
James Graham Ballard, Il condominio, Feltrinelli, 2014 (pp. 189, euro 11)
Le beghe delle assemblee condominiali e gli odi fra inquilini costituiscono l’inevitabile sottofondo quando ci si avvia alla lettura di questo romanzo, così come – una volta appreso che il condominio di cui si tratta è alto quaranta piani e contiene mille appartamenti abitati da circa duemila persone – non possono non aleggiare le polemiche recenti sui grattacieli sorti o progettati nella capitale morale d’Italia.
Ma bastano poche pagine per far scolorire questi riferimenti: il gigantesco condominio di Ballard è un mondo a sé, concepito come tale rispetto al desolante contesto nel quale è sorto insieme ad altri simili, distanti solo qualche centinaio di metri ma a loro volta isolati e chiusi in sé stessi.
Sofferenti di insonnia e noia, dediti a feste e cocktail quotidiani che li riuniscono negli appartamenti dell’uno o dell’altro, gli abitanti di questa città del tutto autosufficiente si distinguono però tra loro in una gerarchia che corrisponde all’altezza del piano dove abitano distribuendosi in tre strati: i piani bassi sono quelli che, pur essendo parte di questo enorme gruppo di privilegiati, sono considerati e si considerano inferiori; una sorta di ceto medio è quello che vive nei piani centrali, mentre a quelli più alti si trova l’aristocrazia dei super ricchi, fra i quali l’architetto che ha progettato l’edificio e ha tenuto per sé l’attico al culmine di esso. Oltre a questa divisione, “un intreccio quasi tangibile di rivalità e intrighi” oppone e insieme lega anche i vicini di piano, nonostante il “tono civilizzato del palazzo”.
Episodi truculenti, scene raccapriccianti, imbarbarimento dei personaggi – bambini compresi – , si succedono nella narrazione di una lotta senza quartiere fra le figure di un paesaggio di rovine che abbandonano progressivamente le occupazioni che li inducevano ogni giorno a lasciare i loro appartamenti per asserrargliarvisi, impegnati in una guerra in cui si riconoscono al punto di sacrificarle la loro umanità e sin la loro vita.

La narrazione, affidata a un narratore onnisciente, sembra condotta secondo il punto di vista di uno dei condomini, osservatore attento e prudente, almeno fino a che anche lui cede al turbine di violenza e alla degenerazione umana che, in un crescendo parossistico, creano un’atmosfera angosciante. Un’atmosfera che tuttavia non si lascia assimilare al genere horror, ma si mantiene nella sfera del perturbante, capace com’è di contraddire l’apparente familiarità del contesto (la maggior parte di chi legge è inquilino di un condominio…) disseminandola dei segni di una spaventosa estraneità, frutto inumano non di invasori extraterrestri – secondo un cliché ampiamente diffuso – ma di esseri umani la cui anaffettiva e risentita asocialità si converte in aggressività e infine in barbarie distruttiva e autodistruttiva.
Non lo dice, né lo lascia trapelare, l’autore, ma è a questo che ci mette di fronte: è di noi che in questa favola si parla…