L’ordine naturale II

Ragioni, temi e percorsi di una mitologia personale

A lungo sono rimasto ad ascoltare i vecchi nella frescura sulla soglia di casa, nelle tiepide cucine invernali o ai margini delle tavolate dei giorni di festa, quando le chiacchiere si erano ormai sfilacciate tra i membri della famiglia riunita. Mi piaceva l’atmosfera del ricordo sommerso, sfaldato, come un frutto la cui decomposizione nutre il piccolo seme del vivere che vi è nascosto. Non è che il ciclo chiaro e ineludibile, privo di senso se non per sé stesso, della rigenerazione e della trasformazione, presidio dell’Unico Ordine Naturale sul quale aggettano in particolare, pescando in antico, le storie popolari di magia e superstizione.

Non sono fatto per le imprese costruttive. Non ho mai edificato una casa né ho scelto un lavoro di fabbricazione. Nel bosco mi piace riportare alla luce il ceppo o la roccia ricoperti dai rovi, loro sì pilastri d’emozionanti luoghi d’incontro.

Le storie popolari sono quei frutti della vicenda umana che devono degradarsi per nutrire l’essenza del germe, sono la vigorosa vegetazione che copre il ceppo e la pietra. Ancora oggi aspiro all’esplorazione di quelle tumide polpe, dell’intrico di quell’invasione arborea per godere delle piccole luci che vi sono custodite e che forse arrivano da tempi molto antichi. Sono alla ricerca di ciò che viene da un Tempo Molto Antico; mi pare che lì vi sia l’unica possibilità di avvicinamento all’Unico Ordine Naturale e all’Unica Umanità Che Valga Veramente La Pena.

Tra gli orpelli di cui sfrondarsi per compiere questa indagine c’è la religione. Con la sua pretesa di parlare delle cose prime, la religione è forse l’orpello principale e più infido perché finisce per trovarsi proprio a un passo dall’Unico Ordine Naturale e per tale motivo questi due soggetti vengono spesso confusi uno con l’altro. Invece la religione non è il seme, solo partecipa della “polpa” che deve corrompersi per nutrire. La religione è racconto con un progetto ideologico: la definizione di un male e di un bene. L’Unico Ordine Naturale è invece interamente nell’immanenza organica e mentale.

La mia propensione per la ricerca dell’Unico Ordine Naturale mi spinse a raccogliere molto materiale nell’ambito del racconto popolare, fino a confrontarmi con studi che hanno chiarito concettualmente tale accezione, distinguendo per esempio tra leggenda, fiaba e altro ancora. Vladimir Propp è uno dei più noti studiosi del genere “fiaba”; a lui si deve l’individuazione del suo tipico schema narrativo e la classificazione dei personaggi e delle funzioni (eroe, antagonista, aiutante, premio, donatore, oggetti mediatori, ecc.). La tesi di Propp è che le fiabe, o meglio i racconti di fate, caratterizzati da un intervento della magia, siano il risultato del decadimento di miti connessi ad arcaici riti di passaggio; l’originario significato sarebbe venuto meno a causa della trasformazione delle società e quindi dei valori di riferimento. Non solo; soggetti al decadimento, gli antichi miti sarebbero stati in un certo senso “rovesciati” in forma di fiaba, cioè rifunzionalizzati all’interno del nuovo “stadio culturale” al fine “educativo” di contrastare le precedenti usanze, delle quali era stato perduto il senso.

Il caso più emblematico – che peraltro compare anche tra i racconti de L’ordine naturale – è quello del divoramento, da parte della strega, del bambino che il genitore fa intenzionalmente perdere nel bosco. Sembra che in alcune società arcaiche il perdimento rituale costituisse una tappa dei riti di passaggio dall’infanzia all’età adulta; al contrario, nella Storia delle formaggelle – versione brionese di Pollicino o Hansel e Gretel – viene proposto come l’esecrabile risultato della povertà dei genitori in un contesto che vede la famiglia come spazio naturale e positivo della socializzazione.

L’osservazione di questi processi fece nascere in me un doppio interrogativo: quali contenuti potremmo trovare “rovesciando” ancora una volta le storie popolari, quindi risalendo come un fiume la loro vicenda storica, depurandole dai principi morali ed educativi indotti dalle trasformazioni culturali a noi più vicine? Potrebbero essere, quei contenuti, testimoni di misteri più interessanti e verità migliori di quelle di cui disponiamo oggi, veicolate dalle banalità del consumismo, del moralismo e dall’esasperante comunicazione sociale mediata da una tecnica interessata?

Così mi sono messo a riguardare le storie raccolte dalla viva voce dei vecchi o da sparse pubblicazioni sulle tradizioni bresciane per provarne, appunto, un rovesciamento. E qui è necessaria un’altra precisazione metodologica e concettuale. Alla fine di uno studio sull’origine delle fiabe, Propp avvertì della necessità di attente cautele nel maneggiare il materiale etnografico, suggerendo di evitare l’utilizzo dei criteri di analisi applicati ai racconti di fate ad altri tipi di racconti popolari (come le leggende), che potrebbero avere natura differente perché calate in circoscritti contesti sociali e con finalità in un certo senso più pratiche (giustificazione di una specifica conformazione territoriale, di conflitti intercomunitari, di tabù sociali, della manifestazione di potere di alcune persone, ecc.). Pur consapevole di questo avvertimento, nell’osservazione dei materiali da me raccolti mi sono reso conto che alcune ricorrenze legano le diverse tipologie di racconto popolare, intendendo con tale accezione non solo i racconti di fate e le leggende, ma anche le usanze, le credenze, le situazioni e le superstizioni accolte, per esempio, nell’alveo della narrazione religiosa. In tutte queste tipologie, infatti, a mio parere non di rado è ravvisabile una analogia nella dinamica dell’atto risolutore del conflitto.

Anche in questo caso propongo un esempio contenuto ne L’ordine naturale. Nei racconti di fate analizzati da Propp ricorre il caso dell’eroe che, per ottenere il premio, deve recarsi nella casa della maga o dell’orco per tornarne dopo aver conseguito un certo risultato: la liberazione di un soggetto o la presa di possesso di un oggetto dal potere salvifico. Durante il ritorno l’eroe dispone di alcuni strumenti che potrà usare per difendersi dall’inseguimento della maga o di suoi servitori. Non di rado, tali strumenti detengono a loro volta capacità magiche che si attivano lasciandoli cadere dietro le spalle e con l’accorgimento di non voltarsi per non compromettere il successo della spedizione.

L’episodio del viaggio salvifico nel luogo della morte, di cui è rappresentazione la casa della maga, si ripete con varianti in numerosi miti di ogni epoca: da Eracle a Orfeo a Ulisse e molti altri fino a Dante; Gesù stesso scese agli inferi il sabato santo, per portare la Buona Novella alle anime dei morti anteriormente alla sua venuta sulla terra. Nei riti pasquali, il ritorno di Gesù nel mondo dei viventi il sabato santo è sancito dal suono a stormo delle campane, ma nella tradizione bresciana compaiono comportamenti che ben ricordano il lancio di oggetti alle proprie spalle da parte dell’eroe in fuga dalla maga: a Gardone V.T. all’uscita dalla funzione del sabato santo i fedeli gettavano dietro di sé con significato propiziatorio le proprie calzature, oggetti a loro volta simbolizzanti il cammino tra mondo dei vivi e mondo dei morti; con lo stesso significato di buon auspicio, a Polaveno si gettavano pietre nei prati “per cacciare i serpenti” (anche in questo caso si tratta di un animale sovraccarico di simbolismo, non solo nel contesto biblico).

Gli informatori odierni non sono affatto in grado di spiegare il senso di tali comportamenti, ma il confronto con le fiabe sembra in parte rivelatore di corrispondenze tra generi nell’ambito del racconto popolare, come se in fondo siano tutti “fatti dello stesso tessuto”. Se una tale considerazione avesse effettivamente un suo fondamento, per mezzo di quelle corrispondenze si potrebbe estendere il progetto del “rovesciamento” a più generi nella “narrativa” popolare, trovando la traccia di significati oggi perduti anche in ciò che non è racconto di fate. È ciò che mi sono proposto con la scrittura dei testi presenti nella raccolta L’ordine naturale. Preciso tuttavia che il mio intento non era di tipo scientifico ma letterario e di essere consapevole che il risultato non è, in fondo, che la costruzione di una mia personale mitologia, i cui contenuti solo discrezionalmente possono essere posti a fondamento dell’esperienza umana.

Senza indicare a quale dei racconti si riferiscano, di seguito segnalo per sommi capi i principali temi finora attinti dal “rovesciamento” di leggende, fiabe o situazioni rituali: il rapporto tra vivi e morti (le storie delle case stregate, delle donne dai piedi di capra e dell’uomo selvatico, dei morti come donatori, rapitori, ordinatori del mondo dei vivi), i riti di passaggio dall’infanzia all’età adulta e i riti della fertilità, la tradizione degli animali totemici e delle grandi madri. Pur volontariamente ristretta all’area bresciana, la scelta dei racconti tradizionali finora da me utilizzati non esaurisce il materiale disponibile e può darsi che col tempo altri episodi si uniscano a quelli qui pubblicati; può anche darsi che col prosieguo della scrittura essa assuma sfumature via via differenti, anche tradendo il progetto iniziale, che a ben guardare già ora vede di brano in brano diversi gradi di fedeltà. D’altra parte sento che se da un lato il gioco intrapreso mi chiama a un rigore metodologico-estetico, dall’altro sarà anche la variazione a introdurre ulteriori “verità” a cui non ho ancora avuto accesso.

Una considerazione finale riguarda l’affiancamento dei testi coi dipinti di Marco Manzella. Dopo la formazione artistica Marco lavorò alcuni anni nel restauro di affreschi antichi, comunque coltivando una personale ricerca stilistica e tematica guardando tra l’altro alla solennità del Quattrocento italiano, estesa però a personaggi e situazioni (o frammenti di situazioni) quotidiane e domestiche. Il risultato è la restituzione a quella “ordinarietà” di un’atmosfera di sospensione e silenzio come già in alcuni maestri del Realismo Magico, a cui però si aggiunge una valenza allegorica rivolta verso temi prossimi al mito e al sacro. A testimoniare il suo interesse al tema del mito – non illustrato ma interpretato – ricordo alcune opere giovanili di grafica (la serie inedita Cerimonia profana), nelle quali comparivano figure e scenografie caratterizzate da una certa arcaicità e sacralità, quasi che, come nei miei racconti, sia necessario cercare in un Tempo Molto Antico (o in un tempo assente o nell’inconscio o nell’archetipo) l’Unico Ordine Naturale.

Interrogato su alcune delle scene rappresentate nei suoi dipinti, ma in generale sull’atmosfera che vi si respira, Marco riferisce di avere in mente un paesaggio ideale, per questo ieratico, immobile e assoluto, reso tuttavia “ossimoricamente” incerto perché è chiaro che quella cristallizzazione non può durare. Le situazioni rappresentate vengono immediatamente percepite dall’osservatore come portatrici di un simbolismo che tuttavia rimane imprecisato; in esso, però, sulla scorta delle suggestioni che derivano dalla mia ricerca dell’Unico Ordine Naturale nel racconto popolare, io riconosco quasi sempre gli stessi soggetti: la grande madre, la vestale, l’animale totemico, il donatore, la lotta col rapitore.

È in questo mio riconoscermi nelle sue opere che ha preso forma la proposta di attingere al suo mondo “ordinariamente olimpico” per articolare ancor meglio il linguaggio e il racconto de L’ordine naturale. Della sua disponibilità a mettere in comune i rispettivi misteri e verità voglio qui cogliere l’occasione per un sincero ringraziamento.

Uno

Chi fu a sradicare le fondamenta del palazzo!? Chi a spaccare porte e finestre, a divellere le gemme luminose dai frontoni, dai merli, dai capitelli! Giunsero uomini armati di picconi e ridussero quel palazzo a miniera, ed era furia contro luce, avidità contro parsimonia, invidia contro concordia.

Erano uomini del paese? Quali tra gli uomini del paese potevano odiare a quel grado il palazzo e le sue abitanti, dispensatrici di un canto al cui udirsi cessavano i lavori nei campi, nei boschi, nelle case… Da quelle sette stanze pietre e cristalli spargevano luce sulla terra intorno, nelle ore dell’alba e del tramonto.

Le giovani del paese, che vi andavano in visita nel tempo dei primi amori, erano accolte con amicizia e ammaestramenti dalle donne del palazzo. Imparavano le danze, i segreti delle erbe e i piaceri del letto, imparavano che è dal congiungimento che nascono i figli, apprendevano la scrittura delle lettere d’amore e d’addio. Le signore della casa andavano loro incontro invitandole a unirsi al canto e quando la melodia cessava ne rimaneva un’eco, un pulsare d’orto in orto, di vigna in vigna, come un’orazione, salmo di gloria in un linguaggio straniero, che calava dai soffitti, saliva dai pavimenti, correva le diagonali delle corti. A quelle vibrazioni partorivano le gravide e si gonfiavano i frutti, si spaccavano malli e melograni, si calmava la furia dei temporali, s’ammorbidiva la tempesta.

Portarono il dio del piccone, invece, gli uomini, armato di ferro e di fuoco; cacciarono le donne e sprofondarono il palazzo nel ventre, nel buio della terra.

***

Uscì dall’aria alla terra. Inforcò il cavallo bianco. Al galoppo penetrò fra le argille, come in volo.

Il godimento del volo richiede di sostenere il mancamento d’un istantaneo precipitare dopo lo spicco, ma poi si risale dominando il movimento. Si chiese se fosse sogno o realtà quel volare a braccia spiegate e giunto a considerarlo vero si chiese perché gli uomini non conducessero abitualmente quella pratica essenziale. Si convinse che proprio a causa dell’iniziale vertigine essa fosse ormai perduta. Poi pensò che invece fosse sogno, perché certo quel volare non poteva non richiedere al corpo gesti e potenza a cui non era preparato.

Come un cavallo alato, condivideva l’avventura portando in groppa gli amici più cari. Penetrò fra le vene minerali. Nel profondo della terra quella corsa cambiava densità agli agglomerati. La pressione degli attriti sotterranei sfaldava le strutture inerti. L’alito ignifero del cavallo scioglieva la roccia riducendola a plasma e l’animale vi viaggiava e lui stesso vi viaggiava a braccia aperte e a occhi chiusi, a cuore fermo, con lo sguardo avanti, più avanti, nella terra, nell’immobilità. Nel non sogno, nel non sonno, nel non sapere. Ormai senza più città né destino.

***

Ogni mille passi crescevo un po’ di più. Era così quel viaggio. Ogni mille passi, ogni mille respiri, ogni mille sonni. Da bambino che ero crescevo un po’. Mi ero perso. Andavo. Non mi ero perso, solo non sapevo quale fosse la meta, se ci fosse una meta.  Mettevo un passo avanti l’altro, respirando. Stanco, mi accoccolavo un po’ discosto dalla via e dormivo. Ogni mille sogni un respiro. Ogni mille respiri un passo, ogni mille passi un sogno, ogni mille sogni una strada, ogni mille strade un labirinto. La prima volta che giunsi fu quando incontrai un vecchio e lo incontrai nel mezzo della mia solitudine.

Figliolo, questa è la via della foresta. Davanti hai il percorso più difficile, dietro hai un ritorno impossibile, giacché non potresti restituire né passi né respiri né sogni. Poco più avanti di qui c’è un’osteria dove potrai dormire prima di riprendere il viaggio. È però frequentata da assassini dai quali dovrai stare in guardia, ma che conoscono le segrete verità dei labirinti. Da loro dovrai imparare senza perire e se riuscirai, saprai quale sarà il premio.

Quando arrivai all’osteria chiesi cibo e mi diedero un coltello per la caccia, chiesi del vino e mi diedero forbici per vendemmiare, chiesi da dormire e mi diedero la falce per tagliare un letto di fieno. A notte in quel fieno mi nascosi per non essere visto dagli assassini. Quando giunsero li sentii vantarsi d’avere avvelenato la figlia del re, ma che il rimedio stava proprio nell’uva della vigna reale, posta in un labirinto con pareti di rovo e protetta da un lupo feroce. Al mattino mi sciolsi dal fieno, partii e andai dal re, che prometteva la figlia in isposa a chi l’avesse guarita. Scesi nel labirinto, col coltello squartai il lupo urlante maledizioni mentre moriva, con le forbici recisi l’uva che si staccava con dolore, con la falce mi feci strada fra rovi che gridavano alla loro disgrazia.

Portai l’uva al re che la diede alla figlia per guarirla. Quando me la condusse perché la prendessi in moglie me ne andai. Avevo capito che il mio premio era di essere diventato assassino.

***

Trovarono il cesto abbandonato nel prato, con le more sparpagliate tra l’erba, alcune prugne, qualche fico, tre bei funghi ormai aggrediti da lumache. Il panno che teneva in ombra quei frutti era strappato e una chiazza di sangue secco si mescolava all’argilla con la quale la giovane sporcava il proprio viso.

Prima di portarla via le avevano tolto quella maschera di terra, avevano voluto guardarla per bene. Di certo lei aveva resistito; forse l’avevano ferita o lei aveva morso l’aggressore fino a farlo sanguinare.

Più in là trovarono brandelli di veste, uno zoccolo spaccato, il fazzoletto da collo. Più in là ancora solo erbe pestate, un ramo ritorto e più nulla.

Era bella. Una bellezza irresistibile, che suscitava ora timore, ora timida adulazione, ora desiderio irrefrenabile. Era bella. Era da prendere per i capelli, piegarle indietro la testa e scoprirle la gola. Era da stracciarle il corpetto, strappare le maniche. Era da palpare per tutto il corpo, da sollevare con forza per i fianchi quando si fosse riusciti a infilarsi tra le gambe.

Non era un uomo solo; che uomini erano? Temendo l’agguato, lei si sporcava la faccia per imbruttirsi e in casa si offriva per nettare il camino. Per puzzare insopportabilmente dormiva con le capre. Non usciva di casa che di rado, nel brolo si spogliava per cuocersi al sole, si grattava coi chiodi, si pettinava con le striglie. Ma la sua bellezza non faceva che fiorire. La colsero quegli uomini, la godettero, la gettarono sfinita sulle lame, insieme alle altre, nel pozzo armato, forse viva, forse morta. Che uomini erano? Con che perfezione s’era data, ad essi, la giovane?

***

Era un bel paio di zoccoli, erano delle belle cordicelle, delle pietruzze tondeggianti. Era un ben lungo viaggio, senza orizzonte, senza paesaggio, senza aria, senza luce, senza sentiero. La terra si disfaceva ad ogni passo. Una specie di peristalsi contrastava il cammino, talvolta lo ricacciava all’indietro, come l’uomo percorresse un esofago in senso contrario.

Giunto al lago delle ceneri aveva navigato sugli zoccoli fino a scorgere la serpe bere alla riva, deposto il quarzo radioso di lato perché non cadesse tra le onde. Si era avvicinato con cautela, aveva trovato l’occasione per afferrare il brillante e fuggire all’animale che però l’inseguì, e ora arrancava cercando l’uscita.

La intuì in un lontano riverbero incostante di luce e fu allora che senza volgersi gettò dietro di sé uno zoccolo poi l’altro, che l’avevano aiutato nella corsa, giacché avrebbe dovuto presentarsi nudo al mondo. Ancora senza voltarsi gettò dietro alcune cordicelle perché la serpe ci s’ingarbugliasse. Poi, allo sbocco, lanciò infine le pietre per sbarrarle la strada e finalmente uscì nel giorno, nella nudità, nel suono di campane, nell’equinozio di primavera, con in fronte il brillante della nascita, del ritorno.

Con le cordicelle rimaste legò il fusto di alcune piante da frutta e ci fu cibo per tutti.

Due

La vidi protesa a bere al ruscello, ogni poco alzare il naso nell’aria per sentire l’arrivo di predatori. Poi con un gesto chiamò il piccolo accanto a sé nell’ombra. Quando il vento smosse le fronde la vidi meglio: il mantello era rosso e le orecchie grandi e mobili, ma fu un urto riconoscere in lei la ragazza scomparsa al villaggio. Il muso era lungo, gli occhi grossi e calmi. Il piccolo si sfamava alle sue mammelle, ma lei era certo la giovane che tutti sapevano rapita.

Stetti nascosto, mi cosparsi di fango per attutire l’odore del corpo. Quando si allontanò pian piano la seguii fino alla radura dove pascolavano altre donne, coi loro piccoli metà umani metà animali. Sulla collina dominava un daino possente. Di nuovo mi rotolai nella terra perché la crosta di fango tirava la pelle, ma come mi accorsi del pelo cresciuto sul corpo, subito sentii, nelle membra, la forza del lupo pronto all’agguato.

***

Al limitare del bosco, abbandonato con l’inganno dal padre, vagò a lungo il bambino finché giunse alla casa. Ne vide prima la luce nel buio, poi sentì un tramestio di gente affaccendata. Bussò. Una cara vecchina venne ad aprire e lo fece entrare e lo consolò e gli diede da mangiare. Palpato le braccia e le gambe e trovatolo in carne lo cacciò nel sottoscala e chiuse la porta. L’indomani lo batté con un bastone fino a rompergli le ossa. Il giorno dopo, preparato il pentolone sul fuoco, ve lo immerse a bollire. Il giorno dopo lo tastò con la punta del coltello, il successivo lo fece a pezzi, il seguente lo mangiò e via via lo vomitò, lo ricucì, lo lavò, lo rivestì, lo sfamò, lo inghirlandò. Gli insegnò a cavalcare, a tirar di spada, a saltare nel cerchio di fuoco, a tendere agguati, a penetrare rovi, a valicare mura, a uccidere, a provare compassione. A danzare all’uso del villaggio, a suonare e cantare, a prendere l’amore, a soddisfare il proprio desiderio. A divorare il cuore dell’amata. A partire.

***

L’uomo è l’erba del mondo. Tu dici che non è così perché l’uomo si sposta e viaggia, ma non potrà lasciare la terra, il suo prato. Si sposta col vento, si piega nella moltitudine che sembra un’onda del mare, seguita da un’altra onda e da altre innumerevoli, finché il contadino non passa la sua falce.

Un giorno, dall’alto d’una collina, un uomo guardava quei giochi di acque vegetali: l’erba sospinta ad accavallarsi in sinusoidi o spirali, i rami degli alberi flessi lungo i versanti. L’uomo guardava le nubi correre, spalancarsi qualche bagliore, richiudersi la coltre tormentata, costruirsi nuove catene di monti in rapido disfacimento.

Anche al riparo della casa, nonostante le solide mura, il tetto ben fissato, il catenaccio alla porta, l’uomo sentì d’essere erba. Quel pensiero gli era entrato nel cuore. Poi, un po’ alla volta si preparò la cena, pensò alle cose da fare l’indomani, si scaldò al fuoco, coccolò il cane. A sera inoltrata andò a coricarsi.

Prese subito sonno. Sognò di volare sull’erba mossa dal vento e che in quelle sinuosità si celasse una segreta calligrafia. Fu svegliato da un insistente fregare metallico davanti alla porta, di falce affilata alla cote.

***

Sul sentiero nel buio arrivò prima l’odore del fumo d’un camino acceso, poi il vento portò a tratti un’eco di musiche, poi girando la curva l’uomo vide con sorpresa le finestre accese alla casa. Lasciò la strada, s’avvicinò risalendo il prato, sbirciò di nascosto alla festa. Ed erano in molti e la musica gioiosa e poco velate ballavano allegre le donne.

Cadde a terra stupito l’uomo stanco dal viaggio, ma si rialzò in fretta per ancora guardare in quelle sale in piena luce, dove tutti godevano in sincera allegrezza. Nei giri di ballo fra le giovani, gli uomini ne rimiravano i fianchi, ne abbracciavano le spalle, ne palpavano i seni. E le ragazze cantavano come uccelli, allontanavano e richiamavano a sé gli eccitati compagni, ne ammiravano il petto e tastavano il sesso e ce n’era per tutti di quell’esuberanza.

L’uomo che guardava sentì pulsare il sangue ai polsi e un languore lo pervase. Vedeva veli cadere, scostare capelli, togliere camicie. Si aprivano cosce sui sofà e gonfie le vulve venivano riempite da turgidi membri d’ariete. Oppure erano bocche a suggere, lingue ad avviluppare… Donne piegate come cerve mostravano l’ombroso candore tra i lombi perché fosse intinto e battuto. E le natiche incandescenti degli uomini premevano e battevano e il fallo davanti intingeva.

Eppure non c’era l’ansia disperata di possedere, non c’era torbida seduzione. Tutto era gentile: nel nascere, nel consumarsi, nel ricominciare. Era un’estasi che sembrava senza tempo. Gli uomini presentavano gli amici alle donne, queste indicavano le proprie amiche al compagno col quale avevano goduto.

L’uomo che guardava sentì lo spasmo nel ventre. Sentì indurirsi la gola. Sentì rompersi il cuore e morì. Tosto dalla casa gli aprirono la porta, invitandolo a unirsi alla festante brigata.

***

Al risveglio del villaggio si trovarono divelti gli orti, sradicati gli alberi dei broli, sventrate le cisterne, scoperchiate le ghiacciaie, scavate le aie carbonili, disperse le musne*, spaccati i muri a secco dei ronchi, strappate le trappole per la caccia. Un tumulto, un confuso clamore, uno strepito avevano pervaso la notte, ma nessuno aveva osato affacciarsi. Tutti però sapevano che gli uomini del paese avevano spiato, nelle loro cerimonie, le donne della più discosta radura – la loro ebbrezza, la danza entusiasmante, il turbinio dei fuochi – e che esse avevano promesso vendetta. Si sapeva che ogni uomo aveva tentato di prenderne una per sé. Si sapeva che alle feste alcuni avessero preso parte, travestiti con pelli d’animali, tornandone a lungo incapaci di ogni cosa e che, in seguito, le loro mogli avevano finito per darsi la morte.

La gente guardava il disastro e lo sapeva originato dall’incandescenza dei cuori, dal loro fondersi come magma, dall’esplodere piroclastico del desiderio, dall’incapacità di mantenersi fedeli, alla propria sposa e alla disciplina del villaggio. I colpevoli vagavano a sguardo basso, umiliandosi tra la gente ammutolita, quando un incendio prese a propagarsi nella foresta, ultimo atto dell’ira di quelle donne, che furiose abbandonavano per sempre l’appartata dimora. Le vedevi andare saltando urlanti tra i rami con un seguito di fuoco: mani e piedi non mancavano la presa, i corpi sinuosi passavano senza danno negl’intrichi, le chiome compatte parevano vessilli. Ai balzi della loro aerea corsa gli alberi stessi aprivano le fronde nel terrore della fine, prima d’incendiarsi. E gli animali del bosco fuggivano o rimanevano uccisi dalle fiamme, gridando a loro volta nell’acre odore della morte.

* Col termine musna (musne al plurale) si intendono in area lombarda le cataste di sassi realizzate al fine dello spietramento dei terreni per renderne possibile la coltivazione. Nella pianura alluvionale, particolarmente ricca di detriti derivanti dallo scarico dei ghiacciai e dei fiumi, tali cataste si sviluppavano in lunghezza come cordonature confinarie al limitare dei campi, sulle quali si formavano boschi spontanei utili all’approvvigionamento di materiale legnoso e strade o sentieri di collegamento.

Tre

Vengono dalla nebbia evanescenti, gli alberi evaporano, la terra evapora, la terra che li custodisce. Vengono dalla terra evanescenti. Vane cavità degli occhi, bocche senza più labbra. Vengono dall’erba con fievoli gesti, lenti passi. Qui li attendono uomini e donne con abiti pesanti, mani nodose, solide membra. Nel freddo il fiato disegna nell’aria piccole nuvole d’anima. Refoli di vento portano un sussurro di preghiere come un velo, come un ronzare d’api disperse nel tardato letargo.

Vengono dalla nebbia alle case d’un tempo, gli antenati. Si tolgono le pietre alle tombe, si levano i sudari, si tendono loro le mani, li si sostiene sulle spalle ai primi passi, quelle masse di vuoto, così mute, così malinconiche, così interroganti. Si aprono loro le case. Per loro si avvicina la sedia al caminetto, si rintuzza il fuoco, si mette un ceppo nuovo, si inforna il pane. A loro si presentano i nipoti nati nell’anno, coi benauguranti nomi degli avi, si offre cibo ai parenti in visita.

E giunge la notte dei morti, trapuntata dai sogni dei vivi. La casa brulica di campi fioriti, di fiumi ricolmi di pesci, di broli teneramente assolati, di amori nascenti, di nuovi bambini, di vacche dal latte perenne. In questo inverno la casa sogna sgranando un rosario di desideri fra le dita.

Al giaciglio di terra richiama i morti il nuovo giorno, in attesa che diventi primavera il loro fermento.

***

Appena rientrato in casa ho sentito le prime folate. Dopo poco, ormai era buio, si vedevano i rami piegarsi alla luna e il vento era un muggito insistente che inquietava gli animali nella stalla. Tornato nell’aia per dare un’occhiata, il vento era come onde che dal bosco sembravano spingere via ogni cosa, spostare perfino casa, campi e orto.

Nel vento adesso si sentiva un feroce abbaiare di cani; erano cacciatori, ma di notte? Si capiva che i cani avevano fiutato la preda e smaniavano nella corsa. Si sentiva l’incitare degli uomini, il vociare, il darsi ordini. Oeh – grido anch’io deridendo quella torma eccessiva – cacciatori che andate, portatemi un poco della caccia vostra…! Ma erano già lontani e lentamente il mugghiare si stava calmando.

Non restava che andare a letto, tutto era ormai fermo.

Solo più tardi son risuonati due colpi secchi nell’aia, ma dalla finestra non vedevo nessuno.

Quando al mattino ho aperto per uscire, una gamba d’uomo era appesa alla porta, maciullata all’anca, violacea, con chiazze di sangue rappreso.

***

L’erba era molto alta e gli uomini acquattati controvento tenevano d’occhio le donne. Alcune bevevano alla sorgente, altre coglievano more dai cespugli e ora ne mangiavano, ora ne davano ai piccoli tenuti al collo. Con dita colorate del succo dei frutti, per gioco dipingevano il volto di segni, allegramente imitate dai più grandicelli, che poi scorrazzavano per la prateria. Scattarono, gli uomini, e agguantarono quasi l’intero branco. Gli uomini catturavano le donne per averne il latte quando facevano figli e i cuccioli venivano mangiati con gusto. Per disporre di latte, alcuni uomini allevavano piccole mandrie di donne e, affamati, s’avventavano a succhiare spremendo le gonfie mammelle.

Di là del Ladino giunse dalla foresta Jobel, taciturno come un morto, peloso come un capro e però senza odore, con le scarpe calzate al contrario per fingere d’andare mentre invece veniva. S’avvicinava di passaggio all’imbrunire, al meriggio amava la penombra del bosco, beveva pioggia annidata tra le rocce, mangiava bacche. Fu visto, un giorno, accompagnare alcune capre e prendere latte in una tazza di legno dalle loro mammelle, strizzandone con cura i capezzoli, inumiditi di quello stesso nettare bianco. Impararono così a mungere, gli uomini, e al passaggio di Jobel presso casa, potevano offrirgli latte e miele di favo all’invito di sostare con loro. Lui ricambiava portando al pascolo le capre degli uomini, in un luogo segreto ma certo fiorito, dato che ben pasciuti sembravano gli animali al ritorno.

Gli uomini tolsero le donne dai recinti, dopo che Jobel ebbe loro portato la competenza della mungitura degli armenti.

***

Tutto ciò che era acqua prese a scorrere. Dilagarono i fiumi oltre gli argini. Le pozze per l’abbeverata strariparono. Anche tutto ciò che non era acqua prese a colare. Come fossero liquidi, i boschi scesero i versanti e s’espansero nei giardini. I pascoli si allargarono verso le rocce a strapiombo. Nel loro andare, le vette incontrarono il mare galleggiandovi come isole. Caddero i pinnacoli spaccandosi e da ogni pezzo sorsero nuove colonne che tracimarono oltre l’orizzonte. Le erbe sembravano divorare le strade, le strade sembravano disfarsi, sbavare in incerti tracciati. Io che camminavo nel monte cercai di aggrapparmi per non essere trascinato dalla corrente di ciottoli, ma gli alberi a cui mi tendevo scivolavano via come se, sotto terra, le radici non poggiassero sulla roccia ma sul ghiaccio. Scoiattoli e ghiri non trovarono più i tronchi delle tane; donnole e talpe finirono stritolate nei cunicoli ritorti in nuove spirali.

In quella confusione finii in un paese che non era il mio, dove la gente non trovava la propria casa, dove erano smarriti i parenti. Né il mondo né il cuore corrispondevano più alle mappe.

Con quegli sconosciuti formai una squadra allo scopo d’esplorare i nuovi orizzonti, per cercare una causa a quell’assurdo rivolgimento. Dopo qualche giorno o qualche notte, dopo essere andati o tornati, dopo aver cercato o trovato, prestando attenzione a non perderci di vista in quel fluido universo, appostati sul fondo d’una barca ormeggiata all’apparente riva d’un inquieto lago d’orti, vedemmo le bianche ombre dei morti trafugare imperturbabili i bifronti cippi confinari dei villaggi, caricarli sulle spalle e portarli chissà dove. E subito dopo, rotto quel limite, alla guida d’altre ombre cave, gelatinosa partì l’onda delle cose ad invadere, non regimata, la valle.

Senza tempo in mezzo, un’altra onda, alle nostre spalle, strappata la gomena, scaraventò la barca oltre il crinale e ci trovammo, controcorrente, nella risacca opaca, nei labirinti dell’altrove.

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Con un sacco in spalla se ne andava la vecchia, che pareva vuoto, a volte, a volte gonfio di qualcosa di vivo e pulsante. La vecchia raccoglieva le placente abbandonate sui rami e ne riempiva i sacchi. Placente di donne o di vacche che avevano partorito da poco; la gente le lasciava in alto sulle siepi perché non venissero divorate dai cani, impazziti all’odore di sangue e di tenera nascita. Placente di volpi e lupe, pelli di serpi, gusci d’uova ormai dischiuse.

Nel buio degli otri quella materia fermentava, poi la vecchia aggiungeva pollini, piume, crine, unghie e petali, tutto ciò che trovava passando al limitare di orti e letamai. Aggiungeva acqua di fonte, vento nei capelli, ronzio d’api nel sole meridiano. Da quell’improvvisato ricombinare prorompevano palpiti, flussi, onde, respiri. Sgorgavano nuove linfe e clorofille.

A volte la vecchia raccoglieva bambini mal nati, donne assassinate, gente suicida, soldati ammazzati, duellanti colpiti a morte; li avvolgeva nelle livide placente e rimestava in quella pasta in attesa d’uno scatto, una luce, da cavare con un taglio secco da un ventre di terra, senza sapere cosa sarebbe potuta divenire.

2 commenti su “L’ordine naturale II”

  1. Ritorno a leggere questi racconti, che trovo forti e intensi. Continuano ad affascinarmi e turbarmi.

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