Dietro gli attentati

Fernando Aramburu, Patria, Guanda 2017 (pp. 640, euro 22)

I silenzi che improvvisamente calavano in casa mia, quando ero bambino; la storia dello zio alpino, che era morto in Russia e solo molti anni dopo avrei saputo esser morto invece in un’imboscata dei partigiani; il parlar concitato sottovoce che si interrompeva se compariva un altro zio, quello che aveva perso il lavoro per non aver voluto fare la tessera: ogni discorso sul fascismo, ogni ricordo del ventennio e poi della guerra erano ammessi solo di straforo nella mia famiglia e censurati senz’altro se era presente chi aveva preso strade diverse.

Imbarazzi e cautele, comunque, niente di più, niente di paragonabile alle contrapposizioni che dividono il vicino dal vicino, l’amico dall’amico, e attraversano le famiglie stesse.

È un clima in qualche misura a me noto, per quanto collocato in un tempo diverso, quello in cui si svolgono le vicende narrate da Aramburu. Vicende nelle quali ho sentito anche altre assonanze, non autobiografiche, ma suggerite da quella ‘storia sociale’ della Resistenza che ha ricucito le relazioni tra il pubblico e il privato, fra le figure dei militanti e il loro entroterra familiare, smontando la fisionomia del partigiano raffigurato nei monumenti alla memoria per restituirci quella dei ragazzi in carne ed ossa che combattevano, un po’ gradassi e pittoreschi sin nel vestire come spesso si presenta chi non ha ancora raggiunto o ha da poco superato i vent’anni: protagonisti di una “Resistenza come straordinaria storia di giovani”, qual è quella ricostruita dall’amico Angelo Bendotti in molti libri, sino all’ultimo (in queste note lo scorso 25 aprile). Ragazzi le cui scelte erano spesso maturate entro la rete di amicizie formatesi nell’adolescenza e consolidatesi nella prima giovinezza: allora, in Italia, come poi nei paesi baschi in cui l’ETA ha reclutato i suoi militanti e ha condotto la lotta armata, riscuotendo un’approvazione partecipe ma anche condanne senza appello nella società civile.

È questo contrapporsi di modi di sentire prima che di argomentate posizioni politiche che Aramburu ci racconta: l’uccisione di un piccolo imprenditore ad opera di un commando nel quale era presente un giovane dello stesso paese diviene il fulcro attorno al quale si costruisce il romanzo in un andirivieni che smonta la cronologia dei fatti e la ristabilisce da punti di vista diversi, innervandola di storie nella storia in un inarrestabile flusso narrativo che mantiene il suo mordente grazie a una scrittura che si mantiene, dichiaratamente, aderente al parlato. Il passaggio dalla terza alla prima persona e dal passato al presente in uno stesso periodo restituiscono il mai finito rimuginare sui fatti da parte dei personaggi e insieme ne definisce l’identità, il peculiare modo di stare al mondo: “(…) mentre lo coprivano con la lapide, Bittori, gli occhi asciutti, perché io d’ora in avanti non piangerò nemmeno se me li sfregano con la cipolla, pensò che la prossima volta che entrerà luce in questo buco sarà quando seppelliranno me”. Oppure: “Avevano tutti e tre un aspetto da proletari nel loro giorno eccezionale di eleganza, vestiti/travestiti dalle rispettive consorti; le quali si occuparono anche, stai fermo, non ti muovere, di fargli il nodo alla cravatta”. E non occorre dire tutto: le frasi possono troncarsi senza arrivare in fondo, appunto come avviene quando si parla: “Era da tempo che correvano voci inquietanti sulla situazione finanziaria della fabbrica. Parlavano di, dicevano che”. Né si emendano i modi verbali quando a prender la parola sono persone che a scuola ci sono andate poco (“è come se c’era…”, “se sarebbe…”).

È anche questa cura della lingua a testimoniare dell’empatia dell’autore nei confronti dei suoi personaggi, dell’amore con cui li ascolta, ne racconta il travaglio, ne segue l’evoluzione fino a un finale che ricompone i contrasti senza confonderli in una riconciliazione, ma se mai risolvendoli in un perdono che non cancella quanto avvenuto.

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