Si trovava in una stanza piuttosto grande, la casa sembrava essere la sua, ma faticava a riconoscerla. Forse c’era una festa, perché la sala era piena di persone, i visi parevano familiari e nello stesso tempo sconosciuti: lo stavano guardando sorridenti, come se si aspettassero qualcosa da lui. Forse la festa era per lui. Ma per quale ragione? Non riusciva proprio a ricordare. Si stava comunque sforzando di corrispondere alle loro aspettative, cercava di mostrarsi accogliente e disponibile, partecipava alle loro conversazioni con cortese sollecitudine. Ma il suo il cuore era in tumulto, si sentiva risucchiato in una voragine di dolore senza fondo. In mente aveva un solo, terribile pensiero: suo figlio era morto. Non sapeva come e quando fosse avvenuto, ma ne era assolutamente certo: suo figlio era morto. Non capiva come gli altri potessero fingere quella insopportabile normalità. Era soffocato dall’angoscia, non poteva più reggere l’ipocrisia della menzogna, ma non sapeva come uscire da quella situazione paradossale in cui tutti quanti non facevano che ridere e battergli manate sulle spalle. All’improvviso il ricordo: aveva un’altra figlia, una bimba di pochi mesi. Aveva provato ad aggrapparsi a questo pensiero per non perdere il senno, ma inutilmente. Si era reso conto di ricordarne a stento il viso, forse perché non se ne era mai occupato. Una fitta di senso di colpa lo aveva ferito, ma solo per un attimo, perché quel dolore immenso lo sovrastava, incontenibile. Proprio in quel momento un elicottero sorvolava la casa. Era vicinissimo, il frastuono del motore era assordante. Aveva allora approfittato della confusione generata da questo imprevisto e si era allontanato alla ricerca di un luogo appartato. Dopo un lungo girovagare, aveva trovato finalmente rifugio in una stanza che gli rammentava la camera da letto dei suoi genitori, quella dei suoi ricordi di bambino, e allora finalmente si era accovacciato e aveva urlato, aveva urlato con tutto il fiato che aveva in corpo, fino allo sfinimento, certo che nessuno lo potesse sentire. Poi, inatteso, un eco di passi lungo il corridoio. Dalla fessura della porta solo accostata aveva intravisto il profilo di sua moglie. Lo stava fissando, muta, il viso serio e immobile. Nel suo sguardo di un’intensità stordente gli sembrava di scorgere una scintilla di comprensione. “Sì”, aveva pensato, “lei sa…”. All’improvviso aveva percepito un movimento. Non era solo nella stanza. Un uomo, di età e corporatura simile alla sua, lo stava guardando con curiosità e stupore. Anche nel viso indovinava qualche somiglianza, nonostante l’espressione distorta e allucinata dei suoi tratti. Gli abiti che indossava, le mani, persino il volto, erano vistosamente schizzati di sangue. Si erano osservati per un lungo istante, immobili. Poi, simultaneamente, avevano entrambi sollevato una mano. Lui la sinistra, vuota. L’altro la destra, stretta a pugno sul manico di un’accetta. Inorridito, aveva fatto un balzo indietro, portandosi istintivamente una mano alla bocca, immediatamente imitato da chi gli stava di fronte. Nel farlo aveva notato alcune macchie scure sul polsino candido della propria camicia. Aveva alzato lo sguardo e aveva visto l’uomo che gli stava di fronte levare lentamente gli occhi al cielo e spalancare la bocca. Un urlo era tornato a squassare l’aria. Il suo.

Si era svegliato con il cuore in tumulto, il respiro strozzato in gola. Sua moglie dormiva, raggomitolata al suo fianco. Dalle persiane filtrava la luce dei lampioni. Il mattino sembrava ancora lontano, come confermava la sveglia poggiata sul comodino.
Nemmeno per un istante era stato sfiorato dall’intenzione di riprendere sonno, troppo forti le emozioni che lo agitavano. Si era alzato silenziosamente e, nella penombra, si era affacciato alla stanza della figlia. L’aveva osservata a lungo, immobile. Dormiva profondamente. Di tanto in tanto bofonchiava qualcosa di incomprensibile, come spesso le capitava nel sonno. Era quindi andato a versarsi un bicchiere d’acqua e si era seduto sul divano. Di accendere il televisore non se ne parlava, sicuramente sua moglie si sarebbe svegliata con le inevitabili domande, e lui non aveva nessuna voglia di giustificarsi, di spiegare o, peggio, di mentire… No, di quel dolore non voleva, non poteva parlare. Non in quel momento. Quasi per caso il suo sguardo si era posato sulla sacca da palestra. La sera precedente doveva averla dimenticata accanto al divano, senza svuotarla. La decisione era stata improvvisa. Una cura che sapeva efficace. Si era cambiato rapidamente, quindi, dopo aver lasciato un biglietto sul tavolo della cucina, aveva infilato la porta di casa.
Fino ad alcuni anni prima lo faceva quotidianamente: sveglia alle sei, un’ora di corsa al parco e tra le vie deserte del centro storico, poi doccia e colazione. Nei primi tempi, i più difficili, di nuovo nel pomeriggio, al ritorno dal lavoro. Aveva cominciato quando era morto suo figlio Carlo. Gli sembrava che le endorfine prodotte dal corpo durante la corsa attutissero la violenza di quel dolore indicibile. Solo così riusciva ad affrontare lo spaventoso vuoto di quelle giornate che si susseguivano spietate, una dopo l’altra.
Poi i sempre più frequenti problemi alle articolazioni delle ginocchia lo avevano costretto a sostituire la corsa con la palestra, ma non gli era dispiaciuto. La corsa, in sé, non era così importante. Era la fatica fisica che contava davvero, e gli risultava indifferente che venisse guadagnata macinando chilometri sulla strada, inanellando vasche in piscina o lavorando con le macchine di una palestra. Quando riusciva a concentrarsi solo sul ritmo della respirazione e sentiva i muscoli tendersi e il sudore che iniziava a scorrere sul corpo, sapeva che anche per quella volta i demoni che gli occupavano la mente sarebbero stati costretti ad allentare la presa, almeno per un po’…
Un paio di giri del parco sotto casa per coordinare passo e fiato, per capire come avrebbero risposto i polmoni e i muscoli delle sue gambe dopo tutto quel tempo, poi, attraversato il cavalcavia della ferrovia, si era diretto verso il centro storico. In strada neanche un cane.
Era successo durante la rimozione di un’ernia ombelicale, gli avevano detto “un esito assolutamente imprevedibile per un’operazione di routine…” Sì, l’avevano chiamata proprio così i medici, di routine. Odiava quel termine. Ancora oggi quando lo sentiva pronunciare provava un moto di rabbia. Quanta sofferenza poteva essere contenuta in una parola dall’apparenza innocua…
Intanto che questi pensieri gli rotolavano per la testa, il ritmo del suo respiro, dopo l’affanno dei primi minuti, si era fatto regolare. Le sue gambe rispondevano meglio di quanto avesse previsto. Nella piazza principale della città da un furgone stavano scaricando pacchi di giornali di fianco all’edicola. I suoi piedi, intanto, avevano puntato verso nord, direzione ospedale.
Erano seguiti mesi terribili. Anche il rapporto con sua moglie era stato messo a dura prova, ognuno perso dentro il proprio dolore, con l’animo prosciugato. Ricordava ancora i giorni in cui non riuscivano nemmeno a rivolgersi lo sguardo… Poi, quando sembrava che si stessero definitivamente perdendo, lei gli aveva proposto di avere un altro figlio. All’inizio l’idea gli era sembrata assurda e aveva provato a spiegarglielo, ma quelle discussioni interminabili avevano ottenuto il solo risultato di renderla più ostinata. Così, con il trascorrere delle settimane, sempre più spesso si era trovato a pensare che potesse avere ragione lei quando lo accusava di essere troppo rigido. Forse non esistevano modi giusti o sbagliati per prendere quella decisione, forse un altro figlio li avrebbe costretti a riprendere il bandolo della loro vita… Trascorsi due anni dalla morte di Carlo, era nata Giulia.
Era arrivato alla deviazione che portava in castello. Dopo un attimo di esitazione, aveva imboccato la salita. Alla partenza non pensava di avere fiato e gambe sufficienti per affrontarla, ma ora persino le fitte alle ginocchia si erano zittite e i polmoni funzionavano a dovere. E poi gli era sempre piaciuto affacciarsi sulla città ancora addormentata dal piazzale panoramico.
Giulia, già… Era ormai una ragazzina, solare ed estroversa, piena di gioia di vivere. Ma perché era così incapace di manifestarle il proprio amore? Da quando era nata, si era barricato dietro il personaggio del padre distante e distratto. Forse era la paura di poterla perdere come gli era successo con Carlo: il terrore di riprovare di nuovo tutta quella sofferenza lo metteva in scacco, lo immobilizzava, impedendogli di lasciar scorrere liberamente i sentimenti. Perché lui la amava, di questo era certo. La amava moltissimo. La maschera di protezione che si era accuratamente costruito nel corso degli anni si era lentamente trasformata in una gabbia insopportabile che non sapeva più come rompere. Giulia gli aveva offerto e continuava ad offrirgli un sacco di opportunità. Nel tentativo di compiacerlo e di attirare la sua attenzione, aveva adottato praticamente tutte le sue passioni. Ultimamente si interessava anche al calcio, guardava le partite con lui e tifava, guarda caso, per la sua stessa squadra. Cos’altro avrebbe potuto fare? Ora toccava a lui. Doveva, voleva trovare il modo di liberarsi da quella prigione. Aveva già perso troppo tempo. Giulia meritava di più.
Terminata la discesa del castello, si era diretto verso un incrocio tra due strade trafficate. Dopo averlo superato, si sarebbe di nuovo trovato nelle più tranquille viuzze del centro storico e avrebbe potuto dirigersi verso casa. Senza rendersene conto, aveva accelerato il ritmo della corsa. Ora aveva fretta di rientrare. Così avrebbe avuto il tempo di fermarsi alla pasticceria sotto casa ad acquistare i croissant che piacevano tanto a Giulia. Poi avrebbero fatto colazione tutti insieme e, sì, si sarebbe preso un permesso dal lavoro e le avrebbe proposto di marinare la scuola e di trascorrere la giornata insieme a fare tutte le cose che le piacevano…
Era così immerso nei suoi pensieri che non si era accorto del camion che procedeva a velocità sostenuta verso il crocevia che stava per attraversare. L’impatto era stato violentissimo.

Qualcuno lo stava scrollando mentre gli urlava “Papà, papà, svegliati! Su, svegliati!”.
Era uscito con fatica da quell’incubo. Ancora molto agitato, aveva finalmente aperto gli occhi.
“Carlo, sei tu!” aveva esclamato con enorme sollievo, mentre gli gettava le braccia al collo.
Il figlio, dopo essersi divincolato con malcelato fastidio da quell’abbraccio inaspettato, gli aveva rivolto uno sguardo perplesso.
“Certo, sono io, chi dovrebbe essere? Mi hai fatto prendere uno spavento… Ti ho sentito gridare dalla mia stanza. Quando sono arrivato eri agitatissimo. Guarda, sei sudato fradicio… Ma che ti ha preso? Ti senti bene?”.
“No, stai tranquillo”, gli aveva risposto, mentre cercava di recuperare calma e lucidità, “Sto bene. È stato solo un brutto incubo. Ora è passato. Grazie per avermi svegliato. Ma che ore sono?”.
“E’ ora che ti alzi” gli aveva risposto il figlio visibilmente sollevato, “mamma è già andata al lavoro e tu, se non ti sbrighi, arriverai in ritardo anche questa mattina… Ma cosa hai sognato di così spaventoso?”.
“Ma niente, una vicenda assurda e ingarbugliata… Ora non ho tempo per raccontartela. Magari stasera, se me la ricorderò ancora. Piuttosto, tu e Giulia avete già fatto colazione?”.
“Giulia? E chi sarebbe?”
“Dai, non fare il cretino. Tua sorella…”
Carlo si era improvvisamente irrigidito.
“Papà, cosa stai dicendo? Non capisco…”.
Poi, con il viso teso in un’espressione seria e preoccupata, dopo un lungo momento di silenzio, aveva aggiunto, “Papà, io sono figlio unico.”

Malik

11/07/2018 | Scritto da Andrea Maria Spadini | (0 Commenti)


Il racconto è disponibile anche in formato audio:

Andrea Maria Spadini: Malik

Il racconto è letto da Enzo Bonanno:

Sono nato a Torre Annunziata nel 1957 e vivo a Pavia fin dalla prima infanzia, dove svolgo la professione di commercialista. Da una decina d’anni mi dedico con passione all’attività teatrale con la compagnia amatoriale “Serpente Tentattore”. Ho seguito diversi corsi di recitazione presso la scuola del Teatro Litta e il corso di tecniche di letture ad alta voce della scuola del Teatro Paolo Grassi. Attualmente recito il ruolo di promesso sposo nello spettacolo “Il Mio Grosso Grasso Matrimonio a Torre Del Greco”, scritto e diretto da Raffaela Gallo.


 

Era una giornata limpida, come non ne capitano spesso sulla riviera adriatica durante il mese di luglio. Il cielo terso e l’aria frizzante del mattino sembravano quelli che di solito seguono un temporale.
La fresca brezza che filtrava attraverso le fessure delle persiane doveva aver portato con sé anche una sorta di irrequietezza, perché Luca e Giuseppe si erano svegliati presto, ben prima del solito. Entrambi sentivano l’irrefrenabile bisogno di uscire il prima possibile all’aria aperta, perciò si erano alzati e vestiti velocemente e, dopo aver bevuto frettolosamente un sorso di caffelatte, si erano affrettati verso l’uscio di casa, come se fossero in ritardo ad un appuntamento importante.
“Bè, com’è che non mangiate niente stamattina?” aveva domandato stupita Aurora, la mamma di Luca, conoscendo il loro abituale appetito.
“No, davvero mamma… stamattina non ho proprio fame.”
Ancora non persuasa, Aurora si era allora rivolta a Giuseppe. “Ma… non mangi niente nemmeno tu?”.
“No grazie, zia Auri. Magari più tardi ci prendiamo un bombolone al chiosco del nostro bagno.”
“Mi volete almeno dire dove state andando voi due così di corsa?” aveva allora chiesto sbarrando loro la strada verso la porta.
“Dai mamma, dove vuoi che andiamo? … Si, lo so, non dobbiamo allontanarci troppo dal nostro ombrellone!”
La spiaggia si trovava a poche centinaia di metri dalla villetta in cui soggiornavano.
I loro genitori, da tempo legati da un solido rapporto di amicizia, da qualche anno avevano preso l’abitudine di affittarla e condividerla per il periodo di villeggiatura. Potevano così permettersi una vacanza più lunga e, nel medesimo tempo, le madri si offrivano reciproca compagnia nel caso in cui i loro mariti fossero stati trattenuti in città da eventuali impegni di lavoro. Tutti contenti, dunque.
Luca e Giuseppe innanzitutto, considerata la grande amicizia che li legava.
A quell’ora il litorale era popolato quasi esclusivamente dai bagnini che stavano raccogliendo cartacce e risistemando lettini e ombrelloni, in attesa dell’arrivo dei villeggianti. L’immobilità del mare contribuiva a conferirgli l’aspetto di un enorme specchio dorato. Una nave mercantile, forse una petroliera, si stagliava nitida all’orizzonte, portando con sé vaghe promesse di avventure misteriose.
“Guarda Luca, si riescono a vedere persino le macchie di ruggine sulla fiancata, sembra di poterla toccare solo allungando il braccio… Chissà da dove arriva?”
Intanto, incoraggiati dalla sabbia piacevolmente fresca sotto i loro piedi, quasi senza rendersene conto avevano cominciato a camminare lungo la battigia.
“Che ne dici, andiamo fino al molo?”
“Sì, dai, bella idea… Allora torno a prendere secchiello e retino, magari riusciamo a trovare qualche granchio tra le rocce…” gli aveva risposto Giuseppe mentre già correva verso l’ombrellone.
Il molo del porto-canale non era molto distante, giusto un paio di chilometri, ma non si erano mai allontanati così tanto senza essere scortati da un adulto.
Sapevano di contravvenire alle raccomandazioni dei loro genitori, ma il fremito che sentivano scorrere sottopelle fin dal loro risveglio era incontenibile, impossibile resistergli.
“Luca, ma torneremo in tempo per non farci beccare? Lo sai quanto rompono le mamme quando fanno le prediche…”.
“Ma sì… Tanto non arrivano mai in spiaggia prima delle dieci. Comunque possiamo sempre inventarci qualcosa… Tipo che eravamo a giocare a bigliardino o a biglie con gli amici… Dai, intanto allunghiamo un po’ il passo…”.
Ai due bambini non ci era voluta più di mezz’ora per raggiungere il molo.
Ora che avevano raggiunto la meta potevano finalmente dedicarsi all’esplorazione degli anfratti tra i massi frangiflutti, a caccia di piccoli granchi e conchiglie.
La concentrazione della ricerca li aveva progressivamente separati, perciò Luca era solo quando, in un pertugio tra due rocce particolarmente angusto, aveva intravisto un oggetto che sembrava un grosso bastone piantato nella sabbia sottostante. La forma strana di quell’oggetto lo incuriosiva, e la posizione quasi verticale in cui si trovava gli aveva reso abbastanza agevole recuperarlo.
“Giuseppe! Vieni a vedere cosa c’è qui… Giuseppeee!”
Era lungo una quarantina di centimetri, forse qualcosa di più, dritto, con degli ingrossamenti alle due estremità. Sembrava quasi un randello, una clava. A Luca ricordava proprio le clave che ogni tanto i personaggi del cartone animato de Gli Antenati utilizzavano per suonarsele di santa ragione.
“Sì, ma quelle che usa Fred sono ossa di mammouth… Sono ossa…” pensava mentre quello che fino all’istante precedente gli era sembrato un bastone gli scivolava lentamente dalle mani.
Giuseppe lo aveva trovato così, immobile, con lo sguardo perso verso l’orizzonte e quello strano bastone disteso ai piedi.
“Luca! Ehi, dico a te! Mi vuoi rispondere? Prima mi chiami e poi, quando arrivo, non mi guardi nemmeno? Luca!” continua a leggere