Si trovava in una stanza piuttosto grande, la casa sembrava essere la sua, ma faticava a riconoscerla. Forse c’era una festa, perché la sala era piena di persone, i visi parevano familiari e nello stesso tempo sconosciuti: lo stavano guardando sorridenti, come se si aspettassero qualcosa da lui. Forse la festa era per lui. Ma per quale ragione? Non riusciva proprio a ricordare. Si stava comunque sforzando di corrispondere alle loro aspettative, cercava di mostrarsi accogliente e disponibile, partecipava alle loro conversazioni con cortese sollecitudine. Ma il suo il cuore era in tumulto, si sentiva risucchiato in una voragine di dolore senza fondo. In mente aveva un solo, terribile pensiero: suo figlio era morto. Non sapeva come e quando fosse avvenuto, ma ne era assolutamente certo: suo figlio era morto. Non capiva come gli altri potessero fingere quella insopportabile normalità. Era soffocato dall’angoscia, non poteva più reggere l’ipocrisia della menzogna, ma non sapeva come uscire da quella situazione paradossale in cui tutti quanti non facevano che ridere e battergli manate sulle spalle. All’improvviso il ricordo: aveva un’altra figlia, una bimba di pochi mesi. Aveva provato ad aggrapparsi a questo pensiero per non perdere il senno, ma inutilmente. Si era reso conto di ricordarne a stento il viso, forse perché non se ne era mai occupato. Una fitta di senso di colpa lo aveva ferito, ma solo per un attimo, perché quel dolore immenso lo sovrastava, incontenibile. Proprio in quel momento un elicottero sorvolava la casa. Era vicinissimo, il frastuono del motore era assordante. Aveva allora approfittato della confusione generata da questo imprevisto e si era allontanato alla ricerca di un luogo appartato. Dopo un lungo girovagare, aveva trovato finalmente rifugio in una stanza che gli rammentava la camera da letto dei suoi genitori, quella dei suoi ricordi di bambino, e allora finalmente si era accovacciato e aveva urlato, aveva urlato con tutto il fiato che aveva in corpo, fino allo sfinimento, certo che nessuno lo potesse sentire. Poi, inatteso, un eco di passi lungo il corridoio. Dalla fessura della porta solo accostata aveva intravisto il profilo di sua moglie. Lo stava fissando, muta, il viso serio e immobile. Nel suo sguardo di un’intensità stordente gli sembrava di scorgere una scintilla di comprensione. “Sì”, aveva pensato, “lei sa…”. All’improvviso aveva percepito un movimento. Non era solo nella stanza. Un uomo, di età e corporatura simile alla sua, lo stava guardando con curiosità e stupore. Anche nel viso indovinava qualche somiglianza, nonostante l’espressione distorta e allucinata dei suoi tratti. Gli abiti che indossava, le mani, persino il volto, erano vistosamente schizzati di sangue. Si erano osservati per un lungo istante, immobili. Poi, simultaneamente, avevano entrambi sollevato una mano. Lui la sinistra, vuota. L’altro la destra, stretta a pugno sul manico di un’accetta. Inorridito, aveva fatto un balzo indietro, portandosi istintivamente una mano alla bocca, immediatamente imitato da chi gli stava di fronte. Nel farlo aveva notato alcune macchie scure sul polsino candido della propria camicia. Aveva alzato lo sguardo e aveva visto l’uomo che gli stava di fronte levare lentamente gli occhi al cielo e spalancare la bocca. Un urlo era tornato a squassare l’aria. Il suo.

Si era svegliato con il cuore in tumulto, il respiro strozzato in gola. Sua moglie dormiva, raggomitolata al suo fianco. Dalle persiane filtrava la luce dei lampioni. Il mattino sembrava ancora lontano, come confermava la sveglia poggiata sul comodino.
Nemmeno per un istante era stato sfiorato dall’intenzione di riprendere sonno, troppo forti le emozioni che lo agitavano. Si era alzato silenziosamente e, nella penombra, si era affacciato alla stanza della figlia. L’aveva osservata a lungo, immobile. Dormiva profondamente. Di tanto in tanto bofonchiava qualcosa di incomprensibile, come spesso le capitava nel sonno. Era quindi andato a versarsi un bicchiere d’acqua e si era seduto sul divano. Di accendere il televisore non se ne parlava, sicuramente sua moglie si sarebbe svegliata con le inevitabili domande, e lui non aveva nessuna voglia di giustificarsi, di spiegare o, peggio, di mentire… No, di quel dolore non voleva, non poteva parlare. Non in quel momento. Quasi per caso il suo sguardo si era posato sulla sacca da palestra. La sera precedente doveva averla dimenticata accanto al divano, senza svuotarla. La decisione era stata improvvisa. Una cura che sapeva efficace. Si era cambiato rapidamente, quindi, dopo aver lasciato un biglietto sul tavolo della cucina, aveva infilato la porta di casa.
Fino ad alcuni anni prima lo faceva quotidianamente: sveglia alle sei, un’ora di corsa al parco e tra le vie deserte del centro storico, poi doccia e colazione. Nei primi tempi, i più difficili, di nuovo nel pomeriggio, al ritorno dal lavoro. Aveva cominciato quando era morto suo figlio Carlo. Gli sembrava che le endorfine prodotte dal corpo durante la corsa attutissero la violenza di quel dolore indicibile. Solo così riusciva ad affrontare lo spaventoso vuoto di quelle giornate che si susseguivano spietate, una dopo l’altra.
Poi i sempre più frequenti problemi alle articolazioni delle ginocchia lo avevano costretto a sostituire la corsa con la palestra, ma non gli era dispiaciuto. La corsa, in sé, non era così importante. Era la fatica fisica che contava davvero, e gli risultava indifferente che venisse guadagnata macinando chilometri sulla strada, inanellando vasche in piscina o lavorando con le macchine di una palestra. Quando riusciva a concentrarsi solo sul ritmo della respirazione e sentiva i muscoli tendersi e il sudore che iniziava a scorrere sul corpo, sapeva che anche per quella volta i demoni che gli occupavano la mente sarebbero stati costretti ad allentare la presa, almeno per un po’…
Un paio di giri del parco sotto casa per coordinare passo e fiato, per capire come avrebbero risposto i polmoni e i muscoli delle sue gambe dopo tutto quel tempo, poi, attraversato il cavalcavia della ferrovia, si era diretto verso il centro storico. In strada neanche un cane.
Era successo durante la rimozione di un’ernia ombelicale, gli avevano detto “un esito assolutamente imprevedibile per un’operazione di routine…” Sì, l’avevano chiamata proprio così i medici, di routine. Odiava quel termine. Ancora oggi quando lo sentiva pronunciare provava un moto di rabbia. Quanta sofferenza poteva essere contenuta in una parola dall’apparenza innocua…
Intanto che questi pensieri gli rotolavano per la testa, il ritmo del suo respiro, dopo l’affanno dei primi minuti, si era fatto regolare. Le sue gambe rispondevano meglio di quanto avesse previsto. Nella piazza principale della città da un furgone stavano scaricando pacchi di giornali di fianco all’edicola. I suoi piedi, intanto, avevano puntato verso nord, direzione ospedale.
Erano seguiti mesi terribili. Anche il rapporto con sua moglie era stato messo a dura prova, ognuno perso dentro il proprio dolore, con l’animo prosciugato. Ricordava ancora i giorni in cui non riuscivano nemmeno a rivolgersi lo sguardo… Poi, quando sembrava che si stessero definitivamente perdendo, lei gli aveva proposto di avere un altro figlio. All’inizio l’idea gli era sembrata assurda e aveva provato a spiegarglielo, ma quelle discussioni interminabili avevano ottenuto il solo risultato di renderla più ostinata. Così, con il trascorrere delle settimane, sempre più spesso si era trovato a pensare che potesse avere ragione lei quando lo accusava di essere troppo rigido. Forse non esistevano modi giusti o sbagliati per prendere quella decisione, forse un altro figlio li avrebbe costretti a riprendere il bandolo della loro vita… Trascorsi due anni dalla morte di Carlo, era nata Giulia.
Era arrivato alla deviazione che portava in castello. Dopo un attimo di esitazione, aveva imboccato la salita. Alla partenza non pensava di avere fiato e gambe sufficienti per affrontarla, ma ora persino le fitte alle ginocchia si erano zittite e i polmoni funzionavano a dovere. E poi gli era sempre piaciuto affacciarsi sulla città ancora addormentata dal piazzale panoramico.
Giulia, già… Era ormai una ragazzina, solare ed estroversa, piena di gioia di vivere. Ma perché era così incapace di manifestarle il proprio amore? Da quando era nata, si era barricato dietro il personaggio del padre distante e distratto. Forse era la paura di poterla perdere come gli era successo con Carlo: il terrore di riprovare di nuovo tutta quella sofferenza lo metteva in scacco, lo immobilizzava, impedendogli di lasciar scorrere liberamente i sentimenti. Perché lui la amava, di questo era certo. La amava moltissimo. La maschera di protezione che si era accuratamente costruito nel corso degli anni si era lentamente trasformata in una gabbia insopportabile che non sapeva più come rompere. Giulia gli aveva offerto e continuava ad offrirgli un sacco di opportunità. Nel tentativo di compiacerlo e di attirare la sua attenzione, aveva adottato praticamente tutte le sue passioni. Ultimamente si interessava anche al calcio, guardava le partite con lui e tifava, guarda caso, per la sua stessa squadra. Cos’altro avrebbe potuto fare? Ora toccava a lui. Doveva, voleva trovare il modo di liberarsi da quella prigione. Aveva già perso troppo tempo. Giulia meritava di più.
Terminata la discesa del castello, si era diretto verso un incrocio tra due strade trafficate. Dopo averlo superato, si sarebbe di nuovo trovato nelle più tranquille viuzze del centro storico e avrebbe potuto dirigersi verso casa. Senza rendersene conto, aveva accelerato il ritmo della corsa. Ora aveva fretta di rientrare. Così avrebbe avuto il tempo di fermarsi alla pasticceria sotto casa ad acquistare i croissant che piacevano tanto a Giulia. Poi avrebbero fatto colazione tutti insieme e, sì, si sarebbe preso un permesso dal lavoro e le avrebbe proposto di marinare la scuola e di trascorrere la giornata insieme a fare tutte le cose che le piacevano…
Era così immerso nei suoi pensieri che non si era accorto del camion che procedeva a velocità sostenuta verso il crocevia che stava per attraversare. L’impatto era stato violentissimo.

Qualcuno lo stava scrollando mentre gli urlava “Papà, papà, svegliati! Su, svegliati!”.
Era uscito con fatica da quell’incubo. Ancora molto agitato, aveva finalmente aperto gli occhi.
“Carlo, sei tu!” aveva esclamato con enorme sollievo, mentre gli gettava le braccia al collo.
Il figlio, dopo essersi divincolato con malcelato fastidio da quell’abbraccio inaspettato, gli aveva rivolto uno sguardo perplesso.
“Certo, sono io, chi dovrebbe essere? Mi hai fatto prendere uno spavento… Ti ho sentito gridare dalla mia stanza. Quando sono arrivato eri agitatissimo. Guarda, sei sudato fradicio… Ma che ti ha preso? Ti senti bene?”.
“No, stai tranquillo”, gli aveva risposto, mentre cercava di recuperare calma e lucidità, “Sto bene. È stato solo un brutto incubo. Ora è passato. Grazie per avermi svegliato. Ma che ore sono?”.
“E’ ora che ti alzi” gli aveva risposto il figlio visibilmente sollevato, “mamma è già andata al lavoro e tu, se non ti sbrighi, arriverai in ritardo anche questa mattina… Ma cosa hai sognato di così spaventoso?”.
“Ma niente, una vicenda assurda e ingarbugliata… Ora non ho tempo per raccontartela. Magari stasera, se me la ricorderò ancora. Piuttosto, tu e Giulia avete già fatto colazione?”.
“Giulia? E chi sarebbe?”
“Dai, non fare il cretino. Tua sorella…”
Carlo si era improvvisamente irrigidito.
“Papà, cosa stai dicendo? Non capisco…”.
Poi, con il viso teso in un’espressione seria e preoccupata, dopo un lungo momento di silenzio, aveva aggiunto, “Papà, io sono figlio unico.”

Il Gordo Madera non era un tipo agile. Saranno stati i suoi cinquant’anni e qualcosa o il doppio di quella cifra in chili o il suo passo lento, di sicuro non era un tipo reattivo il Gordo Madera. Alto, robusto, di umili origini, dall’aspetto non propriamente curato, aveva studiato un po’, ma era profondamente ricco di esperienze.
Noi più giovani lo ascoltavamo con attenzione, portava con sé una storia piena di lotte sindacali di altri tempi, conosceva la genesi dei più importanti partiti di sinistra e diversi aneddoti sui loro fondatori.
Ci mettevamo in cerchio intorno alla stufa a gas, sempre ardente nei gelidi corridoi di Rawson. Senza libri né diari né riviste, prendevamo tutto il sapere possibile dalle sue parole. Apprezzavamo le sue testimonianze intense, a volte ci pareva di distinguere il fumo delle sigarette delle riunioni di cui raccontava, i borbottii di fondo delle assemblee proletarie e persino la tensione prima della rappresaglia.
Perciò spesso non badavamo molto alla sua trasandatezza, né alla sua tendenza ad accumulare cose completamente inutili che conservava nel caso servissero.
Il Gordo era una miniera di storie da ascoltare, memorizzare e ripassare più tardi, nella solitudine della cella.
Peccato che non tutti apprezzassero alla stessa maniera i suoi racconti, il suo passo lento e riflessivo lungo i corridoi. Soprattutto le guardie, lente come lui, occupate nel faticoso lavoro di aprire e chiudere lucchetti o di gridare ordini senza senso, e invece sveglie e energiche nell’intervenire quando si trattava di castigare qualcuno dei detenuti.
Come un fuoco sadico che li animava all’improvviso, in modo primitivo, irrazionale, inumano sarebbe giusto dire, se non fosse che l’umano contiene anche la malignità.
Cosa guarda fuori dalla finestra? Non sa che il regolamento lo proibisce?
Ah, signor carceriere, ha notato il volo di quel gabbiano? Plana e sembra fermo…
Il volo dei grandi gabbiani del litorale atlantico della Patagonia era l’unico spettacolo degno di contemplazione in quel quadrato reticolato di cielo azzurro che si intravedeva dalla cella.
No, il signor carceriere non sapeva apprezzare la bellezza del volo libero di un gabbiano.
E al Gordo toccò trascinare le sue lente ossa verso uno spazio meno confortevole, la prigione del castigo, l’isolamento.
La decisione non lo sorprese, il Gordo Madera non era nuovo a quei luoghi inospitali.
Il meccanismo trasgressione-castigo-più castigo, il Gordo lo conosceva sin da Sierra Chica, in mezzo alla pianura pampeana, un altro luogo poco accogliente, come lo avrebbe definito con la sua solita parsimonia.
Là, da giugno del ’78 fino all’aprile del ’79, trascorse più tempo in isolamento che insieme a noi. La guardia esterna aveva scoperto delle denunce sulla la stampa estera, in occasione del Mundial ’78 che il Gordo aveva scritto di suo pugno, parola per parola. La guardia interna non ebbe dubbi nell’applicazione del braccio violento della legge carceraria.
Novantotto giorni dopo, provato dalle punizioni corporali e dalla scarsa alimentazione, tornò tra i suoi compagni.
Noi stavamo organizzando uno sciopero della ricreazione che sicuramente avrebbe provocato rappresaglie.
Non è il caso che partecipi, dato il tuo stato attuale, gli dicemmo.
Non se ne parla, non è facendo un passo indietro che si vincono le battaglie, sentenziò.
La sua punizione si prolungò per altri 123 giorni, fino a che il Controllo centrale decise di chiudere il carcere di Sierra Chica e smistare i detenuti in diverse prigioni.
Il Gordo fu mandato a Rawson. ebbe un momento di tregua finché, ammirando il volo dei gabbiani, ricominciò il suo calvario. Castigo, isolamento, punizione su punizione. Si sommavano i giorni, le settimane, i mesi, senza poter guardare il solito scorcio di cielo a scacchi.
Quando il Gordo tornò tra noi, appariva molto magro, debole, quasi senza voce.
Già nel 1981, una guardia lo pescò nei bagni che urinava poco più di un minuto oltre il tempo permesso. Allora, giovani come eravamo, non sapevamo dell’esistenza di quel minuscolo organo chiamato prostata. Nemmeno le guardie comprendevano motivazioni di tipo organico, quindi: ritorno alle segrete.
Cominciammo a preoccuparci seriamente per le sue condizioni di salute e qualcuno temeva per la sua lucidità mentale. Dei circa tremila giorni di detenzione, ne aveva accumulati 1.253 in cella d’isolamento, un trattamento riservato nemmeno ai capi guerriglieri.
In quei giorni, ricevemmo la notizia che il Gordo si stava rifiutando di consumare i pasti.
Da solo, imprigionato, senza contatti con l’esterno, nell’immensità della Patagonia, il Gordo Madera aveva iniziato uno sciopero della fame!
L’avvenimento provocò non poco sconcerto tra di noi. La sua decisione era stata spontanea, solitaria, senza alcun tipo di preavviso o di preparazione.
Non è possibile, non è in condizioni, affermavamo.
Passò un giorno, due, una settimana e lo sciopero della fame continuò.
Le notizie arrivavano frammentate. Trascorse così anche una seconda settimana e il Gordo non mollava, continuava a non mangiare. Inoltre, da due giorni si era persino rifutato di bere. Sciopero della fame e della sete!
La situazione si era fatta seria, grave.
In caso di debolezza estrema, era consuetudine portare il detenuto una settimana in infermeria per poi farlo tornare nelle celle gelide.
Ma come avrebbero fatto con un prigioniero che rifiutava d’ingerire cibo?
Avrebbero usato l’alimentazione forzata o l’avrebbero ignorato, lasciandolo morire, come aveva fatto la Thatcher con Bobby Sands?
Il quindicesimo giorno venimmo a sapere che il Gordo con altri tre detenuti era stato imbarcato su un aereo per Buenos Aires, diretto alla nuova prigione di Caseros.
Il Gordo Madera aveva vinto la sua battaglia e noi sospirammo di sollievo.
Quattro mesi dopo, lo stesso decreto del Potere esecutivo ci fece ritrovare insieme in una lista in cui ci concedevano la libertà vigilata.
Il destino volle che condividessi con lui, in una cella multipla col gabinetto in un angolo, le ultime ore di detenzione. Fu il preludio al tanto sospirato momento della scarcerazione.
Tutti noi ci eravamo liberati delle cose che possedevamo in prigione, cercando di uscire il più leggeri possibile. L’imprigionato non porta con sé nulla di materiale di ciò che aveva in prigione, sentenziavamo. Al massimo era concessa qualche lettera ritirata dalla Censura.

Al Gordo Madera venne consegnato un sacco colmo dei più svariati oggetti che si erano accumulati nelle sue varie peregrinazioni di cella in cella. Essendo quasi sempre in isolamento, le guardie accumulavano i suoi averi all’interno di sacchi della spazzatura, senza badare a selezionarli.
Il Gordo vide il sacco e iniziò a rovistare, pensando alla vita austera che lo aspettava al di là delle sbarre, a casa sua. Lungi dal buttare via quegli oggetti impregnati della sofferenza del confinamento e degli abusi, il Gordo si sedette e cominciò a sceglierli attentamente, uno per uno.
Una stufetta a cherosene? Mi serve, e la infilava nel sacco.
Una calza bucata? Non mi serve, e la abbandonava sul pavimento.
Un quaderno con metà delle pagine scarabocchiate? Strappò i fogli usati lasciandoli sul pavimento. Il quaderno? mi serve, nella borsa.
Una camicia stropicciata con un colletto logoro? Mia moglie aggiusterà il colletto, nel sacco.
Resti di tabacco, pacchetti di yerba a metà, magliette bucate, avanzi di salamini, vecchie zucche per il mate ammuffite, bottoni rotti, fogli con disegni che descrivevano il volo dei gabbiani, stracci di diverse dimensioni, penne scariche, pezzi di legno con incisioni lasciate a metà, fiammiferi usati, pezzetti di cartine per rollare le sigarette incollati insieme
Elementi che solo in una vita di reclusione e di assurde privazioni potrebbero accumularsi. Ora il Gordo li rifiutava, facendone un mucchio di quasi un metro di altezza, al centro della cella temporanea.
Chiuse il sacco con gli oggetti utili e si considerò pronto ad andarsene.
Quando la guardia vide il mucchio di rifiuti organici e inorganici che adornavano il centro della stanza, iniziò a urlare. Udimmo per l’ennesima volta una serie di insulti e minacce, addirittura peggio di quelli che sentivamo ogni volta che lo rinchiudevano nelle celle di isolamento.
Un brivido ci scosse.
La guardia, aumentò il volume delle sue urla, ordinandogli di raccogliere tutta quella merda. Il Gordo, dal canto suo, continuava a camminare con calma, assorbito da chissà quali pensieri. Mentre camminava piano, oltrepassò per un attimo la soglia della porta.
All’improvviso si fermò, guardò la guardia e disse:
Certo, devo proprio.
La guardia si calmò e lasciò passare il Gordo che, in quel momento, solo in quel preciso momento dei suoi 2.832 giorni di detenzione, per la prima volta, fece un passo indietro.
Il Gordo Madera tornò in cella, si sbottonò la patta dei pantaloni, lo tirò fuori, lo portò all’angolo della cella dove c’era il gabinetto, e iniziò una lunga, lenta pisciata, uno scroscio infinito, interminabile. Da quell’uretra usciva un torbido fiume di urina, un liquido dal colore scuro come le prigioni prive di finestre, dall’odore acre come quello dei succhi gastrici prodotti dalla fame, dal rumore secco come lo scricchiolio delle ossa sui letti di cemento. La guardia, guardava impotente.

Quando finalmente varcammo la soglia oltre quel recinto, il sole ci colpì in faccia con tutta la sua forza. Nel bagliore, vidi solo macchie gialle intorno a me, ma giuro di aver visto anche lui. Ho visto il Gordo uscire dalla prigione, accanto a me.
Lo vidi col suo zaino improvvisato sulla schiena. Lo vidi fare un passo e poi due passi.
Lo vidi fare il terzo passo e… come i maestosi gabbiani patagonici che ammirava dalla sua finestra, lo vidi spiccare il volo. Un volo deciso e sereno. Lo vidi volare e tornare da noi per salutarci e poi immergersi nel profondo blu del cielo. Il cielo, non più inquadrato dai reticoli, della sua libertà.

Scritti III: Biscrome

27/11/2018 | Scritto da Secondorizzonte | (0 Commenti)

La musica ha costituito un importantissimo campo di attività nella vita di Renzo Baldo. Se il suo spettro di interessi, proprio di un uomo di profonda cultura, fu quanto mai vasto e articolato, in esso la pratica e le conoscenze musicali occuparono comunque uno spazio essenziale. Baldo aveva acquisito sin da giovane buone doti di pianista e fu per tutta la vita un vorace lettore del repertorio musicale.
Nel lungo corso della sua esistenza diverse furono le occasioni in cui ebbe modo di rendere pubblico quello che era un interesse coltivato prevalentemente in una sfera privata. Tra i suoi maggiori impegni spicca quello all’interno della Società dei Concerti di Brescia, ma più del ruolo di organizzatore si integrò meglio nel suo profilo di acuto intellettuale quello di conferenziere e, ancor meglio, di scrittore in merito ai diversi argomenti musicali. Da questo punto di vista l’esperienza di BresciaMusica – di cui fu direttore dall’avvio, nel 1985, al 2004 – rappresenta un capitolo essenziale per ciò che concerne il rapporto tra Baldo e la musica.

Oltre a numerosi articoli, a lui si devono le note tempestive, non di rado pungenti, che si propongono in questo libro e che nella rivista alimentarono una rubrica il cui titolo, Biscrome, sottolineava l’efficace concisione di questi scritti.


Ordini

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Recensioni

Dal Giornale di Brescia del 25 novembre 2018.
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Da BresciaMusica di novembre 2018.
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Il filo della memoria lega la prima alla seconda parte degli scritti di Renzo Baldo raccolti in questo libro, da quelli autobiografici agli altri che tracciano ritratti – sintetici ed essenziali in alcuni casi, articolati e densi in altri – di coloro con i quali era intercorso un rapporto di consuetudine, amicizia, stima.
La sensazione di una continuità sostanziale che lega i primi scritti ai secondi trova certo origine nell’omogeneità delle figure pubbliche, dei ruoli sociali, delle professioni: insegnanti, giornalisti, intellettuali, cultori di musica sono, come l’autore, molti dei personaggi che si incontrano in queste pagine. Ma un motivo più profondo di questa continuità sembra potersi individuare se proviamo a leggere come un ritratto anche quello che emerge dalle memorie della propria giovinezza che l’autore propone e ne confrontiamo le linee essenziali con quelle che leggiamo nei ricordi e nei profili raccolti nella seconda parte.

In occasione del primo anniversario della morte di Renzo Baldo, i famigliari hanno promosso una nuova edizione di alcuni dei suoi scritti più significativi (raccolti, oltre che in questo libro, in un altro dal titolo Percorsi narrativi). Parallelamente, la rivista “BresciaMusica” ha pubblicato, in questa stessa edizione, i testi comparsi nella rubrica Biscrome.

Quella che segue è la prefazione di Carlo Simoni alla sezione “Ritratti” del libro:

 

Scrivere di sé, scrivere degli altri

Il filo della memoria lega la prima alla seconda parte degli scritti di Renzo Baldo raccolti in questo libro, da quelli autobiografici ai seguenti che tracciano ritratti – sintetici ed essenziali in alcuni casi, articolati e densi in altri – di coloro con i quali era intercorso un rapporto di consuetudine, amicizia, stima.
La sensazione di una continuità sostanziale che lega i primi scritti ai secondi trova certo origine nell’omogeneità delle figure pubbliche, dei ruoli sociali, delle professioni: insegnanti, giornalisti, intellettuali, cultori di musica sono, come l’autore, molti dei personaggi che si incontrano in queste pagine. Ma un motivo più profondo di questa continuità sembra potersi individuare se proviamo a leggere come un ritratto anche quello che emerge dalle memorie della propria giovinezza che Renzo propone e ne confrontiamo le linee essenziali con quelle che leggiamo nei ricordi che vengon dopo.

È di poche parole, fin da bambino, il personaggio che la memoria restituisce tornando agli anni dell’infanzia, e attento alle differenze che distinguono, durante il fascismo, l’ambiente borghese da quello proletario; la franchezza rude dello zio che sta a Borgo Milano, nella Brescia delle fabbriche, dalla prudenza dei propri genitori, che si traduce nella critica sottaciuta ed espressa più a gesti che in parole della madre o si risolve, nel padre, in una forma di nicodemismo alieno comunque dal consenso.
Non ama la retorica, il ragazzo che frequenta il liceo così come il giovane chiamato al servizio militare; gli ispirano un disagio profondo le parate e i riti collettivi che vengono imposti; depreca i protagonismi; diffida del conformismo, della doppiezza, del compromesso; detesta l’ambiguità delle posizioni, la semplificazione dei giudizi, la contraffazione delle ideologie.
La passione del confronto, invece, trova spazio nel suo animo, e del dialogo che non abdica ai principi in cui ci si riconosce: i valori della laicità e della cultura, di una cultura lontana da “astratti utopismi” ma innervata sempre di “tensione utopica”. Una cultura capace di esprimere l’impegno civile e politico di chi non si sente vocato alla “combattività partitica”.

Quando da questo autoritratto dell’autore nelle prime stagioni della vita passiamo a leggere di coloro che quella stessa vita hanno incrociato, la percezione di un ovvio cambio di registro si accompagna all’impressione che il discorso non trovi la soluzione di continuità che ci si potrebbe aspettare, ma in qualche modo prosegua.
Se sappiamo individuare le qualità di chi non è più, descrivere il suo modo di stare al mondo, la “verità esistenziale” che ha costruito nei suoi giorni, è perché in qualche misura abbiamo saputo “leggere quei fuggevoli tratti che ci consentono di intravvedere l’anima (di una persona) o almeno di accostarsi alla sua soglia”, aprendo con lei “consuetudini di colloquio, di conversazione, che ci permettono, almeno in parte, di capirla e di carpirle qualche dono o qualche segreto”.
L’eredità che ci ha lasciato era quindi già, in certo modo, parte di noi, e solo per questo possiamo ora riconoscerla, accoglierla, sentendoci capaci di metterne in luce la cifra, e di proporla così come qualcosa che non può andar perduto, perché ne va della possibilità di “pensare il mondo in una luce positiva”, della fiducia che continuiamo a riporre nei nostri simili. Della Speranza, in definitiva.

***

Non una sprezzante laconicità, ma la riservatezza di un uomo che non si lasciava facilmente conoscere, Renzo ricorda del suo maestro, Isidoro Capitanio: la “sua singolarissima modestia”, fraintendibile da chi non l’avesse conosciuto da vicino come “una sorta di incapacità di collocarsi con la necessaria e opportuna energia nel tessuto della società”. Segno inequivocabile, invece, del “bisogno irresistibile di un’esistenza anonima”, di uno “sforzo di allontanamento dalle distrazioni per raccogliersi nel religioso silenzio della propria meditazione, si concentrasse essa in termini di musica o in termini di saggezza molteplicemente e profondamente umana”. Senza per altro che questo implicasse il distacco da quel che accadeva: resta nella memoria la pacatezza con cui Capitanio pronunciava giudizi e opinioni, e “scarne ma rivelatrici osservazioni sulla vita politica contemporanea”.
Non diversamente, la “distaccata impenetrabilità” di Arturo Benedetti Michelangeli rimandava in realtà alla ferma volontà di “difendere il proprio mondo interiore, il recinto dove albergava e fioriva la sua sensibilità”.
“Schivo e ciò nondimeno affabile” appariva anche Giovanni Ugolini, “capace di avvolgerti con ironia pungente e al tempo stesso sorridentemente comprensiva”: “non accadeva mai di sentirlo cedere alla tentazione della sottolineatura verbale delle proprie convinzioni, al rischio della retorica dei sentimenti”.
“Pacata, seria, riflessiva, ragionata” era la scrittura di Guido Puletti, fautore di “un giornalismo attivo, attento, umano, intelligente, in grado di informare e di formare, senza ripiegamenti narcisistici”. In ciò vicino a un altro giornalista, Roberto Balzani, e alla “sua esperienza, orientata a non lasciarsi mai sfuggire l’importanza della simbiosi fra il rigore dell’informazione e l’impiego, su di essa, degli strumenti etici e intellettuali capaci di sottrarla al naufragio dell’insignificanza”, “in anni, si badi bene – scriveva nel ’97, Renzo, ma non occorre sottolineare come le sue parole suonino attuali – nei quali l’appassionarsi in nome di un’assunzione di impegno civile sembra aver sempre più ceduto spazio a forme di disincanto, nelle quali possono tranquillamente convivere dignitosa professionalità e ben dosato distacco.”
“Il segno del limpido e saldo rifiuto dell’artificioso” si coglieva nel modo di porsi di Davide Pelizzari: “dell’innaturale, dell’inautentico, che gli si configuravano come spie esplicite di qualcosa, di cui bisogna diffidare, qualcosa, che va dalla mistificazione alla sopraffazione.”
Qualcosa di simile a ciò che in Renzo Bresciani chiedeva “uno sguardo che interpreta, che ci colloca entro una visione della realtà, visione ben consapevole, non casuale e approssimativa, ma netta e irrinunciabile, mai proclamata, ma costantemente e sottilmente presente”, capace se necessario di tradursi in “una riflessione, netta e perfino risentita”. Esito di un atteggiamento che sembra richiamare la “sottile e tormentata volontà di chiarezza” di Teodoro Simoni.

Di Michele Zorat restano la “ricchezza e linearità delle sue convinzioni civili”, l’“acuta e continua attenzione alla vita politica e culturale”, la “sottile arguzia” come la “ disincantata saggezza”, frutto di “una visione serenamente e consapevolmente laica”, capace di coniugarsi ad “una partecipazione costante alla vita come responsabilità nei confronti degli altri”, “uomo tra gli uomini, senza paternalismi e senza servilismi, insofferente di ipocrisie, ansioso di partecipazione alla vita nella sua pienezza”. Caratteri che significativamente vengono sottolineati in un altro medico, Giuseppe Cernigliaro, “pronto ad intendere i bisogni di tutti, ma soprattutto degli umili, degli indigenti. Naturaliter christianus” anche se “di formazione laica, nutrito di fertile cultura umanistica e civile, imbevuto di mazzinianesimo costantemente rivissuto con fermezza nelle sue dimensioni etiche più pure.”
Analogamente, di Mario Lussignoli restano in mente “la sua capacità di piegarsi ad intendere e ad amare anche le manifestazioni più semplici ed elementari della vita”, il “suo carattere, dolcemente e teneramente aperto”, nella consapevolezza che “ogni separatezza è un vizio”, “e al tempo stesso severamente intransigente”, diffidente del “potere, in qualunque forma esso si organizzi” e pronto a indignarsi “contro i mercenari della parola, gli astuti organizzatori del consenso, gli esperti in massificazioni svuotanti”.
Il rigore, dunque, come virtù umana e civile, non destinata comunque a risolversi fatalmente in severità scostante: “Conoscendo persone come lui – il professore Cesare Trebeschi – ci si (poteva) persuadere che forse la laicità è fatta anche di sorridente benevolenza, e che sono gli uomini come Cesare che le consentono di essere presente nell’umile, ma vitale, concretezza della vita quotidiana.”
Partecipandovi silenziosamente, alla maniera di Giuseppe Perucchetti, uomo “non certo avvezzo a usare troppe parole”, ma non per questo incapace di manifestare la sua “forte inclinazione ad assumersi, pacatamente, ma decisamente, la responsabilità delle proprie convinzioni.”

Un tono sommesso, apparentemente minore (che in musica, ricorda Renzo, non è affatto termine riduttivo, ma indica anzi “l’ingresso in una più penetrante e intensa sfera emotiva”) manifestava la “saggezza” di Marco Bonomini, il sarto di Livemmo, che “si esprimeva in un calibratissimo equilibrio tra affettuosa partecipazione agli stati d’animo, alle vicende, agli umori degli altri, di tutti gli altri, e una sorridente garbatissima ironia, che smussava, ridimensionava, inquadrava e chiariva”; una sensazione simile a quella che nasceva in chi incontrava Maria Olga Furlan Fornari, maestra elementare, e la sua “cordiale, mai tramontabile, e adorabile, disponibilità alla vita come perenne operosità, proiettata a capire e ad aiutare, sempre pronta, perfino in un modo luminosamente ingenuo, a proporre calore di affetti, comprensione ed aiuto per gli altri”.

***

Tornando a scorrere queste pagine, si può notare come non rappresenti un caso isolato quello testimoniato nella prima parte del libro: la scrittura autobiografica sembra spesso non sapere, non volere andare oltre gli anni della giovinezza, quasi che l’intenzione di restituire fedelmente il chi si è stati non possa esser mantenuta se ci si avvicina al chi si è; avvertiti, forse, della velleitarietà, o dell’intrinseca e inaggirabile ambiguità, dei propositi di dir di se stessi in tutta verità che dichiarano Montaigne e Rousseau, soprattutto.
Dire degli altri, allora, di quelli in cui ci si è riconosciuti, può offrire – senza costituire l’approdo di un intento consapevole – la possibilità di continuare il discorso iniziato: i tratti che di loro si è saputo cogliere, e la loro morte chiama a mettere in parole, lasciano intravedere quegli stessi che ci appartengono, o vorremmo ci appartenessero (o fossero appartenuti) più compiutamente. Quasi a cercare in quelli convalida di ciò che siamo o non abbiamo cessato di aspirare ad essere; quasi a tentar di proseguire la delineazione di quel ritratto di noi stessi che incessantemente, pur senza averne piena coscienza, vorremmo completare, sfidando l’evidenza del fatto che solo gli altri potranno percepire nella nostra vita una storia. E dunque provandoci, nonostante tutto, a dire chi siamo stati, chi eravamo; quali erano i caratteri essenziali che la nostra esistenza ha infine lasciato trasparire, senza che coincidessero con i tratti di eccezionalità che si vuole connotino gli uomini illustri, ma senz’altro di unicità, e irripetibilità, che competono anche a coloro che illustri non si sono detti. In ciò ricordando l’insegnamento di uno di coloro di cui Renzo racconta, Nando De Toni, grande studioso di Leonardo, che “amava dire che non esistono geni, eccezionalità, ma soltanto anelli di una catena della quale tutti facciamo parte.”


Ordini

logo_rinascita_450pxSe vuoi leggere il libro nella sua interezza lo puoi acquistare alla nuova libreria Rinascita di Brescia (12 euro).
Via della Posta, 7 – 25121, Brescia
Tel. 0303755394
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Recensioni

Dal Giornale di Brescia del 25 novembre 2018.
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Da BresciaMusica di novembre 2018.
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Percorsi narrativi raccoglie i testi letterari di Renzo Baldo: apre con una “summula” in chiave aforistica del pensiero intimo di “Filippo Ottonieri Junior”, prosegue con la rappresentazione dei regni di distopia nei “Racconti rabelesiani”, per continuare sui condizionamenti biologici, le forme di alienazione e le aspirazioni a nuovi ordinamenti sociali che attanagliano l’uomo moderno in “Paradossi (quasi racconti)”, per concludere, infine, con i “Pensamenti dello zio Eufrasio”, ultima ed estrema personificazione aforistica del sentire laico del narratore.
Il ritratto che emerge, sottolinea Giovanni Tesio, è quello di un “moralista in senso classico”. Per dar corpo al suo pensiero, Baldo ricorre a frequenti riferimenti culturali, ora espliciti, ora impliciti, mescola diversi registri formali, affidando il suo messaggio a scelte lessicali e a intrecci concettuali che il lettore è invitato a individuare e il critico aiuta a portare alla luce, rilevandone, tra l’altro, lo stile consapevolmente classicistico, “marginale per scelta”, per “meditato straniamento”, nel quale l’autore trova “il suo pieno domicilio”. Per dire, esponendosi di persona e senza mai arrendersi, la problematicità del vivente.

In occasione del primo anniversario della morte di Renzo Baldo, i famigliari hanno promosso una nuova edizione di alcuni dei suoi scritti più significativi (raccolti, oltre che in questo libro, in un altro dal titolo Memorie e ritratti). Parallelamente, la rivista “BresciaMusica” ha pubblicato, in questa stessa edizione, i testi comparsi nella rubrica Biscrome.


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Il castello di polenta

16/10/2018 | Scritto da Mauro Abati | (0 Commenti)

Era ferito, gettato nella neve; un fuciliere nascosto dietro le rupi colpì la sua discesa. La bianca uniforme degli alpini sciatori, sporca del sangue, puzzava di sudore e di febbre. Riverso e privo di sensi, col tempo l’alito bollente e l’ipertermia avevano scavato la buca nella neve fresca, sciogliendo l’arrossato candore, e pian piano il corpo vi s’era infilato per semplice gravità; alla fine sporgevano solo le gambe, come due monconi sui quali sferzava il vento.
Dopo la battaglia, in ricognizione per ritirare i cadaveri, la pattuglia sulle prime lo diede per morto. Ma risvegliato dal vociare e dal trafficare dei barellieri, sentendoli dire (non senza l’ironia dei sopravvissuti) “Guarda questo come s’è messo”, in qualche modo riuscì a lanciare segnali, un urlo, un rantolo, muovendosi un poco nel gran dolore, e finalmente lo conobbero per vivo, quel giovane alpino dell’Adamello infossato nella neve. Era il 1917. Il soldato riuscì a guarire e ad aver figli e nipoti. Io sono uno di questi ed il fatto me lo raccontò lui stesso, ormai vecchio e incavalierato dell’ordine di Vittorio Veneto.
Era dunque il 1917 e nella Russia preda della crisi economica e dell’avanzata del nemico (lo stesso nemico degli alpini dell’Adamello) avevano già sloggiato lo zar e si rincorreva una rivolta dietro l’altra; mio nonno aveva 22 anni. Dopo il ferimento fu congedato. A guerra finita, non avendo lavoro, emigrò in Svizzera e lì lavorò sotto un mezzo parente; presto, però, ebbe da ridire per via che quello, che, dopo un matrimonio con una facoltosa del posto, aveva messo in piedi una fabbrica, obbligava i dipendenti a rifornirsi di cibo nello spaccio da lui stesso condotto e a vivere in alloggi di sua proprietà, detraendone i non modici costi dalla paga mensile. Così mio nonno non stette molto in quelle contrade; si trasferì in Francia ma poi tornò in valle a lavorare da capomastro nei cantieri.
Da qualche anno qui tirava aria di socialismo e anche il sindaco di Gardone era stato ridotto al confino essendosi opposto, nel ’15, all’entrata in guerra. “Imola lombarda” era chiamato Gardone sui giornali del tempo, in riferimento alla cittadina emiliana, patria di un forte movimento socialista e pure del primo eletto di quel partito nel Parlamento del Regno, Andrea Costa, per un po’ d’anni compagno di Anna Kuliscioff.
Insomma, mio nonno, dopo i patimenti di una guerra combattuta a tremila metri di quota, in grotte di ghiaccio e con la minaccia della fucilazione per i disertori, s’avvicinò al socialismo e si prese la tessera del partito. D’indole insofferente e schiettamente anticlericale, nel ‘19 si schierò con i massimalisti contro i riformisti di Filippo Turati (l’altro uomo della Kuliscioff). Insieme ad altri costituì una cellula rivoluzionaria a Bovegno (un paese di duemila abitanti, la metà minatori), cellula che aderì alla mozione comunista già dal congresso di Livorno del ’21. Fausto, mio nonno, e i suoi tre fratelli erano una buona parte del piccolo gruppo sovversivo, in tutto undici uomini e una certa frangia giovanile di nuova leva. Dopo il biennio rosso, gli scioperi agrari e l’occupazione delle fabbriche tra ‘19 e ‘20 all’insegna del “Faremo come in Russia”, però, facendo sponda sulla crisi economica, la reazione capitalista ormai riconquistava terreno. Le elezioni di quell’anno diedero un brutto colpo agli inconcludenti socialisti. Per parte loro, i comunisti di Bovegno dovettero decidere quale posizione sostenere: la linea gramsciana del centralismo democratico, che voleva la partecipazione alle elezioni, o la linea bordighiana del centralismo organicista, invocante invece l’astensione rivoluzionaria, ma che si era meritata un’invettiva direttamente da Lenin col pamphlet “L’estremismo malattia infantile del comunismo”? La questione era se in Italia esistesse o meno, nei fatti, un terreno pronto alla rivoluzione proletaria. A Bovegno i comunisti scelsero Gramsci, parteciparono alle elezioni e presero 52 voti sui 100 di tutta la valle: nel loro piccolo si difesero bene, ma nell’insieme furono uno sputo nel Mella.
Quando il fascismo s’impose, i quattro fratelli non mancarono d’essere al centro d’una certa persecuzione a base di botte, perquisizioni domiciliari, olio di ricino e qualche giorno di galera qua e là, tanto che Giovanni decise di andarsene a Marsiglia e di lui non si seppe più niente per molti anni; poi giunsero notizie d’un suo matrimonio con una ballerina spagnola, ma infine la sua vicenda si perse nell’abisso.
Maffeo, durante la prima guerra era stato fatto prigioniero dagli austriaci e quando tornò era malato e ostile verso un po’ tutto, ancora più schivo e riottoso di quanto non lo fosse di carattere. Restò celibe e non ne so niente di più.
Natale, a lungo ricordato anche nei paesi vicini come gran bevitore e amante di baldorie, era il più giovane di tutti e il più assiduo nella militanza. Durante la Resistenza fu parte del Cln della valle, poi trascurò la politica attiva e si trasferì al Carmine di Brescia con tutta la famiglia. Mio padre mantenne a lungo contatti con loro e io stesso ricordo l’affollata, vociante e fumosa osteria in via Capriolo gestita da un cugino.
Il 25 aprile del ’45, Fausto, mio nonno, uscito a vedere come si mettevano le cose tornò a casa con un moschetto recuperato chissà dove, come fosse stato un partigiano della prima ora. In realtà non sembra avesse rivestito un ruolo particolare nella Resistenza e giudicherei ammissibile solo qualche coinvolgimento nella propaganda clandestina, probabilmente nel retrobottega di qualche osteria. Passò qualche anno prima che venisse rinvenuta una pistola nel cassetto del tavolino che oggi io uso come scrivania e può darsi che quell’arma costituisse il suo modesto contributo ai preparativi rivoluzionari conseguenti all’attentato a Togliatti.
Di fisico gagliardo, come certo si è già intuito, anche lui non disdegnava le bettole e quand’esse chiudevano, non di rado la sua compagnia si spostava a casa obbligando mia nonna a lasciare il letto e servire da mangiare a tutti, sobri o ubriachi.
La pistola fu perduta o gettata, il cappello d’alpino collocato in una vetrinetta del gruppo sezionale dell’Ana. Il ritratto del nonno, compiuto secondo uno stile vagamente concettuale anni Settanta, con l’immancabile pipa e la nuvola di fumo, opera giovanile di un mio cugino acclamato pittore, riposa in qualche angolo di chissà quale cantina.
Io lo ricordo passeggiare in paese o nella camera d’ospizio salutarmi con enfasi come stesse iniziando un discorso pubblico, orgoglioso che, nella mia piena adolescenza, mi lanciassi in qualche tentativo poetico, degno nipote d’un uomo che si vantava dell’eleganza della propria calligrafia.
Lui stesso aveva in ammirazione i poeti, in particolare lo scapigliato Lorenzo Stecchetti, nei componimenti del quale rinveniva una sorta d’imprimatur alla propria verve anticlericale. A quel tempo l’ospizio era ancora condotto da suore e lui non si esimeva dal declamare i testi più pungenti alla madre superiora, accompagnandosi con i tozzi gesti di un braccio semi anchilosato in seguito ad una caduta sulle scale in stato di ebrezza.
In particolare ricordo lo stile laconico, ma in fondo autoreferenziale, con cui recitava a memoria alla suora “Il castello di polenta”, ombrosa gouache nella quale si compara il feudatario che sfrutta la plebe e il prete che s’approfitta delle contadine.
Mio nonno era mio nonno, ma negli anni più recenti ho visto mio padre assomigliargli sempre più man mano invecchiava: gli zigomi e la fronte tondeggianti, il mento piccolo, gli occhi ormai acquosi ma chissà come attenti, piccoli nel cranio sempre più simile a un teschio. Ma ormai mio padre ha già superato di qualche anno la già rispettabile età alla quale il nonno morì.
A parte l’episodio del ferimento al tempo della guerra, con me Fausto si astenne dal raccontare delle sue vicende giovanili, delle rincorse rivoluzionarie in un men che periferico tassello della grande geografia del mondo, delle polemiche, dei rimedi per campare un po’ meglio, delle miserie ordinarie, dei giochi di specchi e degli specchi per le allodole, e d’altra parte ero forse troppo giovane per capirle o per ricordarle. Le notizie le ho raccolte invece da mio padre e da qualche libro di storia locale, nel quale i nomi dei parenti punteggiano qua e là una schiuma umana che sa di terra e fogliame in decomposizione.
La raccolta “Postuma” di Stecchetti, significativamente sottotitolata “Il canto dell’odio e altri versi proibiti” mi capitò tra le mani ad una bancarella di libri usati; la comprai e così potetti meglio conoscere, a distanza di anni, ciò che mio nonno leggeva. Forse lui non venne mai a sapere che anche dietro il nome di quel poeta tanto amato si nascondeva un altro gioco di specchi, giacché Stecchetti non era che uno dei tanti personaggi di fantasia di cui si nutriva l’opera bizzarra di Olindo Guerrini, il quale invece passava per solo curatore del florilegio. È invece molto probabile che il gancio, se così si può dire, che decisamente lo prese al cuore, fosse stato l’ultimo capoverso, di sapore socialisteggiante, del “Saluto” dal Guerrini aggiunto all’edizione del libello del 1903: “Giovani, a voi! Non sdegnate di raccogliere questa bandiera ch’io credetti di verità nello scrivere, di libertà e di giustizia nel vivere. Raccoglietela da queste povere mani, stanche ma fedeli, deboli ma non vili, e portatela voi, migliore e più bella, in alto in alto, nella radiosa gloria dell’avvenire! Addio!”
Ironia degli addii, il funerale di mio nonno non fu celebrato con rito civile, come lui avrebbe voluto, per via di un’intesa, più di sguardi che di parole, tra la suora dell’ospizio e due mie zie, sue figlie, sfacciatamente perbeniste.

novembre 2017

Il miserabile

19/09/2018 | Scritto da Carlo Simoni | (0 Commenti)

Carlo Simoni, Il miserabile, Castelvecchi 2018

“Il miserabile, “l’infelice”: così Walter Benjamin era chiamato a Ibiza nelle due estati trascorse sull’isola nei primi anni Trenta, alla vigilia del suo definitivo esilio a Parigi. Un Benjamin trasandato nell’aspetto fisico, ben lontano dall’immagine trasmessaci dalle fotografie di Gisèle Freund. Eppure, proprio in quei stessi giorni il pensatore tedesco è impegnato in letture approfondite e nell’elaborazione di scritti decisivi, mentre la sua vicenda umana, segnata da momenti di crisi profonda, si intreccia ad amicizie e ad amori incontrati nel corso del suo soggiorno. I fatti narrati in questo romanzo trovano riscontro in ricostruzioni biografiche e cronache (in particolare quella di Vicente Valero, Experiencia y pobreza) e traggono spunto dalle lettere, dai saggi e dai racconti composti da Benjamin durante i mesi trascorsi a Ibiza. I caratteri, i comportamenti e le relazioni reciproche dei personaggi, invece, sono frutto dell’immaginazione dell’autore.

Walter Benjamin ritratto da Jean Selz a Ibiza nell’estate del 1933 e in due fotografie di Gisèle Freund di pochi anni dopo

Quelle che seguono sono alcune pagine tratte dal romanzo:

1.

“La stanza non ha tende alle due finestre che guardano sul porto.
Era la prima cosa che facevo una volta, in una casa nuova: cercare il tessuto, scegliere i colori, tagliare e cucire le tende, appenderle dietro i vetri. Come a stabilire un confine, fra il dentro e il fuori, fra noi e gli altri. Anche se sono sempre stata di quelli che non sanno rinunciare a guardare nelle finestre delle case, quando ci passano davanti. Dal treno soprattutto, quando è buio e rallenta o addirittura si ferma poco fuori dalle stazioni: ci si viene a trovare vicinissimi alle case, spesso, ma più in alto della strada. All’altezza del primo, o del secondo piano. All’improvviso, spettatori di fronte a piccoli palcoscenici illuminati dove donne sole aspettano, o stanno sedute col marito e i figli a tavola. Oppure spazi vuoti di persone che però si sa che sono lì, in un’altra stanza, come fossero dietro le quinte, e di lì a poco dovessero comparire sulla scena. Non si riesce a distogliere gli occhi da quelle finestre, presi come da una nostalgia improvvisa, da un rimpianto per qualcosa che ci sembra di non aver avuto, che abbiamo presentito, molto tempo fa, ma non abbiamo poi potuto vivere. Senza voler immaginare che qualcosa di straordinario possa avvenire dietro quei vetri, non vogliamo perdere un attimo del tempo che ci è concesso dalla sosta imprevista. Come se quel che vediamo stesse per rivelarci un segreto che è sempre stato a portata di mano. Una verità che ci riguarda. Vicina e pure indistinguibile.
(…) È la casualità, insieme alla relativa brevità, di quelle fermate, a farcele sentire come occasioni da non perdere, per godere a pieno quello che ci possono dare. (…) Se la sosta dura più di qualche minuto, come senza dircelo avevamo temuto, sentiamo balenare in noi, che fino a quel momento avevamo sperato si protraesse, il desiderio che il treno si rimetta in movimento: sentiamo che la compiutezza del racconto appena intravisto rischierebbe di slabbrarsi nella trama banale di un romanzo sconclusionato, alla fin fine insensato. Come la vita.”

2.

“Era uno sguardo diverso, il suo. Gli occhi ridotti a due fessure dietro le lenti spesse degli occhiali senza montatura. Azzurri e distanti, e pure luminosi, attentissimi.
Li avevo sentiti su di me la prima volta che ci eravamo seduti a uno dei tavolini che ho ritrovato tali e quali, sotto le mie finestre. Era l’unico caffè allora, sul porto.
Non li aveva distolti quando avevo ricambiato il suo sguardo, ma mi ero resa conto che non guardava esattamente me, o non solo me. Quel che avevo intorno piuttosto. Mi guardava, ma allo stesso tempo – intendo dire – sembrava vedesse qualcosa che non coincideva con il mio viso, il mio corpo, e neanche gli stava dietro. Non era uno di quegli sguardi che ti oltrepassano, che ti attraversano come fossi trasparente, il suo. Non era oltre me quello che aveva fermato i suoi occhi: era attorno a me…
Mi guardava come se, più che vedermi, mi ricordasse, anche se mai ci eravamo visti prima. Era come mi ricordasse, sì, è forse questo il modo migliore per dirlo.
Jean aveva seguito il mio sguardo e, inaspettatamente, aveva raggiunto quell’uomo che, alzandosi dalla sedia aveva fatto a mio marito un piccolo, curioso inchino. Mi era parso un modo, più che affettato, un po’ stravagante di salutare.
Quando vennero da me e Jean me lo presentò, quella luce si era già spenta.
I suoi occhi erano distanti mentre, un po’ goffamente, accennava un baciamano.
(…) Nella lentezza di quell’uomo, nella sua trasandatezza, nella gentilezza un po’ antiquata che si distingueva a mala pena dall’indecisione che rallentava ogni suo movimento, ebbi subito la sensazione che si nascondesse uno spirito del tutto diverso: quel brillio degli occhi, quello sguardo penetrante che mi era capitato di vedergli la prima volta che l’avevo incontrato mi facevano supporre in lui un pensiero sempre al lavoro, una risolutezza di idee che smentiva la sua timidezza con gli altri, una passione di capire che non restava confinata ai libri, ma lo accompagnava in ogni momento. E non poteva non intralciarlo nella vita d’ogni giorno, quando era fra la gente.”

3.

Ero incuriosita di sapere dove andasse con i due o tre libri che si portava sottobraccio, l’altra mano occupata da una coperta che si era svolta e strisciava con un lembo per terra. Lo vidi scomparire fra gli alberi, ma non mi fermai. Camminavo con circospezione, per il timore di calpestare qualche rametto e farmi sentire. Credevo d’averne perso le tracce quando mi affacciai su una minuscola radura: era lì, e leggeva, seduto sulla sua coperta, la schiena poggiata al tronco di un pino, due libri accanto, fra l’erba, e su quelli un quadernetto aperto. Lo vedevo di tre quarti, lui non aveva avvertito la mia presenza. Leggeva, assorto, colla mano a far visiera sopra l’occhio destro, e fumava la pipa, spegnendo accuratamente il fiammifero e mettendoselo poi nella tasca della giacca, ad evitare che la minima brace potesse propagare il fuoco nel bosco. Già, era in giacca camicia e cravatta anche lì, per quanto malandate.
Di tanto in tanto interrompeva la lettura e volgeva gli occhi verso l’alto, tra le chiome degli alberi. Restava così a lungo, come immaginasse – pensai io – di poter essere lassù, fra le fronde che ondeggiavano alla brezza, a guardare il mare. Si spostò a un certo punto e, stesa la coperta sull’erba, ci si sdraiò, restando immobile, con gli occhi aperti però – riuscivo a distinguerlo – sulle foglie dell’albero sotto il quale si era steso. Poi si alzò. Ripiegò la coperta e si rimise seduto prendendo a scrivere sul suo quaderno, interrompendosi tuttavia di tanto in tanto a guardare ancora in alto, come a verificare la giustezza di quel che andava scrivendo confrontandolo con quel che aveva visto e vedeva lassù, e che tuttora lo rapiva, si sarebbe detto, tanto che sembrava distogliersene a malincuore, per ricominciare a scrivere. Quel guardare in alto, fra gli alberi, quell’essersi immaginato lassù fra le fronde, a tu per tu con gli uccelli che vi sostavano, sembrava dargli nuova ispirazione. Tornò poi al libro e dopo qualche minuto di lettura scrisse qualcosa nei margini della pagina. Ripose quindi la stilografica nel taschino della giacca e si mise a scartabellare fra le pagine di un altro dei volumi che s’era portato.
Mi fu chiaro in quel momento da dove gli venisse la calma che avevo sentito in lui, nelle sue parole. Era in un luogo come quello, in quel modo di stare che trovava la quiete, una quiete laboriosa, meditativa, feconda, e lui se l’era costruita, a Ibiza come dovunque il suo ininterrotto peregrinare l’aveva e l’avrebbe portato: camere d’albergo, stanze in affitto, case d’amici, tavolini di caffè, scompartimenti di treni.”


Ordini

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Vedi la scheda del libro sul sito dell’editore, cliccando qui.


Recensioni

Dal Giornale di Brescia del 29 settembre 2018.
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Da Bresciaoggi del 9 novembre 2018.
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Dal Corriere dell’8 novembre 2018.
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Pharmacon

23/07/2018 | Scritto da Giovanni Locatelli | (0 Commenti)

Ho assunto del veleno, consapevolmente, a scopi terapeutici. Spero che possa servire, ma non ne sono sicuro. I farmaci che ho preso sino ad oggi non hanno sortito alcun effetto. Questo però è di gran lunga più potente. E più pericoloso, a quanto pare.
Fuori piove, ho messo su un disco comprato oggi, per distrarmi. Non è proprio musica, sono suoni senza alcuna armonia, un pianoforte usato come una percussione, non so se è la colonna sonora più adatta. Abbiamo parlato di John Cage questo pomeriggio alla Monteverdi, ero curioso. Al liceo stiamo studiando Carducci, non c’è paragone. È come tuffarsi nel medioevo tutte le mattine e dover stare in apnea per cinque ore in attesa di respirare un po’ di novità alla scuola di musica. Uscito dalla farmacia sono andato subito a comprarmi l’album di Cage: il farmacista mi aveva dato da firmare una liberatoria di responsabilità, pensavo di consolarmi con la musica, ma la cassiera del negozio di musica mi ha sbattuto in faccia un modulo identico. La città non intende inghiottirmi, né io voglio apparire più appetitoso. Negozi così diversi resistono al mio ingresso e ogni volta sembrano sputarmi fuori con sollievo, liberati dal peso del pacchetto che mi porto via e che non risulta mai essere il prodotto di punta.

Il principale effetto collaterale del farmaco è che, in caso di gravidanza, provoca gravi malformazioni al feto: microcefalia, idrocefalia, dismorfismo facciale, palatoschisi, assenza dell’orecchio, ne sto solo leggendo alcuni. Per fortuna non sono incinto come mia madre. Però fra le controindicazioni meno frequenti annovera comunque depressione, istinto omicida e suicidio. Serve a curare le mia acne, a evitare che si aggravi e diventi cicatriziale, ma non c’è paragone tra i rischi e i possibili benefici. Anche risolti i brufoli, resta comunque una testa sproporzionata, occhi stretti, labbra enormi, un mento appuntito. Decisamente non bello, insomma.
Purtroppo la musica non riesce a distrarmi. Odio prendere medicine, sono terrorizzato dalle controindicazioni che non posso fare a meno di leggere e che mi fanno immediatamente un effetto placebo al contrario: adesso il mio sangue infetto mi ossessiona, mi sento come se contenessi un mostro pronto ad uscire. Mi è interdetta la donazione del sangue, potrebbe essere dato ad una donna in gravidanza. Qualche riga del foglietto illustrativo tratta del mio seme, sembra scagionarlo da ogni accusa, ma non mi pare il momento migliore per farne dono, sempre ammesso che capiti l’occasione. A quanto pare, non è il caso nemmeno di depilarsi le gambe con la ceretta, c’è il rischio che si lacerino i tessuti. Si seccheranno labbra, fauci, gola, occhi, sarà come essere nel deserto. Il mio ematocrito è alto di natura, mi ritroverò del budino al posto del sangue. Cefalee, diarrea, giramenti di testa non li prendo nemmeno in considerazione, quelli sono riportati anche sul bugiardino dell’aspirina.

Devo smettere, sto sudando. Meglio studiare il booklet del CD, magari scopro qualcosa di interessante sul compositore. La prima cosa che guardo è a che età l’autore ha scritto la sua prima opera importante. Lo faccio sempre, per capire quanto tempo mi rimane davanti… Qui non ne parla. Invece leggo di John Cage che avesse uno straordinario senso dell’umorismo. C’è una sua foto molto bella all’interno del CD, vecchio con i capelli lunghi, spettinati, gli occhi stretti e la bocca aperta in una risata sincera. Tutti vorrebbero un nonno così. Però che palle sentirlo suonare.
Comincia a farmi prurito la schiena. Fra le scapole, in un punto difficile da raggiungere, poi alla base della spina dorsale, proprio sopra al sedere, adesso una coscia, poi l’altra. In pochi minuti è come se mi fossi rotolato nelle ortiche, brucia tutto il corpo. L’ultimo paragrafo accennava alla cosa, ma in maniera marginale, chiedendo di informare il medico, in caso di controindicazioni non descritte. Lo farò domani, se sopravvivo. Ho sete e caldo. Forse un bagno potrebbe farmi bene, sto sudando, mi scoppia la testa e ho voglia di vomitare. Vorrei dormire, ma non posso, non riesco perché ho paura di non svegliarmi. Il tempo ha smesso di scorrere e i minuti non passano, si accumulano in un angolo della stanza, guardandomi minacciosi come se fosse colpa mia. Riprendo in mano il foglietto illustrativo per vedere se mi sono perso qualcosa di importante. Le pastiglie che non assumo dovrò restituirle al farmacista, c’è scritto, per evitare che qualche donna le prenda accidentalmente. Ma chi è che assume pastiglie a caso? A quanto pare, il pericolo che corre una ragazza fertile in presenza di questo medicinale deve essere gravissimo. Suo figlio potrebbe essere il demonio stesso. Me lo immagino enorme e caprino, alla guida di un auto in corsa, sotto la quale si gettano spontaneamente uccelli ed altri animali, a frotte, a stormi, attratti da un insano desiderio di annullamento. Andrei anch’io a gettarmici sotto, per espiare la colpa di essere la causa di un tale abominio.

Forse sarebbe meglio tornare in cucina, fare quattro chiacchiere con mia madre. Quella cretina. Potrei offrirle una pastiglia, come fosse una caramella, per vedere gli effetti sul nascituro. Magari viene fuori con due teste, magari un centauro, o un minotauro… potrebbe essere l’inizio di una nuova specie, un superuomo dotato di poteri sovrannaturali. Qualunque cosa purché non assomigli a suo padre, meglio bicipite che con quella faccia da culo! Si è fatta ingravidare dal suo nuovo compagno, Cosimo si chiama, che nome del cazzo, quella scema! Si comportava come una ragazzina, negli ultimi tempi, mi permetteva di uscire tutte le sere, per non avermi tra le palle, e adesso scoppia a piangere di continuo al pensiero di dover affrontare una nuova gravidanza a quarantacinque anni. Forse non è una buona idea quella di andare in cucina, non sono dell’umore adatto.

Io ho annusato l’odore della morte dalla bocca di mio padre, per questo adesso so riconoscerlo. La morte gli stava marcendo i polmoni e il suo fiato puzzava come puzzano le carcasse. Poi gliene hanno asportato uno, purtroppo senza riuscire a sconfiggere il male. Adesso mi sembra di risentire quell’odore, presto avrò anch’io la bocca squassata dalle piaghe per via di questa medicina di merda. Mi scanseranno tutti, persino i parenti. All’ultima riunione di famiglia, ho guardato l’effetto che faceva l’espressione “ho una malattia incurabile…” sul volto delle persone alle quali l’ho detta. Così, con la serenità e lo humour del malato terminale che scopre in sé una forza sconosciuta, ho avuto davvero il coraggio e il cattivo gusto di pronunciarla, infliggendo a quei disgraziati un’inutile, insanabile ferita. Mi sono affrettato a precisare “incurabile nel senso che non se ne conosce la cura, non perché mortale”, ma l’ombra negli occhi dei parenti, la nuvola che aveva oscurato la loro vista, non si è completamente diradata. Tutti mi hanno augurato pronta guarigione, al momento dei saluti, auguri immediatamente ricambiati, per puro gusto della stravaganza.
Adesso che ci penso mi sento meschino, dovrei smettere di prepararmi i discorsi in anticipo, levigandoli per migliorarne l’effetto, recitandoli poi per far bella impressione. Lasciano un sapore amaro in chi li ascolta, come se avessero assaggiato un cibo tutt’altro che genuino, un piatto cucinato con ingredienti sintetici. Non sembrano i discorsi di un sedicenne, qualcuno mi ha detto, una volta. continua a leggere

Fratelli

13/07/2018 | Scritto da Carlo Simoni | (0 Commenti)

Fratelli è il primo libro che ho scritto, nel 2007: solo uno dei racconti che lo compongono (L’esperienza) è stato pubblicato. Secondorizzonte – inaugurando la produzione di libri non solo nel formato cartaceo ma anche in quello elettronico – lo propone ora nella sua interezza nella forma del pdf e dell’epub, entrambi scaricabili gratuitamente.
Scrivere Fratelli ha significato per me vivere per la prima volta l’esperienza, sorprendente, di delineare personaggi e vederli acquisire poco a poco consistenza e autonomia: uomini e donne che si definiscono nella loro individualità e a un certo punto agiscono coerentemente con questa, quasi in forza di una necessità, come se chi ne scrive si facesse a tratti spettatore delle loro scelte.
Alla sorpresa è seguita l’affezione, e il desiderio che la loro storia non finisse con il racconto che li aveva visti protagonisti ma proseguisse, rimanesse in qualche modo aperta. Non solo: si è aggiunto anche il desiderio che non si disperdessero, e che, come questo libro li aveva riuniti, la narrazione potesse creare per loro anche un luogo nel quale fosse loro possibile conoscersi, consolarsi reciprocamente di quanto loro accaduto.
È così che, quando il lavoro di scrittura poteva sembrare concluso, sono nati il cortile e la casa che compaiono nelle prime pagine e nelle ultime. Non sappiamo come è nata la piccola comunità che ci vive, né se resterà unita. Quel che conta è che un’altra storia, Cortile, divisa com’è in due parti che racchiudono i cinque racconti, ci assicuri che la vicenda dei nostri personaggi è continuata e continuerà, mantenendo il segno che l’ha fin dall’inizio connotata: il segno che imprime nelle vite il rapporto coi fratelli. È questo il tema che unisce questi racconti: il rapporto tra fratelli, quella sorta di palestra della socialità a venire che si offre sin dalla prima infanzia alla maggior parte delle persone e lascia tracce spesso indelebili nel loro modo di instaurare in seguito le relazioni con gli altri, di individuarvi una fonte essenziale o invece un ostacolo perturbante sul cammino che costruire se stessi e la propria vita impone.


Il testo può essere scaricato gratuitamente, ma non modificato né riprodotto per usi diversi dalla diffusione entro una cerchia di lettori. Nel caso lo si voglia utilizzare per altri scopi si prega di contattare l’indirizzo info@secondorizzonte.it

Per scaricare il testo di Fratelli nel formato desiderato, clicca sull’icona:

 

 

 


Quelli che seguono sono brani tratti da alcuni dei racconti

Da Viaggio al Marocco

(…) lì, sulla terrazza, c’era la pecora. Anzi, un montone, adulto. Aveva le zampe legate, era disteso su un fianco.
Il vecchio l’ha sollevato tirandolo su con una corda che finiva con un uncino. L’ha messo a testa in giù.
Noi eravamo col cuore in gola a vedere quel montone che gridava i suoi belati e guardava per terra. Sulla terrazza, in pieno sole.
Zac. Un colpo solo. Aveva tirato fuori un coltello lungo, da una tasca dei pantaloni, larghi, stretti alle caviglie, e gli aveva dato un colpo di taglio alla gola, senza metterci forza, sembrava.
Un lungo sospiro. Invece dei belati un lungo sospiro. E gli occhi adesso guardavano il fiume di sangue che sgorgava e inondava il terrazzo, perché la canalina che girava intorno alla terrazza non bastava a raccoglierlo. Un rivolo è sceso addirittura per le scale.
Poi il vecchio, con lo stesso coltello ha cominciato a togliere la pelle all’animale.
(…) Insomma, non so come dirti: non mi sembrava una morte violenta, ci credi? (…) Il montone non si era disperato. Non aveva fatto a tempo, dici tu. Certo. Però non era solo questo. Era morto con dignità, senza avvilirsi. Ecco. Senza doversi avvilire. E disperare. Io la carne la mangerò sempre, mi sa… anche tu? Appunto, non è questione di essere vegetariani. Però vederlo l’animale, vedere come succede che diventa… carne. Hai capito?
Be’ insomma, il papà dei ragazzi e il montone a me non sembravano la vittima e il boia. Mi sembravano due vecchi, che sanno tutt’e due come va a finire.

Da Gli artisti 

Il rumore delle barre incandescenti che escono dal forno, e come animali ancora vivi si lasciano guidare fino al treno di laminazione, e dopo non sono più la stessa cosa. Fredde, pesanti, rigide.
Adesso, da casa, qui in cima al paese, le sento, nel buio. La fabbrica è là in fondo. Non smette mai.
Io le ho viste. So che erano già morte anche quando si muovevano. Ero io a farle muovere. Schiacciavo il bottone che faceva girare i rulli, e loro obbedivano, lente, come animali che si trascinano perché li pungoli. Ma sono già andati.
Poi però sono venuto via dal laminatoio. Ero ancora vivo, io.
I suoni sono sempre quelli. Anche di giorno. Magari passano ore che ti sembra di non sentirli. Poi ti capita di sentirli di nuovo, improvvisamente, ma te ne dimentichi subito, di giorno. Invece la notte ti stanno addosso.
Succedeva così anche allora.
Tutto, qui, è rimasto come prima.
Anche se io sono stato via. Anni. Per anni sono andato e tornato.
In Arabia, nei pozzi di petrolio. A dormire con gente che non si capiva cosa diceva. Ubriachi. Che sognavano e gridavano nel sonno, e il giorno dopo gridavano ancora, anche da svegli, e non si capiva cosa dicevano.
E poi in Australia. A lavorare nelle vigne, come queste che ci sono intorno al paese. E le donne, che venivano da me e poi andavano, senza chiedere niente.
E intanto lui, Diego, era qui. Era rimasto qui, lui. L’artista, lo chiamavano tutti. Anche quelli di fuori: quando uno arrivava in paese chiedeva dove sta l’artista? L’artista? gli rispondevano: su, in cima al paese. E così anch’io adesso, e gli altri della famiglia, ci chiamano gli artisti. Anche se solo io faccio ancora delle cose, come faceva Diego.
Non capita più che chiedano dove sta l’artista. Però siamo gli artisti: tutte le famiglie hanno un soprannome qui. Questo dev’essere l’ultimo che è saltato fuori. continua a leggere

Malik

11/07/2018 | Scritto da Andrea Maria Spadini | (0 Commenti)


Il racconto è disponibile anche in formato audio:

Andrea Maria Spadini: Malik

Il racconto è letto da Enzo Bonanno:

Sono nato a Torre Annunziata nel 1957 e vivo a Pavia fin dalla prima infanzia, dove svolgo la professione di commercialista. Da una decina d’anni mi dedico con passione all’attività teatrale con la compagnia amatoriale “Serpente Tentattore”. Ho seguito diversi corsi di recitazione presso la scuola del Teatro Litta e il corso di tecniche di letture ad alta voce della scuola del Teatro Paolo Grassi. Attualmente recito il ruolo di promesso sposo nello spettacolo “Il Mio Grosso Grasso Matrimonio a Torre Del Greco”, scritto e diretto da Raffaela Gallo.


 

Era una giornata limpida, come non ne capitano spesso sulla riviera adriatica durante il mese di luglio. Il cielo terso e l’aria frizzante del mattino sembravano quelli che di solito seguono un temporale.
La fresca brezza che filtrava attraverso le fessure delle persiane doveva aver portato con sé anche una sorta di irrequietezza, perché Luca e Giuseppe si erano svegliati presto, ben prima del solito. Entrambi sentivano l’irrefrenabile bisogno di uscire il prima possibile all’aria aperta, perciò si erano alzati e vestiti velocemente e, dopo aver bevuto frettolosamente un sorso di caffelatte, si erano affrettati verso l’uscio di casa, come se fossero in ritardo ad un appuntamento importante.
“Bè, com’è che non mangiate niente stamattina?” aveva domandato stupita Aurora, la mamma di Luca, conoscendo il loro abituale appetito.
“No, davvero mamma… stamattina non ho proprio fame.”
Ancora non persuasa, Aurora si era allora rivolta a Giuseppe. “Ma… non mangi niente nemmeno tu?”.
“No grazie, zia Auri. Magari più tardi ci prendiamo un bombolone al chiosco del nostro bagno.”
“Mi volete almeno dire dove state andando voi due così di corsa?” aveva allora chiesto sbarrando loro la strada verso la porta.
“Dai mamma, dove vuoi che andiamo? … Si, lo so, non dobbiamo allontanarci troppo dal nostro ombrellone!”
La spiaggia si trovava a poche centinaia di metri dalla villetta in cui soggiornavano.
I loro genitori, da tempo legati da un solido rapporto di amicizia, da qualche anno avevano preso l’abitudine di affittarla e condividerla per il periodo di villeggiatura. Potevano così permettersi una vacanza più lunga e, nel medesimo tempo, le madri si offrivano reciproca compagnia nel caso in cui i loro mariti fossero stati trattenuti in città da eventuali impegni di lavoro. Tutti contenti, dunque.
Luca e Giuseppe innanzitutto, considerata la grande amicizia che li legava.
A quell’ora il litorale era popolato quasi esclusivamente dai bagnini che stavano raccogliendo cartacce e risistemando lettini e ombrelloni, in attesa dell’arrivo dei villeggianti. L’immobilità del mare contribuiva a conferirgli l’aspetto di un enorme specchio dorato. Una nave mercantile, forse una petroliera, si stagliava nitida all’orizzonte, portando con sé vaghe promesse di avventure misteriose.
“Guarda Luca, si riescono a vedere persino le macchie di ruggine sulla fiancata, sembra di poterla toccare solo allungando il braccio… Chissà da dove arriva?”
Intanto, incoraggiati dalla sabbia piacevolmente fresca sotto i loro piedi, quasi senza rendersene conto avevano cominciato a camminare lungo la battigia.
“Che ne dici, andiamo fino al molo?”
“Sì, dai, bella idea… Allora torno a prendere secchiello e retino, magari riusciamo a trovare qualche granchio tra le rocce…” gli aveva risposto Giuseppe mentre già correva verso l’ombrellone.
Il molo del porto-canale non era molto distante, giusto un paio di chilometri, ma non si erano mai allontanati così tanto senza essere scortati da un adulto.
Sapevano di contravvenire alle raccomandazioni dei loro genitori, ma il fremito che sentivano scorrere sottopelle fin dal loro risveglio era incontenibile, impossibile resistergli.
“Luca, ma torneremo in tempo per non farci beccare? Lo sai quanto rompono le mamme quando fanno le prediche…”.
“Ma sì… Tanto non arrivano mai in spiaggia prima delle dieci. Comunque possiamo sempre inventarci qualcosa… Tipo che eravamo a giocare a bigliardino o a biglie con gli amici… Dai, intanto allunghiamo un po’ il passo…”.
Ai due bambini non ci era voluta più di mezz’ora per raggiungere il molo.
Ora che avevano raggiunto la meta potevano finalmente dedicarsi all’esplorazione degli anfratti tra i massi frangiflutti, a caccia di piccoli granchi e conchiglie.
La concentrazione della ricerca li aveva progressivamente separati, perciò Luca era solo quando, in un pertugio tra due rocce particolarmente angusto, aveva intravisto un oggetto che sembrava un grosso bastone piantato nella sabbia sottostante. La forma strana di quell’oggetto lo incuriosiva, e la posizione quasi verticale in cui si trovava gli aveva reso abbastanza agevole recuperarlo.
“Giuseppe! Vieni a vedere cosa c’è qui… Giuseppeee!”
Era lungo una quarantina di centimetri, forse qualcosa di più, dritto, con degli ingrossamenti alle due estremità. Sembrava quasi un randello, una clava. A Luca ricordava proprio le clave che ogni tanto i personaggi del cartone animato de Gli Antenati utilizzavano per suonarsele di santa ragione.
“Sì, ma quelle che usa Fred sono ossa di mammouth… Sono ossa…” pensava mentre quello che fino all’istante precedente gli era sembrato un bastone gli scivolava lentamente dalle mani.
Giuseppe lo aveva trovato così, immobile, con lo sguardo perso verso l’orizzonte e quello strano bastone disteso ai piedi.
“Luca! Ehi, dico a te! Mi vuoi rispondere? Prima mi chiami e poi, quando arrivo, non mi guardi nemmeno? Luca!” continua a leggere