Jim Jarmusch, Father mother sister brother (2025)
Film che ti lasciano un senso di pienezza, la sensazione di un guadagno. Come certi libri che senti che rileggerai. Father mother sister brother è per me uno di quei film. Lo vorresti tenere a portata di mano, un libro che puoi riaprire quando vuoi. Ci puoi scommettere che lo rivedrai, comunque. Non sai quando, ma non perderai l’occasione. Intanto, senza lasciar tempo in mezzo, ne scrivi qualcosa, e lo passi ad amici che hanno di sicuro visto il film.
Ne può nascere, come in questo caso, uno scambio.
Visioni diverse eppure, lo senti, complementari: come la figura e lo sfondo nell’esperimento che la psicologia della percezione ha reso famoso. Sono ‘veri’ i due volti quanto il vaso che li divide… Si può dire altrettanto delle prime due letture del film di Jarmusch: come rileva, in chiusura, la terza.
1. Carlo Simoni, La gabbia del presente
Figli che han perso i contatti con i genitori, per ragioni varie: ognuno ha la sua vita, sia i figli, con il loro lavoro, i loro amori, le loro famiglie, sia i genitori – ancora capaci di una vita di relazione cui si direbbe avessero rinunciato, oppure dediti alla scrittura, o a piaceri stravaganti, come quello di volare.
Ma i rapporti familiari, il loro disgregarsi, inaridirsi, o comunque l’estraneità che vi si insinua non sono il tema vero. Per quanto verificabile a latitudini diverse e in realtà fra loro distanti, come appunto nel film.


















