Sentieri in città

07/11/2017 | Scritto da Secondorizzonte | (3 Commenti)

Alfredo, pensionato flâneur, percorre ogni giorno la città con un’attenzione e una curiosità che gli permettono di trovarvi occasioni di incontro, momenti di scambio, ma anche di confrontarsi con atteggiamenti e mentalità che lo inducono a rifl essioni disincantate, non di rado perplesse o apertamente critiche e tuttavia mai inclini alla recriminazione o al risentimento.
Nelle sue passeggiate è a volte accompagnato dal nipotino, e la diff erenza d’età non sembra compromettere la sintonia del loro sguardo. Uno sguardo che potrebbe a volte richiamare quello di Marcovaldo, il cui creatore è non a caso esplicitamente richiamato in uno dei racconti. Anche Alfredo appare infatti sempre aperto al nuovo, al diverso, nella città di oggi emblematicamente rappresentato dallo straniero immigrato. Senonché, il protagonista di questi racconti non si guarda attorno cercando occasioni di evasione o insperate risorse che possano portare conforto alla
misera vita familiare. A richiamare l’attenzione di Alfredo sono piuttosto episodi e situazioni da cui ricavare cauti ma fondati giudizi su come va oggi il mondo.
Mai rinunciando, comunque, alla disposizione a credere che anche “una città infelice può contenere, magari solo per un istante, una città felice”, per quanto invisibile ai più.

Quelli che seguono sono brani tratti da alcuni dei racconti:

da Cerchio blu:

Se ci entri, alle 8, quando hanno appena aperto, cammini in strade che non sono strade. Perché non ci sono le vetrine. Son tutte chiuse, le serrande tirate giù. Come di notte, in città, che allora incontri solo qualche sbandato ogni tanto, ma soprattutto marocchini e neri. Sembra che ci siano solo loro.
Invece qui no. Loro non ci sono. Ci sono solo ragazzi se mai, che mangiano gelati e bevono cocacole  e birre anche se sono appena passate le otto, di mattina. Fumano, e camminano camminano in queste strade che sono corridoi. Han bruciato. Non sono andati a scuola. Staranno qui tutta la mattina.
Una volta andavano in castello, i ragazzi che bruciavano. A girare per i viali e a giocare a flipper al bar che c’era là. Poi allo zoo, sui terrazzi delle torri a guardar giù… Ma adesso vengono qui. A anche se la mattina presto non ci sono ancora le vetrine illuminate, i tabelloni che dicono le offerte, le televisioni che fanno la pubblicità, e sembra tutto come il giorno dopo l’epifania. Perché qui è così: o è festa o niente. Non ci sono i giorni feriali. Solo domeniche, oppure è un mortorio.
Che se c’era un posto dove non c’era mai la domenica era proprio questo, perché i tubi li facevano sempre, giorno e notte, natale e pasqua. Facevano i turni, ma tu non vedevi niente perché non si poteva entrare e c’erano muri tutto intorno.
Adesso invece ci si passa dentro, anche senza comprare niente.
Cerchio blu, l’han chiamato. Dappertutto cerchi blu, per terra, sulle vetrine, sulle camicette delle commesse. E fuori, sul tetto, cerchi blu di neon, che li vedi a un chilometro.

(…)

Bè insomma, adesso saran tre mesi che passo sempre dentro. Non è che mi è passata del tutto di sentirmi un po’ un pollo d’allevamento a andar dentro, ma è che fuori è più triste. Lì dentro guardi e nessuno ti guarda, ma non ti spiace. Anzi. Anche tu non li guardi, gl’altri. Nessuno guarda nessuno.
Fuori, non hai niente da guardare, ma sei sempre lì che aspetti come di riconoscere qualcuno, o che qualcuno sia lui a salutarti.
Dentro, no. Ho visto uno che conoscevo, ma ho fatto finta di niente e ho guardato dritto avanti. Non è mica un posto da star lì a dirsi come va, quello lì. Massimo, un saluto con la mano, ma da lontano, senza fermarsi.
Il bianco con le bollicine costa quattro euro invece che due. Perché io la sera… mi piace bere un bianco prima di tornare a casa. Te lo fanno pagare il doppio. Però lì non ti resta sullo stomaco perché l’hai bevuto tutto in una volta per uscire subito perché il bar è vuoto e non c’è nessuno che conosci.
Lì dentro no. Te la prendi calma. Perché è  normale non conoscere nessuno.
Quando hai bevuto molli il cine a colori e torni in quello in bianco e nero. È  questo l’effetto che fa.
’Sera… ma lo dici a voce bassa, tanto lo sai che neanche ti sentono. C’è la musica sempre, lì dentro. Se per caso ti hanno sentito allora dicono buona giornata. Né buongiorno né buonasera: buona giornata. E non sai se l’han detto a te o a un altro.
Buona giornata. Anche se è già sera.

da Per leggere il giornale:

Io il giornale, a casa, non sono mica capace di leggerlo. Non so… mi sembra di non aver niente a che fare con quelle cose che leggo. O perché sono lontane – l’Iraq, la Corea… – o perché… magari non sono lontane ma è lo stesso: di quelle robe che si fa fatica a pensare che succedono qui da noi, in Italia. Bè insomma: se le leggo in casa mi sembra di essere scemo a prendermela per quelle cose lì. Se invece sono fuori, dove c’è dell’altra gente, allora mi sembra di fare il mio dovere a leggere il giornale, e ci provo anche gusto se c’è qualcuno da dire due parole. Leggere il giornale fa parlare, delle volte. Perché è raro che qualcuno racconti qualcosa, se no. Una volta succedeva, ma adesso… E è un bel po’ che a me sembra che non succede più. Raccontavano una volta. Mica tutti ma ce n’erano: cose che c’hai a che fare anche tu e se le ascolti magari dici anche tu la tua. Ma siccome oggi non succede bisogna trovare qualcosa per parlare, qualcosa che non è né mio né tuo né suo, ma un po’ è di tutti, e delle volte le notizie sono così. Non importa se sono da ridere o se fanno arrabbiare, che poi la maggior parte fanno arrabbiare. Che conta è che tu magari leggi una notizia a alta voce… non occorre un discorso, basta mezza parola, anche solo la faccia che fai, e un altro butta lì una parola, e tu allora un’altra e via, si parla. Non mi importa che quello la pensi come me. Certo se è uno come te, che vedo che legge anche lui la repubblica, va meglio. Però, delle volte, ascolto quelli che stanno dall’altra parte e mi fanno pensare, perché più andiamo avanti e più mi pare che ci sono cose che pensiamo anche noi come loro, se vuoi che te lo dica. E questa è già una cosa che fa pensare. E non ce ne accorgiamo se continuiamo a parlarci solo fra noi, e anzi: crediamo di essere sempre i più forti, quelli che la vedono giusta. Speciali addirittura, noi. Invece, a ascoltare come la vedono gli altri, anche quando dà fastidio, primo: capisci che sono tantissimi. Di più di noi. E poi senti delle cose che, ecco, ti fanno pensare che non si può continuare a dire le cose come le dicevamo trent’anni fa, mica perché sono sbagliate eh: io non sono mica uno di quelli che dicono che ci vuole il nuovo e i giovani e insomma bisogna buttar via tutto, figuriamoci. Però… va a finire che a parlare solo fra noi convinci solo quelli che sono già convinti.

da Sentieri in città:

(…) la caccia ai sentieri. Era una gara: chi li vedeva per primo, e lui teneva il conto. Bastava andare in qualche giardino pubblico e c’era da divertirsi. Dove c’era un vialetto che faceva una curva potevi giurarci che trovavi il sentierino che tagliava dritto. Al campo militare, che adesso non è più per i soldati, ci vanno a correre tutti, lo sapevo che c’era un sentiero che lo tagliava esattamente a metà. Il più lungo che avessi mai visto: l’ho lasciato scoprire al Luigino…
Dopo è venuto che, non che il gioco ci avesse stufato, ma lui ha cominciato con le domande: quanto saranno vecchi? c’erano già prima che mettessero l’asfalto sulle strade?
A me è sembrato di rispondergli che sì, mi sembravano vecchissimi, di più delle strade asfaltate. Non so perché ho detto così: mi faceva piacere pensare che nella città di oggi ci fossero i segni di dove camminavamo in quell’altra che non c’è più.  La città dove si andava solo a piedi, niente macchine, solo cavalli se mai. La città dove i passi lasciavano il segno, non come sull’asfalto. O sul cemento. Anche se il Luigino, una volta che parlavamo di questa cosa, mi ha portato a vedere un marciapiede vicino a casa sua dove si vedono le orme di un cane: passato quando il cemento era ancora fresco, mi ha spiegato.

(…)

Lui, questa cosa delle impronte gli interessava molto, ci ragionava su. Un giorno che eravamo alla fontana dei giardini e c’era un piccolino col padre che gli faceva andare la barca telecomandata –  e intanto il figlio guardava Luigino che tirava sassolini nella vasca e si era dimenticato della barca e non ascoltava più il padre che gli diceva come si faceva a guidarla – il Luigino ha detto che la barca lascia come una specie di orma, ma lunga.
Una scia, gli ho detto io.
Sì, proprio, come quella che lasciano gli sci.
Ero lì che pensavo alla scia e agli sci, e lui ha fatto: anche in piscina, quando vado a nuotare, ci faccio la scia. Però non dura.
E qui lui è saltato fuori con una di quelle che bisognerebbe scrivere: i sentieri sono le scie dei passi, ha detto, serio come è lui quando proprio in quel momento sta capendo qualcosa. Ma non era finita: sono le scie che fanno i passi per far sapere agli altri che siamo passati di lì e dunque anche loro possono passarci.


Ordini

logo_rinascita_450pxSe vuoi leggere il libro nella sua interezza lo puoi acquistare alla nuova libreria Rinascita di Brescia (12 euro).
Via della Posta, 7 – 25121, Brescia
Tel. 0303755394
info@nuovalibreriarinascita.it

Se vuoi riceverlo a casa puoi inoltrare il tuo ordine indirizzandolo a: ordini@secondorizzonte.it
e segnalando l’avvenuto versamento dell’importo indicato tramite bonifico sul conto corrente della libreria (IBAN: Unipol Banca – Agenzia di Brescia: IT 10 B 031 2711 20000000000 1851).
La spedizione non comporta aggravi di spesa.


Recensioni

Dal Giornale di Brescia del 16 novembre 2017.
Clicca sull’immagine per visualizzare l’articolo.

Dal Corriere della Sera Brescia del 23 novembre 2017.
Clicca sull’immagine per visualizzare l’articolo.

Il tempo raggiunto

07/11/2017 | Scritto da Secondorizzonte | (0 Commenti)

Mariagrazia Fontana, Il tempo raggiunto, secondorizzonte/Liberedizioni (pp. 280, euro 16) 

Misurarsi con il proprio corpo, i segni che ne giungono, le paure e i desideri che indistintamente esprime, nell’esperienza della malattia come nella pratica della corsa.

Soccorrere quello ferito e sofferente – tanto più da interpretare nel suo muto linguaggio  se chi ricorre alle cure è straniero – nell’esercizio del proprio lavoro, un lavoro – l’autrice è chirurga, presso l’Ospedale Civile – che non si lascia mai ridurre al protocollo né alla semplice procedura tecnica dell’intervento; confrontarsi con il corpo  che attraversa le età della vita, nella relazione, densa di ricordi e significati sedimentati, con la madre che invecchia, così come in quella sempre in via di nuova definizione e anche per questo rigenerante con le figlie che, da bambine che erano, sono già donne.
Sono queste le coordinate principali entro cui si delinea il corso di un’esistenza che per dirsi non ricorre al romanzo autobiografico ma a una sequenza di racconti che rimandano  uno all’altro in una medesima trama, entro l’orizzonte aperto di un tempo che solo la scrittura sa raggiungere. Una scrittura che sa aspettare in solitudine le parole che, sfuggendo all’inflazione e al brusio assordante delle molte che si pronunciano, sanno conservare traccia dei giorni, e far uscire dallo spazio del silenzio la voce che può tenere in vita la vita, nella sua unità profonda.
Come la pratica della corsa è seguita alla malattia, nascendo dalla “pressante richiesta del corpo che si era risvegliato, che voleva guarire, riprendere fiato, rimarginare le ferite, semplicemente esserci”, così la scrittura trova radice nel corpo: “Corsa e scrittura emergono dallo stesso magma profondo, alle volte oscuro, torbido, alle volte limpido e lieve. (…) Certi giorni la scrittura viene fluida, la penna corre da sola sulle righe e le parole corrispondono perfettamente a ciò che sento necessario dire. Altri giorni ricado nella scrittura analitica, indagatrice, anatomica. (…) Quando finisco in questo vortice sento la fatica, e ora ho imparato che devo lasciare, deporre la penna e infilare le scarpette. Nei giorni fortunati la corsa fa pulizia, opera una spoliazione, mi libera dalla verbosità. So che, quando spreco troppe parole, non ho chiaro ciò che va detto o obbedisco ad un vizio antico che mi allontana dalla verità.
Quando la corsa fa il suo lavoro, ricevo il grande dono dell’intuizione. Mentre sudo in salita, mi si spalanca davanti quella verità che mi aveva messa davanti al quaderno e dalla quale mi ero lasciata sviare. Limpida, pura, perfettamente ripulita dalle parole in eccesso, dalle parole viziate.”

Il testo che segue è tratto dal primo racconto, La traccia della corsa:

E’ necessaria la disposizione dell’animo al silenzio, al vuoto, all’ascolto di quello che la corsa porta.
Non so bene descrivere cosa c’è da ascoltare. Si comincia con il cinguettio degli uccelli, il frusciare delle foglie sui rami, l’improvviso sgambettare di uno scoiattolo. Poi si ascolta il rumore delle suole sull’asfalto, sul terreno del sentiero, ripetitivo, sempre uguale eppure diverso. Ritmo veloce, muscoli contratti nello sforzo, che gradualmente si sciolgono.
Ma per sciogliersi devono attraversare la fatica e il sudore, evolvere dallo stadio di contrattura serrata a quello di abbandono che regala movimento gratuito, fluido, passivo, liberato dal controllo cerebrale. (…) Motore principale silente, semplice ripetizione ossessiva, danza di dervisci, taranta, soppressione del controllo della coscienza.

(…)

La corsa induce all’ascolto del corpo, alla confidenza con i muscoli e dunque con il cuore, ma non con il cuore dei sentimenti, con il cuore pompa formidabile, magico motore silenzioso, scrigno segreto.

(…)

La chemioterapia aveva cancellato anche l’equilibrio fisico, mi accorgevo di sbandare per strada, di pencolare sotto la doccia come un giunco, vittima di una lieve vertigine che non mi ha più abbandonata del tutto. Attraverso lo yoga ho ripreso una parte del vecchio equilibrio (…)
Per qualche anno lo yoga ha funzionato (…)
Finché l’ambiente della palestra yoga ha cominciato a guastarsi. Le pretese atletiche crescevano e con loro cominciava a fare capolino la competizione e il gusto per la perfezione del corpo che mi disturbava.

(…)

Ho abbandonato la palestra yoga, ma a quel punto il corpo aveva le sue esigenze e reclamava spazio. Non potevo chiuderlo in cantina un’altra volta.
La corsa nasce qui, da questa pressante richiesta del corpo che si era risvegliato, che voleva guarire, riprendere fiato, rimarginare le ferite, semplicemente esserci. Un richiamo forte, ineludibile. Il bisogno di riprovare ad immaginare una sopravvivenza, di rigiocarsi.

(…)

Corsa e scrittura emergono dallo stesso magma profondo, alle volte oscuro, torbido, alle volte limpido e lieve.
Quando mi siedo alla scrivania, per lo più non so cosa voglio scrivere, obbedisco a un bisogno interiore, al richiamo di parole che chiedono di essere messe in fila su un foglio, di essere tirate fuori dal silenzio, direbbe Maria Zambrano.
Certi giorni la scrittura viene fluida, la penna corre da sola sulle righe e le parole corrispondono perfettamente a ciò che sento necessario dire. Altri giorni ricado nella scrittura analitica, indagatrice, anatomica. Quella scrittura che spolpa la carne, che asserisce, spiega, fa ordine. Scrittura rigida, metallica, non diversa dalla scrittura scientifica e neppure da quella intimistica che vuole svelare il sé in successione logica.
Quando finisco in questo vortice sento la fatica, e ora ho imparato che devo lasciare, deporre la penna e infilare le scarpette. Nei giorni fortunati la corsa fa pulizia, opera una spoliazione, mi libera dalla verbosità. So che, quando spreco troppe parole, non ho chiaro ciò che va detto o obbedisco ad un vizio antico che mi allontana dalla verità.
Quando la corsa fa il suo lavoro, ricevo il grande dono dell’intuizione. Mentre sudo in salita, mi si spalanca davanti quella verità che mi aveva messa davanti al quaderno e dalla quale mi ero lasciata sviare. Limpida, pura, perfettamente ripulita dalle parole in eccesso, dalle parole viziate. Allora so che quando avrò finito di correre, dopo la doccia, la scrittura sarà essenziale, scarna, adesa al vero. Devo appuntare subito le parole che sono venute correndo, urgenti, ancora prima di lavarmi, per non lasciarle scomparire. Come faccio nelle mattine in cui mi sveglio ancora preda di un sogno: scrivo subito poche parole, per tenerle prigioniere, per accalappiare quel sogno prima che la veglia lo disintegri nell’ordine logico. I sogni sono soffi parlanti, ma leggeri come l’aria.
Le parole in cui più mi riconosco, quelle che mi calzano addosso come un vestito cucito su misura, sono quelle che sono comparse nella corsa, trasparenti, semplici, che sgomberano il campo, che vanno dritte alle viscere, alla sorgente della parola.


Ordini

logo_rinascita_450pxSe vuoi leggere il libro nella sua interezza lo puoi acquistare alla nuova libreria Rinascita di Brescia (16 euro).
Via della Posta, 7 – 25121, Brescia
Tel. 0303755394
info@nuovalibreriarinascita.it

Se vuoi riceverlo a casa puoi inoltrare il tuo ordine indirizzandolo a: ordini@secondorizzonte.it
e segnalando l’avvenuto versamento dell’importo indicato tramite bonifico sul conto corrente della libreria (IBAN: Unipol Banca – Agenzia di Brescia: IT 10 B 031 2711 20000000000 1851).
La spedizione non comporta aggravi di spesa.

L’esperienza

21/06/2017 | Scritto da Carlo Simoni | (1 Commento)

Due sorelle, una giornata a Venezia. Vi giungono, nel settembre del 1912, l’una da Milano, l’altra da Trento, le città in cui dopo il matrimonio sono andate ad abitare. Da tempo non si vedevano ed Emma, estroversa e da sempre portata a riferire fatti vissuti e storie udite da altri, subissa dei suoi racconti Chiara, incline invece a riflettere sulle proprie scelte, in un ostinato e segreto tentativo di ricapitolare la propria vita, di rintracciarvi un senso.
Due diverse disposizioni che sembrano trovare riscontro nel paesaggio della città, nel quale si inscrivono per entrambe ricordi che risalgono alla prima visita, negli anni dell’infanzia, ma per Chiara anche la memoria vivida e soff erta di un soggiorno recente, e insieme immagini che di Venezia sono sedimentate nella pittura e nella letteratura.
È nella lunga peregrinazione per le calli, i ponti, i campi della città che le due sorelle si ritrovano via via più vicine, in uno scambio che sembra ridefi nire ruoli e personalità e le accomuna nel pensiero che la giornata trascorsa insieme abbia rappresentato un passaggio incancellabile nelle loro vite, un’esperienza.

Quelle che seguono sono alcune pagine tratte dal romanzo:

È solo lei che legge. Per non parlare con gli altri, soprattutto. Ma anche perché il treno è il posto migliore per leggere. Gli altri co­me fanno? Tutto un viaggio, intere ore a non fare altro che aspettare di arrivare. Unica risorsa qualche chiacchiera con gli altri dello scompartimento. Non ce l’ha con loro, no. Anzi. Forse loro, quelli che fra la partenza e l’arrivo non fanno altro che aspettare, sanno che viaggiare è una pausa, niente altro. Quel­li che in treno non leggono, quando scenderanno avranno cose da fare, decisioni da prendere. Lei che legge invece, che pensa, ricorda, proprio perché sta viaggiando in treno, lei, quando scenderà, non sa­prà cosa fare, forse. Se lo dovrà inventare…
Si sono fermati. Rovereto, annuncia ai compa­gni di viaggio il signore che la guardava. Il nome della città non la fa trasalire, anche se le fa ricordare i pomeriggi che ci ha passato con Giorgio, che a Rovereto aveva una casa. Ricorda tutto. Il percor­so dalla stazione alla villetta, poco distante. Il caffè dove andavano, dopo. Il ritorno a Trento, seduti in scompartimenti diversi, per prudenza.
Lo sapeva che sarebbe stato così. E sa che sarà così anche a Venezia. Per questo ha voluto andarci: si è sentita pronta a far gli stessi passi, a vedere gli stessi posti. (…)
I movimenti degli altri le segnalano che stanno arrivando a Borghetto sull’Adige, alla dogana. I controlli sono rapidi, formali, si riparte subito.
Il treno da Milano non è ancora arrivato, quan­do Chiara scende a Verona. Ci vorrà una mezz’ora. Fa due passi fuori dalla stazione. (…) Torna alla banchina: dovrà salire subito, appena arriva. È lo stesso treno su cui Em­ma viaggia che le porterà a Venezia.
Sa che la sorella sarà al finestrino per salutarla ancora prima che il treno si fermi. E succede pro­prio così: Emma sta cercando con gli occhi fra la gente in attesa e quando la individua agita la mano ridendo.
Nonostante se la fosse presa con quell’invadente che non la lasciava andar sola a Venezia, si accorge di esser contenta di ritrovare Emma, con il suo ve­stito a fiori, colorato ed elegante, un gran cappello, un mazzetto di fiori sull’ampia tesa identici a quelli del vestito, il corpo rotondo ma non ancora pesan­te. Chiara si siede accanto a lei, che non ha avuto bisogno di tenerle il posto perché nello scomparti­mento non c’è nessun altro.
Come sei bella, le dice Emma: sempre magra tu. Ma come fai? Eh, sei giovane tu… È un vecchio scherzo questo: Chiara ha solo tre anni di meno della sorella, ma per loro è ancora come se quei tre anni pesassero come quando erano bambine e una ne aveva tre e l’altra sei, una dieci e l’altra tredici. E adesso Chiara trentasei e Emma trentanove. Ma non si saprebbe dire quale sia la più giovane, sono due signore della stessa età, anche se per loro non è così. Chiara resta la piccola.
Emma invece è quella che conosce il mondo, che ha esperienza. Lo testimoniano le storie che raccon­ta. I casi della vita, dice. I casi di cui è stata testimo­ne, qualche volta protagonista, ma anche quelli che le sono stati raccontati e che lei a sua volta racconta. Non ha bisogno di leggere, Emma, di storie ce ne sono già abbastanza: basta guardarsi intorno, ascol­tare. Cosa che Chiara non ha mai saputo fare: hai sempre un piede dentro e uno fuori, le ha detto una volta la sorella.
Da cosa?
Da… dalla vita, le aveva risposto improvvisa­mente convinta Emma.
Chiara non se l’è più dimenticata quell’uscita della sorella: ha sentito che aveva ragione, che è vero che lei passa la vita ad aspettare che arrivi la vita vera. Sempre lì per arrivare. Mai quello stesso giorno però.

(…)

Chi dice “questa è vita”, o “questa non è vita”, dice sciocchezze. Non ci sono giorni fuori dalla vita. La vi­ta è quella che si vive. Tutta, ogni giorno. Chi ha detto che si vive, che si fa esperienza solo quando si è molto felici o infelici, innamorati persi o affogati nel dolore?
Le foto ricordo non ricordano niente se non eri lì davvero. Ricordano solo che volevi un ricordo di quel giorno, niente di più di quel desiderio. Che magari non era neanche tuo.
I nonni – e neanche mio padre e mia madre, da giovani – avevano fotografie. O ne avevano pochissi­me. Eppure ricordi ne avevano. Ricordi che venivano buoni per vivere, per capire cosa succedeva, a loro e agli altri. A volte penso che loro avevano esperienza e poi è diventato difficile farne e portarsela dietro. La non­na, che capiva tutto, di sicuro di esperienza ne aveva. Una volta l’avevo vista piangere, sull’orlo del vestito che stava cucendo, e lei si era soffiata il naso e senza aspettare che le chiedessi perché piangeva mi ha detto che certe cose quando si è sposati succedono, ma è pur sempre meglio che essere soli. Non avevo capito allora, ma poi ho ripensato molte volte a quelle parole. Come c’era arrivata lei? Certo non le erano venute alla bocca nel momento in cui me le diceva. Doveva averci riflet­tuto in più occasioni, molto prima di essere la nonna, quando ancora era una ragazza, poi la mamma di quella bambina che sarebbe stata mia mamma, poi la vecchia donna che cuciva gli orli. E c’era arrivata, era diventata una cosa che adesso sapeva e poteva dire alla nipotina. Sicura di quel che diceva.
Però, forse, non è vero che solo una volta si poteva­no fare esperienze, e ricordarsele, e tenerle da parte per quando servono. Forse qualcuno ci riesce anche adesso: i bambini.

(…)

Forse l’esperienza non è qualcosa che si ha e ci si porta dietro. (…)
Forse è qualcosa che si fa in certe situazioni, o che si ha e non si sa di avere fino a quando vien buono. Ma forse c’è anche un’altra cosa: se si fosse trattato di me, sento che non avrei saputo darmi quel consiglio. Non avrei saputo essere così benevola nei miei con­fronti. Non avrei saputo esser comprensiva come lo sono stata con mia sorella. Non so perché. So solo che se ho dato quel consiglio è perché in quel momento mi sono messa nei panni di un altro, di Emma: ho sentito quel che sentiva lei. E se ci sono riuscita non è solo perché le voglio bene, né solo perché sono passata attraverso amori e desideri di amore, ma perché sono stata capace, almeno in quel momento, io che vivo con un piede dentro e l’altro fuori dalla vita, come mi ha detto quella volta Emma, di mettermici con tutt’e due i piedi. Quel che viveva Emma è stato come un richia­mo, e quel richiamo io l’ho sentito, io che nella vita non sono capace di nuotare come un pesce nell’acqua. Io che la vita è come se avessi sempre bisogno di stare a guardarla. Ma è questo il mio modo di viverla. Non sono convinta che sia il modo migliore di viverla, ma perché devo continuare a ritenerlo un difetto, o una colpa addirittura? Quando ho voluto viverla a ogni costo, come gli altri, mi è bastato poco per sentire il peso insopportabile di un tradimento commesso senza ragione, la vergogna di una perdita insensata. Come quella di un giocatore che non ama il gioco e se gioca non tollera di vincere, perché la vincita lo obblighereb­be a giocare ancora.
Sono quasi a Verona, dove cambieranno treno, e ne prenderanno due diversi. Chiara chiude il tac­cuino e questa volta lo rimette nella borsa. Sorri­de alla sorella che si sta preparando per scendere: che giornata, le dice.


Ordini

logo_rinascita_450pxSe vuoi leggere il libro nella sua interezza lo puoi acquistare alla nuova libreria Rinascita di Brescia (10 euro).
Via della Posta, 7 – 25121, Brescia
Tel. 0303755394
info@nuovalibreriarinascita.it

Se vuoi riceverlo a casa puoi inoltrare il tuo ordine indirizzandolo a: ordini@secondorizzonte.it
e segnalando l’avvenuto versamento dell’importo indicato tramite bonifico sul conto corrente della libreria (IBAN: Unipol Banca – Agenzia di Brescia: IT 10 B 031 2711 20000000000 1851).
La spedizione non comporta aggravi di spesa.


Recensioni

Da Gruppo 2009 del 15 agosto 2017.
Clicca sull’immagine per visualizzare l’articolo.


Dal Corriere della Sera (Brescia) del 6 agosto 2016.

«L’esperienza» di due sorelle nella Venezia di inizio ‘900

Quello che le donne non dicono o forse dicono soltanto tra loro, magari perché hanno quella marcia in più. Rimuginazioni, confidenze, topografie dell’anima. È un doppio delicato ritratto femminile quello che Carlo Simoni ha scritto con L’esperienza (LiberEdizioni, pp. 98, euro 10,00), un racconto lungo ambientato nel 1912, periodo in cui le teorie di Sigmund Freud avevano già cominciato a ricostruire a ritroso il percorso dell’attività onirica, interpretando sogni e desideri, che all’epoca avevano il freno a mano tirato.
Chiara ed Emma sono due sorelle, rispettivamente di 36 e 39 anni. Dopo il matrimonio sono andate ad abitare una a Trento e l’altra a Milano, dove conducono vite borghesi di abitudini rassicuranti, ma solo perché non c’è nessun barometro che registri le turbolenze del cuore. Si ritrovano un giorno di settembre per una gita a Venezia.
La prima, carattere abbottonato e riflessivo, ritorna nella città lagunare per rivivere e archiviare un fantasma d’amore, l’altra, più espansiva, ci va per farle compagnia. Sembra la più assestata, ma non è detto. Tra recuperi di memoria familiare, sarde al saòr con relativa ricetta, passeggiate e chiacchiere, le due sorelle condividono segreti, tentazioni, disvelamenti, reticenze, conforti, anche rivelazioni, però non reciproche. Ma questo poco importa, quella giornata diventa per entrambe una pietra miliare, una traiettoria d’ esistenza, una base di ripartenza.
L’esperienza, da cui il titolo, è vivere insieme il qui e l’ora, non l’altrove. È una pratica solida incarnata nel tempo, collaudata dall’esposizione al vero, nella fattispecie sullo sfondo di Venezia, città fluida sì, ma non scenografia decorativa, anzi teatro perfetto, con la sua storia, di una vicenda intessuta di ricordi, sogni, illusioni. Carlo Simoni esplora i confini non sempre segnati tra pubblico e privato, scruta le penombre dell’io, crea una rete di rimandi letterari (Il carteggio Aspern di Henry James e La signora Bovary di Flaubert: non a caso due scrittori molto esperti del paesaggio interiore femminile) e pittorici (Le Due dame veneziane di Carpaccio, Il ciclo dei mesi di Maestro Venceslao, i ritratti di signore di Sargent…) che fanno da riverbero e puntello al racconto. In definitiva, L’esperienza di Carlo Simoni è una riflessione sul rapporto arte e vita. Per Chiara, la sorella minore, la scrittura costituirà la via di fuga.
(Nino Dolfo)


Dal Giornale di Brescia del 17 agosto 2016.
Clicca sull’immagine per visualizzare l’articolo.

 

L’ammutinamento*

09/05/2017 | Scritto da Carlo Simoni | (0 Commenti)

* Questo racconto è comparso, insieme a quelli di Enrico Mirani, Massimo Tedeschi e Marcello Zane, in Di passioni e di guerre. Fonti storiche e racconti d’autore (Brescia, liberedizioni, 2017).

Era festa a Brescia. San Faustino, patrono della città. Ma non era per la fiera che c’ero tornato, anche se da bresciano qual ero mi ricordavo lo zucchero filato che da bambino mio padre mi comprava alle bancarelle della sagra. Al giornale avevo proposto di dire qualcosa su quel 15 febbraio del ’19: era il giorno in cui la stampa socialista riacquistava cittadinanza in una città ancora considerata in zona di guerra, anche se il confine era ormai lontano ed erano passati più di tre mesi dall’armistizio. L’Avanti, il giornale per cui da quasi vent’anni lavoravo, non circolava ancora, a Brescia. Lo si trovava a Mantova, a Verona, ma qui no. E quel giorno tornava a uscire invece, dopo la sospensione di quattro anni imposta con la guerra, la Brescia Nuova, il foglio dei socialisti bresciani.
La festa era doppia perciò, lì al Circolo Ferrovieri, a due passi dalla Tempini e dalla Togni, di fronte alle case di Campo Fiera. Voci, canti, fumo e aroma di caldarroste mi avvolsero quando entrai. Le biline e il mandolato erano arrivati fin lì, e anche le trombette che vendevano alla fiera. Tutti alzavano la voce per farsi capire, e il vino faceva il resto. Vino e altro. Un tale mi mise in mano un bicchiere di vermut. Vermut americano, disse: bevilo, io lavoro alla Ferrol e lo so. Disinfetta l’intestino meglio di tutti gli intrugli dei dottori: la spagnola non la prendi con questo. Garantito.
Guardandomi attorno mi colpì un ometto accalorato nella discussione. Era seduto a un tavolo con degli altri. Smilzo, e tanto piccolo da non toccare il pavimento coi piedi. Un corpo da ragazzo, anche se il volto dimostrava una trentina d’anni. Il bicchiere di vino che aveva davanti non l’aveva ancora toccato, preso com’era a spiegare, a persuadere il suo uditorio. Mi avvicinai. Stava dicendo che il Senato andava abolito, il suffragio universale doveva essere esteso alle donne, e la politica estera sottratta al potere del governo e affidata al parlamento: era chiaro, stava illustrando la nostra piattaforma d’azione. Il Partito l’aveva approvata da poco dando la direttiva di discuterne in tutte le sezioni. E questo compagno non perdeva l’occasione: parlava e indicava col dito la prima pagina del giornale che teneva sul tavolo. Accanto alla sedia ne aveva una pila, da distribuire lì al Circolo. Da come parlava compresi che era dei metallurgici: non si poteva accettare che, con la disoccupazione che il passaggio dall’industria di guerra all’industria di pace stava già provocando, gli industriali se ne fregassero delle liste dell’ufficio di collocamento che pure avevano riconosciuto. Ma andava più in là: le 48 ore settimanali non erano una richiesta solo dei metallurgici, era un diritto anche dei ferrovieri. Occorre andare di pari passo, noi e voi, diceva convinto agli altri tre; noi della Camera del Lavoro la otterremo questa riduzione di orario, così come un aumento di paga uguale per tutti! Nella Commissione interna, qui alla Tempini, abbiamo già presentato un memoriale e queste cose sono al punto numero uno!
Sì, era l’uomo che cercavo: operaio metallurgico, le mani lo dicevano, ma anche militante sindacale. Una chiacchierata con lui e l’articolo per il giornale era fatto. E poi, mi sembrava di averlo già visto quel compagno: la sua fisionomia, il suo modo di guardare dritto negli occhi la persona con cui stava parlando… Quando due dei ferrovieri si alzarono mi sedetti al tavolo. Lui mi porse una copia della Brescia Nuova e mi chiese da dove venivo. Fu in quel momento, quando si rivolse a me, che lo riconobbi: noi ci siamo già incontrati, gli dissi.
Oh, possibile: in fabbrica, al sindacato ne incontro tanti…

No, io ti ho incontrato… 19 anni fa.
Ma figurati. 19 anni fa era il 1900! Ero un bambino…
Proprio così, un bambino.
Ma tu chi sei?
Lavoro all’Avanti, a Milano. Giusto da 19 anni.
Ah, bene: allora possiamo…
Ma sono di Brescia, e prima ho lavorato alla Brescia Nuova: pochi mesi, stavo imparando il mestiere, avevo vent’anni allora, quando c’è stato l’ammutinamento, come lo chiamarono i giornali borghesi.
Mi guardò diffidente: di cosa parli?
Di quello che è successo appena dopo Natale all’Istituto Derelitti.
Si è alzato, e poi si è riseduto. Ha finalmente bevuto un po’ del suo vino.
E che cosa vuoi da me? Non sarai venuto a Brescia per riesumare storie del genere…
No, è per scrivere qualcosa sulla ripresa del vostro giornale…
Be’, allora parliamo di quello. Lo vedi qui? Resurrezione, è il primo articolo e…
Anche la Brescia Nuova, allora, dedicò un articolo a quei fatti, lo interruppi.
Già, bell’articolo…
Non lo scrissi io, ma il mio capo, il giornalista cui mi avevano affidato per imparare il mestiere.
Ah, bel maestro, non c’è che dire!
Sono d’accordo con te, io avevo scritto altro sul processo, me l’aveva fatto fare lui, ma quando l’ha letto mi ha detto che era impubblicabile e l’ha rifatto.
Perché? tu cos’avevi scritto?
Che la questione non era stata solo la cattiva qualità del vitto, prima di tutto.
Ha cambiato espressione. Era interessato adesso.
E’ vero. Non era quella, non solo quella perlomeno, la questione… Ma tu, lo sai com’erano andate le cose?
Sono stato all’Istituto quando ormai tutto era finito, ma poi ho assistito al processo.
Ah, dunque sai com’è andata davvero, in tribunale! Conta…
Prima vorrei che mi raccontassi tu quel che era successo, dall’inizio…
Be’, si fa presto, ma qui… Andiamo fuori, camminiamo un po’.

Passammo Porta San Giovanni e  prendemmo per via Gioco del Pallone. Mi accorsi che dovevo andar piano: ogni passo dei miei, che pure non sono un gigante, era due dei suoi. Girò per il centro: si incontravano ancora famiglie e gruppi che tornavano dalla fiera, ma erano gli ultimi. Il campanile delle Grazie stava suonando le sette.
Non so se lo fece di proposito, ma ci ritrovammo in via Santa Chiara. Il  Pio Istituto Derelitti era là all’epoca dei fatti. Solo qualche anno dopo si sarebbe spostato fuori Porta Pile, in un edificio tutto suo, dov’è ancora. Ma allora no, era al numero 50 di via Santa Chiara, il portone davanti al quale ci eravamo fermati. Era  lì che erano successi quei fatti.
Ci sei stato, dicevi: che cosa ricordi?
Erano le sei di sera, era già scuro: nel cortile c’erano carabinieri e questurini. Ci hanno fermato che eravamo ancora sul portone, sembrava stesse per succedere qualcosa. E infatti poco dopo abbiamo visto fra due ali di questurini avanzare otto ragazzi, in fila. Ci sono passati davanti. Li hanno portati via. Allora siamo entrati e il mio capo si è messo a parlare col direttore, lo conosceva…
Lo conosceva? mi interruppe sorpreso Giacomo, prendendo un altro sorso di vino.
Mi parve proprio di sì, si salutarono come due che si conoscono da tempo.
Ma non è possibile: quello era un servo dei preti, un leccapiedi dei padroni, una spia, che non faceva altro che darsi da fare per la sua carriera, culo e camicia col sindaco e colla sua manica di clericali, che riceveva in casa sua, sera sì sera no. Perché lui aveva un appartamento qui dentro, in questo stesso palazzo in cui c’era l’Istituto, e Franchino ci raccontava tutto quello che succedeva dal direttore, in ufficio e anche in casa…
Franchino?
Sì, uno di noi, era dei mezzani lui, aveva dodici anni: l’aveva preso in casa la moglie del direttore come tuttofare. Perché non veniva dalla strada, Franchino. Era capitato lì solo perché suo padre era morto, e la madre si era risposata con uno che si era portato dietro una figlia e di ragazzi per casa non ne voleva, e in quattro e quattr’otto aveva trovato il modo di far passare Franchino per l’attentatore alla virtù di sua figlia, e anche peggio, tanto da convincere, o costringere, la moglie a denunciare il figlio e a farlo finire ai Derelitti, anche se era un ragazzo ammodo. E dunque: Franchino ci teneva al corrente di tutto quel che sentiva dal direttore. Anche in quei giorni… Ma questo viene dopo. Ti ho interrotto: stavi dicendo che il tuo capo ha saputo qualcosa da quel bel personaggio…
Sì, ha saputo che quegli otto li portavano in carcere e sarebbero stati processati già l’indomani.  Ed è stato lì che ti ho visto. Prima non ti avevo notato. Eri in fondo al cortile insieme ad altri ragazzi. Eri il più piccolo… Sembravi sul punto di piangere, ma si vedeva che stringevi i denti. Avevi un’espressione di rabbia che colpiva in quella faccina da bambino: ci siamo guardati per un attimo, poi qualcuno ha suonato un fischietto e siete andati via.
Già, in refettorio: ci fecero fare cena in anticipo, quel giorno…
Ma prima cos’era successo? cos’avevi visto? come si era arrivati a quel punto?
E’ sembrato tornare a quella sera, a quei giorni. Ci siamo rimessi a camminare. Ha aperto bocca solo quando siamo arrivati in piazza della Loggia: occorre partire da un po’ prima, ha detto. E siamo andati giù per i portici. Lui che raccontava, a voce bassa, guardando dritto davanti a sé.

Continua la lettura nel pdf:

pdf

 

 

 

 

Un’officina e il refettorio in via Santa Chiara a inizio Novecento, quando nello stabile si era si era ormai insediata la Scuola Moretto. Le figure e gli ambienti che compaiono nelle immagini evocano comunque la vita quotidiana che i Derelitti in quella stessa sede avevano condotto fino a pochi anni prima. (Le immagini, pubblicate nel libro di Giovanni Boccingher Dal Moretto all’I.T.I.S. Castelli, Brescia 2014, conservate presso l’Archivio fotografico dei Civici Musei di Brescia).

Questa breve e variegata raccolta di scritti testimonia di uno sguardo curioso e critico, ironico e partecipe, a volte stralunato. Le diverse sezioni raccolgono testi che hanno lungamente accompagnato l’autore negli anni costruendo  rimandi e assonanze pur nella diversità dei toni, che vanno dal lirico al sarcastico.

Quelle che seguono sono alcune pagine tratte dal primo dei racconti, La Muraglia

(…)

Da dove viene, il barbaro?
Ha lasciato anch’egli una città circondata da muri e fortificazioni? Quanto lontana, quanto diversa?
E’ reduce dalla distruzione della sua città, è forse esiliato?
No, certamente non è così. Venisse da un’altra città non sarebbe lui, non sarebbe il barbaro.
Avrebbe nome e insegne e vessilli e il suo disegno di guerra sarebbe, per quanto terribile, chiaro ed aperto.
Ma da dove viene, il barbaro?
Viene da polvere e invidia, da povertà, sudore e cieca determinazione alla vita.
Viene dalle zone franche, dalle periferie, dai bordi, dalla cintura…
Da fuori.
Da tutti i fuori.

(…)

La città agita il deserto della notte con bagliore di incendio lontano, pallida lava trattenuta dall’abbraccio della Muraglia. Da tutti falò notturni che la circondano i barbari guardano la città, misurando il loro desiderio e la loro pazienza spietata. I loro sguardi tessono trame, invisibili ragnatele geometriche che solcano il cielo sopra la città. Dentro la Muraglia la volta celeste è suddivisa ordinatamente, censita in ogni parte, classificata dai suoi abitanti nel catasto dei sogni.
Dalle loro solitarie torri, disposte lungo la Muraglia secondo un ritmo che più nessuno riconosce e frequenta, gli astronomi puntano le stelle con i loro caleidoscopi.
Celti e caldei, cinesi e maya, da lungo tempo hanno portato le loro lingue a confondersi dentro la città, oltre la Muraglia.
Il barbaro, fuori, è spinto da stelle furibonde.

(…)

La città cresce sommandosi a se stessa, cresce per sovrapposizione. Anche le parti che vengono sostitute non scompaiono mai veramente, non fosse che per la frettolosa visione quotidiana dei suoi abitanti, per la loro distratta conoscenza e la loro imprecisa memoria.
I vuoti della città non sono mai davvero vuoti, sono ferite, riscritture, palinsesti; i muri nuovi non cancellano le storie scritte dai muri vecchi.
La città cresce anche per gemmazione e per partenogenesi, per meiosi e per mitosi, con ogni mezzo e strategia la città aumenta, si ingrandisce, si complica, si allarga.
La città cresce piega su piega, si ritaglia da se stessa, sembra contraddirsi e si riafferma.
Uno stucco, un ornato barocco, un frattale.
La città cresce sempre, anche di notte, nel silenzio e nella calma apparente degli arnesi e dei rumori, nella pace e nella brezza che asciuga la pelle ai lavoranti.
La città cresce e volge le spalle alla Muraglia, cercando invano di dimenticarla. La città cresce per ignorare il suo limite, per nasconderne l’esistenza, per seppellirne la memoria.
Ma è un tentativo vano.


Ordini

logo_rinascita_450pxSe vuoi leggere il libro nella sua interezza lo puoi acquistare alla nuova libreria Rinascita di Brescia (10 euro).
Via della Posta, 7 – 25121, Brescia
Tel. 0303755394
info@nuovalibreriarinascita.it

Se vuoi riceverlo a casa puoi inoltrare il tuo ordine indirizzandolo a: ordini@secondorizzonte.it
e segnalando l’avvenuto versamento dell’importo indicato tramite bonifico sul conto corrente della libreria (IBAN: Unipol Banca – Agenzia di Brescia: IT 10 B 031 2711 20000000000 1851).
La spedizione non comporta aggravi di spesa.


Recensioni

Dal Giornale di Brescia del 15 dicembre 2016.
Clicca sull’immagine per visualizzare l’articolo.

Dal Corriere della Sera del 15 dicembre 2016.
Clicca sull’immagine per visualizzare l’articolo.

Il generale

13/12/2016 | Scritto da Carlo Simoni | (0 Commenti)

Frutteti, vigneti e orti occupano la collina alle porte della città, ma oltre alle case dei contadini compaiono, a metà Ottocento, case di vacanza e qualche villa signorile. È in una di queste che, all’indomani della battaglia di Bezzecca, nell’agosto del 1866, trova ospitalità il generale. Una presenza discreta, attraverso la quale tuttavia la Storia irrompe nella vita delle famiglie del luogo.
In quella di Amadeo, al centro del racconto, l’estate di quell’anno resterà indimenticabile, soprattutto per la moglie Elsa e la figlia Flora, alla soglia, entrambe, di un decisivo passaggio d’età.

Quelle che seguono sono alcune pagine tratte dal romanzo:

Mi sarebbe grato restare qui.
Lui non alza la testa dalla tazza e continua a cavarne gran cucchiaiate di pane zuppo di caffelatte. Come ogni mattina. I giorni di festa non fanno eccezione.
Si direbbe non abbia udito le parole della moglie.
Fa’ presto tu, dice poi, burbero, a Francesco: il ragazzo s’è perso a giochettare con la mollica. La sua tazza è ancora quasi colma, e non ha neppure toccato l’uovo che lo guarda dal bicchierino di porcellana bianca che gli sta davanti. È questo che più di tutto fa andar sulle furie il padre: che il ragazzo non lo segua in quello che è il suo principio d’igiene basilare: due uova al mattino, prima d’ogni altra cosa. Ma crude! Appena uscite da… Quando l’ira lo prende non si perita di dir da dove, e non è al pollaio che allude, ma alla provenienza di cui qualche sia pur minima traccia quei naturali infallibili corroboranti delle forze del corpo e dell’anima a volte recano ancora quando giungono sulla tavola. Sì, anche dell’anima: questi sono i fatti, perché senza un corpo gagliardo l’anima si perde in pensieri sottili. Inutili. E dunque due uova, lui. Ogni mattina: è un rito cui non rinuncia, quale che sia la stagione. E tutti attendono che l’abbia compiuto: lo guardano, ogni mattina, forare con l’ago che viene puntualmente messo accanto alle posate, di lui e di Francesco. Di Flora, la figlia, no: ci aveva provato, ma la moglie si era messa subito di mezzo, e dunque quella dell’uovo al mattino si era tacitamente convenuto esser cosa da uomini. Eccolo dunque anche questa mattina praticare il piccolo foro: prima sopra, dalla parte dove l’ovale è più stretto, e poi sotto, altrimenti il tuorlo e l’albume non escono. L’aveva spiegato a Francesco, ancora bambino di sei anni, secondo il sicuro giudizio paterno ormai ammissibile al benefico alimento mattutino.
Perché? aveva però chiesto il bambino.
Perché cosa?
Perché non esce quello che c’è dentro se non si buca anche dall’altra parte?
Oh beh, perché… Tu fa come ti dico io! E la questione era stata chiusa per sempre.
Aperti i due pertugi si tratta di picchiettare con il manico del cucchiaino tutt’attorno al foro di sopra, a slargarlo un poco, e con questo si esaurisce la funzione della posata: l’uovo crudo si beve poggiando la bocca al guscio, che diamine! Ed era stato allora che Francesco s’era impuntato, memore di dove arrivava l’uovo: lui le labbra non ce le avrebbe poggiate. Solo alla quarta mattina aveva ceduto al padre che dava in ismanie di fronte alla schifiltosità testarda del figlio, e aveva bevuto, senza aver prima potuto immaginare né la temperatura né la consistenza di quel che gli colava in bocca. Quell’intruglio inaspettatamente tiepido e viscoso non aveva voluto scendergli in gola e s’era subito deposto sulla tovaglia.
Eran passati mesi prima che Francesco imparasse a sopportare la nausea di quel contatto e ad ingoiare superando il ribrezzo. Ma c’erano mattine in cui proprio non gliela faceva, neanche lui sapeva perché.
E questa è appunto una di quelle mattine.

(…)

Non fatemi parlare, non fatemi…
Entra come una furia nel salotto brandendo il giornale. La moglie e la figlia sono lì, ad attendere, chine sui loro ricami, il mezzodì. Francesco, che ha voluto andare alla casa dei cavalli a dare un saluto a Fiocco, entra di lì a poco e siede zitto accanto alla madre, sul divano.
Nessuno interpella Amadeo circa la sua agitazione, e lui, dopo essersi guardato attorno come in attesa che qualcuno lo facesse, si lascia cadere sulla sua poltrona, sudato ed esausto, e riapre il giornale, arrivato come sempre già al mattino presto ma che lui ha appena iniziato a leggere. Torna alla pagina che l’ha tanto innervosito ma si interrompe subito, schiaffeggiando il foglio e di nuovo guardando i familiari, che restano silenziosi e assorti come lui non ci fosse. Anche il ragazzo: gli occhi su un’ape che s’è intrufolata nella stanza e ronza attorno al lampadario.
Enrietta giunge finalmente ad annunciare il pranzo. Ma anche a tavola l’atmosfera resta la stessa. Solo il tintinnio dei cucchiai risuona nella sala, e il risucchio che Elsa non ha mai potuto correggere nel marito quando sorbisce il brodo.
È Flora, inaspettatamente, che fa sentire la sua voce, e di buona volontà informa il padre della novità: sono arrivati soldati a cavallo, dietro a una carrozza e…
Già già, la interrompe lui: cavalli, carrozza, soldati… era il minimo, per un personaggio di questa fatta! Mica può andarsene attorno come tutti gl’altri!
Flora guarda la madre: che intendete dire? chiede quella al marito, con una nota d’ansia nella voce:  che cosa sapete? che accade?
Accade che quel… che il diavolo se lo porti! giovedì passato era là in carrozza a dar ordini, e a riceverne: perché obbedire ha dovuto obbedire, altro che! Questi sono i fatti. Ma adesso è qui: neanche una settimana e ce l’abbiamo tra i piedi! Lui e i suoi ufficiali dei miei…! Qui, capite? Dai signori suoi amici. E i suoi volontari, quegli sbandati, in città! Ma sentitela, la gran notizia! Enrietta, portami il giornale. Sentite: Il generale Garibaldi – generale… – è atteso stamattina, e prenderà alloggio alla villa della contessa Fenaroli fuori di porta Venezia a breve distanza dalla città. Che vi dicevo? È qui! E indica l’ingresso, quasi l’innominato si trovasse lì appena fuori, nel giardino. Il suo quartier generale avrà stanza in Brescia, insieme all’Intendenza generale del corpo. Lo squadrone Guide Volontari arrivava l’altrojeri e rimane pur esso in Brescia. E la città a soqquadro difatti, se ne vedono a frotte, per le strade: è vero, Francesco? li hai visti, no?
Gli occhi del figlio guizzano rivelando un brillio d’entusiasmo, subito prudentemente dissimulato in un assenso docile al padre. Ma quello neanche l’ha degnato d’uno sguardo, e continua: sentite qua, invece: I due battaglioni de’ bersaglieri Volontari prenderanno stanza a Bergamo insieme al Corpo d’Ambulanza.  Capite? Ma non potevano andarsene tutti a Bergamo allora? E se proprio dovevano venire a Brescia non poteva il gran capo starsene anche lui in città coi suoi giannizzeri? No, qui! Ma ce lo siamo dimenticati di quel che è successo quattr’anni fa? quando un branco di scalmanati è andato alla Pretura per far scarcerare quelli che avevan preso a Sarnico, garibaldini, si capisce, e cos’è successo: che la guardia ha dovuto difendersi, colle armi, e ne sono rimasti in terra quattro! Questi sono i fatti. Bella roba davvero! Eh? non se lo ricordano i signori che stan qui vicino? Ma figurarsi se i conti Fenaroli non lo volevano a casa loro, il generale: lo ricordate, quattr’anni fa? Era andato da degl’altri signori, dai Facchi, a Mompiano, ricordate? E la contessa guai! Nel giro di pochi giorni se l’era già portato a quell’altra villa, a Rezzato, come tre anni prima, nel cinquantanove! E invece adesso qui, in questa di villa, a due passi da noi!


Ordini

logo_rinascita_450pxSe vuoi leggere il libro nella sua interezza lo puoi acquistare alla nuova libreria Rinascita di Brescia (10 euro).
Via della Posta, 7 – 25121, Brescia
Tel. 0303755394
info@nuovalibreriarinascita.it

Se vuoi riceverlo a casa puoi inoltrare il tuo ordine indirizzandolo a: ordini@secondorizzonte.it
e segnalando l’avvenuto versamento dell’importo indicato tramite bonifico sul conto corrente della libreria (IBAN: Unipol Banca – Agenzia di Brescia: IT 10 B 031 2711 20000000000 1851).
La spedizione non comporta aggravi di spesa.


Recensioni

Dal Giornale di Brescia del 15 dicembre 2016.
Clicca sull’immagine per visualizzare l’articolo.

Dal Corriere della Sera del 15 dicembre 2016.
Clicca sull’immagine per visualizzare l’articolo.

105-copertine-simoni-teatro

Da AB 128 – Autunno 2016.
Clicca sull’immagine per visualizzare l’articolo.

161130-simoni-ab

104-copertine-ghizzani-anime

Antefatto.
Della  notte prima della partenza, ricordo un sogno.
Mi trovo in un luogo pieno di luce, dove non si può discernere la separazione fra dentro e fuori. Con me ci sono altre donne, sono serena in mezzo a loro.
Sono lì per scrivere, sto bene, posso dedicarmi alla scrittura per tutto il tempo che mi è necessario, senza altri impegni, senza fretta, senza obblighi.
Indosso una sottoveste di raso, chiara, di un colore avorio. 
Mi sento pacificata e molto, molto bella; sono parte della luce.
Del risveglio, ricordo la piacevole sensazione di alterità.
Adesso so che nei giorni in cui ho soggiornato a Napoli la percezione di me stessa è stata definita da quella mancanza di separazione di cui il sogno segnava una traccia.
Deve essere stato questo a rendere possibile che la città mi abbia attraversato.
Senza che ne fossi cosciente, e senza sceglierlo, le ho accordato il consenso di manifestarsi.
D’improvviso  piazze, vicoli, strade, persone, volti, scorci mi richiamavano alla mente brani di romanzi e di testi teatrali di autori napoletani che non sapevo più di rammentare e che si sommavano a ciò che gli occhi osservavano. Ho potuto così vedere anche ciò che non era palese, costruendo dentro di me una rete di conoscenza, una mappa che, senza delineare confini, mi ha mostrato percorsi possibili, fuori e dentro di me.
Avrei dovuto dedicare tempo e attenzione ai pezzetti di carta di recupero che via via riempivo di frasi minuscole, appunti, stralci di immagini che parevano volteggiarmi intorno con la casualità distratta di ritagli di giornale sollevati dal vento e sparpagliati davanti ai miei occhi. Volteggi repentini che lo sguardo afferra e pone a dimora, per scriverne più tardi.
Avrei dovuto farlo subito, mentre ero ancora lì, mentre mi assordava il frastuono del traffico in continuo movimento, frastagliato dai richiami sonori dei clacson e delle voci, un sottofondo mai muto che sembra provenire dalla facciata delle case, dal manto stradale, dall’aria stessa che si respira in città.
Avrei dovuto svuotarmi le tasche e ripagare la generosità con cui questa città si è lasciata scoprire, compiacente e un po’ sfacciata, impudica, capace di mostrare insieme la sua bellezza e l’anima nera che la attraversa.
Mi è sembrato che non avesse occhi che per me, che abbia cercato il mio sguardo sfoggiando i suoi tesori – ma questo lo sanno fare tutti – e mostrandomi le sue debolezze.
Napoli mi ha concesso l’intimità degli incontri speciali, raccontandomi in confidenza qualcosa di me.

UOMINI E CANI
Era chiaro. Il ragazzo accasciato sul marciapiede non possedeva niente.
Indossava abiti riportati dalla furia di vite trascorse ai margini, passati di corpo in corpo, sudari raccattati a casaccio dalle bocche spalancate dei cassonetti per l’immondizia, assai numerosi in città.
Sembrava prestato anche il cartone troppo corto su cui si appoggiava, né sdraiato né seduto, il dorso un po’ sollevato, sostenuto da un gradino; la spalla sinistra abbassata a facilitare l’abbraccio in cui avvolgeva il sonno del suo cane.
Suo, come suo avrebbe potuto essere un figlio.
Del resto l’animale gli si affidava, senza riserve. Gli si consegnava, ogni muscolo rilassato, senza difese e senza dubbi, sicuro di lasciargli, per il tempo breve del suo riposo, l’incombenza di vigilare su entrambi.
Quell’attestazione di fiducia pareva inchiodare il ragazzo alla propria responsabilità.
Lo stanava, arpionato alla fiocina acuminata di un sentimento d’amore che non sospettava di poter onorare, e di quello si nutriva, proteggendo se stesso e il suo cane.
A  destra, la mano e il braccio inscenavano sovente la mossa della questua, ma non sempre, non con costanza ed attenzione; così come il volto, solo di tanto in tanto rivolto  dolente ai passanti.
Con quell’animale addormentato racchiuso nel suo abbraccio, il ragazzo sembrava acquisire il potere di esercitare la sua libera volontà. Da quella posizione livellata al suolo rivendicava la sua porzione di vita, di spazio occupabile, di luce e di relazione persino. C’era, si mostrava e si  lasciava guardare, uno fra altri, e niente nel suo atteggiamento proponeva vergogna, chiusura, riluttante presenza. Aveva da fare, doveva vigilare il riposo del suo cane, e la bestia compiacente gli si donava, perché del suo sonno il ragazzo potesse fare esperienza, scoprendosi atto alla cura, al rispetto, all’affetto.
Deve essere stato questo a restituirgli dignità. Non possedeva niente il ragazzo, neanche la misura del suo valore, forse giocato d’azzardo e perduto, e niente sapeva dell’amore che covava nel cuore, pure germogliato e lasciato annerire di freddo e di sete per non vederlo umiliare.  Nemmeno il cane di questo sapeva, e neppure gli importava. Era semplice La grammatica delle sue relazioni, articolata in regole chiare leggibili tutte nello sguardo che strusciava in faccia al suo padrone. E lui, il giovane mendicante, teneva con sé il cane e di giorno in giorno saziava la sete di quel germoglio gelato. Imparava i gesti di molte premure che apertamente venivano nominate e liberamente scambiate, perché fra loro, paritariamente e con lealtà, si era pattuito il reciproco assistersi,  sostenersi, tutelarsi.
Vicino al suo cane, il ragazzo stava, come chiunque altro in quel momento su quell’angolo di via, davanti alle vetrine dei negozi, alle facciate scrostate delle case, più esposto degli altri alla fanghiglia residua formatasi dalla pioggia dei giorni precedenti e incastonata a bella vista fra i ciottoli del selciato.
Esisteva, incontestabile presenza mescolata ad arte con i passi della gente, lo stridio incauto delle ruote, il transitare distratto di altre vite, altre storie, altri pensieri.
Nessuno avrebbe di certo potuto escluderlo dall’immagine riprodotta di quell’angolo.
Il ragazzo e il suo cane ne facevano parte, ne rivelavano un dettaglio prezioso, costituivano una parte essenziale della scena.
Spesso il suo sguardo, ora amorevole, si rivolgeva all’animale addormentato e la mano sembrava richiamata da una necessità impellente verso quel corpo riverso fra le sue braccia.
Bisognava controllare che dormisse tranquillo il cane, e carezzarlo, il palmo della mano avanti e indietro sul costato, le dita aperte a scorrere nel folto del pelo, per accompagnargli i sogni e nutrirsi del suo tepore.
Era chiaro, non possedeva niente il ragazzo, a parte il sorriso che gli sfuggiva dal viso quando guardava il muso assopito del suo cane.

GIAN BURRASCA
A precederli era stato il chiasso del loro vociare.
Non correvano, neanche giocavano. Facevano scorribande, rumorosi e prepotenti, nella piazza antistante al sagrato della chiesa, una delle più importanti della città.
Sembrava che fossero ruzzolati fuori dai vicoli circostanti, un po’ per volta, incerti e guardinghi, e che si fossero ritrovati lì.
Da soli avevano attraversato la strada insicuri come uccellini sgusciati fuori dal nido, insieme assumevano la forma di uno stormo organizzato e agguerrito, pronto alla caccia.
A contarli saranno stati una decina, tutti maschi, e sembrava che nemmeno uno tacesse.
Portate dal vento, le loro voci si chiamavano, si rincorrevano, contornavano la scena di una sonorità sguaiata che faceva eco ai loro gesti e riempiva la piazza.
Avevano una bicicletta e un pallone, cui tiravano calci con convinzione esasperata. Imitavano le espressioni e le movenze dei calciatori famosi che di sicuro guardavano alla televisione. Si sfilavano le magliette, incuranti del vento e del cielo buio, gonfio e teso come un ventre, pregno di gusci di temporale, e correvano in tondo, ciascuno proteso a soverchiare l’altro, una questione d’onore che avrebbe confermato il potere del più forte.
Di tirar calci alla palla si erano stufati presto. Avevano bisogno di una sfida più definita, che consentisse risultati precisi e mettesse in gioco il coraggio e la forza di ognuno.
Allora c’era da saltare al volo sulla bicicletta in corsa, prendere velocità e lanciarsi a tutta forza contro la scalinata che conduce alla chiesa e al portico che la circonda.
Via via che uno si sfilava dal gruppo, gli altri restavano compatti, incitandolo o deridendolo con grida sempre più alte, eccitate dall’euforia del rodeo e un poco intimidite dall’ apprensione per l’esito incerto della prova, che avrebbe stabilito la sorte dell’amico e quella di quel pomeriggio domenicale.
Un attimo prima dell’impatto ogni sfidante serrava le mascelle e le leve dei freni, governando con le gambe e le braccia lo sbandamento delle ruote. Contraeva i muscoli, per evitare l’urto ed effettuare una virata stridente che arrestava la corsa e lo depositava sull’asfalto, il volto rosso e sudato, disarcionato dalla bicicletta che da sola urtava sferragliando contro i gradini.
Facevano tutto rapidamente, con avidità, dovevano liberare quell’energia arrabbiata, trattenuta a stento nelle magliette troppo strette e nei calzoni, continuamente tirati verso l’alto, le mani alla cintola, con un gesto impreciso che rivelava l’inesperienza della loro minima età.
Disseminati nella piazza, si erano improvvisamente ricomposti in gruppo quando, all’unisono, uno aveva scovato lo scheletro malandato di un ombrello – raggiera di spade acuminate atta a ferire – e gli altri avvistato un barbone addormentato.
L’uomo, avvolto in un trapuntino lurido che gli lasciava scoperto solo il viso,  dormiva – abbattuto al suolo dalla stanchezza, dalla fame o dall’alcol – seminascosto tra due colonne del portico.
Non avevano avuto bisogno di parlarsi, era chiaro, quello che c’era da fare ora era accumulare punti al tiro a segno.
Si lancia l’ombrello, vince chi fa centro.
Sul portone della chiesa il mendico accovacciato, affetto da sindrome di down, doveva aver captato l’eccitazione che i bambini spargevano sul sagrato, seminata con gesti ampi delle braccia che mentre gettano il seme a terra auspicano un buon raccolto.
Si era sollevato dalla posizione con cui implorante tendeva la mano e ora saltava sul posto, a gambe unite, di continuo, la faccia spalancata in un riso sfasciato che urlava lo sgomento e l’incitazione.
I bambini anche gridavano, si auguravano l’un l’altro vittoria.
Paura ed umiliazione per quel fagotto accasciato che stentavano a nominare uomo.
Non avrei davvero saputo come farlo, ma le gambe mi conducevano verso quella nidiata minacciosa. Adesso bisognava interrompere quella scena in crescendo, palesarsi a sorpresa sul palcoscenico e introdurre un elemento di novità, un impedimento che smascherasse quella ghigna da fiere e riportasse alla luce i loro visi bambini.
Prima che li raggiungessi, li incrociò il passo claudicante di una donna. Li richiamava, con  parole in lingua. Doveva conoscerli uno ad uno, alzava benevolmente il suo bastone per attirarli a sé, li convinceva.
La riconobbero, gettarono l’ombrello spezzato, formarono di ancora uno stuolo per starle intorno e scortarla fin dentro la chiesa, dove rimasero con lei.
Contemporaneamente una ragazza, scesa velocemente da una macchina fermata in corsa sulla piazza, saliva rapida i gradini e lesta prendeva per mano il mendico, che ancora vociante si  lasciava condurre via.
Come a rispettare un ritmo che non avevo compreso, come se davvero avessi assistito al cadenzato svolgersi di una scena teatrale.
Sul sagrato della chiesa era rimasto il sottofondo rumoroso del traffico, fra le colonne del portico il corpo dell’uomo ancora immobile e lo scheletro sbrindellato dell’ombrello.
Nella piazza, le prime gocce di pioggia benedicevano le spoglie dimenticate di quell’infanzia malmenata, e il vento le ruzzolava per aria per poi seminarle ancora, farle diventare più forti e vederle fiorire.

ANCORA BAMBINI
C’è il sole oggi! Il cielo è azzurro, le nuvole sventolano, bianche come il bucato appeso ai fili tesi fra i vicoli.
La giornata ideale per visitare il Monastero di Santa Chiara e il suo portico maiolicato.
Venite, per i bambini dell’ospedale Cardarelli, signora, lo volete donare il sangue?
Cortese, la voce si introduce fra i miei passi. A parlare è stata una giovane donna, bella, il volto sorridente. Un foulard colorato le avvolge le spalle e smarrisce l’uniformità nera del suo abbigliamento.
Impossibile non fermarle gli occhi in faccia.
Signora, la volete fare una donazione per i bambini del Cardarelli?
Quella seconda persona plurale rivolta al mio aspetto e alla mia età marca il rispetto della distanza e pure stabilisce una familiarità, una vicinanza, la ricerca di un pertugio che possa farla germogliare.
Non la si può in alcun modo liquidare con il rifiuto garbato riservato ai seccatori in genere. La ragazza non intende vendere niente, non mi imbroglia.
Sorridendo chiede in pegno un po’ del mio sangue, come se glielo dovessi, per quell’accento accomodante e marcato che ritma la prosodia del suo domandare, per le strade della sua città, per le piazze, per i volti che mi sono venuti incontro, per la bellezza di cui mi hanno nutrito e per le immagini di cui mi sono riempita gli occhi.
Ma può bastare? Perché proprio in questo momento mi sembra che quella richiesta – un po’ del mio sangue – si faccia spazio dentro di me e vada ad aderire perfettamente con la matrice profonda di un desiderio? A cosa risponde quella domanda, da dove proviene la disponibilità imprevista a mettere in gioco il mio corpo?
Una freccia di Cupido scoccata all’improvviso all’inizio di un giorno qualsiasi, che di speciale vanta la qualità di vacanza e la bellezza del luogo in cui mi trovo.
Cosa rende possibile qui un atto che tante volte ho immaginato di compiere senza mai lasciarne seguire un esito concreto?
Qui l’esposizione cui sottopone la città mi appare evidente, il concetto generico di bisogno si trasforma, rendendo visibile la trama del tessuto e insieme il suo rovescio.
Mi sembra che la commistione, la miscela di bellezza e bruttura, forza e debolezza, speranza e rassegnazione, pervada gli incontri, i giochi dei bambini, ogni scorcio, allungando i suoi tentacoli verso la diffusa, vociata quotidianità che tracima dai vicoli, si riversa nelle strade eleganti e le confonde.
Confusamente penso che quel dono possa compromettermi, erodere la separazione fra me e la città, rendermi parte di essa.
Qui avverto come concreta la possibilità fisica, tangibile di dare vita. Non di generare, no. Piuttosto di salvare, richiamare dalla morte, infondere forza vitale.
Un alito sparuto che pure possa riaccendere la scintilla del respiro. Una carezza capace di sollecitare la contrazione sincrona degli atri e dei ventricoli, resuscitando lo scalpiccio delle pulsazioni.
Il corpo si nutre di questa eventualità, acquista potenza, mi soverchia e infrange lo schermo vetrato del mondo di parole che mi avvolge.
Non ho il tempo di investigare a fondo la mia volontà. Sto già salendo i gradini che conducono al camper dell’Avis parcheggiato poco distante e ora porgo il dito da pungere per la prima verifica della mia idoneità.
Dentro di me si conferma il desiderio profondo di accondiscendere alla richiesta che mi è stata rivolta.
Sì, glielo devo un po’ del mio sangue a questa città.
Il volto dell’uomo corpulento che con gesto preciso mi infila l’ago nella vena sembra velato dal manto di un sorriso.
Mi guarda, mentre il sangue colora di rosso la cannula infilzata nella sacca di raccolta.
E così signora, vi volete imparentare con i napoletani?
Non mi pare un’affermazione qualunque. Al contrario, quelle parole sembrano colmare e dare sostanza a quel mio sentire sospeso.
Metto in serbo l’emozione di quel pensiero, mentre si avvia uno scambio qualsiasi di battute sulla sua professione, che interdetto si arresta quando lui mi guarda ancora.
Questo è il lavoro. Poi facciamo altro. Prima persona plurale, noi.
Pure mi sembra certo che si parlasse solo di lui, ma quel noi lo sdoppia, come se la sua individualità potesse duplicarsi e scomporsi permettendogli azioni diverse che lo rendono superiore all’unità.
Non ci vuole niente per sentirgli dire scrivo, e ancor meno per chiedergli vorace cosa.
Mentre il sangue defluisce lentamente, si appoggia al lettino su cui sono distesa e parla.
Storie, sono quelle la sua passione. Adesso ne sta scrivendo una nuova.
E’ difficile, dice, e racconta.
 
Un camorrista, un delinquente feroce che nella vita non aveva avuto riguardo per niente e per nessuno, uno che aveva commesso crimini tanto efferati quanto pregni di malvagia volontà.
Impunito, aveva lasciato la sua città e da anni viveva in America.
Incastrato per reati fiscali e processato, si fa difendere dal miglior avvocato della città, scoprendo in seguito che questi è figlio suo, un figlio che non aveva mai saputo di avere.
Quando la giuria emetterà il suo verdetto, gli sarà inflitta la peggiore delle pene.

Mentre mi libera dall’ago svela il sorriso e mi domanda qual è, secondo me, il castigo peggiore che possa toccare. Non rispondo.
 
Quell’uomo sarà condannato per sempre all’amore.

Non trovo parole da dirgli. Trattengo le sue, che lui ha liberato soave, sicuro, intonandole con quel suo accento melodioso. Le accantono nello spazio compreso fra diaframma e cuore, le lascio attecchire.
Dopo, quando riconquisto le strade della città, è una festa.
Mi sento la pelle cosparsa di un brulichio diffuso, anche il corpo fa festa, deborda dalle paratie ossute del mio costato, si espande, spalanca il passo vincolato dalle redini attaccate alle anche e lascia sbocciare lo stomaco, che si dilata e reclama cibo, lo pretende, lo chiama, lo implora.
Mi sono fatta spora, nettare, polline. Sperimento l’incastro perfetto.
Come in sogno, non c’è confine che mi distingua, anch’io mi sdoppio e mi moltiplico, mi riproduco infinite volte fino ad occupare lo spazio che mi contiene, ne divento parte, come fossimo un tutt’uno.
Sulle maioliche delle colonne del portico di Santa Chiara si rincorrono le luci e le ombre di questa giornata assolata.
Mentre le guardo i miei pensieri si specchiano nei volti dei bambini in guerra sul sagrato della chiesa e ne fanno tutt’uno con quelli, mai visti, ricoverati all’Ospedale Cardarelli.
Per tutto il giorno, per me la città si fa cornucopia e mi dispensa i suoi beni, in segno di prosperità.
Per tutto il giorno i miei passi rimangono sospesi a mezz’aria, e stento a sopportare il peso della condanna che mi grava sul cuore, obbligandomi per sempre all’amore.

SALONE DI BELLEZZA.
Ora che ho preso un po’ di confidenza con la città, posso permettermi di entrare nei Quartieri Spagnoli. Lo faccio con garbo, chiedendo permesso, non voglio intralciare la vita sporta direttamente sul vicolo, esternata nella strada, affacciata senza riserbo dalle porte a vetri delle casse basse, esposte sul marciapiede.
Sono aperte le case. Ne tracimano gli odori del pranzo, il sonno inquieto dei lattanti, l’amore delle giovani coppie, il lamento intermittente dei malati, i passi strascicati degli anziani. E’ tutto lì, senza che niente disegni confini, senza separazioni, a vista.
Mi imbarazza guardare dentro, eppure senza volere lo sguardo inevitabilmente coglie lo scorrere dell’intimità riposta in quelle stanze il cui soffitto mi sembra così vicino al suolo.
Mentre cammino, il fuori e il dentro si confondono, la distanza annullata dall’andirivieni dei bambini, dalle voci che si spingono all’esterno, dai dialoghi frammentati rimbalzati dalle soglie alla sosta rumorosa di motocicli il cui soffermarsi è come una visita, un passaggio breve, uno scambio di battute rapido su qualcosa che avviene e che necessita accordi, domande, impegni.
Mi paiono palloni, le parole lanciate dalla casa e rinviate dalla strada. Accolte e rimandate dal selciato al pavimento, una schiacciata, un calcio, un lancio preciso delle mani.
Assisto allo svolgersi di relazioni di confidenza come avvenissero al riparo dalle indiscrezioni degli estranei.
Mi incuriosisce la bottega di una giovane donna che racconta storie non scritte né narrate, solo ricamate sulla copertura di stoffa degli ombrelli. Su ciascuno dei triangoli uniti a formare la calotta sferica che ripara dalla pioggia, applicazioni e cuciti a segnare la traccia inconfondibile di un paesaggio, della biografia di attori e cantanti famosi, di fiabe conosciute in tutto il mondo.
Mentre mi racconta, questa volta a parole, la storia dell’arte familiare che le è stata tramandata e che porta avanti con passione, mi guardo riflessa in uno degli specchi appesi alle pareti del suo negozio. Non mi piacciono i miei capelli, appesantiti dalla pioggia e come spessiti dal tempo trascorso fuori, nelle strade e nelle piazze continuamente esposte agli sfiati dei tubi di scappamento.
Desidero lavarmeli. E se andassi da un parrucchiere?
Non se ne parla. Qualcuno che non conosco, figuriamoci. Non mi faccio toccare la testa da uno sconosciuto. E l’igiene? La prevenzione di malattie contagiose?
No, non se ne parla.
Ma non c’è verso. Questa città si insinua dentro di me, mi accoglie e mi scioglie, dilegua le reticenze della mia volontà e mi prende. Acconsente ai miei desideri, li prevede e li esaudisce come se mi intuisse, se sapesse qualcosa di me che desidera farmi imparare. Liberato dalle briglie della fermezza e della determinazione, il corpo galoppa, va in avanscoperta, annusa, assaggia e già scorge, sull’altro lato del vicolo, un basso adibito a salone di bellezza.
Vi si accede da una porta a vetri dalla cui soglia digradano tre scalini. Si entra scendendo in un locale unico, decisamente ridotto nelle dimensioni, con i soffitti a volta, organizzato in quattro zone: il banco dell’accoglienza che ha anche funzioni di cassa, i divanetti per l’attesa, i lavabi e la consolle con grandi specchi per l’asciugatura e la messa in piega.
Non c’è nessuno, sono l’unica cliente. L’uomo seduto dietro il banco, informato sulle mie necessità, dà indicazioni alla parrucchiera. E’ piccola di statura, in carne. E’ lei che, senza proferire una parola, mi fa sedere al lavabo e con gentilezza mi lava i capelli. Spalanca le dita delle mani e le infila nel groviglio che le porto, avanti e indietro, a destra e a sinistra, sopra e sotto, non trascura niente, paziente e accurata, decisa a riportare ordine in quel guazzabuglio. Mentre ricevo le sue cure, percepisco il piacere di quella pulizia meticolosa, non temo nulla, mi distendo, la lascio fare, sapiente e morbida com’è.
Accennando semplici gesti, ora mi fa accomodare all’asciugatura. Sollecita da dietro il busto per farmi piegare in avanti, ancora usa le mani per restituire una forma alla mia chioma incapricciata. Si aiuta con creme, balsami, unguenti che massaggiano la cute e lucidano i capelli. Da quella posizione non posso vedere altro che i miei piedi. La sagoma della parrucchiera si smarrisce, rimaniamo d’intesa legate attraverso i miei crini e i suoi polpastrelli. E’ come se le avessi consegnato una parte di me, con quella fiducia un po’ sfrangiata con cui a volte si affidano intime confidenze a sconosciuti di passaggio.
A ciocca a ciocca li convince, li sollecita, chiede loro volume, luminosità, leggerezza.
Me ne fa dono, forse intuendo il legame sotteso fra l’intrigo di quei filamenti ingrigiti e la massa dei miei pensieri.
Sospinta da una sua lieve pressione sull’omero, lascia che risollevi il busto e che i nostri sguardi si incontrino nello specchio.
Lei mi incrocia con un’occhiata in tralice, benevola, sapiente, che mi richiama alla mente la complicità di incontri sbandati eppure generosi, scambi d’occasione che pure germogliano negli occhi l’affetto di chi si è dato senza riserve, sia pure senza conoscersi o parlarsi.
Il mio, grato, le sorride, perché fra me e lei si frappone una capigliatura che mi è ignota e che pure mi somiglia, pare dare sostanza a quel mio sentire svagato.
Sembra che poggi appena sul cranio, libera, semovente, vaporosa.
Anche lei piega la bocca al sorriso e un cenno del capo risponde al grazie che le lascio, come se le risultassi straniera. Le pare forse inefficace, del tutto inutile cercare parole.
Quando risalgo alla luce ombrosa del vicolo mi ritrovo nei piedi passi aerei.
Il peso ora lieve dei capelli, imprime un ritmo incorporeo al mio cammino e lascia svaporare i pensieri, che si dileguano. Nemmeno io, adesso, necessito di parole.
Mi accontento dei profumi, dei rumori, delle strade e della gente.
Cammino, appesa ai fili grigi sospesi sulla testa, burattino sorridente in volo sulla città.

FACCIA GIALLA
Sì, deve essere così, questa città mischia.
In lingua, viene usata l’espressione me lo ha mischiato, mi mischia, per affermare di essere stati contagiati.
Questo modo di dire mi richiama alla mente l’intimità ancestrale di corpi che si uniscono, si incrociano, si accavallano, tanto profonda da farmi pensare al legame di carne e di sangue, aprioristico e inviolabile, che lega il feto al suo utero materno.
Napoli mescola così, senza riguardo per gli anticorpi e le difese immunitarie, annulla le distanze, le separazioni, confonde il piano reale con quello fantastico, il sacro con il profano, l’arte e il sudiciume, il mondo dei vivi e quello dei morti.
Eppure non manca di rispetto, no. La morte è onorata, considerata e tenuta alla giusta distanza, in una relazione paritaria nella quale ciascuno ha il suo peso e il suo ruolo.
La devozione per i defunti – forse un poco intrisa di superstizione –  si fonde con la vita di tutti i giorni,  riferita sulla facciata delle case dai tabernacoli, ove dimorano foto di cari estinti amalgamate ai panni stesi, ai motocicli in sosta, ai sacchetti della spesa o dell’immondizia. Anche la venerazione per i santi, disseminata sotto forma di statue e immagini allocate nelle numerose nicchie sparpagliate sugli angoli dei muri della città e abbellite dai più stravaganti ornamenti, mi sembra intrisa di familiarità, la stessa che ritrovo nel modo affettuoso con cui i napoletani si rivolgono a San Gennaro, appellandolo faccia gialla, per il colore del volto della statua che lo rappresenta.
Nel Quartiere Sanità lo raccontano i teschi del Cimitero delle Fontanelle, e l’antico culto delle anime pezzentelle. Allineati in bell’ordine, puliti, qualcuno lucido, altri poggiati su morbidi cuscini, contornati di lumini e fiori o riposti in teche di legno o di vetro, nelle quali dimorano soavi in compagnia di piccoli pupazzi, animali di peluche, monete, centinaia di teschi rammentano di essere stati a suo tempo adottati da fedeli che pregavano per le loro anime poverelle, in cambio di una grazia. Si trovavano in sogno, unico mezzo di comunicazione fra vivi e morti, la povera anima che chiedeva suffragi per alleviare le pene del suo purgatorio e il povero devoto che a lei si affidava per ottenere una benedizione o i numeri da giocare al lotto. Se l’anima prescelta non esaudiva le richieste, veniva abbandonata al suo destino. Così il miracolo, fatto di per sé straordinario e superiore alle possibilità comuni, spogliato dal suo significato diventa cosa quasi terrena, che si contratta, si baratta, si fa oggetto di patto e di scambio e pone sullo stesso piano la dimensione sovrannaturale e quella umana.
Entrare nella profondità di quella vecchia cava di tufo mi provoca la sorpresa dirompente di trovarmi in un ossario dove ciò che altrove rimane celato per decenza, pudore, ritegno, perché non si guarda l’effetto prolungato dell’azione della morte, qui viene esposto senza riserve.
E’ proprio questa esibizione a purificare quelle ossa da qualsiasi accezione macabra; l’ordine che gli è stato attribuito, quelle file composte di tibie e di crani sovrapposti sembrano il risultato di un compito eseguito con scrupolosa perizia. Le mani che vi hanno provveduto devono averlo portato a compimento con delicatezza, facendo attenzione che nemmeno uno dei teschi ruzzolasse a terra. Per ciascun avranno cercato il punto esatto di equilibrio, facendo combaciare ossa frontali e temporali e completando poi con quelle lunghe.
A ciascuno il suo posto, un lavoro ben fatto che infonde pace e serenità.
Cosa, penso, riesce a tessere questa tela che intuisco e che, mi sembra, unisce gli opposti e li mette in relazione?
Mi ritornano in mente le persone che ho incontrato per caso, camminando, e con cui ho scambiato quattro chiacchiere. Così come, immediatamente, le loro voci hanno intonato la premura dell’accoglienza, indagando un mio possibile  bisogno, senza riserbo alcuno hanno anche nominato le meraviglie della loro città insieme alle ferite, ai rischi, alla presenza di attività ai margini della legalità, quando non decisamente pericolose ed illegali.
Come a dire questo è, questo siamo, se vuoi questo possiamo donarti.
Così penso, forse è la capacità di comunicare che mischia, sono le parole il veicolo della trasmissione per contagio che la città opera fra i suoi opposti.
Qui la parola stabilisce una relazione che rende concreto il sostantivo comunanza e  ammette a partecipare.
E’ innegabile. Come nessun’altra città che conosca, qui l’ombra determina e contiene lo svelarsi della luce, che mi regala immagini allestite ad arte per scavare nella profondità del mio animo.
Quando riparto, porto sulle spalle compassione e in mano la misura della vita.

novembre 2016

Notturno. Risalita.

15/11/2016 | Scritto da Mauro Abati | (0 Commenti)

103-copertine-abati-notturno

Stanotte che abbiamo raggiunto il pascolo tardi, una e piena la Luna, nel suo assoluto, nel suo silenzio e nella pace, è paradigma di ciò ch’è compiuto.
Approdo ideale in quel cielo, dà misura e mistero alla nostra distanza. Perfetta voragine, da lì si riversa la luce d’un sole notturno, oltre nascosto.
Cespi qua e là, gli ultimi prima del pascolo aperto, s’allungano e stortano calando il pendio. Lo zaino pesa oramai.
L’aria olivastra, l’aria fresca, l’aria odorosa. La sagoma del monte. Nelle foglie chissà quali maree muove la Luna, nelle fonti, nelle pozze alle malghe, negli abbeveratoi.
Passo passo si sale di quota e lenta diventa la notte, perde gravità e dondolante s’appoggia nelle impronte che lascio per terra, dove si rompono un momento la luce e l’affanno.
L’affanno… E superato un nuovo salto del monte la piana fa giungere il suono d’uno scorrere d’acqua. Il passo è più dondolante e sul bordo d’antica torbiera si para d’innanzi, gettata in controluce, la nera architettura del portico per gli animali.
Lunghe e dense le ombre, come in un quadro di De Chirico dalle sghembe prospettive; tempio profano il colonnato e nel tutto è cangiante la luce se nel riquadro del portico vedo lontana e azzurra la Terra.
Si percepisce ormai chiara la diversa gravità e i gesti sono larghi sebbene non si proceda proprio a balzi. Tutto è nuovo, nell’essere il primo uomo deposto in questo paesaggio, ma ciò che colpisce è l’assenza di brezza, l’immobilità delle poche cose, l’orizzonte di cui non si sa dire la distanza, la secchezza, la solitudine di un luogo dal quale nessuno, ancora, è mai partito, che stranamente non ha conosciuto transumanze.
Gli avvallamenti qui non sono dovuti all’erosione, ma solo a muti urti di meteore ora in frantumi, massi divenuti monte dove mai ciondoleranno armenti. E senza erosione non c’è tempo, è chiaro, non c’è confronto né memoria. Perfino la fonte che vedo ma non sento, goffo ribollire d’acqua nell’acqua sembra ora polvere ora fango senza un divenire, ma solo nell’essere semplicemente stato diverso.
Da una cavità escono bolle che sorprende trovare così nel profondo e dato che nella stanchezza oramai, bastano poche scomposte bracciate per non aver cognizione dell’alto e del basso, e ciò che prima era suolo ora è soffitto d’una grotta, quelle vacue tracce, vuote di materia, è opportuno seguire per la risalita.
Filtra la luce in fasci e più non si sa se il giorno o la notte avvolga il pianeta, se ancora sia l’alba dei primi animali in uscita dall’amnio, o se già la guerra sia la più precisa invenzione.
Trovato dove risalire lasciamo la fossa più fonda e troviamo la cima, il pelo dell’acqua a portata di mano, gli ultimi passi. Volgendomi ammiro, in basso, nostro sogno usuale, la valle quieta nel sonno.

(2016)

Lividino

15/11/2016 | Scritto da Mauro Abati | (0 Commenti)

102-copertine-abati-lividino

I Corni rossi stanno sullo sfondo del paese. Ci sali per una fila di posti di caccia sopra S. Bartolomeo: radure dove ho fatto l’amore, una volta, con Marisa, nascosti dai cespugli. Un cane in cerca, ce n’eravamo andati da poco, muti lo guardammo impazzire ai nostri odori, dove ci eravamo abbracciati nell’erba.
Sopra i Corni rossi c’è la conca di Lividino con la malga. Sotto, le rocce a strapiombo dei Corni e, sopra, quel pascolo verde celato alla valle. A Lividino ci sali da Caregno per una strada ghiaiosa e ripida che quasi metti le ginocchia in bocca. La dolomia si sfalda in pietre bianche e asciutte, perfino polverose, e in settembre ci brillano le bacche del sorbo e l’argento di foglie accartocciate. Il sorbo di monte qui prende un portamento da principe, con piume di sangue e metallo.
Salendo non fai che guardare il sentiero a una spanna dal naso, però quando al passo si arriva si apre, di là ci sorprende il più lieve declivio, e senti quasi il desiderio di qualche bracciata, come in un lago di aria distesa. Allora, ti dico, guarda a sud il crinale nel sole e dimmi se non pare un’immobile onda sospesa quella cresta oltre la quale percepisci il dirupo. Puoi sentire la forza che spinse in alto quel lungo spruzzo di pietra?
Se vuoi salire in vetta al Guglielmo da qui vedi bene il percorso che resta, ma non sai dire se sia vicina, la meta, o lontana.
Da questo cielo di Lividino scendevano in picchiata gli aerei durante l’ultima guerra, per bombardare il paese. Le prime volte risalivano la valle da sud, ma la vicina parete dei Corni rossi li costringeva a mantenersi in quota. Quella volta che non volli andare a scuola e salii di nascosto a S. Bartolomeo, invece, mentre guardavo sul fondovalle il paese me li trovai alle spalle che scendevano bassi sopra di me. Dal Lividino scendevano rasenti i Corni rossi, passavano sopra S. Bartolomeo e si calavano diretti sulle fabbriche d’armi, col loro sibilo pauroso.
E io allora giù a correre perché nelle fabbriche ci lavoravano le mie sorelle e il papà e mia mamma era a casa; e io, bambino, a correre giù per la scarpata con quegli aquiloni bestiali sopra di me.
Dal passo del Lividino si può scendere alla malga per i morbidi dossi ammirando, mi raccomando, l’antico circolo di pietre del bàrec, evocazione di ancestrali raduni di vacche per la mungitura, coll’accompagnamento di suoni e richiami: Sà, sà! Uéssa, uéssa!
Un fremito, però, lo si prova oltre il limite della conca, sopra il dirupo e a picco sulla massa compatta di edifici e traffico che in basso fanno ormai città la nostra valle. Un incerto sentiero ci porta a traboccare tra le rocce scoscese superando un arco di pietra fino ad un giardino incastonato nella rupe, un anfratto colmo di muschio perenne, titillato da perle trasudate dalla volta. Sempre, in estate e in inverno, nell’arido e nella neve, quel guscio di dolomia, quella grotterella discreta offre tepida umidità al minuscolo giardino, un metro quadro, allo smeralo vulvare, conservato all’insaputa dei più, nel corpo della montagna.

(2016)