, oppure recitandoli sommessamente, ché mi pare non ammettano li si pronunci a voce spiegata – non esaurisce la commozione che me ne viene, ora come quando li ho scorsi la prima volta, fin da quella attenendomi al passo ch’essi stessi impongono.
Come se il tempo fosse in loro inscritto.
Ero in errore a pensar che quanto avevo letto nel suo quaderno, quell’ultimativo sguardo sul nulla, segnasse un confine che la poesia non avrebbe potuto mai più sormontare: quelle parole sconsolatamente gelide tornano a vivere qui nel calore d’un’anima confortata dal saper guardar in se stessa. L’anima d’un poeta che trae nutrimento dal proprio filosofare, d’un filosofo che può dar sostanza al suo pensiero poetandone; e a una seconda verità mi sento di credere: la quiete grandiosa che percorre queste righe è figlia della malinconia più angosciosa; il respiro che qui apre l’anima non sarebbe se non avesse conosciuto il pericolo di rimaner soffocato.

Se non son io a ridirmelo, è il canto stesso de L’infinito a risonar nella mia mente, facendomi ogni volta scoprir qualcosa che giurerei di non aver prima veduto. Non cesseranno di dirmi sempre il nuovo questi pochi versi, come fossero tanti di più, come se un’Odissea fosse in essi rappresa.
Stasera è quella siepe ad aver conquistato il mio sentire: dove sono i monti azzurri che lo tiravan là, a contemplarli, a nutrir il sogno di poter essere un giorno valicati?
È l’aver preso atto di non averlo potuto fare e un’amara consapevolezza di non poterlo fare mai ad averli esclusi? O è il presentimento d’una delusione che, fattolo, quel che v’è al di là arrecherebbe?
Ma che vale por domande simili, quando ciò che l’idillio sembra dirmi è che qui, qui si può trovar l’altrove, sì che il desiderio struggente della partenza sa sciogliersi nella dolcezza dell’arrivo fino a non distinguersene…
Ha forse Giacomo trovato una superiore ragione per restare, un convincimento in luogo della rinuncia?
Ha forse disarmato finalmente la lama tagliente della malinconia nell’amplesso soave della tristezza?


Nel Novembre del 1819

Non m’ha dato mai a copiare il suo idillio. Non so se abbia provveduto egli stesso, non so distinguere il foglio sul quale stamane ancora apportava lievi mende da quel che ho veduto or son quasi due mesi fa.
Due mesi… Se dovessi dire quel ch’è accaduto in questo lasso di tempo non saprei che richiamar l’immagine di lui, ieri, seduto su una sedia addossata al muro dell’orto: gli occhi attoniti, la bocca un poco aperta, le mani fra le ginocchia. Immobile. Indifferente al freddo che oramai è arrivato.
Quando s’è reso conto ch’ero lì non ha cambiato posizione. Ha solo detto, a voce tanto bassa da farsi sentir appena, che se fosse impazzito è così che sarebbe rimasto sempre.
Io non so se la sua anima sia tanto grande da contemplar stati tanto diversi, e opposti, tra i quali dover migrare senza posa, abbandonando quel che sembrava finalmente raggiunto per tornare ad altro che si sarebbe detto appartenere ormai al passato; o se piuttosto sian diverse le anime che lo abitano, ignare l’una dell’altra, sì che ognuna torna a occupar la casa da padrona, dimentica di quella che vi stava prima.
Oppure, si dovrebbe pensare, egli cammina sempre sull’orlo d’uno scoscendimento, vi torna a rovinare, e giace laggiù, sul fondo del burrone, e poi da capo ricomincia a cercar di risalire la china erta lungo la quale è precipitato.
Gliela farà, anche questa volta, a tornar alla luce? O rimarrà, inerte, in quel pantano?
«Non ho più la forza di desiderare alcunché, neanche di morire» ha detto ancora. Ma chi parla in questo modo non è affatto pazzo, ché quegli ha perso cognizione d’aver nutrito desiderio, né s’avvede del fango che minaccia di sommergerlo del tutto.
Le ha scritte a Giordani le cose che mi diceva, là al muro dell’orto, me le ha dettate colla stessa voce flebile, monotona.
Torno ogni giorno a recitarmi quei versi. Non gliene ho mai detto nulla. Perché temo che avrei l’impressione di parlarne a un altro, non al loro autore. Ma allo stesso tempo io so bene che è lui, Giacomo, ad averli scritti, e che lui solo avrebbe potuto. Non un altro che non è più.
So che è pur sempre nella sua mente tormentata che han preso forma e han potuto trovare la loro voce sommessa, e potente, inaudita quanto il silenzio maestoso di un cielo nel quale si vedano le stelle e la luna e il sole insieme.
Quel che non so più, e non credo scriverei ancora, è che sian figlie della malinconia, quelle parole. Non di questa che da qualche settimana l’ha preso, almeno.
Gli avrei invece parlato, dell’idillio intendo, se non fosse caduto nello stato in cui è? È la sua prostrazione a impedirmi di farlo anche se lo vorrei?
O non è piuttosto il sentimento di soggezione, non saprei chiamarlo altrimenti, che dal momento in cui l’ho letto m’ha preso? Soggezione… timidità, forse, ritegno… Nel momento in cui l’ho sentito più vicino, dentro di me vorrei dire, l’ho anche sentito lontano, ad altezze per me inaccessibili.
Ma lui? Lui dov’è, ora? Darei il cuore per sapere se anche a lui quelle altezze paiono adesso inarrivabili; se gli sembra che un altro, non lui, le abbia potute raggiungere. Che cosa sente quando torna a riveder quel foglio? Sente suo ancora lo scrivere che v’ha depositato quelle parole, che le ha disposte in quel modo ineguagliabile? O se ne sente lasciato indietro, come avesse perduto il passo che aveva consentito di salir lassù, al punto da dubitar d’averlo mai posseduto?
Un dono che giunge a illuminar la vita e che la vita poi toglie: così lo scrivere gli appare?
Così, lo scrivere, non può che apparire?


Ordini

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Se vuoi leggere il libro nella sua interezza lo puoi acquistare alla nuova libreria Rinascita di Brescia (15 euro).
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Recensioni

Dal Giornale di Brescia del 13 novembre 2019.
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Da Bresciaoggi del 15 novembre 2019.

Leopardi e sua sorella Paolina: se ne parla oggi alle 18 alla nuova libreria Rinascita

Simoni e “Quei monti azzurri”

Due protagonisti e un luogo. Continuano gli affondi di Carlo Simoni nella storia umana dei grandi che tanto privata non è, mai disgiunta dalla loro arte. Stavolta con “Quei monti azzurri”, edizioni Castelvecchi, l’occhio spione si intrufola in casa Leopardi a Recanati con l’espediente del diario fra il 1817 e il 1819 della “sorellina” Paolina infatuata di Giacomo, come lui chiusa nel palazzo prigione da cui è possibile per i fratelli evadere solo con la mente, grazie agli studi disperatissimi di lui, alla lettura di nascosto per lei femmina, l’unica della prole, dei libri della vasta bilioteca di casa. Lui è un giovane a noi noto: tutti abbiamo conosciuto dai testi scolastici le sue pene fisiche e psicologiche, il difficile rapporto con una madre bigotta, la contessa Adelaide, e con il conte Monaldo, un padre soffocante che gli preclude il mondo, gli censura la corrispondenza. L’abbiamo immaginato chino sulle pagine, triste, trovare conforto nella penna, invidiare la libertà dell’usignolo, amare Teresa vista dalla finestra. “Io vivo, o piuttosto non vivo al mio solito” scriveva. Simoni ce lo restituisce, Muccio, tramite le descrizioni di Pilla, come da nomignoli dell’infanzia. Preda degli umori e dei loro sbalzi, preda di malinconia e depressione, di frenesie, di turbamenti amorosi, di contraddizioni. Con un fermo e deciso ardore di immortalità- “volto a cercar eccelsa meta”- che a volte lo sorregge, a volte lo prostra ancora di più. “Sentimento desolato dell’inanità della propria vita, della possibilità di morire come mai si fosse nati”.
Brutto lui, brutta la sorella si descrive, lei stessa a vivere non solo le paturnie di Giacomo ma i propri fremiti, le gelosie per l’altro fratello, Carlo, la paura dello specchio, il trasporto verso un amico di lettera del poeta, Pietro Giordani, l’altrettanta voglia di fuga da giornate di claustrofobia nella magione “monastero” pur senza i voti, il peso della solitudine, senza nemmeno la speranza, lei, di lasciare un’orma di sé. “Oscura se non a chi mi ha avvicinato, fin che quegli viva, almeno, e duri memoria di me”. Con il leggere sola consolazione della vita, leit motiv nelle narrazioni di Simoni.
Così come il significato dei posti, e qui non poteva essere che l’ermo colle, contrapposto al carcere dal quale per molto non riesce a evadere, nemmeno dopo la maggiore età; il colle dove è possibile “fingersi nel pensiero”, fuori dalle stanze paterne eppur esso stesso sbarrato dalla siepe che consente volo solo all’immaginazione. Come la ricerca sul linguaggio ottocentesco letterario che riesce a stagliare meglio le figure umane, pennellandocele come in una pellicola in costume.
(Magda Biglia)


Dall’Eco di Bergamo del 28 novembre 2019.
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Dal sito della libreria Libre! Verona, presentazione dell’incontro del 6 dicembre con l’autore.

La vita quotidiana e le figure che animano palazzo Leopardi riempiono le pagine di un immaginario, ma non inverosimile, quaderno di Paolina, divisa tra passione per lo studio e senso di segregazione; vaghe speranze d’amore e consapevolezza del proprio infelice aspetto; soddisfazione per le prime prove della genialità del fratello e timore che il suo desiderio di gloria si traduca fatalmente nella decisione di lasciare Recanati, di valicare quei «monti azzurri» che chiudono l’orizzonte, e sembrano evocati nella composizione cromatica che William Turner creò nel 1819. L’anno stesso in cui Giacomo tenterà di fuggire dalla casa paterna e, a poche settimane dal fallimento del suo disperato progetto, comporrà L’infinito, dove non i monti lontani ma la vicina siepe impedisce allo sguardo di giungere all’ultimo orizzonte. Sarà in questi versi che Paolina potrà credere, sia pure per poco, di intravedere l’approdo all’idea che, a confronto dell’immensità dello spazio, e dell’incommensurabilità del tempo, l’altrove sfumi nel qui, nel posto in cui ci è stato dato di vivere.


Dal Corriere della Sera Brescia del 24 dicembre 2019.
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Giancarlo Consonni, ‘Il desiderio di infinito’. Commento a Carlo Simoni, Quei monti azzurri (Milano, 28 gennaio 2020)


Presentazioni

I torti e le ragioni

Un racconto e i suoi rami: la “Storia di T.” è stato lo spunto per un gioco narrativo cui hanno partecipato alcuni degli amici di secondorizzonte: ognuno di loro si è provato a proseguire e concludere a suo modo il racconto dando vita così a sette nuove storie.

Storia di T.

di Carlo Simoni

Questa è la storia di T., un uomo non più giovane e non ancora vecchio, e dei ventitré anni che visse – ma non sapeva di aver ancora da vivere – dopo aver deciso che doveva fare una cosa ben precisa: chiedere scusa a tutti coloro ai quali riteneva di aver fatto un torto.
Aveva in mente solo un paio di nomi, il giorno in cui gli venne questa idea: S., al quale si era rifiutato – una trentina d’anni prima – di prestare gli appunti del corso universitario che lui aveva seguito diligentemente, al contrario dell’amico che invece a lezione c’era andato secondo l’umore del giorno; D., al quale aveva portato via – non per una volontà precisa, ma era andata così – la donna con la quale stava da parecchi anni, come fossero sposati; F., una collega che a un certo punto, non più d’una decina d’anni prima, aveva sostituito nel ruolo che quella da tempo sperava di assicurarsi: non che le avesse fatto le scarpe, come si dice, ma è un fatto che di quello che lui sapeva i capi stavano decidendo si era ben guardato dal parlarle, e così la sua responsabilità e il suo stipendio erano migliorati. Il suo, non quelli di F.
Torti molto diversi fra loro, com’è evidente, di quelli che possono essere ridimensionati, liquidati addirittura, da un così è la vita. Così è la vita: nei rapporti di amicizia come nelle faccende sentimentali e nei posti di lavoro.
Ma T. aveva deciso che se sentiva una ragione per chiedere scusa non avrebbe dovuto star lì a pesare la gravità delle sue azioni, né a valutare le conseguenze che effettivamente ne erano derivate. Perché era convinto che altrimenti avrebbe potuto tranquillamente concludere di non aver poi fatto succedere il finimondo, di non aver rovinato l’esistenza a nessuno eccetera eccetera, e dunque non c’era motivo di scusarsi. Né del resto le conosceva davvero, quelle conseguenze: S. s’era laureato anche lui, alla fine; D. non si era suicidato perché la sua donna l’aveva lasciato, non era passato un anno che era già con un’altra; F. ci lavorava ancora in quel posto, e la sua carriera l’aveva fatta comunque.
Ma non era questo il problema. La questione riguardava lui. Il suo bisogno di chiedere scusa. Indipendentemente dall’esito che il suo gesto avrebbe avuto, se avvertiva di aver fatto un torto, piccolo o grande che fosse, quale che fosse l’ambito di relazioni nel quale s’era compiuto, lui sentiva di dover tornare dalla vittima, se la vogliamo chiamare così: ricordarle quel periodo, quel fatto, se nel vederlo non le fossero tornati subito alla mente. E chiederle scusa. Non si trattava di ottenerne il perdono, o meglio: se qualcosa del genere fosse accaduto ne sarebbe stato contento, ma nel suo proponimento di riavvicinare la tale o il tal altro non doveva giocare alcuna valutazione preliminare delle probabilità che ciò avvenisse.
La lista si era andata allungando, e per ogni nome T. aveva cominciato a rintracciare recapiti, numeri telefonici, indirizzi e-mail. Anche se escludeva di risolvere la cosa a distanza. Quei dati dovevano servirgli solo per stabilire il primo contatto, buttar lì un pretesto per rivedersi, ipotizzare il giorno e l’ora in cui sarebbe andato. Perché, non ne sapeva esattamente la ragione, ma gli pareva essenziale che fosse lui a recarsi dall’altro, a casa sua, o comunque nel luogo in cui viveva. Alcuni infatti non stavano nella sua città. O non ci avevano mai abitato, o si erano trasferiti.
Era deciso. Avrebbe cominciato con uno a caso, facendo un sorteggio magari, poi via di seguito. Senza tener conto del tempo che era passato dal fatto. E qui un dubbio, o piuttosto un malessere, lo prendeva: aveva già annotato un paio di nomi di persone che avevano continuato a vivere nella sua stessa città, così come ne aveva appuntato almeno uno – ma sapeva che altri se ne sarebbero aggiunti – al quale il torto l’aveva arrecato di recente. Molto di recente. Decise di fare un elenco a parte per questi, così vicini, nello spazio e nel tempo, e di rimandare l’approccio con loro. Non di escluderlo, questo no, avrebbe guastato l’intero suo proposito, ma di non prevederlo nell’immediato.
Era tutto pronto dunque. Appena finita l’estate avrebbe cominciato. Dal primo.
Ancora qualche bagno, un po’ di sole, la festa dell’ospite di fine agosto e poi sarebbero tornati in città, e lui si sarebbe fatto sentire dal primo della lista.
Ed è stato proprio lì, attorno ai fuochi e alle grigliate di pesce sulla spiaggia, fra chitarre e fisarmoniche, che ha incontrato P. Erano sei, forse sette anni che non lo vedeva. Da quando aveva lasciato il lavoro che faceva per passare a quest’altro che pochi giorni dopo lo attendeva.
Erano diventati amici, lui e P., che pure era molto più giovane di lui. Proprio per questo forse: un’amicizia in cui c’era qualcosa del rapporto tra il fratello maggiore e quello più piccolo. Niente di paterno. T. aveva aiutato P., lo stimava, gli piaceva la sua passione per il lavoro ben fatto. Era stato questo ad accomunarli.
Ebbene, non appena i loro rapporti di lavoro erano cessati, P. non s’era più fatto sentire. T. l’aveva cercato, gli aveva proposto cene, occasioni per fare viaggetti, cose da fare insieme come una volta, ma P. niente. Non sono pochi quelli che, come cambi lavoro, tagliano di netto: la loro cordialità non era che interesse, è evidente. Ma da P. non se lo sarebbe proprio aspettato. Ne era rimasto ferito. Confuso prima, e poi ferito, appunto.
Avrebbe potuto fingere di non averlo visto, o limitarsi a un saluto da lontano. Invece gli era andato incontro, senza deciderlo, come fosse la cosa più naturale da fare, l’unica cosa possibile: l’aveva abbracciato, non badando al sorriso imbarazzato di quello, l’aveva fatto sedere al tavolo dove stavano sua moglie, i suoi figli, i suoi amici, aveva offerto a P. e alla ragazza che lo accompagnava grigliata e vino bianco. Il chiasso copriva le voci, non s’era neanche posto il problema di rievocare vecchi tempi, di scambiarsi le domande di prammatica, cosa fai adesso, come ti va eccetera. Solo qualche battuta su quelli che c’erano lì intorno, un commento su come andavano le cose, la politica, il lavoro, cose così.
A fine serata si erano salutati, una stretta di mano, un arrivederci senza alcun cenno al quando.
E qui, per T. era nata l’idea di un’altra lista da scrivere: la lista di quelli dai quali gli sembrava di averlo ricevuto, il torto, di quelli che l’avevano fatto restar male, o l’avevano fatto davvero soffrire.
Andare anche da questi: per sapere – senza la minima recriminazione, senza alcuna pretesa di ottenere spiegazioni e tanto meno scuse – la ragione per cui quella volta avevano detto, avevano fatto… O non avevano detto, non avevano fatto.
Tutto qui. Anche se non sapeva se sarebbe stato sempre bravo come con P. perché certe cose gli bruciavano ancora. Ma comunque voleva provare. Sentiva di non poter mettersi a pensare questo sì e questo no. Se uno di quelli che in qualche modo l’avevano offeso, o addolorato, gli veniva in mente, il suo nome doveva metterlo, in ogni caso.
A fine settembre le due liste erano abbastanza lunghe. La prima, quella dei torti fatti, soprattutto. Anche perché, rileggendola, si era reso conto di avervi incluso anche nomi di persone alle quali non aveva ragione di chiedere scusa, ma che sentiva ugualmente di dover raggiungere per dire un grazie. Non scusa ma grazie. Grazie perché in una particolare situazione gli erano state vicine, magari senza fare o dir nulla di speciale: gli si erano fatte sentir vicine, ecco. Oppure perché, anche senza averne precisa intenzione, gli avevano dato un’indicazione sul come fare una data cosa, o sulla direzione da prendere a un certo punto della sua vita, un incoraggiamento insomma, esplicito e meno che fosse stato. E a queste persone lui non aveva saputo manifestare la sua gratitudine: per sbadataggine, o pudore, o… avarizia. Quell’avarizia del cuore che non si sa o non si vuole riconoscere come tale e dalla quale ci si ritiene comunque esenti, come potesse riguardare sempre e solamente gli altri. Sicché quei grazie, in fondo, erano riparatori. Per questo si era ritrovato a includerne i nomi dei destinatari nella stessa lista delle scuse.

Alla fine, seppure non complete, né l’una né l’altra, si è detto che le due liste andavano chiuse. Il rischio, se no, era di contentarsi di averle scritte e di aggiungervi un nome oggi e uno domani, senza mai mettere in pratica il proponimento da cui erano nate.
E dunque, T., appena tornato in città, cominciò.

Prima, la mamma di Aurora Sorsoli

Una nuova mano di carte di Giovanni Locatelli

L’ultimo dei giusti di Andrea Spadini

Un’anima fragile di Mariagrazia Fontana

Il faggio di Delfina Lusiardi

Il folle piano di T. di Marco Palamenghi

Vizi capitali di Rossella Ghizzani


Prima, la mamma

di Aurora Sorsoli

E dunque T. appena tornato in città cominciò, ma, si sa, è più facile l’intenzione dell’azione.
Per giorni l’indice della mano destra percorse l’elenco dall’alto verso il basso e viceversa: da chi cominciare? Forse era più sano, e da usare come allenamento, iniziare con i peccati meno gravi, come da piccolo in confessione, così avrebbe capito che parole usare, come introdurre il discorso, dove ambientare la conversazione. Avrebbe imparato a cogliere le espressioni, gli sguardi per poter dosare le parole e ammorbidire le eventuali reazioni negative. Sì, questo era già un passaggio.
Stilò un elenco in ordine di gravità e passò così un’altra settimana.
Era pronto, l’indice. Restò senza lavoro. Se quello era il criterio bisognava partire dal primo in lista, tale Ernesto, compagno di banco in seconda media sospeso per un giorno e malmenato dal padre che, si sapeva, era uomo violento, perché accusato, al posto suo, di aver manomesso in malo modo il registro.
Però … mah… chissà come reagisce…
Il fatto era che Ernesto, un tipo grande e grosso, che ancora abitava nel suo vecchio quartiere, nelle case popolari, nell’ultimo palazzo, il primo costruito negli anni ’60 per gli immigrati meridionali che venivano a lavorare nelle fabbriche del nord (il quartiere era appena dopo il parco del residence di lusso dove ora T. viveva)… Insomma, lui era grande, grosso e un tipo rognoso con precedenti per violenza e qualche anno di carcere e T., in verità, lo aveva incrociato qualche volta ma sempre aveva finto di non riconoscerlo: andare a suonargli il campanello per raccontargli questa vecchia storia… mah… chissà… boh… Era perplesso.
Forse anche questo elenco, di piccoli peccati, andava messo in ordine non solo di gravità ma anche tenendo conto delle personalità, dei caratteri e della storia di ciascuno.
L’indice iniziò nuovamente a scorrere l’elenco. T. vide i nomi, le facce, ma alcuni avevano ancora un viso giovane dopo venti, trenta, quarant’anni dal fatto? Non era possibile.
Così passò un’altra settimana. Provò sui social e alcuni furono così ritrovati e visualizzati. Alcuni riconoscibili, altri no, non era nemmeno certo che fossero loro, così diversi.
Roberta, per esempio, la bruttina, grassoccia e impacciata collega di tanti anni prima, era diventata una snella e affascinante cinquantenne, mentre lui era ormai pelato e grassoccio, impresentabile. Pensare che al tempo l’aveva snobbata: lui, quarantenne elegante e in carriera, di donne belle ne aveva quante voleva. Chissà… forse l’avrebbe trattato da vecchietto rincoglionito se lui si fosse presentato per scusarsi di come l’aveva trattata allora…
No no non voleva umiliarsi così.
L’indice riprese a ripercorrere l’elenco: che strano, si era fermato a Mamma. Beh… mah… Sì, tutto sommato gli sembrò un buon inizio: le ho fatto torti – pensò –, me ne ha fatti, ma devo dirle anche grazie…
Così, prese il suo primo appuntamento…


Una nuova mano di carte

di Giovanni Locatelli

T. non ricordava quando aveva inserito sé stesso nella lista degli amici da ringraziare. Non si era mai considerato un self-made man, uno che si è fatto con le proprie mani al punto da darsi una pacca sulle spalle da solo, eppure nell’estrazione per decidere da dove partire, proprio il suo nome era uscito per primo. Viste le due cose in croce che era riuscito a combinare nella vita, poteva sbrigarsela in pochi minuti: birra, balcone, sigaretta, calda sera di fine estate – ecco celebrati i suoi successi.
Successi… quali successi? Credeva davvero di aver messo a frutto i talenti che il Signore gli aveva affidato? Non li aveva piuttosto seppelliti sotto ore di inutile ufficio, fra colleghi che pensavano solo a mangiare o a essere mangiati – tipo F. – o sprecati gozzovigliando nei bar in città, con amici che poi si erano rivelati meri conoscenti, svaniti alla prima occasione – gente come P. insomma. Ma non era P., o F., che doveva biasimare: le critiche spettavano a lui soltanto, per non aver cercato, provato, insistito fino alla morte.
Altro che grazie! Asino, doveva darsi dell’asino per quella volta con J., si ritrovò a pensare. Aveva sedici anni, suonava la chitarra niente male, sapeva stare sul palco ancheggiando e dimenandosi come la moda rock and roll cominciava a prescrivere anche nel Bel Paese, con grandi mani che occupavano la scena, e aveva avuto la fortuna sfacciata di farsi sentire da J., sì, proprio quel J., di passaggio durante l’unica tournée italiana nella sua breve, fulminante, sfolgorante carriera.
«Stai facendo bene, amico», aveva detto J. con un italiano bislacco, imparato lì per lì.
«Grazie», aveva risposto T. arrossendo.
«Wanna join us?» aveva continuato, sfruttando la traduzione simultanea del suo agente per proporre a T. di unirsi alla carovana in qualità di roadie, il ragazzo che accorda le chitarre e prepara la strumentazione in genere.
T. non aveva saputo rispondere. Mollare tutto e partire così. C’era sua madre… c’era una ragazzina che cominciava a guardarlo, a tenerlo per mano… c’erano gli amici…
J. inconsciamente sapeva di avere i giorni contati e che un incidente o un’overdose un infarto un sospetto suicidio l’avrebbe stroncato entro pochi anni: non aspettava mai, agiva e basta. Non aspettò neppure T., si allontanò salutando con la mano, improvvisando con le lunghe dita affusolate una scala in mi bemolle maggiore.
T. rimase incastrato in quell’istante: non ho sfondato perché sono un codardo, non ho sfondato perché sono un idiota, non ho sfondato perché ho passato la mano, si ripeteva, sognando ogni notte quelle dita che, passando da una nota all’altra, scivolavano lontano da lui e dalla sua unica occasione di emergere dall’anonimato. Quelle mani lo ossessionavano, l’anonimato lo inghiottì.
Si fece adulto sovrappeso, impiegato stressato, marito fedele, padre apprensivo. Non prese mai più in mano una chitarra, ma di tanto in tanto, la sera, se la stanchezza lo costringeva ad abbassare la guardia, si sorprendeva a ripetere la scala di mi bemolle maggiore con rapide dita.
Non era tipo da restare con le mani in mano: cercò un nuovo hobby, scelse il poker. Nel frattempo J. era morto. T. non ci pensò più. Era passato un secolo in un secondo, da allora.
T. finì la birra in un sorso, spense la sigaretta sulla ringhiera di ferro del balcone, scagliò il mozzicone facendo scattare l’indice, fino a un secondo prima trattenuto dal pollice nella posizione di OK, depennò con un colpo di mano il suo nome dalle tre liste, quella dei “grazie”, quella degli “scusa”, quella dei “senti un po’ tu, stronzo, ricordi quella volta che” – era finito in ciascuna, a quanto pareva – e procedette a una nuova estrazione, una nuova mano di carte, in un certo senso, convinto della bontà del suo proposito, nonostante quella falsa partenza.


L’ultimo dei giusti

di Andrea Spadini

Erano già passati due anni ma ricordava molto bene la vicenda che aveva gettato il seme da cui era germogliata quest’idea dello scusarsi. Non che allora ci avesse pensato, no, ma ora questa cosa gli era perfettamente chiara. Sì, era nato tutto da lì…
“Ciao T., Sono G. Ti disturbo?”
“No, figurati. Sono felice di sentirti.” gli aveva risposto, mentre cercava di controllare la solita ondata di senso di colpa che lo investiva ad ogni telefonata dell’amico.
“Volevo solo farti gli auguri di Natale. Come stai? E M., tutto bene?”
“Si, si, tutto bene. Stiamo preparando il pranzo. Quest’anno abbiamo qui nostra figlia con il suo compagno e ho il sospetto che M. abbia un po’ esagerato con le portate. Vorrà dire che mangeremo gli avanzi per l’intera settimana.”
“Come ti capisco. Anche noi festeggeremo con i miei figli e le loro mogli. D. è barricata in cucina da tre giorni. Mi ha vietato di entrare perché dice che ai fornelli faccio solo disastri. Non ha tutti i torti, come ben sai… Ora ti lascio ai tuoi impegni. Salutami tanto M.”
“Grazie G. Tanti auguri anche a voi. Ci sentiamo presto.”
Quando stava per riattaccare, aveva sentito l’amico aggiungere, con tono fattosi serio: “Sì, però mi telefoni tu. Io non lo farò più. Il mio numero ce l’hai. Ciao T.” e, con un sussurro, aveva aggiunto: “Ti voglio bene.”
Aveva raggiunto sua moglie in cucina. Era china sul tavolo infarinato, ingombro di ravioli.
“Dai T., dammi una mano con questa striscia di pasta. Hai visto come faccio, no? Metti il ripieno e poi… Ma che cos’hai? C’è qualcosa che non va?” gli aveva detto dopo avergli rivolto uno sguardo, “Sei pallido. Chi era al telefono?”
“Era G. Voleva farci gli auguri.”
“Che carino… Come stanno lui e D.?” e, senza attendere la risposta, aveva proseguito: “Prima o poi dovrai deciderti a sciogliere questo nodo che ti avvelena l’anima. Lui ti vuole molto bene, questo lo sai. Beh, ora dammi una mano con questi ravioli, altrimenti oggi chissà a che ora pranziamo…”.
Si conoscevano fin dall’infanzia, lui e G. Allora abitavano nello stesso quartiere della periferia milanese, in due condomini popolari poco distanti. Per anni erano stati inseparabili, prima nei giochi di strada e nel campetto dell’oratorio, poi nella passione politica e nella militanza, entrambi con la certezza di poter sempre contare l’uno sull’altro.
Quando, anni dopo, G. si era dovuto trasferire in un’altra città per lavoro, i loro incontri si erano fatti più saltuari, ma quando si ritrovavano era sempre come se si fossero lasciati solo la sera prima. Una speciale alchimia faceva sì che i fili del loro rapporto si riannodassero sempre all’istante, senza nessuno sforzo.
Si erano rivisti al funerale della madre di T.
G. ci era andato solo, senza la moglie. Allo sguardo interrogativo dell’amico aveva risposto confidandogli la crisi del loro matrimonio. Dopo mesi di litigi aveva preso la decisione di andarsene da casa, almeno per un po’. Anche D. era stata d’accordo. Sì, aveva una relazione. In un altro momento gli avrebbe spiegato meglio.
Dopo una quindicina di giorni G. lo aveva chiamato. Avrebbe voluto andare a trovarlo quel fine settimana. T., felice della proposta inattesa, aveva acconsentito subito. Non stava attraversando un periodo facile: la recente morte della madre, la grave depressione del padre che ne era seguita e che non sapeva bene come gestire… Gli avrebbe fatto sicuramente bene la compagnia dell’amico. Già si immaginava la nottata che avrebbero trascorso a parlare davanti a un paio di bottiglie di vino. Quando G. gli aveva chiesto il permesso di portare con sé un’altra persona lo aveva colto un po’ alla sprovvista ma, a quel punto…
Era arrivato il venerdì sera accompagnato dalla sua nuova compagna, amante o chissà che.
T. e la moglie li attendevano con la tavola imbandita. Per l’occasione avevano anche spedito la figlia a dormire dagli zii per liberare la stanza da offrire ai due ospiti. Nonostante il loro impegno, la serata era stata, a dir poco, difficile. La conversazione che avevano cercato di animare era stata un supplizio, piena di argomenti da evitare, di incognite impreviste e di gaffe in perenne agguato. G. non li aveva certo aiutati, sempre torvo e silenzioso, con lo sguardo smarrito in chissà quali pensieri. I due giorni seguenti, se possibile, erano stati addirittura peggio. Nei rari momenti in cui T. e l’amico erano riusciti a rimanere soli, G. lo aveva sommerso di parole con cui gli descriveva l’amore che provava per quella donna e il futuro che immaginava di costruire con lei. T. aveva provato ad interrompere quel flusso incontenibile, almeno per potergli esprimere alcune delle sue numerose perplessità. Presto si era reso conto dell’inutilità dei propri sforzi, perciò si era silenziosamente arreso e lo aveva lasciato proseguire, senza prestargli più molta attenzione. Gli era sembrato completamente fuori di sé. G. era talmente assorbito da questa vicenda che non aveva sprecato nemmeno una parola per chiedergli come stava. Nemmeno una parola in un intero fine settimana.
Erano trascorsi quasi dieci anni da quei giorni e ancora non era riuscito a perdonarlo. Forse, se allora avesse avuto la forza di affrontare con lui la questione, le cose si sarebbero sistemate. Ma T. in quel periodo si sentiva come uno straccio logoro, sempre sul punto di strapparsi. Non ne era stato capace. E poi non sono discussioni che si possono fare per telefono. Certo, avrebbe potuto affrontarlo di persona e magari farci una bella litigata. Ma non lo aveva fatto. Così il tempo era trascorso e il suo rancore si era indurito, incistandosi in un grumo sempre più difficile da scalfire. Nemmeno l’affetto che pure sentiva di provare ancora per l’amico sembrava in grado di contrastare quella sensazione di amarezza e risentimento. Ma allora perché tutte le volte che G. gli telefonava stava male?
Durante quelle vacanze natalizie, chissà come, si era trovato a discuterne con la figlia.
Dopo averlo ascoltato con attenzione, lei gli aveva detto: “Papà, scusa se te lo dico senza tanti giri di parole, ma chi ti credi di essere? Mister perfezione? Ricordati che anche le persone migliori possono sbagliare. A proposito di migliori, ma tu sei proprio sicuro di esserti comportato bene con G. in quell’occasione?”
“Che domanda… Ho accolto e ospitato lui e la sua amica, l’ho ascoltato vaneggiare per un intero fine settimana, che altro avrei dovuto fare?”
“Forse renderti conto che stava male quanto te, magari di più. Forse accorgerti che ti aveva cercato perché non sapeva più a che santo votarsi, e magari sperava che il suo migliore amico potesse aiutarlo a ritrovare il filo smarrito della propria vita… Ma invece no, tu eri troppo concentrato sul tuo ombelico per accorgertene, vero? Papà, tu non sei stato capace di guardare il suo dolore esattamente come lui non è riuscito a vedere il tuo. Diciamo che siete pari. Tu, con la tua aria da ultimo dei giusti, non sei stato migliore di lui, lo vuoi capire una buona volta? G. almeno ha continuato a chiamarti per tutti questi anni, tu cosa hai fatto?”
Lo aveva lasciato senza fiato. Nei giorni seguenti aveva ruminato a lungo le parole di sua figlia: poi, il giorno dell’Epifania, si era finalmente deciso.
“Ciao G. Sono T.”
“T., che bella sorpresa…”
“È tutto merito della Befana.”
“La Befana? Ma T…”
“Una Befana giovane e con le lentiggini, però sì, era proprio lei. Pensa che, invece di presentarsi con il solito sacco di carbone, se lo è venuto a prendere: e si è portata via quello di quest’anno e pure quelli degli anni passati. Sapessi come mi sento le spalle leggere… Non puoi immaginare che gran regalo sia stato…”
“Scusa T., ma non ho capito… Va tutto bene?” “Si, si, G., va tutto alla grandissima… Ascolta, mercoledì della prossima settimana sarò nella tua città per lavoro. Vorresti pranzare con me? Ho così tante cose da raccontarti… Prima però ti dovrò parlare di una cosa importante, una cosa che avrei dovuto dirti, anzi chiederti, già tanto tempo fa…”.


Un’anima fragile

di Mariagrazia Fontana

Ciao sono Tom, posso salire?
Tom chi?
Quel Tom, Tommaso Corradi, ricordi?
Tommaso Corradi – ripete lei a bassa voce ed è come se una bomba le esplodesse dentro. Dio mio, e proprio lui. E ora?
Poi la sua voce d’impulso, risponde d’un fiato al citofono: ok, terzo piano.
Con il cuore in affanno, intanto Tommaso sale sull’ascensore di quel palazzo signorile in Corso Sempione a Milano. Basco calato in testa, giubbotto un po’ sdrucito, non proprio lindo, capelli ora brizzolati ad accarezzargli il collo, il volto avviluppato da una fitta trama di rughe minuscole convergenti verso la bocca.
Da lì aveva deciso di iniziare l’impresa di chiedere scusa. Non era stato necessario soppesare i grammi di torto distribuiti negli anni, il nome di Giulia si era imposto come primo nella lista, poi come secondo, poi come terzo. Aveva riempito la pagina con il nome di lei, e scrivendo si era consentito, dopo decenni, di risvegliarla dentro di sé. Non l’aveva dimenticata, ma aveva dovuto addormentare quei giorni, rinunciare a spingere il cuore nei luoghi, ora aspri e disabitati, della loro vita insieme.
Era a Giulia che aveva fatto la peggior carognata. Da lei avrebbe cominciato. Superata quella stazione, il resto della via crucis sarebbe stato un gioco da ragazzi.
Perdona se non mi sono annunciato con una telefonata, temevo che ti saresti rifiutata di incontrarmi, così ho pensato di presentarmi di botto, come un ricordo che viene su dalla nebbia. Volevo scusarmi. No scusarsi non è il verbo esatto. Per ciò che ho fatto ci si deve genuflettere, chinare il capo come davanti a Dio, se mai esistesse, e battersi il petto. Ma non pretendo perdono, è solo che volevo rivederti dopo più di quarant’anni e dirti che mi dispiace di aver buttato via tutto.
Parlava a precipizio, come in carenza di fiato o di coraggio, come per superare un ostacolo, prodursi in un passo definitivo senza ritorno. E intanto la guardava: gli occhi sempre grandi come il mare che sapevano sparpagliargli i pensieri, la pelle ancora fresca, come se il tempo l’avesse dimenticata e da Corso Sempione non fosse transitato. Forse era lo sguardo del ricordo che la ringiovaniva, che la faceva ragazza. Tom arrivò a pensare che restare giovane fosse per lei una forma di resistenza, la più radicale di tutte: ubriacare il tempo e sottrargli forza.
Un leggero rossore sulle guance tradiva lo stupore di lei e sembrava affiorarle negli occhi. Era bella come allora. Il viso non perfetto, il naso un poco pronunciato non riusciva ad alterarne l’armonia, la quiete che sapeva irradiare quando percorrevano stretti stretti le strade di Milano, quando discutevano fumando, quando credevano di poter rivoltare il mondo come un calzino, da quelle due stanze al quarto piano senza ascensore in cui vivevano con poco. Felici come non sarebbero stati mai più nella vita, almeno lui.
Distolse lo sguardo da quel volto che lo precipitava indietro negli anni, gli faceva risentire l’odore della vita, lo risucchiava negli abbracci, nelle assemblee, nelle speranze incrostate di certezze, in quel futuro passato come un lampo. Il tempo è una bestia senza pietà, una strada senza meta, un progetto senza costrutto.
Mi sono giocato ciò che avevo di più caro come un idiota. Tu sai quanto ti amavo – le disse con gli occhi bassi, torturando con entrambe le mani il basco che s’era levato per darsi un contegno, per non starsene lì in piedi come un allocco, con le braccia a penzoloni. Certe cose sono difficili da dire, ma a un certo punto dell’esistenza chiedono di essere buttate fuori, modellate in parole che sappiano descrivere errori, rigidità, imperativi morali. Era per quelli che aveva gettato tutto alle ortiche, per l’urgenza della rivoluzione che bussava alle porte, per quel mondo che sembrava rovesciarsi da un momento all’altro.
Le parole che gli uscivano dalla bocca parevano, a lui per primo, insufficienti, porose, incapaci di dipingere l’accozzaglia di passioni che allora gli era infuriata dentro. Doveva estrarle una per una da tutte quelle disponibili per esprimere ciò che sembrava impenetrabile.
Si fermò d’improvviso, come in preda ad un’assenza, come intento a scavare nel suo vocabolario alla ricerca di un aggettivo, un avverbio, un verbo che potesse misurare il prezzo della sua fuga, come se dalle parole dipendesse la salvezza della sua anima.
Un uomo non anziano, ma sicuramente avanti negli anni, un poco ingobbito, il capo chino in un silenzio inclemente, come perso in una piega degli anni, che lucidava ricordi, tentava di narrare l’indicibile con sguardo febbrile.
Non che Tom non avesse amato più dopo di allora, ma amori meno travolgenti, meno sanguigni, più pallidi. S’era trasferito in Francia, come molti di loro, per sfuggire alla galera e lì s’era ricostruito un’esistenza. Ma Giulia non l’aveva lasciata mai, gli scorreva nel sangue. Non pensava a lei consapevolmente, ne percepiva la presenza come un brusio lontano, ma ineludibile.
Ho avuto paura che le responsabilità mi imprigionassero, che facessero di me un omuncolo, uno di quelli che si adeguano, che stanno al mondo per tirare la carretta e rinunciano ai sogni. E i sogni per noi erano tutto, per quelli ti ho sacrificata, ci ho sacrificati. Ma il mondo non ha spazio per i sogni. Poi le cose hanno preso una piega storta, ma io ce l’ho messa tutta, non mi sono mai tirato indietro, ho fatto ciò che andava fatto, errori compresi. Anzi, soprattutto errori. Lo sai come eravamo fatti, rigidi, bacchettoni, così pieni di convinzioni da non vedere che la realtà aveva ben altra tinta. Ci credevamo entrambi, poi tu hai fatto la tua scelta, hai deciso che non te la sentivi di rinunciare al bambino, che un figlio era una cosa troppo importante.
Invece per me allora un figlio era un ingombro, una distrazione da ciò che contava, una segregazione. Per quello sono sgusciato fuori casa quella mattina. Sapevo che tu non avresti implorato, che avresti capito, ma guardarti mi avrebbe indebolito, avrebbe ridotto le mie convinzioni in pappa.
Questo volevo che tu sapessi, che non è stata la carenza d’amore ad allontanarmi, ma ciò che allora credevo essere un amore più grande, un dovere morale, una chiamata alle armi cui non era dignitoso sottrarsi. Però mi sei mancata sempre, giorno dopo giorno, attimo dopo attimo. E se potessi ricominciare tutto da capo con la testa di oggi, quell’errore non lo rifarei, perché l’ho sempre sentito quel costante disagio, quel qualcosa di me che non coincideva con l’io che credevo di essere, quell’io che era rimasto con te. Forse non ero tagliato per la felicità.
La sua bocca emise le ultime parole come un sussurro, le palpebre serrate, come tormentate da pensieri cupi, le mani strette a pugno, un lieve tremore nelle gambe. Un’inquietudine nuova, lentamente, dentro di lui mutava di forma, fino a definirsi in un’insospettata malinconia. C’era molta parte della verità che non riusciva a filtrare nelle parole, un passato che non si lasciava mettere in scena, che si celava nel silenzio. E il dire restava nelle intenzioni.
E nostro figlio, anzi tuo figlio? ora il bambino sarà un uomo fatto, magari anche padre – buttò fuori in un soffio come una stilettata, lo sguardo ansioso rivolto alla finestra. Dimmi solo se mi odia. Anzi no, non dirmi nulla, non potrei sopportarlo. Certo che mi odia, come non odiare un padre che ti abbandona a una vita priva di muri che ti proteggano, senza trave portante. Ma oggi no, non facciamone parola.
Poi, senza aspettare risposta, la sua faccia si indurì, si alzò come se la sedia scottasse, come se il dolore fosse entrato a vele spiegate nella stanza lasciandolo stordito. Non aveva neppure sfiorato il caffè che lei gli aveva messo davanti. A passo lento si incamminò verso la porta, esitante nel suo smarrimento, affaticato come camminasse contro vento. Si calò il basco in testa, calzato storto alla Che Guevara, accennò un mezzo sorriso e si avviò verso le scale.
Marina lo osservò in silenzio, mentre la sera consumava il pomeriggio. Non era riuscita ad aprire bocca, eppure sentiva che dentro quella fortezza massiccia si dibatteva un’anima fragile. Una moltitudine di emozioni le scrosciava addosso come pioggia, senza che un sentire pulito si definisse. Restò come ammaliata dalla sagoma di quell’uomo, il corpo allungato e scabro, il volto come sazio della vita, che si allontanava nelle tinte fosche della sera, curvo eppure non privo di una certa baldanza, preda dei rimpianti, del tempo che non dà tregua ad anima viva.
Non se l’era immaginato così suo padre, con quella tristezza dolce a solcargli le guance, con quell’incertezza nel passo. Lui, un ragazzo gonfio di principi.


Il faggio

di Delfina Lusiardi

Un ottobre così triste non si era visto, a memoria d’uomo, come si dice.
Ogni giorno si annunciava con un cielo melmoso. Il sole, chi se lo ricordava soffriva di nostalgia e di inquieta infelicità. Chi non lo ricordava stava quasi meglio. Non bene, ma meglio di chi non aveva smarrito l’immagine del sole e, con l’immagine, il desiderio di uscire di casa e andare nei boschi che circondano la città. Lì l’autunno era una festa di colori. Ogni anno si poteva fare il pieno di rossi, gialli, terra di Siena bruciata, di arancioni e viola… I tramonti autunnali erano una riserva irrinunciabile per riuscire ad entrare nell’inverno con un cuore pacificato. Per accettare di chiudersi in casa, di rallentare i ritmi, di sospendere gli incontri. E nutrirsi di libri ammonticchiati sul ripiano della libreria in attesa di essere letti con la dovuta attenzione.
Il programma di T. era rimasto bloccato dalla tristezza che lo aveva invaso appena rientrato in città. Sospeso, rinviato. T. era cocciuto e si sa che non avrebbe rinunciato ai suoi propositi elencati con metodo e puntiglio. Puntiglioso era. Usava la sua intelligenza come un cacciavite che doveva svitare tutto ciò che gli sembrava arrugginito, nel suo modo di vivere. E nel modo di fare, suo e degli altri.
Ma le piogge incessanti lo avevano indotto a mettere da parte il suo programma, in attesa di qualche spiraglio di sole che lo chiamasse in strada e gli desse lo slancio necessario per andare alla ricerca delle persone che doveva incontrare: quelle a cui lui aveva fatto torti, quelle che gli avevano fatto torto, quelle infine da ringraziare per il po’ di bene ricevuto.
I primi giorni di chiusura forzata li aveva usati per sistemare i suoi libri, per procedere nel suo programma di svuotamento dei ripiani della libreria. Un programma rimasto a metà, come quasi tutti i suoi programmi di pulizia da tutto ciò che sentiva inutile. E così, se la pioggia lo costringeva a stare dentro, il dentro si era un po’ dilatato. Arrivava alla sera stanco ma felice, come si dice di quelli che fanno una bella camminata di lena e arrivano a casa con un bell’appetito. Stanchi ma contenti… E il cibo non ha il sapore della compensazione, della fuga dalla noia, ma il sapore del giusto appagamento per aver fatto il proprio dovere. Per aver soddisfatto il corpo e lo spirito. Uno spirito che si accontenta di una bella camminata, anche quello di T. apparteneva a questo mondo spirituale degli umani che al cielo si rivolgono con la preghiera che faccia quello che va bene per loro.
Ma il cielo non fa i conti con i desideri umani, con le nostre limitate capacità di sopportazione degli imprevisti. Il cielo fa quello che non può fare a meno di fare… lo sanno tutti gli esseri che vivono esposti alle intemperie: gli alberi, i fiori, perfino l’erba dei prati che sembra non soffrire di niente. L’erba che sa riprendersi dalla siccità con una pioggerella o crescere a dismisura, potremmo dire, sotto piogge torrenziali.
Un filo d’erba, possiamo imparare da un filo d’erba, scrive Van Gogh. Imparare a disegnare prendendo come modello un filo d’erba. Ma da un filo d’erba possiamo imparare anche molto altro. Così radicato e vicino alla terra, così esile e forte da non temere i temporali e i venti. Anche i più violenti non possono sradicarlo, un filo d’erba ci insegna a vivere.
Ma T. non avrebbe mai preso lezione da un filo d’erba. Troppo uguale agli altri fili d’erba dello stesso prato. Un prato sì, gli piaceva, e gli piaceva anche che fosse composto da fili d’erba tutti uguali, così da formare un bel tappeto erboso, avrebbe detto il giardiniere. Una volta aveva chiesto consiglio al giardiniere per creare un bel tappeto erboso nella casa di campagna, senza tuttavia riuscirci, perché avrebbe dovuto rinunciare alla sua amata betulla. Al massimo lì sotto sarebbe cresciuto un po’ di muschio, misto a qualche filo d’erba, a qualche dente di leone, a qualche filo di pervinca che, all’ombra, al massimo si allunga e getta le sue perfette foglioline ovali senza poter offrire i suoi fiori blu… In abbondanza nel muschio crescevano germogli di vite canadese e di ligustro nati da semi portati dal vento e altre erbette di difficile identificazione… e foglie che promettevano fiori, primule e violette che non andavano tagliate con il tosaerba. Istruito dalla moglie campagnola, T. aveva imparato a rispettarle.
Il cielo restava inclemente e dopo alcuni giorni di bonifica, come lui chiamava questi lavori di sgombero, l’opera di T. si era fermata ai ripiani della libreria e alla riorganizzazione della biblioteca nella grande stanza comune. In casa ci sarebbero stati molti altri angoli da bonificare: sgabuzzini e armadi ingombri di abiti che nessuno più avrebbe indossato. Ma T. ormai aveva esaurito il suo slancio e quelle liste di gesti da compiere, atti di riparazione, tentativi di chiarificazione, azioni che dovevano liberarlo dalla colpa, pesavano come una spada di Damocle sul suo tempo. Sentiva che se non fosse riuscito a realizzare quel programma, il tempo si sarebbe fermato proprio nel punto in cui la spada sta sospesa e basta un niente per farla cadere sul suo capo.
Le piogge continuavano incessanti. T. si sentiva paralizzato, incapace di spostarsi, di fare un passo oltre il punto su cui pendeva quella spada. La teneva d’occhio, certo. Era la sola cosa che riusciva a fare. Per tenerla d’occhio trascurava tutto, libri da leggere, musiche, film da vedere, perfino le cose che gli avrebbero dato un po’ di consolazione non lo attiravano più. Da tempo aveva smesso di preparare qualcosa per la cena, compito che si era preso volentieri. La moglie era preoccupata e continuava a sperare che il cielo guardasse giù e mandasse almeno per un giorno quel po’ di sole che avrebbe chiamato T. di nuovo in strada. Fino a quando avrebbe retto la sua pazienza nemmeno lei poteva saperlo, la pazienza va e viene. È eroica la pazienza e, quando si mette di mezzo la paura che il tormento duri all’infinito, sfodera armi che non sappiamo maneggiare bene. Pericolose, colpiscono a destra e a manca.
E venne il giorno in cui il cielo guardò giù e mandò un vento così violento che tutte le nuvole di colpo se ne andarono ad ammassarsi verso nord lasciando che il sole brillasse dalla mattina al tramonto.
Fu in quel giorno che tutte le persone si rimisero in strada e si salutavano come uscite fuori da una malattia che le aveva tenute prigioniere. Anche T. uscì e prese la strada verso nord dove il cielo era rimasto di un grigio plumbeo. Era sicuro che là avrebbe trovato tutta la forza per riprendere il suo programma perché con un sole così splendente non avrebbe potuto andare alla ricerca di coloro che gli avevano fatto torto, di coloro ai quali aveva fatto torto lui, di coloro con i quali sentiva un debito di gratitudine. Con un sole così e le anime libere dal peso che le aveva imprigionate per giorni e giorni, il suo proposito sembrava ridicolo, quanto meno fuori luogo. Ma cosa vuole T., avrebbero detto i suoi interlocutori. Il passato è passato e adesso goditi il cielo che c’è.
Ecco perché T. doveva andare verso nord, là dove le nuvole si erano ammassate e avrebbero ancora potuto riprendersi tutto lo spazio del cielo.
Verso mezzogiorno anche la moglie di T. decise di uscire. Sola. Attratta dal grigio plumbeo del cielo non illuminato dal sole, si diresse anche lei verso il colore che amava, non il grigio melmoso delle giornate di pioggia, ma il grigio blu, il blu profondo che precede un temporale, o che resta ancora per un po’ a temporale finito, solcato dall’arcobaleno. In quel grigio plumbeo non c’era traccia di arcobaleno, ma il suo sguardo venne catturato dal faggio che in quell’aiuola di città aveva cominciato a rosseggiare. Bene, si disse, quando la pazienza comincerà a venir meno, ci sarà sempre un albero da contemplare e, perché no, da disegnare.


Il folle piano di T.

di Marco Palamenghi

Alla fine ho deciso. Inizierò da quelli che abitano più lontano, in altre città, per avvicinarmi pian piano a casa.
Lo farò senza fretta, con calma, valutando di volta in volta l’approccio giusto. Non tutte le persone sono uguali, e i torti fatti e subiti sono differenti tra loro.
Non posso svilirli trattandoli tutti allo stesso modo. Voglio agire con dignità.
Il caso ha fatto si che le due liste siano composte esattamente da 23 nomi ciascuna.
Il primo di ogni lista abita a M., dove ho frequentato l’università e vissuto per qualche tempo.
L’ultimo di ciascuna lista è qui, in casa mia: sono mia moglie e mio figlio, e sono presenti in entrambe le liste, appaiati, come una persona sola. Ad entrambi devo chiedere scusa, perché non sempre sono stato un marito e un padre all’altezza, ma allo stesso tempo entrambi mi devono chiedere scusa, per non aver sempre apprezzato quanto ho fatto per loro e per non essere stati una moglie e un figlio adeguati.

Avevo pensato di contattare via via le persone per email, posta o telefono. Oppure su facebook, come spesso succede di questi tempi. E poi, organizzare con ciascuno l’occasione di incontro.
Ma invece, credo che userò l’effetto sorpresa, per studiare le loro reazioni, capire cosa pensano veramente, senza che l’ipocrisia dell’incontro annunciato crei una barriera alla loro benevolenza o al loro pentimento.
Solo così saprò se hanno compreso questo mio bisogno di fare i conti con il mio passato, con la mia vita, nel bene ricevuto e nel male fatto. Solo così anche loro potranno raggiungere la consapevolezza per avviare un analogo percorso.

Inizio quindi con la lista dei torti fatti, mi sembra giusto partire dalla mia richiesta di perdono, troverei arrogante partire subito con una richiesta di scuse.
Mi iscrivo a tutti i social media che conosco e, con un po’ di pratica, imparo a scandagliare il web in cerca di informazioni, immagini, indirizzi di S., la prima persona con cui voglio parlare.
Non prestargli gli appunti del corso di E. era stata una vera carognata. Chissà cosa penserà ora di me, chissà come reagirà nel vedermi, soprattutto quando saprà perché l’ho cercato.
Dal suo profilo facebook ho ottenuto informazioni su dove vive, i locali che frequenta, cosa pensa politicamente, che tipo di persona è diventata, o perlomeno, fa credere di essere.
Gli piacciono i film di Massimo Boldi e le canzoni dei Pooh. Insomma… un po’ una delusione… magari è in parte anche questo colpa mia….

Usando un po’ di ferie e inventando scuse a casa vado a M. un paio di volte.
Lo intercetto, lo seguo, lo spio.
E poi, prendo il coraggio a quattro mani e mi siedo al tavolino dove sta prendendo un Negroni da solo, mentre aspetta qualcuno che non sono certo io.

“Ciao S.! Ti ricordi di me?”
“Mmmmh… ma certo, sei T., facevamo ingegneria assieme! Che sorpresa, cosa ci fai a M.”
“Sai com’è. Gli anni passano e avevo voglia di tornare dove ho trascorso un bel periodo della mia vita…
“E in una città così grande, guarda che caso, mi incroci.”
“Beh, non è proprio per caso, ti stavo cercando”
“Ah. E perché?”
“Volevo chiederti scusa”
“E di che cosa?”
“Per quella volta che non ti ho passato gli appunti per l’esame di A.”
Leggo nei suoi occhi stupore, confusione e poi, dal profondo gli sgorga una inarrestabile, sonora, risata. Ha le lacrime agli occhi dal ridere, non riesce a smettere e nemmeno a parlare.
Mi sento profondamente offeso. Sono li, che mi umilio, chiedo scusa e lui ride, manco fossi una macchietta di “Natale a Miami”.
Mi alzo, giro sui tacchi e me ne vado senza salutare.
Che delusione, sento una rabbia irrazionale crescere dentro di me. Il torto fatto è cancellato, resta solo il rancore per una persona che ha dimostrato la sensibilità di un cammello.
A quel punto, visto che chi ha subito un torto mi irride, meglio provare con la lista dei torti subiti. Quella almeno mi da il diritto di chiedere che si scusino.

Ho individuato C., abita anche lei a M… Anche con lei frequentavo ingegneria. Non eravamo amici, ma solo conoscenti, con qualche corso frequentato assieme.
Ad un appello di esame le avevo chiesto di cedermi il suo posto nella lista, per essere sicuro di non perdere il treno per tornare a casa. Non aveva voluto, e così avevo dovuto rimandare di un giorno il rientro a casa e dalla mia ragazza.

La intercetto, la seguo, la spio.
Decido per l’approccio diretto sul posto di lavoro. Fa la sportellista in banca. Mi metto in coda, aspetto il mio turno.
“Ciao C.! Ti ricordi di me?”
“No. Chi è lei?”
“Sono T., facevamo ingegneria assieme!”
“Oh! un sacco di anni fa! Non l’ho nemmeno finita… era una tale palla…. Che operazione deve fare? Prelievo o versamento?”
“Veramente non devo fare nessuna operazione. Volevo solo che tu ti scusassi con me per quella volta che all’appello di esame ti avevo chiesto di cedermi il tuo posto nella lista, per essere sicuro di non perdere il treno per tornare a casa. Non avevi voluto, e così ho dovuto rimandare di un giorno il rientro a casa e dalla mia ragazza”
“Ma sei scemo! (è passata dal lei al tu, forse è un passo avanti) Vieni qui a rompermi i coglioni (no, non è un passo avanti) mentre lavoro, per una cazzata simile! Ma fatti ricoverare! Fatti vedere da uno bravo, ma bravo davvero!”
“Ma come! Invece di chiedermi scusa mi offendi, mi dai del pazzo!”
“Dimmi che operazione vuoi fare, altrimenti chiamo la sicurezza e ti faccio buttare fuori!!!”

Me ne vado furibondo! Armato di buone intenzioni mi sono messo in questa nobile impresa, come un paladino di re Artù alla ricerca del Graal, e ottengo solo derisione e insulti. Ma chi si credono di essere? Possibile che non sappiano riconoscere la nobiltà delle mie intenzioni!

Sono passati 23 anni, ne ho contattati 2 all’anno, era necessario fare le cose con calma.
Ho impiegato così tanto tempo perché è stato più complicato di quanto avessi preventivato e trovare la soluzione giusta ogni volta è stato difficile. Ad ognuno ho voluto dare una chance, ma nessuno l’ha colta.
E oggi sono alla fine della lista. Tocca a mia moglie e a mio figlio.
No, non parlerò con loro, perché loro una chance l’hanno avuta tutti i giorni da sempre. E non l’hanno mai colta. Come tutti gli altri si metterebbero a ridere, dandomi del pazzo o dello scemo. Cosa che, d’altra parte, non perdono occasione per farmelo capire.
Negherebbero l’importanza dei torti fatti e, a differenza degli altri, sopravvaluterebbero i torti subiti, ritenendo insufficienti le mie scuse. Mi umilierebbero e offenderebbero come e più degli altri.

Farò con loro come ho fatto, in questi lunghi 23 anni, con tutti gli altri.

Alcune gocce di veleno nel minestrone e anche loro smetteranno di ridere di me, dei miei buoni propositi, della mia voglia di fare i conti con il passato, del desiderio di capire e di essere capito.
Gli altri 44 li hanno preceduti. Hanno avuto una chance, ma non l’hanno colta.
C’è chi è morto in un incidente stradale, chi per una rapina finita male, chi cadendo dalle scale, chi andando a caccia, chi di una malattia fulminante….

Quella minestra la mangerò anche io. Ho compiuto la mia missione.
E, in fin dei conti, ho capito che mi sbagliavo.
Sono proprio io l’ultimo della lista, e anche il primo, e il secondo e….
Sono io che ho fatto i più grandi torti a me stesso, io che non mi sono mai perdonato per le occasioni sprecate.
Ora pace è fatta.
Ho veramente fatto i conti con me stesso e con il mio passato.


Vizi capitali

di Rossella Ghizzani

Questa è la storia di T., un uomo non più giovane e non ancora vecchio, e dei ventitré anni che visse – ma non sapeva di aver ancora da vivere – dopo aver deciso che doveva fare una cosa ben precisa: chiedere scusa a tutti coloro ai quali riteneva di aver fatto un torto.
Aveva in mente solo un paio di nomi, il giorno in cui gli venne questa idea: S., al quale si era rifiutato – una trentina d’anni prima – di prestare gli appunti del corso universitario che lui aveva seguito diligentemente, al contrario dell’amico che invece a lezione c’era andato secondo l’umore del giorno; D., al quale aveva portato via – non per una volontà precisa, ma era andata così – la donna con la quale stava da parecchi anni, come fossero sposati; F., una collega che a un certo punto, non più d’una decina d’anni prima, aveva sostituito nel ruolo che quella da tempo sperava di assicurarsi: non che le avesse fatto le scarpe, come si dice, ma è un fatto che di quello che lui sapeva i capi stavano decidendo si era ben guardato dal parlarle, e così la sua responsabilità e il suo stipendio erano migliorati. Il suo, non quelli di F.
Torti molto diversi fra loro, com’è evidente, di quelli che possono essere ridimensionati, liquidati addirittura, da un così è la vita. Così è la vita: nei rapporti di amicizia come nelle faccende sentimentali e nei posti di lavoro.
Ma T. aveva deciso che se sentiva una ragione per chiedere scusa non avrebbe dovuto star lì a pesare la gravità delle sue azioni, né a valutare le conseguenze che effettivamente ne erano derivate. Perché era convinto che altrimenti avrebbe potuto tranquillamente concludere di non aver poi fatto succedere il finimondo, di non aver rovinato l’esistenza a nessuno eccetera eccetera, e dunque non c’era motivo di scusarsi. Né del resto le conosceva davvero, quelle conseguenze:
S. s’era laureato anche lui, alla fine; D. non si era suicidato perché la sua donna l’aveva lasciato, non era passato un anno che era già con un’altra; F. ci lavorava ancora in quel posto, e la sua carriera l’aveva fatta comunque.
Ma non era questo il problema. La questione riguardava lui. Il suo bisogno di chiedere scusa. Indipendentemente dall’esito che il suo gesto avrebbe avuto, se avvertiva di aver fatto un torto, piccolo o grande che fosse, quale che fosse l’ambito di relazioni nel quale s’era compiuto, lui sentiva di dover tornare dalla vittima, se la vogliamo chiamare così: ricordarle quel periodo, quel fatto, se nel vederlo non le fossero tornati subito alla mente. E chiederle scusa. Non si trattava di ottenerne il perdono, o meglio: se qualcosa del genere fosse accaduto ne sarebbe stato contento, ma nel suo proponimento di riavvicinare la tale o il tal altro non doveva giocare alcuna valutazione preliminare delle probabilità che ciò avvenisse.
La lista si era andata allungando, e per ogni nome T. aveva cominciato a rintracciare recapiti, numeri telefonici, indirizzi e-mail. Anche se escludeva di risolvere la cosa a distanza. Quei dati dovevano servirgli solo per stabilire il primo contatto, buttar lì un pretesto per rivedersi, ipotizzare il giorno e l’ora in cui sarebbe andato. Perché, non ne sapeva esattamente la ragione, ma gli pareva essenziale che fosse lui a recarsi dall’altro, a casa sua, o comunque nel luogo in cui viveva. Alcuni infatti non stavano nella sua città. O non ci avevano mai abitato, o si erano trasferiti.
Era deciso. Avrebbe cominciato con uno a caso, facendo un sorteggio magari, poi via di seguito. Senza tener conto del tempo che era passato dal fatto. E qui un dubbio, o piuttosto un malessere, lo prendeva: aveva già annotato un paio di nomi di persone che avevano continuato a vivere nella sua stessa città, così come ne aveva appuntato almeno uno – ma sapeva che altri se ne sarebbero aggiunti – al quale il torto l’aveva arrecato di recente. Molto di recente. Decise di fare un elenco a parte per questi, così vicini, nello spazio e nel tempo, e di rimandare l’approccio con loro. Non di escluderlo, questo no, avrebbe guastato l’intero suo proposito, ma di non prevederlo nell’immediato.
Era tutto pronto dunque. Appena finita l’estate avrebbe cominciato. Dal primo.
Ancora qualche bagno, un po’ di sole, la festa dell’ospite di fine agosto e poi sarebbero tornati in città, e lui si sarebbe fatto sentire dal primo della lista.
Ed è stato proprio lì, attorno ai fuochi e alle grigliate di pesce sulla spiaggia, fra chitarre e fisarmoniche, che ha incontrato P. Erano sei, forse sette anni che non lo vedeva. Da quando aveva lasciato il lavoro che faceva per passare a quest’altro che pochi giorni dopo lo attendeva.
Erano diventati amici, lui e P., che pure era molto più giovane di lui. Proprio per questo forse: un’amicizia in cui c’era qualcosa del rapporto tra il fratello maggiore e quello più piccolo. Niente di paterno. T. aveva aiutato P., lo stimava, gli piaceva la sua passione per il lavoro ben fatto. Era stato questo ad accomunarli.
Ebbene, non appena i loro rapporti di lavoro erano cessati, P. non s’era più fatto sentire. T. l’aveva cercato, gli aveva proposto cene, occasioni per fare viaggetti, cose da fare insieme come una volta, ma P. niente. Non sono pochi quelli che, come cambi lavoro, tagliano di netto: la loro cordialità non era che interesse, è evidente. Ma da P. non se lo sarebbe proprio aspettato. Ne era rimasto ferito. Confuso prima, e poi ferito, appunto.
Avrebbe potuto fingere di non averlo visto, o limitarsi a un saluto da lontano. Invece gli era andato incontro, senza deciderlo, come fosse la cosa più naturale da fare, l’unica cosa possibile: l’aveva abbracciato, non badando al sorriso imbarazzato di quello, l’aveva fatto sedere al tavolo dove stavano sua moglie, i suoi figli, i suoi amici, aveva offerto a P. e alla ragazza che lo accompagnava grigliata e vino bianco. Il chiasso copriva le voci, non s’era neanche posto il problema di rievocare vecchi tempi, di scambiarsi le domande di prammatica, cosa fai adesso, come ti va eccetera. Solo qualche battuta su quelli che c’erano lì intorno, un commento su come andavano le cose, la politica, il lavoro, cose così.
A fine serata si erano salutati, una stretta di mano, un arrivederci senza alcun cenno al quando.
E qui, per T. era nata l’idea di un’altra lista da scrivere: la lista di quelli dai quali gli sembrava di averlo ricevuto, il torto, di quelli che l’avevano fatto restar male, o l’avevano fatto davvero soffrire.
Andare anche da questi: per sapere – senza la minima recriminazione, senza alcuna pretesa di ottenere spiegazioni e tanto meno scuse – la ragione per cui quella volta avevano detto, avevano fatto… O non avevano detto, non avevano fatto.
Tutto qui. Anche se non sapeva se sarebbe stato sempre bravo come con P. perché certe cose gli bruciavano ancora. Ma comunque voleva provare. Sentiva di non poter mettersi a pensare questo sì e questo no. Se uno di quelli che in qualche modo l’avevano offeso, o addolorato, gli veniva in mente, il suo nome doveva metterlo, in ogni caso.
A fine settembre le due liste erano abbastanza lunghe. La prima, quella dei torti fatti, soprattutto. Anche perché, rileggendola, si era reso conto di avervi incluso anche nomi di persone alle quali non aveva ragione di chiedere scusa, ma che sentiva ugualmente di dover raggiungere per dire un grazie. Non scusa ma grazie. Grazie perché in una particolare situazione gli erano state vicine, magari senza fare o dir nulla di speciale: gli si erano fatte sentir vicine, ecco. Oppure perché, anche senza averne precisa intenzione, gli avevano dato un’indicazione sul come fare una data cosa, o sulla direzione da prendere a un certo punto della sua vita, un incoraggiamento insomma, esplicito o meno che fosse stato. E a queste persone lui non aveva saputo manifestare la sua gratitudine: per sbadataggine, o pudore, o… avarizia. Quell’avarizia del cuore che non si sa o non si vuole riconoscere come tale e dalla quale ci si ritiene comunque esenti, come potesse riguardare sempre e solamente gli altri. Sicché quei grazie, in fondo, erano riparatori. Per questo si era ritrovato a includere i nomi dei destinatari nella stessa lista delle scuse.
Alla fine, seppure non complete, né l’una né l’altra, si è detto che le due liste andavano chiuse. Il rischio, se no, era di contentarsi di averle scritte e di aggiungervi un nome oggi e uno domani, senza mai mettere in pratica il proponimento da cui erano nate.
E dunque, T., appena tornato in città, cominciò.
Dopo quasi vent’anni, per un motivo o per l’altro, T. non aveva fatto molti passi avanti.
Alle scuse aveva rinunciato presto. Un numero non trascurabile di persone contattate si erano del tutto dimenticate di lui. Di lui, come se non l’avessero mai conosciuto. Questo implicava che T. dovesse inerpicarsi in verbose spiegazioni volte a ricostruire date, luoghi, fatti alla fine delle quali lui stesso smarriva il senso e l’interesse per ciò che si era proposto di fare. Non erano stati pochi i generici e cortesi – ma non si preoccupi, è passato tanto tempo, mi dispiace ma proprio non mi ricordo – dai quali aveva preso le distanze, bisogna ammetterlo, con un malcelato senso di frustrazione che finiva per irritarlo. Che faccio ora, borbottava fra sé e sé, questi qui li passo sulla lista di quelli che il torto me l’hanno fatto? Tutto ciò aveva avuto un forte impatto negativo sulla sua volontà e sulla fermezza della decisione presa. Qualche tentativo aveva continuato comunque a farlo, a volte anche senza rispettare la suddivisione delle liste: capitava infatti che il suo proposito di chiedere scusa si trasformasse in un grazie, perché la persona contattata, pur non riconoscendolo e quindi del tutto dimentica di qualsiasi relazione con T., lo accoglieva con benevolenza, qualche volta addirittura con calore. Senonchè qualche grazie, accolto magari con sufficienza, gli provocava spiacevoli reazioni per cui, alla fine, era costretto a chiedere scusa. In coscienza, né T. né altri avrebbero potuto affermare che non ci avesse provato. Era inevitabile però, T. lo sapeva, che – messo in pratica – il suo desiderio di chiedere scusa o di dire grazie si sbriciolasse in un gesto asettico. Non sono capace di empatia, c’è poco da fare, si diceva rammaricato: alla fine mi sono creato un’esigenza nata da un costrutto cerebrale del tutto privo di una vera partecipazione emotiva.
Aveva immaginato forse che quegli esperimenti di riparazione lo assolvessero e gli rendessero giustizia, ma non era andata così. Non si sentiva appagato, e dopo tanti anni continuava a cercare il bandolo di quello stentato esperimento.
C’è poco da fare, pensava, non è andata come avevo desiderato, e ormai, potrei sbagliarmi, ma credo di essere arrivato alla fine. Bisogna che lo trovi, il modo per far tornare i conti, prima che sia troppo tardi.
Qualche giorno fa ho ascoltato per radio un prete, uno di quelli impegnati in trincea, affermare che la vita deve essere sperperata.
Non va tenuta per sé, diceva quell’uomo di fede, va donata, sperimentata, azzardata.
Mi sono rimaste in testa quelle parole, e sovente si mischiano al monologo interiore che incessante, contenuto solo dai limiti imposti dalle mie necessità, mi accompagna e ricama il mio pensiero di punti nuovi. Se non lo faccio adesso, non avrò un’altra occasione. Sento un bisogno spudorato di dilapidare quel che resta di me, per libera scelta e senza tirare in ballo altri. Non è stata una buona idea provare a rappacificarmi con me stesso facendo le somme come se la vita fosse un pallottoliere. Totale dei grazie da proferire, somma parziale delle scuse da porgere… Non funziona così, penso ora. E come mai ho tenuto una contabilità così esatta soltanto dei momenti in cui, nell’incontro con gli altri, si è generata una frizione, uno strappo, o comunque qualcosa è andato storto?
La verità è che da tutta la vita porto nel cuore una forma d’avarizia che sempre mi ha nuociuto.
Penso questo ora. Sono solo, un po’ per scelta e un po’ per caso, e me la cavo, certo. Riesco a procurarmi tutto quello che mi serve, perfino un po’ di compagnia, se proprio ne ho voglia.
E ho il tempo. Per scavare, per tentare di capire, per reinterpretare; tutto il tempo di cui ho patito il desiderio durante gli anni lunghi del lavoro, delle distrazioni, del bisogno di riposo, delle curiosità, degli eccessi, dei torti subiti e di quelli inflitti. Gli anni in cui si attendono le cose che devono ancora accadere, in cui si lotta, nello strenuo tentativo di piegare il corso degli eventi alle proprie aspettative.
Si stringono i denti e si alza la voce, con un gran dispendio di energie. Dalla mia prospettiva, quella in cui i giochi sono davvero fatti – nessuna boccia sul panno verde del tavolo – tutto è diverso, e ogni giorno rinnovo l’incessante lavorio della mente nello sforzo di comprendere se fosse reale quello che è accaduto prima, o se vero sia quello che penso adesso. Quest’abbondanza di tempo, poi, a ben vedere è un falso: ho intere giornate per me, ma non credo di avere un futuro. Quello che davvero ho è la libertà. Al punto della vita in cui mi trovo posso dichiararmi senza preclusioni, ecco il motivo per cui ho cominciato a scrivere questo piccolo memoriale: desidero vuotare il sacco. Chiunque potrà leggerlo, chi mi ricorda e chi no, non ha importanza.
Importante è non dover sparire senza capire: mi piace immaginarmi mentre spendo l’ultimo dei respiri a mia disposizione, appagato dalla sicurezza di aver conciliato il prima e il dopo, avendo conquistato la sintesi ultima, valida solo per me e per questo assoluta, fra ciò che è stato e ciò che avrebbe potuto essere, se solo non fossi stato così parco di me.
Ogni tanto mi fermo davanti allo specchio. Riconosco lo sguardo e la ruga in mezzo alla fronte.
Mi fa compagnia da quando avevo poco meno di quarant’anni.
Adesso la mia ruga preferita è nascosta in mezzo a quelle che il tempo le ha ricamato intorno, formando una mappa sottile che disegna il contorno degli occhi, rivela le guance scavate e incornicia la bocca, più piccola che prima e un po’ sopraffatta dal mento, da qualche anno più appuntito e prominente.
L’ho sempre fatto, mi sono sempre scrutato davanti allo specchio, cercando me, non la mia immagine riflessa.
Lo facevo fin da piccolo, fissandomi gli occhi nella testiera nera e lucida del letto dei miei genitori. Mi mettevo a pancia in giù, le braccia conserte sotto la faccia e mi fissavo, finché quegli occhi scuri che mi guardavano non cominciavano a farmi paura.
È sempre stato così, sono sempre partito da me, mi sono usato per conoscere gli altri e la realtà che mi circonda. Come tutti, è l’ovvia obiezione. Ma per quanto mi riguarda, l’affermazione va presa alla lettera. La condanna della mia esistenza, quella che adesso mi fa trascorrere lunghe ore a riflettere, è non aver mai saputo davvero quanto sentimento contenessi, quanto ne avessi a disposizione o ne potessi spendere, a chi donarlo, come. Ogni volta è stato il rigore della logica a farmi scegliere. Con il termine sentimento, forse improprio, intendo quella componente delle relazioni fra persone, che pur non giustificandosi con una motivazione razionale – il lavoro, lo sport, un interesse comune, il sesso – rappresenta, nel bene e nel male, lo stimolo a cercarsi, l’emozione nel vedersi o, più semplicemente, rallegra rapporti di per sé strutturati per ragioni pratiche o infuoca casuali scambi d’occasione.
Simpatia, antipatia, empatia, ira, nostalgia e perché no, il tiepido, pannoso amor materno. È questo che sempre mi ha fatto difetto: sapere dove fossero dentro di me queste parole, riuscire a riconoscerle e sentirle, come guizzi dentro il petto. Mai ho saputo quante ne avessi e come dosarle.
Non ho saputo distinguere neanche il nero della voragine del dolore, salvo poi ammettere a distanza, da solo, la sua vera entità, senza spartire con nessuno alcuna emozione.
Provengo da una famiglia in cui mai sono stati nominati i sentimenti o detti gli stati d’animo, e da quando ho cominciato a gestire da solo le mie relazioni, ho sempre pensato che le parole proferite non potessero riuscire a descrivere una condizione interiore, bella o brutta che fosse, senza svilirla, senza restituire agli altri niente più di un superficiale compendio che avrebbe reso un’immagine distorta di me e violato con volgarità la profondità del mio sentire. O non sentire. Questo ha ristretto la cerchia dei miei interlocutori al numero minimo di uno, anche se, negli anni della maturità, ho ammesso intorno a me legami che comunque non ho avvertito mai come tali. Ho sempre dovuto compiere grossi sforzi di adattamento, adeguare il mio stile di comunicazione e la qualità stessa delle parole scelte, a un modo distante dal mio per nulla sintonico con il tentativo di essere me. Credo che per questo sia finito il mio secondo matrimonio, per l’incapacità di nominare il sentimento che ci univa. Potevo riconoscerlo dentro di me, ma mai ne ho fatto parola con la mia compagna.
Lei, del resto, deve essere stata a lungo impegnata a cercare di sanare le ferite che negli anni le avevo inferto, e a un certo punto deve aver perso interesse per me.
Sì, da un certo punto in poi deve avermi visto nella mia estraneità di uomo: un signore di mezz’età, piacente, giovanile, simpatico… un Tal dei Tali indisponente e sbruffone che aveva disatteso ogni accordo e tradito la complice alleanza che per anni ci aveva resi forti, imbattibili, a tratti immortali. Ma questo posso dirlo solo ora. Ogni giorno rinnovo i miei riti con scrupolosa attenzione. Mi alzo sempre alla stessa ora, né troppo presto né troppo tardi, indosso una vecchia giacca da camera color beige profilata di marrone che qualcuno deve avermi regalato molto tempo fa, e lentamente scendo in soggiorno. Apro le imposte, accendo la radio, preparo il caffè, faccio mangiare Seba, il mio cane, e fumo la prima sigaretta della giornata guardando fuori. Poi piano piano risalgo, lentamente mi lavo, mi vesto e poi riordino. Ho bisogno che tutto sia al suo posto, prima di potermi dedicare alle altre mie attività. Questa mattina, mentre rassettavo la camera, mi ha colpito al cuore il ricordo del gesto che faceva Clara, la mia seconda moglie, quando sistemava i cuscini sul letto rifatto. Non è stato un pensiero, ma una crepa. L’ho sentita aprirsi dentro di me; mi ha inondato una tenerezza infinita per quello scampolo di quotidiano e per un periodo della vita in cui, ma lo so solo adesso, ero un tutt’uno con me stesso. Li metteva vicini Clara, i cuscini. Attaccati, come se ogni mattina volesse ribadire la promessa di una notte da trascorrere insieme e il piacere di un’intimità familiare che avrebbe protetto il nostro sonno, il calore dei corpi, la soddisfazione del riposo.
Da qualche anno, lo ammetto, mi sono rimasti solo i gesti. Non nutro più alcun interesse per gli oggetti della casa. Ho bisogno che siano in ordine, ma non mi avvolgono più, non rappresentano più la fortezza in cui potermi rifugiare e trovare riposo. È tanto tempo che non godo più delle cose.
Adesso mi viene in mente quando Clara metteva sul letto le lenzuola pulite.
La sera mi distendevo nudo, fresco di doccia, sulla stoffa profumata, morbida e liscia. Mi voltavo sul fianco sinistro e la cercavo, per abbracciarla, per condividere quel momento di puro godimento domestico.
Eppure adesso so che a causa dei miei timori, delle reticenze, della poca abitudine a compromettermi davvero in una relazione amorosa, tutti i nostri anni insieme, fino alla fine, sono stati segnati da solchi sempre più profondi di non detto che sono diventati grumi, poi macigni, alla fine pietre sepolcrali.
Dopo aver riordinato, decido il da farsi. Se il tempo è bello, se non c’è vento, non fa troppo freddo, non minaccia pioggia, esco. Nonostante sia vecchio da un po’ e abbia ormai una certa dimestichezza con questa stagione della vita, ancor oggi mi fa penare rendermi conto di come le distanze, per me, siano dilatate e sempre più difficili da colmare.
Ho studiato con precisione i percorsi che mi sono accessibili, e fatto in modo di poter contare sulla possibilità di fare tappa. Ho censito panchine, muretti, recinzioni, che possano sorreggermi quando i dolori alle ginocchia si fanno insopportabili.
Non sto mai fuori a lungo, al massimo un’ora. Pane, giornale, sigarette. Tutto il resto mi si recapita a domicilio e per fortuna posso procurarmi senza difficoltà libri o giornali di mio interesse.
La cattiva notizia è che ogni giorno è più faticoso convincermi a uscire e solo raramente riesco a ritrovare il piacere di stare all’aperto: a volte sembra che l’aria voglia sopraffarmi con i suoi refoli leggeri, interferendo con il ritmo affannoso dei respiri. Spesso rimango a casa. Se c’è il sole, trascorro più tempo vicino alle finestre oppure, se il cielo azzurro, bugiardo, mi tenta con promesse di tepore primaverile, azzardo qualche passo sui ciottoli sconnessi del giardino di casa mia, il posto di cui si accontenta Seba quando non ce la faccio ad andar fuori e nessuno ci viene a trovare per fare due passi.
Quando c’era Clara, lo tenevamo in ordine il giardino. Lei ci teneva, e durante l’estate insisteva perché mangiassimo all’esterno. Così si sta un po’ insieme come quando ceniamo al ristorante, diceva. Mangiare in giardino ci permetteva di indugiare più a lungo a tavola, parlando, scambiandoci verità, bugie, propositi mai attuati, desideri … Era brava Clara, riusciva a creare un’aura speciale che era diventata il tratto peculiare del nostro stare insieme.
La aiutava il cibo, sapeva cucinare molto bene, e quella sua ostinata volontà di tessere la trama dei giorni, facendo in modo di ritrovare sempre qualcosa, un particolare anche minimo, un commento, un complimento, un gesto che, anche solo per un attimo, facesse scoccare una scintilla nei nostri occhi. Ogni volta che ci riusciva, traghettava entrambi fuori dallo stagno in cui eravamo caduti negli ultimi anni, e dava a tutti e due un buon motivo per continuare. Una cosa che non le ho mai chiesto, me ne accorgo solo ora, è quanto sforzo le costasse quell’operazione di traino.
Ci sono altre domande che non le ho mai rivolto, perché se lo avessi fatto, mi sarei costretto ad affrontare l’asprezza delle rocce delle sue richieste e la scivolosità dei ghiacciai del mio silenzio. Non le ho mai domandato, per esempio, se avesse mai perdonato il mio rifiuto. Non le ho concesso di donare la vita, e neanche di poter essere madre di un bambino non nostro. In realtà non ho mai proferito queste parole, non in questi termini almeno. Se devo essere sincero, è più facile che abbia affermato il contrario, manifestando il desiderio di essere padre. I no, i divieti e i rifiuti, io li agivo, innalzandole di fronte le barriere invalicabili e acuminate della mia incapacità.
Non mi sembra che siano peccati da poter perdonare.
Eppure lei ha sempre scelto me, fino a quando deve avermi visto come un cuore in inverno un po’ patetico, arroccato su se stesso e inabile alla profondità di un vincolo d’affetto.
Credo che sia successo quando scoprì che la tradivo. All’inizio negai, poi dovetti sottomettermi all’inconfutabile verità. Incerto sulla decisione da prendere, mi piegai alla sua forza, e per non spezzarmi dovetti trovare parole e gettarle, a casaccio, contro il suo incalzare senza tregua. Pretendeva chiarezza, accordi cristallini, scelte dichiarate e indiscutibili. Non la abbracciai mai, né le spiegai qualcosa o le rivelai il mio sentire. Come sempre, la costrinsi al compendio dei fatti. Rimasi, e questo fu quanto. Non che non mi pesasse la scelta. Ma rimasi, in onore alla vita che fin lì ci aveva attraversato insieme.
Deve averne sofferto, poi essersene fatta una ragione, e alla fine aver deciso di cercare la sua strada, ammettendo che potesse portarla lontano da me.
Da parte mia ho coltivato una ricca vita interiore, articolata, sonora, a tratti roboante, che sempre più, negli anni, mi ha impedito un sereno confronto con il mondo circostante e mi ha reso sterile.
Questi ultimi anni di assoluta solitudine, a ben guardare, ricalcano il mio stile.
Tutto avviene nella mia testa. Lo sforzo di capire, la soddisfazione, la frustrazione, il dolore, la gioia del ricordo. Se mi guardo indietro, quello che trovo è la somma delle mie assenze. Una presenza sempre esercitata per difetto. Sono sempre arrivato in ritardo, e sempre per conto mio, all’essenza delle cose, come una pellicola su cui i fotogrammi appaiono asincroni rispetto al sonoro. Ho sempre compreso dopo, e ogni volta attraverso la sofferenza, senza inibizioni o riservatezze, distillando gocce cristalline di autentico dolore.
Ho avuto un fratello, nipoti, amici due, autentici. Un padre scomparso prematuramente, una madre devota, tenace e combattiva. Una prima moglie acerba, amata come una sorella, che mi offrì un amore privo di giudizio come mai più avrei ricevuto. Insegnanti, colleghi, superiori, vicini di casa. Conoscenze. Una seconda moglie. Amanti. Un corollario di parenti. Persone di cui adesso ho bisogno, per la mia salute, per la spesa, per il futuro che non ho.
E con ognuno, nessuno escluso, ho commesso l’errore fatale dell’esercizio della distanza.
Mi sono sempre favorito, ho sempre sostenuto l’esigenza della soddisfazione delle mie necessità, in nome di una tutela ego centrata funzionale a rendermi autosufficiente, capace di assolvere ogni tipo di mandato, risolvere qualunque problema, sostenere ogni ordine di spesa, arrogante e a tratti impaurito, convinto di non poter contare su altri che me stesso. E poi la ricerca, l’abitudine a scavare, un minatore armato di piccone e lanterna che per sempre agognerà la totale comprensione, miraggio dorato e ingannevole, lussuoso pretesto per ritiri solitari, spesso consumati a discapito di malcapitati congiunti.
Da qui, dallo spiraglio di luce che mi rimane prima che le imposte siano definitivamente chiuse, vedo tutto quello che lascio dietro di me.
Immagini, proiezione privata ed esclusiva d’istanti di una vita trattenuta.
Sono state molte le occasioni in cui di me si diceva che non c’ero. Feste familiari, ma anche lutti, e pranzi quotidiani, calde sere d’inverno o domeniche estive. A volte di me si diceva che non c’ero anche quando ero presente. Poco importa se la mente mi riporta l’ipotesi della colpa condivisa, pensiero insinuante, fastidioso, pretestuosa chiave di lettura di anni e momenti remoti.
Voglio essere solo al giudizio. È adesso che guardo, e quello che vedo è un giovane uomo accartocciato su se stesso, impegnato a fondo in una ricerca astratta: il sé, unico, la cui affermazione pareva impraticabile.
Dal punto di osservazione in cui mi trovo adesso, uno dei peggiori stati d’animo è il rimpianto. Di questo si tratta. Faccio i conti con domande alle quali non so dare risposta. Perché non sono stato in grado di contenere le mie contraddizioni, perché non mi sono mai fidato, perché non ho mai spartito davvero la mia vita?
Unica soluzione, sempre, la fuga.
Eppure in cuor mio, di tanto in tanto, avverto un’ondata fremente d’amore.
L’ho detto. Mi colpisce a tradimento quando mi vengono in mente ricordi di Clara, ed è vera tenerezza quella che provo per i volti dei miei nipoti, le rare volte in cui li incontro, per quei corpi di giovani uomini forti eppure così evidentemente all’incognita della fragilità.
Dal mio punto di osservazione sono in grado di vedere tutta la strada che hanno davanti, la vedo tutta, ora che la loro vita s’incammina e la mia volge al termine.
In segreto, coltivo affetto per le persone che hanno percorso con me un tratto di strada. Ne sono geloso, non lo disperdo, ma quella fonte di ricchezza s’inaridisce. Non si coltiva da soli l’amore per gli altri.
Del resto, lo ammetto, la distanza era la mia corazza contro la possibilità di sbagliare. Se le avvicini, le persone imparano ad attendersi qualcosa da te, ti aspettano, diventano fedeli, e più aumenta la somma di questi atteggiamenti, più il margine possibile di errore s’innalza.
Ho sempre sbagliato, e ogni volta che accadeva, la massa di dolore si faceva sempre più spazio dentro di me.
Con Clara era diverso. Lei sembrava comprendere anche quando il mio comportamento era onestamente indifendibile.
Clara. Ha saputo danzare al ritmo dei miei passi, fino a quando, ballando, le ho pestato i piedi. Quando ho smesso di fare anche quello, quando non l’ho neanche ferita più, l’ho perduta.
Sono stato avaro, pur consapevole che il bene prezioso gelosamente custodito era destinato a scomparire.
Come in una fiaba, la condizione affinché tutti potessero vivere felici e contenti era che dilapidassi i miei gioielli, proprio come diceva la voce del prete che ho ascoltato alla radio. Altrimenti era inevitabile che fossi condannato al gelo della solitudine, e che per sempre si agitassero dentro di me i nomi e i volti di tutte le persone che, come senza volerlo, ho amato.
Sì, senza volerlo, come se questo non facesse la differenza.
Senza impegnarmi, compromettermi, sporcarmi, senza farlo sapere.
Come se l’amore fosse un tutt’uno con la distanza e il rifiuto, come se il mio posto fosse sempre un po’ all’esterno. Un po’ discosto dalla tavola imbandita, un po’ laterale nelle fotografie di gruppo, un po’ troppo avanti, da solo, nelle camminate in montagna. Gli altri, all’opposto, vedevano un egocentrico pieno di sé, convinto di avere sempre ragione e di essere sempre al centro dell’attenzione.
Mentre scrivo, deciso a lasciare almeno questa traccia di me, Seba, il mio cane, mi è seduto vicino.
Ogni tanto lascio andare una carezza sul pelo folto che gli ricopre il dorso, e ogni volta lui alza lo sguardo verso i miei occhi e mi ricambia. Struscia il muso sulla mia gamba, muove piano la coda in segno di riconoscenza.  È un bravo cane, il mio Seba. Ha adeguato il suo passo al mio, e sacrifica la potenza delle sue zampe al mio incedere stentato, senza allontanarsi mai.
Ci unisce una reciproca dipendenza priva di perché. Seba non si aspetta nulla da me, è felice se anch’io lo sono, e nei giorni di tormenta aspetta che mi passi, attende con pazienza il gesto che gli indichi il segnale di tregua. Da parte mia, la sua presenza mi sollecita un sentimento genuino.
Non mi giudica mai, il mio cane, non vorrebbe che fossi diverso, gli è sufficiente che io ci sia. Il mio amore silente forza le catene e si manifesta, riscaldandomi il cuore e le ossa e muovendo le dita, che di tanto in tanto arruffano il pelo del suo dorso.
La mia ultima possibilità, un regalo della vita affinché potessi finalmente viverlo, l’amore che sento e che sempre ho tenuto imprigionato fra le sbarre delle mie paure, nascosto nella cella del timore di non essere all’altezza, sepolto fra i rovi del calcolo distaccato.
Può essere lui, il mio Seba, a indicarmi la via che mi aiuti a ricomporre i miei pezzi sparpagliati?
Più di ogni altra cosa mi addolora pensare che me ne andrò lasciando dietro di me una scia di delusione. Quanti, che profondamente ho amato, quando sapranno della mia scomparsa riconosceranno la perdita di qualcuno che li ha amati?
Il dolore di questo pensiero non si può lenire con generiche scuse, o distribuendo tardivi ringraziamenti.
Di più ancora mi fa male sapere che la mia vita è servita solo a me.
Per questo intendo adesso lasciare queste poche righe, perché gli altri sappiano tutto ciò che in una vita non ho detto, e per mostrare ai pochi che leggeranno l’errore che ho commesso, perché non diventi anche il loro, perché ne facciano tesoro e lascino correre la voce: va sperperata la vita, non tenuta per sé.

T, stremato, posa la penna, scosta il corpo dal tavolo e si abbandona sulla spalliera della sedia. Un gesto da niente, che pure Seba registra muovendo appena la punta della coda. Prima di cedere al sonno, T. gli rivolge uno sguardo pieno d’amore.

Scrivere per non fuggire dal presente

Francesco Pecoraro, Lo stradone, Ponte alle Grazie 2019 (pp. 446, euro 18)

Finito di leggere il libro, il presentimento che il tentativo di tradurne in parole l’impressione ricevutane mi sarebbe sfuggito di mano mi ha indotto a fare uno schema dei suoi contenuti.
In principio è Lo Stradone, con il suo contesto, poi i tre filoni della critica urbanistica e architettonica, della ricostruzione storica, dell’osservazione sociale e antropologica, e da lì le diramazioni: il narratore e la sua vita in primo luogo; gli altri; la Sinistra, l’Italia, l’Occidente e il resto del mondo.
Ma poi, quando mi sono messo a scrivere, pur tenendo conto di questo schema non ho saputo attenermici, e mi è risultata evidente l’impossibilità di ricondurvi la storia che Pecoraro racconta. Perché? Per molte ragioni, solo alcune delle quali mi sono chiare: perché la sua scrittura è sostanza della sua narrazione come della sua argomentazione, inscindibili in questo romanzo-saggio, e dunque non sai rinunciare a citarne continuamente stralci; ma anche perché il fluire del suo discorso non si lascia costringere in una mappa tematica. Questa sorta di enciclopedia delle mentalità diffuse ai nostri tempi, nella quale ci sentiamo – volenti o nolenti, e sia pure in diversa misura – coinvolti, non tollera di essere riordinata: non parte da un primo volume e quelli successivi non seguono una progressione definita e certa, ma tornano a riaprirsi, a volte alle stesse pagine.
E allora, bando alla sintesi… Attraversiamo il mare di queste quattrocentocinquantapagine seguendo le rotte che comunque ci sembra di poter individuare.

“L’osservazione ostinata e diretta mi dice ciò che accade vicino a me, mi narra ogni giorno la micro-storia dello Stradone”: è questo il metodo per farsi “un’idea complessiva delle caratteristiche del tempo presente”, andando oltre l’”informazione sempre più ristretta triste rapida indifferente indifferenziata disseccata” della televisione e dei giornali.

Lo Stradone, via di maggiore percorrenza del “Quadrante”, uno dei quartieri “emarginati, non compatti e mal pianificati, o forse mai pianificati”, occupati dalla “frantumaglia edilizia” che connota le “prime fasce esterne al nucleo storico ridotto quasi per intero a parco a tema per turisti”. I turisti che percorrono la “Città di Dio”, com’è denominata Roma in questo come nel romanzo precedente, e come lo era già da Pasolini, intenzionato, pare, a scrivere un romanzo intitolato appunto La città di Dio.

La capitale dunque è lo sfondo della narrazione, una città che ben si presta a suggerire – evocando, si direbbe, le Città invisibili di Calvino – che “la città, qualsiasi città, è ciò che resta di un sogno perduto, il sedimento solido di ciò che nel corso del tempo poteva essere e non è stata, l’Io nevrotico e depresso di un Super-Io urbano che non ha incontrato le condizioni per compiersi o non ha avuto la forza di realizzarsi”.

Se questo è il luogo, del personaggio che narra veniamo innanzitutto informati che, “cresciuto nei puliti e geometrici quartieri nord” della città, abita da vent’anni in una delle molte “palazze” sorte lungo lo Stradone, lo stesso che “fino a pochi anni fa restava uno stradello e oggi è, in tutta la sua imbecillità, lo Stradone”, elemento portante di questi luoghi definiti, nella loro disarticolazione, “dall’incontro-scontro tra speculazione urbana e produzione edilizia”. Luoghi – nella realtà sono quelli della Valle Aurelia, o “Valle dell’Inferno”, come c’è ancora chi la chiama a Roma – segnati dall’insediamento delle fornaci da laterizi che, passate a metodi produttivi industriali nel secondo Ottocento, fornirono i mattoni necessari all’espansione post-unitaria dell’Urbe, oggi “città ambigua antica indifferente” – e molto altro: quasi dieci pagine sono dedicate a elencarne i caratteri –, ma già allora “paradiso del costruttore” e quindi dell’“attività umana legale – l’edilizia – più prossima all’illegalità, più tentata dalla scorciatoia para-criminale, più coinvolta in corruzione e imbroglio”. Luoghi che, passati attraverso la grande trasformazione – ossia della “demolizione fisica e sociale” che ha sostituito il quartiere proletario dei fornaciai della Sacca con le torri di quattordici piani dello IACP – offrono alla fine degli anni Settanta un ideale terreno di ricerca a etnografi e sociologi studiosi di comunità ormai disgregate, mentre oggi costituiscono un campione rappresentativo delle “non-scelte dell’amministrazione”, della “stupidità dei tecnici, degli urbanisti e infine degli architetti” che hanno costruito questa “non-città, che è pur sempre la nostra”, ma soprattutto è “l’hardware che stiamo lasciando ai nostri figli, che hanno un loro diverso e per certi versi non-comprensibile software mentale. Penseranno diversamente ma vivranno nelle nostre medesime stanze”:

È questo l’osservatorio. È qui, sul “marciapiede davanti casa, al Bar Porcacci e quel poco che c’è da qui alla svolta per andare al garage” che il protagonista conta “di poter vedere le cose della politica e dell’economia” e non si stanca perciò di guardare  il suo “tassello di territorio segnato dalla piccola e media Storia” insieme dedicandosi “allo studio dei testi direttamente riguardanti questi luoghi”: se la gran parte degli interessi che aveva nutrito si sono dissolti, la curiosità per i luoghi in cui passa la sua vita resta viva, e lo induce a “passare e ripassare osservare sedere nei bar, comprare nei negozi. E infine andare in biblioteca a leggere la storia della Città di Dio, rintracciare l’atto di nascita urbanistica dello Stradone, per capire ciò che non si può capire senza averlo vissuto di persona. E così scovare l’eco lontana del Quadrante, il borghetto della Sacca, della visita in quei luogi di Vladimir Il’ič Ul’janov, detto Lenin”. Che non importa sia davvero passato di lì, nel viaggio che l’aveva portato a far visita a Gorkij nel 1908 a Capri. Quel che conta è che ne sia rimasta memoria, per quanto leggendaria, e dunque non solo in biblioteca ma anche nelle testimonianze degli abitanti più vecchi si tratta di rintracciare i tratti di un’identità perduta.

È così che l’espressione della “sofferenza percettiva” suscitata dal volto urbano, dalla “fine della cultura del decoro” che non si può non leggervi, si intreccia con l’indagine dei processi che quel volto hanno prodotto. E l’osservatore si fa narratore visionario del passaggio del grande Lenin fra i fornaciai della Sacca, perché quell’episodio sa dire di un tempo nel quale c’era ancora il futuro e “le categorie del filosofico e del politico (coincidevano)”, anche se la vita operaia era fatta di fatiche disumane e la fornace era un “tritacarne”. Sono loro, i “roboti” sopravvissuti, a raccontare come ci si lavorava, e come si abitava nel “borgo auto-costruito nei pressi della fornace” stessa, “come si vivesse per la fornace, a causa e in virtù della fornace, odiando/amando la fornace”. Ma è, quello, un tempo dimenticato dai figli che sono andati a vivere altrove e di cui i figli dei figli non sanno più nulla: “nel momento in cui la pentola della Storia smette di bollire si mette in moto l’accademia e comincia a raccogliere i cocci sparsi”, e l’archeologia industriale, che vuol tutelare i resti di fabbriche come quelli di cui, nel Quadrante, si farà un centro culturale, appare, nella sua velleità di evocare un passato precocemente ma irrevocabilmente remoto, “la più stupida delle branche della conservazione”. Remoto non solo perché è cambiato tutto, intorno, ma anche perché è estinta la specie di cui faceva parte il fornaciaio  che “comprendeva perfettamente la morsa in cui si era dibattuta tutta la sua esistenza”, che era consapevole della “propria segregazione sociale” ma anche del fatto che “il lavoro politico per l’affermazione di un cambiamento collettivo” era per lui “l’unica prospettiva di togliersi dal collo il tallone del padrone e della fornace”, per quanto quel cambiamento lo percepisse “lontano, irrealizzabile” e votato, come difatti è avvenuto, alla sconfitta. È sul filo di testimonianze simili che si attraversa la storia di questa parte della città prima e durante il fascismo, e poi nel secondo dopoguerra, quando “il processo di assimilazione alla città dell’enclave rossa continua” fino a farsi trasformazione irreversibile: “Casa-spazio urbano-lavoro, avevano determinato il formarsi di un’appartenenza. Sarà la modificazione di questi tre elementi esistenziali a smontarla”.

“Come posso raccontare quegli anni – si chiede il narratore – facendo a meno di un’adesione, postuma ma totale, a quelle battaglie? Come posso mantenere uno sguardo freddo sulle cose i fatti le persone coinvolte nel destino della Sacca?”

Dopo il luogo e la storia della sua gente, è allora la biografia dell’osservatore-storico che possiamo distinguere in questo racconto in cui tutto rimanda a tutto. Il personaggio ha molto in comune con l’Ivo Brandani della Vita in tempo di pace, il romanzo precedente di Pecoraro, ma qui resta anonimo; aveva 69 anni quello e ne ha quasi 70 il narratore dello Stradone, senonché qualcosa è cambiato, quasi che i sei anni passati tra un libro e l’altro, che hanno fatto del sessantottenne Pecoraro di allora il settantaquattrenne di oggi, si facessero valere: se Ivo Brandani era un uomo che da “anni non dice più quello che pensa, a nessuno” e, “perseguitato dal senso della catastrofe”,  si è ridotto a vivere in uno stato di “disperazione segreta e compressa”, l’uomo dello Stradone, pur approdato a una analoga condizione di “disperazione a bassa intensità”, si direbbe abbia guadagnato uno sguardo più disincantato, non meno sofferto ma in grado di guardare dall’alto una catastrofe ormai inequivocabilmente consumata. E dunque parla: da “vecchio maschio silente”, quale si definiva allora, sente di doversi dedicare ora a “un (suo) progetto di ricostruzione/restituzione, storica e non”. Perché “(ho) tempo libero” – come tiene a giustificare autoironicamente la sua impresa –, ma al fondo perché, lo deve ammettere, “non mi abituo” alla “nostra solita vita annidata in Occidente”, nonostante l’assistenza sanitaria, il supermercato e la palestra pervasa dalla noia, da un “inganno di cui tutti sanno”, ma “che viene benevolmente tollerato, anzi accettato a praticato”. Ma lui no, in lui non si è esaurito uno “stato interiore di costante dissenso col presente”. Non sa rassegnarsi alla “risacca della storia” nella quale viviamo, e quel modello di società e di vita che si contrapponeva nel Novecento a quello capitalista, anche se “schiacciato e deriso” e apparentemente cancellato dalla Storia”, “più svanisce e più lo ama”, e infatti “(condivide) molto” del modo di pensare dell’amico che è rimasto comunista, “senza compagni, senza Partito, senza Stato Guida, senza prospettive”, ma comunista.  “Comunista silente”.

È a questa posizione che si sente vicino, nonostante il percorso che l’ha portato, dopo aver fallito nella carriera accademica, ad abbandonare il Partito, ad aderire negli anni Ottanta a quello di Craxi e a lasciarsi corrompere – da architetto funzionario ministeriale qual era – pagando il suo errore con un mese di galera cui è seguita una reintegrazione risoltasi sostanzialmente in un’emarginazione ben retribuita (in quel “Ventennio della Cancellazione che fu quando sulla cultura peninsulare novecentesca fu stesa più di una mano di merda, a obliterare ogni antecedente politico ogni visione ogni cultura ogni verità ogni menzogna”). Per poi ritrovarsi, pensionato, solo – una moglie, poi un’altra donna, e adesso nessuno, con lui – nel suo appartamento al settimo piano della “palazza” sullo Stradone. A guardare. Anche se stesso. Il proprio essere vecchio. Non “anziano, non più giovane. In età non più verde, agé, avanti con gli anni”: vecchio. In grado perciò di tracciare una fenomenologia della vecchiaia che sembra non tralasciare nulla in un elenco impietoso di “sei anziano quando…”. Quando cambia il rapporto con il tempo in primo luogo e “il passato è una scia a sfumare in lontananza, il presente è come dietro un vetro e il futuro non c’è più”. Quando “tutto quello che prima ti piaceva ti interessava ti eccitava (…) non dico sparisce, ma è come se decadesse, si depotenziasse, attenuandosi, lasciandoti in uno stato di semi-indifferenza costante, definitiva” e l’energia residua è assorbita dal “bisogno quotidiano di massicce dosi di fiction, seriale e non” e dalla “ipercomunicazione webbica”, o si diluisce nei “social e adiacenze, nelle lunghe escursioni in youtube, negli sterminati enigmi pornografici che si trovano in rete”. Già, perché “nessuna donna ti guarda più. Se non le anziane come te, che tu invece non guardi”, mentre alle ragazze “basta percepire inconsciamente le radiazioni della vecchiaia che stai emettendo, per precipitarti nella massa dei non-visti, dei non-considerati, dei non-valutati: sei fuori e lo sei per sempre”. Eppure, il desiderio continua a farsi sentire, anche se non è, spesso, “un vero risveglio, ma il sommovimento di un dormiente”, tranne quando a urgere è invece “la disperazione del desiderio che non può soddisfarsi nei modi in cui vorrebbe”, “la nostalgia degli anni in cui si era dentro la giostra sessuale della giovinezza. In cui gli sguardi delle ragazze ti colpivano in continuazione”. Sentimenti che convivono, drammaticamente, con una “sarabanda di pensieri di malattia e morte”, con i presagi della Malattia, con le avvisaglie del momento in cui curarsi sarà detto Battaglia, “secondo la cancro-retorica”. Intanto, “il come stai, un tempo convenzionale, con l’avanzare dell’età sta diventando una domanda vera, cui qualcuno risponde seriamente, vale a dire raccontando davvero come sta”.
Ad aggravare poi il senso di solitudine che inevitabilmente accompagna la vecchiaia, una distanza fra generazioni che è aumentata come mai era avvenuto prima, e si traduce, per il narratore, in “odio”: per le “loro menti disattrezzate, dove tutto galleggia senza peso” e “si è formata l’idea di merito”, di “società meritocratica”, nel frattempo identificata con una “piatta iperqualificazione, che oggi non si nega a nessuno abbia i soldi per conseguirla” e produce schiere di “cretini” annidati “soprattutto tra i qualificati e i meritevoli”, “imbecilli affamati di successo”, “eserciti di consenzienti anglofoni muniti di curriculum”. Giovani che non vogliono più saperne di quei “caca-cazzi” che “a partire dal Sessantotto e per tutti gli anni a seguire, ci hanno portato alla rovina”. Ma attenzione: i vecchi, per parte loro, non si possono dire vittime ingiustamente disprezzate. In loro – non escluso chi formula questi giudizi – non mancano “sentimenti schifosi”: “quando constato l’altrui star male, i danni della vecchiaia, o vengo a sapere della morte di qualcuno, non so perché, mi vergogno a dirlo, provo un piacere segreto, profondo e non confessabile”. Si tratta di “una sottile lurida doppiezza che definirei SPAD, Soddisfatta Pietà per Altrui Disgrazia”.

Il che non impedisce il sopravvivere di una pietas per il barbone che non vuole aiuto, per il giovane scivolato in una condizione di indigenza assoluta, per i baraccati che stanno al di là dello Stradone, ma anche per gli animali condotti al macello, per le vecchie cose usate per anni da qualcuno che non c’è più e finite nei mercatini, e per i libri soprattutto: persino quelli che si leggevano negli anni Settanta oggi giacciono invenduti sulle bancarelle dell’usato.  

Storia di sé, degli effetti che l’età induce, ma mai storia individuale quella che troviamo in queste pagine, indissociabile da quella collettiva di un “ceto medio terminale”, di “un Grande Ripieno, in cui tutti si mescolano con tutti. Non è il reddito ad aggregarli, ma una comunanza culturale (…) tutti insieme anestetizzati da una comune aspirazione alla sicurezza economica e fisica (…) da una verniciatura di pensiero civile, apparentemente corretto e televisivo, che nasconde la solita inestirpabile natura brutale e ferina che potentemente emerge sempre più spesso e sfacciatamente in circostanze in cui questa medietà sociale universale si sente minacciata nelle due principali sicurezze di cui sopra”.

Una “rozza immagine”, di mano dell’autore stesso, rappresenta “un panino a tre strati”: fra quello sottile che sta sopra, lo strato dei “ricchi e potenti” e l’altro, di maggior spessore, che si trova sotto, quello dei “poveri e emarginati”, sta lo strato più alto, quello del Ripieno sociale, che nutre lo strato di sopra e lascia percolare verso il basso “una piccola porzione di ricchezza”. A succhiare risorse ovunque è però una “rete criminale estesa ramificata” al punto di attraversare ogni strato del panino. È questa la struttura che caratterizza il “corpo sociale” nell’epoca della “post-politica”, nell’Era della democrazia fredda”, in cui “destra e sinistra sono diventate quasi uguali, come negli USA”.

Qual è il tipo umano, quali i modi di pensare, i comportamenti che corrispondono a questa situazione?

foto di Francesco Pecoraro

Torniamo al punto di partenza, all’osservatorio dello Stradone: quelle che vi si muovono sono “presenze umane diacroniche, solo apparentemente viventi nel medesimo intervallo spazio-temporale”, come le galassie individuate dal telescopio spaziale Hubble, che vediamo anche se nel frattempo morte o profondamente trasformate o disperse. Presenze umane, dunque, che sono “in realtà lontanissime tra loro come mentalità percezione e visione del reale contemporaneo”. Uniche occasioni di comunicazione, le chiacchiere al bar Porcacci, il bar del quartiere, e la Squadra, “ultimo ente simbolico che ci dà il senso di appartenere a qualcosa”, essendo il tifo “restato da solo a compensare la dis-appartenenza politica, la deideologizzazione generale”. Ma, occorre notare, il loro tende a confondersi con il noi. Sono, gli altri, gente da cui non ci si può aspettare più nulla e che pure vale la pena di osservare, ascoltare soprattutto, perché se ne è parte, perché un’irrinunciabile onestà verso se stessi costringe all’immedesimazione. Non necessariamente all’empatia però, che finirebbe per scivolare nell’autoassoluzione. Meglio limitarsi ad ascoltare perciò, riportando mezze frasi e sprazzi di dialogo come infratesti che ora completano con una qualche pertinenza il discorso ora lo spezzano come intrusi, ma sempre rendono – non di rado con effetti umoristici irresistibili – il tenore delle relazioni e degli scambi che intercorrono fra i “cetomediocri” (“C’ho invortini de verza./Te sembro tipo da invortini de verza?”, “So’sòrdi nostri”, “Saa so’cercata”, “Bello ’sto marzupio”…). Sono i pensionati che si lasciano “dragare” i soldi che ricevono dallo Stato da slot e bingo e Gratta & Vinci, “umiliati da un presente misterioso, incomprensibile, contro il quale talvolta, soprattutto se in branco, ringhiamo confusamente”. Un presente in cui tutti e tutto appaiono falsi, anche “i convincimenti, imbottiti di falsa buona coscienza”, ma “l’autenticità non è necessaria per la gente dello Stradone” alla quale interessa solo “restare vivi. Conseguire un vivere senz’altro scopo che restare vivi, per sedere al Porcacci il più a lungo possibile” e “rimettere in circolo, attraverso il consumo, il denaro pubblico affidatoci con la pensione”. Egoismo sociale e indifferenza a tutto: vada come vada il mondo, “a noi bastano altri dieci, massimo quindi anni di calma, anche relativa, e di pace anche falsa e parziale” perché, anche se l’abbiamo pensato, “il mondo non era migliorabile per via politica, l’abbiamo capito tardi, ma l’abbiamo capito. Intanto dateci la pensione.” “Razzisti involontari” con i “bangla” – dal canto loro, “chiusi nella loro capsula culturale” e nel loro desiderio di “roba e benessere occidentali” – che ti fanno benzina o ti servono nei loro negozietti aperti sempre.  Clienti assidui e razzisti di fatto, questi pensionati, membri di quella “nuova classe sociale dei Persi nel Tempo”, degli “Abbandonati per Istrada in un punto del tardo Novecento”, “Al di fuori della fiction assuefatti a qualsiasi cosa: incidenti, attentati, immondizia…”. Suscettibili se mai, in parecchi, ai miti e alle pratiche della “de-anzianizzazione”: e allora ecco l’abbigliamento giovanilizzante, ma soprattutto – secondo la norma imperante delle tre effe enunciata da Tommaso Labranca, autore di riferimento di Pecoraro: fitness, fashion, fiction – la palestra, “moschea laica” di “cazzoni novecenteschi” cedevoli alla dilagante cultura del corpo per la quale “farsi gli addominali, porca madosca, è il primo imperativo categorico subito dopo il restare vivi”.

Si può anche non andarci in palestra, ma facciamo lo stesso parte degli uomini e delle donne cui “sembrava di non essere negoziabili e invece siamo stati negoziati, in un dissenso di superficie, ma con un sostanziale consenso a un agio relativo”, a un consumo che si fa metro e sostanza dell’esistenza e si rappresenta nel “supermercato sempre aperto illuminato riscaldato e costantemente rifornito ci ciò che sono convinto che mi serva, di cui sono stato addestrato ad aver bisogno”. E del resto, perché impuntarsi a vedere nel centro commerciale un non luogo anziché l’unica agorà rimasta, in un tempo in cui il discorso pubblico si è fatto “non-discorso”, “sempre lasciato aperto come un rubinetto spanato”, e più ci si guarda intorno e più si vedono solo “segni di desertificazione politica”?  

Desertificazione cui non è estraneo e dalla quale non è certo stato risparmiato il Partito, entrato già nel Novecento in “una fase di trasformazione auto-annullante che ancora dura”, “un Partito che ormai appartiene a estranei”, anche se non è a una simile involuzione che si può attribuire ogni responsabilità: a ben vedere, si deve risalire agli anni Settanta, quando “ci immaginavamo dall’altra parte, come fossimo davvero antagonisti e non invece parte di un sistema che ci prevedeva nei suoi meccanismi di ri-equilibrio, (…) di modernizzazione laicizzante di un catto-paese arcaico che andava condotto per mano verso il consenso secolare”. Ma si può andare ancora più in là, e riconoscere che addirittura la “promessa” rivoluzionaria del comunismo era “falsa”, “era falsa già nel ’17 del Novecento, non-ostante la bellezza assoluta della Rivoluzione e dei suoi intenti, non-ostante la lucidità di Lenin. Era falsa perché non aboliva il lavoro né la dominanza né l’obbligo del consenso né in definitiva la condizione operaia”, senza dimenticare gli anni che seguirono, gli anni dello stalinismo, “esecrabili si dichiarò ufficialmente negli [anni] Ottanta, quando tutto era ormai finito. Però lì, nell’Impero d’oriente, in forme diverse ma non tanto, tutto dura, lo sappiamo.” Come sappiamo bene che quella in cui viviamo è “L’Era delle Stragi”, anche se “restiamo ormai abbastanza freddi rispetto al quotidiano flusso informativo sul rito di sangue”, limitandoci a dire, come si sente dalle parti dello Stradone, che “So’ barbari. Genti che (questo lo penso io) vivono in uno stadio di civiltà che precede di mille anni quella occidentale, che hanno una visione normativa e fatale e divinata della vita e dell’ultra-vita”. Il fatto è che – nonostante il presente ci sembri “l’avvisaglia di qualcosa di più grosso, di terribile e sanguinoso, qualcosa che accadrà e sarà contro di noi” – siamo “nutriti di istantanee drammatiche da un lato, e di servizi giornalistici carenti dall’altro” e quindi “anche volendo (lo vogliamo?), non riusciamo a farci un’opinione su quanto accade”. E non solo sul “conflitto tra noi e i popoli delle Sabbie”: vivere nel “post-tutto” significa non capire, prendere atto che la realtà, vicina e lontana, in cui siamo calati è “sostanzialmente un mistero che resterà tale ancora per un bel po’, forse per sempre, nel senso che sarà compreso solo dalle macchine superpotenti che prima o poi costruiremo, o che più probabilmente si auto-costruiranno.” Questa la constatazione cui approda la sensazione, disseminata nel testo sin dalle prime pagine, di “non aver capito niente”, “niente dei motivi per cui gli altri esistono e agiscono”; di non sapere perché convenga avere “cognizione di ciò che in ogni caso non possiamo capire”, dal momento che “un quadro esatto di ciò che sta accadendo non ce l’ha nessuno” e noi – noi bianchi anziani quantomeno – siamo ciò che è stato” e “ciò che è non lo possiamo capire”.

Quel che sappiamo è tuttalpiù che il Ristagno in cui viviamo non è destinato, come potrebbe sembrare, a durare per sempre, perché “alla fine, una volta morti, la materia di cui siamo fatti può tornare nel grande calderone universale (…) gli atomi di carbonio del pensionato si mescoleranno a quelli dei capezzoli della barista (…) della sedia del dehors del Porcacci, della ristampa in inglese dei Quaderni del carcere. Il Ristagno è comunque provvisorio. Ci aspettano grandi cose”.

Lo stradone – ha osservato Guido Mazzoni – non parla di Roma: parla di ciò che Roma, oggi, permette di capire”, ma per farlo lo scrittore è partito dalla microstoria e dall’osservazione minuta della realtà sociale che lo attornia, raccogliendo testimonianze documentandosi – si veda la nota bibliografica finale – come faceva Zola.

Uno scrittore, Pecoraro, che per restituire il frutto del suo lavoro usa una lingua ibrida, infarcita dei modi del parlato e continuamente oscillante fra registri diversi, evocando inevitabilmente il gusto di Gadda, il Gadda del Pasticciaccio soprattutto; uno scrittore che nutre il proprio discorso della distanza che sente separarlo da chi gli sta attorno, richiamando, nella rabbia amara che a tratti lo prende Bernhard, se Bernhard si fosse sentito salisburghese quanto i salisburghesi che detestava.

Un romanzo che non si conclude, che si interrompe piuttosto, o meglio: che l’autore “(chiude) per sfinimento” ma che avrebbe potuto continuare, che continuerà forse, riprendendo i temi e le idee che ci ha proposto e che a loro volta avevamo intravisto già nel precedente La vita in tempo di pace.

Una scrittura, in conclusione, che ha lo scopo opposto a quello che la letteratura molto spesso (sempre più?) si propone: una scrittura che non ha per fine né aiuta a metter fra parentesi il presente, o a fuggirne; che non cerca di metter ordine nel disordine del mondo né di guadagnare, e indurre nel lettore, l’illusione di un superiore distacco critico dalla realtà, ma che, al contrario, si pone come mezzo di un’adesione priva di infingimenti e avara di distinguo al tempo in cui viviamo, di un riconoscimento lucido ma non ripiegato su se stesso della catastrofe che per essersi consumata non cessa di manifestarsi, ad ogni livello, senza risparmiare nessun luogo, nessun ambito di vita. Nessuno, dovunque e comunque viva.

L’eredità

Le luci della sala si sono spente, e siamo rimasti al buio: lo schermo non si è illuminato. È nero. Il film però è cominciato, senza immagini. Solo un rumore. Il rumore che facevano i treni fino a non molti anni fa. TuTUM-tutum… TuTUM-tutum… TuTUM-tutum…
Quando l’immagine appare vediamo un signore, un vecchio, più in là dei settant’anni, che tiene un libro in mano, aperto, ma sta guardando fuori dal finestrino.
Il treno non è di quelli di oggi, appunto: ci sono ancora gli scompartimenti. Roba di una quindicina d’anni fa almeno.
Davanti al vecchio c’è un bambino. Lui non guarda i tralicci, i capannoni, i campi piatti e deserti che scorrono di fuori. Non distoglie lo sguardo da quello che tiene in mano, ma non ha pagine da girare. Sta giocando. Un videogioco. Guarda fisso e schiaccia, ora sul lato destro ora sul sinistro della scatolina di plastica rossa che tiene fra le mani, emettendo di tanto in tanto, sottovoce, qualcosa di simile agli urli della folla allo stadio quando fanno goal. Gioca e mastica. Ai suoi piedi la carta del chewing gum che ha in bocca.
Accanto a lui siede una donna, giovane, sottana corta e stivali, un maglione con dei brillantini che disegnano un fiore sulla lana lilla. Parla al cellulare. Sbocconcella un biscotto, l’ultimo, la scatola che c’è sul sedile, vicino alla borsetta, sembra vuota. L’uomo seduto verso il corridoio invece ascolta, soprattutto. Il cellulare all’orecchio anche lui. Si direbbe addormentato, non fosse per il cenno di assenso che ogni tanto fa, a intervalli regolari, e per i sorsi che ogni tanto dà alla bottiglietta di plastica che tiene fra le gambe.
La voce della donna però non si sente. Solo quel TuTUM-tutum… TuTUM-tutum…
Forse il regista vuol farci capire che non c’è nient’altro da sentire.
E poco da vedere anche, si direbbe: lo schermo è di nuovo buio.
Dev’essere uno di quei film in cui tra una scena e l’altra succede così.

Adesso il vecchio è solo. La famigliola è scesa, a quanto pare. Fuori scorrono case adesso, condomini. Un muro di finestre chiuse.
Il professore – un professore in pensione: non può essere altro – legge. È alle ultime pagine. Non stacca gli occhi dal libro, vuole finirlo prima di arrivare, si direbbe. E difatti si intravede la tettoia nera della Centrale, a Milano, quando lui chiude il libro, e rimane a guardarne la copertina. Ma si riscuote, il treno si sta fermando. Toglie dalla reticella il soprabito e la borsa – sì, anche dalla borsa si vede che dev’essere stato un professore. La apre, resta un attimo a pensare, incerto. Poi la richiude e il libro lo mette sulla reticella. Si infila il soprabito, prende la borsa. Il libro lo lascia lì.

Buio.

Era sceso. O così abbiamo immaginato. E invece, dopo l’intermezzo di buio, eccolo di nuovo lì, seduto al suo posto, ancora sul treno. Ma l’immagine si dissolve e lascia il posto a un’altra, sempre di lui, nel suo studio, immaginiamo, a casa sua. Un flash back, è evidente.
È vestito come l’abbiamo visto prima. Giacca spigata marrone, camicia bianca e cravatta di lana, sul verde. Uno non sta vestito così in casa: sta per uscire, per andare alla stazione a prendere il treno che sappiamo. Deve andare a Milano. Anche questo ci è già stato detto.
Ma intanto è lì che guarda gli scaffali pieni dei suoi libri, come se ne cercasse uno in particolare. Dà un’occhiata all’orologio, poi torna a scorre i titoli sulle coste dei volumi.
Non ce n’eravamo resi conto subito. C’è una musica di sottofondo. Un pianoforte. Satie, inconfondibile: non sta succedendo niente di particolare, ma è appunto questo che accade per lo più, e non è mai esattamente lo stesso, anche se potrebbe sembrare. È Satie, non c’è dubbio.
E sulla musica entra adesso una voce. Non è la voce del professore, non ci fa sentire quello che pensa. Parla di lui: è una voce narrante. Gli scompartimenti sul treno, una voce che racconta… È proprio un film che vuole evocare un clima d’altri tempi. Tempi non lontani, ma che lo sembrano, come se fra allora e oggi fosse successo qualcosa che la musica di Satie non potrebbe dire.

«Si è alzato di buonora, il professor Bartolomei – ecco, avevamo visto giusto: è un professore – , un’abitudine presa in decenni di scuola – in pensione, appunto. Deve andare a pranzo dal figlio. Il pranzo che  precede le vacanze estive: andranno tutt’e tre, lui, la moglie e la bambina, a Rapallo, come ogni anno. Nella villetta in cui il professore non ha più messo piede da quando sua moglie se n’è andata. Una malattia di cuore, scambiata per una semplice aritmia. Una malattia grave, favorita da un’accertata familiarità, hanno detto i medici. Dopo. Anche il padre di lei era morto nelle stesse circostanze.
Non ha mai viaggiato senza un libro, il professore. Il treno gli è sempre sembrato un posto ideale per leggere. Non il giornale, un libro. A volte si è affidato al caso e ne ha acquistato uno all’edicola della stazione. Un libro che, anche se parlava d’altro, sapesse già di treni, di viaggio. Poi, molto spesso, la sua scelta è caduta su un Simenon, o su un libro di poesia. Kavafis l’ha letto per la prima volta in treno. Nel chiuso della sua stanza non sa leggere poesia. È come se i versi avessero bisogno di essere accompagnati dal movimento, per lui. Un movimento cui affidarsi tranquilli.
Stamattina no, sentiva che il libro doveva essere uno dei suoi. Meglio se uno di quelli comprati e mai letti.  Mai, aveva pensato, e s’era reso conto che una volta avrebbe detto non ancora. E in preso da queste riflessioni i suoi occhi continuavano a scorrere i titoli senza vederli.
Quei libri ancora intonsi, negli anni gli erano diventati ostili. Gli dicevano della sua pretesa assurda di leggere tutto prima o poi, ma da qualche tempo anche del fatto che inevitabilmente non li avrebbe mai letti. Mai. Ma questa mattina, non sa esattamente perché, era proprio uno di quelli che cercava. Ha avuto la sensazione che in quei libri mai aperti si conservasse un po’ del futuro che ci aveva sentito nel momento in cui li aveva portati a casa, e messi lì dov’erano rimasti, per anni, e dov’erano ancora. In attesa. Senza aver mai smesso di attendere la sua mano che li togliesse dalla libreria, i suoi occhi che ne attraversassero le pagine.
Di nuovo un’occhiata all’orologio. Non gli piace arrivare all’ultimo momento in stazione.
Questo. Questo può andare, si dice finalmente, e lo mette nella borsa. L’ultimo regalo di sua moglie: una borsa identica a quella che aveva usato per anni ogni giorno e che ormai non teneva più le cuciture».

Buio, e di nuovo il TuTUM-tutum… TuTUM-tutum…
Siamo tornati sul treno. Niente più Satie.
Una scena già vista: il professore con il suo libro, ma ci dev’essere un nuovo flash back: sembra che il regista non sappia staccarsi da questo personaggio, e voglia che torniamo con lui a riconsiderare quello che fa. E dunque: il professore, il libro non l’ha ancora lasciato sulla reticella. È tuttora seduto e guarda la copertina con un leggero sorriso (questo non l’avevamo visto, prima).
Perché sorride? Ce lo spiega la voce fuori campo.
«“Si dovrebbe morire nudi, come quando si è nati: senza portarsi dietro più nulla, essendosi disfatti di tutto quello che si è posseduto”.
È stato quando è arrivato a questa frase e ha visto correrle vicino una linea a matita che si è reso conto di averlo già letto questo libro. Letto e segnato, in questo punto. Non lo ricordava, stamattina. Dunque era stata una rilettura quella che aveva fatto: è di questo che sorride. E quella frase, che già doveva averlo colpito, adesso, arrivato alla fine del libro, non lo abbandona: pensa ai suoi libri, a quelli letti e a quelli non letti. Come sgravarsene? a chi lasciarli? a chi lasciare questo stesso libro che ha in mano?»
È adesso che lo rivediamo alzarsi per prepararsi all’arrivo e, dopo esser rimasto sospeso sul da farsi, metter il libro sulla reticella.
«Il professore, – commenta la voce – è rimasto un momento a pensare: gli è sembrato di abbandonarlo, come un bambino che non si vuole tenere, che non si ha in animo di crescere. Come un esposto, uno di quei neonati che lasciavano nelle ruote degli istituti di carità. Ma non ci sono luoghi simili per i libri: si potrebbe mai abbandonarne uno sui gradini di una biblioteca pubblica?».
Sta camminando fra la gente, verso la fine del binario, ma rallenta il passo, una donna che veniva dietro di lui lo urta e gli dice qualcosa di scortese nel superarlo. La voce ci informa della ragione di quel momento d’incertezza: «S’è fermato, senza girarsi: ha la tentazione di tornare a riprendersi il libro. Ne ha pena. Ma si fa forza: ha solo anticipato – si dice – il momento in cui, prima o poi, l’avrebbe abbandonato comunque… E senza sapere di chi sarebbe stato poi, in quali mani sarebbe finito… Così succede ai libri, anche nel caso si sia deciso di lasciarli a qualcuno che resta: li tiene per un po’, magari, in uno scaffale alto, o in un armadio, ma poi viene il momento che se ne disfa, in un modo o nell’altro… E allora… tanto vale: non potrebbe far così anche con gli altri suoi libri? Leggerli, o rileggerli, e poi man mano lasciarli. Su treni, taxi, in stazioni, caffè, sale d’aspetto, uffici, negozi, su panchine ai giardini pubblici, sui banchi di una chiesa, in qualche angolo dei musei che gli piace visitare…».
Lo vediamo, il professore, scendere lo scalone della Centrale, e poi allontanarsi di buon passo, facendo dondolare la sua borsa vuota.
Si perde fra la folla che esce dalla stazione.

Buio.

Il treno è ripartito, lo scompartimento è lo stesso, ma c’è un’altra persona seduta dov’era il ragazzino con il videogioco. Una sola, non se ne vedono altre. Un uomo sui quaranta, giacca blu, camicia aperta, jeans, scarpe nere, a punta, lucidissime.
Sta leggendo e sottolineando i fogli che tiene sulla ventiquattrore poggiata sulle ginocchia. Il suono del cellulare lo interrompe: quasi a Padova – dice. No no, è in orario… d’accordo, cominciate pure… sì, prendo un taxi, ma voi cominciate, ti dico…
Ha avuto un moto di impazienza – quel tale che gli faceva fretta perché la riunione stava per iniziare l’ha irritato – e nel chiudere la telefonata, alza gli occhi al cielo. Non l’avrebbe visto altrimenti. Un libro dimenticato. Perduto. O magari scartato, perché noioso, inutile… Per un attimo ha la tentazione di alzarsi a prenderlo per vedere il titolo, ma deve finire di rileggere la relazione che farà in consiglio di amministrazione. Torna alle tabelle di dati che ha preparato.
È è stato un gran lettore di romanzi, da ragazzo. Ma poi l’università, ingegneria, e il lavoro… Sono almeno dieci anni che non legge un libro. Solo giornali e riviste. E relazioni, grafici, filze di numeri…
«Quando scende a Mestre, – ci avverte la voce che ormai conosciamo – l’ingegner Franchi si è dimenticato del libro.
E quello continua il suo viaggio. Arriverà a Venezia fra una ventina di minuti».

Buio.

Ci aspettavamo di vedere canali e ponti. Ci piacciono le storie ambientate a Venezia. Invece un’altra volta il treno. Fermo però, non si sente il rumore delle ruote che corrono sui binari.
Si vedono uomini e donne vestiti allo stesso modo, pantaloni e maglietta blu e casacca gialla. Sono quelli della squadra di pulizie. Hanno pochi minuti per sgombrare i vagoni di cartacce bottiglie e altro, prima che il treno riparta.
Entrano in due nello scompartimento che abbiamo già visto, un uomo e una donna. Lui si guarda attorno per far piazza pulita delle cose lasciate, lei passa uno straccio sui sedili.
Vara ’sti porsèi che cèso che i lasa, dice, e dal tono si sente che è quasi un intercalare, sono le stesse parole che dice fra sé ogni volta che entra in uno degli scompartimenti. La donna annuisce, ma sta zitta. Si vede che è straniera, il colore della pelle, i capelli coperti da un fazzoletto.  E anche in questo caso abbiamo indovinato: «È pakistana, Khalida, assunta per tre mesi: non sa dire una parola in italiano. L’uomo che lavora con lei però le parla lo stesso, nel suo dialetto, e lei fa come se lo capisse, in silenzio. Ma d’improvviso sentiamo la sua voce. Dice qualcosa che non comprendiamo, ma appare un doppio sottotitolo:
نہیں، مجھے دے دو
No, give me
L’uomo aveva preso dalla reticella un libro, lei gliel’ha preso di mano, e lui adesso parla in italiano, non più in dialetto: la sorpresa davanti a quel gesto inaspettato forse…
Lo vuoi tu? le dice. Ma se non capisci una parola? Be’, comunque, si vede che era destino: i libri gli ombrelli, i cappelli dovremmo portarli agli oggetti smarriti, ma io butto via tutto, non voglio grane, con quello che ci danno… Tienilo, tienilo pure… Magari tuo marito qualcosa ci capisce… Prima che lo schermo torni al suo intermezzo di buio vediamo lei sorridere, con il libro stretto al petto:
شکریہ
Thank you
dicono i sottotitoli.
E torna la voce, al buio stavolta: «No, neanche il marito di Khalida si raccapezza fra quei segni neri che riempiono le pagine. Lui, a differenza della moglie sa leggere, ma solo l’alfabeto della loro lingua, solo l’urdu. A parlare, invece, se la cava: è qui da tre anni. Pizzaiolo. Regolarmente assunto da un anno. È per questo che la moglie e i due figli l’hanno potuto raggiungere. Il maschio fa la seconda elementare, la piccola ha solo cinque anni, non va ancora a scuola.
In casa parlano la loro lingua con la mamma, ma il papà vuole che usino l’italiano. Il bambino ha fatti progressi, lo parla meglio del padre, con l’accento di lì, ma soprattutto sa leggere. Anche se non gli piace. Guarda la televisione.
La bambina invece parla solo con la mamma, e con la donna, una vicina, pakistana anche lei, da cui la lasciano nelle ore di lavoro di Khalida all’impresa di pulizie».

Torna l’immagine. La vediamo per la strada adesso, Khalida: pantaloni e camicia lunga che li copre fino al ginocchio, un velo nero a coprirle i capelli. Sembra più giovane di prima, neanche trent’anni.
Cammina svelta, due borsine del supermercato in una mano; nell’altra, il libro. Quando l’ha preso dalle mani del collega si è appena intravisto il titolo ma non siamo riusciti a leggerlo, e ora la copertina non si vede, la donna la tiene rivolta verso di sé.
La sentiamo pensare, ne riconosciamo la voce dalle poche parole che ha detto prima: Akram avrà da dire, per lui ci dovrebbe essere solo il Corano in casa. Neanche i libri di scuola di Nadim gli piace vedere in giro quando restano di qui e di là: neanche a Nadim piacciono i libri. Se non ci fosse Aisha resterebbero sempre chiusi.
Lei non sa leggere ma sta delle ore a sfogliarli. Segue con il dito le righe e dice qualcosa sottovoce. Fa finta di leggere, ma l’anno prossimo imparerà.
Intanto avrà quest’altro libro da guardare. So che lo farà.
Sorride la donna, mentre cammina sul marciapiede, fra la gente.

In sottofondo, è tornata la musica di Satie.