Tragedia noir

Boileau-Narcejac, Le lupe, Adelphi 2025 (pp. 179, euro 18)

Se ci si limitasse a dire dei personaggi e dell’ambiente, l’impressione di trovarsi di fronte a nient’altro che a un succedaneo di Simenon avrebbe la meglio. Il bianco e nero cupo delle scene e dei profili è lo stesso.

Ma qui c’è di più: non altro, ma di più. L’ambivalenza dei tre personaggi (costitutiva ed evidente sin dall’inizio quella del protagonista, più sfumata e solo a un certo punto caratterizzante nella sorella minore, insospettabile sin quasi alla fine, e comunque sempre equivocabile e incerta, nella maggiore) è il fondo sul quale si proiettano colpi di scena , complicazioni inaspettate della trama che in Simenon non si impongono con la stessa perentorietà.

O la si potrebbe dire anche così: lo sguardo è lo stesso, distante, programmaticamente pacato, ma se il confine che definisce la commedia, per quanto forzato sin quasi a dissolversi, in Simenon resta integro, qui è superato: opachi e ambigui quanto quelli simenoniani, ma segnati qui da una vena di morbosità oscura, i personaggi del duo Boileau-Narcejac si confrontano in una vicenda che assume via via i colori della tragedia, in una spirale di distruttività e autodistruttività. E non sono tanto i fatti a portare a questo esito, quanto lo sguardo dell’autore, che qui non conosce né ironia né empatia, ma descrive, più che narrare, una sequenza di circostanze che – passando per quelli che sembrerebbero  rassicuranti assestamenti della situazione – fin dall’inizio annunciava un’inevitabile, catastrofica fatalità.

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