Rivoluzione (dal dizionario Devoto – Oli) – Ri-vo-lu-zio-ne
sostantivo femminile (potrebbe non essere un caso)
dal latino: revolutionem, da revolutus, participio di revolvere composto da re- ancora e volvere volgere. Voltare di nuovo.
1. Movimento organizzato e violento col quale si instaura un nuovo ordine sociale o politico (rivoluzione francese, rivoluzione di ottobre, …).
2. Ogni processo storico, anche graduale, che finisca per determinare il mutamento di un assetto sociale o politico (rivoluzione agricola del neolitico, rivoluzione scientifica, rivoluzione industriale, rivoluzione digitale…).
3. Sconvolgimento di costumi (rivoluzione sessuale), di abitudini (i miei figli hanno portato la rivoluzione in casa) o funzioni fisiologiche (ho l’intestino in rivoluzione…).
4. Il giro completo descritto da un corpo in movimento intorno a un altro corpo; anche, il relativo moto (rivoluzione terrestre).

 

“Morire per delle idee, l’idea è affascinante
per poco io morivo senza averla mai avuta,
perché chi ce l’aveva, una folla di gente,
gridando “viva la morte” proprio addosso mi è caduta¹…

Non credo di averlo mai veramente voluto, ma l’idea di morire per delle idee, per quanto, per l’appunto, sia affascinante e mi abbia, in qualche modo, affascinato (almeno a parole), mi ha sempre, nel mio piccolo, colpito. La retorica combattentistica e militaresca è pervasiva nel dna dell’umanità, in particolare maschile. Un richiamo all’eroismo inculcatoci fin da bambini, soprattutto dal sistema scolastico allora predominante.
La mia adolescenza e gioventù, come quella di molti altri della mia generazione, è stata pervasa da eroi, più o meno mitici, più o meno coerenti, che indicavano la via del sacrificio nel nome dell’IDEA.
La vita di noi tutti è stata toccata da morti, vicine e lontane, che hanno segnato dolorosamente la nostra storia collettiva e personale.

Su, lottiamo! L’ideale nostro al fine sarà…

Ma quanti dei numerosi morti per un’idea, magari per la nostra idea, o, peggio, per l’idea di qualcun altro, avrebbero preferito non morire, e non è giusto che siano morti.
Ma quanti, numerosi, hanno scelto, e quanti, ancor più numerosi, sono stati condannati a morire per un’idea, magari per l’idea di altri.
Ma quanti, se potessero, si chiederebbero ora: “Ne è valsa veramente la pena?
Che grande ingiustizia quando, per sostenere le proprie idee, si è condannati a essere uccisi o a uccidere.
Non sarebbe meglio se tutti potessero morire per delle idee, ma di morte lenta?

La lettura di Manuel Scorza, uno dei miei autori preferiti, mi riempiva di orgoglio per Garabombo, Raymundo Herrera, Agapito Robles ….
Ma fu La danza immobile, il suo ultimo libro prima della morte improvvisa, che mi mise di fronte, all’inizio con fastidio, solo poi con più consapevolezza, ad un dualismo irrisolto, che ognuno di noi, forse, si porta nel sacco senza mai veramente risolverlo:
Il romanzo è un contrappunto fra un guerrigliero e un ex guerrigliero. Sotto un altro punto di vista, un conflitto fra due uomini che devono scegliere fra l’Amore e la Rivoluzione. L’uno sceglie la Rivoluzione. L’altro l’Amore. Al termine della loro vita entrambi credono che l’altro abbia scelto il meglio.²

…perché forzando il passo succede che si muore
per delle idee che non han più corso il giorno dopo.
Ora se c’è una cosa amara, desolante,
è quella di capire all’ultimo momento,
che l’idea giusta era un’altra, un altro movimento…

Ho ancora in mente mio zio Evaristo (nome orribile che porto con orgoglio come secondo nome), alpinista, socialista, partigiano, imprigionato, torturato e condannato a morte. Salvatosi quasi per caso, perché il giudice del Tribunale Speciale Fascista non fece eseguire la condanna illudendosi, inutilmente, che questo gli avrebbe salvato la vita.
Lo vedo ancora con l’amarezza della disillusione negli occhi, di fronte al craxismo che avanzava e distruggeva tutto quello per cui avevano lottato e messo in gioco la propria vita.
Messo in un angolo, gettato via come anacronistico, non sapeva più distinguere se erano gli ideali ad essere stati traditi o se erano gli ideali in cui aveva creduto che lo stavano tradendo. E si domandava: “Ne è valsa la pena?”. E’ morto ottantenne senza sapersi dare una risposta.

…Gli apostoli di turno che apprezzano il martirio,
lo predicano spesso per novant’anni almeno.
Morire per delle idee sarà il caso di dirlo
è il loro scopo di vivere, non sanno farne a meno…

E li vediamo ancora oggi in giro, i nuovi profeti dell’Italia agli italiani, del non passa lo straniero, dell’Italia 2.0 o i profeti della lotta continua, convinti che un po’ di guerriglia urbana e qualche bomba carta siano la migliore soluzione ai problemi.
Tutti pronti, con linguaggio rabbioso e guerresco, a perorare il linciaggio del momento, ad eliminare il nemico che gli si oppone o, più semplicemente, chi non si adegua al loro pensiero “unico”.
Alcuni di loro pronti tra qualche tempo, consapevolmente o meno, al cambio di bandiera. Che predicano con veemenza di come quello che pensano ora è giusto, e se cambieranno opinione sarà di nuovo giusto, mentre tu che vuoi ragionare, pensare, capire, cambiare idea alla fine di un percorso, sei solo uno che rimane ancorato all’antico, un nostalgico, uno da eliminare… perché cerchi un po’ di coerenza tra quello che fai e quello che pensi e non ti lasci usare.
E ti senti inerme.

…E sotto ogni bandiera li vediamo superare
il buon matusalemme nella longevità
per conto mio si dicono in tutta intimità
moriamo per delle idee, va bè, ma di morte lenta,
ma di morte lenta.

Man mano che passa il tempo, trovo sempre più fastidio, insofferenza, per chi grida e urla, togliendo spazio al ragionamento. Anche quando la pensa come me. Anche quando condivido l’obiettivo.
Più i toni si fanno retorici e feroci, i richiami evocano battaglie e lotte, più mi raffreddo.
Film già visti. A volte percorsi obbligati, più spesso corse verso il baratro.
Sono diventato, ho quasi paura a dirlo, un moderato?
A scanso di equivoci, chiarisco subito che il mio non è un invito al disimpegno, a non portare avanti le proprie idee, a non indignarsi, a non manifestare il proprio dissenso, a non agire. Ma, caso mai, ad agire in modo diverso, rinnegando il culto del martirio, la retorica dei richiami militaristi e combattentistici. Possibile che non ci sia un modo diverso?

Le grandi idee rivoluzionarie le ho abbandonate da tempo. Credo di averle sostituite con le piccole rivoluzioni del quotidiano, se così possiamo definirle. Richiedono impegno e non fanno sconti alle incoerenze: chi ti è vicino sa chi sei veramente, non puoi nasconderlo.
Non mutano in maniera eclatante la realtà, ma modificano ciò che ci circonda e, forse, mi illudo che siano un granellino di sabbia nell’ingranaggio del potere e di resistenza alla maggioranza non più silenziosa, al becero, o peggio, al fascismo che avanza.
Un piccolo vivaio in cui curare e coltivare i semi di un futuro, forse migliore, magari non per noi, ma per i nostri figli. E non è forse proprio questo il cuore di ogni Rivoluzione?

E’ per questo che, alla fine, penso di aver capito che l’unica vera rivoluzione in cui credo ancora, è quella che, nel suo continuo movimento, sembra non cambiare nulla, che ogni volta ti riporta al punto di partenza, ma diverso da prima, magari impercettibilmente, ma diverso.

Puoi cambiare camicia se ne hai voglia
E se hai fiducia puoi cambiare scarpe
Se hai scarpe nuove puoi cambiare strada
E cambiando strada puoi cambiare idee
E con le idee puoi cambiare il mondo
Ma il mondo non cambia spesso
Allora la tua vera Rivoluzione sarà cambiare tè stesso³

Vivere la vita, come una danza.
Corpi che ruotano su sé stessi e tra loro.
Un continuo attrarsi e allontanarsi.
Un continuo cambiare posto, per tornare nello stesso o in un altro punto, ma con un nuovo sorriso sulle labbra, con il sudore che cola, con una intimità che è vita.

Che sia un movimento irrevocabile o un ciclico ripristino di condizioni precedenti, le rivoluzioni, volute coraggiosamente o ineluttabilmente subite – così come quelle dei moti dei corpi celesti – segnano un nuovo punto di partenza, che ora è un nuovo anno, che ora è un nuovo spirito del tempo, avendo ripreparato il terreno per una nuova evoluzione – al modo dell’aratro che rivolge le zolle e permette la nuova semina4.

La Rivoluzione è come vivi il tempo che trascorre.
Che cambia e trasforma te.
Che cambia e trasforma chi hai intorno.
Che cambia e trasforma il mondo.

Evviva la rivoluzione
Evviva le rivoluzioni terrestri!

[1] Morire per delle idee, di George Brassens, tradotto da Fabrizio de Andrè.
[2] Manuel Scorza, La danza immobile, Feltrinelli 1983
[3] Vivere la vita di Alessandro Mannarino
[4] https://unaparolaalgiorno.it

Distolse lo sguardo, chiuse la porta e, la testa incassata nelle spalle, si avviò lungo il corridoio. Percorse lentamente a occhi bassi, i metri che lo separavano dalle scale, desiderando di non incrociare volti, di non rispondere a saluti. Per strada, l’asfalto era estraneo ai suoi passi, tagliente. Gli pareva di camminare in equilibrio sul margine di un dirupo. Il freddo gli feriva la faccia. Si calcò il berretto sulla fronte e sollevò il bavero del giubbotto. Si soffiò sulla punta delle dita, ma il suo fiato era di ghiaccio, come scaturisse da un gelo che gli infuriava dentro. Si ficcò le mani in tasca fino in fondo, svuotato, vittima di una calma innaturale, quasi un torpore.
I pensieri stentavano a prendere forma, sembrava dovessero farsi strada a fatica attraverso un magma troppo denso. Eppure, sentiva di dover pensare per poi poter parlare. Parlare a nessuno di preciso, parlare a sé, nominare gli eventi per renderli reali, perché sono le parole che fanno la realtà. Forse, sarebbe stato più facile cominciare dalle parole per ottenere pensieri, frasi che rimorchiassero un senso da dare a quella notte di disperazione, di pioggia e di furore, all’irreversibilità del fatto.
Il buio cominciava a sbiadire al ritmo del suo cammino, brandelli di discorsi gli affollavano la mente: giustificazioni, buone ragioni che si sarebbero potute mutare in un’assoluzione. Frasi brevi si spintonavano nella sua bocca, pronte a rotolarne fuori liberandolo. Lentamente e coraggiosamente le labbra gli vennero in soccorso e si scostarono l’una dall’altra pronte ad emettere suoni. Ma la lingua restava inchiodata al palato, immobile.  Quella lingua di serpente che sapeva fare in quattro un capello, precisare puntigliosamente, accusare, correggere, analizzare, ora giaceva inerte, impantanata, pavida, come se qualcosa l’avesse sopraffatta.
Cercò di schiarirsi la mente, provò a contrarre i muscoli del viso nella speranza che il fiato facesse vibrare le corde vocali.  Cercò di gridare, ma le labbra si muovevano senza che ne uscisse alcun suono. Come quando si cerca di urlare in sogno e il silenzio sommerge la voce.
Il primo sole era tagliato in due dalla linea dell’orizzonte, mentre il suo viso, indurito dallo sforzo si faceva esangue, gli occhi parevano oscillare liquidi nelle orbite, alla ricerca di un appiglio cui ancorarsi.
Le parole battevano in testa e gli ingolfavano il cervello, sospinte da un vento impetuoso.
Ora, le frasi si erano agglutinate in ricordi, incursioni nel passato, pallide assunzioni di responsabilità, ma si fermavano sulla superficie della lingua, anzi dentro quel muscolo che le custodiva, forse per trattenere in sé l’evento, per riportare indietro il tempo di qualche ora, a prima del fatto.
Il cielo sembrava abbassarsi per schiacciarlo, per cementarlo al suo gesto e il fiato gli si faceva corto. Allungò il passo. Ora le parole gli scavavano buchi nel cranio per poter emergere in qualche modo, perché non ci stavano più dentro la lingua turgida. Provò ad ascoltarne l’eco profonda e le sentì sgocciolargli dentro fino a penetrargli nel sangue, come fossero pronte a raggiungere una meta. Protese le mani a coprire le orecchie per non udire, perché se le avesse ascoltate, le parole si sarebbero gonfiate dentro la sua bocca e ne sarebbero ruzzolate fuori, estranee, spaventose, esigendo il suo ascolto e il suo giudizio. Aveva bisogno di quelle parole, anche se lo facevano tremare in preda a un senso di raccapriccio.
Il marciapiede oscillò sotto i suoi passi e gli parve d’inciampare.
C’era come una presenza in quella strada, qualcuno che sapeva, un occhio immenso che aveva visto tutto e che, come un pugno di fuoco, gli frugava dentro per fargli sputare il rospo, per condannargli l’anima. E quell’occhio imperioso esigeva parole.
Ma la lingua restava muta. In alcuni momenti sembrava difenderlo dal macigno che gli gravava addosso trattenendolo dentro di sé, in altri sembrava percuoterlo come una scudisciata, squadernando ciò che aveva fatto, quel gesto orribile e pietoso che si allargava in una massa acquosa impronunciabile.
Le sopracciglia si contraevano ritmicamente in movimenti impercettibili d’angoscia. Ora, la sua bocca pareva trattenere a fatica un urlo, la lingua lentamente si staccava dal palato. Voleva parlare, parlare del fatto fino a scorticarsi la gola.

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Piccino

24/04/2018 | Scritto da Mariagrazia Fontana | (0 Commenti)

Se ne stavano seduti sotto un cedro assonnato, nella speranza che quell’ombra ampia attenuasse la calura, ma la loro pelle brillava di sudore misto a quella polverina bianca, sabbiosa e sottile che si solleva dalle strade sterrate anche se solo la si calpesta.
Hassan non mi piace questo posto che chiami città, fa troppo caldo, un caldo che si suda, non come da noi su in montagna.
Devi avere pazienza piccino – rispose il fratello – ancora poco, poi tutto andrà a posto.
Non gli piaceva quando lo chiamava piccino. Era vero Hassan era il maggiore, quasi un padre, ma lui Jaued aveva appena compiuto tredici anni ed era ingiusto continuare a chiamarlo piccino. A volte credeva che suo fratello diminuendolo lo tenesse lontano, gli attribuisse un posto basso nella gerarchia della famiglia, per restare lui sopra, a fare il capetto.  A giorni invece era portato a credere che fosse l’affetto a muovergli la lingua, un affetto muto e ruvido, ma vigoroso.
Erano gli sguardi di Hassan che parlavano per lui, sguardi che lo tenevano d’occhio, che lo accudivano a modo loro, attento a che non si mescolasse con brutta gente. Era lui che gli aveva insegnato a lanciare sassi per difendersi dalle bande dei ragazzini tagiki che non vedevano l’ora di insultare e di deridere. Lo affiancavano quando usciva da scuola, sempre in gruppo. Bel coraggio, sei contro uno. Ma a lui veniva richiesto di dimostrarlo il coraggio, e lui, anche grattando nelle tasche, ne trovava pochino. Era la paura che abbondava, che fluiva a fiotti, come il sangue che colava dal naso al primo impatto con il bastone brandito dai cuccioli della tribù ostile.
Perché era fatto così il suo paese: poveri, straccioni e tutti divisi a farsi la guerra. Che forse la maggior parte di loro s’era pure scordata la ragione dell’odio, era un litigare che aveva messo radici nelle ossa, uccidersi per puntiglio, più che per quel pezzo di deserto che non dava frutti. Perché quando comincia un conflitto, poi è dura fermarlo, va avanti di generazione in generazione, di offesa in offesa, si incancrenisce e avvelena la vita di chi perde e di chi vince.
Era Hassan che gli aveva insegnato ad incassare, a proteggere la pancia, che se colpivano quella si poteva morire, così come la testa.  Meglio che si ostinassero sul naso, che non era mai stato gran che diritto. Ma fuggire no, ne andava dell’onore della famiglia, della tribù, dell’Afghanistan tutto. Perché loro erano pashtun e bisognava andarne orgogliosi.
Jaued era un ragazzino sottile, i capelli neri incollati alla fronte, occhi vivaci puntati come spilli mentre osservava il mondo sempre a bocca aperta. Curioso ma fragile, da sembrare a momenti un pulcino sperduto. Era Hassan che aveva il potere di farlo sentire tranquillo.
Jaued scavava con le scarpe nella sabbia e, giusto per farlo arrabbiare, la ammonticchiava sui piedi del fratello che continuava a vederlo piccolo. E lui allora faceva il piccino dispettoso.
Hassan lo guardò storto, arricciando un poco il suo naso adunco che sembrava gocciolargli in bocca e, sotto il cielo lattiginoso, la sua faccia si fece seria lasciando affiorare la preoccupazione, o forse proprio la paura.
Hassan anche tu a volte hai paura? gli chiese a bruciapelo, parlando a precipizio, un po’ per mortificarlo, un po’ per sentirsi meno solo nel fiume della sua paura.
Hassan guardava la terra, e stringendosi nelle spalle rispose Sì, quando cala il coprifuoco e tu e gli altri fratelli continuate a giocare in cortile, ho paura perché tocca a me proteggervi, tenervi in vita finché tornerà nostro padre. Sono io l’uomo in sua assenza.
Mamma mia quante arie che si dava, pensò Jaued, solo perché aveva qualche anno di più faceva il gradasso. Ma lo sguardo del fratello non aveva nulla del pavone, aveva più del coniglio braccato, al massimo della lepre. Sì la lepre andava bene per lui che amava correre come un pazzo, che sgattaiolava il mattino presto fuori casa per allenarsi e migliorare i tempi, come diceva lui sognando le olimpiadi. Che poi tornava fradicio con le braghe lunghe sdrucite, perché da tempo neanche i maschi potevano indossare i pantaloni corti. Femmine a capo e viso coperto e chiuse in casa, e maschi barbuti con maniche e pantaloni lunghi.

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XY genotipo maschile che, nella maggior parte dei casi si esprime in un fenotipo maschile, cioè dotato di caratteri sessuali secondari da maschio: testicoli, prostata, pene e distribuzione pilifera specifica.
XX genotipo femminile che, nella maggior parte dei casi si esprime in un fenotipo femminile, cioè dotato di caratteri sessuali secondari da femmina: ovaie, utero, vagina, vulva, mammelle e distribuzione pilifera specifica.
La genetica è scienza diversa dall’antropologia, eppure entrambe si sono chieste se il secondo cromosoma sessuale maschile, cioè la Y, potesse essere il segno del comando, se in quella letterina, in quel simbolo si concentrassero tutta l’aggressività, la virilità, il potere, il dominio, la volontà di controllo, in una parola il patriarcato.
Biologismo versus culturalismo! Arriviamo sempre lì.
Bisogna anche dire che le genetiste femministe hanno sostenuto, nel secolo scorso, che quella Y fosse in realtà una X mancante, frutto di una delezione cromosomica che aveva amputato una gambetta dell’identità sessuale, mettendo al mondo una femmina dotata di protesi, eppure monca.
Ma a ben vedere, chi una Y la possiede, possiede pure una gambetta in più rispetto a noi XX. O, se proprio dobbiamo dirla tutta, alcuni una gambetta, altri una gambina,  altri ancora una gamba, o al più una signora gamba e, quelli che credono che la sessualità sia tutta lì, un gambone della madonna.
Dunque, la genetica non può dire con esattezza come stiano le cose. Se sia nata prima la X e poi la Y, come il simbolo scritto farebbe pensare, o se siano venute al mondo in contemporanea, perché l’una senza l’altra non si reggevano, non si bastavano proprio. E allora i protozoi si sono fatti pluricellulari, le cellule mesenchimali si sono differenziate e il corredo genetico si è stabilizzato in ben due generi: XX e XY.
Questo fino a quando i geni delle nuove teorie non hanno cominciato a ipotizzare che il genere non esista, che siamo tutti maschi e femmine in potenza. Come se l’utero fosse un fenomeno culturale! Che forse hanno paura del corpo che abitano, o peggio ancora preferiscono vivere nell’indeterminatezza, nel neutro.
Chissà che ne direbbe il professor Freud, che forse di bestialità ne ha già dette abbastanza, nelle sue geniali pensate?  Perché, proprio per dirla ancora tutta, l’invidia del pene è proprio una grande cazzata, per stare in tema. Che io, quel coso lì in mezzo alle gambe non glielo invidio proprio. Chissà che scomodità quell’appendice pendula, quella spugna rivestita da muscoli a volte ipotonica, a volte ipertonica e comunque sempre da tenere d’occhio perché altrimenti piscia sull’asse del bagno.
Lo dico sempre ai miei colleghi maschi: tenete a bada il cobra quando fate pipì, o se proprio non riuscite a centrare il water, almeno pulite.
Che loro si credono di avere chissà che cosa in quei cunicoli vascolari, tutta la genialità della scienza, il coraggio del soldato, l’astuzia del politico, la precisione e la decisione del chirurgo e potrei continuare per ore.
Sarà per questo che i poeti vengono considerati un po’ checche. Come se sentimenti, emozioni, tonalità dell’animo fossero solo femminili.
Mi viene il dubbio che ne abbiano paura, che siano costretti ad averne paura, vittime di un maschile imposto che mette la sordina a tutto ciò che non è testosterone purissimo.
Prova ne è il fatto che, chi di noi XX abbia mai provato a raschiare un po’ la crosta, è anche riuscita a trovare tesori di sensibilità sotto. Ma sotto sotto, perché loro li celano molto più profondi di noi, sempre per via di quella paura di non si sa cosa, che chiamano coraggio.
E se la vedano poi loro, che noi i nostri guai ce li siamo arati e vangati da sole, quelli che attenevano a ovaie e utero nostri, e anche quelli che avevano a che fare con  l’organo loro. Perché, che si ricordino bene, di caverne sostenute da muscoli si tratta, non di osso, anche se a tratti, nei momenti di gloria, qualche dubbio potrebbe sorgere.
Ma non si montino la testa perché l’aspetto dell’osso dura per quel tanto, e poi rieccolo quell’organulo floscio, quella pelle sovrabbondante, rugosa come la faccia d’un vecchio.
Certo, a ben vedere quelle X e quelle Y si incastrano proprio bene e l’anatomia dà accesso a fantastiche combinazioni. E’ che essere diversi non è poi male. Si può discutere, litigare, alzare la voce, avere ragione e torto, provare a guardare con lo sguardo dell’altro senza riuscirci, fare la pace, capirsi senza parlare, pensare alla stessa cosa nello stesso momento, grattarsi le croste, tenersi su a vicenda quando si inciampa, condividere il tempo e a volte anche lo spazio senza esagerare, sciogliere paure, sperimentare il coraggio, insegnare a guardarsi dentro imparando a tollerare il fuori.
Si può perdere la testa, impazzire d’amore, vivere nel desiderio dell’incontro di quell’Y del cazzo, appunto, che ti offusca il self control e ti scombina i piani. Si può averne nostalgia. Si può continuare ad amarsi per anni e anni, per decenni e ventenni, perché come dice bene la Gualtieri

Tu sei del mondo la più cara forma
Tu sei il mio essere a casa
Sei casa, letto dove
questo mio corpo inquieto riposa.
E senza di te io sono lontana
non so dire da cosa ma
lontana, scomoda un poco
perduta, come malata,

…allora tu sei la mia lezione più grande
l’insegnamento supremo.
Esiste solo l’uno, solo l’uno esiste
l’uno solamente, senza il due.

E che i neutri vadano al diavolo.

Una bella bionda

24/04/2018 | Scritto da Mariagrazia Fontana | (0 Commenti)

G. era una bella bionda, di quelle che fanno girare gli uomini per strada: alta, sottile, ma con tutto quel ci voleva al posto giusto. Non saranno state proprio novanta-sessanta-novanta le sue misure, ma credetemi, non le mancava proprio nulla. Magari, a ben guardare, proprio per voler essere critici a tutti i costi, forse abbondava un po’ sui fianchi, ma pochi centimetri, impercettibili, che solo lei riusciva a misurarsi addosso in quel suo continuo specchiarsi e rispecchiarsi, mettersi creme e pettinarsi.
Curava ogni particolare: mani con unghie perfettamente convesse, costantemente dipinte di rosso. E i piedi, da non credere, due piedini piccoli in relazione all’altezza, da far dubitare che glieli avessero fasciati nell’infanzia secondo l’antica tradizione della Cina Imperiale. Piedini morbidi, senza la minima callosità, un poco paffuti forse, ma anch’essi curati. Lei ne era orgogliosa e non perdeva occasione di mostrarli, indossando sandali con tacchi a spillo o decolté ardite che lasciassero intravvedere il più possibile di quelle appendici preziose, che incredibilmente la reggevano.
Così issata coraggiosamente su dodici centimetri di tacchi, se ne stava in piedi per otto ore di seguito nel grande magazzino in cui lavorava, correndo da un reparto all’altro, sorridendo alle clienti, chinandosi per sfilare scarpe, o sollevandosi sulle punte per afferrare calze dall’ultimo ripiano. Senza mai cadere, senza distorcersi neppure una caviglia. Un equilibrio strabiliante, così come la pazienza che metteva in campo con tutte le donne incontentabili che affollavano il negozio.
Alcune la mettevano veramente a dura prova: prima indossavano un capo e poi un altro, poi tornavano al primo, per essere di colpo attirate da un terzo di fattura completamente diversa dai primi due, per poi scivolare verso un quarto. E non mancavano quelle che la maltrattavano, con una sorta di maleducazione crudele a svelare l’invidia per non essere altrettanto belle, o altrettanto alte. Lei non ci badava, neanche faceva cenno di avere udito: meglio passare da stupida che portarsi a casa il rimprovero del capo reparto.
Che tanto lei, stupida non era proprio. Perché non è vero che le belle sono cretine, questa diceria la mettono in giro le brutte. Lei era intelligente, sapeva osservare, non le scappava nulla dell’animo umano, dal tono di voce presagiva un conflitto, intuiva tresche in semplici sguardi. Forse per questo le colleghe le confidavano le loro pene, perché lei sapeva ascoltare, capire senza l’ombra di un giudizio. Anzi lei assolveva sempre, scovando attenuanti, buone ragioni, anche per quella che non perdeva il vizio di andare a letto con tutti.
Di uomini ne aveva avuti ovviamente, tutti la trovavano attraente e divertente. Ma nulla che fosse durato. Non per colpa degli uomini, anzi alcuni l’avrebbero voluta sposare, era lei che non si persuadeva al passo, come se l’amore non fosse mai abbastanza. Di fronte alla richiesta lei batteva in ritirata, sognando un prossimo amore sicuramente più appassionato, che l’avrebbe finalmente coinvolta facendole perdere la testa.
Di amore in amore era arrivata a sfiorare i trentacinque, e ora che anche la madre se n’era andata, non aveva scuse, anzi si rendeva conto di doversi sbrigare per via di quella storia dell’orologio biologico che andava per la maggiore su tutte le riviste femminili. Perché lei un figlio lo voleva, anzi almeno due.
Fu sull’onda di quel desiderio, o forse di quel timore, che accettò il suo invito a cena. Era un bell’uomo, brizzolato, capelli un poco lunghi sulla nuca ma non troppo, elegante. Riforniva il grande magazzino di biancheria intima femminile e con le donne ci sapeva fare. Venne a prenderla con una macchina blu scuro, niente di eccessivo, non una Porche da arricchito, né una Ferrari da pappone, una Mercedes di classe, di quelle che ti danno la misura del savoir faire. Cena in un buon ristorante, chiacchiere fluide come fossero vecchi amici: un uomo che capisce le donne. Con il suo sguardo misterioso e caldo sapeva farla vibrare.
Il mattino dopo un mazzo di fiori sul posto di lavoro, da fare impazzire d’invidia le colleghe. Poi silenzio per tre giorni per tenerla sulle spine, e quando ormai era cotta a puntino, ancora un invito a cena. Niente da dire: quell’uomo ci sapeva proprio fare.

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Fatica a dire di lui, ma da giorni le formicola dentro anche l’urgenza di farlo, da quell’incontro serale a fine turno. Ha tentato la strada dell’archiviazione, ma il suo volto pallido torna a sorriderle anche in sogno. E’un ronzio costante nei suoi pensieri, radicato oltre il pensiero, in quel sentire sottile che è la sostanza trasparente su cui poggia il vivere quotidiano. Qualcosa di meno pesante di una stoffa, ma non lieve come una nuvola, forse simile alla corrente che resta attiva nell’impianto elettrico anche a luci spente. In quel flusso galleggiano i suoi occhi chiari spalancati, di un candore sorridente. E’ un sorriso incongruo quello che gli si dipinge in viso mentre il fiato non sale, mentre il debito d’ossigeno costringe i suoi bronchi all’estremo fischio d’aiuto. Allora, quando la saturazione d’ossigeno precipita, tutti i pazienti sbarrano gli occhi, il terrore si dipinge sul loro volto, le mani si stringono a serrare le lenzuola e tutto, proprio tutto il corpo è un unico intollerabile sibilo acuto.
Lui invece sorride. L’aria gli stride nei bronchi, i polmoni non si espandono, la cassa toracica si distende in cerca di un grammo d’ossigeno che gli alveoli agognano e il suo volto, da sempre pallido, si fa bluastro, le occhiaie si demarcano, la cute del torace si marezza di chiazze scure e irregolari che dilagano negli arti.
Glielo avevano spinto in ambulatorio di corsa: codice rosso, non respira più nemmeno con le branchie, dichiarava l’infermiera di triage mentre velocemente dirigeva la barella nello slalom fra un paziente e l’altro, sorpassandoli tutti perché lui, il codice rosso, stava morendo in asfissia. Aveva già in carico il codice rosso di un anziano settico più morto che vivo, e l’idea di giocare su due tavoli, entrambi scivolosi, non l’attirava. Ma non è che si potesse scegliere, ci si doveva attrezzare ad affrontare ciò che capitava, che fossero uno, due o tre. Si fa quel che si deve e niente lagne, semplicemente si corre un poco di più e si spera che la sorte conceda una tregua, prima o poi.
Si erano riconosciuti subito e subito sorrisi. Che fortuna trovare te! Era riuscito a dire fra un sibilo e l’altro. Stai zitto Umberto, non dire nulla, devi concentrarti sul respiro che adesso ti faccio ritrovare, rispose lei mentre appoggiava il fonendoscopio su quel torace scarno e scavato, registrando rantoli in alto e silenzio totale dal campo polmonare medio in giù.
Quel torace annegava nel liquido che accartocciava i polmoni riducendoli a pugni contratti. Armeggiava su quel corpo in affanno bucando, ventilando, somministrando farmaci fino ad allungargli il respiro di quel tanto utile per tenerlo in vita. Riagguantare tutto quel fiato non era pensabile. Intanto lui non aveva smesso un attimo di sorriderle e di parlarle con gli occhi. E più il respiro gli veniva concesso più i suoi lineamenti si distendevano e lui cercava di dire, nonostante indossasse la mascherina dell’ossigeno. Ci parlava dentro. Era un’impellenza che lei non avrebbe fermato, perché lui era colmo di parole che lo chiamavano impellenti, come sapesse di non avere abbastanza tempo per tutto ciò che aveva da dire.
Gli tolse imprudentemente la mascherina e lo lasciò raccontare. Parlava a precipizio, mentre lei lo ascoltava e gli contava i respiri: la sua libreria, l’ulisse, con la u minuscola come lui amava precisare, chiusa da anni, la sua nuova passione per il vino vivo, l’eterno amore per i libri che non l’aveva lasciato mai.

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Stalin

26/02/2018 | Scritto da Andrea Maria Spadini | (0 Commenti)

Mi è sempre piaciuto gironzolare tra gli scaffali delle librerie. Il più delle volte non ho un’intenzione precisa, quasi mai sono alla ricerca di un certo titolo o di un particolare autore. Preferisco guardarmi intorno, in cerca di ispirazione. Con metodo, però. Prima gli espositori delle novità, poi le mensole che reggono il peso dei classici. Quando la copertina di un libro attira la mia attenzione, variabile a seconda dell’umore del giorno, mi ci soffermo, guardo chi lo ha scritto, leggo il retro o la quarta di copertina. Se mi intriga lancio un’occhiata al prezzo, lo annoto mentalmente e proseguo nel mio sopraluogo. Di solito completo il tour prima di decidere cosa e se acquistare, ma è raro che io esca senza almeno un titolo sottobraccio. Quando mi capita di incrociare la nuova pubblicazione di uno dei miei autori preferiti, la scelta può rivelarsi più rapida, ma non è questa la norma e non sono molti gli scrittori a cui riconosco questo privilegio.
E poi ci sono i libri che fanno eccezione. Quelli che, per una ragione tutta loro, non vogliono stare alle regole, che quando mi arrivano tra le mani si rifiutano di abbandonarle, che reclamano il mio interesse e che pretendono di essere letti, se possibile d’un fiato. In quei casi, si va alla cassa e via.
Durante una di queste mie ricorrenti visite in libreria, un giorno non meglio precisato dei primi anni del nuovo millennio, mi sento improvvisamente attratto dalla copertina di un libricino esposto tra le novità. Poche copie, posizione marginale. Il disegno in bianco e nero riproduce la scena più nota di uno dei film che maggiormente ho amato da ragazzo, Il mucchio selvaggio, grandissimo western crepuscolare della fine degli anni ‘60. Il libro si intitola La banda Bellini.
“Il mucchio… ma dai… è parecchio che non lo rivedo… uno di questi giorni, magari… e poi, questo titolo… ma sarà proprio lui, il mitico Bellini del Casoretto? Quanti anni sono passati… Lo avevo quasi dimenticato.”
Mi coglie come una vertigine, un gigantesco vortice di ricordi mi risucchia, e io mi ci abbandono, aggrappato a quel libro come un naufrago ad un relitto in un mare in tempesta…
Estate del 1974. Avevo appena terminato il secondo anno di superiori. Da due anni facevo parte del Collettivo studenti medi di Lotta Continua, cui aderivano praticamente tutti i miei amici. Con loro condividevo la passione politica e la pratica dell’antifascismo militante, che ci aveva da poco condotto a costituire il primo nucleo del servizio d’ordine studenti medi di LC della nostra città. Nel farlo ci eravamo ispirati ai due modelli milanesi che consideravamo leggendari: i Katanga del Movimento Studentesco dell’Università Statale e il servizio d’ordine del Collettivo del Casoretto, nato nell’omonimo quartiere popolare, di cui Andrea Bellini era il leader indiscusso.
Con l’inizio delle vacanze scolastiche, anche l’attività politica aveva inevitabilmente subito un notevole rallentamento, perciò chi di noi aveva potuto, cioè i più grandi, si era ficcato uno zaino in spalla ed era partito per qualcuna delle numerose mete “alternative” che popolavano la geografia vacanziera della sinistra militante. Io no, i miei genitori pensavano che la mia età anagrafica non fosse ancora adeguata a consentirmi di andare in giro per l’Italia con la sola compagnia di qualche amico lungocrinito. Perciò ero rimasto a godermi il caldo cittadino, con l’unico refrigerio offerto dalle spiagge lungo il fiume e la consolazione di condividere il tedio con i pochi compagni rimasti.
Come ogni giorno, ci eravamo dati tacito convegno nel primo pomeriggio al Bar Orchidea, luogo di ritrovo prediletto della galassia extraparlamentare cittadina. Eravamo stravaccati lì davanti già da un po’, indecisi sulla piega da far prendere alla giornata, quando qualcuno se ne esce con:
“Al cinema Castello danno un film di qualche anno fa, si intitola Il mucchio selvaggio. E’ un western e ho sentito che non è affatto male. Visto che non abbiamo niente di meglio da fare, potremmo anche andare a vederlo… Oltretutto è qui vicino e il biglietto costa poco… Alura, anduma o no?”.
Buona parte di noi, me compreso, non ne aveva mai sentito parlare prima ma, considerata anche la completa assenza di proposte alternative, dopo breve discussione la mozione veniva approvata. Poco dopo, in una mezza dozzina ci dirigevamo verso il cinema Castello, spettacolo pomeridiano.
(canzone messicana malinconica di sottofondo) continua a leggere

Roberta

26/02/2018 | Scritto da Andrea Maria Spadini | (0 Commenti)

Roberta è mia sorella. Ha 51 anni ed è affetta dalla sindrome del “grido del gatto”, malattia genetica dovuta alla delezione del cromosoma 5. Ha un ritardo mentale grave, che non le ha però impedito di imparare un numero sufficiente di parole che le consentono di esprimersi e di relazionarsi con gli altri. Anche troppo… Roberta parla moltissimo, con tutti, anche se il vocabolario che usa non è sempre di immediata comprensione per chi non la conosce bene. Qualche settimana fa ha cominciato a non vederci più. Probabilmente da tempo ci vedeva poco e male ma non ci aveva mai detto nulla. I medici le hanno diagnosticato una cataratta bilaterale. Lunedì è stata operata all’occhio sinistro. Questo è ciò che lei ed io ci siamo detti prima che entrasse in sala operatoria. Una precisazione, anzi due: in “robertese” PUIUIA significa paura e PICCOLO CONVENTO sta per piccolo intervento.

R: Andea…

A: Dimmi Robi.

R: Io ho puiuia del piccolo convento…

A: Lo so. Ma vedrai che andrà tutto bene.

R: Si…?

A: E poi con il tuo occhietto tornerai a vedere come prima. Non vorrai mica restare cieca?

R: Cieca come Andea Bocelli?

A: Si. Però guarda che tu non canti bene come lui.

R: (ride). Non è colpa mia se il mio occhietto non ci vede?

A: Non è colpa di nessuno.

R: Il mio occhietto è un po’ tremendo?

A: No, si è solo ammalato. Ma ora il dottor Francesco lo farà guarire.

R: Si…? Mi fa male?

A: No. Ora ti faranno dormire con una medicina e quando ti sveglierai sarà tutto finito. Avrai una benda sull’occhietto e sembrerai un pirata. Ricordati che mi hai promesso di non toccarlo mai. Mi raccomando… E’ importante. continua a leggere

“Perchè non hai aperto alla signora Gardoni?” mi dice Grazia rientrando dal lavoro.
“Non ho sentito suonare. Forse non ha premuto bene il pulsante del citofono…”
“Si, certo… O forse è che sei diventato proprio duro d’orecchi. Ormai ti sta capitando sempre più spesso…”
“Sarà… Però quando hai suonato tu ho sentito. Infatti ti ho aperto…” rispondo seccato. Mi infastidisce sempre un po’ quando mi dice che sto diventato sordo, anche se probabilmente ha ragione.
“Va bè, non importa, voleva solo regalarci un cestino delle sue albicocche, sai, quelle delle piante che ha in cortile… Aveva capito che eri in casa perché ti ha sentito parlare con le gatte…”
In effetti, ero in camera da letto con la finestra spalancata… proprio la finestra rivolta verso casa sua… Certo che, la signora Gardoni, nonostante l’età, a quanto pare ci sente ancora benissimo… O forse stavo facendo davvero un gran casino…
“Allora avrà pensato che sono un deficiente.”
“Ma… Non so… Tu che ne dici?” mi risponde Grazia con aria innocente…
Per un momento mi immagino la nostra vicina che ascolta perplessa quell’insieme di versi inarticolati che emetto quando gioco con le gatte… Si sarà divertita un sacco la vecchia berlusconiana… Già, perché mica me la scordo quella bandiera di Forza Italia appesa sopra il suo portone d’ingresso all’epoca della prima vittoria elettorale del Cavaliere… E neanche il suo sorriso strafottente quando in quei giorni ci incrociavamo per strada… Me ne deve regalare di albicocche la signora Gardoni… Provo un po’ di disappunto al pensiero di lei che di nuovo se la ride alle mie spalle…
Poi però mi ricordo di tutte le volte in cui l’abbiamo ascoltata divertiti mentre si rivolgeva al suo cane urlando come un’invasata… “UGO!!! Vieni qua che ti riempio di legnate… Guarda cos’hai fatto brutto maiale… UGO!!! Oh, quando ti acchiappo…” e giù imprecazioni che neanche un camallo del porto di Genova… che risate… Anche ora fatico a trattenere un sorriso… la signora Gardoni che parla con UGO!!!… Forse ci somigliamo più di quanto sono disposto ad ammettere…
Comunque è vero. Non che sono un deficiente, no… Che parlo con le nostre gatte. Soprattutto con una delle due, in verità…
Ci sono capitate a pochi mesi di distanza l’una dall’altra, entrambe cucciole.
Lola, la prima, è una soriana tigrata di colore grigio. Elegante e magrissima, è una gatta molto dolce e riservata che riesce a trasformarsi in una belva feroce solo quando si trova di fronte un veterinario.
E’ stata la realizzazione di un desiderio a lungo coltivato da Grazia dopo la morte di Mimì, la nostra amatissima gattina tricolore. Credo che di ciò Lola si sia resa conto perché è stata, fin da subito, la “sua” gatta. Quando siamo sul divano è sempre da lei che sceglie di andare ad accoccolarsi e se la lasciamo dormire con noi è tra le sue gambe che decide di addormentarsi. Col tempo è diventata molto affettuosa anche con me, ma rimane la gatta di Grazia.
Le nostre conversazioni, quelle mie e di Lola, ruotano inevitabilmente intorno al cibo. Lei non te lo chiede quasi mai. Quando lo fa, di solito ti sta prendendo in giro… Io ci casco sempre e mi sforzo inutilmente di trovare dei buoni argomenti per convincerla ad ingoiare almeno qualche croccantino. A volte lo faccio con dolcezza, altre con esasperata ruvidità. Il risultato, comunque, è invariabilmente il medesimo: non mangia.
E poi c’è Molly… Ricordo bene il giorno in cui, con un colpo di mano, si è deciso il suo ingresso in famiglia.
Era stata una giornata di lavoro veramente pesante. Avevo effettuato, con l’aiuto di alcuni colleghi, un accesso informatico all’azienda che stavo sottoponendo a controllo, perciò era stata tutto un… “Allontanatevi immediatamente dalle vostre postazioni di lavoro e dal PC… nessuno tocchi nulla sulla propria scrivania… ognuno rimanga nella propria stanza e non si allontani per nessun motivo, nemmeno per andare in bagno… Signora, cosa sta mettendo in borsetta? No, la chiavetta no, la lasci al suo posto… ” e così via… E poi l’acquisizione di copia del contenuto di tutti gli hard disk dei PC… Una vera sfacchinata…
Non posso dimenticare la faccia dell’amministratore delegato e dei suoi collaboratori… e nemmeno lo sguardo con cui, per l’intera giornata, ha inutilmente cercato di incenerirmi…
Comunque… continua a leggere

“Non ci posso credere… Roberto ha comprato gli stivaletti dei Rokes!!”
Eccolo lì, in classe a pavoneggiarsi con quegli stivaletti di camoscio chiaro, a punta e con il tacco rientrante, che fino a quel momento avevo visto solo in televisione e sulle copertine dei 45 giri, indossati dai “complessi beat”, come allora venivano chiamate le timide avanguardie musicali italiane di quella rivoluzione, generazionale, culturale e poi anche politica, che nella seconda metà degli anni ’60 già stava scuotendo iI mondo. Le nostre compagne, che già normalmente gli rivolgevano solo sguardi adoranti, gli stavano intorno completamente ammaliate, facendo di tutto per attirare le sue attenzioni, mentre noi maschi lo squadravamo tra l’incredulo e il frastornato, come pugili appena raggiunti da un improvviso montante alla punta del mento. Non che tutti sapessimo chi diavolo fossero i Rokes e da dove saltassero fuori quelle strane calzature, ma era così evidente l’effetto che facevano sulla parte femminile della classe…
Io ero tra quelli che li conosceva, i Rokes: l’immagine di quei quattro ragazzi con i lunghi capelli a caschetto, i pantaloni stretti e il cravattino sottile che, con le loro chitarre dalle forme strane, cantavano canzoni in un Italiano improbabile non me la ero più scrollata via fin dalla prima apparizione televisiva a cui avevo assistito. Non sapevo ancora bene cosa, ma mi rendevo confusamente conto che loro e gli altri “beat” stavano muovendo qualcosa di importante nella mia testolina…
Da lì a chiedere ai miei genitori di acquistarmi un paio di quegli stivaletti ce ne passava, altro che se ce ne passava… Neanche riuscivo ad immaginarmi mentre formulavo una tale richiesta a mio padre, forse perché potevo invece a prevedere benissimo la reazione che avrebbe prodotto… Non è nemmeno tanto strano, a pensarci: in fondo avevo 9 anni e frequentavo la quarta elementare di una scuola cattolica dì provincia, mica un liceo londinese di Chelsea o di Kensington… Non mi ero ancora affrancato nemmeno dai pantaloni corti, che indossavo anche in inverno, tranne che nei giorni più freddi, figuriamoci… Ma ora eccoli lì, ai piedi di Roberto… Allora era possibile… “Osare lottare, osare vincere”, come diceva lo slogan del Presidente Mao che avrei imparato qualche anno dopo in manifestazione…
Roberto non era un compagno di classe qualsiasi, era anche il mio migliore amico. Condivideva questo dubbio privilegio con Gianluigi, il mio compagno di banco.
Loro non potevano essere più diversi, come del resto la qualità dell’amicizia che mi legava a ciascuno dei due. Non l’intensità però… Quella no, era la stessa. Era un legame che sentivo forte, assoluto, come solo le amicizie di quegli anni sanno essere (e i grandi amori, naturalmente, ma questa è un’altra storia…).
Roberto sembrava il vincitore della lotteria organizzata dal buon Dio per stabilire l’ordine di distribuzione delle doti e delle virtù. Fisicamente era bello, biondo, di altezza normale e di corporatura atletica. Nei giochi durante la ricreazione e la pausa pranzo risultava quasi sempre il vincitore, che si trattasse dì bandiera, mondo, nascondino, biglie o semplicemente darsele di santa ragione. Tutto questo sarebbe già stato più che sufficiente a spiegare l’adorazione che gii rivolgevano tutte le bambine della classe… Ma lui, per non farsi mancare niente, era anche dotato di una naturale simpatia e di un certo carisma, oltre ad essere molto sveglio ed intelligente. Risultato; era il capo del branco, il primo della classe e il cocco di suor Riccarda, la nostra maestra.
La nostra amicizia era fatta di condivisione, complicità ma anche competizione, con le inevitabili tensioni che ciò comportava. Non è sempre semplice recitare la parte del secondo. E, in quella classe, a me era toccata quella: nei giochi, nel rendimento scolastico, nelle preferenze della maestra. Era sopportabile solo perché il primo era Roberto e perché, talvolta, capitava che riuscissi a stargli alla pari. Era la concreta possibilità che questi momenti lasciavano intravedere che rendeva vitale e proficua la nostra relazione, stimolo forse illusorio ma necessario all’esistenza del nostro rapporto. continua a leggere