La forma e il volto della città / Le casére dei Mercati generali: una sentenza di morte

20/10/2014 | Scritto da Carlo Simoni
Una foto aerea delle Casére

Una foto aerea delle Casére

L’abbandono dell’idea di una sede unica per gli uffici comunali e del progetto dell’edificio spettacolare progettato da Libeskind negli spazi degli ex Magazzini Generali, fra via Dalmazia e via Don Bosco, sembrava avesse aperto spazio per nuove idee, un anno fa, o alla ripresa di ipotesi che erano già state avanzate pochi anni prima. Come quella di un auditorium: già attorno al 2006 si era pensato (ed era lo stesso LIbeskind l’architetto coinvolto) che ad ospitarlo potessero essere le casére, i grandi capannoni in cotto che dagli anni ’30 avevano ospitato decine di migliaia di forme di formaggio. Non era un’idea strampalata: a Parma, in uno stabilimento dismesso dall’Eridania, Renzo Piano ha realizzato appunto un auditorium, ricordavano Giovanni Comboni e Elena Franchi nel settembre 2013 su questo stesso giornale.
Solo un mese dopo, però, dell’idea non restava traccia. Dall’incontro fra l’Amministrazione comunale e la società proprietaria dell’area usciva una nuova definizione della destinazione del luogo: un nuovo centro commerciale, residenze (in buona parte edilizia convenzionata) e uffici.
E le casére? Tra i nuovi orientamenti urbanistici del Comune c’è quello di “dare spazio alle ragioni del lavoro” così come di riqualificare le aree industriali dismesse. Legittimo pensare, allora, che i vecchi depositi dei formaggi possano prestare i loro spazi al centro commerciale, o ad una sua parte, affiancandosi a strutture di nuova costruzione. Gli esempi non mancano: la ex fabbrica Pasotti di via d’Azeglio, per non andar lontano, è sede di un supermercato. E d’altra parte sono anni che si dichiara l’opportunità che giovani artigiani, certo non con la lima ma magari con il mouse in mano, possano trovare spazio per le loro attività in edifici un tempo sede di attività industriali.
Niente di tutto ciò: le casére saranno abbattute, come lo è stato l’adiacente edificio dei silos per i cerali, anche se a differenza di quello presentano spazi versatili e facilmente adeguabili a nuove funzioni.

L'interno di una delle casere (foto Mauro Pini)

L’interno di una delle casére (foto Mauro Pini)

Non si tratta di alzare lamenti perché un’altra testimonianza del volto storico della città, di quel suo volto meno appariscente che era quello delle periferie e del lavoro, viene cancellata, ma di prendere atto che non pare aver cittadinanza l’idea che la città debba trasformarsi lasciando intravvedere una continuità nella propria fisionomia, contrastando oltretutto – in questo modo, anche: non solo appellandosi alla vena creativa dei progettisti – la tendenza all’omologazione delle architetture che via via vi compaiono.
L’aveva vista giusta Calvino: “talvolta città diverse si succedono sopra lo stesso suolo e sotto lo stesso nome, nascono e muoiono senza essersi conosciute, incomunicabili tra loro.” Ed è inutile stare a ragionare se il nuovo sia meglio o peggio del vecchio, “dato che non esiste tra loro alcun rapporto.”

 

Dal Corriere della Sera-Brescia del 18 ottobre 2014.
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