La soluzione alla mia vita mi venne in mente una sera mentre stiravo una camicia. Era semplice ma audace. Mi presentai in soggiorno dove mio marito stava guardano la televisione e dissi: c’è una cosa che volevo dirti da un po’.
Non fece neanche cenno di aver sentito, gli occhi calamitati dallo schermo dove ventidue giocatori si contendevano la palla sudando, dribblando, scartando.
Era così quando giocava l’Inter, la sua squadra del cuore o forse della pancia, perché era nelle sue viscere che tutte quelle scarpette chiodate correvano, poi retrocedevano, poi si passavano la palla, poi fingevano un’azione mettendone in atto in realtà un’altra. I primi anni di matrimonio questo istupidimento mi aveva fatta inorridire. Com’era possibile che un ragazzo intelligente e colto potesse farsi prendere per il naso da quattro calciatori, con tutto quello che succedeva nel mondo?
Sì, sì, ma il tifo è un’altra cosa, è un fatto a sé, tu non lo puoi capire – mi aveva risposto. E infatti io continuavo a non capire, a non spiegarmi tanto affanno, tanta sofferenza per una partita. Negli anni ci avevo anche provato a capire un derby, sia con mio padre che con mio marito, me l’avevano ben spiegata quella storia del fuori gioco, del contropiede e via discorrendo, ma mi restava attaccata per il tempo di una partita e poi, flop, si sgonfiava, così come la mia affezione per quei novanta minuti che mi parevano eterni e terribilmente noiosi.
E’ che il calcio a te non ti strizza le coronarie – mi diceva lui.
Infatti a me lo sport piaceva farlo, più che guardarlo: una volta corse nei campi, ora lunghe camminate lente.
Anche mio padre aveva lo stesso morbo di mio marito: si sedeva sul bordo del divano, mai abbandonato sui cuscini, ma rigido sullo spigolo, la radio accesa, lui in allerta, le pupille dilatate, le gambe pronte allo scatto, come se il goal competesse a lui.
Forse sarà l’espressione fenotipica dell’ipsilon, di quel secondo cromosoma sessuale maschile che si porta appresso il virus del pallone e che agli uomini fa rotolare il buon senso su un campo verde, verso una porta.
Forse il tifo è il loro modo per comunicare l’uno con l’altro, a suon di pacche sulle spalle, battute, scommesse, sfide da niente. Forse il tempo di una partita è ciò che un padre concede a un figlio maschio, una sorta di tregua, di sospensione delle ostilità fra i due galli nel pollaio. Sì, per mio marito l’Inter era un padre che scioglie gli ormeggi, che diluisce lo sguardo dell’imposizione e del controllo fino a scimmiottare amicizia.
Come sempre, dietro le cose semplici, c’è molto di difficile da capire.
Interrompere un derby, rovinargli una partita così importante, che responsabilità! Eppure era quello il momento, allora era affiorata l’urgenza di dire. È che quando le parole vengono su così, senza fatica, senza intenzione, quasi senza controllo non le si può cacciare giù. Erano così limpide quelle parole, che parevano pensate da un’altra, una con le idee ben più chiare delle mie, una che sapeva che cosa volere, una che non aveva paura di niente.
Sentivo che quell’ardire andava cavalcato, come fosse l’onda giusta, quella storica, per cui un surfista si sveglia all’alba da decenni a studiare il ritmo dei flutti: coppie di due, poi di tre, poi la risacca ed ecco la corrente perfetta, rimestata dalla luna crescente che alza quel muro d’acqua e ne fa un tunnel dentro il quale sciare, un piede davanti all’altro, le braccia spalancate, il tronco in leggera torsione, la tavola a volare sulla schiuma, gli occhi stupiti e increduli.

Non ti ho mai amato – gli avrei detto. Lo avrei detto a lui per dirlo anche a me stessa. Non che io non lo sapessi: il corpo, il sangue sapevano tutto. Ogni cellula aveva sempre saputo, sia nucleo che citoplasma, sia mitocondri che ribosomi. Ma dirlo era tutt’altra faccenda. Sono quelle verità che diventano vere solo a voce alta, per merito delle parole, come se solo le parole ne dovessero portare il peso. Mica male l’idea, traslocare la colpa della mancanza d’amore su un congiuntivo o su un condizionale: se fosse… se magari tu o io
Provai a ripeterle a voce bassa, scandendo le parole ad una ad una, solo per me, per farci l’abitudine: Mario, io non ti ho mai amato. Quella sì che era una frase d’effetto, una dichiarazione secca, ruvida, di quelle che ti rimbombano nelle orecchie fino a gonfiarti i timpani come vele. Nessun preambolo, nessun panegirico, solo la verità, messa sul piatto tale e quale.
Che poi non si è colpevoli se non si ama, almeno l’amore non lo si programma, non ce lo si può imporre. Arriva quando è ora, spesso come uno schiaffo in pieno viso, come un colpo di vento, come un tremore irrefrenabile che cambia la prospettiva.
Io questo lo sapevo bene, così come sapevo che non era quello il sentimento che mi aveva tenuta insieme a mio marito. A lui volevo bene, molto bene. Condividevamo casa, figli, progetti, vacanze in buona armonia. Rari gli screzi e sempre di piccolo cabotaggio.
Perché Mario era un uomo come si deve, uno affidabile, un alpinista coi fiocchi, sincero, posato e, fino a prova contraria, fedele. Insomma un buon marito e un buon padre.
Provavo per lui un sentimento profondo ma tiepido, solido ma troppo liscio per aggrapparcisi.
Non che io fossi capace di abitare solo la superficie, la sicurezza. L’avevo ben sentita quella corrente impetuosa che sradica gli alberi, che demolisce i muri e spazza via le nubi. Ma era tanto, tanto tempo fa: cinquant’anni, forse più. Eppure a pensarci potevo lasciarmi riprendere da quel fremito, da quell’abbandonarsi, da quel conficcarsi i denti nella carne che ricordavo alla perfezione.
Poi Giorgio era partito per la guerra, una di quelle che dovevano durare poco e che non finiscono mai. Non aveva mai risposto alle mie lettere, addirittura si era pensato fosse morto al fronte. E tutto quell’amore era finito nel fosso della mia disperazione ed ero rimasta sola. Avevo aspettato, anno dopo anno, fino alla fine della guerra, sempre scrivendo, sempre sperando in una lettera, o almeno una cartolina. Nulla.
Alla fine era tornato, malconcio ma vivo. Vivo in apparenza, in realtà morto. Quello sguardo brillante e strafottente s’era mutato in occhi attoniti, vuoti. Gli erano state amputate due dita della mano destra per una mina, e quelle dita si erano portate via la sua anima. Vagava per il paese irriconoscibile, alto, ancora più magro, ingobbito. A giorni salutava con un cenno del capo, altri neppure quello, camminava per i campi perso in non si sa quali pensieri, o quali ricordi. Forse un attacco nemico, o un compagno che gli era morto fra le braccia. Nessuno seppe mai.
Poco alla volta ritrovò un lavoro. Lavorava, mangiava, dormiva, soprattutto camminava senza fine. Poi ancora lavorava, mangiava, dormiva e camminava, camminava a vuoto. Non s’era più affiatato con nessuno, neppure con gli amici d’infanzia che ci avevano anche provato a tirarlo fuori casa, ma niente da fare. Con me non ci aveva neanche parlato, come se nulla fosse successo fra noi, come se fossi un fantasma, o un sogno.
Certo, non aveva obblighi ufficiali, non eravamo fidanzati in casa, ma l’amore, quello che spacca le pietre più del sole d’agosto, quello c’era stato eccome. Eppure la guerra o sa Dio cosa era riuscito a frantumarlo.

Dopo anni anche Giorgio s’era sposato con una di un paese vicino. Forse con quella si sarebbe ripreso – s’erano detti gli amici. Invece nulla fiaccava quella malinconia.
Poi di botto, ad una festa di capodanno alla trattoria in piazza, Giorgio mi aveva invitata a ballare. Un valzer di Strauss.
Ballavamo bene che a guardarci era un piacere. Sarà stata la musica, o forse la danza, o il lambrusco ma a me era sembrato di riconoscere in quell’uomo smilzo, prosciugato dalla tristezza, un barlume, il riflesso di quel ragazzo che sapeva accarezzarmi, che mi parlava d’amore come nessuno, che mi stringeva a sé senza farmi respirare.
Era forse il tocco della sua mano robusta sulla vita, che mi avvinghiava, che mi riprendeva decisa senza parlare, senza dichiarare. O forse tutto era successo solo nella mia testa, nei miei desideri.
E invece no, l’avevo sentito sulla pelle proprio come allora.
Poi lo avevo incrociato nella bottega del panettiere e ancora quegli occhi parlanti che sapevano farmi sentire bella. Poi una domenica in chiesa mi aveva sfiorata leggero come per sbaglio, ma le sue dita erano calde, troppo calde per non avere intenzione. Quando Giorgio mi guardava mi ricordavo d’avere un viso, degli occhi, un corpo e dei sentimenti.
L’incanto era durato decenni. Decenni di sguardi, sorrisi appena accennati, qualche mazurca, mano nella mano.
Per tutti Giorgio era rimasto un libro chiuso, ma io, al tocco della sua mano, gli leggevo dentro e le sentivo le sue storie: lui che corre a perdifiato sul pendio e scavalca una staccionata, il suo occhio che punta nel mirino, sua madre che gli scalda il latte a colazione, le sue palpebre che vorrebbero serrarsi e non uccidere, lui che vince una partita di briscola, la sua divisa impigliata nel filo spinato, la mano ferita, il mondo intero che gronda sangue fra mitragliate e bombe. E lui che vorrebbe fuggire, scomparire, dissolversi nel fumo di una cannonata per tornare a casa e cancellare la guerra.
Ai balli sedevamo sempre lontani, ma anche così emanavamo la stessa luce e quel calore che annoda le viscere. Per anni ci eravamo amati così, un amore silenzioso, non detto, non consumato che bruciava la carne, riempiva il cuore e dava senso ai giorni. Nessun cedimento, nessuna infedeltà di giorno. Ma di notte, in sogno, che fragore di tempesta, che fulmini, che tuoni, che albe infuocate l’una nelle braccia dell’altro.

Ora che Giorgio se n’era andato, consumato da una di quelle malattie che non hanno pietà e non concedono speranze, anche i sogni s’erano spenti e lo sguardo non aveva dove posarsi.
Io gli parlavo tutto il giorno nella testa. Certi giorni mi spingevo fino al cimitero in collina per raccontargli di chi s’era sposato, di che se n’era andato all’estero, dei litigi, delle vendette da niente. Ma dovevo stare attenta per non insospettire la moglie, perché la vedova legittima non ero certo io.
È che poco alla volta anche dentro di me la vita si andava ritirando, non ci tenevo più a svegliarmi, lavarmi, cucinare, fare la spesa. Non c’era ragione per infilare un gesto dietro l’altro. Neanche mi sforzavo, andavo avanti per inerzia, giorno dopo giorno. Avevo ricominciato a camminare, così come da giovane, come camminava lui, chilometri e chilometri nei campi, in silenzio, senza neanche pensare, sgranavo passo dopo passo come chicchi di rosario.

Questa sera glielo avrei detto a Mario, perché era giusto, perché Mario se la meritava l’onestà. Non che avessi nulla da confessare, non era mai successo niente e secondo le regole dello Stato e della Chiesa io era pura e innocente come un lenzuolo appena lavato. Ma dentro che peso mi gravava sul cuore, che opacità nell’animo.
Dopo la confessione me ne sarei dovuta andare. Non sapevo dove e in realtà non mi importava affatto.
Ma che cosa ne sarebbe stato di Mario che non sapeva cuocersi neppure un uovo al tegamino? Sarebbe sopravvissuto a tutta quell’onestà? E le pastiglie della pressione chi gliele avrebbe date?

Sììììì, cavolo, finalmente: goal. Dimmi tu che cosa ci voleva. Non potevano mica farlo prima questo goal del cavolo che fra un po’ morivo d’infarto? Questa squadra di merda è fatta così, ti fa penare fino all’ultimo e poi ti consola.
Era balzato in piedi come un ragazzino, le braccia tese, i pugni stretti e un sorriso che pareva superare le orecchie, felice.
È che non posso non tifare per l’Inter, l’Inter è la mia squadra, la squadra dei perdenti. E la squadra e la moglie non si tradiscono – mi disse e quasi danzando mi indirizzò verso la cucina sempre con quel sorriso cristallino stampato in volto.
Moglie, non è mica ora di cena? Non si mangia stasera in questa casa? Mi chiese scherzando, come recitasse su un palcoscenico.
Era proprio un bell’uomo mio marito, un uomo dalla chioma imbiancata, un vecchio giovane che sapeva entusiasmarsi come un bambino. Lo guardavo gioire saltellando e ridevo mentre mi cingeva in un valzer senza musica. L’Inter aveva vinto, si doveva festeggiare.
Amavo quegli occhi limpidi che sapevano cogliere di me anche i cambiamenti molecolari, quel volto aperto, la sua stretta decisa, la sua passione per le cime. Sì, lo amavo, amavo anche lui, quasi a mia insaputa. Lui era la mia bussola nell’uragano, con lui avevo tenuto insieme l’ordito dei giorni.
Come avrei respirato senza di lui? Come avrei potuto svegliarmi, pensare, camminare senza Mario al mio fianco, senza l’Inter che perde spesso e vince di rado?
Magari l’Amore, quello grande e unico esiste solo nei romanzi, magari di amori ce n’è più d’uno. Magari a guardarlo al rovescio, un amore solo pensato non è che un sogno, un desiderio antico, un’onda che si infrange sulla battigia e di cui resta solo la schiuma. E la schiuma, si sa, non scalfisce la meccanica sacra di una vita.
Forse un amore tutto nella testa intorbida lo sguardo, e così, continuando a sognare, finisce che dormi, che t’intontisci e non vedi più quello che hai. Ti disorienti come una ragazzina.
È complicata questa faccenda dell’amore. Anche a provare a ragionarci non ci si capisce niente. A giorni sembra che la matassa si dipani, sembra di avere finalmente afferrato il capo del filo, che i pensieri si rischiarino, poi basta uno sguardo, un giro di valzer, un goal dell’Inter e tutto si capovolge di nuovo.
Lasciai che quest’amore quotidiano si tendesse dentro di me come una molla, che accorciasse le distanze, che capovolgesse inaspettatamente la prospettiva del sentire, che attecchisse.
Sempre danzando e sorridendo Mario mi condusse in cucina, io sollevai lo sguardo e, con la destrezza di un centravanti dell’Inter, lo baciai. Un bacio serio, di quelli da ragazzi: l’Inter aveva proprio vinto.
Poi mi infilai un grembiule e cominciai ad affettare una cipolla, mentre dietro le palpebre un pianto sereno rivendicava i suoi diritti.

Bresá

06/05/2019 | Scritto da Mariagrazia Fontana | (0 Commenti)

Fino a quel giorno non si era trattato che di una sagoma, il profilo di un uomo sotto la pensilina che conduce all’ingresso dell’ospedale. Non avrebbe saputo dire con precisione quando era comparso, c’era da un po’, con il sole e con la pioggia, appena fuori dall’uscita del parcheggio. Quella sera invece il sole era basso, lei camminava come trasognata, trasfigurata dalla stanchezza, il passo lento e strascicato. Nessuno a casa l’attendeva.

Fu forse per questo che ci mise un poco più d’attenzione, o forse era ora che lo guardasse, o è che prima o poi doveva succedere. Era sempre in piedi, anche se, per la verità, ora s’era affiancato una seggiolina pieghevole. Avrà avuto quasi settant’anni o forse meno, ma mal portati, capelli radi, occhiali, rughe. Vestiva dignitosamente, anche se in maniera dimessa. Un mozzicone di sigaretta spento gli pencolava da un angolo della bocca, nella mano sinistra una radiolina, nella destra un piattino proteso verso i passanti. Chiedeva l’elemosina. Questo se l’era immaginato, ma ciò che non aveva mai notato era il cartello che s’era appeso al collo con un giro di spago, un cartello sgangherato e scritto a mano che recitava: só mia ön giargia, me só ön bresá.

Da non crederci. Pensò di aver letto male, rallentò ulteriormente il passo diffidando dei suoi occhi miopi. Diceva proprio così, non s’era sbagliata. Si incamminò verso casa ribollendo dentro, con l’amaro in bocca, borbottando fra sé e sé, grugnendo e inveendo contro l’ignoranza crassa di chi si vanta di essere nato in un certo luogo, come se fosse un merito, come se l’avesse scelto, come se dall’alto dei cieli, ancora allo stato di puro spirito, si fosse prodotto in un’attenta analisi su dove era più conveniente planare per emettere il primo vagito. E che dire dell’appellativo giargia, del dispregiativo giargia, cioè negro, profittatore, lazzarone, mangia pane a tradimento? Le parole di quel cartello le si erano appiccicate addosso, una per una.

Si ripromise di affrontarlo, un giorno in cui non fosse stata di corsa. Non per litigare, solo per chiarire. Perché non si può sempre star zitti. La sera a letto non c’era verso di prendere sonno. Almanaccava, elencava le sue buone ragioni, le sistematizzava, si costruiva in testa l’architettura di un discorso.  Semplice, niente paroloni o analisi approfondite, solo un sano buon senso. Provò a ripeterselo mentalmente, così solo per il gusto di farlo, perché il sonno tardava. Le parole si concatenavano disinvolte, efficaci, fluide. E poi contava sulla sua prontezza di spirito per improvvisare. Era sicura di essere in grado di metterlo a tacere

Il mattino successivo, ovviamente, era in ritardo, aveva dormito poco e male, la testa colma di sogni ingarbugliati. Non era il caso di fermarsi a discutere. Meglio fare le cose per bene.

Pochi metri più avanti un’altra mano tesa, una mano nera. Un ragazzo, il viso sporco di giovinezza, gli occhi smarriti, appoggiato a un pilone di sostegno della pensilina, la stessa sotto cui soggiornava il bresá. L’africano era magro, tutto denti bianchi e labbra distese in un sorriso. Automaticamente lei cominciò a rovistare nella borsa alla ricerca di una moneta. Non aveva il tempo per discutere, ma sicuramente il bresá l’avrebbe vista allungare il soldo al nero e avrebbe capito da che parte stava. Alle volte i gesti sono più loquaci delle parole.

Quel giorno, durante il lavoro, altre argomentazioni le si erano affollate in testa come un fiume in piena, pronte a mettere a tacere il leghista, sicuramente un valligiano. Visitava, ricuciva ferite, ma intanto il suo cervello schiumava rabbia e costernazione e inanellava frasi: non è certo un demerito lasciare il proprio paese perché si soffre la fame. E se fossi tu oggetto di persecuzione o solo disperato, non attraverseresti il mare alla ricerca di una vita migliore? Il mondo non è proprietà di nessuno e non c’è frontiera che tenga.

Insomma pensieri basici, argomentazioni da poco.

Anche i suoi colleghi l’avevano notato. Diego, che viveva a Lumezzane, lo conosceva e lo descriveva come un impresario edile caduto in disgrazia durante la crisi economica, che non era più riuscito a rimettersi in piedi. Magari per lui avevano lavorato anche i negri. Chissà se li aveva assicurati? O magari li assicurava per tre ore e li faceva lavorare dodici. Quanti ne capitavano in pronto soccorso con ferite sanguinanti, la tuta addosso, ma pronti a giurare di non essersi infortunati sul lavoro. Non che la storia dell’autoctono non fosse triste, ma perché prendersela con i neri invece che con i banchieri e con il mondo della finanza?

A fine turno il bresá era ancora al suo posto. Chiacchierava con una coppia della sua valle, dialetto con l’esse aspirata. Con tutti i soldi che gli danno agli immigrati, e invece a noi niente sussidi. E le case popolari le danno tutte a loro, a quella gentaglia, che sono tutti delinquenti – stava dicendo, battendosi una mano su un ginocchio. Lei aveva sussultato, come colta di sorpresa dai rinforzi che ingrossavano le fila del nemico. Finse di cercare qualcosa nello zaino per origliare meglio, per prestare più attenzione e poi intervenire e dire la sua, per mettere a posto quei tre leghisti. Era il momento buono per farsi sentire. Ma da dove cominciare? Quali motivazioni avrebbero potuto arginare tante balle, tanta prosopopea, tanta aggressività? Non trovava niente di appropriato da dire. Tutte le parole che aveva messo in fila la sera prima nella sua testa e che erano risultate così sensate, erano come evaporate. Ne percepiva solo un ritmo lontano, indecifrabile. Era come se una forza oscura tenesse schiacciata a terra con violenza la sua volontà.

Bisogna rimandarli a casa loro, che tanto quelli lì non imparano niente, che poi non pagano neanche il biglietto dell’autobus e le tasse toccano tutte a noi – diceva l’altro lumezzanese con un rancore, un odio che sembrava debordargli dagli occhi.

Il sangue le pulsava alle tempie, negli occhi la collera dardeggiava: invece che parlare, li avrebbe menati tutti quanti volentieri. Cercò di sforzarsi, perché non è l’ira che risolve, perché ci si può spiegare, si può convincere anche solo mostrando la realtà per quello che è.

Si schiarì la gola, ma le parole che le frullavano in testa erano nervose, tremolanti, fuori misura, come un vociare infantile. Si muovevano nella sua mente lente come granchi impigliati in una rete. Tentavano di mettersi in ordine come i vagoni di un treno, ma cigolavano, stridevano, avanzavano a stento, inappropriate e troppo, troppo incazzate. La sua volontà s’affannava, ma si infrangeva contro un ostacolo invalicabile. L’intenzione non sapeva trasformarsi in azione.

Era stupefatta, disgustata da se stessa, dalla sua immobilità, dal suo sapere senza saper spiegare, dal suo restare impantanata nella propria irritazione a rovinarsi il fegato.

Anche quella sera non disse nulla. Nessuno di quelli che passavano e sentivano diceva nulla. Un senso di impotenza, di inettitudine la accompagnava verso casa aggrappata al suo rancore, consapevole di quanto sia difficile dire cose semplici, alzare la testa, schierarsi.

Aveva finito per desistere, pur biasimandosi: tanto non è gente con cui si possa parlare – s’era detta giustificandosi. Ma aveva guardato l’ex padroncino in faccia, giorno per giorno, con ostile disapprovazione ed evidente disprezzo. Ogni mattina, faceva platealmente cadere un soldo nella mano del ragazzo nero e così lo sfidava.

Lui, il bresá, la guardava male, lei li sentiva i suoi occhi puntati sulla schiena come lame e fra sé se la rideva. Do i soldi ai negri, ma a un padroncino leghista e bilioso niente.

Anche quell’anno le toccava il turno di Natale. Si era alzata all’alba per godersi lo stupore dei ragazzi davanti ai doni sotto l’albero, poi un caffè e via, a braccetto con il rimpianto per non poter restare in famiglia.

Anche a Natale il bresá era al suo posto, la radio accesa, seduto sulla sua sedia pieghevole. Vedendola arrivare aveva teso il braccio sogghignando, come a sfidarla. Chissà che avesse cambiato pensiero. Lei gli passò davanti con le spalle dritte e con aria spavalda, un lampo risoluto negli occhi, dispiaciuta di aver mostrato la propria irritazione e pronta ad allungare un euro all’immigrato. Il ragazzo non c’era. Socchiuse gli occhi per vederci meglio, ma quella mattina niente da fare.

All’uscita invece, al sole freddo d’inverno, l’aveva intravvisto. Solita giacca a vento sbrindellata, cappuccio tirato sulla testa, jeans leggeri per la stagione. Sorrideva, in piedi come al solito, ma pericolosamente vicino al bresá. Lei gli allungò un euro sorridendo. Lui accennò un saluto con il capo e sussurrò un ringraziamento.

S’era ringalluzzita, sentiva attenuarsi quel disagio, quel disgusto per se stessa che l’accompagnava da tempo. Sì, oggi avrebbe parlato, forte del grazie e del sorriso dello straniero, oggi avrebbe smesso di rimuginare e avrebbe aggiunto il suo mattoncino alla lotta contro il razzismo e la stupidità. Mentre chiudeva il portafogli e organizzava le idee, vide il ragazzo abbassare il cappuccio, farsi ancora più vicino al bresá, infilare una mano in tasca per estrarne un pacchetto di Marlboro malconcio, lo sentì schiarirsi la voce e dire, in un italiano stentato: ehi amico vuoi una sigaretta? Buon Natale.

Polveri Sottili

06/05/2019 | Scritto da Giovanni Locatelli | (0 Commenti)

L’incipit del nuovo romanzo in pubblicazione di Giovanni Locatelli

Mia madre ha interrotto una gravidanza, due anni prima di portare a termine me. Se lui fosse nato, io non sarei qui. Difficilmente avrebbe fatto un terzo figlio, mia madre, due erano sufficienti, una femmina e un maschio. Lui sarebbe al mio posto e nessuno potrebbe notare la differenza. Così nessuno si accorge oggi che sto usurpando il suo trono. Senza colpe, intendiamoci. Io non ho fatto niente di male, sono solo arrivato fino in fondo, mentre lui non ce l’ha fatta, ma c’è mancato un soffio e non avrei avuto questa occasione. Senza questa, non ne avrei avuta un’altra. Quel momento, l’unione di quell’ovulo e quello spermatozoo, non due a caso, proprio quei due, era ed è irripetibile. La questione può sembrare oziosa, ma di tanto in tanto l’aborto spontaneo di mia madre ritorna nei miei pensieri e ogni volta mi chiedo: ha davvero senso dire lui, dire io? Cosa sarebbe cambiato se fosse nato lui al posto mio?

Lui non sarebbe stato a quella rotonda, in quel momento, quel maledetto lunedì mattina. Un’ombra vista con la coda dell’occhio, una pagliuzza, poi un tonfo, un urto contro il muso dell’auto e subito un oggetto che rimbalza sul cofano, rotola lungo il parabrezza e viene scaraventato dietro l’automobile, un tronco dritto nel mio stomaco che caccia fuori l’aria dai polmoni in un grido disperato. Ho investito un motorino! Il veicolo è dieci metri avanti, scivolato sull’asfalto bagnato dalla pioggia che cade da qualche minuto. Tempo di scendere dall’auto convinto di vedere alle mie spalle il corpo riverso sull’asfalto e invece la motociclista è già in piedi, ferma immobile in mezzo alla strada. Mi avvicino di corsa, guardo negli occhi la donna, lei si toglie il casco, il volto sporco di sangue che esce da un labbro, io balbetto un mi scusi, armeggio con il cellulare, chiamo il 118, ma non mi muovo e lei neppure, saremmo ancora fermi uno di fronte all’altra in mezzo alla rotonda oggi, se non fosse finalmente arrivata una donna a spostarci.

“Signora non stia in piedi, venga a sedersi. Tutti e due, venite via da qui…

A lui non sarebbe successo: avrebbe dormito a casa di un’altra fidanzata in una città diversa, sarebbe partito prima per arrivare al lavoro presto, sarebbe stato attento alla strada invece di guidare col pilota automatico, mezzo addormentato e mezzo distratto dalla radio.

Certo, gli sarebbero capitate comunque esperienze negative, oppure avrebbe potuto essere uno psicopatico, un serial killer. Viceversa, potrei aver soffiato il posto a un genio, un medico che avrebbe debellato il cancro, un politico in grado di pacificare il Medio Oriente. Non si può sapere.

Magari questo mio fratello mai nato non avrebbe salvato quel ragazzo in piscina, parecchi anni fa. Perché meno allenato, o poco pratico con l’acqua, perché in un’altra corsia, troppo distante per accorgersene o semplicemente per non averlo visto, non avendo i miei dieci decimi e non potendo nuotare con le lenti a contatto. In fin dei conti, dei presenti in piscina quel giorno, io sono stato l’unico ad accorgersi dell’africano in difficoltà. Avevo cominciato a tenerlo d’occhio sin da inizio vasca, per quel suo strano fare su e giù nel mezzo, dove l’acqua supera i due metri. Poteva essere un esercizio per la respirazione, un allenamento all’apnea, ma avvicinandomi mi ero reso conto che il giovane aveva perso il controllo e stava annegando. Non avendo nessuna preparazione e pensando che la cosa migliore fosse cercare di sollevarlo per farlo respirare, ero finito io sott’acqua ed era lui a tenermi giù. In quella situazione, e senza possibilità di confondersi, lui e io eravamo due entità ben distinte, in lotta per la sopravvivenza, almeno finché non sono riuscito a spingerlo fra le braccia del bagnino che l’ha estratto dall’acqua.

Anime diverse che si incontrano in un punto dello spazio e del tempo per mai più rivedersi, eppure rimanendo per sempre legati: io, il ragazzo, la signora, quindi, chi siamo? Io sono colui che prova rimorso; la signora, colei che prova dolore. Nessuno vorrebbe essere al nostro posto, ma tutti, dovendo scegliere, preferirebbero il mio ruolo. Il ragazzo stava annegando; io sono l’eroe che ha portato a termine il salvataggio. Anche in questo caso miei sono i panni che chiunque vorrebbe indossare. Con mio fratello mai nato si è verificato lo stesso fenomeno, in fondo: sono io ad aver pescato il jolly. A meno che lui non sia altrove, con una vita e una famiglia diverse, nonostante quell’occasione mancata. Chi dice che non ci sia una seconda chance? Di sicuro qualche filosofo ha già risposto a questa domanda, ma filosofia a scuola l’ho fatta male e ora ne pago le conseguenze. Credere nell’immortalità dell’anima, nella reincarnazione, in una qualsiasi delle teorie sulla metempsicosi mi aiuterebbe a capire chi o cosa ha messo la mia anima in questo corpo, ma io non credo in niente, neppure nell’anima e certi giorni dubito persino del corpo. È mio questo fisico ingrassato, rilassato, impossibile da tenere in forma? È questo che sono diventato? E se ho perso il vigore dei vent’anni, che cosa ho ricevuto in cambio?

Ordine e disciplina!

25/03/2019 | Scritto da Marco Palamenghi | (1 Commento)

“Sono le tre! Forza! In piedi che dobbiamo andare!”
“Accidenti che freddo, non si direbbe che è giugno.”
Alla luce della lampada frontale controlliamo meticolosamente l’attrezzatura: piccozza, moschettoni, cordini, martello, chiodi, corda, ramponi, ghette, giacca a vento, guanti, berretta, maglione…
“Ok, tutto a posto. Dimenticato niente.”
Verifichiamo ancora una volta mentalmente l’itinerario e i tempi di avvicinamento.
Dobbiamo arrivare alla crepaccia terminale ben prima dell’alba, altrimenti riuscire a passare diventa più complicato.
E in cima dobbiamo arrivare al massimo in un due o tre ore, altrimenti il canalino, con l’escursione termica, potrebbe scaricare. Per il ritorno, nessun problema. Scendiamo dalla “normale”, che è più semplice, e ripassiamo sulla crepaccia terminale dove, se servirà, avremo lasciato un passaggio attrezzato per aiutarci a superarla in discesa. Tutto è pronto. Andiamo.
Crick… crock… crick… crock… Mi piace il rumore dei ramponi che appena appena scalfiscono la superficie ghiacciata della neve.
E poi la luna, quasi piena, ormai avviata al tramonto. Illumina il cammino, riempiendolo delle migliaia di minuscoli scintillii dei cristalli di neve ghiacciata. Non serve nemmeno tenere accesa la torcia frontale.
E il silenzio…. Nessuno ha voglia di parlare a quell’ora del mattino. Sembrerebbe un sacrilegio.
E, passo dopo passo, si va verso la meta.

Non avevo ancora 17 anni, terza liceo scientifico.
Sin da bambino mi avevano definito un “birichino”, accompagnata magari da un bonario “el piö bu dei róss él ga copàt sò pàder en del fòs”.
Da adolescente poi, parafrasando Rousseau, mi definirono un “buon selvaggio”. Sostanzialmente incapace di far male consapevolmente a qualcuno, ma del tutto allergico alla disciplina.
Non ero uno che disobbediva, ma ad ogni ordine un “perché?”. L’obbedienza cieca non mi apparteneva.
Naturalmente per gli insegnanti era mancanza di disciplina, nel comportamento (ma non ero un teppista), nello studio (“se si applicasse con metodo potrebbe fare di più”), nella gestione dei miei spazi (sempre disordinato), scavezzacollo (le ginocchia e i gomiti sempre pieni di croste e graffi).
Ed era proprio vero, non sopportavo la disciplina. Perché non la capivo.
E non capivo l’insegnante di educazione fisica che voleva fare di noi un disciplinato plotone di alunni che marciavano coordinati e atletici.
Noi “di sinistra” lo consideravamo un “fascio”. Chissà se lo era. Sicuramente aveva le idee chiare su cosa riteneva fosse ordine e disciplina e su come fare per piegare i riottosi.
Una cosa ci era evidente: non sopportava quelli di sinistra (ma nella mia classe eravamo veramente in pochi), soprattutto di quella extra-parlamentare (ero l’unico, ma neanche inserito in un gruppo preciso, perché non sopportavo la disciplina di partito), i giocatori di calcio e chi portava la barba.
La prima pecca ce l’avevo, con l’aggravante. La seconda no, ma mi aveva casualmente visto al campo dell’oratorio giocare una delle cinque, disastrose partite della mia vita. Me l’aveva rinfacciato, con tono quasi minaccioso.
E quell’anno mi feci crescere la barba (prima non ci sarei riuscito neanche volendo!).
Avevo anche il difetto che odiavo il “Passooo! (boom) Passooo! (boom)”, che organizzava in alcune lezioni. Ero sempre fuori tempo, rovinando immancabilmente la coreografia.
Iniziò così una guerra silenziosa tra noi.
“Tagliati la barba!”. “No!”. “Bastone di ferro da un chilo!”. E via, un’ora di educazione fisica con il bastone sulle spalle.
“Tagliati la barba!”. “No!”. “Due bastoni di ferro da un chilo!”.
Andò avanti così per diversi mesi. Naturalmente a casa non dicevo nulla, altrimenti mi avrebbero detto “Tagliati la barba!”, visto che anche ai miei non piaceva.
All’inizio della lezione la consueta ingiunzione, esito scontato di una constatazione: la barba non l’avevo tagliata, anzi, cresceva sempre più lunga, folta e incolta.

A lui non l’avevo detto che non mi piaceva giocare a calcio. Andavo in montagna, io. Quell’anno avevo anche iniziato a frequentare il corso della Scuola di Alpinismo del CAI. Ma non erano in molti a saperlo. Era una cosa mia, e dei due o tre amici con cui ci andavo.
Avrei ridotto la mia pena se gliel’avessi detto, scontandone la quota derivante dal fatto che mi credeva giocatore di calcio. Invece non ne ho mai fatto parola. Questione di orgoglio

Avevo imparato da bambino ad amare la montagna.
Mia madre – sempre apprensiva quand’eravamo in città, timorosa che frequentassimo cattive compagnie, tanto da mandarci malvolentieri anche all’oratorio – in montagna, dove trascorrevamo tre o quattro mesi all’anno, si trasformava e lasciava me e mio fratello liberi di scorrazzare, convinta, illusa, che non potessimo correre pericoli.
E’ così che, passo dopo passo, ho conosciuto la montagna, il senso di libertà che mi dava l’andare dove volevo, senza limiti e costrizioni se non quella di tornare a casa in tempo per i pasti, a volte solo per cena, e dai 15 anni poter star via anche due o tre giorni, ma solo se andavo in montagna.
E andarci voleva dire incontrare cacciatori, guardie forestali, bracconieri, bere il latte appena munto dai malghesi o aiutarli a fare il burro con la zangola, scambiare due parole con i contrabbandieri o con qualche escursionista o, ancora più raro a quei tempi, alpinista. Dormire nei bivacchi e nei rifugi insieme a estranei, accomunati dalla stessa passione.
Molti di questi incontri, spesso senza volerlo, mi hanno insegnato qualcosa: sulla natura e la sua bellezza, sulla potenza della montagna, su dove e come andare, sulle disgrazie avvenute tra quei monti, affascinanti ma di cui diffidare, sulla gioia della conquista e il coraggio della rinuncia.
Non so come, ma credo grazie ad uno studente di quinta, ottimo alpinista, che incontravo spesso alla palestra di roccia o nei bivacchi, il professore venne a sapere che non giocavo a calcio ma andavo in montagna, anzi, ad “arrampicare”.
Ma ero comunque di sinistra, e avevo la barba. E non la tagliavo.
E non facevo “Passooo! (boom)”.
Un giorno, a primavera inoltrata, mi presentai in palestra, con la mia barba e una bella sgrobbiatura su un braccio e una gamba.
“Cosa ti sei fatto?”.
“Sono caduto”.
“Dove? per farti una graffiatura così”.
“In montagna, su una lastra di ghiaccio”.
“Ah…” Avevo già la mano sul bastone che stavo, come di consueto, per prendere, quando l’ho sentito dire quello che non mi aspettavo: Vai con gli altri…”.
Mi sono girato. Lui mi guardava, duro: “Cos’hai? Spicciati a raggiungere gli altri”.

Da allora la guerra tra noi è finita. Ho continuato a non fare “Passooo! (boom)” e a non tagliarmi la barba. E lui niente.
Ho sempre pensato che fosse un bastardo, e forse lo era davvero, ma alla fine mi aveva dato il suo rispetto. Gli avevo tenuto testa, e forse lui lo aveva riconosciuto come un merito.
Nei restanti anni scolastici non ci furono più problemi né per me, né per la mia barba.
Ma poi, un po’ alla volta, credo di aver capito che forse la ragione per cui aveva smesso di tormentarmi con la disciplina era un’altra.
Alla fine, forse, aveva vinto un po’ anche lui.
Anche se la disciplina è la montagna che me l’ha insegnata, lui lo sapeva che l’avrebbe fatto.
Non la disciplina fine a sé stessa, ma quella che serve nei momenti importanti della vita.
Io, il disordinato numero uno, quando preparo lo zaino ho una precisione maniacale.
Perché è vero che, passo dopo passo, vado dove voglio, ma è la montagna che dice fino a dove posso permettermi di arrivare, entro quando devo arrivare, qual è il limite che non posso superare.
E il mio corpo e la mia mente, passo dopo passo, si mettono d’accordo con lei e mi pongono limiti, ordine e disciplina. Ogni sgarro sarebbe ben peggio del bastone di ferro che quel professore mi faceva portare. E’ così che il “buon selvaggio” è stato messo in riga.

4. Vita da bestie

Per un paio di sere, della biondina neanche l’ombra. E lui, il capo, quello che tanto chi se ne frega, c’è rimasto male non poco. Dentro di sé ci contava di rivederla, anche se piuttosto di ammetterlo si sarebbe fatto tagliare le mani. Io però lo osservavo: puntava la porta con la coda dell’occhio e, ogni volta che entrava un vecchio, gli angoli della bocca gli si torcevano in una smorfia di delusione. E intanto ci beveva sopra.
E sì che sembrava non fosse andata del tutto male l’altra notte. Lui, il capo, il coglione, alla fine s’era salvato e non aveva fatto una pessima figura. All’inizio sì, aveva proprio esordito da schifo, con quelle parole grosse, con quel tono di uno che si scrolla la fortuna di dosso. Come se ne avesse tanta di fortuna! Chi lo guardava mai? Chi gli parlava? E lui che diceva che andava bene così, che parlare non serve, che sono tutte stronzate.
Con me però sì che ci parlava, anche se sono solo un cane, e me la raccontava di diritto e di rovescio. Magari non grandi verità, non era uno che sapeva guardarsi dentro, per quello non aveva i numeri. Solo lei aveva provato a condurlo per mano dentro se stesso, ma lui neanche a parlarne. Faceva la voce grossa, ma aveva paura delle parole, soprattutto delle sue. Forse temeva di non trovare niente dentro di sé, che tutto quel niente gli avrebbe dato la vertigine. E non era vero che dentro aveva il vuoto. Io lo sapevo bene. Non occorre essere umani per capire le cose, anzi alle volte l’umanità è un inciampo, con tutti i ragionamenti che gravano in testa ai bipedi. I cani scoprono le cose per altre vie, e le intuiscono bene.
A volte basta misurare il peso di una carezza sul pelo del dorso per saggiare la piega dell’umore, i grovigli del cuore che la muovono.
Quando lui non usciva di casa erano veramente guai, perché era garantito che si attaccava alla bottiglia, da solo. E se beveva solo, la questione era seria.
Meglio che bevesse in compagnia, anzi, sarebbe stato meglio che non bevesse affatto, ma era così infelice. Come reggere il tam tam feroce del silenzio senza una birra? Io lo so bene, anch’io a giorni mi lascio contagiare da quel grigio piombo, ma a me l’alcol lui non lo lascia bere. Ci vuole almeno uno sobrio in famiglia.
E’ la famiglia che gli manca, quella donna e anche quel bambino di prima che si è lasciato soffiare come un pollo. Perché è un vero coglione. Che cosa ci voleva a mettere in fila qualche parola per farla contenta? Mica ti pungono le parole. Certo le devi scegliere con cura, alcune è meglio schiumarle prima di buttarle fuori, altre andrebbero limate e poi pronunciate bene per non deformarle con la fretta o con l’ira.
Invece il tenore delle sue frasi aveva sempre un impeto d’urgenza, come sparasse proiettili, come dovesse espellere in fretta un grumo schifoso, come se si soffiasse forte il naso. Quello sbruffone spariva nelle parole, di fronte alle parole misurate di lei, ben ponderate e corrette, lui andava al tappeto. E’ che diffidava delle parole, ci vedeva un che di furbesco, di ammaliatore, di promessa non mantenuta.
Ma gli restavano i gesti, magari un fiorellino. Mica gliele potevo insegnare io queste cose.
Una volta ci ho anche provato, l’ho portato davanti alla vetrina di un fiorista e lì mi sono inchiodato, seduto, fisso come una statua. Ma lui niente, non capiva. Allora, a casa, mi sono ingessato davanti all’aiuola del giardino, che lì di fiori ce n’era a bizzeffe. Non avrebbe neanche dovuto scucire della grana, sarebbe bastato allungare una mano, raccogliere delle margherite, dei tulipani, farne un mazzetto per portarsi a casa una bella figura. Invece niente, non capiva proprio i fondamenti. Lo sanno tutti che le femmine le devi trattare bene, che con quattro moine te le compri. E invece lui a fare il duro, con lei e con il piccolino.
Era per il piccolino che mi spiaceva di più. Lei si sapeva difendere, ma il bambino si faceva ancora più piccino quando lui alzava la voce: a volte si faceva addirittura pipì addosso.
E io me lo sarei morsicato, anche se era il capo, gli avrei volentieri addentato una caviglia per spiegargli che i bambini non devono avere paura, che a loro si deve dimostrare di volere bene. Basta poco, una carezza, una leccatina, un abbraccio, una passatina contro pelo e loro sono felici. Perché i piccolini si fidano del padre.
E invece lui a pontificare, a fare il vocione, a puntare il dito, a dettare le regole. E il piccolo a frignare.
A me il bambino lo diceva, magari non con le parole, ma la sentivo la sua mano tremante, il cuore che andava a mille, il viso pallido e smunto. Quel bambino si era convinto di non valere niente, di essere uno da poco. E non era proprio vero, era un bravo bambino, timido ma sveglio, uno con il cuore grande. Certo era un bambino di poche parole, aveva preso dal vecchio forse.
Quando l’hanno mandato via, al vecchio sono rimasto solo io.
E’ allora che ho cominciato a capirci qualcosa in quella testa matta. Camminando ore e ore con lui, dormendo con lui nelle lenzuola sudate, mangiando con lui, ho visto che non era poi così male, era solo incastrato dentro di sé, in tutto quel freddo che gli si era annidato dentro.
Si sarebbe dovuto trovare qualcosa, un piede di porco, una chiave, un grimaldello, per aprirgli il cuore al coglione, che un cuore ce l’aveva, ed era un cuore grande. E dentro non era secco, ci passavano un sacco di sangue, di dolore e di tristezza, ma anche di cose buone, di quelle che servirebbero a qualcosa, se uno sapesse di averle. Ma lui, che non è uno sveglio, non lo sapeva. E me non mi comprendeva, perché leccargli le mani, mordicchiargliele, zampettargli al fianco, tirarmelo dietro in una corsa non gli faceva capire niente. Non c’era verso, non capiva proprio.
Ci voleva un umano, meglio una donna. Le donne ci sanno fare con queste cose interiori, con le emozioni, con i sentimenti, con il vangare il passato per mettere su un futuro. Ma quale femmina si avvicina a uno che si lava poco o niente, che tiene la barba incolta, i capelli spettinati e unti e il fiato che puzza di birra? A uno che non sa neanche se è giorno o se è notte, che mangia quando capita, che perfino io mi devo arrangiare da me? A uno che può sopravvivere solo sbronzo marcio, che se no gli tocca pensare e fare i conti, e alla fine la cifra che ne risulta è meno di zero?
Siamo rimasti così, soli per anni, che neanche a me nessuna si avvicinava più, perché lui non ci pensava neanche a lavarmi, a darmi una spazzolata al pelo, che anch’io ormai sembro un randagio.
Certo, non sono un cane di razza, non ce l’ho il pedigree.
Ma poi che razza e razza? Razza canina non dovrebbe bastare? E guardate che spalle, che zampe. E che dire della coda, non una di quelle corte e tozze, ma una coda lunga che svetta verso il cielo, una coda da sangue blu. Che, a dirla tutta, di spasimanti ne ho a bizzeffe, anche quelle signorine gne gne, quelle con la genealogia, mi vedono e lo capiscono subito che, razza o non razza, io ho carattere, ho carisma, sono uno che ammalia e mantengo sempre le promesse.
Così però non mi piaccio, ero più bello quando lei mi lavava in cortile, quando il bambino mi asciugava con il panno morbido e ruzzolavamo sull’erba, e lui sembrava un poco felice.
Ma almeno io dovevo restarci con quel rudere d’uomo, che sembra una lattina vuota buttata sulla spiaggia dalla marea. Se lo mollavo io avrebbe deragliato di certo, o al massimo sarebbe finito su un binario morto.
Diciamo che gli ho salvato la vita non una volta sola, all’ubriacone. E’ che mi dispiaceva, perché è coglione, ma in fondo è un buon diavolo, uno che se gli si dà una buona occasione magari ci riprova.
Gli ho cercato anche una morosa. Ho fatto il cretino con un paio di squinzie carine, di quelle che avrebbero potuto piacergli. Ma lui non mi aiutava affatto, avrebbe almeno dovuto dire due parole, fare un sorriso, tirare fuori una di quelle battute che le fanno ridere. Che quando una femmina ride, è quasi cotta. E invece niente, zitto come un pesce, testa bassa, passo lungo e via andare.
Non potevo fare di più, ho la coscienza a posto. Per essere una bestia ho fatto anche troppo. Che con lui ho vissuto proprio come una bestia, come uno di quei cani rognosi che non sono proprio di nessuno. E’ che non ci riuscivo a mollarlo. Non che mi fossero mancate le occasioni, un paio di cagnette coi fiocchi le ho pure incrociate. Una poi… non era di razza, ma che sguardo, che zampe tornite, che coda arruffata da farti svenire. Ci ho pensato a squagliarmela, ad andare dietro alla bella che mi faceva gli occhi dolci, che ci guadagnavo di certo. Ma non ho avuto cuore a mollarlo. E’ che mi hanno tirato su così, responsabile e serio, uno che il padrone non lo molla nella merda.
A un certo punto ho smesso di tentare, non facevo niente, non c’era più niente che potessi fare, le avevo provate proprio tutte. Mi limitavo ad esserci, a portarlo fuori a fare quattro passi, a incitarlo a correre un po’ per sgranchirsi le ossa.
A tenerlo lontano dall’alcol non c’era neanche da pensarci. Non sarebbe stato in piedi, si sarebbe sgretolato, sciolto in una pozzanghera. Lo sapevo, era ormai quasi trasparente per me, gli vedevo attraverso, gli sentivo i pensieri, gli leggevo nel fegato grosso.
Lui a me però ha sempre voluto bene, così come è capace, con le sue quattro parole in croce me l’ha detto più di una volta, poi con le carezze, con quegli occhi sghembi sempre umidi. E magari frignasse un po’ che gli farebbe bene, non spreme una lacrima neanche da ubriaco, come se avesse perso il sacco del pianto.
Io che lo conosco bene, l’ho capita la sua verità: è un cucciolo, un cucciolo grande e grosso, un cucciolo coglione, rabbioso, che sbraita a sproposito, ma sempre un cucciolo indifeso, più indifeso di tutti. Quando lo annuso la sento quella cosa impercettibile, che indietreggia sotto il risentimento, in quel cuore troppo gonfio. C’è, sono sicuro che c’è qualcosa di buono, che se qualcuna ci prova ad infilargli una mano in gola, ad abbassargli i toni e regolargli le corde vocali, qualche parola non dico dolce, almeno buona, la pesca di sicuro. E finalmente gli va in frantumi il silenzio.
Questo io alla biondina glielo ho detto subito, perché avevo capito che poteva essere quella giusta. E lei, che non è scema, ha afferrato il concetto al volo e gli si è fiondata addosso con il suo bagaglio di parole un po’ allegre, un po’ tristi, ma dirette al cuore.
Lui come sempre, all’inizio si è fatto prendere dal panico, quelli che urlano o abbaiano forte sono i più fifoni, lo sanno tutti. Addirittura la voleva mandare via, il cretino, che una così non gli capita più. Poi, sa Dio come, s’è ravveduto, il cervello ha ricominciato a carburare, il cuore s’è smollato un poco, e finalmente l’ha baciata. Dimmi tu che cosa ci voleva?
L’importante è che l’abbia fatto. Adesso stiamo a vedere. Speriamo che non faccia altre cazzate e che lei abbia pazienza, tanta pazienza. Così va bene anche a me, che magari mangio di più e qualcuno mi dà anche una lavata.
Lei alla fine s’è intenerita e l’altra sera al bar c’è tornata, merito delle quattro cose che le avevo detto e che, a dirla tutta, lo dipingevano anche meglio di quello che è, di sicuro di quello che sembra. No, non l’ho imbrogliata, ho solo zuccherato le parole come si fa con il bordo dei bicchieri quando si preparano certi cocktails. E il limone non ce l’ho messo.
Stanno bene insieme. Loro non lo sanno, ma io li studio, corro avanti, poi mi giro a osservarli. Lei è uno scricciolo e lui un gigante raggrinzito, ma va bene così, si compensano.
Questa sera poi, c’è una luna chiara che imbianca i muri, e i suoi crateri si vedono così bene, che perfino un umano sbronzo una faccia non può non vedercela. L’aria è così tiepida che sembra festa. E, chi l’avrebbe detto, lui ha anche vomitato qualche parola, addirittura mezze frasi. E non ce l’ha più quell’espressione selvatica di uno che la vita l’ha lasciata sgocciolare via.
Forse racconta qualcosa, forse gli è tornato in mente il bambino pallido che ha nel cuore. E, da non credere, il coglione ha accennato un mezzo sorriso e l’ha presa per mano.

3. Il tatuaggio della saggezza

Sei in ritardo, non è che stanotte ti sei data alla pazza gioia? – le chiede Paola con quel sorrisetto malizioso di una che sa bene come si sta al mondo. Gioia non proprio, diciamo che non è andata malissimo – le risponde Angela, il viso struccato e pallido.
Lavorano insieme da anni e, si sa, lavorare gomito a gomito, inspirare lo stesso vapore, sopportare il peso del ferro da stiro professionale, sudare insieme facilita la confidenza e si diventa un poco amiche.
Le donne poi non ci mettono molto a sbottonarsi, a raccontare tutti i fatti loro. Sembra che non vedano l’ora di vuotare il sacco, come se a nominarle, le cose si facessero più lievi. Anzi a volte le ammorbidiscono loro intenzionalmente, ci mettono quel dolce che fa romantico e che nei fatti, nudi e crudi, non c’era proprio.
Dimmi che questa volta non è uno dei soliti sfigati, ti prego. Dimmi che è un ragioniere, un commesso, almeno un benzinaio – chiede Paola, che da anni spera in cuor suo che Angela si dia una mossa, che esca da quel pantano di tristezza, di svogliatezza in cui è sprofondata. Se la vede sfiorire davanti lentamente, senza piangere, senza lamentarsi, senza mettersi contro una vita che va storta da tempo, incapace di sintonizzarsi sulla frequenza dell’ottimismo.
E lei a spingerla, a tenerla su, a ripeterle che ha chance da vendere, che solo non sa vederle, come se non volesse darsi un futuro. Ma le parole, quando una è a quel punto, sono vento che corre senza lasciare traccia. Magari a forza di ribadirle, almeno un’eco nella testa di Angela sarebbe rimasta    si ripeteva Paola che non riusciva a smettere di provarci.
Un tempo era diversa, era una ostinata, una da bicchiere mezzo pieno. Di legnate ne aveva prese parecchie, ma aveva sempre rialzato la testa, orientando il corso dei suoi pensieri verso il meglio. Poi, a un certo punto, s’era afflosciata come un budino tremulo, le fibre del suo cuore s’erano fatte fragili, come se nella sua vita interiore si fosse esaurita la speranza. Aveva cominciato ad accompagnarsi solo con sbandati, con gente che bivaccava ai margini dell’esistenza. Cattivi no, solo pieni di guai, di garbugli che lei s’ostinava a provare a dipanare. Come se i suoi guai non fossero sufficienti!

Un intellettuale non è di certo, neanche un impiegato, mai visti impiegati così mal ridotti.
E rieccoci con un altro perdente, chi te lo fa fare di metterti sempre con uomini sconfitti dalla vita? Mica li devi salvare proprio tutti tu – ribatte Paola cui si srotola davanti un film già visto, destinato a un finale da schifo.
Non è che Angela li scegliesse apposta gli uomini tormentati, è che ne era attirata come un’ape da un fiore, è che le sembravano gli unici con un po’ di fascino.
Che cosa se ne sarebbe fatta di uno sbruffone, di un vincente sicuro di sé, di quelli che ti pagano la cena in un bel ristorante e ti fanno fare la bella vita? Che poi uno così, mica avrebbe perso tempo con una come lei, che di lavoro stirava, che non poteva neanche farsi crescere le unghie perché le si spezzavano maneggiando i panni, che aveva i capelli sempre crespi per via di tutto quel vapore.
In realtà uno buono ce lo aveva pure nel suo curriculum, uno per bene, intelligente, ma senza il becco di un quattrino. Allora si era offerta lei di lavorare per due, di prendersi anche i turni di notte all’hotel di suo cognato che venivano pagati bene, e un poco riusciva anche a dormire.
Così stirava di giorno e lavorava alla reception di notte, intanto che lui si impegnava a finire l’università. Era una buona causa, e poi lui era così bello, così dolce, e la trattava come una regina. Era durata quasi quattro anni la faccenda del doppio lavoro e lei non l’aveva fatta pesare mai, perché lui gli esami li passava, studiava e non si perdeva in chiacchiere.
Si trattava di tenere duro solo qualche anno, poi lui si sarebbe laureato, avrebbe trovato un posto come ingegnere con uno stipendio dignitoso, e lei si sarebbe riposata. Magari avrebbero anche messo su famiglia, casa con giardino e pure un paio di figli o tre, che a lei i bambini piacevano un mondo.
Era andata diversamente, ovviamente. Non perché lui dopo la laurea l’avesse mollata, non si era montato la testa e la gratitudine non gli era mancata. Era stata lei ad andarsene, come se si sentisse fuori posto al fianco di un laureato che indossa camicia e cravatta.
A decidere era stata quella storia della gravidanza che aveva rotto l’incantesimo. Lei il figlio l’avrebbe tenuto, non le sembrava vero, mettere al mondo un altro essere umano, fare qualcosa di buono, di indiscutibilmente buono. Che cosa c’è di meglio, di più di una vita?
Era lui che non si sentiva pronto, diceva che era presto, che ora lui avrebbe dovuto pensare al lavoro e alla carriera, che lei avrebbe dovuto avere pazienza. Ma lei la scorta della pazienza l’aveva esaurita da tempo e quel figlio lo voleva. Certo non l’aveva cercato, ma se era arrivato voleva dire che andava bene così, che era ora. E lei si sentiva pronta, pronta e felice.

Alla fine era andato tutto storto. La sua versione dei fatti era che il bambino, anzi quel grumo di cellule che sarebbe potuto diventare un bambino, si fosse sentito mal accolto, che avesse capito che era solo lei a volerlo, mentre lui, il figlio, li voleva tutti e due, un padre e una madre. Allora s’era sciolto in un flusso di sangue e in una decina di contrazioni dolorose.
Non era riuscita a perdonarlo, non aveva avuto la pazienza di aspettare, di riflettere, perché lei dentro lo sapeva che era stato lui a mandare via il bambino, che se ci avesse provato solo un poco, magari il piccolo si sarebbe lasciato convincere a venire al mondo. E poi ci avrebbe pensato lei, non avrebbe chiesto niente, gli avrebbe lasciato tutto il tempo per il suo lavoro e la sua carriera. Che in fondo c’era da capirlo, tanto studio per poi non farne niente, non c’era neanche da pensarlo.
E’ che sotto l’ingegnere non c’era più il ragazzo che lei aveva amato, quello che un figlio l’avrebbe tenuto caro. Ora s’era fatto serio, sempre concentrato su qualcosa. Niente sorrisi, di ridere poi non se ne parlava. Forse gli uomini, quelli responsabili, sono fatti così. Forse per lei andavano bene solo i ragazzini o gli spiantati. Perché a lei ridere piaceva proprio, soprattutto la sera quando era sopraffatta dalla stanchezza, aveva voglia di aprire un’ultima parentesi d’allegria nello sfinimento quotidiano.
Una mattina, dopo che lui era uscito per il lavoro, lei aveva raccolto i suoi quattro stracci e se n’era andata, così, senza parlarne, senza provare a ricucire, senza lasciare due righe.
Da lì in poi, o era rimasta sola o s’era accoppiata solo con perdenti, gente senza speranza, da tenere a galla. E lei era un portento nel dare aiuto, e non solo agli uomini.
C’era sua madre che invecchiava e aveva sempre più bisogno che qualcuno le facesse la spesa, le pulisse la casa e la stesse a sentire.
Quando la guardava attraverso la pellicola gelatinosa che le velava le iridi, Angela non aveva scampo, si rimboccava le maniche e ci dava dentro con scopa e straccio.
Poi c’era il figlio di sua sorella, quello piccolo, che aveva qualche problema, non era ben chiaro quale, ma non imparava né a leggere né a scrivere. Era Angela che passava le serate a farlo scrivere e riscrivere, a leggergli fiabe, perché sua sorella ne aveva altri due di bambini, e questo quasi non lo voleva vedere, così tonto.
Era la fatica a dar forma alle sue giornate, un mattoncino sopra l’altro, fino a tirare sera.
Quest’uomo, quello della sera precedente, con capelli e barba rossicci, non si smarcava dal prototipo in uso. Era uno con la sconfitta alle calcagna.
Abbigliamento assemblato a casaccio, occhi reticenti, graffiati dalla delusione, fra l’impaurito e il malinconico e quegli scatti di repentina impazienza, come fosse stato scoperto, come se qualcuno avesse squarciato la cortina dei suoi pensieri. Poi subito una conchiglia chiusa, serrata nella morsa di uno sguardo duro, dell’istinto atavico di difesa del territorio.
Ma quegli occhi celesti lasciavano trasparire un bagliore particolare, qualcosa che lei aveva intravvisto solo per un istante. Poi, lui aveva distolto lo sguardo nervoso, come spegnendo una luce in fretta e furia.
Certo aveva capelli e barba rossi, e il rosso si sa, non porta niente di buono.
E la casa, che desolazione: un materasso, una sedia, un’asse su due cavalletti come tavolo, niente armadio, vestiti accatastati ovunque, puliti e sporchi insieme. Non un quadro, nemmeno un poster alle pareti, i vetri dell’unica finestra resi opachi dalla pioggia e dalla polvere di anni.
C’era di buono il cane, lurido pure lui, ma bello, educato, con l’aria sveglia di uno che capisce. Gli occhi un poco obliqui lo facevano sembrare triste, o forse era solo intelligente, più intelligente del rosso silenzioso. Cenciosi erano cenciosi tutti e due, magari a stare insieme si finisce per assomigliarsi.
Alla fine è stato gentile – raccontò a Paola, come per salvarlo dentro di sé.
Non fece parola della dolcezza, di quell’infanzia che gli si leggeva sotto pelle, di quello sguardo in cui pareva di annegare, di quelle lacrime spremute dal suo abbraccio che lui continuava a chiamare sudore, del suo accarezzarla senza fretta, senza pretese, come fosse l’unica cosa che gli importasse fare. Era un uomo che parlava con gli occhi e con i gesti, non con le labbra che non sapevano scollarsi per articolare parole. Rifuggiva le parole come la peste, come se le parole avessero preso partito contro di lui, come se gli corressero incontro imbracciando un moschetto per stanarlo, come fossero state loro, le parole, a mandargli a gambe all’aria l’esistenza. Sembrava avesse la testa ricolma dei cocci delle parole, di sillabe pensate e mai proferite.
Eppure un centro doveva averlo pure lui in quell’arcipelago di frasi smozzicate, di sentimenti sbandati, in quell’odore di selvatico, in quel dormire agitato come vela sbattuta dal vento.
Gliele avrebbe insegnate lei le parole, lei che, con quello giusto, poteva parlare per due, lei che sapeva scovare nel cesto del vocabolario quelle che colpiscono nel segno, che affondano il coltello, e poi quelle che addolciscono, che consolano, che aprono spazi.
E poi non si parla solo con le parole, ci sono messaggi, dichiarazioni, pensieri profondi che si mutano in sguardi, carezze silenziose, gesti imprevisti.
Angela non aveva dubbi, aveva ricevuto il segno, quello che non mente: quando l’aveva visto, le spalle curve, una faccia che promette solo guai, la birra che gli galleggiava nel sangue, lei aveva sentito le farfalle nello stomaco.

Solleva quella manica, tira su la maglia e fammi vedere quel tatuaggio le chiese con voce imperiosa Paola. Che cosa mi avevi detto che significava questa roba cinese o giapponese? Saggezza, mi sembra. E dov’è questa saggezza nella tua vita se continui a cadere dallo stesso gradino, se ripercorri lo stesso tratto sempre con lo stesso passo da vittima? Perché mi viene il dubbio che tu stia bene nella parte della vittima, che ti piaccia sanguinare.
Angela non rispose, non sapeva cosa dire.
Forse Paola aveva ragione, forse lei si ostinava a soffiare su tizzoni spenti?
Ma come uscire da se stesse? Non è che quando sai che sei fatta male, ti puoi rifare da capo. Sei così e basta. E non ti difendi da te stessa, magari ti lecchi le ferite, ti dai dell’idiota da sola, ma poi ricominci le tue giornate male, come sei capace. Tiri la carretta al lavoro, pulisci la casa di tua madre, cerchi di volere bene al tuo nipote svergolo e ti innamori dell’uomo sbagliato, ammuffito dentro, e ti condanni all’infelicità.
Eppure, nel profondo, lei in quel rosso ci vedeva qualcosa, ci sentiva un humus fertile, una possibilità. Probabilmente era sempre così all’inizio di una storia, lei ci immaginava quello che non c’era affatto, ce lo metteva. Perché era dell’amore che lei era innamorata, anche se un uomo che valesse la pena di amare davvero ancora non l’aveva incontrato, perché forse gli esseri umani non possono essere all’altezza dei sogni. E lei non smetteva di sognare come un’adolescente, sognava un amore magari non perfetto, ma quasi perfetto, uno di quelli in cui non devi fare la piega, in cui c’è molto del tutto che vorresti.
Non ci sarebbe ritornata quella sera al bar del quartiere. Non c’era da dargli troppa biada al rosso. Doveva starsene da solo, con il suo cane, aspettarla, girare il capo ogni volta che s’apriva la porta, nella speranza di vederla entrare e poi deglutire amaro. Doveva berci sopra alla sua assenza, assaporare il desiderio e la mancanza.
Gli avrebbe dato due sere libere, poi sarebbe ricomparsa. Si sarebbe truccata come si deve, avrebbe indossato gli orecchini e i bracciali della fortuna, quelli che allargano i campi di forza del destino, si sarebbe seduta al tavolino in fondo, avrebbe ordinato un caffè macchiato e l’avrebbe aspettato.
Lui non avrebbe mollato, i suoi occhi sfuggenti non l’avrebbero omaggiata con uno sguardo, lo sapeva, troppo coraggio ci voleva per ingarbugliarsi l’animo. E lui il coraggio l’aveva smarrito. Magari l’avrebbe raggiunta il cane e lui, con la scusa di riprenderselo, si sarebbe avvicinato come un sughero che galleggia in acque agitate, il volto infarinato dall’imbarazzo.
Eccoci qui –   beh sì –   già. Le parole erano troppo grandi per lui, gli andavano larghe, forse perché aveva solo silenzio nelle vene.
Allora sarebbe toccato a lei invitarlo a sedersi, gli avrebbe offerto una birra e gli avrebbe raccontato la sua giornata, così, per rompere il ghiaccio. Che se fosse stato per lui il silenzio sarebbe durato in eterno. Poi, come per sbaglio, gli avrebbe sfiorato un polso, forse una carezza di sfuggita. Magari lui ce l’avrebbe fatta a prenderle la mano.

2. (Solo + sola)

Il solito sgabello nel solito bar. Era un locale senza pretese, niente happy hour, niente musica, niente macchinette mangiasoldi. Un bar di quartiere mai rinnovato, tavoli di legno segnati dalle bruciature di sigaretta, a testimoniare che per anni nei bar ci si era potuto fumare, e dalle cicatrici a cerchiettini lasciate dai calici. Sembrava pulito, anche se era tenuto un poco in penombra, forse per lasciare indefiniti i pensieri consumati, i ricordi rosicchiati dal tempo degli avventori, quasi tutti anziani, che di passato da dimenticare non mancavano.
Lui si sedeva al bancone, in uno solo non occupi un tavolo. Sceglieva l’ultimo posto, quello dove il banco aveva già fatto la curva e ci si poteva appoggiare al muro. Non aveva bisogno di ordinare: Beppe il barista, lo conosceva, anche se in verità parlati non s’erano parlati mai. Sapeva che lui beveva birra, birra da poco, per poterne ingurgitare di più.
Dick era tollerato, il barista lo lasciava accovacciarsi sotto il suo sgabello, perché sapeva che era un cane ben educato, uno di quelli che non attacca briga, che non abbaia, uno che gli basta stare con il padrone, andare dove va lui, sedersi dove lui si siede e fare silenzio quando si deve. Quel cane non lo abbandonava mai e non pretendeva gran che. Certo c’era da portarlo fuori almeno due volte al giorno, ma se proprio Franco non era in grado, Dick si arrangiava da solo. Aveva imparato ad afferrare con le zampe anteriori la maniglia della porta d’ingresso e ad appendercisi di peso fino ad aprirla per poi scendere le scale e fare i suoi bisogni nel cortile condominiale. Tanto lì erano tutti poveracci, per lo più immigrati, e alla pulizia mica ci badava nessuno.
A Franco non piaceva quella storia del cane che sgusciava da solo in cortile, hai visto mai che i cinesi del quarto piano se lo cucinavano per cena. Non hanno proprio religione quelli, per loro un cane è come un pollo. Ma certe sere non ce la faceva proprio ad uscire, era come insabbiato in una tristezza dolciastra, di quelle che ti si attaccano come la colla e ti imbrattano di grigio dentro. Altre era troppo sbronzo per reggersi in piedi e neanche riusciva a raggiungere il letto. Succedeva che si svegliasse il mattino rannicchiato sotto il tavolo della cucina, la faccia in una pozza di grappa da poco, colata dal collo della bottiglia.
Aveva cominciato a esagerare con l’alcool, poco per volta. Non che avesse deciso di imboccare quella strada, era la strada che gli si era distesa sotto i piedi da sola, prima che lui potesse realizzare, scegliere. E di bicchiere in bicchiere il tasso alcolico lievitava e ogni sera di bicchieri ce ne voleva uno di più.
La birra aveva il pregio d’invogliare al rutto, e il rutto, si sa, manda giù. E lui da mandare giù ne aveva parecchio.
Aveva deciso che non era una buona cosa bere da solo, per via di quella parola solo che gli prudeva sulla pelle. Non sarebbe diventato un vecchio ubriacone, di quelli che trovano stecchiti in casa magari dieci giorni dopo la morte, già decomposti. Allora aveva preso l’abitudine di andare verso sera al bar di fronte, lui e Dick, a bere sbirciando la strada polverosa di fuori. No, Dick non beveva di certo, anche se una volta l’aveva sorpreso a leccare del rosso che lui aveva rovesciato sul tavolo. Beppe, gli dava sempre un pezzo di pane vecchio e il cane gli faceva festa, gli leccava le mani, raddrizzava le orecchie come a ringraziare.
Era una bella compagnia un cane, l’unica di cui un uomo si potesse fidare. Un cane non pretende, al massimo butta fuori due versi a fauci spalancate per farti capire che una corsetta non gli andrebbe storta, o che un poco di cibo a riempirgli la pancia sarebbe gradito. Soprattutto un cane non parla, non ti racconta i fatti suoi e non ti chiede i tuoi, non ti dà il tormento, non ci da sotto con la rava e la fava, non ti vuole diverso da ciò che sei. Con un cane si può stare in silenzio come se si fosse soli.
Franco aveva capito molte cose sullo stare soli. Da solo s’era allenato a sopravvivere quando la nostalgia gli toglieva la forza, a blandire la collera quando gli deflagrava dentro. La sua vita si torceva giorno dopo giorno come il tronco d’un ulivo, dentro di lui il buio s’insediava e Dick stava lì, presente, silenzioso a vederlo sgonfiarsi poco a poco come una gomma bucata, senza recriminare, senza consigliare, senza pretendere.
Forse era per quello che tutti i punkabbestia avevano un cane, rognoso come loro, sporco lurido, ma accoccolato vicino, all’apparenza felice di quel poco. E loro, i punkabbestia, camminavano con il cane a fianco, mai legato per via di quell’illusione della libertà, la barba lunga, i vestiti che non si potevano guardare e dormivano per strada, cane e punk abbracciati, che quasi si assomigliavano rannicchiati nel vano di un portone. Chissà se erano felici? Chissà se spogliarsi di tutto, se ridurre la vita all’osso, a mera sopravvivenza, era meglio? Forse loro avevano capito quello che conta davvero.

Lei glielo aveva lasciato Dick, in uno slancio di generosità imprevisto che lo aveva stupito. Quella donna era così, ti buttava fuori casa e poi ti regalava il cane.  Due giorni dopo quella sera dell’appostamento sotto casa con la carabina carica, si era presentata alla porta delle sue due stanze fetide, bella, luminosa, ma con un’onda di tristezza nello sguardo che lui volle interpretare come rimpianto, o forse malinconia. Forse lui cominciava a mancarle?
All’inizio gli era balenato il dubbio, la speranza che lei lo rivolesse con sé, ma era stata la frazione di un secondo. Non era da lei tornare sui suoi passi, lei era una calma, non irosa come lui, lei non s’infiammava, lei ponderava, analizzava e poi alla fine decideva. E allora era finita, quando lei si metteva in testa una cosa non gliela levava più neanche il Padreterno.
Non l’aveva invitata a entrare, non voleva esibire il suo squallore, la sua disperazione e tutta quella solitudine arrampicata sulle pareti, distesa sul pavimento sporco. Aveva con sé il cane e glielo stava consegnando. Il loro cane, quello che avevano scelto insieme al canile perché il bambino s’era fissato con il desiderio di un animale. E neanche a farlo apposta, quel bambino anemico aveva scelto il cane più pulcioso, svergolo e sgangherato di tutti quelli disponibili. Forse era la pena che lo muoveva, forse il bambino si specchiava nel cane, o forse lei l’aveva infettato con quella storia di aiutare deboli e indifesi, di non tirarsi indietro, di stare dalla parte degli ultimi. Figlio sfigato e cane sfigato, bella accoppiata.
Ma lui con lei non riusciva a farsi intendere, provava a comandare, a dire la sua, ma lei, che con le parole ci sapeva fare, lo metteva nel sacco alla svelta, squadernando delle buone ragioni che lui neanche aveva considerato. Allora lui alzava la voce, metteva in fila due frasi stitiche e le urlava fuori con impeto astioso, come se il volume potesse compensare tutto quello che non riusciva a dire.
A ben vedere, Dick era un gran cane e con lui s’era inteso subito, subito l’aveva individuato come capo branco. Almeno il cane capiva qualcosa, almeno per il cane Franco contava qualcosa. O forse era perché toccava a lui portarlo fuori la sera e la mattina presto. Era così, moglie e figlio sceglievano e lui si pascolava le grane.
Erano impagabili le passeggiate col cane, soprattutto il mattino presto. Dick cominciava a leccargli le mani già prima delle sei, e se lui fingeva di non sentire, passava ai piccoli morsi, solo un accenno, forse un avviso che se non si fosse alzato avrebbe addentato di più. Franco s’infilava una tuta, si tirava in testa il cappuccio e fuori, Dick davanti a correre, poi ad annusare tutti gli angoli e i portoni per decidere se quello era il posto giusto per farci pipì. Che non la faceva tutta insieme come fanno i cristiani, ne buttava lì un goccetto e poi ricominciava a correre. Dopo qualche minuto, eccolo pronto per il secondo goccio, e poi per il terzo. E in mezzo, fra una pipì e l’altra, aveva un gran da fare a zampettare e saltare. E gli toccava accelerare anche a lui per stargli dietro, anche se Dick aveva ben altro fiato e filava come un razzo avanti e poi indietro per vedere se Franco non si fosse perso, e gli addentava la tuta perché lui si desse una mossa, perché la città addormentata era un sogno da godersi tutto, senza rallentare, senza perdersi nei pensieri.

Lei glielo stava affidando e quel dono lo sorprendeva. Avrebbe dovuto essere imbestialita con lui per la cazzata del fucile. Invece, eccola con cane al guinzaglio, ciotola e cibo. Che avesse annusato la sua disperazione? Che lui le avesse fatto pena? E allora perché non se lo riprendeva? Perché non veniva a proporgli di riprovarci invece di liquidarlo con un cane, come se anche lui non fosse che una bestia?
Non glielo chiese, l’orgoglio impediva la domanda. E poi non avrebbe saputo come, che parole usare per farsi capire, per proporre senza implorare. Che un maschio deve conservarla la dignità. E poi c’era il brizzolato della bmw, quello con la faccia malinconica. Meglio tacere.
Senza neppure un grazie, aveva preso il guinzaglio e le aveva chiuso la porta in faccia. Che andassero al diavolo lei, quello della bmw e la compassione che le aveva letto negli occhi. Lo metteva a posto con un cane, come se una bestia bastasse a riempire il vuoto d’amore.
Neanche l’aveva guardato Dick quella sera, perché gli sembrava troppo poco, una miseria, un cane al posto di una famiglia, che faccia tosta.
E invece Dick era ben più di una bestia, lui capiva un sacco di cose senza bisogno di dirgliele, lui sapeva quando era ora di mettersi tranquillo, di dormire o di fare finta di dormire. Il cane lo teneva d’occhio a modo suo, senza rompergli l’anima, senza dirgli che cosa dovesse fare.
Una notte in cui Franco era svenuto e giaceva incosciente sul pavimento, un tasso alcolico poco compatibile con la sopravvivenza, Dick s’era attaccato alla maniglia della porta d’ingresso con tutto il suo peso, era uscito e aveva cominciato ad abbaiare e a grattare alla porta dei negri del Camerun per chiedere aiuto. E i negri, incredibile a dirsi, avevano chiamato un’ambulanza. Forse questi giargia, non tutti, questi del Camerun, non erano poi così male.
Bella bestia quel cane, bel cervellino, bella prontezza di spirito e, soprattutto, a lui ci teneva, altrimenti chi glielo avrebbe fatto fare di sobbarcarsi tutto quell’abbaiare, e grattare, e saltare per salvarlo.
E senza neanche sfasciargli le scatole perché smettesse di bere. Dick se lo teneva così, non proprio lindo, la barba rossiccia sfatta, lo sguardo annacquato e quel leggero tremore nelle mani. Non ne faceva una questione, perché quando si vuole bene non si rompono le palle.

Entrano nel bar come ogni sera, senza salutare nessuno. Non é lì per fare amicizia e poi sono quasi tutti vecchi che giocavano a briscola.
Franco solleva le sopracciglia in direzione del barista, Beppe solleva un calice a mo’ di benvenuto e prepara il pane per Dick che salta per azzannare il boccone al volo e poi gli sorride. Succede che qualche cane lo faccia mostrando denti e gengive, ma in realtà è con gli occhi che un cane sorride, sorride e ringrazia. Poi si accuccia sotto lo sgabello e comincia a dormire, mentre Franco dà l’attacco alla prima birra.
La prima è per togliere le sete, la seconda per ammorbidire la prima, ma è la terza quella magica, quella che scioglie i muscoli del viso, pulisce il cervello come una spugna, poi con la quarta non c’è più niente che non sia il bar, gli aneddoti dei vecchi ripetuti cento volte, la polvere sulla strada, l’ultimo raggio di sole che colpisce di sbieco il cartello stradale.
Ce n’è sempre una quinta, una sesta e, nelle sere buone, anche una settima. La birra ha questo di bello, ti sbronza lentamente, poco per volta, non ti dà la botta secca dei superalcolici. E poi non costa cara.

Che cosa vuole quella secondo te Dick? –chiede accarezzandogli la testa. Guarda me o te quella bionda? Vuoi vedere che ci tocca condividere anche le femmine oltre che il letto! Facciamo un patto: quelle a quattro zampe sono tue, quelle a due sono mie – gli dice mentre gli viene quasi da ridere. Dick apre un occhio come a sigillare l’accordo e poi riprende a sonnecchiare, mentre lui ordina la settima birra, questa sera ci vuole.
La bionda non molla l’osso e ora lo guarda dritto negli occhi, come se volesse risucchiargli il fiato.
Da non credere, che cazzo vuole quella biondina slavata? Si guarda alle spalle nel dubbio che sia un altro quello cui è diretto lo sguardo, ma c’è solo il muro. Beppe sorride di sbieco, Dick ronfa della grossa.
Non l’aveva notata prima, non è che di donne in questo bar ce ne vengano molte. Non era una cui di solito avrebbe concesso una seconda occhiata. Se ne sta seduta a un tavolo in fondo, sola, con davanti una tazzina di caffè. Un caffè in questo bar lui non ce l’ha mai bevuto, pensa, e sorride un’altra volta. E’ allora che lei si alza e si avvicina. Magari ha pensato che Franco sorridesse a lei e s’è illusa, ha creduto di piacergli. Ma sbronzo com’è, sorriderebbe pure a una scimmia.
E’ lei che parla per prima. Sono sempre loro, le femmine che decidono, ai maschi lasciano l’illusione di gestire il timone, ma in verità i maschi non contano mai un cazzo pensa fra sé.
Non è che capisca bene quello che lei dice, è troppo intento a contarle con lo sguardo gli orecchini e poi tutti quei bracciali che pare una ferramenta. Lei intanto parla. Fanno così le donne, blaterano e ti rimbambiscono, e finisce che credi che hanno ragione loro, e fai quello che vogliono.
Le parole di lei gli rimbalzano nella testa come palline da tennis, le sente ma non ne capisce il significato, o forse teme che le sue domande possano strappargli i vestiti di dosso fino a lasciarlo nudo e indifeso. La sente parlare come in lontananza e aspetta in silenzio che tutte quelle parole gli si organizzino nel cervello come soldati in parata, per poter cominciare a capire. Ma tutto quel vociare gli rimbomba dentro e lo stordisce.
Eppure sente forza in quelle parole e sotto ci vede germogliare dolore. Gli parlano dritto al cuore, come allacciando il sogno alla realtà. A tratti ha l’impressione di poter affondare in quella coltre di parole calde, di potersi affidare, come se avessero il potere di fare avverare le cose.
Lui si stropiccia la faccia e appoggia una mano sotto il mento come a sostenere meglio la testa assediata dai discorsi che gli vengono incontro troppo veloci, che sembrano tramortirlo.
Dick si è svegliato e le fa le feste. Cane bastardo, che gioco fai?
Gli viene il dubbio che il cane si stia confondendo, che abbia scambiato la bionda per sua moglie, per la sua ex moglie. No bello mio, lei ci ha mollati tutti e due, sono cinque anni che ti ha scaricato sulla porta di casa mia. Lei non ci vuole più, prima te lo metti in quel cranio duro meglio è.
O forse Dick aveva nostalgia del bambino e questa bionda, così magrolina, glielo aveva fatto ritornare in mente.
Alza una mano per ordinare l’ottava birra, non che ne abbia voglia, ma così, per togliersi d’impaccio, perché non riesce proprio a seguirla questa donna che gli chiacchiera in faccia come se lo conoscesse. Lui resta muto, diffidente e non prende parte alla faccenda.
Beppe finge di non sentire la sua ordinazione, forse non vuole vederlo piombare a terra nel suo bar, non vuole dover raccogliere il suo vomito. Non che fosse mai successo, era sempre riuscito a fermarsi prima, o al massimo a vomitare per strada, ma il pavimento del bar non l’aveva inzaccherato mai. L’aveva calpestato a tentoni, quello sì, perché si sentiva balengo e perché quel pavimento, a una certa ora, diventava obliquo, pendente e se non ci stavi attento ti faceva perdere l’equilibrio.
A casa invece vomitava spesso, e ci si svegliava dentro nel suo vomito, i pantaloni umidi di piscio.
Ora erano per strada, il cielo screziato dalle nubi. Non ricordava come fosse successo, come fosse uscito dal bar, se il pavimento fosse dritto o storto quella sera, se avesse pagato le birre. Camminavano fianco a fianco, lui, Dick e la bionda che gli si era incollata addosso sa Dio perché. In fondo l’odore di una donna non lo sentiva da anni, perché no

Il sole entrava obliquo dalle persiane e le colpiva il volto. Aveva una donna nel letto e il cane, quel traditore, dormiva accoccolato vicino a lei. Restò immobile, gli occhi spalancati come ad interrogare il giorno, per capire che intenzione avesse, che cosa avesse previsto per lui.  Sentiva una tremenda pressione dentro che lo faceva ritrarre nel suo guscio di lumaca.
Provò a rimettere insieme i frammenti della serata. Sicuramente aveva bevuto, beveva tutte le sere. Si ricordava i suoi occhi insistenti, lo sguardo aguzzo indagatore e quelle parole che gli erano franate addosso e che non aveva capito. E ora che cosa le avrebbe detto? Perché qualcosa doveva pur dire, una donna se le aspetta sempre le parole.
Tentò di alzarsi in silenzio con l’idea di sgattaiolare via, uscire di casa e non farsi trovare. Ma Dick era balzato in piedi e l’aveva svegliata. Lei aveva allungato le gambe, si era sgranchita come un gatto e aveva aperto gli occhi. Sembrava non riconoscere né lui né la stanza, poi le sue labbra si erano distese in un sorriso.
Beh, ora te ne puoi anche andare aveva sibilato lui prima che potesse frenare le parole. Ora che hai avuto quello che volevi, lasciami in pace.
Lui era capace di parlare solo così, con furore, con parole fuori misura, parole nervose che sapevano solo mordere. Le cercava le altre parole, ma loro lo disertavano. Nei giorni buoni riusciva a sentirle in fondo a non si sa cosa, ma erano come schiacciate, trattenute da una mano invisibile e non c’era pinza che le stanasse. Allora si metteva in salvo negli abituali insulti e nel rumore che sollevavano superando ciò che voleva dire. Nel cuore, il silenzio di una cattedrale deserta.
Il viso di lei si era accartocciato in una smorfia e d’istinto aveva allungato una mano verso il lenzuolo per coprirsi, come volesse rimangiarsi quello che avevano fatto, come per pudore. Sul viso le si era sparso un forte rossore, la bocca tesa in una linea secca, offesa. Per un attimo sembrò che la vista le si annebbiasse, mentre nella stanza entrava un forte senso di disagio. Poi un fiume di rabbia le aveva attraversato lo sguardo, due minuscole rughe le erano comparse fra le sopracciglia e, arrotolata nel lenzuolo grigiastro, si era messa in ginocchio sul letto, gli occhi in fiamme pronti allo scatto. Niente ho avuto, se proprio lo vuoi sapere, non è successo niente.
Com’era possibile che avesse fatto cilecca, con tutta la fame che aveva?
Lei gli lesse il dubbio nel volto e gli chiarì che non aveva fatto fiasco, che proprio neanche ci aveva provato; che, dopo un rutto da far tremare i vetri, si era schiantato sul letto e era caduto nel mondo dei sogni.
Beh, se ti devo pagare dimmelo e poi vattene buttò fuori come un veleno la sua bocca.
Lei si alzò di scatto, lasciò scivolare a terra il lenzuolo e rimase nuda, diritta davanti a lui guardandolo con disgusto. Poi cominciò a strillare, come se strappasse a morsi le parole, che lei non era una bagascia, che lavorava in una stireria, che non le servivano certo i suoi soldi sporchi, che s’era solo sentita sola, che l’aveva visto solo e aveva pensato che soli in due era meglio. Perché non è che solo più sola faceva due solo, e neanche un solo al quadrato, per lei faceva meno soli, magari fra due parentesi tonde come abbracci.
Lui sedeva afflosciato sul bordo del letto, a un palmo dal suo livore, le braccia penzoloni fra le cosce, un mozzicone di sigaretta spenta che gli pencolava da un angolo della bocca.
C’era qualcosa di disarmante in quell’uomo, si aveva l’impressione che respirasse ai bordi esterni di ciò che accadeva, come riuscisse a starne fuori.
D’improvviso, lei lo guardò dritto in volto come a trafiggerlo e lo colpì con due colpi secchi, due schiaffi di quelli ben assestati. Bel colpo per ‘sta magrolina – pensò lui mentre le afferrava i polsi con le sue mani grandi. E più lui stringeva e più lei urlava e si dibatteva, scuotendo i capelli a destra e a sinistra.
Aveva paura la ragazza, la mostrava scritta in quegli occhi febbrili che sembravano sopraffare tutta la faccia e nella bocca tirata. In fondo di lui non sapeva proprio niente, magari era un violento, magari aveva un’arma. Certo che ce l’aveva, una carabina di lusso. Ma dopo l’ultima cazzata l’aveva data in deposito a suo padre, perché non si fidava più di sé stesso, perché sentiva che il passo dalle parole ai fatti non era poi così lungo. Anche per questo beveva, per tenere a bada tutta quella rabbia, oltre che la tristezza.
Era carina senza trucco e senza la ferraglia, forse un po’ troppo magra per i suoi gusti, ma ben fatta. E tutta quella foga, quegli strilli la facevano quasi bella.
Franco la guardò, pareva una corda tesa e lui sentiva la sua presenza come una pressione sulla pelle, come qualcosa che lo toccava dentro. Quella donna camminava dal lato buono della vita.
Franco le sorrise e, delicatamente, la avvicinò a sé e la baciò con tenerezza. Lei cercò di divincolarsi, c’era troppa notte in quell’uomo, ma poi a poco a poco si sciolse, dimenticò di essere arrabbiata e annacquò la sua solitudine in quella di lui.
Dick si tenne decorosamente in disparte, un cane come si deve sa quando è ora di togliersi di torno.

1. 00174-XX7, P.S.F., E.L.


Non entrava in quella casa da mesi, eppure nulla era cambiato: gli stessi mobili da quattro soldi, vecchi e consunti, congelati nella disposizione di sempre. Era sua madre che era fissata con i rinnovamenti. Certe mattine la trovava già sveglia all’alba a spostare poltrone, a ficcare stracci sotto i piedini della credenza per farla scivolare sul pavimento e posizionarla nella parete di fronte, così da fare sembrare la stanza diversa, visto che soldi per comprare mobili nuovi non ce n’erano mai.
Da quando lei era mancata, in quella casa non si muoveva foglia e, ovviamente, neppure mobili.
Di convivere con una badante suo padre non ne voleva sapere, aveva accettato solo l’aiuto di una vicina che, per quattro soldi, s’era offerta di pulire una volta ogni tanto. Non faceva un buon lavoro, una polvere vecchia di anni ricopriva i mille soprammobili che probabilmente lei neanche spostava e un odore di cibo stantio ristagnava nell’aria. Non si poteva pretendere, per quel poco che la pagava.
Suo padre era seduto in cucina, come sempre. Il divano e la poltrona non aveva l’abitudine di usarli, li teneva buoni per chissà quale occasione, in salotto, coperti da un involucro di plastica che ormai aveva quarant’anni ma che non s’era sbrecciato mai, perché nessuno mai s’era seduto su quel divano.
Parenti ne avevano pochi e abitavano lontano, di amici non se ne parlava proprio. Magari qualche vicino, gente di casa per cui una sedia in cucina e la tazzina del caffè di tutti i giorni erano perfette.
Era vecchio e trasandato, le sopracciglia lunghe e arricciate, gli occhi cisposi incapsulati in palpebre rugose che l’acqua non sfiorava da tempo. La fronte sembrava un campo arato di fresco e le guance flosce e cascanti con quelle due parentesi ai lati della bocca gli disegnavano un’espressione vacua, lontana da tutto, perfino dalla disperazione, assente.
Come te la cavi pa’? gli chiese accendendo la luce e appoggiandogli una mano sulla spalla per scuoterlo dal torpore, mentre sentiva che non riusciva proprio ad amarlo quel vecchio perso in non si sa quale altrove.
La bocca del padre si contorse come se non riuscisse a rispondere, come fosse imprigionato in un’eco interiore. Forse era diventato ancora più sordo, forse la sua testa vagava in un altro mondo, un mondo in cui sua moglie ancora si occupava di lui e lui era un operaio che timbrava il cartellino, non un vecchio scalcagnato, prostrato dalla rassegnazione e da quell’agonia diluita.
Faticava a vederlo così e forse per questo non si curava di lui. Meno lo vedeva e meno ci pensava, a lui e a quella storia balorda di invecchiare e poi morire. Che tanto ognuno ha il suo destino e le sue grane. E a Franco le grane non mancavano di certo.
Anche la sua stanza da ragazzo era rimasta immutata, tale e quale: mobili al risparmio, ACDC e Metallica alle pareti, i libri di scuola. Del suo fucile nessuna traccia.
L’ho messo insieme ai miei nell’armadio chiuso a chiave, con tutti i negri e i disgraziati che girano…
Suo padre di fucili ne aveva ben tre, tutti comprati con lo sconto alla fabbrica Beretta dove aveva lavorato, come la maggior parte degli uomini della valle che non volevano più fare i pastori o i contadini. E lui di fucili se ne intendeva.
Quando Franco era un ragazzino gliene aveva regalato uno leggero, con il calcio inciso a mano. In Val Trompia c’erano donne che praticavano ancora l’arte della bulinatura scolpendo scene di caccia sui calci delle armi.  Il suo fucile d’infanzia era impreziosito dall’immagine di una piccola lepre in fuga.
Come sparare a un leprotto?  –  s’era chiesto lui undicenne quando, fucile in spalla, era uscito con suo padre per la prima battuta di caccia. Per cacciare bisogna essere pronti ad uccidere, non solo a sparare– gli aveva detto papà. Uccidere è l’istinto dell’uomo e delle bestie. E’ così, è la natura. Se vuoi diventare uomo devi uccidere. Uccellini certo, non cristiani, che se no ti si aprono le porte della galera. Anche se a certi cristiani una pallottola in fronte gli starebbe proprio bene, che qui se non ci si difende da soli, a noi non ci pensa mica nessuno. Prima te lo ficchi in testa e meglio è. Pensa per te e per la tua famiglia, pensaci tu, non stare a sperare in quelli della politica. Comandano i rossi o comandano i neri, i poveri diavoli restano poveri diavoli, credimi.
Gli piaceva uscire con suo padre, non tanto per la caccia ma per stare ad ascoltarlo, per camminare con lui nel verde, per l’attenzione ai rumori, perché ogni fruscio poteva essere un passero.
Il capanno non ce l’avevano, suo padre aveva le sue idee, preferiva vagare calpestando l’erba, gli archetti li odiava, erano una roba da figli di puttana. Per non dire degli uccelli di richiamo, una vera bastardata. E’ nel tiro a volo che sta la bravura di un vero cacciatore gli diceva sempre.
Bella forza uccidere un uccellino indifeso, avrebbe detto a Franco sua moglie, vent’anni dopo. Che gusto ci provavi a interrompere una vita che non ti aveva offeso, che si faceva il suo volo senza pretendere nulla? Non mi vorrai far credere che la caccia è uno sport? Uccidere per sport?
Ma le donne, si sa, di caccia e di sport non ci hanno mai capito un accidente.
E poi in valle gli uomini erano tutti cacciatori, era tradizione. Lavoravano alla fabbrica Beretta e cacciavano, uccelli consentiti e specie protette, perché chi ce l’ha il diritto di stabilire questo sì e quello no?  Dov’è finita la libertà? E che cos’era quella storia di proteggere gli animali, c’erano la selezione naturale e subito dopo la caccia: chi ce la fa bene, e gli altri a pascolare nei cieli di Dio. Perché per un cristiano è forse diverso?
Franco non aveva mai beccato un granché, non aveva una buona mira e poi a volte chiudeva gli occhi all’ultimo minuto, come per non volerne sapere niente, per non essere lui quello che premeva il grilletto. Che premere il grilletto non è una cosa da poco.  E poi ci si deve subito preparare al rinculo.
Suo padre gli aveva raccomandato di tenere il calcio inchiodato stretto alla spalla per sentire meno dolore nel contraccolpo, di impugnare l’arma con fermezza ma delicatamente, di allineare l’occhio al mirino e poi, superata la soglia della paura, sparare sicuro.
In realtà, quello che gli piaceva era la corsa che veniva dopo, con i cani davanti, in mezzo all’erba, il sangue a pulsargli nelle tempie. I cani abbaiavano e lui urlava come un pazzo, preda di una frenesia, del piacere di averlo premuto quel grilletto, di essere un uomo a tutti gli effetti, non un moccioso.
Il suo fucile c’era ancora, ma a tenerlo in mano sembrava leggero, le canne troppo corte, il calcio stretto per la sua spalla di uomo. Suo padre gliene propose uno dei suoi, non uno qualunque, il più bello.
Tienila bene, mi raccomando, trattala come se fosse sempre caria. Questa sì che è un’arma, un’arma da uomo.
Franco provò a mettersi in posizione, la guancia appoggiata all’arma, il peso sul piede sinistro spostato in avanti, il calcagno del piede destro di poco sollevato, proprio come gli aveva insegnato suo padre che non sbagliava un colpo, puntava il bersaglio con una faccia inespressiva e, come se avesse un computer in testa, colpiva il fagiano che si afflosciava in volo e cadeva a testa in giù.
Era perfetta, una gran bella carabina, completa di cannocchiale. Portava cesellato sul calcio un cervo con uno splendido palco di corna, pronto al balzo.
E’ una carabina da caccia grossa, calibro 308, ci puoi uccidere un cervo o un cinghiale. Se miri con il cannocchiale da puntamento la preda te la vedi lì, come se fosse a due passi. E poi guarda bene sul fusto e sulla canna, osserva la matricola, il catalogo e soprattutto il punzone del banco.
00174-XX7, P.S.F., E.L. mostravano le incisioni. Il primo è il numero di matricola, cioè la targa del fucile e il numero progressivo di produzione, XX7 è il certificato di nascita, vuol dire che è stato costruito nel 1971 e P.S.F. indica le prove di sparo fatte dal banco.  E.L. sta per extra lusso, mica un fucile basico – chiariva il padre gonfio di orgoglio, gli occhi rianimati forse dal ricordo del volo di una quaglia o del ritmo della catena di montaggio della fabbrica Beretta, o del bicchiere di bianco con l’oliva del fine turno, seduti all’osteria, le gambe accavallate, a tirare il fiato parlando di calcio, donne e politica.
Ricordati di pulirla come si deve prima e dopo l’uso, ben oliata, come ti ho insegnato. Un’arma come quella è un gioiello. E poi sono contento che vai a caccia, è un po’ come se ci andassi ancora anch’io che adesso ci vedo poco. Dovrei decidermi per quell’intervento delle cataratte. Ma poi che cosa mi importa, non è che ho gran che da vedere. Anzi alla mia età, meno si vede e meglio è.

Franco teneva la carabina sotto il sedile dell’auto: un’arma a portata di mano ti dà sicurezza, pensava. L’aveva pulita per bene, godendosi in mano il freddo delle canne, accarezzandolo come fosse un bambino. Se ne sentiva la responsabilità, era una “signora carabina”. Non che avesse deciso che farsene, ma stava meglio a sentirla vicino, gli faceva compagnia, gli apriva possibilità nuove.
Da quando il giudice lo aveva cacciato di casa con un decreto di allontanamento, lui viveva in due stanze ammobiliate in un quartiere popolare degradato, pieno di neri e magrebini. Ma non si poteva permettere altro, perché c’era da pagare il mutuo di casa, anzi dell’ex casa, gli alimenti per il figlio ancora piccino, l’affitto di due stanze fetide e poi doveva vivere lui. Niente sfarzi, con il suo stipendio ci stava dentro al pelo. Niente cene fuori.E poi con chi? Di amici non gliene erano rimasti, si erano schierati tutti con lei, cioè contro di lui. Dicevano che era un violento, ma non era vero. Lui non aveva mai spaccato la faccia a nessuno. E certo le occasioni non gli erano mancate Aveva un brutto carattere, si accendeva con niente, sputava fuori parole roventi, si alterava, la minacciava,ma solo con la voce.
Magari l’aveva spintonata, qualche volta un ceffone. Sì, anche davanti al bambino, non è che lo scegli quando dare fuori di matto, non è che l’ira la puoi rimandare, quando arriva arriva e chi c’è c’è.
E di ira in quelle due stanze anonime, che continuava a considerare provvisorie, ne masticava parecchia.
Si sforzava di non guastarsi l’animo rimpiangendo i tempi andati, di andare avanti, di farsi riprendere dalle fesserie della speranza, dal filo appiccicoso della vita, ma vivere insieme alla feccia, ai pakistani con i loro capelli unti, ai negri che ballano e mangiano a tutte le ore, ai nordafricani con il coltello facile non era mica uno scherzo.


Le liti nel suo stabile erano all’ordine del giorno e della notte. Lui cercava di starne fuori, di non mischiarsi a quella gentaglia che, se fosse stato per lui, avrebbe rispedito a casa loro.
Ma, come sempre, lui non contava un cazzo.
A volte la mattina si svegliava agitato, come se avesse dormito in casa d’altri, arrotolato in lenzuola sudate e stropicciate, comprate a buon mercato, e sentiva i mugugni di quelli di sopra, o di quelli delle stanze accanto, in una lingua che non si poteva capire e pensava che una casa vera ce l’aveva e che la stava ancora pagando. Una villetta a schiera nella parte sud della città. Niente di lussuoso, ma lui, che con le mani se la cavava e sapeva fare un po’ di tutto, l’aveva sistemata bene. Aveva immaschiato le assi del parquet di rovere nella zona giorno e incollato la moquette nelle camere. La tappezzeria se l’era risparmiata, grazie a Dio non era più di moda, altrimenti lei, che era grande nella testa, avrebbe preteso pure quella.
In realtà si era divertito a fare quei lavori, ne era orgoglioso.
Ora però gli prudevano le mani all’idea che quella casa non fosse più sua, che non potesse più ciabattarci la sera, bersi una birra con i piedi sul tavolo a fine turno, insegnare a stare al mondo a suo figlio. E sa Dio quanto quel bambino ne avesse bisogno, che più lo si lasciava in mano a lei più si faceva pauroso, da sembrare malato, quasi una checca.
Lui si era impegnato per quel che poteva a raddrizzarlo, a cementargli la spina dorsale. Ma il calcio non gli interessava, la box non parliamone, non la reggeva neanche in tv. La caccia non poteva neanche nominarla senza farlo impallidire. Era un bambino fragile, piccolo e magro per la sua età, gli occhi perennemente cerchiati di nero. A scuola se la cavava bene, anche se le maestre dicevano che soffriva d’ansia, che non reggeva lo stress delle interrogazioni, che aveva attacchi di panico.
Certo a trattarlo come una femminuccia come faceva lei, che cosa volevi che ne saltasse fuori? Se glielo avesse lasciato in mano, che so per un annetto, lui lo avrebbe aiutato a farsi uomo, a tirar fuori le palle, perché era figlio suo e le palle ce le aveva di certo da qualche parte.
Quella sera non c’era verso di stare tranquilli a cena. Si era comprato un pranzo precotto al supermercato, non cucinava mai, non si cucina per uno solo, si mangia freddo o al massimo si riscalda al microonde. E poi quei vassoietti costavano poco.
I giargia del piano di sopra facevano un fracasso d’inferno, parlavano in tanti, tutti insieme, forse litigavano con i loro vocioni spessi. E mica c’era da incazzarsi con quei bestioni, che magari ti portavi a casa un sacco di mazzate.
Aveva acceso la macchina e aveva cominciato a girare nella città buia, incazzato con quei negri, con quella vita grama che gli era toccata, con i soldi che non c’erano, con le speranze andate in fumo, con lei che l’aveva cacciato, con suo figlio che cresceva storto e anche per quello sembrava fosse colpa sua.
La macchina come d’incanto aveva imboccato la strada di casa, della sua ex casa. Aveva parcheggiato sul marciapiede di fronte, i fari spenti, così senza motivo e se ne stava lì senza sapere che fare, il cuore vuoto.
Le luci da basso erano accese, le tende tirate, non si vedeva niente di dentro, però si poteva immaginare. A quell’ora lei aveva finito di cucinare e stavano mangiando. Televisore spento, lei diceva che faceva male mentre si mangia. Inspirò a fondo, forse per annusare i profumi e scoprire che cosa avevano nel piatto. Odore di casa. Che idiota, da questa distanza, finestrini chiusi, che cosa vuoi sentire?
Gli sfuggì l’occhio verso il garage. Era chiuso, lei parcheggiava sempre dentro per paura dei vandali, anche se lì in quel quartiere non succedeva mai nulla. Avrebbe dovuto provare a vivere dove abitava lui adesso, in mezzo a quella feccia senza nulla da perdere, immerso in quel puzzo di curry, di aglio e di olio fritto.
Fuori dal garage, in fondo al vialetto, proprio davanti alla basculante, era parcheggiata un’auto grigia metallizzata sconosciuta, una bmw.
Suo suocero non guidava più, e poi una bmw non se l’era mai neanche sognata, sua suocera non aveva mai guidato, amiche con l’auto di quella tinta e di quella cilindrata non se ne ricordava.
E se fosse di un uomo? E se lei avesse un uomo?
Quella possibilità non l’aveva mai sfiorato, lei diceva sempre che con gli uomini non voleva più avere nulla a che fare, che gliene era bastato uno. Ma magari aveva cambiato idea. Magari ne aveva incontrato uno di quelli tutte moine, fiori, cioccolatini e compagnia cantando, un uomo che ci sa fare con le donne.
Quel pensiero gli imperlò la fronte di sudore e la mano, inconsapevolmente, scivolò sotto il sedile, ad accarezzare la carabina Beretta, la testa come imprigionata in una bolla.
No, non era geloso, è che lui era un uomo, uno di quelli che sa difendere il suo, che non si fa soffiare moglie e figlio da un damerino con auto grigia metallizzata che certo non abita in due stanze puzzolenti ammobiliate, fianco a fianco agli immigrati.
Decise di aspettare, di calmarsi, di riflettere. Forse fantasticava e stava costruendo castelli in aria, forse ci ricamava sopra e poi quell’auto magari era di una collega di sua moglie.
Ma quella era un’auto da uomo, ne era certo. Non che ci sia una regola: a destra le auto da uomo, a sinistra quelle da donna. E’ che le donne le berline non le amano, così lunghe poi, non le sceglierebbero mai. Poi come le parcheggiano? Loro, le femmine, comprano auto compatte, meglio se piccole e poi rigano anche quelle.
Pensava e intanto accarezzava la carabina. Non era lì per caso quell’arma, nulla succede per caso.
E se quell’uomo fosse anche ricco? E se fosse istruito? Lei di fronte a una poesia avrebbe calato le difese e anche le mutande, ne era sicuro. Le donne sono tutte così, non capiscono un cazzo. Non lo sanno che con le parole non ti riempi lo stomaco. Uno suda in fabbrica una vita, incastra le assi del parquet, tinteggia le pareti, taglia l’erba e poi arriva un sapientino qualunque che, senza una goccia di fatica, con due parole messe in fila per bene riesce a imbambolarle.
Al solo pensiero sentiva la rabbia scorrergli a fiotti dagli occhi iniettati di sangue.
Era sangue quello che bramava, fiumi di sangue per lavare l’onta di essersi lasciato soffiare moglie, figlio e casa, di vivere in un quartiere di merda, di mangiare cibo di merda, di fare un lavoro di merda, di essere solo come una merda.
Era quello che gli bruciava di più, quella parola solo che gli apriva una voragine davanti. Sarebbe sempre stato solo. Sì, magari una sgallettata se la sarebbe portata a casa, giusto per il servizio notturno, ma solo sarebbe stato comunque. Perché non è che di famiglie ne metti in piedi cento, che immaschi migliaia d’assi di parquet, posi chilometri di moquette, tagli quintali d’erba. La cazzata la fai una volta e poi, per il resto della vita ci frigni sopra, bevi birra, rutti in santa pace e ti senti morire.
Si era aperta la porta d’ingresso e il respiro gli si era inchiodato. Alto, brizzolato, più vecchio di lui, ma ben più elegante, un principio di calvizie che lo fece gioire, sbarbato di fresco.
D’istinto si portò una mano alla guancia ruvida, la sua rasatura non era recente.
Se ne stava andando. Allora non dormiva da lei, non erano ancora a quel punto. Bisognava intervenire subito, prima che succedesse, perché poi quando si crea quell’intimità fra maschio e femmina è dura. Perché lei non era una facile, una da una botta e via. Lei se con uno ci andava a letto, poi ci parlava e lo seccava con i ricordi, con quella menata dell’infanzia, e poi con i progetti, poi i sogni e via discorrendo.
Suo malgrado, ricordò quanto gli piacesse il sesso con lei, come potesse essere stupendo anche per quel dopo, per quel perdersi in fantasticherie che lo aveva ammaliato, per quel fare tutto semplice che lo teneva attaccato al lato buono della vita.
La guardò intensamente, come per accarezzarle il viso con gli occhi.
Tirò su la carabina e se la pose sulle cosce, così era pronto. Non aveva ancora deciso per cosa, ma era pronto. Bisogna essere pronti nella vita, altrimenti ti scavalcano tutti, ti rubano i soldi, la macchina e perfino la moglie. E tu te ne resti lì come un coglione, con l’indecisione in mano.
Ancora parlavano, fuori dalla porta. Chissà cos’avevano da dirsi? Lei ce l’aveva questa fissa delle parole, diceva che lui non parlava abbastanza, che non raccontava mai niente di sé, che era come aver sposato un muro.
Io non sono capace di entrare nel tuo silenzio, gli aveva detto un giorno.
Ma lui delle parole diffidava. Hanno un’aria da niente le parole, ma poi d’improvviso scatenano emozioni forti e ti ci trovi attaccato via come a un cappio. E ti tocca tremare per il resto della vita per il terremoto che hanno innescato, che mai avresti detto fosse possibile smuovere solo con i sentimenti. Le parole hanno così tante facce che non c’è da dargli credito, certe sono capaci di rigirarti le cose da non capirci più niente.
Però, a giorni, gli sarebbe piaciuto avere qualcosa dentro da dirle, ma le sillabe gli si impastavano sulla lingua, le parole erano grevi come se dovessero farsi strada attraverso qualche sostanza densa, e lui restava lì esitante come un allocco ad ascoltare tutto il silenzio che si sentiva dentro.
E poi che cosa raccontare di giornate di lavoro in cui, a parte che lavorare, non succedeva niente. E che dire dell’infanzia, chi se la ricordava?
Certo, a ben vedere non le aveva mai raccontato del fucile e della caccia, della sua paura, del sangue che gli pulsava alle tempie, dell’angoscia che lo prendeva di notte quando sapeva che il padre l’avrebbe svegliato presto per portarlo a sparare, del sudore della mano che teneva gli uccellini morti per le zampe, della speranza inconfessabile di sbagliare mira, di fare cilecca. Mica voleva fare la figura dello sfigato.  Che poi la paura se l’era fatta passare e si era fatto uomo.
Non aveva più sparato da allora, ma non era una cosa difficile. Un conto è colpire un uccellino in volo, un altro un uomo fermo davanti a una porta, davanti alla porta di casa tua, che fa il cascamorto con tua moglie e che magari chiacchiera anche con tuo figlio.
Abbassò il finestrino e il suo fiatò si condensò nell’aria quasi gelida. Imbracciò la carabina Extra Lusso, la faccia chiusa in una smorfia e tolse la sicura sentendo un click. L’arma era fredda e lui le stava attaccato come l’edera al muro. L’avrebbe scaldato lui quel fucile, con un colpo secco, di quelli che mettono le cose al loro posto. Pesava, era una carabina da uomo. Girò l’anello della messa a fuoco e di colpo l’avversario comparve al centro del mirino, vicino. Il suo dito si tese sul grilletto, era pronto.
La sua bocca era asciutta, le labbra serrate, le narici tese, il cuore sembrava percuotergli il petto lento, sotto la luce fredda della luna, la testa vuota di pensieri.
Non era così vecchio come aveva creduto, i tratti del viso erano distesi, quasi dolci, il naso leggermente storto come di chi qualche grana l’ha incrociata.
Lui, l’altro, neanche si immaginava di comparire nitido al centro del mirino di una carabina Beretta di quelle buone. Magari un’arma non l’aveva mai impugnata e per quello aveva quell’aspetto inamidato, come di uno che ha le ossa fragili e non ha capito niente della vita. Magari l’avevano bastonato pure lui e, invece di farsi forte, s’era immalinconito.
Ma era tardi per rifletterci, per cominciare a costruirci sopra, che se t’infittisci la testa di pensieri poi non fai più niente. Non si sarebbe tirato indietro questa volta, non avrebbe chiuso gli occhi, avrebbe fatto ciò che andava fatto, avrebbe difeso la sua vita, quell’unico pezzo di vita per cui valeva la pena di battersi. Ora avrebbe contato fino a tre e poi bang.
Non sudava, non tremava, sedeva con il tronco in leggera torsione, fermo come una statua, risoluto, le mani di pietra, gli occhi aguzzi a punteruolo. L’angoscia era rimasta a presidiare le sue due stanze ammobiliate.
Un respiro e poi: uno, due…
Ma, fermi tutti, che cos’è quella roba che corre?

Dick, Dick sei tu? Urlò trasalendo.
Aprì la portiera d’istinto e fu investito dal suo cane, un meticcio, cioè un bastardo, giovane e bello come il sole.
Il cane era così felice di vederlo che saltava come un matto e sembrava rimbalzare come una palla. Lo abbracciò e se lo strinse al petto forte, mentre Dick gli leccava il viso uggiolando, si beveva le sue lacrime salate e lui lo accarezzava. Sbavava Dick la sua sorpresa, il muso imbrattato di gioia. E intanto spiccava balzi da non credere, come se anche le zampe volessero confermare alla terra tutta la sua irrefrenabile contentezza. Bava e lacrime, umori mescolati, lo stesso stupore, la stessa speranza.
Franco, con una folle ilarità negli occhi, si inginocchiò sul marciapiede e presero a rotolare, uomo e cane avvinghiati sull’asfalto, vicino ai bidoni dell’immondizia, a ridere, a dirsi dolcezze, a scambiarsi baci e leccate a non finire.
Dick gli voleva bene.
La carabina Beretta 00174-XX7 Extra Lusso, con il colpo ancora in canna, era scivolata a terra. Dal calcio di legno un cervo li osservava stupito in silenzio, piegava di poco il capo regale, palco di corna incluso e, con un balzo, scattava via.

Ossicini

18/03/2019 | Scritto da Rossella Ghizzani | (0 Commenti)


Saltello.  
Un balzo di qui, una corsa di là. So correre veloce, sììììì, velocissima, mentre corro annuso, e mentre annuso guardo, e il cuore ruzzola anche lui insieme a me, una scheggia, mi rimbalza nel petto per la felicità, per la bellezza di questa radura, per i profumi che mi si tuffano in velocità dentro le narici, per quello che le mie pupille assorbono, frammenti di paesaggio ad angolo giro mentre sfreccio a settanta chilometri orari, perché sono pazza di gioia e anche perché sono un po’ impaurita.
Ho paura che si arrabbi. Come chi? La mamma! Mi ha lasciato in una zona riparata fra le rocce, protetta da un cespuglio di rovi.
Stai ferma qui. Immobile. Non hai odore, lo sai, e quindi non può trovarti nessuno se non ti muovi, mi ha detto.
Ma come posso stare ferma! I miei sensi la sentono la vicinanza delle erbe di campo, della frutta, del grano, e le mie zampe sono fatte per sfrecciare…  
Adesso corro ancora due volte intorno a quella vigna laggiù, faccio lo slalom quando arrivo ai sassi e poi torno nel mio covo, che magari mamma non si accorge e mi permette di…

Sara! Sara! Ehi, dormi o sei sveglia? Ma dove hai la testolina, sono dieci minuti che ti sto chiamando!
Dai piccolina, guarda, ci hanno portato il pranzo.
Che spavento! Meno male che mamma non si è accorta… Spalanco gli occhi e la vedo seduta vicino al mio lettino. E’ bella mamma, e mi sorride.
Invece io non posso. Non so come si fa. Non so neanche se ce l’ho la bocca, io.
Ma nel prato in cui corro funziona tutto perfettamente. Ho denti buoni per mordicchiare le erbette selvatiche e i germogli… Buonissimi!

Sara, vieni cucciolina, dai che mangiamo.

Non mi piace mangiare in questo posto.
Dice mamma che sono una bambina bravissima e coraggiosa.
Lei ancora non lo sa che sono una lepre.
Io l’ho capito da sola.
Ce ne sono tanti bambini qui, ma nessuno è come me. Li ho guardati bene: sotto il naso hanno due strisce arrotondate, morbide, rosa. Labbra, si chiamano. Anche la mamma le ha, lei colorate di rosso. Sono molto belle, si possono aprire, e quando le apri puoi far uscire parole, risate, sbadigli, oppure far entrare aria, acqua e cose buone da mangiare.
Io no! Non somiglio a nessuna delle persone che sono qui. Somiglio a Bruscolino tutto pepe.
Come chi è? Il leprotto grigio che salva Biancolina, la sua amica coniglietta finita nella rete dei cacciatori. Bruscolino corre a chiamare lepri, conigli, scoiattoli e tutti insieme rosicchiano la rete finché riescono a liberarla.
Bruscolino e Biancolina hanno una pelliccia bellissima, la pancina rosa, lunghe orecchie e occhi grandi.
La loro bocca è piccola e come spaccata in due. Uguale alla mia, ho pensato, quando li ho visti nel libro che mi ha portato mamma. Ecco a chi somiglio! Sono una lepre, non una bambina, e adesso scappo via, fuori, nel prato, a giocare con Biancolina! Evviva!
Dice mamma che mi mancano le ossa del palato, e che se avremo tanta pazienza i dottori me ne faranno uno nuovo tutto per me.  Apre la bocca e mi mostra il suo, per farmi capire cos’è, il palato. Mi fa ridere, adesso non riesce a parlare con quelle labbra spalancate, emette solo versi, proprio come me… Dopo me lo metteranno mentre dormo, dice mamma, e quando mi sveglierò avrò anch’io la mia bocca, labbra, sorriso e tutto, anche il colore rosso come il suo.
Vorrei dirle che sono una lepre, non una bambina, e che non posso stare chiusa in questo ospedale, ma mamma non mi crederebbe.  

Saraaa, scendi, è arrivato il babbo, vieni che si mangia!

Bruscolino tutto pepe… ma non ci posso credere. Avrò letto questa storia cento volte, nel lungo periodo trascorso in ospedale per curare la mia labiopalatoschisi. Studio in un’altra città e torno qui di rado ormai; quando vengo a trovare i miei genitori dormo ancora nella stanza che fu la mia cameretta. Mamma non ha spostato quasi nulla, e sulla libreria ci sono i miei libri di bambina. Quello che ho in mano mi sbalza indietro nel tempo, facendomi precipitare a picco dentro me piccina.
Non è solo un ricordo. Riesco a sentire quello che provava la bambina che ero, costretta a rimanere a lungo in un reparto ospedaliero, così impaurita da inventarsi un mondo di fantasia e una diversa identità in cui rifugiarsi. Avverto vivido come allora un sentimento di grande solitudine. Mamma ne era addirittura spaventata, cercava in ogni modo di rendermi sopportabile la realtà e di spiegare con parole semplici la mia malattia: sono solo due ossicini, non avere paura piccolina, sei una bambina bellissima e brava, non avere paura, vedrai.
Dal piano di sotto la voce di mia madre mi scuote. Saltello giù per le scale.
I capelli raccolti in due lunghe code ai lati della testa, mi rimbalzano sulle spalle.
Le narici fremono, stuzzicate dai profumi che provengono dalla cucina.
Oggi pranzo speciale in tuo onore, annuncia mamma mentre porta in tavola il vassoio. Mi trattano ancora con l’attenzione premurosa dei miei anni di bambina. La malformazione con cui sono nata e gli interventi chirurgici subiti mi hanno resa per sempre vulnerabile ai loro occhi.   
Come ogni volta che vengo, adesso babbo e mamma faranno a gara a raccontarmi tutte le fasi della complicata ricetta che hanno cucinato per me.
Questa volta ci siamo superati – è babbo che parla. Ho preparato la marinata con un bel rosato dell’Elba, e l’ho profumata con tutti gli odori, cipolla, sedano, carota, alloro, bacche di ginepro e chiodi di garofano. Una notte intera ce l’abbiamo lasciata… E poi la cottura, perfetta: vivace all’inizio e poi lenta, a fuoco moderato…
Ora mamma gli toglie la parola: e prima di cucinarla l’abbiamo disossata per bene, che non ci fossero ossicini puntuti a darti fastidio alla gola…
L’ho detto, mi trattano come se fossi ancora piccola…
Ecco Sara: la miglior lepre in salmì che potrai mai assaggiare!
Lo dicono in coro. Mi guardano contenti, in attesa della mia approvazione.

Mi basta uno sguardo e con le pupille ad angolo giro intercetto lo spiraglio della porta finestra alle mie spalle. Il cuore mi rimbalza nel petto, muoio di paura ma carico tutto il peso sui muscoli delle zampe posteriori e mi lancio in avanti. In un attimo sono fuori dalla stanza e via, balzo dopo balzo corro all’aperto, sento l’aria fresca strofinarsi sulle mie lunghe orecchie, il pelo scompigliato dalla velocità della corsa.

1 ottobre

18/03/2019 | Scritto da Rossella Ghizzani | (0 Commenti)

Non mi lasci qui, vero mamma?
La voce lacrimosa della bambina, diffusa fra i banchi della classe, aveva ramificato veloce fra le sedie e afferrato le caviglie della mamma, già sulla soglia. Un’incertezza l’aveva arrestata, prima di proseguire decisa oltre gli stipiti della porta, senza farle decidere di voltarsi.
Non era nei patti, la bambina lo sapeva.
La mamma glielo aveva ripetuto molte volte nei giorni precedenti, mentre le mostrava quello che aveva acquistato per lei, per il suo primo giorno di scuola. Scarpe bianche di pelle con la fibbia dorata, calzettoni traforati bianchi di cotone, e il grembiule, tutto bianco anche quello, con le tasche a toppa. Un nastro rosa da annodare intorno al colletto.  
In prima elementare ci vuole rosa il fiocco, diceva la mamma.
C’era anche una cartella color vinaccia e un astuccio verde rettangolare pieno di matite appuntite e colorate che la bambina non avrebbe dovuto perdere mai.
La bambina sapeva che sarebbe arrivato il tempo in cui anche lei avrebbe cominciato ad andare a scuola. Suo fratello lo faceva ogni giorno, a parte in estate. Usciva la mattina e tornava all’ora di pranzo. Quello che proprio ignorava, era cosa avrebbe dovuto fare, a scuola.
Imparare a leggere e a scrivere. Ma che voleva dire imparare?
Una brava bambina come lei non avrebbe pianto, il primo giorno di scuola. Si sarebbe seduta al posto che le avrebbero assegnato e subito, subito ripeteva la mamma, avrebbe dovuto ascoltare ciò che aveva da dire la maestra.
In effetti, la signora maestra parlava, e scriveva su una parete nera sovrapposta al muro con delle penne corte, i gessi;  la parte nera, aveva imparato, si chiamava lavagna.
La bambina sapeva cosa significasse scrivere. Lo facevano tutti in famiglia a parte lei. Quello che non riusciva a capire era come fosse possibile riprodurre sul foglio a quadretti del suo quaderno i segni che la maestra depositava sulla la-va-gna.
Era consapevole di non essere all’altezza. Non certo lei avrebbe potuto esserne capace. Altri forse. La mamma, suo fratello, il babbo. Forse anche la zia. Ma certo non lei.
La bambina si trovava quindi in una situazione difficile. Per la prima volta nella sua vita era stata affidata a una persona che non conosceva, insieme a molti altri bambini che parevano sicuri e contenti di trovarsi tutti insieme in quella stanza che si chiamava aula. Prima A, era il nome della classe.
Ora si ritrovava sola e sottoposta a delle richieste che in nessun modo avrebbe potuto soddisfare. Probabilmente questo le avrebbe causato dei problemi e, per la prima volta nella sua vita, non avrebbe potuto chiamare mamma.
Questa, bambini, é la data di oggi, e d’ora in poi ogni giorno la scriveremo sul nostro quaderno. Coraggio, ricopiate dalla lavagna: 1 ottobre 1968, martedì.
Le scarpe bianche con la fibbia dorata le facevano dolere le dita dei piedi, e i calzettoni traforati le scivolavano lungo il polpaccio. Se avesse potuto concederselo, avrebbe urlato che le odiava, quelle scarpe bianche, e che lei a scuola non ci sarebbe andata mai più, mai più, è chiaro?
Ma non era nei patti. Lei era una brava bambina che non avrebbe fatto stare male la mamma. Non poteva andare a lavorare, la mamma, con il pensiero che lei facesse le bizze.
Si sarebbe seduta brava al suo posto e avrebbe ascoltato la signora maestra.
Però la mamma non le aveva detto che la maestra le avrebbe chiesto di scrivere.
Lei non sapeva scrivere, non era all’altezza del compito che le veniva richiesto, non ce l’avrebbe fatta mai.  Impossibile.
Coraggio, copiate, non importa come lo fate, adesso passo fra i banchi e vi aiuto io.
La bambina si trova davvero in una brutta situazione.
Prima di andarsene, la mamma le ha aperto l’astuccio, che così spalancato sul ripiano del banco deve essere controllato, affinché nessuna delle matite si perda. A fianco il quaderno a quadretti mostra sulla copertina pesciolini colorati che nuotano in mezzo a piante acquatiche.
Deluderà tutti, nessuno le vorrà più bene.
Non la mamma, che tanto si era raccomandata. Devo lavorare, lo sai. Non mi far stare in pensiero. Ascolta quello che dice la maestra e mi raccomando, non piangere.
Non la maestra, che si farà una pessima opinione di lei, una bambina incapace di scrivere.
Non gli altri bambini, che aprono il quaderno, impugnano il lapis e aspettano fiduciosi la maestra.
Non suo fratello, che la prenderà in giro come quando le ha insegnato ad andare in bicicletta.
Forza, non guardare la ruota, dai, alza la testa, pedala… Glielo ripeteva di continuo sulla strada di campagna dove l’aveva portata. Su entrambi i lati scorrevano fossi colmi di acqua scura su cui fioriva l’opaco giallo di una sorta di micelio da cui lei non riusciva ad alzare lo sguardo. Ne aveva paura. Non di cadere, no. Era l’acqua nera in sé che la spaventava, ma certo non poteva dirlo a quel fratello così grande che quando si occupava di lei sembrava sempre un po’ annoiato. Non era nei patti. Aveva impegnato una domenica mattina per insegnarle ad andare in bicicletta, non poteva certo dirgli che voleva tornare a casa, possibilmente a piedi.
Ne è sicura. Bruscamente lui le dirà che una come lei non imparerà mai a scrivere.
La maestra cammina fra i banchi. Si avvicina a ciascun bambino, controlla quello che ha scritto e poi sorridendo lo esorta a riprovare, accompagnandogli la mano con la propria.
La bambina adesso è terrorizzata. La maestra arriverà anche da lei, e allora si accorgerà che non ha scritto niente. Si arrabbierà, lo dirà alla mamma, e lei a suo fratello. Tutti insieme, la sera, lo riferiranno al babbo, che la guarderà severo.
Sei una mangiapane, le dirà. Non sai scrivere. Batterà la mano sul tavolo e tutti, dopo, finiranno la cena in silenzio senza più gusto. La manderanno a dormire senza farle guardare Carosello, e parleranno di lei, maledicendo la sfortuna di avere avuto una figlia così buona a nulla. Meno male che abbiamo lui, diranno, carezzando la testa del fratello.
Eccola, è già arrivata al banco dietro al suo; non si volta, eppure la bambina avverte chiaramente lo sguardo di rimprovero della maestra sfiorarla e depositarsi sulla pagina bianca.
Adesso è qui, proprio accanto a me. Avvicina il suo volto al mio, ormai rigato di lacrime.
Ha così tanta voglia di sfogare liberamente il pianto che le duole in fondo alla gola. Sembra che i capelli, il naso, la pelle gemano lucciconi che le bagnano il viso. La bocca, chiusa dal morso dei denti sulle labbra, a un tratto si spalanca, cede come una diga e lascia uscire in un fiotto un unico enorme singhiozzo che diventa un urlo, e in quel grido racimola tre parole che scaglia nella classe come una grandine: non so scrivere!

Bene, dice la maestra, va molto bene che tu non sappia scrivere. Sei venuta a scuola per imparare, come tutti. Ti aiuterò io, non avere paura.Quando suona la campanella la maestra consente a tutti di alzarsi per fare una cosa molto difficile da pronunciare, la ri-crea-zio-ne.
Con il suo permesso si può andare in bagno due per volta, lavarsi le mani, e dopo mangiare lo spuntino portato da casa.
La bambina non si muove dal suo posto e nemmeno tocca il sacchetto a quadretti rosa, ricamato con il suo nome. La mamma ci ha infilato un tovagliolo, la bottiglietta di plastica bianca con l’acqua, un pezzettino di schiacciata con l’uva, ma la bambina è stremata, non vuole mangiare né bere.
La maestra le si siede accanto, non sembra arrabbiata. La bambina non ha dimenticato ciò che le ha detto poco prima, ma non sa se fidarsi.
O, dice la maestra, una letterina rotonda. Per farla parlare bisogna aprire la bocca, così: o.
Ha bisogno del respiro per avere il suo suono, la o di oca, di orso e di ottobre. Oooooo, la letterina che ci meraviglia, dice la maestra.
Un gioco irresistibile.
La maestra aiuta la bambina a osservarla, la lettera O, a sentirla dentro il petto, a cantarla e infine a riprodurla.
La mano incerta s’affida e infine riempie di piccoli cerchi imperfetti la prima pagina del quaderno.

Per la bambina non fu mai facile, nei cinquant’anni che seguirono, ammettere la propria forza e la capacità della propria intelligenza.
Sempre le fu d’aiuto il potere delle parole, che una maestra le insegnò ad amare