San Francesco com’era (e si vorrebbe che fosse)

Alessandro Barbero, San Francesco, Laterza 2025 (pp. 448, euro 20)

“Mussolini assomigliava a san Francesco: o per dir meglio, san Francesco assomigliava a Mussolini”, stando a un opuscolo pubblicato in occasione del settimo centenario della morte del Santo, nel 1926: “Aveva lavorato duro, aveva fatto la guerra, era certo di aver avuto in sorte un altissimo destino e aspettava con fede incrollabile che il mondo intero si inchinasse davanti a lui”.

Barbero inizia con questo, persino divertente, “caso estremo di uso politico dell’immagine di san Francesco” per introdurre la domanda decisiva: “san Francesco non era così. E com’era, invece?”.

Risposta difficile, perché già nel suo “Testamento, dettato da Francesco nel corso dei suoi ultimi mesi di vita, e che può essere considerato una vera e propria autobiografia” l’autore stesso “vuole presentare il suo Francesco, desidera che i frati lo ricordino così e non in un altro modo”. Il che è comprensibile, se si considera che il Santo, “rimasto attaccato a un ideale di estrema povertà e di scarsa architettura istituzionale che non corrispondevano più alla poderosa organizzazione internazionale in cui si era trasformata la sua fratellanza” s’era risolto a dimettersi dalla guida dell’Ordine. E le cose non sarebbero andate meglio dopo la sua morte, quando le diverse storie della sua vita che vengono scritte devono fare i conti con la “frattura fra i vecchi compagni di Francesco, che desideravano rievocare l’uomo e la sua vita, e un mondo attorno a loro che era ansioso innanzitutto di saperne i miracoli” e nel contempo di rivendicare una “perfetta continuità tra il Francesco delle origini e il successivo sviluppo istituzionale dell’Ordine”, nel quadro di una ricostruzione ‘ufficiale’. In questo modo intese presentarsi, una trentina d’anni dopo la morte di Francesco, quella “condotta con estrema attenzione” da Bonaventura da Bagnoregio, che “cassò qualsiasi episodio in cui il santo potesse apparire troppo umano, contraddittorio, iracondo, infelice; accentuò la dimensione miracolosa della sua vita e l’assimilazione di Francesco a Cristo; e giustificò la contrapposizione tra la vita di estrema penitenza condotta da Francesco e dai primi frati e quella più organizzata e istituzionale ormai affermatasi nell’Ordine, suggerendo che soltanto un uomo eccezionale come lui poteva vivere in quel modo: la sua povertà e le sue privazioni dovevano essere ammirate, ma non imitate”. Il testo divenne riferimento dominante, tanto che “quando Giotto fu incaricato di affrescare le storie di san Francesco nella basilica superiore di Assisi, l’unico testo di riferimento che gli venne indicato fu quello di Bonaventura.

Ma non poteva certo essere sanata da una ‘biografia autorizzata’ la divisione, interna all’Ordine, “tra il mainstream di chi accettava con compiacimento la sua trasformazione in una poderosa multinazionale e chi lo accusava di aver dimenticato la fondamentale lezione di san Francesco, che metteva al centro la povertà e l’umiltà”.

Basta sfogliarne qualche pagina e ci si rende conto che altro è il libro, uscito in contemporanea, per HarperCollins Italia, di Aldo Cazzullo: Francesco. Il primo italiano. Non voglio dire migliore o peggiore: altro.

“Di uomini così, ne nasce uno ogni mille anni. Duemila anni fa abbiamo avuto Gesù. Nel millennio precedente avevamo avuto Buddha. Nel millennio successivo abbiamo avuto san Francesco. (…) Francesco, come Gesù, come Buddha, si spoglia di sé stesso, e si pone nudo davanti al mondo”. Anche nel libro di Cazzullo ci sono Bonaventura e le diverse storie della vita del Santo, naturalmente, ma non solo: c’è anche Mussolini. Richiamato non per l’opuscolo citato da Barbero però, ma per “la celebre definizione di san Francesco – ‘il più italiano dei santi’”, attribuita appunto a Mussolini, “oppure a Papa Pio XII” pur essendo in realtà di Vincenzo Gioberti, che lo definì “il più amabile, il più poetico e il più italiano de’ nostri santi”. “In un primo tempo – ci rivela Cazzullo – avevo pensato di usare questa espressione come sottotitolo del libro. Poi ho preferito quella che avete letto: il primo italiano. Non è una citazione. Non appartiene a nessuno. Me ne assumo la responsabilità. Consapevole che sarà molto criticata. San Francesco non si è mai definito italiano. Non ha mai parlato di Italia. Il suo scenario era Assisi, e il mondo. (…) Eppure credo che Francesco possa davvero essere considerato il primo italiano. Non è una tesi scientifica. È un’adesione spirituale. Un moto dell’anima. San Francesco è il primo italiano perché è una figura fondamentale, anzi fondativa, della nostra identità. (…) Libero il lettore di interpretare “il primo italiano” in senso cronologico, o in senso morale e spirituale”.

O di tornare al libro di Barbero, meno ambizioso nella tesi di fondo forse, ma – per quel che mi riguarda – meno scontato, e decisamente più appassionante. Perché più appassionante, mi sembra, conoscere le peripezie che ha attraversato la costruzione di un’identità singolare e storica, quella di Francesco, che individuarvi i tratti di un’altra identità, collettiva ed evanescente, quella degli italiani.

Nella “Questione francescana”, tornata alla ribalta a fine Ottocento e tuttora aperta – nota Barbero – “l’unico punto su cui regna un accordo indiscusso, è che tutte le fonti che raccontano la vita di san Francesco sono gravate da una pesante ipoteca interpretativa”. Il che “non significa che si debba sospendere la ricerca sul Francesco ‘storico’”, come questo libro si sforza di fare. L’importante – avverte l’autore – è non illudersi di “esser(si) avvicinat(i) più degli altri a stanare il vero Francesco” ma offrire la possibilità di confrontare “sette diverse versioni” della sua vita. Una per ciascuno dei capitoli che seguono e che sarebbe inutile tentare di riassumere qui.

Conclusione: “l’enorme sforzo profuso dall’Ordine francescano per conservare la memoria di Francesco”, attraverso riscritture, rettifiche e censure, ha avuto un “esito, paradossale”, quello di “creare non tanto il ricordo di un uomo veramente esistito, quanto un personaggio dell’immaginario collettivo”, un’icona destinata a restare familiare a tutti fino ad oggi, non solo in Italia ma nel mondo: un personaggio immediatamente riconoscibile e che può essere invocato come il precursore di tante buone cause, dal pacifismo all’animalismo all’ambientalismo (e in altri tempi, prima di tutti questi nuovi ismi, perfino del fascismo), senza che questo sia necessariamente riconducibile alla realtà storica di Francesco”.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *