I torti e le ragioni

Un racconto e i suoi rami: la “Storia di T.” è stato lo spunto per un gioco narrativo cui hanno partecipato alcuni degli amici di secondorizzonte: ognuno di loro si è provato a proseguire e concludere a suo modo il racconto dando vita così a sette nuove storie.

Storia di T.

di Carlo Simoni

Questa è la storia di T., un uomo non più giovane e non ancora vecchio, e dei ventitré anni che visse – ma non sapeva di aver ancora da vivere – dopo aver deciso che doveva fare una cosa ben precisa: chiedere scusa a tutti coloro ai quali riteneva di aver fatto un torto.
Aveva in mente solo un paio di nomi, il giorno in cui gli venne questa idea: S., al quale si era rifiutato – una trentina d’anni prima – di prestare gli appunti del corso universitario che lui aveva seguito diligentemente, al contrario dell’amico che invece a lezione c’era andato secondo l’umore del giorno; D., al quale aveva portato via – non per una volontà precisa, ma era andata così – la donna con la quale stava da parecchi anni, come fossero sposati; F., una collega che a un certo punto, non più d’una decina d’anni prima, aveva sostituito nel ruolo che quella da tempo sperava di assicurarsi: non che le avesse fatto le scarpe, come si dice, ma è un fatto che di quello che lui sapeva i capi stavano decidendo si era ben guardato dal parlarle, e così la sua responsabilità e il suo stipendio erano migliorati. Il suo, non quelli di F.
Torti molto diversi fra loro, com’è evidente, di quelli che possono essere ridimensionati, liquidati addirittura, da un così è la vita. Così è la vita: nei rapporti di amicizia come nelle faccende sentimentali e nei posti di lavoro.
Ma T. aveva deciso che se sentiva una ragione per chiedere scusa non avrebbe dovuto star lì a pesare la gravità delle sue azioni, né a valutare le conseguenze che effettivamente ne erano derivate. Perché era convinto che altrimenti avrebbe potuto tranquillamente concludere di non aver poi fatto succedere il finimondo, di non aver rovinato l’esistenza a nessuno eccetera eccetera, e dunque non c’era motivo di scusarsi. Né del resto le conosceva davvero, quelle conseguenze: S. s’era laureato anche lui, alla fine; D. non si era suicidato perché la sua donna l’aveva lasciato, non era passato un anno che era già con un’altra; F. ci lavorava ancora in quel posto, e la sua carriera l’aveva fatta comunque.
Ma non era questo il problema. La questione riguardava lui. Il suo bisogno di chiedere scusa. Indipendentemente dall’esito che il suo gesto avrebbe avuto, se avvertiva di aver fatto un torto, piccolo o grande che fosse, quale che fosse l’ambito di relazioni nel quale s’era compiuto, lui sentiva di dover tornare dalla vittima, se la vogliamo chiamare così: ricordarle quel periodo, quel fatto, se nel vederlo non le fossero tornati subito alla mente. E chiederle scusa. Non si trattava di ottenerne il perdono, o meglio: se qualcosa del genere fosse accaduto ne sarebbe stato contento, ma nel suo proponimento di riavvicinare la tale o il tal altro non doveva giocare alcuna valutazione preliminare delle probabilità che ciò avvenisse.
La lista si era andata allungando, e per ogni nome T. aveva cominciato a rintracciare recapiti, numeri telefonici, indirizzi e-mail. Anche se escludeva di risolvere la cosa a distanza. Quei dati dovevano servirgli solo per stabilire il primo contatto, buttar lì un pretesto per rivedersi, ipotizzare il giorno e l’ora in cui sarebbe andato. Perché, non ne sapeva esattamente la ragione, ma gli pareva essenziale che fosse lui a recarsi dall’altro, a casa sua, o comunque nel luogo in cui viveva. Alcuni infatti non stavano nella sua città. O non ci avevano mai abitato, o si erano trasferiti.
Era deciso. Avrebbe cominciato con uno a caso, facendo un sorteggio magari, poi via di seguito. Senza tener conto del tempo che era passato dal fatto. E qui un dubbio, o piuttosto un malessere, lo prendeva: aveva già annotato un paio di nomi di persone che avevano continuato a vivere nella sua stessa città, così come ne aveva appuntato almeno uno – ma sapeva che altri se ne sarebbero aggiunti – al quale il torto l’aveva arrecato di recente. Molto di recente. Decise di fare un elenco a parte per questi, così vicini, nello spazio e nel tempo, e di rimandare l’approccio con loro. Non di escluderlo, questo no, avrebbe guastato l’intero suo proposito, ma di non prevederlo nell’immediato.
Era tutto pronto dunque. Appena finita l’estate avrebbe cominciato. Dal primo.
Ancora qualche bagno, un po’ di sole, la festa dell’ospite di fine agosto e poi sarebbero tornati in città, e lui si sarebbe fatto sentire dal primo della lista.
Ed è stato proprio lì, attorno ai fuochi e alle grigliate di pesce sulla spiaggia, fra chitarre e fisarmoniche, che ha incontrato P. Erano sei, forse sette anni che non lo vedeva. Da quando aveva lasciato il lavoro che faceva per passare a quest’altro che pochi giorni dopo lo attendeva.
Erano diventati amici, lui e P., che pure era molto più giovane di lui. Proprio per questo forse: un’amicizia in cui c’era qualcosa del rapporto tra il fratello maggiore e quello più piccolo. Niente di paterno. T. aveva aiutato P., lo stimava, gli piaceva la sua passione per il lavoro ben fatto. Era stato questo ad accomunarli.
Ebbene, non appena i loro rapporti di lavoro erano cessati, P. non s’era più fatto sentire. T. l’aveva cercato, gli aveva proposto cene, occasioni per fare viaggetti, cose da fare insieme come una volta, ma P. niente. Non sono pochi quelli che, come cambi lavoro, tagliano di netto: la loro cordialità non era che interesse, è evidente. Ma da P. non se lo sarebbe proprio aspettato. Ne era rimasto ferito. Confuso prima, e poi ferito, appunto.
Avrebbe potuto fingere di non averlo visto, o limitarsi a un saluto da lontano. Invece gli era andato incontro, senza deciderlo, come fosse la cosa più naturale da fare, l’unica cosa possibile: l’aveva abbracciato, non badando al sorriso imbarazzato di quello, l’aveva fatto sedere al tavolo dove stavano sua moglie, i suoi figli, i suoi amici, aveva offerto a P. e alla ragazza che lo accompagnava grigliata e vino bianco. Il chiasso copriva le voci, non s’era neanche posto il problema di rievocare vecchi tempi, di scambiarsi le domande di prammatica, cosa fai adesso, come ti va eccetera. Solo qualche battuta su quelli che c’erano lì intorno, un commento su come andavano le cose, la politica, il lavoro, cose così.
A fine serata si erano salutati, una stretta di mano, un arrivederci senza alcun cenno al quando.
E qui, per T. era nata l’idea di un’altra lista da scrivere: la lista di quelli dai quali gli sembrava di averlo ricevuto, il torto, di quelli che l’avevano fatto restar male, o l’avevano fatto davvero soffrire.
Andare anche da questi: per sapere – senza la minima recriminazione, senza alcuna pretesa di ottenere spiegazioni e tanto meno scuse – la ragione per cui quella volta avevano detto, avevano fatto… O non avevano detto, non avevano fatto.
Tutto qui. Anche se non sapeva se sarebbe stato sempre bravo come con P. perché certe cose gli bruciavano ancora. Ma comunque voleva provare. Sentiva di non poter mettersi a pensare questo sì e questo no. Se uno di quelli che in qualche modo l’avevano offeso, o addolorato, gli veniva in mente, il suo nome doveva metterlo, in ogni caso.
A fine settembre le due liste erano abbastanza lunghe. La prima, quella dei torti fatti, soprattutto. Anche perché, rileggendola, si era reso conto di avervi incluso anche nomi di persone alle quali non aveva ragione di chiedere scusa, ma che sentiva ugualmente di dover raggiungere per dire un grazie. Non scusa ma grazie. Grazie perché in una particolare situazione gli erano state vicine, magari senza fare o dir nulla di speciale: gli si erano fatte sentir vicine, ecco. Oppure perché, anche senza averne precisa intenzione, gli avevano dato un’indicazione sul come fare una data cosa, o sulla direzione da prendere a un certo punto della sua vita, un incoraggiamento insomma, esplicito e meno che fosse stato. E a queste persone lui non aveva saputo manifestare la sua gratitudine: per sbadataggine, o pudore, o… avarizia. Quell’avarizia del cuore che non si sa o non si vuole riconoscere come tale e dalla quale ci si ritiene comunque esenti, come potesse riguardare sempre e solamente gli altri. Sicché quei grazie, in fondo, erano riparatori. Per questo si era ritrovato a includerne i nomi dei destinatari nella stessa lista delle scuse.

Alla fine, seppure non complete, né l’una né l’altra, si è detto che le due liste andavano chiuse. Il rischio, se no, era di contentarsi di averle scritte e di aggiungervi un nome oggi e uno domani, senza mai mettere in pratica il proponimento da cui erano nate.
E dunque, T., appena tornato in città, cominciò.

Prima, la mamma di Aurora Sorsoli

Una nuova mano di carte di Giovanni Locatelli

L’ultimo dei giusti di Andrea Spadini

Un’anima fragile di Mariagrazia Fontana

Il faggio di Delfina Lusiardi

Il folle piano di T. di Marco Palamenghi

Vizi capitali di Rossella Ghizzani


Prima, la mamma

di Aurora Sorsoli

E dunque T. appena tornato in città cominciò, ma, si sa, è più facile l’intenzione dell’azione.
Per giorni l’indice della mano destra percorse l’elenco dall’alto verso il basso e viceversa: da chi cominciare? Forse era più sano, e da usare come allenamento, iniziare con i peccati meno gravi, come da piccolo in confessione, così avrebbe capito che parole usare, come introdurre il discorso, dove ambientare la conversazione. Avrebbe imparato a cogliere le espressioni, gli sguardi per poter dosare le parole e ammorbidire le eventuali reazioni negative. Sì, questo era già un passaggio.
Stilò un elenco in ordine di gravità e passò così un’altra settimana.
Era pronto, l’indice. Restò senza lavoro. Se quello era il criterio bisognava partire dal primo in lista, tale Ernesto, compagno di banco in seconda media sospeso per un giorno e malmenato dal padre che, si sapeva, era uomo violento, perché accusato, al posto suo, di aver manomesso in malo modo il registro.
Però … mah… chissà come reagisce…
Il fatto era che Ernesto, un tipo grande e grosso, che ancora abitava nel suo vecchio quartiere, nelle case popolari, nell’ultimo palazzo, il primo costruito negli anni ’60 per gli immigrati meridionali che venivano a lavorare nelle fabbriche del nord (il quartiere era appena dopo il parco del residence di lusso dove ora T. viveva)… Insomma, lui era grande, grosso e un tipo rognoso con precedenti per violenza e qualche anno di carcere e T., in verità, lo aveva incrociato qualche volta ma sempre aveva finto di non riconoscerlo: andare a suonargli il campanello per raccontargli questa vecchia storia… mah… chissà… boh… Era perplesso.
Forse anche questo elenco, di piccoli peccati, andava messo in ordine non solo di gravità ma anche tenendo conto delle personalità, dei caratteri e della storia di ciascuno.
L’indice iniziò nuovamente a scorrere l’elenco. T. vide i nomi, le facce, ma alcuni avevano ancora un viso giovane dopo venti, trenta, quarant’anni dal fatto? Non era possibile.
Così passò un’altra settimana. Provò sui social e alcuni furono così ritrovati e visualizzati. Alcuni riconoscibili, altri no, non era nemmeno certo che fossero loro, così diversi.
Roberta, per esempio, la bruttina, grassoccia e impacciata collega di tanti anni prima, era diventata una snella e affascinante cinquantenne, mentre lui era ormai pelato e grassoccio, impresentabile. Pensare che al tempo l’aveva snobbata: lui, quarantenne elegante e in carriera, di donne belle ne aveva quante voleva. Chissà… forse l’avrebbe trattato da vecchietto rincoglionito se lui si fosse presentato per scusarsi di come l’aveva trattata allora…
No no non voleva umiliarsi così.
L’indice riprese a ripercorrere l’elenco: che strano, si era fermato a Mamma. Beh… mah… Sì, tutto sommato gli sembrò un buon inizio: le ho fatto torti – pensò –, me ne ha fatti, ma devo dirle anche grazie…
Così, prese il suo primo appuntamento…


Una nuova mano di carte

di Giovanni Locatelli

T. non ricordava quando aveva inserito sé stesso nella lista degli amici da ringraziare. Non si era mai considerato un self-made man, uno che si è fatto con le proprie mani al punto da darsi una pacca sulle spalle da solo, eppure nell’estrazione per decidere da dove partire, proprio il suo nome era uscito per primo. Viste le due cose in croce che era riuscito a combinare nella vita, poteva sbrigarsela in pochi minuti: birra, balcone, sigaretta, calda sera di fine estate – ecco celebrati i suoi successi.
Successi… quali successi? Credeva davvero di aver messo a frutto i talenti che il Signore gli aveva affidato? Non li aveva piuttosto seppelliti sotto ore di inutile ufficio, fra colleghi che pensavano solo a mangiare o a essere mangiati – tipo F. – o sprecati gozzovigliando nei bar in città, con amici che poi si erano rivelati meri conoscenti, svaniti alla prima occasione – gente come P. insomma. Ma non era P., o F., che doveva biasimare: le critiche spettavano a lui soltanto, per non aver cercato, provato, insistito fino alla morte.
Altro che grazie! Asino, doveva darsi dell’asino per quella volta con J., si ritrovò a pensare. Aveva sedici anni, suonava la chitarra niente male, sapeva stare sul palco ancheggiando e dimenandosi come la moda rock and roll cominciava a prescrivere anche nel Bel Paese, con grandi mani che occupavano la scena, e aveva avuto la fortuna sfacciata di farsi sentire da J., sì, proprio quel J., di passaggio durante l’unica tournée italiana nella sua breve, fulminante, sfolgorante carriera.
«Stai facendo bene, amico», aveva detto J. con un italiano bislacco, imparato lì per lì.
«Grazie», aveva risposto T. arrossendo.
«Wanna join us?» aveva continuato, sfruttando la traduzione simultanea del suo agente per proporre a T. di unirsi alla carovana in qualità di roadie, il ragazzo che accorda le chitarre e prepara la strumentazione in genere.
T. non aveva saputo rispondere. Mollare tutto e partire così. C’era sua madre… c’era una ragazzina che cominciava a guardarlo, a tenerlo per mano… c’erano gli amici…
J. inconsciamente sapeva di avere i giorni contati e che un incidente o un’overdose un infarto un sospetto suicidio l’avrebbe stroncato entro pochi anni: non aspettava mai, agiva e basta. Non aspettò neppure T., si allontanò salutando con la mano, improvvisando con le lunghe dita affusolate una scala in mi bemolle maggiore.
T. rimase incastrato in quell’istante: non ho sfondato perché sono un codardo, non ho sfondato perché sono un idiota, non ho sfondato perché ho passato la mano, si ripeteva, sognando ogni notte quelle dita che, passando da una nota all’altra, scivolavano lontano da lui e dalla sua unica occasione di emergere dall’anonimato. Quelle mani lo ossessionavano, l’anonimato lo inghiottì.
Si fece adulto sovrappeso, impiegato stressato, marito fedele, padre apprensivo. Non prese mai più in mano una chitarra, ma di tanto in tanto, la sera, se la stanchezza lo costringeva ad abbassare la guardia, si sorprendeva a ripetere la scala di mi bemolle maggiore con rapide dita.
Non era tipo da restare con le mani in mano: cercò un nuovo hobby, scelse il poker. Nel frattempo J. era morto. T. non ci pensò più. Era passato un secolo in un secondo, da allora.
T. finì la birra in un sorso, spense la sigaretta sulla ringhiera di ferro del balcone, scagliò il mozzicone facendo scattare l’indice, fino a un secondo prima trattenuto dal pollice nella posizione di OK, depennò con un colpo di mano il suo nome dalle tre liste, quella dei “grazie”, quella degli “scusa”, quella dei “senti un po’ tu, stronzo, ricordi quella volta che” – era finito in ciascuna, a quanto pareva – e procedette a una nuova estrazione, una nuova mano di carte, in un certo senso, convinto della bontà del suo proposito, nonostante quella falsa partenza.


L’ultimo dei giusti

di Andrea Spadini

Erano già passati due anni ma ricordava molto bene la vicenda che aveva gettato il seme da cui era germogliata quest’idea dello scusarsi. Non che allora ci avesse pensato, no, ma ora questa cosa gli era perfettamente chiara. Sì, era nato tutto da lì…
“Ciao T., Sono G. Ti disturbo?”
“No, figurati. Sono felice di sentirti.” gli aveva risposto, mentre cercava di controllare la solita ondata di senso di colpa che lo investiva ad ogni telefonata dell’amico.
“Volevo solo farti gli auguri di Natale. Come stai? E M., tutto bene?”
“Si, si, tutto bene. Stiamo preparando il pranzo. Quest’anno abbiamo qui nostra figlia con il suo compagno e ho il sospetto che M. abbia un po’ esagerato con le portate. Vorrà dire che mangeremo gli avanzi per l’intera settimana.”
“Come ti capisco. Anche noi festeggeremo con i miei figli e le loro mogli. D. è barricata in cucina da tre giorni. Mi ha vietato di entrare perché dice che ai fornelli faccio solo disastri. Non ha tutti i torti, come ben sai… Ora ti lascio ai tuoi impegni. Salutami tanto M.”
“Grazie G. Tanti auguri anche a voi. Ci sentiamo presto.”
Quando stava per riattaccare, aveva sentito l’amico aggiungere, con tono fattosi serio: “Sì, però mi telefoni tu. Io non lo farò più. Il mio numero ce l’hai. Ciao T.” e, con un sussurro, aveva aggiunto: “Ti voglio bene.”
Aveva raggiunto sua moglie in cucina. Era china sul tavolo infarinato, ingombro di ravioli.
“Dai T., dammi una mano con questa striscia di pasta. Hai visto come faccio, no? Metti il ripieno e poi… Ma che cos’hai? C’è qualcosa che non va?” gli aveva detto dopo avergli rivolto uno sguardo, “Sei pallido. Chi era al telefono?”
“Era G. Voleva farci gli auguri.”
“Che carino… Come stanno lui e D.?” e, senza attendere la risposta, aveva proseguito: “Prima o poi dovrai deciderti a sciogliere questo nodo che ti avvelena l’anima. Lui ti vuole molto bene, questo lo sai. Beh, ora dammi una mano con questi ravioli, altrimenti oggi chissà a che ora pranziamo…”.
Si conoscevano fin dall’infanzia, lui e G. Allora abitavano nello stesso quartiere della periferia milanese, in due condomini popolari poco distanti. Per anni erano stati inseparabili, prima nei giochi di strada e nel campetto dell’oratorio, poi nella passione politica e nella militanza, entrambi con la certezza di poter sempre contare l’uno sull’altro.
Quando, anni dopo, G. si era dovuto trasferire in un’altra città per lavoro, i loro incontri si erano fatti più saltuari, ma quando si ritrovavano era sempre come se si fossero lasciati solo la sera prima. Una speciale alchimia faceva sì che i fili del loro rapporto si riannodassero sempre all’istante, senza nessuno sforzo.
Si erano rivisti al funerale della madre di T.
G. ci era andato solo, senza la moglie. Allo sguardo interrogativo dell’amico aveva risposto confidandogli la crisi del loro matrimonio. Dopo mesi di litigi aveva preso la decisione di andarsene da casa, almeno per un po’. Anche D. era stata d’accordo. Sì, aveva una relazione. In un altro momento gli avrebbe spiegato meglio.
Dopo una quindicina di giorni G. lo aveva chiamato. Avrebbe voluto andare a trovarlo quel fine settimana. T., felice della proposta inattesa, aveva acconsentito subito. Non stava attraversando un periodo facile: la recente morte della madre, la grave depressione del padre che ne era seguita e che non sapeva bene come gestire… Gli avrebbe fatto sicuramente bene la compagnia dell’amico. Già si immaginava la nottata che avrebbero trascorso a parlare davanti a un paio di bottiglie di vino. Quando G. gli aveva chiesto il permesso di portare con sé un’altra persona lo aveva colto un po’ alla sprovvista ma, a quel punto…
Era arrivato il venerdì sera accompagnato dalla sua nuova compagna, amante o chissà che.
T. e la moglie li attendevano con la tavola imbandita. Per l’occasione avevano anche spedito la figlia a dormire dagli zii per liberare la stanza da offrire ai due ospiti. Nonostante il loro impegno, la serata era stata, a dir poco, difficile. La conversazione che avevano cercato di animare era stata un supplizio, piena di argomenti da evitare, di incognite impreviste e di gaffe in perenne agguato. G. non li aveva certo aiutati, sempre torvo e silenzioso, con lo sguardo smarrito in chissà quali pensieri. I due giorni seguenti, se possibile, erano stati addirittura peggio. Nei rari momenti in cui T. e l’amico erano riusciti a rimanere soli, G. lo aveva sommerso di parole con cui gli descriveva l’amore che provava per quella donna e il futuro che immaginava di costruire con lei. T. aveva provato ad interrompere quel flusso incontenibile, almeno per potergli esprimere alcune delle sue numerose perplessità. Presto si era reso conto dell’inutilità dei propri sforzi, perciò si era silenziosamente arreso e lo aveva lasciato proseguire, senza prestargli più molta attenzione. Gli era sembrato completamente fuori di sé. G. era talmente assorbito da questa vicenda che non aveva sprecato nemmeno una parola per chiedergli come stava. Nemmeno una parola in un intero fine settimana.
Erano trascorsi quasi dieci anni da quei giorni e ancora non era riuscito a perdonarlo. Forse, se allora avesse avuto la forza di affrontare con lui la questione, le cose si sarebbero sistemate. Ma T. in quel periodo si sentiva come uno straccio logoro, sempre sul punto di strapparsi. Non ne era stato capace. E poi non sono discussioni che si possono fare per telefono. Certo, avrebbe potuto affrontarlo di persona e magari farci una bella litigata. Ma non lo aveva fatto. Così il tempo era trascorso e il suo rancore si era indurito, incistandosi in un grumo sempre più difficile da scalfire. Nemmeno l’affetto che pure sentiva di provare ancora per l’amico sembrava in grado di contrastare quella sensazione di amarezza e risentimento. Ma allora perché tutte le volte che G. gli telefonava stava male?
Durante quelle vacanze natalizie, chissà come, si era trovato a discuterne con la figlia.
Dopo averlo ascoltato con attenzione, lei gli aveva detto: “Papà, scusa se te lo dico senza tanti giri di parole, ma chi ti credi di essere? Mister perfezione? Ricordati che anche le persone migliori possono sbagliare. A proposito di migliori, ma tu sei proprio sicuro di esserti comportato bene con G. in quell’occasione?”
“Che domanda… Ho accolto e ospitato lui e la sua amica, l’ho ascoltato vaneggiare per un intero fine settimana, che altro avrei dovuto fare?”
“Forse renderti conto che stava male quanto te, magari di più. Forse accorgerti che ti aveva cercato perché non sapeva più a che santo votarsi, e magari sperava che il suo migliore amico potesse aiutarlo a ritrovare il filo smarrito della propria vita… Ma invece no, tu eri troppo concentrato sul tuo ombelico per accorgertene, vero? Papà, tu non sei stato capace di guardare il suo dolore esattamente come lui non è riuscito a vedere il tuo. Diciamo che siete pari. Tu, con la tua aria da ultimo dei giusti, non sei stato migliore di lui, lo vuoi capire una buona volta? G. almeno ha continuato a chiamarti per tutti questi anni, tu cosa hai fatto?”
Lo aveva lasciato senza fiato. Nei giorni seguenti aveva ruminato a lungo le parole di sua figlia: poi, il giorno dell’Epifania, si era finalmente deciso.
“Ciao G. Sono T.”
“T., che bella sorpresa…”
“È tutto merito della Befana.”
“La Befana? Ma T…”
“Una Befana giovane e con le lentiggini, però sì, era proprio lei. Pensa che, invece di presentarsi con il solito sacco di carbone, se lo è venuto a prendere: e si è portata via quello di quest’anno e pure quelli degli anni passati. Sapessi come mi sento le spalle leggere… Non puoi immaginare che gran regalo sia stato…”
“Scusa T., ma non ho capito… Va tutto bene?” “Si, si, G., va tutto alla grandissima… Ascolta, mercoledì della prossima settimana sarò nella tua città per lavoro. Vorresti pranzare con me? Ho così tante cose da raccontarti… Prima però ti dovrò parlare di una cosa importante, una cosa che avrei dovuto dirti, anzi chiederti, già tanto tempo fa…”.


Un’anima fragile

di Mariagrazia Fontana

Ciao sono Tom, posso salire?
Tom chi?
Quel Tom, Tommaso Corradi, ricordi?
Tommaso Corradi – ripete lei a bassa voce ed è come se una bomba le esplodesse dentro. Dio mio, e proprio lui. E ora?
Poi la sua voce d’impulso, risponde d’un fiato al citofono: ok, terzo piano.
Con il cuore in affanno, intanto Tommaso sale sull’ascensore di quel palazzo signorile in Corso Sempione a Milano. Basco calato in testa, giubbotto un po’ sdrucito, non proprio lindo, capelli ora brizzolati ad accarezzargli il collo, il volto avviluppato da una fitta trama di rughe minuscole convergenti verso la bocca.
Da lì aveva deciso di iniziare l’impresa di chiedere scusa. Non era stato necessario soppesare i grammi di torto distribuiti negli anni, il nome di Giulia si era imposto come primo nella lista, poi come secondo, poi come terzo. Aveva riempito la pagina con il nome di lei, e scrivendo si era consentito, dopo decenni, di risvegliarla dentro di sé. Non l’aveva dimenticata, ma aveva dovuto addormentare quei giorni, rinunciare a spingere il cuore nei luoghi, ora aspri e disabitati, della loro vita insieme.
Era a Giulia che aveva fatto la peggior carognata. Da lei avrebbe cominciato. Superata quella stazione, il resto della via crucis sarebbe stato un gioco da ragazzi.
Perdona se non mi sono annunciato con una telefonata, temevo che ti saresti rifiutata di incontrarmi, così ho pensato di presentarmi di botto, come un ricordo che viene su dalla nebbia. Volevo scusarmi. No scusarsi non è il verbo esatto. Per ciò che ho fatto ci si deve genuflettere, chinare il capo come davanti a Dio, se mai esistesse, e battersi il petto. Ma non pretendo perdono, è solo che volevo rivederti dopo più di quarant’anni e dirti che mi dispiace di aver buttato via tutto.
Parlava a precipizio, come in carenza di fiato o di coraggio, come per superare un ostacolo, prodursi in un passo definitivo senza ritorno. E intanto la guardava: gli occhi sempre grandi come il mare che sapevano sparpagliargli i pensieri, la pelle ancora fresca, come se il tempo l’avesse dimenticata e da Corso Sempione non fosse transitato. Forse era lo sguardo del ricordo che la ringiovaniva, che la faceva ragazza. Tom arrivò a pensare che restare giovane fosse per lei una forma di resistenza, la più radicale di tutte: ubriacare il tempo e sottrargli forza.
Un leggero rossore sulle guance tradiva lo stupore di lei e sembrava affiorarle negli occhi. Era bella come allora. Il viso non perfetto, il naso un poco pronunciato non riusciva ad alterarne l’armonia, la quiete che sapeva irradiare quando percorrevano stretti stretti le strade di Milano, quando discutevano fumando, quando credevano di poter rivoltare il mondo come un calzino, da quelle due stanze al quarto piano senza ascensore in cui vivevano con poco. Felici come non sarebbero stati mai più nella vita, almeno lui.
Distolse lo sguardo da quel volto che lo precipitava indietro negli anni, gli faceva risentire l’odore della vita, lo risucchiava negli abbracci, nelle assemblee, nelle speranze incrostate di certezze, in quel futuro passato come un lampo. Il tempo è una bestia senza pietà, una strada senza meta, un progetto senza costrutto.
Mi sono giocato ciò che avevo di più caro come un idiota. Tu sai quanto ti amavo – le disse con gli occhi bassi, torturando con entrambe le mani il basco che s’era levato per darsi un contegno, per non starsene lì in piedi come un allocco, con le braccia a penzoloni. Certe cose sono difficili da dire, ma a un certo punto dell’esistenza chiedono di essere buttate fuori, modellate in parole che sappiano descrivere errori, rigidità, imperativi morali. Era per quelli che aveva gettato tutto alle ortiche, per l’urgenza della rivoluzione che bussava alle porte, per quel mondo che sembrava rovesciarsi da un momento all’altro.
Le parole che gli uscivano dalla bocca parevano, a lui per primo, insufficienti, porose, incapaci di dipingere l’accozzaglia di passioni che allora gli era infuriata dentro. Doveva estrarle una per una da tutte quelle disponibili per esprimere ciò che sembrava impenetrabile.
Si fermò d’improvviso, come in preda ad un’assenza, come intento a scavare nel suo vocabolario alla ricerca di un aggettivo, un avverbio, un verbo che potesse misurare il prezzo della sua fuga, come se dalle parole dipendesse la salvezza della sua anima.
Un uomo non anziano, ma sicuramente avanti negli anni, un poco ingobbito, il capo chino in un silenzio inclemente, come perso in una piega degli anni, che lucidava ricordi, tentava di narrare l’indicibile con sguardo febbrile.
Non che Tom non avesse amato più dopo di allora, ma amori meno travolgenti, meno sanguigni, più pallidi. S’era trasferito in Francia, come molti di loro, per sfuggire alla galera e lì s’era ricostruito un’esistenza. Ma Giulia non l’aveva lasciata mai, gli scorreva nel sangue. Non pensava a lei consapevolmente, ne percepiva la presenza come un brusio lontano, ma ineludibile.
Ho avuto paura che le responsabilità mi imprigionassero, che facessero di me un omuncolo, uno di quelli che si adeguano, che stanno al mondo per tirare la carretta e rinunciano ai sogni. E i sogni per noi erano tutto, per quelli ti ho sacrificata, ci ho sacrificati. Ma il mondo non ha spazio per i sogni. Poi le cose hanno preso una piega storta, ma io ce l’ho messa tutta, non mi sono mai tirato indietro, ho fatto ciò che andava fatto, errori compresi. Anzi, soprattutto errori. Lo sai come eravamo fatti, rigidi, bacchettoni, così pieni di convinzioni da non vedere che la realtà aveva ben altra tinta. Ci credevamo entrambi, poi tu hai fatto la tua scelta, hai deciso che non te la sentivi di rinunciare al bambino, che un figlio era una cosa troppo importante.
Invece per me allora un figlio era un ingombro, una distrazione da ciò che contava, una segregazione. Per quello sono sgusciato fuori casa quella mattina. Sapevo che tu non avresti implorato, che avresti capito, ma guardarti mi avrebbe indebolito, avrebbe ridotto le mie convinzioni in pappa.
Questo volevo che tu sapessi, che non è stata la carenza d’amore ad allontanarmi, ma ciò che allora credevo essere un amore più grande, un dovere morale, una chiamata alle armi cui non era dignitoso sottrarsi. Però mi sei mancata sempre, giorno dopo giorno, attimo dopo attimo. E se potessi ricominciare tutto da capo con la testa di oggi, quell’errore non lo rifarei, perché l’ho sempre sentito quel costante disagio, quel qualcosa di me che non coincideva con l’io che credevo di essere, quell’io che era rimasto con te. Forse non ero tagliato per la felicità.
La sua bocca emise le ultime parole come un sussurro, le palpebre serrate, come tormentate da pensieri cupi, le mani strette a pugno, un lieve tremore nelle gambe. Un’inquietudine nuova, lentamente, dentro di lui mutava di forma, fino a definirsi in un’insospettata malinconia. C’era molta parte della verità che non riusciva a filtrare nelle parole, un passato che non si lasciava mettere in scena, che si celava nel silenzio. E il dire restava nelle intenzioni.
E nostro figlio, anzi tuo figlio? ora il bambino sarà un uomo fatto, magari anche padre – buttò fuori in un soffio come una stilettata, lo sguardo ansioso rivolto alla finestra. Dimmi solo se mi odia. Anzi no, non dirmi nulla, non potrei sopportarlo. Certo che mi odia, come non odiare un padre che ti abbandona a una vita priva di muri che ti proteggano, senza trave portante. Ma oggi no, non facciamone parola.
Poi, senza aspettare risposta, la sua faccia si indurì, si alzò come se la sedia scottasse, come se il dolore fosse entrato a vele spiegate nella stanza lasciandolo stordito. Non aveva neppure sfiorato il caffè che lei gli aveva messo davanti. A passo lento si incamminò verso la porta, esitante nel suo smarrimento, affaticato come camminasse contro vento. Si calò il basco in testa, calzato storto alla Che Guevara, accennò un mezzo sorriso e si avviò verso le scale.
Marina lo osservò in silenzio, mentre la sera consumava il pomeriggio. Non era riuscita ad aprire bocca, eppure sentiva che dentro quella fortezza massiccia si dibatteva un’anima fragile. Una moltitudine di emozioni le scrosciava addosso come pioggia, senza che un sentire pulito si definisse. Restò come ammaliata dalla sagoma di quell’uomo, il corpo allungato e scabro, il volto come sazio della vita, che si allontanava nelle tinte fosche della sera, curvo eppure non privo di una certa baldanza, preda dei rimpianti, del tempo che non dà tregua ad anima viva.
Non se l’era immaginato così suo padre, con quella tristezza dolce a solcargli le guance, con quell’incertezza nel passo. Lui, un ragazzo gonfio di principi.


Il faggio

di Delfina Lusiardi

Un ottobre così triste non si era visto, a memoria d’uomo, come si dice.
Ogni giorno si annunciava con un cielo melmoso. Il sole, chi se lo ricordava soffriva di nostalgia e di inquieta infelicità. Chi non lo ricordava stava quasi meglio. Non bene, ma meglio di chi non aveva smarrito l’immagine del sole e, con l’immagine, il desiderio di uscire di casa e andare nei boschi che circondano la città. Lì l’autunno era una festa di colori. Ogni anno si poteva fare il pieno di rossi, gialli, terra di Siena bruciata, di arancioni e viola… I tramonti autunnali erano una riserva irrinunciabile per riuscire ad entrare nell’inverno con un cuore pacificato. Per accettare di chiudersi in casa, di rallentare i ritmi, di sospendere gli incontri. E nutrirsi di libri ammonticchiati sul ripiano della libreria in attesa di essere letti con la dovuta attenzione.
Il programma di T. era rimasto bloccato dalla tristezza che lo aveva invaso appena rientrato in città. Sospeso, rinviato. T. era cocciuto e si sa che non avrebbe rinunciato ai suoi propositi elencati con metodo e puntiglio. Puntiglioso era. Usava la sua intelligenza come un cacciavite che doveva svitare tutto ciò che gli sembrava arrugginito, nel suo modo di vivere. E nel modo di fare, suo e degli altri.
Ma le piogge incessanti lo avevano indotto a mettere da parte il suo programma, in attesa di qualche spiraglio di sole che lo chiamasse in strada e gli desse lo slancio necessario per andare alla ricerca delle persone che doveva incontrare: quelle a cui lui aveva fatto torti, quelle che gli avevano fatto torto, quelle infine da ringraziare per il po’ di bene ricevuto.
I primi giorni di chiusura forzata li aveva usati per sistemare i suoi libri, per procedere nel suo programma di svuotamento dei ripiani della libreria. Un programma rimasto a metà, come quasi tutti i suoi programmi di pulizia da tutto ciò che sentiva inutile. E così, se la pioggia lo costringeva a stare dentro, il dentro si era un po’ dilatato. Arrivava alla sera stanco ma felice, come si dice di quelli che fanno una bella camminata di lena e arrivano a casa con un bell’appetito. Stanchi ma contenti… E il cibo non ha il sapore della compensazione, della fuga dalla noia, ma il sapore del giusto appagamento per aver fatto il proprio dovere. Per aver soddisfatto il corpo e lo spirito. Uno spirito che si accontenta di una bella camminata, anche quello di T. apparteneva a questo mondo spirituale degli umani che al cielo si rivolgono con la preghiera che faccia quello che va bene per loro.
Ma il cielo non fa i conti con i desideri umani, con le nostre limitate capacità di sopportazione degli imprevisti. Il cielo fa quello che non può fare a meno di fare… lo sanno tutti gli esseri che vivono esposti alle intemperie: gli alberi, i fiori, perfino l’erba dei prati che sembra non soffrire di niente. L’erba che sa riprendersi dalla siccità con una pioggerella o crescere a dismisura, potremmo dire, sotto piogge torrenziali.
Un filo d’erba, possiamo imparare da un filo d’erba, scrive Van Gogh. Imparare a disegnare prendendo come modello un filo d’erba. Ma da un filo d’erba possiamo imparare anche molto altro. Così radicato e vicino alla terra, così esile e forte da non temere i temporali e i venti. Anche i più violenti non possono sradicarlo, un filo d’erba ci insegna a vivere.
Ma T. non avrebbe mai preso lezione da un filo d’erba. Troppo uguale agli altri fili d’erba dello stesso prato. Un prato sì, gli piaceva, e gli piaceva anche che fosse composto da fili d’erba tutti uguali, così da formare un bel tappeto erboso, avrebbe detto il giardiniere. Una volta aveva chiesto consiglio al giardiniere per creare un bel tappeto erboso nella casa di campagna, senza tuttavia riuscirci, perché avrebbe dovuto rinunciare alla sua amata betulla. Al massimo lì sotto sarebbe cresciuto un po’ di muschio, misto a qualche filo d’erba, a qualche dente di leone, a qualche filo di pervinca che, all’ombra, al massimo si allunga e getta le sue perfette foglioline ovali senza poter offrire i suoi fiori blu… In abbondanza nel muschio crescevano germogli di vite canadese e di ligustro nati da semi portati dal vento e altre erbette di difficile identificazione… e foglie che promettevano fiori, primule e violette che non andavano tagliate con il tosaerba. Istruito dalla moglie campagnola, T. aveva imparato a rispettarle.
Il cielo restava inclemente e dopo alcuni giorni di bonifica, come lui chiamava questi lavori di sgombero, l’opera di T. si era fermata ai ripiani della libreria e alla riorganizzazione della biblioteca nella grande stanza comune. In casa ci sarebbero stati molti altri angoli da bonificare: sgabuzzini e armadi ingombri di abiti che nessuno più avrebbe indossato. Ma T. ormai aveva esaurito il suo slancio e quelle liste di gesti da compiere, atti di riparazione, tentativi di chiarificazione, azioni che dovevano liberarlo dalla colpa, pesavano come una spada di Damocle sul suo tempo. Sentiva che se non fosse riuscito a realizzare quel programma, il tempo si sarebbe fermato proprio nel punto in cui la spada sta sospesa e basta un niente per farla cadere sul suo capo.
Le piogge continuavano incessanti. T. si sentiva paralizzato, incapace di spostarsi, di fare un passo oltre il punto su cui pendeva quella spada. La teneva d’occhio, certo. Era la sola cosa che riusciva a fare. Per tenerla d’occhio trascurava tutto, libri da leggere, musiche, film da vedere, perfino le cose che gli avrebbero dato un po’ di consolazione non lo attiravano più. Da tempo aveva smesso di preparare qualcosa per la cena, compito che si era preso volentieri. La moglie era preoccupata e continuava a sperare che il cielo guardasse giù e mandasse almeno per un giorno quel po’ di sole che avrebbe chiamato T. di nuovo in strada. Fino a quando avrebbe retto la sua pazienza nemmeno lei poteva saperlo, la pazienza va e viene. È eroica la pazienza e, quando si mette di mezzo la paura che il tormento duri all’infinito, sfodera armi che non sappiamo maneggiare bene. Pericolose, colpiscono a destra e a manca.
E venne il giorno in cui il cielo guardò giù e mandò un vento così violento che tutte le nuvole di colpo se ne andarono ad ammassarsi verso nord lasciando che il sole brillasse dalla mattina al tramonto.
Fu in quel giorno che tutte le persone si rimisero in strada e si salutavano come uscite fuori da una malattia che le aveva tenute prigioniere. Anche T. uscì e prese la strada verso nord dove il cielo era rimasto di un grigio plumbeo. Era sicuro che là avrebbe trovato tutta la forza per riprendere il suo programma perché con un sole così splendente non avrebbe potuto andare alla ricerca di coloro che gli avevano fatto torto, di coloro ai quali aveva fatto torto lui, di coloro con i quali sentiva un debito di gratitudine. Con un sole così e le anime libere dal peso che le aveva imprigionate per giorni e giorni, il suo proposito sembrava ridicolo, quanto meno fuori luogo. Ma cosa vuole T., avrebbero detto i suoi interlocutori. Il passato è passato e adesso goditi il cielo che c’è.
Ecco perché T. doveva andare verso nord, là dove le nuvole si erano ammassate e avrebbero ancora potuto riprendersi tutto lo spazio del cielo.
Verso mezzogiorno anche la moglie di T. decise di uscire. Sola. Attratta dal grigio plumbeo del cielo non illuminato dal sole, si diresse anche lei verso il colore che amava, non il grigio melmoso delle giornate di pioggia, ma il grigio blu, il blu profondo che precede un temporale, o che resta ancora per un po’ a temporale finito, solcato dall’arcobaleno. In quel grigio plumbeo non c’era traccia di arcobaleno, ma il suo sguardo venne catturato dal faggio che in quell’aiuola di città aveva cominciato a rosseggiare. Bene, si disse, quando la pazienza comincerà a venir meno, ci sarà sempre un albero da contemplare e, perché no, da disegnare.


Il folle piano di T.

di Marco Palamenghi

Alla fine ho deciso. Inizierò da quelli che abitano più lontano, in altre città, per avvicinarmi pian piano a casa.
Lo farò senza fretta, con calma, valutando di volta in volta l’approccio giusto. Non tutte le persone sono uguali, e i torti fatti e subiti sono differenti tra loro.
Non posso svilirli trattandoli tutti allo stesso modo. Voglio agire con dignità.
Il caso ha fatto si che le due liste siano composte esattamente da 23 nomi ciascuna.
Il primo di ogni lista abita a M., dove ho frequentato l’università e vissuto per qualche tempo.
L’ultimo di ciascuna lista è qui, in casa mia: sono mia moglie e mio figlio, e sono presenti in entrambe le liste, appaiati, come una persona sola. Ad entrambi devo chiedere scusa, perché non sempre sono stato un marito e un padre all’altezza, ma allo stesso tempo entrambi mi devono chiedere scusa, per non aver sempre apprezzato quanto ho fatto per loro e per non essere stati una moglie e un figlio adeguati.

Avevo pensato di contattare via via le persone per email, posta o telefono. Oppure su facebook, come spesso succede di questi tempi. E poi, organizzare con ciascuno l’occasione di incontro.
Ma invece, credo che userò l’effetto sorpresa, per studiare le loro reazioni, capire cosa pensano veramente, senza che l’ipocrisia dell’incontro annunciato crei una barriera alla loro benevolenza o al loro pentimento.
Solo così saprò se hanno compreso questo mio bisogno di fare i conti con il mio passato, con la mia vita, nel bene ricevuto e nel male fatto. Solo così anche loro potranno raggiungere la consapevolezza per avviare un analogo percorso.

Inizio quindi con la lista dei torti fatti, mi sembra giusto partire dalla mia richiesta di perdono, troverei arrogante partire subito con una richiesta di scuse.
Mi iscrivo a tutti i social media che conosco e, con un po’ di pratica, imparo a scandagliare il web in cerca di informazioni, immagini, indirizzi di S., la prima persona con cui voglio parlare.
Non prestargli gli appunti del corso di E. era stata una vera carognata. Chissà cosa penserà ora di me, chissà come reagirà nel vedermi, soprattutto quando saprà perché l’ho cercato.
Dal suo profilo facebook ho ottenuto informazioni su dove vive, i locali che frequenta, cosa pensa politicamente, che tipo di persona è diventata, o perlomeno, fa credere di essere.
Gli piacciono i film di Massimo Boldi e le canzoni dei Pooh. Insomma… un po’ una delusione… magari è in parte anche questo colpa mia….

Usando un po’ di ferie e inventando scuse a casa vado a M. un paio di volte.
Lo intercetto, lo seguo, lo spio.
E poi, prendo il coraggio a quattro mani e mi siedo al tavolino dove sta prendendo un Negroni da solo, mentre aspetta qualcuno che non sono certo io.

“Ciao S.! Ti ricordi di me?”
“Mmmmh… ma certo, sei T., facevamo ingegneria assieme! Che sorpresa, cosa ci fai a M.”
“Sai com’è. Gli anni passano e avevo voglia di tornare dove ho trascorso un bel periodo della mia vita…
“E in una città così grande, guarda che caso, mi incroci.”
“Beh, non è proprio per caso, ti stavo cercando”
“Ah. E perché?”
“Volevo chiederti scusa”
“E di che cosa?”
“Per quella volta che non ti ho passato gli appunti per l’esame di A.”
Leggo nei suoi occhi stupore, confusione e poi, dal profondo gli sgorga una inarrestabile, sonora, risata. Ha le lacrime agli occhi dal ridere, non riesce a smettere e nemmeno a parlare.
Mi sento profondamente offeso. Sono li, che mi umilio, chiedo scusa e lui ride, manco fossi una macchietta di “Natale a Miami”.
Mi alzo, giro sui tacchi e me ne vado senza salutare.
Che delusione, sento una rabbia irrazionale crescere dentro di me. Il torto fatto è cancellato, resta solo il rancore per una persona che ha dimostrato la sensibilità di un cammello.
A quel punto, visto che chi ha subito un torto mi irride, meglio provare con la lista dei torti subiti. Quella almeno mi da il diritto di chiedere che si scusino.

Ho individuato C., abita anche lei a M… Anche con lei frequentavo ingegneria. Non eravamo amici, ma solo conoscenti, con qualche corso frequentato assieme.
Ad un appello di esame le avevo chiesto di cedermi il suo posto nella lista, per essere sicuro di non perdere il treno per tornare a casa. Non aveva voluto, e così avevo dovuto rimandare di un giorno il rientro a casa e dalla mia ragazza.

La intercetto, la seguo, la spio.
Decido per l’approccio diretto sul posto di lavoro. Fa la sportellista in banca. Mi metto in coda, aspetto il mio turno.
“Ciao C.! Ti ricordi di me?”
“No. Chi è lei?”
“Sono T., facevamo ingegneria assieme!”
“Oh! un sacco di anni fa! Non l’ho nemmeno finita… era una tale palla…. Che operazione deve fare? Prelievo o versamento?”
“Veramente non devo fare nessuna operazione. Volevo solo che tu ti scusassi con me per quella volta che all’appello di esame ti avevo chiesto di cedermi il tuo posto nella lista, per essere sicuro di non perdere il treno per tornare a casa. Non avevi voluto, e così ho dovuto rimandare di un giorno il rientro a casa e dalla mia ragazza”
“Ma sei scemo! (è passata dal lei al tu, forse è un passo avanti) Vieni qui a rompermi i coglioni (no, non è un passo avanti) mentre lavoro, per una cazzata simile! Ma fatti ricoverare! Fatti vedere da uno bravo, ma bravo davvero!”
“Ma come! Invece di chiedermi scusa mi offendi, mi dai del pazzo!”
“Dimmi che operazione vuoi fare, altrimenti chiamo la sicurezza e ti faccio buttare fuori!!!”

Me ne vado furibondo! Armato di buone intenzioni mi sono messo in questa nobile impresa, come un paladino di re Artù alla ricerca del Graal, e ottengo solo derisione e insulti. Ma chi si credono di essere? Possibile che non sappiano riconoscere la nobiltà delle mie intenzioni!

Sono passati 23 anni, ne ho contattati 2 all’anno, era necessario fare le cose con calma.
Ho impiegato così tanto tempo perché è stato più complicato di quanto avessi preventivato e trovare la soluzione giusta ogni volta è stato difficile. Ad ognuno ho voluto dare una chance, ma nessuno l’ha colta.
E oggi sono alla fine della lista. Tocca a mia moglie e a mio figlio.
No, non parlerò con loro, perché loro una chance l’hanno avuta tutti i giorni da sempre. E non l’hanno mai colta. Come tutti gli altri si metterebbero a ridere, dandomi del pazzo o dello scemo. Cosa che, d’altra parte, non perdono occasione per farmelo capire.
Negherebbero l’importanza dei torti fatti e, a differenza degli altri, sopravvaluterebbero i torti subiti, ritenendo insufficienti le mie scuse. Mi umilierebbero e offenderebbero come e più degli altri.

Farò con loro come ho fatto, in questi lunghi 23 anni, con tutti gli altri.

Alcune gocce di veleno nel minestrone e anche loro smetteranno di ridere di me, dei miei buoni propositi, della mia voglia di fare i conti con il passato, del desiderio di capire e di essere capito.
Gli altri 44 li hanno preceduti. Hanno avuto una chance, ma non l’hanno colta.
C’è chi è morto in un incidente stradale, chi per una rapina finita male, chi cadendo dalle scale, chi andando a caccia, chi di una malattia fulminante….

Quella minestra la mangerò anche io. Ho compiuto la mia missione.
E, in fin dei conti, ho capito che mi sbagliavo.
Sono proprio io l’ultimo della lista, e anche il primo, e il secondo e….
Sono io che ho fatto i più grandi torti a me stesso, io che non mi sono mai perdonato per le occasioni sprecate.
Ora pace è fatta.
Ho veramente fatto i conti con me stesso e con il mio passato.


Vizi capitali

di Rossella Ghizzani

Questa è la storia di T., un uomo non più giovane e non ancora vecchio, e dei ventitré anni che visse – ma non sapeva di aver ancora da vivere – dopo aver deciso che doveva fare una cosa ben precisa: chiedere scusa a tutti coloro ai quali riteneva di aver fatto un torto.
Aveva in mente solo un paio di nomi, il giorno in cui gli venne questa idea: S., al quale si era rifiutato – una trentina d’anni prima – di prestare gli appunti del corso universitario che lui aveva seguito diligentemente, al contrario dell’amico che invece a lezione c’era andato secondo l’umore del giorno; D., al quale aveva portato via – non per una volontà precisa, ma era andata così – la donna con la quale stava da parecchi anni, come fossero sposati; F., una collega che a un certo punto, non più d’una decina d’anni prima, aveva sostituito nel ruolo che quella da tempo sperava di assicurarsi: non che le avesse fatto le scarpe, come si dice, ma è un fatto che di quello che lui sapeva i capi stavano decidendo si era ben guardato dal parlarle, e così la sua responsabilità e il suo stipendio erano migliorati. Il suo, non quelli di F.
Torti molto diversi fra loro, com’è evidente, di quelli che possono essere ridimensionati, liquidati addirittura, da un così è la vita. Così è la vita: nei rapporti di amicizia come nelle faccende sentimentali e nei posti di lavoro.
Ma T. aveva deciso che se sentiva una ragione per chiedere scusa non avrebbe dovuto star lì a pesare la gravità delle sue azioni, né a valutare le conseguenze che effettivamente ne erano derivate. Perché era convinto che altrimenti avrebbe potuto tranquillamente concludere di non aver poi fatto succedere il finimondo, di non aver rovinato l’esistenza a nessuno eccetera eccetera, e dunque non c’era motivo di scusarsi. Né del resto le conosceva davvero, quelle conseguenze:
S. s’era laureato anche lui, alla fine; D. non si era suicidato perché la sua donna l’aveva lasciato, non era passato un anno che era già con un’altra; F. ci lavorava ancora in quel posto, e la sua carriera l’aveva fatta comunque.
Ma non era questo il problema. La questione riguardava lui. Il suo bisogno di chiedere scusa. Indipendentemente dall’esito che il suo gesto avrebbe avuto, se avvertiva di aver fatto un torto, piccolo o grande che fosse, quale che fosse l’ambito di relazioni nel quale s’era compiuto, lui sentiva di dover tornare dalla vittima, se la vogliamo chiamare così: ricordarle quel periodo, quel fatto, se nel vederlo non le fossero tornati subito alla mente. E chiederle scusa. Non si trattava di ottenerne il perdono, o meglio: se qualcosa del genere fosse accaduto ne sarebbe stato contento, ma nel suo proponimento di riavvicinare la tale o il tal altro non doveva giocare alcuna valutazione preliminare delle probabilità che ciò avvenisse.
La lista si era andata allungando, e per ogni nome T. aveva cominciato a rintracciare recapiti, numeri telefonici, indirizzi e-mail. Anche se escludeva di risolvere la cosa a distanza. Quei dati dovevano servirgli solo per stabilire il primo contatto, buttar lì un pretesto per rivedersi, ipotizzare il giorno e l’ora in cui sarebbe andato. Perché, non ne sapeva esattamente la ragione, ma gli pareva essenziale che fosse lui a recarsi dall’altro, a casa sua, o comunque nel luogo in cui viveva. Alcuni infatti non stavano nella sua città. O non ci avevano mai abitato, o si erano trasferiti.
Era deciso. Avrebbe cominciato con uno a caso, facendo un sorteggio magari, poi via di seguito. Senza tener conto del tempo che era passato dal fatto. E qui un dubbio, o piuttosto un malessere, lo prendeva: aveva già annotato un paio di nomi di persone che avevano continuato a vivere nella sua stessa città, così come ne aveva appuntato almeno uno – ma sapeva che altri se ne sarebbero aggiunti – al quale il torto l’aveva arrecato di recente. Molto di recente. Decise di fare un elenco a parte per questi, così vicini, nello spazio e nel tempo, e di rimandare l’approccio con loro. Non di escluderlo, questo no, avrebbe guastato l’intero suo proposito, ma di non prevederlo nell’immediato.
Era tutto pronto dunque. Appena finita l’estate avrebbe cominciato. Dal primo.
Ancora qualche bagno, un po’ di sole, la festa dell’ospite di fine agosto e poi sarebbero tornati in città, e lui si sarebbe fatto sentire dal primo della lista.
Ed è stato proprio lì, attorno ai fuochi e alle grigliate di pesce sulla spiaggia, fra chitarre e fisarmoniche, che ha incontrato P. Erano sei, forse sette anni che non lo vedeva. Da quando aveva lasciato il lavoro che faceva per passare a quest’altro che pochi giorni dopo lo attendeva.
Erano diventati amici, lui e P., che pure era molto più giovane di lui. Proprio per questo forse: un’amicizia in cui c’era qualcosa del rapporto tra il fratello maggiore e quello più piccolo. Niente di paterno. T. aveva aiutato P., lo stimava, gli piaceva la sua passione per il lavoro ben fatto. Era stato questo ad accomunarli.
Ebbene, non appena i loro rapporti di lavoro erano cessati, P. non s’era più fatto sentire. T. l’aveva cercato, gli aveva proposto cene, occasioni per fare viaggetti, cose da fare insieme come una volta, ma P. niente. Non sono pochi quelli che, come cambi lavoro, tagliano di netto: la loro cordialità non era che interesse, è evidente. Ma da P. non se lo sarebbe proprio aspettato. Ne era rimasto ferito. Confuso prima, e poi ferito, appunto.
Avrebbe potuto fingere di non averlo visto, o limitarsi a un saluto da lontano. Invece gli era andato incontro, senza deciderlo, come fosse la cosa più naturale da fare, l’unica cosa possibile: l’aveva abbracciato, non badando al sorriso imbarazzato di quello, l’aveva fatto sedere al tavolo dove stavano sua moglie, i suoi figli, i suoi amici, aveva offerto a P. e alla ragazza che lo accompagnava grigliata e vino bianco. Il chiasso copriva le voci, non s’era neanche posto il problema di rievocare vecchi tempi, di scambiarsi le domande di prammatica, cosa fai adesso, come ti va eccetera. Solo qualche battuta su quelli che c’erano lì intorno, un commento su come andavano le cose, la politica, il lavoro, cose così.
A fine serata si erano salutati, una stretta di mano, un arrivederci senza alcun cenno al quando.
E qui, per T. era nata l’idea di un’altra lista da scrivere: la lista di quelli dai quali gli sembrava di averlo ricevuto, il torto, di quelli che l’avevano fatto restar male, o l’avevano fatto davvero soffrire.
Andare anche da questi: per sapere – senza la minima recriminazione, senza alcuna pretesa di ottenere spiegazioni e tanto meno scuse – la ragione per cui quella volta avevano detto, avevano fatto… O non avevano detto, non avevano fatto.
Tutto qui. Anche se non sapeva se sarebbe stato sempre bravo come con P. perché certe cose gli bruciavano ancora. Ma comunque voleva provare. Sentiva di non poter mettersi a pensare questo sì e questo no. Se uno di quelli che in qualche modo l’avevano offeso, o addolorato, gli veniva in mente, il suo nome doveva metterlo, in ogni caso.
A fine settembre le due liste erano abbastanza lunghe. La prima, quella dei torti fatti, soprattutto. Anche perché, rileggendola, si era reso conto di avervi incluso anche nomi di persone alle quali non aveva ragione di chiedere scusa, ma che sentiva ugualmente di dover raggiungere per dire un grazie. Non scusa ma grazie. Grazie perché in una particolare situazione gli erano state vicine, magari senza fare o dir nulla di speciale: gli si erano fatte sentir vicine, ecco. Oppure perché, anche senza averne precisa intenzione, gli avevano dato un’indicazione sul come fare una data cosa, o sulla direzione da prendere a un certo punto della sua vita, un incoraggiamento insomma, esplicito o meno che fosse stato. E a queste persone lui non aveva saputo manifestare la sua gratitudine: per sbadataggine, o pudore, o… avarizia. Quell’avarizia del cuore che non si sa o non si vuole riconoscere come tale e dalla quale ci si ritiene comunque esenti, come potesse riguardare sempre e solamente gli altri. Sicché quei grazie, in fondo, erano riparatori. Per questo si era ritrovato a includere i nomi dei destinatari nella stessa lista delle scuse.
Alla fine, seppure non complete, né l’una né l’altra, si è detto che le due liste andavano chiuse. Il rischio, se no, era di contentarsi di averle scritte e di aggiungervi un nome oggi e uno domani, senza mai mettere in pratica il proponimento da cui erano nate.
E dunque, T., appena tornato in città, cominciò.
Dopo quasi vent’anni, per un motivo o per l’altro, T. non aveva fatto molti passi avanti.
Alle scuse aveva rinunciato presto. Un numero non trascurabile di persone contattate si erano del tutto dimenticate di lui. Di lui, come se non l’avessero mai conosciuto. Questo implicava che T. dovesse inerpicarsi in verbose spiegazioni volte a ricostruire date, luoghi, fatti alla fine delle quali lui stesso smarriva il senso e l’interesse per ciò che si era proposto di fare. Non erano stati pochi i generici e cortesi – ma non si preoccupi, è passato tanto tempo, mi dispiace ma proprio non mi ricordo – dai quali aveva preso le distanze, bisogna ammetterlo, con un malcelato senso di frustrazione che finiva per irritarlo. Che faccio ora, borbottava fra sé e sé, questi qui li passo sulla lista di quelli che il torto me l’hanno fatto? Tutto ciò aveva avuto un forte impatto negativo sulla sua volontà e sulla fermezza della decisione presa. Qualche tentativo aveva continuato comunque a farlo, a volte anche senza rispettare la suddivisione delle liste: capitava infatti che il suo proposito di chiedere scusa si trasformasse in un grazie, perché la persona contattata, pur non riconoscendolo e quindi del tutto dimentica di qualsiasi relazione con T., lo accoglieva con benevolenza, qualche volta addirittura con calore. Senonchè qualche grazie, accolto magari con sufficienza, gli provocava spiacevoli reazioni per cui, alla fine, era costretto a chiedere scusa. In coscienza, né T. né altri avrebbero potuto affermare che non ci avesse provato. Era inevitabile però, T. lo sapeva, che – messo in pratica – il suo desiderio di chiedere scusa o di dire grazie si sbriciolasse in un gesto asettico. Non sono capace di empatia, c’è poco da fare, si diceva rammaricato: alla fine mi sono creato un’esigenza nata da un costrutto cerebrale del tutto privo di una vera partecipazione emotiva.
Aveva immaginato forse che quegli esperimenti di riparazione lo assolvessero e gli rendessero giustizia, ma non era andata così. Non si sentiva appagato, e dopo tanti anni continuava a cercare il bandolo di quello stentato esperimento.
C’è poco da fare, pensava, non è andata come avevo desiderato, e ormai, potrei sbagliarmi, ma credo di essere arrivato alla fine. Bisogna che lo trovi, il modo per far tornare i conti, prima che sia troppo tardi.
Qualche giorno fa ho ascoltato per radio un prete, uno di quelli impegnati in trincea, affermare che la vita deve essere sperperata.
Non va tenuta per sé, diceva quell’uomo di fede, va donata, sperimentata, azzardata.
Mi sono rimaste in testa quelle parole, e sovente si mischiano al monologo interiore che incessante, contenuto solo dai limiti imposti dalle mie necessità, mi accompagna e ricama il mio pensiero di punti nuovi. Se non lo faccio adesso, non avrò un’altra occasione. Sento un bisogno spudorato di dilapidare quel che resta di me, per libera scelta e senza tirare in ballo altri. Non è stata una buona idea provare a rappacificarmi con me stesso facendo le somme come se la vita fosse un pallottoliere. Totale dei grazie da proferire, somma parziale delle scuse da porgere… Non funziona così, penso ora. E come mai ho tenuto una contabilità così esatta soltanto dei momenti in cui, nell’incontro con gli altri, si è generata una frizione, uno strappo, o comunque qualcosa è andato storto?
La verità è che da tutta la vita porto nel cuore una forma d’avarizia che sempre mi ha nuociuto.
Penso questo ora. Sono solo, un po’ per scelta e un po’ per caso, e me la cavo, certo. Riesco a procurarmi tutto quello che mi serve, perfino un po’ di compagnia, se proprio ne ho voglia.
E ho il tempo. Per scavare, per tentare di capire, per reinterpretare; tutto il tempo di cui ho patito il desiderio durante gli anni lunghi del lavoro, delle distrazioni, del bisogno di riposo, delle curiosità, degli eccessi, dei torti subiti e di quelli inflitti. Gli anni in cui si attendono le cose che devono ancora accadere, in cui si lotta, nello strenuo tentativo di piegare il corso degli eventi alle proprie aspettative.
Si stringono i denti e si alza la voce, con un gran dispendio di energie. Dalla mia prospettiva, quella in cui i giochi sono davvero fatti – nessuna boccia sul panno verde del tavolo – tutto è diverso, e ogni giorno rinnovo l’incessante lavorio della mente nello sforzo di comprendere se fosse reale quello che è accaduto prima, o se vero sia quello che penso adesso. Quest’abbondanza di tempo, poi, a ben vedere è un falso: ho intere giornate per me, ma non credo di avere un futuro. Quello che davvero ho è la libertà. Al punto della vita in cui mi trovo posso dichiararmi senza preclusioni, ecco il motivo per cui ho cominciato a scrivere questo piccolo memoriale: desidero vuotare il sacco. Chiunque potrà leggerlo, chi mi ricorda e chi no, non ha importanza.
Importante è non dover sparire senza capire: mi piace immaginarmi mentre spendo l’ultimo dei respiri a mia disposizione, appagato dalla sicurezza di aver conciliato il prima e il dopo, avendo conquistato la sintesi ultima, valida solo per me e per questo assoluta, fra ciò che è stato e ciò che avrebbe potuto essere, se solo non fossi stato così parco di me.
Ogni tanto mi fermo davanti allo specchio. Riconosco lo sguardo e la ruga in mezzo alla fronte.
Mi fa compagnia da quando avevo poco meno di quarant’anni.
Adesso la mia ruga preferita è nascosta in mezzo a quelle che il tempo le ha ricamato intorno, formando una mappa sottile che disegna il contorno degli occhi, rivela le guance scavate e incornicia la bocca, più piccola che prima e un po’ sopraffatta dal mento, da qualche anno più appuntito e prominente.
L’ho sempre fatto, mi sono sempre scrutato davanti allo specchio, cercando me, non la mia immagine riflessa.
Lo facevo fin da piccolo, fissandomi gli occhi nella testiera nera e lucida del letto dei miei genitori. Mi mettevo a pancia in giù, le braccia conserte sotto la faccia e mi fissavo, finché quegli occhi scuri che mi guardavano non cominciavano a farmi paura.
È sempre stato così, sono sempre partito da me, mi sono usato per conoscere gli altri e la realtà che mi circonda. Come tutti, è l’ovvia obiezione. Ma per quanto mi riguarda, l’affermazione va presa alla lettera. La condanna della mia esistenza, quella che adesso mi fa trascorrere lunghe ore a riflettere, è non aver mai saputo davvero quanto sentimento contenessi, quanto ne avessi a disposizione o ne potessi spendere, a chi donarlo, come. Ogni volta è stato il rigore della logica a farmi scegliere. Con il termine sentimento, forse improprio, intendo quella componente delle relazioni fra persone, che pur non giustificandosi con una motivazione razionale – il lavoro, lo sport, un interesse comune, il sesso – rappresenta, nel bene e nel male, lo stimolo a cercarsi, l’emozione nel vedersi o, più semplicemente, rallegra rapporti di per sé strutturati per ragioni pratiche o infuoca casuali scambi d’occasione.
Simpatia, antipatia, empatia, ira, nostalgia e perché no, il tiepido, pannoso amor materno. È questo che sempre mi ha fatto difetto: sapere dove fossero dentro di me queste parole, riuscire a riconoscerle e sentirle, come guizzi dentro il petto. Mai ho saputo quante ne avessi e come dosarle.
Non ho saputo distinguere neanche il nero della voragine del dolore, salvo poi ammettere a distanza, da solo, la sua vera entità, senza spartire con nessuno alcuna emozione.
Provengo da una famiglia in cui mai sono stati nominati i sentimenti o detti gli stati d’animo, e da quando ho cominciato a gestire da solo le mie relazioni, ho sempre pensato che le parole proferite non potessero riuscire a descrivere una condizione interiore, bella o brutta che fosse, senza svilirla, senza restituire agli altri niente più di un superficiale compendio che avrebbe reso un’immagine distorta di me e violato con volgarità la profondità del mio sentire. O non sentire. Questo ha ristretto la cerchia dei miei interlocutori al numero minimo di uno, anche se, negli anni della maturità, ho ammesso intorno a me legami che comunque non ho avvertito mai come tali. Ho sempre dovuto compiere grossi sforzi di adattamento, adeguare il mio stile di comunicazione e la qualità stessa delle parole scelte, a un modo distante dal mio per nulla sintonico con il tentativo di essere me. Credo che per questo sia finito il mio secondo matrimonio, per l’incapacità di nominare il sentimento che ci univa. Potevo riconoscerlo dentro di me, ma mai ne ho fatto parola con la mia compagna.
Lei, del resto, deve essere stata a lungo impegnata a cercare di sanare le ferite che negli anni le avevo inferto, e a un certo punto deve aver perso interesse per me.
Sì, da un certo punto in poi deve avermi visto nella mia estraneità di uomo: un signore di mezz’età, piacente, giovanile, simpatico… un Tal dei Tali indisponente e sbruffone che aveva disatteso ogni accordo e tradito la complice alleanza che per anni ci aveva resi forti, imbattibili, a tratti immortali. Ma questo posso dirlo solo ora. Ogni giorno rinnovo i miei riti con scrupolosa attenzione. Mi alzo sempre alla stessa ora, né troppo presto né troppo tardi, indosso una vecchia giacca da camera color beige profilata di marrone che qualcuno deve avermi regalato molto tempo fa, e lentamente scendo in soggiorno. Apro le imposte, accendo la radio, preparo il caffè, faccio mangiare Seba, il mio cane, e fumo la prima sigaretta della giornata guardando fuori. Poi piano piano risalgo, lentamente mi lavo, mi vesto e poi riordino. Ho bisogno che tutto sia al suo posto, prima di potermi dedicare alle altre mie attività. Questa mattina, mentre rassettavo la camera, mi ha colpito al cuore il ricordo del gesto che faceva Clara, la mia seconda moglie, quando sistemava i cuscini sul letto rifatto. Non è stato un pensiero, ma una crepa. L’ho sentita aprirsi dentro di me; mi ha inondato una tenerezza infinita per quello scampolo di quotidiano e per un periodo della vita in cui, ma lo so solo adesso, ero un tutt’uno con me stesso. Li metteva vicini Clara, i cuscini. Attaccati, come se ogni mattina volesse ribadire la promessa di una notte da trascorrere insieme e il piacere di un’intimità familiare che avrebbe protetto il nostro sonno, il calore dei corpi, la soddisfazione del riposo.
Da qualche anno, lo ammetto, mi sono rimasti solo i gesti. Non nutro più alcun interesse per gli oggetti della casa. Ho bisogno che siano in ordine, ma non mi avvolgono più, non rappresentano più la fortezza in cui potermi rifugiare e trovare riposo. È tanto tempo che non godo più delle cose.
Adesso mi viene in mente quando Clara metteva sul letto le lenzuola pulite.
La sera mi distendevo nudo, fresco di doccia, sulla stoffa profumata, morbida e liscia. Mi voltavo sul fianco sinistro e la cercavo, per abbracciarla, per condividere quel momento di puro godimento domestico.
Eppure adesso so che a causa dei miei timori, delle reticenze, della poca abitudine a compromettermi davvero in una relazione amorosa, tutti i nostri anni insieme, fino alla fine, sono stati segnati da solchi sempre più profondi di non detto che sono diventati grumi, poi macigni, alla fine pietre sepolcrali.
Dopo aver riordinato, decido il da farsi. Se il tempo è bello, se non c’è vento, non fa troppo freddo, non minaccia pioggia, esco. Nonostante sia vecchio da un po’ e abbia ormai una certa dimestichezza con questa stagione della vita, ancor oggi mi fa penare rendermi conto di come le distanze, per me, siano dilatate e sempre più difficili da colmare.
Ho studiato con precisione i percorsi che mi sono accessibili, e fatto in modo di poter contare sulla possibilità di fare tappa. Ho censito panchine, muretti, recinzioni, che possano sorreggermi quando i dolori alle ginocchia si fanno insopportabili.
Non sto mai fuori a lungo, al massimo un’ora. Pane, giornale, sigarette. Tutto il resto mi si recapita a domicilio e per fortuna posso procurarmi senza difficoltà libri o giornali di mio interesse.
La cattiva notizia è che ogni giorno è più faticoso convincermi a uscire e solo raramente riesco a ritrovare il piacere di stare all’aperto: a volte sembra che l’aria voglia sopraffarmi con i suoi refoli leggeri, interferendo con il ritmo affannoso dei respiri. Spesso rimango a casa. Se c’è il sole, trascorro più tempo vicino alle finestre oppure, se il cielo azzurro, bugiardo, mi tenta con promesse di tepore primaverile, azzardo qualche passo sui ciottoli sconnessi del giardino di casa mia, il posto di cui si accontenta Seba quando non ce la faccio ad andar fuori e nessuno ci viene a trovare per fare due passi.
Quando c’era Clara, lo tenevamo in ordine il giardino. Lei ci teneva, e durante l’estate insisteva perché mangiassimo all’esterno. Così si sta un po’ insieme come quando ceniamo al ristorante, diceva. Mangiare in giardino ci permetteva di indugiare più a lungo a tavola, parlando, scambiandoci verità, bugie, propositi mai attuati, desideri … Era brava Clara, riusciva a creare un’aura speciale che era diventata il tratto peculiare del nostro stare insieme.
La aiutava il cibo, sapeva cucinare molto bene, e quella sua ostinata volontà di tessere la trama dei giorni, facendo in modo di ritrovare sempre qualcosa, un particolare anche minimo, un commento, un complimento, un gesto che, anche solo per un attimo, facesse scoccare una scintilla nei nostri occhi. Ogni volta che ci riusciva, traghettava entrambi fuori dallo stagno in cui eravamo caduti negli ultimi anni, e dava a tutti e due un buon motivo per continuare. Una cosa che non le ho mai chiesto, me ne accorgo solo ora, è quanto sforzo le costasse quell’operazione di traino.
Ci sono altre domande che non le ho mai rivolto, perché se lo avessi fatto, mi sarei costretto ad affrontare l’asprezza delle rocce delle sue richieste e la scivolosità dei ghiacciai del mio silenzio. Non le ho mai domandato, per esempio, se avesse mai perdonato il mio rifiuto. Non le ho concesso di donare la vita, e neanche di poter essere madre di un bambino non nostro. In realtà non ho mai proferito queste parole, non in questi termini almeno. Se devo essere sincero, è più facile che abbia affermato il contrario, manifestando il desiderio di essere padre. I no, i divieti e i rifiuti, io li agivo, innalzandole di fronte le barriere invalicabili e acuminate della mia incapacità.
Non mi sembra che siano peccati da poter perdonare.
Eppure lei ha sempre scelto me, fino a quando deve avermi visto come un cuore in inverno un po’ patetico, arroccato su se stesso e inabile alla profondità di un vincolo d’affetto.
Credo che sia successo quando scoprì che la tradivo. All’inizio negai, poi dovetti sottomettermi all’inconfutabile verità. Incerto sulla decisione da prendere, mi piegai alla sua forza, e per non spezzarmi dovetti trovare parole e gettarle, a casaccio, contro il suo incalzare senza tregua. Pretendeva chiarezza, accordi cristallini, scelte dichiarate e indiscutibili. Non la abbracciai mai, né le spiegai qualcosa o le rivelai il mio sentire. Come sempre, la costrinsi al compendio dei fatti. Rimasi, e questo fu quanto. Non che non mi pesasse la scelta. Ma rimasi, in onore alla vita che fin lì ci aveva attraversato insieme.
Deve averne sofferto, poi essersene fatta una ragione, e alla fine aver deciso di cercare la sua strada, ammettendo che potesse portarla lontano da me.
Da parte mia ho coltivato una ricca vita interiore, articolata, sonora, a tratti roboante, che sempre più, negli anni, mi ha impedito un sereno confronto con il mondo circostante e mi ha reso sterile.
Questi ultimi anni di assoluta solitudine, a ben guardare, ricalcano il mio stile.
Tutto avviene nella mia testa. Lo sforzo di capire, la soddisfazione, la frustrazione, il dolore, la gioia del ricordo. Se mi guardo indietro, quello che trovo è la somma delle mie assenze. Una presenza sempre esercitata per difetto. Sono sempre arrivato in ritardo, e sempre per conto mio, all’essenza delle cose, come una pellicola su cui i fotogrammi appaiono asincroni rispetto al sonoro. Ho sempre compreso dopo, e ogni volta attraverso la sofferenza, senza inibizioni o riservatezze, distillando gocce cristalline di autentico dolore.
Ho avuto un fratello, nipoti, amici due, autentici. Un padre scomparso prematuramente, una madre devota, tenace e combattiva. Una prima moglie acerba, amata come una sorella, che mi offrì un amore privo di giudizio come mai più avrei ricevuto. Insegnanti, colleghi, superiori, vicini di casa. Conoscenze. Una seconda moglie. Amanti. Un corollario di parenti. Persone di cui adesso ho bisogno, per la mia salute, per la spesa, per il futuro che non ho.
E con ognuno, nessuno escluso, ho commesso l’errore fatale dell’esercizio della distanza.
Mi sono sempre favorito, ho sempre sostenuto l’esigenza della soddisfazione delle mie necessità, in nome di una tutela ego centrata funzionale a rendermi autosufficiente, capace di assolvere ogni tipo di mandato, risolvere qualunque problema, sostenere ogni ordine di spesa, arrogante e a tratti impaurito, convinto di non poter contare su altri che me stesso. E poi la ricerca, l’abitudine a scavare, un minatore armato di piccone e lanterna che per sempre agognerà la totale comprensione, miraggio dorato e ingannevole, lussuoso pretesto per ritiri solitari, spesso consumati a discapito di malcapitati congiunti.
Da qui, dallo spiraglio di luce che mi rimane prima che le imposte siano definitivamente chiuse, vedo tutto quello che lascio dietro di me.
Immagini, proiezione privata ed esclusiva d’istanti di una vita trattenuta.
Sono state molte le occasioni in cui di me si diceva che non c’ero. Feste familiari, ma anche lutti, e pranzi quotidiani, calde sere d’inverno o domeniche estive. A volte di me si diceva che non c’ero anche quando ero presente. Poco importa se la mente mi riporta l’ipotesi della colpa condivisa, pensiero insinuante, fastidioso, pretestuosa chiave di lettura di anni e momenti remoti.
Voglio essere solo al giudizio. È adesso che guardo, e quello che vedo è un giovane uomo accartocciato su se stesso, impegnato a fondo in una ricerca astratta: il sé, unico, la cui affermazione pareva impraticabile.
Dal punto di osservazione in cui mi trovo adesso, uno dei peggiori stati d’animo è il rimpianto. Di questo si tratta. Faccio i conti con domande alle quali non so dare risposta. Perché non sono stato in grado di contenere le mie contraddizioni, perché non mi sono mai fidato, perché non ho mai spartito davvero la mia vita?
Unica soluzione, sempre, la fuga.
Eppure in cuor mio, di tanto in tanto, avverto un’ondata fremente d’amore.
L’ho detto. Mi colpisce a tradimento quando mi vengono in mente ricordi di Clara, ed è vera tenerezza quella che provo per i volti dei miei nipoti, le rare volte in cui li incontro, per quei corpi di giovani uomini forti eppure così evidentemente all’incognita della fragilità.
Dal mio punto di osservazione sono in grado di vedere tutta la strada che hanno davanti, la vedo tutta, ora che la loro vita s’incammina e la mia volge al termine.
In segreto, coltivo affetto per le persone che hanno percorso con me un tratto di strada. Ne sono geloso, non lo disperdo, ma quella fonte di ricchezza s’inaridisce. Non si coltiva da soli l’amore per gli altri.
Del resto, lo ammetto, la distanza era la mia corazza contro la possibilità di sbagliare. Se le avvicini, le persone imparano ad attendersi qualcosa da te, ti aspettano, diventano fedeli, e più aumenta la somma di questi atteggiamenti, più il margine possibile di errore s’innalza.
Ho sempre sbagliato, e ogni volta che accadeva, la massa di dolore si faceva sempre più spazio dentro di me.
Con Clara era diverso. Lei sembrava comprendere anche quando il mio comportamento era onestamente indifendibile.
Clara. Ha saputo danzare al ritmo dei miei passi, fino a quando, ballando, le ho pestato i piedi. Quando ho smesso di fare anche quello, quando non l’ho neanche ferita più, l’ho perduta.
Sono stato avaro, pur consapevole che il bene prezioso gelosamente custodito era destinato a scomparire.
Come in una fiaba, la condizione affinché tutti potessero vivere felici e contenti era che dilapidassi i miei gioielli, proprio come diceva la voce del prete che ho ascoltato alla radio. Altrimenti era inevitabile che fossi condannato al gelo della solitudine, e che per sempre si agitassero dentro di me i nomi e i volti di tutte le persone che, come senza volerlo, ho amato.
Sì, senza volerlo, come se questo non facesse la differenza.
Senza impegnarmi, compromettermi, sporcarmi, senza farlo sapere.
Come se l’amore fosse un tutt’uno con la distanza e il rifiuto, come se il mio posto fosse sempre un po’ all’esterno. Un po’ discosto dalla tavola imbandita, un po’ laterale nelle fotografie di gruppo, un po’ troppo avanti, da solo, nelle camminate in montagna. Gli altri, all’opposto, vedevano un egocentrico pieno di sé, convinto di avere sempre ragione e di essere sempre al centro dell’attenzione.
Mentre scrivo, deciso a lasciare almeno questa traccia di me, Seba, il mio cane, mi è seduto vicino.
Ogni tanto lascio andare una carezza sul pelo folto che gli ricopre il dorso, e ogni volta lui alza lo sguardo verso i miei occhi e mi ricambia. Struscia il muso sulla mia gamba, muove piano la coda in segno di riconoscenza.  È un bravo cane, il mio Seba. Ha adeguato il suo passo al mio, e sacrifica la potenza delle sue zampe al mio incedere stentato, senza allontanarsi mai.
Ci unisce una reciproca dipendenza priva di perché. Seba non si aspetta nulla da me, è felice se anch’io lo sono, e nei giorni di tormenta aspetta che mi passi, attende con pazienza il gesto che gli indichi il segnale di tregua. Da parte mia, la sua presenza mi sollecita un sentimento genuino.
Non mi giudica mai, il mio cane, non vorrebbe che fossi diverso, gli è sufficiente che io ci sia. Il mio amore silente forza le catene e si manifesta, riscaldandomi il cuore e le ossa e muovendo le dita, che di tanto in tanto arruffano il pelo del suo dorso.
La mia ultima possibilità, un regalo della vita affinché potessi finalmente viverlo, l’amore che sento e che sempre ho tenuto imprigionato fra le sbarre delle mie paure, nascosto nella cella del timore di non essere all’altezza, sepolto fra i rovi del calcolo distaccato.
Può essere lui, il mio Seba, a indicarmi la via che mi aiuti a ricomporre i miei pezzi sparpagliati?
Più di ogni altra cosa mi addolora pensare che me ne andrò lasciando dietro di me una scia di delusione. Quanti, che profondamente ho amato, quando sapranno della mia scomparsa riconosceranno la perdita di qualcuno che li ha amati?
Il dolore di questo pensiero non si può lenire con generiche scuse, o distribuendo tardivi ringraziamenti.
Di più ancora mi fa male sapere che la mia vita è servita solo a me.
Per questo intendo adesso lasciare queste poche righe, perché gli altri sappiano tutto ciò che in una vita non ho detto, e per mostrare ai pochi che leggeranno l’errore che ho commesso, perché non diventi anche il loro, perché ne facciano tesoro e lascino correre la voce: va sperperata la vita, non tenuta per sé.

T, stremato, posa la penna, scosta il corpo dal tavolo e si abbandona sulla spalliera della sedia. Un gesto da niente, che pure Seba registra muovendo appena la punta della coda. Prima di cedere al sonno, T. gli rivolge uno sguardo pieno d’amore.

Ossicini


Saltello.  
Un balzo di qui, una corsa di là. So correre veloce, sììììì, velocissima, mentre corro annuso, e mentre annuso guardo, e il cuore ruzzola anche lui insieme a me, una scheggia, mi rimbalza nel petto per la felicità, per la bellezza di questa radura, per i profumi che mi si tuffano in velocità dentro le narici, per quello che le mie pupille assorbono, frammenti di paesaggio ad angolo giro mentre sfreccio a settanta chilometri orari, perché sono pazza di gioia e anche perché sono un po’ impaurita.
Ho paura che si arrabbi. Come chi? La mamma! Mi ha lasciato in una zona riparata fra le rocce, protetta da un cespuglio di rovi.
Stai ferma qui. Immobile. Non hai odore, lo sai, e quindi non può trovarti nessuno se non ti muovi, mi ha detto.
Ma come posso stare ferma! I miei sensi la sentono la vicinanza delle erbe di campo, della frutta, del grano, e le mie zampe sono fatte per sfrecciare…  
Adesso corro ancora due volte intorno a quella vigna laggiù, faccio lo slalom quando arrivo ai sassi e poi torno nel mio covo, che magari mamma non si accorge e mi permette di…

Sara! Sara! Ehi, dormi o sei sveglia? Ma dove hai la testolina, sono dieci minuti che ti sto chiamando!
Dai piccolina, guarda, ci hanno portato il pranzo.
Che spavento! Meno male che mamma non si è accorta… Spalanco gli occhi e la vedo seduta vicino al mio lettino. E’ bella mamma, e mi sorride.
Invece io non posso. Non so come si fa. Non so neanche se ce l’ho la bocca, io.
Ma nel prato in cui corro funziona tutto perfettamente. Ho denti buoni per mordicchiare le erbette selvatiche e i germogli… Buonissimi!

Sara, vieni cucciolina, dai che mangiamo.

Non mi piace mangiare in questo posto.
Dice mamma che sono una bambina bravissima e coraggiosa.
Lei ancora non lo sa che sono una lepre.
Io l’ho capito da sola.
Ce ne sono tanti bambini qui, ma nessuno è come me. Li ho guardati bene: sotto il naso hanno due strisce arrotondate, morbide, rosa. Labbra, si chiamano. Anche la mamma le ha, lei colorate di rosso. Sono molto belle, si possono aprire, e quando le apri puoi far uscire parole, risate, sbadigli, oppure far entrare aria, acqua e cose buone da mangiare.
Io no! Non somiglio a nessuna delle persone che sono qui. Somiglio a Bruscolino tutto pepe.
Come chi è? Il leprotto grigio che salva Biancolina, la sua amica coniglietta finita nella rete dei cacciatori. Bruscolino corre a chiamare lepri, conigli, scoiattoli e tutti insieme rosicchiano la rete finché riescono a liberarla.
Bruscolino e Biancolina hanno una pelliccia bellissima, la pancina rosa, lunghe orecchie e occhi grandi.
La loro bocca è piccola e come spaccata in due. Uguale alla mia, ho pensato, quando li ho visti nel libro che mi ha portato mamma. Ecco a chi somiglio! Sono una lepre, non una bambina, e adesso scappo via, fuori, nel prato, a giocare con Biancolina! Evviva!
Dice mamma che mi mancano le ossa del palato, e che se avremo tanta pazienza i dottori me ne faranno uno nuovo tutto per me.  Apre la bocca e mi mostra il suo, per farmi capire cos’è, il palato. Mi fa ridere, adesso non riesce a parlare con quelle labbra spalancate, emette solo versi, proprio come me… Dopo me lo metteranno mentre dormo, dice mamma, e quando mi sveglierò avrò anch’io la mia bocca, labbra, sorriso e tutto, anche il colore rosso come il suo.
Vorrei dirle che sono una lepre, non una bambina, e che non posso stare chiusa in questo ospedale, ma mamma non mi crederebbe.  

Saraaa, scendi, è arrivato il babbo, vieni che si mangia!

Bruscolino tutto pepe… ma non ci posso credere. Avrò letto questa storia cento volte, nel lungo periodo trascorso in ospedale per curare la mia labiopalatoschisi. Studio in un’altra città e torno qui di rado ormai; quando vengo a trovare i miei genitori dormo ancora nella stanza che fu la mia cameretta. Mamma non ha spostato quasi nulla, e sulla libreria ci sono i miei libri di bambina. Quello che ho in mano mi sbalza indietro nel tempo, facendomi precipitare a picco dentro me piccina.
Non è solo un ricordo. Riesco a sentire quello che provava la bambina che ero, costretta a rimanere a lungo in un reparto ospedaliero, così impaurita da inventarsi un mondo di fantasia e una diversa identità in cui rifugiarsi. Avverto vivido come allora un sentimento di grande solitudine. Mamma ne era addirittura spaventata, cercava in ogni modo di rendermi sopportabile la realtà e di spiegare con parole semplici la mia malattia: sono solo due ossicini, non avere paura piccolina, sei una bambina bellissima e brava, non avere paura, vedrai.
Dal piano di sotto la voce di mia madre mi scuote. Saltello giù per le scale.
I capelli raccolti in due lunghe code ai lati della testa, mi rimbalzano sulle spalle.
Le narici fremono, stuzzicate dai profumi che provengono dalla cucina.
Oggi pranzo speciale in tuo onore, annuncia mamma mentre porta in tavola il vassoio. Mi trattano ancora con l’attenzione premurosa dei miei anni di bambina. La malformazione con cui sono nata e gli interventi chirurgici subiti mi hanno resa per sempre vulnerabile ai loro occhi.   
Come ogni volta che vengo, adesso babbo e mamma faranno a gara a raccontarmi tutte le fasi della complicata ricetta che hanno cucinato per me.
Questa volta ci siamo superati – è babbo che parla. Ho preparato la marinata con un bel rosato dell’Elba, e l’ho profumata con tutti gli odori, cipolla, sedano, carota, alloro, bacche di ginepro e chiodi di garofano. Una notte intera ce l’abbiamo lasciata… E poi la cottura, perfetta: vivace all’inizio e poi lenta, a fuoco moderato…
Ora mamma gli toglie la parola: e prima di cucinarla l’abbiamo disossata per bene, che non ci fossero ossicini puntuti a darti fastidio alla gola…
L’ho detto, mi trattano come se fossi ancora piccola…
Ecco Sara: la miglior lepre in salmì che potrai mai assaggiare!
Lo dicono in coro. Mi guardano contenti, in attesa della mia approvazione.

Mi basta uno sguardo e con le pupille ad angolo giro intercetto lo spiraglio della porta finestra alle mie spalle. Il cuore mi rimbalza nel petto, muoio di paura ma carico tutto il peso sui muscoli delle zampe posteriori e mi lancio in avanti. In un attimo sono fuori dalla stanza e via, balzo dopo balzo corro all’aperto, sento l’aria fresca strofinarsi sulle mie lunghe orecchie, il pelo scompigliato dalla velocità della corsa.

1 ottobre

Non mi lasci qui, vero mamma?
La voce lacrimosa della bambina, diffusa fra i banchi della classe, aveva ramificato veloce fra le sedie e afferrato le caviglie della mamma, già sulla soglia. Un’incertezza l’aveva arrestata, prima di proseguire decisa oltre gli stipiti della porta, senza farle decidere di voltarsi.
Non era nei patti, la bambina lo sapeva.
La mamma glielo aveva ripetuto molte volte nei giorni precedenti, mentre le mostrava quello che aveva acquistato per lei, per il suo primo giorno di scuola. Scarpe bianche di pelle con la fibbia dorata, calzettoni traforati bianchi di cotone, e il grembiule, tutto bianco anche quello, con le tasche a toppa. Un nastro rosa da annodare intorno al colletto.  
In prima elementare ci vuole rosa il fiocco, diceva la mamma.
C’era anche una cartella color vinaccia e un astuccio verde rettangolare pieno di matite appuntite e colorate che la bambina non avrebbe dovuto perdere mai.
La bambina sapeva che sarebbe arrivato il tempo in cui anche lei avrebbe cominciato ad andare a scuola. Suo fratello lo faceva ogni giorno, a parte in estate. Usciva la mattina e tornava all’ora di pranzo. Quello che proprio ignorava, era cosa avrebbe dovuto fare, a scuola.
Imparare a leggere e a scrivere. Ma che voleva dire imparare?
Una brava bambina come lei non avrebbe pianto, il primo giorno di scuola. Si sarebbe seduta al posto che le avrebbero assegnato e subito, subito ripeteva la mamma, avrebbe dovuto ascoltare ciò che aveva da dire la maestra.
In effetti, la signora maestra parlava, e scriveva su una parete nera sovrapposta al muro con delle penne corte, i gessi;  la parte nera, aveva imparato, si chiamava lavagna.
La bambina sapeva cosa significasse scrivere. Lo facevano tutti in famiglia a parte lei. Quello che non riusciva a capire era come fosse possibile riprodurre sul foglio a quadretti del suo quaderno i segni che la maestra depositava sulla la-va-gna.
Era consapevole di non essere all’altezza. Non certo lei avrebbe potuto esserne capace. Altri forse. La mamma, suo fratello, il babbo. Forse anche la zia. Ma certo non lei.
La bambina si trovava quindi in una situazione difficile. Per la prima volta nella sua vita era stata affidata a una persona che non conosceva, insieme a molti altri bambini che parevano sicuri e contenti di trovarsi tutti insieme in quella stanza che si chiamava aula. Prima A, era il nome della classe.
Ora si ritrovava sola e sottoposta a delle richieste che in nessun modo avrebbe potuto soddisfare. Probabilmente questo le avrebbe causato dei problemi e, per la prima volta nella sua vita, non avrebbe potuto chiamare mamma.
Questa, bambini, é la data di oggi, e d’ora in poi ogni giorno la scriveremo sul nostro quaderno. Coraggio, ricopiate dalla lavagna: 1 ottobre 1968, martedì.
Le scarpe bianche con la fibbia dorata le facevano dolere le dita dei piedi, e i calzettoni traforati le scivolavano lungo il polpaccio. Se avesse potuto concederselo, avrebbe urlato che le odiava, quelle scarpe bianche, e che lei a scuola non ci sarebbe andata mai più, mai più, è chiaro?
Ma non era nei patti. Lei era una brava bambina che non avrebbe fatto stare male la mamma. Non poteva andare a lavorare, la mamma, con il pensiero che lei facesse le bizze.
Si sarebbe seduta brava al suo posto e avrebbe ascoltato la signora maestra.
Però la mamma non le aveva detto che la maestra le avrebbe chiesto di scrivere.
Lei non sapeva scrivere, non era all’altezza del compito che le veniva richiesto, non ce l’avrebbe fatta mai.  Impossibile.
Coraggio, copiate, non importa come lo fate, adesso passo fra i banchi e vi aiuto io.
La bambina si trova davvero in una brutta situazione.
Prima di andarsene, la mamma le ha aperto l’astuccio, che così spalancato sul ripiano del banco deve essere controllato, affinché nessuna delle matite si perda. A fianco il quaderno a quadretti mostra sulla copertina pesciolini colorati che nuotano in mezzo a piante acquatiche.
Deluderà tutti, nessuno le vorrà più bene.
Non la mamma, che tanto si era raccomandata. Devo lavorare, lo sai. Non mi far stare in pensiero. Ascolta quello che dice la maestra e mi raccomando, non piangere.
Non la maestra, che si farà una pessima opinione di lei, una bambina incapace di scrivere.
Non gli altri bambini, che aprono il quaderno, impugnano il lapis e aspettano fiduciosi la maestra.
Non suo fratello, che la prenderà in giro come quando le ha insegnato ad andare in bicicletta.
Forza, non guardare la ruota, dai, alza la testa, pedala… Glielo ripeteva di continuo sulla strada di campagna dove l’aveva portata. Su entrambi i lati scorrevano fossi colmi di acqua scura su cui fioriva l’opaco giallo di una sorta di micelio da cui lei non riusciva ad alzare lo sguardo. Ne aveva paura. Non di cadere, no. Era l’acqua nera in sé che la spaventava, ma certo non poteva dirlo a quel fratello così grande che quando si occupava di lei sembrava sempre un po’ annoiato. Non era nei patti. Aveva impegnato una domenica mattina per insegnarle ad andare in bicicletta, non poteva certo dirgli che voleva tornare a casa, possibilmente a piedi.
Ne è sicura. Bruscamente lui le dirà che una come lei non imparerà mai a scrivere.
La maestra cammina fra i banchi. Si avvicina a ciascun bambino, controlla quello che ha scritto e poi sorridendo lo esorta a riprovare, accompagnandogli la mano con la propria.
La bambina adesso è terrorizzata. La maestra arriverà anche da lei, e allora si accorgerà che non ha scritto niente. Si arrabbierà, lo dirà alla mamma, e lei a suo fratello. Tutti insieme, la sera, lo riferiranno al babbo, che la guarderà severo.
Sei una mangiapane, le dirà. Non sai scrivere. Batterà la mano sul tavolo e tutti, dopo, finiranno la cena in silenzio senza più gusto. La manderanno a dormire senza farle guardare Carosello, e parleranno di lei, maledicendo la sfortuna di avere avuto una figlia così buona a nulla. Meno male che abbiamo lui, diranno, carezzando la testa del fratello.
Eccola, è già arrivata al banco dietro al suo; non si volta, eppure la bambina avverte chiaramente lo sguardo di rimprovero della maestra sfiorarla e depositarsi sulla pagina bianca.
Adesso è qui, proprio accanto a me. Avvicina il suo volto al mio, ormai rigato di lacrime.
Ha così tanta voglia di sfogare liberamente il pianto che le duole in fondo alla gola. Sembra che i capelli, il naso, la pelle gemano lucciconi che le bagnano il viso. La bocca, chiusa dal morso dei denti sulle labbra, a un tratto si spalanca, cede come una diga e lascia uscire in un fiotto un unico enorme singhiozzo che diventa un urlo, e in quel grido racimola tre parole che scaglia nella classe come una grandine: non so scrivere!

Bene, dice la maestra, va molto bene che tu non sappia scrivere. Sei venuta a scuola per imparare, come tutti. Ti aiuterò io, non avere paura.Quando suona la campanella la maestra consente a tutti di alzarsi per fare una cosa molto difficile da pronunciare, la ri-crea-zio-ne.
Con il suo permesso si può andare in bagno due per volta, lavarsi le mani, e dopo mangiare lo spuntino portato da casa.
La bambina non si muove dal suo posto e nemmeno tocca il sacchetto a quadretti rosa, ricamato con il suo nome. La mamma ci ha infilato un tovagliolo, la bottiglietta di plastica bianca con l’acqua, un pezzettino di schiacciata con l’uva, ma la bambina è stremata, non vuole mangiare né bere.
La maestra le si siede accanto, non sembra arrabbiata. La bambina non ha dimenticato ciò che le ha detto poco prima, ma non sa se fidarsi.
O, dice la maestra, una letterina rotonda. Per farla parlare bisogna aprire la bocca, così: o.
Ha bisogno del respiro per avere il suo suono, la o di oca, di orso e di ottobre. Oooooo, la letterina che ci meraviglia, dice la maestra.
Un gioco irresistibile.
La maestra aiuta la bambina a osservarla, la lettera O, a sentirla dentro il petto, a cantarla e infine a riprodurla.
La mano incerta s’affida e infine riempie di piccoli cerchi imperfetti la prima pagina del quaderno.

Per la bambina non fu mai facile, nei cinquant’anni che seguirono, ammettere la propria forza e la capacità della propria intelligenza.
Sempre le fu d’aiuto il potere delle parole, che una maestra le insegnò ad amare

Gina ballando ballando

Per Gina, perché forse è andata così.

Precipito.
Una forza incontrastabile mi spinge all’indietro: sono investita dal getto potente di una sistola che sputa aria, non acqua. Aria. Mi attraversa la mente questo particolare da niente, mentre mi sento portare via. 
Arretro scomposta, le braccia e le gambe spalancate, la schiena inarcata in avanti. Cerco di proteggermi, tengo gli occhi serrati, ma quel soffio non mi lascia scampo. Arretro.
Che troverò dietro di me? Volteggiassi almeno, mi desse spinta quest’aria feroce per sollevarmi un po’ e guardare cosa mi passa accanto. Ma no, non c’è niente da fare, volo all’indietro, terrorizzata dal vuoto che avverto alle mie spalle.
Intuisco sporgenze intorno a me, radici, arbusti, ma niente possono le mie mani.
Il pensiero di afferrarmi scivola insieme a me, scompare prima che uno solo dei miei muscoli riesca a farmi stringere le dita intorno al vecchio tronco che pure ondeggia e si piega, strapazzato dal vento che mi porta. I polsi infiammati. Ramoscelli frondosi li frustano al passaggio. 

Spalanco gli occhi. Gina, dove sei? No, niente, un sogno, solo un sogno. Così reale che nelle orecchie ho ancora il frastuono di quella massa d’aria, gli arti indolenziti e le dita delle mani contratte.
Le guardo, mi ricordano le zampe della gallina con queste unghie ritorte e piegate in avanti.
Come mai non me le sono tagliate?
Adesso mi alzo, devo aver sudato, mi sento umida e anche le lenzuola sono bagnate.
Adesso mi alzo.
Perché non riesco a muovermi?

La paura mi gela, sento un vuoto che mi spalanca la pancia. Ricomincio a sudare, terrorizzata dalla mia immobilità. Nella testa prende forma la voragine in cui precipitava il mio sogno. Posso girare la testa, ci vedo, intorno a me riconosco gli oggetti di sempre. L’armadio bianco a quattro ante, la sedia di legno, il cuscino ocra, e sul ripiano del comodino, qui vicino a me, un cartoncino plastificato, riconosco la mia scrittura. Ascolta Gina, lo abbiamo scritto, ti ricordi? Foglietto giallo a righe, inchiostro rosso. Dov’è? Non me lo ricordo dov’è, ma sono sicura che avevamo appuntato con precisione tutte le operazioni da fare per scendere dal letto. Aspetta, è la mano destra quella che si muove. Ecco, mi è tornato in mente. Con la destra afferro il foglietto giallo. Ora leggo, eseguo i movimenti e poi via, a vedere che ci aspetta, a rinnovare questo giorno appena cominciato.
Ma che dico? ma come parlo? Il giorno appena cominciato… come una signorina… Niente chiacchiere invece, devo sbrigarmi, se torna a casa e non è tutto pronto, me lo fa vedere lui, il giorno appena cominciato. Quando lui rientra tutto deve essere a posto.
Caspita, devo ancora cucinare.

Lui, che vuoi che ti dica, è fatto così, lui.
Mi ha sposata perché a casa sua avevano bisogno di una che tenesse in ordine la casa e gli uomini che la abitavano: lui, suo fratello, suo padre, che gli aveva affidato il compito di trovare una brava ragazza.
Non fece storie quando venne a prendermi. Allora lavoravo a servizio presso una delle famiglie benestanti del paese. Aveva chiesto ai miei padroni il permesso di portarmi fuori, si faceva così da noi alla fine degli anni cinquanta.
Un bel giovane, uno del paese… praticamente neanche lo conoscevo. E’ diventato mio marito perché una sera mi ha spinto contro un muro.
Avevamo fatto due passi, neanche parlato; lui, ah lui, fra una sigaretta e l’altra aveva borbottato qualcosa.
Ma che fa? Sbottonati il cappotto, dice. Poco meno di un ordine. Ma che vuole?
Con quel freddo, me lo sono trovato addosso, sulla schiena la parete ruvida su cui mi aveva spinta. Si sgancia un solo bottone. Una mano appoggiata al muro dietro di me, per sostenersi. L’altra ad afferrarmi i fianchi, per spingermi il bacino contro.
Una sensazione di freddo e poi dolore, un’esplosione dentro di me. Credevo che mi avesse uccisa.
Mi aveva solo messa incinta. Ecco, sono diventata donna in mia assenza
Quando era venuto a chiedere il permesso di uscire mi brillavano gli occhi. A ballare, sì! Mi avrebbe portata a ballare! Ho sempre adorato ballare, era come se la musica mi passasse dentro i muscoli, non potevo stare ferma.
Ma lui a ballare non mi ci ha portata mai. E’ fatto così, che ci vuoi fare.

Ehi! Oh! Cosa!
Mio marito non mi ha mai chiamata per nome. Mai.
Non ero nessuno, e quindi il mio nome non contava.
Ehi! Oh! Cosa.
Questo ero. Una cosa. Lavavo, stiravo, pulivo, cucinavo, partorivo i figli e li crescevo.
Tre ne ho messi al mondo. La mia gioia, la forza che mi davano quei tre pupi.
Gli insegnavo a chiamarmi mamma. Mammammamma. Uno alla volta imparavano, e io ero la loro mamma, non una cosa.
Lui usciva presto, tornava a casa per pranzare e per cenare. E per salirmi addosso ogni tanto, di sera.
Mi ammazzavo di fatica, ma quei tre tesori, nati a pochi mesi di distanza l’uno dall’altro, mi davano speranza. Appena avevo un po’ di tempo, via a giocare con loro, si faceva il teatro dei ballerini…
Lui non se ne curava. Solo, non voleva sentire rumore.
Quando tornava, la sera, facevo in modo che dormissero già.
Ma a volte non bastava. Se anche uno solo si svegliava, se uno solo piagnucolava o si lamentava nel sonno, lui spalancava la porta della loro cameretta e li minacciava.
Ho da andare a lavorare io! sbraitava in dialetto, facendoli piangere forte.
Non ci volle molto perché cominciasse a usare le mani.
Mi mettevo in mezzo, tanto per lui era uguale: uno valeva l’altro. Quel che aveva da fare era prendere a botte le sue cose quando lo irritavano. Quando non si comportavano esattamente come lui aveva disposto. Quando non stavano ferme nel posto che lui gli aveva assegnato. Quando dicevano parole che non gli erano gradite.
Che potevo fare io?
Ballavo, giravo intorno al tavolo finché lui non riusciva a prendermi.
Ballavo.

Caspita, non me lo ricordo mai.
E’ così ogni nuovo giorno, non riesco mai a rammentarlo subito.
Sono libera, ah Gina? Lui non c’è più, e io ballo per tutto il tempo che desidero.
Neanche il sogno che mi instrada al risveglio, neanche quel volo pauroso riesce a evitarmi la ricerca della verità con cui, ogni mattina, devo fare i conti.
Ma ci pensi? Prima mi era sufficiente un solo movimento di busto spalle e bacino, et voilà, ero seduta sul bordo del letto, i piedi già poggiati per terra. Incredibile. Mi sembrava un fatto scontato, normale, non certo un prodigio di cui meravigliarsi. Una volta alzata stavo in piedi, e senza sforzo sapevo mettere un piede davanti all’altro e camminare. Ci pensi? Camminavo ogni volta che volevo.
Adesso? Adesso ballo.
Sì, lo so, ho perso tempo, mi sono decisa tardi a farmi vedere da un medico.
Tempo. Ah! Me lo ricordo bene. Lui era morto e io finalmente possedevo tutto il mio tempo.
Caspita, non ci avrei rinunciato per niente al mondo.
E poi, lo hai sentito anche tu, è stato chiaro il dottore: una volta comparsa, la malattia non si ferma…
E allora? Tardi per cosa?
Te le ricordi le prime avvisaglie? Avevo cominciato a dimenticarmi piccoli dettagli, cose da nulla, di tutti i giorni. Ma sì… Perdevo il cordless, non riconoscevo qualcuno, mi scordavo dove tenevo le tazze per il caffè. Ma finché potevo camminare cercavo, e alla fine riuscivo sempre a recuperare tutto. Ricordo che mi sentivo un po’ impacciata nei movimenti, e non capivo come mai le dita delle mani e dei piedi sussultassero. Piccoli scatti, come per caso, ma molte volte al giorno.
Non volevo arrendermi.
Mi vergogno un po’ a dirlo: per la prima volta da quando ero al mondo, vivevo una vita che mi soddisfaceva pienamente.
Così facevo finta di nulla.

Lui non ci risparmiava. Bastava un errore. Ci afferrava le spalle e ci sbatteva contro il muro, tante volte, tante, fino a quando non ci vedeva diventare lividi in volto, il fiato mozzato.
Posso dirlo? Una bestia
Poi si ammalò. Te lo ricordi? La malattia lo rese ancora più cattivo perché dipendeva da me.
Stupido bastardo, pensavo.
Me ne occupai. Provvedevo a tutto, efficiente e gelida, e gli ridevo in faccia.
Aveva mille motivi per prendersela con me, ma a picchiarmi non ce la faceva più; mi fermavo davanti a lui, lo fissavo mentre cresceva la sua rabbia. Mulinava le braccia, ringhiava e sputava, ma prendermi non poteva più. Gina, eh, te lo ricordi? Seria in volto ballavo e facevo tutto quello che lui mi aveva sempre proibito.
Ogni mattina, andavo al bar a bere il caffè. Piano piano mi feci qualche amica con cui uscivo ogni tanto per andare a ballare sul serio. Ma ci pensi! Dancing, milonghe, sale da ballo…
A quasi sessant’anni scoprii la città, il cinema, le librerie, i palazzi del centro, l’arte delle chiese.
Cominciai ad essere me. E le scarpe, te le ricordi Gina? Raso di seta rosa con sette centimetri di tacco… Ah Gina, quasi mi vergogno… figurati, a quell’età.

E poi lui è morto, e io non ho più smesso di ballare.
Da quando non riesco più a muovermi e nemmeno a parlare, vivo in una realtà che appartiene solo a me. Certo, so ancora dove sono. Questa è la mia casa, vedo quella giovane donna cui i miei figli mi hanno affidata che si muove in queste stanze, le riordina, mi lava, mi sposta, mi nutre. Ma il mio silenzio la zittisce, non mi parla mai. D’altronde io sono chiusa dentro di me, più spesso ferma in un ieri lontano che nel giorno che c’è.
Non è esatto dire che penso. Sono visioni che ho, così reali da sembrarmi presenti, vere.
Alla fine è meglio così.
E’ stato più difficile da affrontare il periodo della motilità lentissima, come dicono i dottori, per non parlare di quei gesti a scatti. Non ci si può credere, non controllavo più né braccia né gambe. Il mio corpo mi faceva la guerra, si scatenava contro di me, mi puniva per quel desiderio tardo di musica e di libertà. A volte mi bloccavo, te lo ricordi, le braccia tese in avanti, i polsi e le mani che giravano, mentre – ferma sul posto – le ginocchia si piegavano e tornavano dritte un sacco di volte, il busto oscillava avanti e indietro e i fianchi si dimenavano scomposti di qui e di là.
Còrea, si chiama così la mia malattia. Deriva dal greco, mi han detto, significa danza.
Ah sì, pensavo, è questo che vuoi? E allora tieni, tanto non mi avrai. Imparavo ad esistere dentro di me, e ballavo. 
Gina ballando, ballando… come quella canzone…
Lo so, lo so che ti preoccupi. Ma io sto bene, stai tranquilla.
Lo so, mi è rimasto solo un filo di voce.
Ma credimi, dentro di me parlo come non ho mai fatto. Se mi sentisse lui… Ah! Non lo sopporterebbe.
Fuori non mi si intende. Ballo, ma non riesco più a dire una parola. Solo io posso sentirla, la mia voce.
Invece mangiare non posso più. Hai visto come sono diventata magra, anche i liquidi qualche volta non riesco a mandar giù.
Ma quale problema, Gina! Sono leggera come una nuvola e volo in mille giravolte…
Certo, hai ragione, per i vestiti è un problema. Vorrà dire che li faremo stringere un po’.
Te la ricordi la gonna verde con gli spacchi laterali? E i babucha neri, aperti sui lati… Gina, ma ci pensi, chi lo avrebbe mai detto che sarei riuscita a vestirmi così, ad entrare in una sala da ballo, a sentire le braccia di un uomo leggere e senza inganno che mi sostengono, mi guidano, accompagnano i movimenti del mio corpo.
Ogni volta ringrazio il cielo, no, non per averlo fatto morire, ma per avermi liberata dal macigno di esistere appesa a un altro, al tiranno dei miei giorni.
Non mi guardare più, adesso basta parlare.
Ora si balla, Gina. Non ho neanche vent’anni e i miei padroni mi hanno concesso una serata di libertà. Le strade sono ghiacciate e anch’io sono gelata, ma le luci blu di questa milonga mi scaldano la pelle e il cuore. Lui mi vede subito e mi chiede di ballare. E’ un bel giovane, uno del paese, lo conosco appena ma balla benissimo, mi lascio guidare ad occhi chiusi, avvolta dal silenzio delle nostre voci, sospesa nel lamento melodioso della fisarmonica.
Mi sento bene, esile e veloce, una libellula libera, in pace. Davvero, mi sembra di avere le ali, meravigliose ali colorate che mi sostengono mentre volteggio, roteo, salto… Vieni, vieni con me Gina ballando, ballando.

Chiamata d’urgenza, la dottoressa che constatò la morte della signora Gina S., per lungo tempo non dimenticò il movimento scomposto di quel corpo, illuminato da un sorriso radioso soffuso sul volto straziato.    

Minerva

Non si butta via niente! hai detto, sbattendo la porta di casa, mentre lo scalpiccio dei passi già slabbrava il tuo profilo, annacquato nella nebbia gelida.
Ancora ghiaccia questa mattina di inizio marzo; la luce scialba si appresta a depositarsi sulla terra con cattive intenzioni. Come se il cielo scoprisse i denti e le gengive: pronto alla lotta, mi è capitato di pensare.
Era accaduto altre volte. Uscivi carico di rabbia, troppo addolorato per sopportare la mia inaccessibilità e timoroso di assistere alla reazione che la voce e il tuo corpo avrebbero prodotto, se ti fossi concesso di esprimerti.
Camminavi per ore. La strada ti depositava verso sera sulla porta di casa esausto e svuotato, pronto a ricominciare da capo.
Chissà perché, permettevo che accadesse.
Entrambi conoscevamo ormai il copione a memoria.
Ci ritrovavamo in cucina. Io versavo il vino in un calice dal quale sorseggiavamo entrambi; ti preparavi una sigaretta e quando accendevi la tua, davi fuoco anche alla mia, sostenuta fra l’indice e il medio, in attesa.
Ci dicevamo mesti che era l’ora di lasciarci andare ciascuno per la sua strada.
Un brivido sottopelle segnalava a entrambi il pericolo imminente. Ragionavamo su chi avrebbe tenuto il cane, scandagliavamo ogni possibilità solo per arrivare al punto in cui gli occhi dell’uno o dell’altra si sarebbero riempiti di lacrime. Il cane appoggiava il muso sulle ginocchia di uno dei due, lo sguardo malconcio, come se le parole nell’aria lo intridessero dell’amarezza che aleggiava nella stanza.
Più tardi mi sarei alzata e avrei messo su qualcosa per la cena. O lo avresti fatto tu.
Più tardi, saremmo andati tutti e tre a dormire nello stesso letto.
Questa mattina era diverso. Si sarebbe consumato tutto il giorno, senza assistere al tuo ritorno.
Fuori dalla finestra nessuna sorpresa. Questo cielo oggi non avrebbe prodotto niente più che due tonalità, il bianco e il grigio. Non vedo altro. Non le facciate delle case di fronte, non la strada che ti ha portato via, non un pezzo di cielo o un albero. Sfumati insieme, appena un po’ mescolati, questi due soli colori offrono una via d’uscita a ciò che avviene alle mie spalle. Rimanere poggiata ai vetri e guardare fuori è un modo, ora, per cercare impronte diverse su cui modellare questa giornata.
Nelle stanze, dietro di me, avverto la fatica leggera dell’orma che hai lasciato. La stessa che ricorda il mio corpo, da poco riaffiorato dal sonno della notte appena trascorsa. Il cane sta, accucciato con il muso rivolto alla porta, in attesa.
Ecco, ogni cosa non avvenuta si concentra in questa mattina.
E’ quindi questo che è accaduto?
Il gesto banale scatena la furia dolorosa, rivelandone a un tratto la potenza.
Non credevo che sarebbe potuto davvero accadere.
Non lo voglio sapere.
Mi stacco con fatica dai vetri chiusi, trovo la forza di voltarmi e di guardare ancora dentro le stanze della nostra casa. Non ci conoscevamo affatto quando siamo venuti a vivere qui.
La nostra intimità creata da zero, come lana lavorata ai ferri. La prima catenella si palesa come dal nulla e poi gli aghi lunghi che convincono il filo, lo esortano, lo arpionano affinché si faccia intrecciare un punto via l’altro fino a diventare tessuto.
E fra punto e punto una prossimità amica, un calore che incoraggia. Ci si abbandona alla relazione e si costruisce il nido.
Da lì provengono i nomignoli, i giochi ripetuti ogni giorno, la possibilità di una comunicazione che trascende la logica del pensiero compiuto e si affida al solo sentimento, alla complicità di ciò che avviene al riparo da tutto e da tutti. Si ride per qualcosa che solo noi sappiamo, si scambia uno sguardo d’intesa, si pronuncia un’unica parola e per l’altro è come un intero discorso, perché già sa. E anche gli oggetti ne risentono, vivono di vita propria, assumono un ruolo nella casa e nella quotidianità perché ciascuno rappresenta qualcosa e porta con sé il ricordo di un evento preciso che si è vissuto insieme, forse all’apparenza insignificante, ma fondamentale nel punteggiare la storia che via via si va costruendo.
A casa nostra, ad esempio, ci sono sempre stati fiammiferi di ogni tipo, forme e materiali diversi.
Sei tu che ci tieni di più, io come sempre sto un passo indietro, sempre in attesa della fine, non posso affezionarmi troppo.
Porto nella vita questa abitudine a non sentirmi riconosciuta nella mia completezza, temo sempre che giunga il momento in cui su tutto prevarrà il rifiuto.
Rimango in attesa, acquattata nel mio antro. E’ il mio modo per metterci alle strette. Non mi ostino nel conflitto. Anzi. Passivamente accetto, reagisco, partecipo, ma tu non mi trovi più. Dell’attesa di ogni giorno ti chiedo conto, come se dipendesse da te.
Per questo, per cercarmi, per trovare entrambi, insceniamo sovente le prove generali di un addio.
Per sentire l’amore che ci lega e che non riconosciamo più.
Non ho mai capito come tu abbia potuto tenermi così vicino e al tempo stesso tanto distante.
Non deve essere stato facile. Non per te, che da sempre oscuri i timori più profondi mettendo in scena un personaggio che ti salvaguarda: un bell’uomo simpatico, appena un po’ pieno di sé, facile alla battuta, brillante, affermato nel mondo del lavoro per il ruolo importante che ricopre nella sua professione.
Privo di amicizie e completamente solo: della tua famiglia, da molto tempo, non è rimasto nessuno.
Non per me, addestrata a non fidarmi, indisponibile a mettere la vita nelle mani di un altro, abituata a contare solo su di me.
Nella distanza trovano riposo le nostre fragilità, penso.
Lasciare un pertugio da cui continui a fluire un vago senso di estraneità, anche dopo tutti gli anni trascorsi insieme, permette a entrambi la spudoratezza della confidenza.
Ciascuno di noi conserva i segreti dell’altro con la leggerezza con cui potrebbe portarli sulle spalle uno sconosciuto cui per caso ci si è svelati. Quel vago senso di alterità ci tutela, ne abbiamo bisogno per credere che l’altro, alla fine, possa presto dimenticare l’impudenza della confessione.
Torno a guardare fuori. Il cielo si è fatto più ampio; rovescia a terra una luce immota, stantia, che tracima dai vetri delle finestre e allaga le stanze. Fa freddo. Sul marciapiede di fronte, una donna e un uomo procedono lentamente, i movimenti rigidi. Sono anziani, penso. Lei precede, lui si attarda per chiudere la cerniera del suo giaccone, ma stenta a trovare l’incastro. E’ forse il silenzio dei passi dietro di sé che la ferma. Si volta, torna indietro, lo raggiunge e piano piano piega il busto, aggiunge le sue dita incerte a quelle del compagno, le teste vicine, lo sguardo concentrato sul quel meccanismo banale così ostico alle loro mani esitanti. Infine ce la fanno, sollevati riprendono il cammino.
Nella distanza, penso, si smarrisce la dimestichezza che serve quando occorre essere in due per avere la forza di uno solo.
In casa si è fatta strada una luce polverosa. D’improvviso tutto è cambiato.
Mi aggiro fra le nostre cose, ora mute al mio passaggio. Il cane mi segue, mesto, attento a ogni mio gesto.
Cammino a fatica, mi sembra di muovermi nell’acqua.
Il mio desiderio di liberarmi dei fiammiferi ti ha messo fuori gioco: stamani ti ho offeso, penso. Ho tradito la nostra intimità.
E dentro di me, dove ha preso forma quel desiderio?
Oltrepassare il limite dell’accordo tacito mi avrebbe fornito l’unità di misura per comparare la mia paura ai tuoi passi sbandati in giro per la città. So farlo da sempre, penso. Mi sottraggo per tempo al rischio di essere esclusa, tento una sconnessa via d’uscita in attesa di osservare la reazione che provoca.
Buttare via i fiammiferi può definire l’entità della distanza, devo aver pensato.
Private del senso che la nostra unione gli attribuisce, queste bustine possono manifestare solo i variopinti colori delle immagini stampate sulla striscia di cartoncino sottile, ripiegata nel mezzo, che trattiene il foglio di cartone spesso nel quale i fiammiferi sono intagliati.
Sono solo fiammiferi, ho detto.
Non si butta via niente! hai gridato disperato, mentre uscivi di casa. Intendevi dire che non erano solo fiammiferi. Era il nostro patto, stabilito la prima sera trascorsa in questa casa.
Avrò sempre almeno un fiammifero con me, per guardarti e per mantenere accesa la fiamma che tiene in vita il nostro focolare.
Come se stessi giocando a shanghai, lentamente raccolgo una a una le bustine sparse per terra.
Mi concentro sul movimento delle mani per fare ordine nei miei pensieri. Fino a questa mattina erano sistemate tutte in una scatola di legno, un talismano. E’ lì che le ripongo.
E’ solo per me questa buona intenzione, penso, e mi sembra una rivelazione.
Il nostro cane mi sta vicino, fermo, non ostacola il mio lavoro, non ha voglia di giocare ed io non so consolare la sua malinconia. Gli sto vicino, manifesto il mio interesse e gli offro le mie carezze.
Forse la stessa cosa vale per noi?
Impareremo a colmare così quella lontananza che tanto ci ferisce? Mantenere le distanze per passione e ammettere il limite imposto da ciascuno all’altro.
Non ho la facoltà di cancellare il tuo destino né di scivolare dentro la tua pelle; non puoi evitarmi prove e difficoltà: non possiamo assumerci la responsabilità della vita dell’altro.
Non ho altro a disposizione per ritrovare il ricamo dei nostri giorni trascorsi, per riconoscere il senso compiuto del cammino fin qui percorso.
Seduta sul pavimento vicino al cane e con attorno i nostri Minerva, scopro il desiderio nuovo di una vicinanza leale che lasci liberi entrambi. Come accade in ogni nuovo incontro, questo pensiero fa risuonare dentro di me emozioni e parole che finora non avevo percepito; così rivolto la terra della distanza per scoprire come sia possibile coltivarvi il seme dell’appartenenza.
Se torni ho un gioco nuovo da proporti, inventare insieme il nostro futuro imperfetto.
Le bustine di Minerva sono tornate al loro posto. Ormai radente al suolo, la luce si frantuma in scaglie scure che inducono la nostra casa a rannicchiarsi.
Nel buio, il cane abbaia al suono del campanello.

Futuro

Non ti muovi nemmeno.
Stai seduta ferma sul sedile scomodo del treno. Hai guardato scomparire la città, mentre il finestrino si allagava di una pianura distesa come un corpo senza speranza, arresa all’enormità del cielo che la sovrasta.
A rincorrere il treno, il giallo e il rosso delle foglie illuminate dal sole ormai radente. Seminano una misticanza dorata che pare la stella cometa.
Speri forse che ti guidi il cammino, quella scia d’albicocca.
Non ti muovi. Pensieri in rincorsa come il paesaggio che ti scorre accanto s’affrettano verso la bocca dello stomaco; disordinati si calpestano, si sovrappongono, formano una folla sguaiata che grava sul diaframma e ti mozza il respiro.
Stai ferma, come se ti sentissi male.
Respira. Inspira profondamente e soffia fuori l’aria. Forte.
Uno-due-tre, devi riuscire a calmarti.


Ho le mani fredde e la bocca riarsa, intorno agli occhi la sensazione gelida di non essere padrona delle mie reazioni.
Non mi era mai capitato di sentirmi così, ma forse una cosa come questa non l’avevo mai fatta.
Certo che sono abituata a contare su di me. E su chi se no? Sono avvezza a guadagnarmi da vivere vendendo attenzioni, effusioni, parti del mio corpo; figuriamoci.
Ma quello è diverso. Per come ci faceva lavorare la Gegia, me e le altre dell’agenzia, alla fine era un po’ come recitare. Indossavo gli abiti di scena, mi facevo bella, e poi si trattava di interpretare la parte che via via costruivo a seconda dei desideri dell’uomo con cui Gegia mi aveva fissato l’appuntamento. Ero brava. Mi bastavano poche frasi per inquadrare il tipo che avevo davanti.
Malizioso? Allora era tutto un gioco di ammicchi sottili in equilibrio sulla punta della lingua che di tanto in tanto facevo balenare fra i denti, ad umettare le labbra. Bisognoso di coccole? Nessun problema. Ho un repertorio vasto di paroline e giochetti da mettere in scena per compiacere il mio acquirente. E al bisogno posso essere autoritaria, materna, turbata come una ragazzina al primo appuntamento o provocante, sguaiata, volgare.
Sono chi vuoi, questo era il motto dell’agenzia, e a questo ci addestrava la Gegia.
Nessuno sa lavorare come le mie ragazze, siamo le più brave… quante volte gliel’ho sentito ripetere.
Questo qui ad esempio, che mi sta controllando il biglietto, cerca il mio sguardo. E’ il tipo che va incoraggiato. Non fa mai il primo passo. In servizio, poi!  Ma se da parte mia gli arrivasse un segnale, ah beh, mica potrebbe tirarsi indietro, ne andrebbe del suo prestigio di maschio!
Nessuna colpa, dopo, nessuna responsabilità.  Avresti dovuta vederla – avrebbe raccontato ai suoi amici con finta modestia –  mica avrei potuto non approfittare …
E con la moglie nessun rimorso…  Mica me la sono cercata…
Chiaro che non lo degno di uno sguardo, ma è ovvio, basta una mini un po’ azzardata e si fa presto ad essere qualificata… Però, ora che ci penso, per quello che vado a fare forse non avrei dovuto vestirmi così.  Magari sarebbe stato più adatto un paio di jeans, o un tailleur semplicino semplicino…
Ma che ne so. In fondo l’impresario che mi aspetta mica cerca una suora, no? Eppoi anche la Gegia lo ha detto: vedrai Fiamma, con il fisico che ti ritrovi non ci vorrà nulla a convincere Betticaini.
E comunque. Quando voglio fare bella figura, io mi vesto così.
Certo, non quando vado agli incontri con Diego, ci mancherebbe. In quei casi lì volo basso… niente trucco, capelli raccolti in una coda alla base della nuca, tuta sportiva ampia e scarpe da ginnastica.
Il mio Diego, il mio cuore, la mia gioia. E’ anche per lui che ho preso questa decisione.
Ho avuto così paura quando me lo hanno portato via. Ho temuto di perderlo per sempre.
Lo lasciavo alla Gegia mentre lavoravo, come avrei potuto fare? Ero sola in città, le mie sorelle vivono giù al paese e comunque non le vedo da anni. Mi vergogno troppo. Quando guadagno molto gli faccio arrivare qualche bel regalo, ma finisce lì. Sarebbe troppo complicato raccontare tutto. Per loro sono quella che ce l’ha fatta, trasferita in una grande città del nord per studiare canto e diventata ricca come organizzatrice di eventi…  Quando ci parliamo al telefono, la sento la loro gelosia. Non mi sono saputa accontentare della vita che mi era stata preparata; loro non me lo hanno mai perdonato del tutto e io ho pagato cara la decisione di andarmene.
Se sapessero quanto sono stanca. Basta con gli appuntamenti che mi procura la Gegia. Non ho più l’età, e gli uomini non sono più quelli di una volta. Gliel’ho detto chiaro: Gegia, io in camera da sola non ci torno più. Mi sono spaventata a morte quando l’ingegnere, così si faceva chiamare, aveva estratto dal taschino un coltello a serramanico.
E’ uno per bene, mi aveva detto la Gegia, pieno di soldi, se lo accontenti vedrai che si saprà sdebitare.
Uno per bene. Ho dovuto prenderlo a calci in mezzo alle gambe per sfuggire alla sua presa, e mentre lottavo per liberarmi lui ha fatto in tempo a ferirmi. Non ci devo pensare, mi vengono i brividi, ancora la sento la lama che mi penetra nella carne.
Basta, è al futuro che voglio pensare. Ho commesso tanti errori, è vero. Diego aveva bisogno di orari ordinati, della mamma che ogni sera lo accompagnasse nel suo lettino, e l’agenzia della Gegia non era certo il posto adatto per un bambino. Quando andavo via mi guardava con gli occhi pieni di stupore, come se non potesse credere che proprio io, la sua mamma, gli procurassi un dispiacere del genere. Sul serio mi lasci qui? Sembrava che me lo dicesse, anche se era ancora troppo piccolo per domandarmelo davvero. Per questo vive in un’altra famiglia. Niente da dire, lo hanno cresciuto bene. E lui è meraviglioso. Studia già al liceo e di sicuro si iscriverà all’Università. Lo incontro una volta al mese alla presenza di un educatore, sarà così fino a quando diventerà maggiorenne. Quando lo vedo, Dio, mi si spalanca il cuore. Penso: ti ho fatto io, roba da non credere, guarda che capolavoro sono stata capace di mettere al mondo.  Lui non è stato un errore. Arrivato chissà da dove, l’ho voluto tenere ad ogni costo, e ho fatto bene.
Adesso che ho deciso di smettere con l’agenzia, posso ricominciare a sperare. Non ci sarebbe niente di male a guadagnarsi da vivere cantando in un locale, e lui ormai è grande, la legge lo lascerà libero di decidere, e ora può rimanere solo a casa, la sera. Devo farmi aiutare dall’impresario a trovare un appartamento carino con due camere, così finalmente… Basta, basta, sto correndo troppo. Sono quasi arrivata, e devo essere pronta, voglio fare una bella impressione, come ha detto la Gegia: qualche passerella per cominciare e poi, vedrai, con il fisico che ti ritrovi non ci vorrà niente ad ottenere serate tutte per te.
Dico la verità, sono terrorizzata. Se mi va male, questa volta finisco sul marciapiede.
Del resto, che altro potrei fare? Non avevo ancora vent’anni quando sono partita dal paese convinta che sarei diventata una vera, grande cantante. Ma le lezioni di canto e la città costavano care.
Quando incontrai la Gegia pensai che non ci sarebbe stato nulla di male a fare un po’ di soldi in cambio di compagnia a ricchi uomini d’affari.
Si tratta di uscire a cena, compiacerli un po’, sai come sono fatti gli uomini. Li facciamo tornare a casa convinti di essere dei conquistatori… mi aveva detto così la Gegia, ma non posso certo darle la colpa. Non mi ci era voluto molto a capire come funzionassero, quelle cene…
La colpa è mia. Pensavo che lo avrei fatto solo qualche volta, per mettere da parte un po’ di soldi, ma poi gli anni sono passati, ed ecco, il tempo è volato via.
Stiamo arrivando. Cavolo se ho paura, mi sembra di tremare.  E se Betticaini non volesse farmi cantare, se fosse solo un pretesto per arricchire il suo locale di una prestigiosa entreneuse?
E poi guarda che posto, ma davvero alla mia età penso di trovare una condizione di vita migliore lasciando la città per cominciare tutto da capo in un paese così simile a quello da cui sono partita tanti anni fa?
Madonna, mi sono lasciata portare via dai pensieri, neanche il tempo di ritoccarmi il trucco.
Ma ammesso che non sia tutto un equivoco, che la Gegia mi abbia detto la verità, che l’impresario esista davvero e che sia disposto a prendermi, io… saprò davvero cantare, io?

BA STA ONE, fu la prima cosa che vide quando poggiò i tacchi delle décolleté viola similpelle sul marciapiede sporco di questa stazione di periferia. Il neon traballante dell’insegna rotta aveva richiamato subito la sua attenzione, rimandandole foschi pensieri.
Mi aspettavo di meglio. Non avrò fatto tutti questi chilometri per niente?
Sottopelle, un brivido deve averle segnalato il pericolo.
Mentre si incamminava verso l’uscita Fiamma vide la sua immagine riflessa sfilare sui vetri chiusi della biglietteria. Niente da dire, nonostante si stia avvicinando ai cinquanta, è proprio un gran bel pezzo di ragazza, e per venire a quell’appuntamento così importante aveva curato ogni dettaglio.
La mini leopardata aderiva perfettamente alle natiche rotonde e lasciava occhieggiare i gancetti della guepière, appena tesi a sostenere calze nere velatissime e con la riga dietro, a sottolineare il mistero di quelle cosce lunghe.
Lo scollo della t-shirt in lamé dorato metteva in risalto il solco dei seni e la bocca, oh, quella era il suo orgoglio. Le labbra larghe e carnose si stagliavano nette sul volto e, da sempre, erano un richiamo irrinunciabile per gli uomini.
Si soffermò un attimo davanti a quelle porte chiuse, si aggiustò il bavero del giubbotto nero in plastica lucida e si incamminò.

L’aspettavo davanti al Bar Impero, sul lato opposto all’ingresso della stazione.
La vidi affacciarsi sulla piazza come un’attrice che saluta il suo pubblico dal proscenio. Drizzare le spalle, scuotere la testa per recuperare l’intenzione dello sguardo e dare movimento alla piega dei capelli, colorati di fresco, e incamminarsi ancheggiando verso il suo futuro.
Sì, futuro, era questo che pensava – ne sono certa – mentre procedeva spedita, la mano destra appesa alla tracolla della borsa, viola come le scarpe, e l’altra infilata nella tasca del giubbotto.
Sapeva come attirare l’attenzione dei maschi. Quella sera, nella foschia infuocata dal crepuscolo, gli uomini assistettero al passaggio di una dea che metteva un passo avanti all’altro al ritmo cadenzato del dondolio dei fianchi.
Sembrava che l’aria le volteggiasse intorno, sospinta in alto dal basculare preciso di quel posteriore maculato e rilanciata in avanti dalle labbra e dalla lingua, che a tempo con le anche gonfiavano sfere rosate di un interminabile chewing gum.
In quel suo incedere sfrontato potevo distinguere la scorribanda di sensazioni contrastanti che la attraversavano.
La paura, certo, ma anche l’audacia del rischio.
Mentre mi veniva incontro, Fiamma pensava che avrebbe puntato tutto quello che aveva per sbancare. Voleva vincere tutto: il suo corpo, la sua vita, quel figlio visto diventare grande a distanza con il timore di sentirlo chiamare mamma la donna che lo aveva, di fatto, cresciuto in sua vece.
La vidi stringere più forte la tracolla della borsa.
Avrebbe azzardato la scommessa più ardita in una volta sola, mettendo la sua voce sul tavolo da gioco. Se avesse perso, avrebbe perso tutto.
Futuro sembrava ripetere dentro di sé. Ora o mai più.
Vedeva tutto il tempo trascorso, e tutto quello che adesso la aspettava in quella piazza, chiederle il conto delle scelte che aveva fatto. Scelte di cui non andava certo orgogliosa.
La guardavo camminare consapevole delle occhiate dei maschi riuniti in capannelli davanti ai due bar prospicienti la piazza.
Non la disturbavano gli sguardi degli uomini. Sapeva come fare ad attirarli e a tenerli a bada.
La vidi sostare spavalda sulla soglia del bar, mentre l’onda di un brivido le correva sulla pelle.
Ferma sulla porta del Bar Impero, si sente piena di speranza e allo stesso tempo molto impaurita.
Si fa scudo masticando a bocca aperta e a ritmo serrato il chewing gum. Muove le mandibole di traverso, lo sguardo rivolto dall’altra parte. Sposta il peso del corpo da una gamba all’altra, ostenta impazienza. Scuote ancora la testa, seminando intorno un’occhiata in bilico: cerca una via di fuga.
Cerca me.
Le mani sono arpionate alla tracolla, ora tutte e due, a denunciare tutta la sua titubanza.
Quando finalmente mi vede, quando riesce a decifrare la mia voce fra i richiami confusi che si affollano e le rimbombano nella testa, tutto il movimento scomposto del suo volto si blocca per lo stupore.
Fiamma? le chiedo sorridendo. Sono Betti Caini. Gegia dovrebbe averti parlato di me.

Betti Caini. Il viso di una donna segnato da un intreccio fitto di solchi. Ero convinta che la Gegia mi avrebbe mandata da un uomo, avevo creduto che si trattasse di un’unica parola, il cognome dell’impresario. Anch’io le sorrido.

Non ti muovi nemmeno.
Il controluce ti protegge, espone al pubblico solo la tua silhouette, contornata dall’alone della tua ombra.
Le luci di quinta intercettano il leggero vibrare della semplice tunica nera che poggia lieve sulle tue anche formose.
L’aria accumulata dentro di te trova un pertugio fra le labbra, piano piano acquista lo spessore di una corda percossa che sospende appena il tempo e poi dilaga, si diffonde, come se la volessi restituire in respiro, prima che il suono trasformi in cristallo il silenzio che ti avvolge.
La voce, ora liberata, esonda fra i tavoli del bar, senza argini si espande nella piazza, rimbalza sui marciapiedi e si infrange sul selciato che risuona, attraendo i pochi passeggeri in transito da questa stazione sperduta di periferia.
Ora ti illumina una luce di taglio che trattiene il contorno della tua ombra.
Quasi ti sovrasta. Ti esorta a raggiungere il futuro lì, proprio davanti a te.

Lettera 32

“La soluzione alla mia vita mi venne in mente una sera mentre stiravo una camicia. Era semplice ma audace. Mi presentai in soggiorno dove mio marito stava guardando la televisione e dissi…”
Alice spinge indietro la sedia e si alza di scatto. Si sente tesa, incerta; infila le mani nelle tasche a taglio dei pantaloni bianchi che indossa quando rimane in casa, muove qualche passo intorno alla scrivania, si avvicina alla finestra e guarda fuori.
Non può essere quello l’inizio. Scrolla le spalle nel tentativo di rilassarle e di distendere i muscoli del collo. Non può iniziare così.  Alice sa che pur avendo chiara la traccia del racconto, la storia non potrà dipanarsi se non riesce a trovare l’attacco giusto. L’incipit. L’inizio, appunto.
La fronte poggiata al vetro, Alice guarda il marciapiede, osserva il portone di fronte alla sua finestra, si concentra su particolari che conosce a memoria nel tentativo di liberare la mente.
Non può cominciare così. Le sta antipatica una donna che usa abbinati gli aggettivi semplice e audace. E’ scontato, alla prima lettura l’editor glielo farà notare. Una che si esprime così già si definisce, è una donna ordinaria che affronta un problema da niente e lo chiama “la soluzione alla mia vita”. Alice la immagina, una che si esprime così: gonna scozzese rossa stretta al ginocchio, maglioncino paricollo in lana leggera blu, manica lunga; calze di nylon velate, color carne, e calzature da casa in velluto blu, con qualche centimetro di tacco. I capelli castani le arrivano alla base del collo dove formano una piega all’insù, e anche se sta stirando, non rinuncia a un filo di rossetto e al giro di perle finte intorno al collo, per sentirsi carina e ordinata. “Ho trovato la soluzione alla mia vita, semplice ma audace. Da domani caro – una così lo chiama caro, il marito seduto in soggiorno a guardare la televisione – passerò dal lattaio e dal panettiere, e solo dopo che avremo fatto colazione insieme e sarai uscito farò il resto della spesa. Così io riesco a fare più movimento, la dottoressa Fontana ha detto che è fondamentale per migliorare la mia salute, e tu potrai gustare la tua colazione preferita, con il pane fresco. Certo avrò meno tempo per spolverare, ma del resto bisogna un po’ rischiare, no?”
La odio, digrigna fra i pensieri Alice.  Ma da dove mi è saltata fuori una così? che c’entro io con lei? Sono io l’autrice, come si permette la protagonista del mio racconto di indossare una gonna scozzese a quadri e di chiamare caro il marito?
Scende in cucina, si versa vino rosso in un calice e torna nel suo studio. Ruota il bicchiere fra le mani mentre osserva il foglio ancora bianco.
Alice deve liberarsi di questa donnetta.
Mentre sorseggia il vino però, eccola ancora lì. Infila sull’asse da stiro prima una e poi l’altra metà della camicia, ben attenta a tenere teso il tessuto, che non si facciano pieghe morte. Le chiama così quelle piccole pinces secche prodotte dalla punta del ferro, che si aggrovigliano nei punti più difficili, la cucitura del colletto, l’attaccatura dei bottoni, per non parlare delle maniche, quelle sono difficilissime da stirare. Vanno fatte passare con cura nell’apposito braccio dell’asse da stiro, e bisogna manovrarlo con maestria il ferro, per assecondare le pieghe intorno ai polsini. E una volta stirata, la camicia va abbottonata e ripiegata con perizia, che non rimanga il segno quando la si sfila dal cassetto…
Alice sente montare un ruggito dentro di sé. I gesti di sua madre. La tipa con la gonna stretta a quadri scozzesi replica i gesti di sua madre. Ma non è questo che vuole, non adesso.
La donna di cui intende raccontare somiglia a lei, non a sua madre.
Una che se n’è andata presto di casa per studiare in un’altra città, che parla bene il tedesco, che vive da sola e che non chiama caro nessuno, nemmeno il proprio cane.
Alice si era prefissa di mettere a fuoco la storia di una donna sua contemporanea.  A metà degli anni sessanta assume una decisione che pur esponendola a un rischio le permetterà di affermare il proprio diritto a vivere la vita che si è scelta. E’ la sua, la storia che ha in mente, ma non intende scrivere un racconto autobiografico. Le serve miscelare la verità con la finzione, e raccontarla attraverso un personaggio in cui tante altre donne possano riconoscersi.
Ma certo non può prendere le mosse da questa donnina, il suo racconto.
Eccola ancora lì, invece. Adesso affronta le lenzuola. La rimboccatura deve essere perfetta, per questo piega il lenzuolo a metà, lo stira per il verso della larghezza e poi lo piega ancora in due, così è la parte di stoffa che sporgerà dal copriletto a rimanere in vista.
Via via che i capi sono stirati, li accatasta sul tavolo di formica della cucina, ricoperto da un telo di cotone.
Mentre compie ogni gesto con precisione puntuta, il volto rimane atteggiato ad un sorriso rappreso; le risplende più negli occhi che nella piega della bocca.
Ha preso una decisione, e appena avrà finito la comunicherà al marito. E’ sicura che lui la lascerà fare, ma soprattutto, sa dal profondo del cuore di non nutrire alcun interesse per la sua opinione.

Alice stacca le dita dalla tastiera dell’Olivetti come se bruciassero, stizzita percuote con il pollice la barra spaziatrice.
Ma dove vuoi arrivare? cosa ti salta in mente? Guarda, questo racconto non te lo pubblicheranno nemmeno sulla posta del cuore del mensile parrocchiale.
Non è più il tempo! Siamo alla fine degli anni sessanta, sono nota in città come femminista, scrivo sulla stampa di sinistra, non perdo un convegno sul ruolo della donna nella società che cambia, e poi scrivo di una donnetta in calzari di velluto blu che ha preso la decisione della sua vita? E quale sarebbe, sentiamo? “Ho trovato la soluzione alla mia vita, semplice ma audace. Da domani tesoro – una così lo chiama tesoro, il marito – da domani niente più dolci! Inizia la Quaresima, e anche noi dobbiamo fare la nostra piccola rinuncia. E’ audace, lo so, pensare di poter rinunciare per quaranta giorni ai nostri mon cherì, ma sono sicura che questo piccolo gesto ci riavvicinerà alla comunità della chiesa, e vedrai, pian piano rinnoveremo la nostra fede e ritroveremo il conforto della preghiera.”
Questa volta, quando Alice si alza di scatto la sedia si rovescia sul pavimento alle sue spalle, tanto brusco è il movimento che compie.
Non è possibile. E’ come se questa donnina l’avesse soggiogata. Ha trovato un pertugio, una falla le verrebbe da dire, nella rete dei suoi pensieri, e non intende esserne estromessa. Si è trovata per le mani l’occasione ghiotta e unica di diventare famosa, protagonista di un libro. “Ti rendi conto caro?  scritto da una femminista! Finalmente tutti sapranno che sotto la piega dei miei capelli scalpita un cervellino niente male!”
Non si lascerà convincere facilmente ad andarsene, Alice ne è consapevole.
Respirare con la pancia, ecco quello che deve fare. Alice torna a sedersi e inspira profondamente, attenta a che il ventre si gonfi. Espira piano.
Mentre si concentra sulla sua respirazione, vede la donnetta spegnere la luce della cucina e con passo deciso dirigersi verso il soggiorno: senza dire una parola si avvicina al televisore e con un gesto secco lo spegne. Il marito la guarda con un’espressione in bilico fra lo stupore e la curiosità.
“Ho trovato la soluzione alla mia vita, caro” gli dice. “Semplice ma audace. Le attaccherò. Mi insedierò nella testa di ciascuna di loro e non le lascerò più finché, sfinite, non mi permetteranno di sbocciare nei loro libri.
Non riusciranno più a fermarmi. Dopo questa Alice ne verranno altre. C’è quella Christiane, ad esempio, che avrà certo bisogno di un personaggio femminile, e la Elsa necessita di un tipo particolare per i suoi romanzoni. E perché, a Natalia non serve forse una donna come me per le sue commedie? E non mi vedresti bene per Oriana? Non hanno scampo, dovranno fare i conti con me, queste super donne intelligenti.
E’ grazie a me che hanno potuto elaborare le loro teorie, mentre io stavo qui a stirare le tue cazzo di camicie. Oh! Scusa caro, mi sono lasciata prendere un po’ la mano.
E’ semplice, no? La nostra casa sarà perfetta, e non smetterò di cucinare squisiti pranzetti per te. Posso fare tutto da qui, è comodo, non trovi?
Ma loro, loro non si libereranno più di me. Insidierò le loro convinzioni, tenacemente gli mostrerò l’altro lato della medaglia. Le vedrò vacillare, impaurite come inesperte ragazzine, mi aggrapperò ai loro pensieri e li infetterò finché non capitoleranno, stremate e sconfitte.
Volete essere ricordate per la vostra scrittura, per l’impulso dato al pensiero sulle donne, per la vostra capacità di essere libere e indipendenti? E’ con me che dovrete fare i conti”.
Alice poggia i gomiti al tavolo e affida la testa al palmo delle mani. Le duole tutto il corpo, e sa di non avere scampo. Deve trovare il modo di ammetterla, la donnetta malefica con il paricollo blu.
Occorre che la sua scrittura riesca a contenerla.
Sistema la sedia, raddrizza le spalle e comincia esitante a battere a macchina.
“La soluzione alla mia vita mi venne in mente una sera mentre stiravo una camicia. Era semplice ma audace. Mi presentai in soggiorno dove mio marito stava guardando la televisione e dissi:

Le leve a pressione della Olivetti non si fermano per tutta la notte. I tasti, premuti con forza crescente, scagliano i martelletti sul nastro nero finché a lato della macchina da scrivere non si è formato un pacchetto di fogli dattiloscritti.
“Lo studio”, è il titolo che campeggierà in lettere maiuscole sul primo foglio.

Scritto su sollecitazione di Maria Grazia Fontana a partire dal racconto “Lo studio”, Alice Munro “Danza delle ombre felici”, Einaudi, Torino 2013, p.67

Blue shadow

Le cammina a fianco la mattina presto, passo dopo passo.
La guarda, allungata dalla prima luce; esile, fine. Così stilizzata le ricorda una linea.

Ciao Selene, ma cosa cammini che sei già così magra
La apostrofano così i rari conoscenti che incontra, a quell’ora così acerba. Ma lei non procede a passo di marcia per diminuire il suo peso. Sa bene di essere magra, troppo magra.  Del resto mangia pochissimo, considerando con attenzione speciale ogni boccone ingerito, abituata ormai ad evitare gli alimenti che non riesce a digerire o che, ancora peggio, le riempiono la pelle delle braccia e del collo di minuscole vesciche acquose.
E’ stata così fin da bambina. Allora ogni pasto rappresentava un piccolo dramma familiare.
Sua madre, povera donna, tutti i giorni si inventava pietanze diverse e strategie nuove per farle ingerire qualcosa. Lei scappava, si nascondeva sotto il letto o, nella stagione buona, correva in cortile, nella speranza di non venire raggiunta. Ma la mamma, oh, lei non si arrendeva, disposta a fare chilometri con il piatto stretto in una mano e la forchetta con il boccone infilzato nell’altra, e si inventava storie, la chiamava con dolcezza, cercava in ogni modo di attirarla a sé.
C’erano giorni che il pranzo terminava a pomeriggio inoltrato, e in tutto quel tempo lei accettava sì e no porzioni da uccellino…

Ed eccola.
Mentre cammina, ora, si guarda; vede quell’ombra sottile accanto a sé, priva di impurità. Si adagia perfetta sul selciato, sfila elegante sui fusti del granturco, muraglie invalicabili in questa stagione estiva, si deposita sulle siepi e impeccabile prosegue sulla strada che la riporterà a casa.

Ogni mattina Selene si alza ed esce a camminare. Ha stabilito un itinerario che percorre uguale tutti i giorni per dieci chilometri.
La pista ciclabile che la fa arrivare ai campi, un lungo giro in mezzo all’erba e alle rogge, su sentieri di campagna addomesticati dal passaggio dei trattori; la strada, la sfilata di cancelli sui viali d’accesso alle villette ordinate della zona nuova del paese e infine la piazza, il vicolo, il portoncino di casa sua.
Quando ci arriva si sente vuota. E’ di quello che ha bisogno. Quel corpo piccolo e magro la imprigiona, lascia accumulare nei suoi stretti recessi una potenza feroce che non sa esprimere.
Dopo, Selene ogni giorno sale sul treno, raggiunge il centro commerciale specializzato in abiti e attrezzature per lo sport dove risponde al telefono per sei ore, dal lunedì al sabato, e in treno torna a casa. Indossa sempre pantaloni a cinque tasche, maglietta e scarpe da ginnastica, più pesanti durante la stagione fredda, verdi, sempre, e sempre con la griffe del marchio per cui lavora.
A casa ha molti libri da leggere e voluminosi gomitoli di lana e di cotone colorati in ogni sfumatura del verde, lunghi aghi di acciaio per lavorare ai ferri e aghi più piccoli, ritorti, per fare l’uncinetto.
Ha una dispensa ben fornita di alimenti privi di glutine, sale, grassi, oli, zuccheri con cui compone l’unico pasto della giornata, che consuma sempre prima che venga buio.
Durante il giorno Selene è per tutti la piccola Selene.  Anche il nome le hanno dato sottile. Lo si può pronunciare senza quasi neanche aprirla la bocca, le tre sillabe soffiate fuori dalla lingua, un sibilo cui basta un pertugio strettissimo per risuonare.
Ma di sera, a casa, il mondo che si tiene dentro reclama il suo spazio. Mentre furiosa infilza punti a legaccio e catenelle, aumenta e diminuisce maglie in precisissimi raglan, attorciglia sofisticati punti vaporosi, sente ribollire nella pancia una massa confusa, eterogenea e disordinata di pensieri e sentimenti. La sua energia feconda che sente imprigionata dentro di sé.
E allora aumenta il movimento delle dita e alacremente sferruzza, produce a raffica maglie basse e alte, confeziona sciarpe, coperte, tende, borse, scialli mentre sposta la luce della lampada finché non ritrova la propria ombra, maestosa, allungata sulla parete al suo fianco.
Sì, perché Selene vorrebbe essere lei, la sua ombra.
Vorrebbe liberarsi di quel corpicino permaloso e stretto che le rende impossibile spalancarsi per accogliere il nutrimento che l’universo promette, vorrebbe fidarsi dell’acqua che in questi giorni,  la mattina, allaga il mare del granturco tanto più alto di lei, e assorbire la vita che sente gorgogliare nei suoi profondi meandri, strepitosa e spaventosa, chiusa a lucchetto dentro di sé. Vorrebbe potersi aprire e sparpagliare intorno a sé semi fertili, generosi. Raccontare storie.
Selene lo sa di contenere storie, ma le labbra della sua boccuccia a cuore non si aprono mai per sfogare parole. Le cuce strette fra un punto e un altro, mentre impetuosa manovra i suoi aghi che nell’irruenza del gesto si scontrano, producendo un suono metallico che richiama alla mente i rumori della battaglia.

L’avevo osservata a lungo, nascosto in mezzo ai filari del granturco. Sapevo a che ora si sarebbe trovata là, e ogni mattina ci andavo anch’io. Le guardavo i piedi, così piccoli e veloci nel lasciare un’orma via l’altra la traccia dei suoi passi, mentre il busto, leggermente reclinato in avanti, pareva voler trapassare l’aria.
Quando decisi che era giunto il momento, una mattina le sbarrai il cammino; fermo, seduto proprio in mezzo alla pista ciclabile.
Solo, come sola é lei, che di colpo arresta il suo passo. Ha un po’ paura, e anch’io ne ho.
Mi guarda: un cane bianco a pelo raso, solido, muscoloso, fiero; metà muso mascherato da una macchia nera.
Sento che tutto di me, il collo possente, la mandibola sviluppata, le orecchie corte salde e immobili, le ispira la parola potenza.
Anch’io la guardo: un esserino efebico colorato di verde con gli occhi puntati su di me. Non voglio che si spaventi, mi sollevo piano facendo forza sulle zampe anteriori, e la precedo. Lei resta per un attimo indecisa, sospesa sulla scelta da compiere, ma poi ricomincia a camminare. Procediamo allo stesso passo, la distanza fra noi non aumenta né diminuisce. Voglio farle capire che desidero solo accompagnarla, quell’intervallo fra noi mi permette di annusare indisturbato le sue emozioni. So già chi è, l’ho decifrata a poco a poco ogni mattina dall’inizio della stagione. Ora devo comprendere come avvicinarla.
Procediamo uniti, ma senza avvicinarci, sul percorso che dalla ciclabile porta alla campagna, rimango con lei fino a quando scorgo i cancelli delle case a schiera appena fuori dal paese. Allora mi rituffo fra i fusti del mais. Andiamo avanti così per qualche giorno, lei ora se l’aspetta di trovarmi all’imbocco della pista ciclabile e io sono là. Camminiamo, ma adesso le sto dietro, vicino abbastanza da farle capire che la seguo. Passo dopo passo seguo proprio lei.
Ci sono io, fra lei e la sua ombra.
La sera a casa, mentre sferruzza, Selene ora ha un pensiero cui badare. Si domanda chi sono, da dove vengo. Sono stato abbandonato? sono scappato? perché ogni mattina mi trova ad aspettarla?
Durante il giorno la piccola Selene continua la sua vita di sempre. Quando scende dal treno però, dopo il lavoro, ha preso a fermarsi in qualche negozio prima di rientrare. Porta a casa pane fresco, frutta colorata e saporita, un po’ di gelato. E digerisce Selene, mentre la sua pelle via via più brunita rimane compatta e liscia.
Giorno dopo giorno, di mattina presto, ci avviciniamo. Mi ha dato un nome, mi chiama Bortolo.
Io le cammino al fianco, zampetto sulla sua ombra e quando arriviamo in campagna faccio il clown, le corro intorno, veloce sulle mie zampe, le porto bastoni di legno da lanciarmi, le deposito ai piedi sassi.
Le prime volte lei si spaventava. La forza delle mie corse le mulinava intorno una spirale di polvere, agitava l’aria, che le frusciava fresca sulla pelle. Ostinato ho continuato a portarle legnetti finché lei non ha ceduto.
C’è voluto un po’ per vederla sorridere, e un altro poco ancora perché cominciasse a giocare e a ridere a bocca aperta.
Selene impara dalla mia energia, faccio di tutto per fargliela respirare e giorno dopo giorno diventa anche sua.
Adesso è la prima a lanciarsi nella corsa quando ci incontriamo, tutti e due desiderosi di scaraventarci senza respiro in mezzo alla campagna.
Una volta, scendendo dal treno di ritorno dal lavoro, Selene si compra un quadernetto.
Piccolo, con la copertina verde smeraldo.
La sera, a casa, dopo aver cucinato una buona cena tutta per sé, Selene mi pensa.
E piano piano mi mette al mondo..  Scrive. Mi inventa: non esistevo prima, e neanche lei esisteva..
Si dipana così la libertà di Selene, che altro non è che il potere delle storie.

Alla luce limpida del mattino, la forma stilizzata di un cane dalla struttura quadrata, il collo possente, le orecchie corte immobili, le cammina a fianco la mattina presto, mentre mette un passo avanti all’altro.
Selene la guarda, ormai rivelata. Accanto alla sua, l’ombra di Bortolo si allunga sul sentiero e scorre discontinua sui monconi del granturco ormai segato.

Terze età

Che non avessi avuto figli lo sapevano tutti.
Non facevano parte della mia esperienza di vita i pianti notturni, le difficoltà del primo ingresso nel mondo esterno alla famiglia, le crisi adolescenziali. Non ne sapevo nulla, non mi apparteneva, non ci avevo infilato le mani, non avevo annusato, assaggiato, né scompigliato il mio mondo interiore al cospetto di un figlio da crescere.
C’era il ciclo della mia vita. Guardato a ritroso avanzava a grandi passi, mantenendo tutto sommato una linearità che rendeva coerenti i passaggi da una fase all’altra, la pertinenza delle scelte, il bilancio mai portato a termine di errori, pentimenti, successi.
Era stato così, un po’ camminando, un po’ correndo all’impazzata e a volte rimanendo immobile che avevo trascorso tutti i miei anni.

Ancor oggi sarei in grado di ricostruire in successione le epoche che mi sento addosso, ciascuna ben separata dalle altre.

Poi era arrivata lei, la figlia inaspettata che aveva confuso i piani, ribaltato l’ordinato succedersi delle età, preteso tempo e attenzione.

Lei ha tre amiche. Con ciascuna coltiva una diversa vicinanza, ed è a ciascuna di loro che affida i suoi segreti. Loro tre insieme sanno tutto di lei, conoscono la verità sui suoi sentimenti, su cosa pensa e desidera, sulle sue preoccupazioni, sulle relazioni che coltiva a mia insaputa.
Lo scopro sorpresa quando la vado a trovare nella sua casa fortezza.
Anche la casa conserva i suoi segreti. Me ne dimentico, perché lei mi consente l’accesso alle sue stanze, ai suoi cassetti, all’armadio in cui ripone i vestiti.
A volte però mi intima di lasciare stare, di non toccare, e se non le do retta si arrabbia di una rabbia lacrimosa che lamenta l’ingiustizia. Non è giusto che non rispetti i suoi spazi, come frugare nella sua intimità senza chiedere permesso. Quella rabbia si scatena contro il potere adulto del genitore verso il quale il suo io bambino niente può ancora fare.
E’ la frustrazione di chi subisce un’angheria, un comportamento prepotente contro cui nulla si può opporre. Rimango zitta, e il mio silenzio un po’ la intimorisce e un po’ la placa.
Qualche volta, con parole smozzate e mezze frasi, mi spiega cos’è, quell’oggetto che non devo toccare o vedere, da dove proviene, a cosa le serve. Omette sempre il perché non devo; l’ovvietà si frappone fra noi ristabilendo la dovuta distanza.
La conosco bene quella rabbia, la stessa che nutrivo io verso di lei.
Lei è molto piccola. Necessità primarie e improrogabili dettano il ritmo delle giornate, decidono i miei orari lavorativi, il tempo da dedicare alle passeggiate, quello in cui incontrare altre persone, occuparsi della casa, leggere o guardare la tv.
C’è poco da fare, quando arriva l’ora del sonno, del pasto, della defecazione o della minzione, non si può prescindere.
Per fidarsi, lei deve essere sicura che sia in grado di provvedere a questi suoi imprescindibili bisogni senza anteporvi null’altro. Per affidarsi, deve poter contare su di me.
Il tempo che le dedico non le basta mai, perché quello in cui vive si dipana con la lentezza cadenzata con cui si snocciolano i grani di un rosario, si allunga, si distende, parcellizzando i movimenti in una successione frammentata di piccolissimi gesti la cui imprecisa sequenza concorre al compimento dell’atto nella sua completezza. Starle vicino mi affatica –  lo mordo il tempo io, lo cavalco, cerco di domarlo – e allo stesso tempo mi nutre di inaspettate scoperte che la corsa cela.
La studio, la osservo, e assieme a lei imparo i trucchi che ingannano la rigidità degli arti, truffano l’instabilità dell’equilibrio e le consentono una precaria, fragile, orgogliosa autonomia.

La accompagno in chiesa per la messa, ma non devo sbagliare: è una bambina, non può essere lasciata sola sul sagrato quando la celebrazione è terminata e tutti stanno andando via. Non può aspettare nemmeno cinque minuti, perché dentro di sé quel breve tempo si dilaterà fino a sembrarle un’ora o anche di più, mentre la sua mente avrà immaginato innumerevoli pericoli cui il mio ritardo la sottopone.
Si spaventa se non sono fuori ad aspettarla, perché non sa come tornare a casa e si sente abbandonata.
Quando la messa è terminata devo essere presente, visibile, pronta a prenderle la mano. Lei mi scorge da lontano, alza la testa verso di me e mi sorride, rassicurata, felice.
Devo avere fatto la stessa cosa le rare volte in cui era lei che veniva a prendermi a scuola. continua a leggere

Murder ballads

Non è una giornata qualsiasi.
Fa molto freddo. L’aria è gelida, di quella qualità speciale che risente della vicinanza della neve.
Al contatto con la pelle sembra indurirsi, restituisce la sensazione di piccole spore acuminate che trafiggono gli occhi e rivestono di cristalli i tratti del volto, ormai tutti arrossati.
Acqua silenziosa e costante.
Piovono gocce gelate. Come in un disegno a matita, si dispongono in file ordinate che non vengono assorbite dall’asfalto. Del cielo non c’è traccia, tutto è avvolto dal colore liquido che sgorga da questa precipitazione monotona.
Sulle strade si sparge un luccichio diffuso come un pianto.
Immote, le facciate delle case ristagnano nell’atmosfera diluita che non cambia tonalità con il trascorrere delle ore. La luce, asincrona al passare del tempo, rimane invariata.
Sono felice, oggi ho buon tempo. Questa pioggia riesce a ripulire e contenere ogni cosa.
Rende deserta la Darsena, silenziosa, tanto solitaria che mi è possibile fermare lo sguardo sull’acqua, cristallina e trasparente, e ascoltarne la corrente sciabordare intorno ai parapetti.
Attutisce il frastuono del traffico, che sfila composto, discreto, senza inciampi, avvolto nel fruscìo che esso stesso produce strofinando sul catrame bagnato. Giunge alle mie orecchie come fosse distante, addirittura lontanissimo.
Mi ha sempre affascinato questa città, oggi come la prima volta che l’ho incontrata.
Questo vapore umido si adagia su ogni cosa, compatto, come la superficie di una lavagna su cui si delineano sofisticati fotogrammi in bianco e nero che oggi fanno somigliare Milano a come la immaginavo quando ero piccola, così remota e grande da credere che contenesse il mondo.
Sulla Ripa di Porta Ticinese, al riparo dal freddo e dalla pioggia, guardo fuori dalla vetrina del negozio di dischi in cui mi attardo, seduta comodamente fra le numerose casse di legno ricolme di long playing.
Avvolta dal suono delle ballate evocative e struggenti di Nick Cave, posso essere spettatrice di scorci di vita che mi scorrono davanti. E’ la musica a guidarmi, mi lascia intuire, mi dona una sensazione di conoscenza rapida e chiara e mi permette di indagare e comprendere dettagli sfuggiti alle paratie offerte dalle tende e alla vigile sorveglianza dei vetri chiusi delle finestre.
Osservo con attenzione minuziosa, e non vedo solo con gli occhi.
Su questa cornice monocromatica risaltano vividi i contorni dei passanti. Riesco ad isolare le sagome dei singoli corpi, figure di primo piano che campeggiano sullo sfondo.
Ognuno si staglia netto.
La ragazza cammina così lentamente da farmi pensare che ignori la meta del suo avanzare.
E’ così giovane e talmente rallentato  il suo passo, che pare aver adeguato il ritmo del suo incedere a quello di una persona molto più vecchia di lei, una compagna che io non posso vedere e che pure le sta a fianco. Poggia l’ombrello sulla spalla destra e sostiene appena con le dita l’impugnatura dell’asta.
I suoi capelli e il resto del corpo risultano immobili. Tanto cautamente accompagna un piede accanto all’altro e tanto silente è il suo passaggio che sembra trasportata.
Tutto il corpo della ragazza è trattenuto, rivolto al proprio interno, anche la pioggia le passa vicino senza sfiorarla.
Procede piano, cercando a tentoni cosa incontrerà più avanti, attenta – come prescrive la vecchiaia – alle asperità del cammino, intenta ad evitare gli inciampi sempre pronti a tradire i suoi passi. Assorta, concede che mi scorra davanti solo questo suo appassito deambulare.
I suoi pensieri non sono per me. continua a leggere