Collezione di storie

«Se i libri sono rimasti gli stessi (ma anch’essi cambiano, nella luce d’una prospettiva storica mutata) noi siamo certamente cambiati, e l’incontro è un avvenimento del tutto nuovo» assicurava Italo Calvino.
Se poi, nel frattempo, la scrittura è entrata a far parte delle proprie esperienze, rileggere non sarà l’unica via per rivisitare gli scrittori prediletti: anche scrivere sulle loro tracce potrà essere un modo di esprimere quella cura che tutti gli amori di lungo corso richiedono.
Del resto, lo stesso Calvino, non sembra deprecare esperimenti del genere: «Il visconte dimezzato, Il barone rampante, Il cavaliere inesistente. Adesso» scrive nel 1960 «il ciclo è fatto, è chiuso, è lì, per chiunque voglia studiarci sopra o divertircisi; io non c’entro più».
Da I nostri antenati inizia appunto questa rivisitazione di alcune delle opere dello scrittore: riletture che si traducono in racconti o, più propriamente, in “esercizi”, e si propongono non tanto di sviscerare il proprio oggetto e di rinvenirvi aspetti o significati nuovi, quanto di poter rinsaldare, sperimentandola in modo diverso, una vicinanza che si sente viva, una consonanza che torna ancora una volta a vibrare. Esercizi che si risolvono dunque in un confronto con i testi memore degli incontri precedenti e aperto a cogliere messaggi e rimandi inattesi, a percepire risonanze che non si erano prima avvertite, motivi di identificazione con i personaggi che si traducono nel desiderio di ritrovarli quali protagonisti di vicende inedite.
È davvero scomparso, il Barone, il giorno in cui si è lasciato trascinare sul mare dall’ancora della mongolfiera cui si era aggrappato? La coerenza e l’integrità con cui il Cavaliere arginava la propria inesistenza non hanno conosciuto deroghe, non hanno mai ammesso digressioni, se non trasgressioni? E il dottor Trelawney, il prudente artefice del ritorno del Visconte all’interezza, che cosa nasconde nel proprio nome? Soltanto l’implicito omaggio dell’autore all’Isola del tesoro, o un passato inimmaginabile, un’identità segreta?
Da domande simili, che nel loro stesso porsi suggerivano spunti narrativi stimolanti, sono nati un possibile seguito della storia di Cosimo, il racconto di un duello dimenticato di Agilulfo, la contaminazione tra la vicenda di Medardo e quella narrata da Stevenson.
E Marcovaldo: di certo non potrebbe, oggi, non incontrare coloro che abitano la città da stranieri, in una condizione di marginalità che, sia pure in grado e modi diversi, non gli è del tutto estranea. Ma – questa la domanda successiva – le sue stagioni si sono davvero consumate sempre e solamente nell’ambiente urbano, o con la moglie Domitilla ha potuto andare a vivere in luoghi diversi, tali, almeno nelle aspettative, da promettere avventure inaspettate a lui e ai suoi bambini? E a proposito di avventure: tra Gli amori difficili, accanto all’Avventura di un viaggiatore non poteva comparire – quasi a ricalco – quella di uno scrittore, giustificata premessa alla successiva, di un lettore?
Gli “esercizi” qui raccolti si allontanano progressivamente dai testi su cui si sono applicati e prendono a divagare, in compagnia di unQfwfq che non si sa rassegnare alla protervia assurda di un presente che gli appare più remoto delle ere da lui attraversate; di un signor Palomar che nella sua casa di campagna non smette di interrogarsi sulla forma, il numero, la durata che disegnano il mondo; di un sedentario quanto enigmatico Marco Polo.
Queste “riletture” che si configurano come “esercizi” e via via come “divagazioni” non potevano evitare di confrontarsi con il tema, essenziale in Calvino, della relazione fra il vivere e lo scrivere. Presente nel racconto della vicenda di Agilulfo e in quello dell’avventura di uno scrittore, il tema si fa nell’ultimo perno di una narrazione che, prendendo le mosse dal motivo di Collezione di sabbia, si nutre delle suggestioni che ad ogni lettura vengono da Se una notte d’inverno un viaggiatore, e si conclude così nella convinzione che «il senso ultimo a cui rimandano tutti i racconti ha due facce: la continuità della vita, l’inevitabilità della morte».

Quelle che seguono sono alcune pagine tratte dai racconti:

da L’albatro:

“Dovette Cosimo avvertire che le forze che gli avevano permesso d’abbrancare quell’ancora e tenercisi avvinghiato lo stavano abbandonando: le mani stavano perdendo la presa che avevano stretto attorno alla corda, il ferro dell’ancora gli segava la pianta dei piedi, e i muscoli, raggomitolato com’era, si stavano irrigidendo. Il disagio stava mutando in spasmi e fitte, tali da generare in lui una completa indifferenza alla veduta marina che l’avvolgeva.
(…) s’era ritrovato dentro un vapore lattiginoso e umidiccio che gli toglieva la vista del mare come del cielo, ma gli aveva a un tratto permesso di vedere spuntar in quella bambagia ciò che mai si sarebbe aspettato: la cima d’un albero, se pur privo di fronde. Ed era stato allora il suo corpo dolente, non la ragione, a prender la decisione: dall’ancora era balzato a quel pinnacolo spelacchiato, e le sue dita l’avevano pur stretto per qualche istante (…). Un batter di ciglia e mio fratello precipitò: il miracolo che era seguito al balzo sull’ancora non si era ripetuto. Forse anche perché era l’albero di trinchetto quello che si era offerto alla sua presa, un albero privo della coffa che forse avrebbe potuto trattenere il corpo che l’avesse fortunosamente raggiunta.
Ebbi di nuovo l’impressione di esser lì, testimone oculare del nuovo volo, privo di appigli questa volta: Cosimo cadeva, tanto leggero da non scendere a perpendicolo ma lievemente oscillando nel vento, come una foglia d’autunno, o, se si preferisce, dolcemente planando come uno degli uccelli che per una vita gli erano stati compagni e lui, pur a lungo cacciatore, aveva sempre amato, e teneramente invidiato. (…)
Ecco, invece: lo strido d’una rondine gli fa riaprire gli occhi su cui erano di nuovo calate le palpebre. L’uccello sta volando accanto a lui, e lo osserva, curioso, amichevole. Ricambia lo sguardo, Cosimo: contempla l’uccello che gli è compagno nel volo mentre vede attorno a sé un trascorrere rapidissimo di rami e fronde, quali ai suoi occhi appaiono le sartie e le vele della nave. Nelle quali grazie a Dio ebbe a impigliarsi e, strascicando in qualche modo verso il basso senza più distinguer nulla, poté rallentare la sua corsa.
Che si concluse, infine.
Un rumore sordo, come di sacco gettato su di un assito.
E di colpo, il buio.”


da Un duello dimenticato:

“E dunque, ecco che cosa accade: che sia stata la nottata del tutto inusuale, trascorsa a cianciare di usignoli e luna e modi di acconciare capelli e altro ancora che tenesse a freno la bramosia della vedova Priscilla, o sia stato invece il trovarsi lontano dal solito ambiente militaresco cui da anni aveva fatto l’abitudine, sta di fatto che il cavaliere Agilulfo appare immobile dell’immobilità del dormiente al suo scudiero, destatosi al richiamo del primo canto degli uccelli.
L’ha ben avuto sotto gli occhi da tempo il suo signore, Gurdulù, ma il vederlo per la prima volta in quella condizione lo induce a quella sconsiderata totale empatia che lo prende tanto di frequente e si convince perciò d’esser lui stesso il cavaliere che, assopito, abita – ammesso si possa dir così – l’armatura distesa lì accanto.
Certo, non è agevole entrarvi dentro com’è stato calarsi nella marmitta che i cucinieri dell’esercito gli avevano benignamente lasciato raschiare il giorno che s’era creduto d’esser zuppa anche lui. Ma attingendo a una perizia che di sicuro neanche lui sa di dove ha tratto, Gurdulù pian piano fa passare il suo testone attraverso il camaglio e l’elmo piumato, il collo taurino fra barbuta e gorgiera, insinua quindi le corte braccia negli spallacci e le mani tozze nelle manopole, riesce a contenere il tronco tarchiato entro l’usbergo e il pettorale, il ventre rotondo nel panzerone, le gambe storte nelle gambiere, i piedoni nelle scarpe di ferro.
Disposto che ha il suo corpaccione entro il candido involucro, di botto, soddisfatto come non mai, sprofonda nel sonno.
Il sole è ormai alto quando Agilulfo ode un rombante russio. Non è lo stesso che si leva dal campo ogni notte né quello che solitamente esce dalle armature dei paladini accaldati in attesa del passaggio dell’Imperatore. Non proviene da fuori, quella sorta di mugghio marino, ma da dentro la sua propria armatura!
Esterrefatto dell’evento inaudito, quindi disgustato da quel suono animalesco, ma alla fine – non saprebbe dire neanche lui perché – vagamente compiaciuto della novità, avverte un desiderio che non corrisponde a quello consueto di far meglio di tutti il dovere del paladino.
È un desiderio in tutto diverso, ancor più imperioso forse, anche se opaco, non limpido e trasparente come quello che sempre l’ha animato. È il desiderio di tornare al castello di Priscilla che ora lo scuote! Un desiderio che lo inquieta e insieme insinua un refolo di felicità sconosciuta nel suo animo.
Vorrebbe venire a capo di questo scontro di propensioni opposte, che lo agita sino all’ultima piastra dell’armatura e lo atterrisce.
Non sa, l’integerrimo cavaliere, che simili tenzoni occupano di frequente l’animo dei mortali, di continuo – si può dire – presi a cercar la propria interezza in quel contrasto di sentimenti, il più delle volte incomponibile, che li abita. Turbato e irresoluto, Agilulfo si guarda d’intorno cercando invano il suo scudiero.”


da Il cuscus:

“Qualcosa fermava ogni mattina Marcovaldo mentre passava con la sua bicicletta a motore per la strada che attraversa il luogo dove una volta erano le fabbriche. Non c’era prima, questa via intitolata al cavalier Tognini, capitano d’industria fondatore dell’acciaieria chiusa da una quarantina d’anni. Non si vedeva nulla, allora, di quel che c’era oltre i muri che circondavano lo stabilimento. Abbattuti quelli, non restava che una rete a separare il fuori dal dentro, e Marcovaldo si perdeva a guardare la famiglia di gatti che abitava fra le rovine dei capannoni o i merli che avevano fatto il nido fra i rovi, le piante di ailanto tanto alte da sbucare dai lucernari squarciati e il mare delle erbacce che avevano invaso i piazzali e s’arrampicavano sui muri rimasti ancora in piedi: veronica, parietaria… Ma avrebbe voluto passare di là della rete soprattutto per raccogliere le ortiche buone per fare minestre, o le foglioline novelle di dente di leone da mettere nella frittata. Era rimasto incantato, una mattina, alla vista della fioritura di un cappero, arrivato chissà come a mettere radici fra le pietre e i mattoni di un muro esposto a sud, vecchio e in gran parte sfarinato, visitato in extremis da quella piantina giovane e piena di speranze.
La fabbrica dove Marcovaldo faceva le sue otto ore di manovale non qualificato non era tanto distante dalla distesa di ruderi. Attraversandola per tornare a casa, quando faceva il turno di notte ed era ancora buio, gli era capitato più di una volta di intravedere ombre che s’arrampicavano sulla rete e la scavalcavano. Un salto e si perdevano in mezzo a quelle macerie.
Una mattina presto – faceva il primo turno quella settimana – era lì a guardare i papaveri che avevano colorato tutto quel grigiore. Faceva già caldo, era giugno. Credeva di esserselo solo immaginato, ma poi s’era ripetuto: un belato. Poteva mai esserci una pecora là dentro?”.


da Il tempo di Till:

Secondo gli astrofisici la percezione del tempo non è che una sfocatura, un’illusione derivante dal fatto che la nostra costituzione ci rende ignoranti dei dettagli microscopici del mondo, incapaci di percepire il livello al quale il tempo non esiste. Il mondo, insomma, non è come ci appare e, contrariamente a quel che ci sembra, il tempo non ne è una dimensione essenziale.

«Ah be’, se uno si guarda in giro non può che essere d’accordo» dice il vecchio Qfwfq, e racconta.
«Oggi per esempio: ero in stazione. Mi piace andarci delle volte, anche se non aspetto nessuno che arrivi. Ma amo stare a guardare la gente che sta lì a chiacchierare, a mangiare, a leggersi un libro, e poi se ne va senza che il treno che aspettava sia arrivato. O senza salirci anche se è entrato in stazione. O salendo su uno qualsiasi che non si sa perché ha fatto una fermata proprio qui e proprio adesso.
«Al ristorante della stazione ho mangiato un piatto di roast beef: è la cosa migliore che hanno lì, un roast beef come quello non lo trovi in città. Buono quasi come lo faceva la mia povera Y¿þž.
«Ho preso il mio vassoio e la cassiera mi ha puntato la sua lucina nell’occhio destro, a leggermi l’iride: “Grazie signore”. Un attimo e via, rapidissima, e scommetto che quella ragazza alla cassa non ha mai sentito dire che il tempo è denaro. Una frase che neanche capirebbe. Perché insieme al tempo anche il denaro se n’è andato. Non c’è altro modo di pagare ormai.”


da La vite del Canada:

“Il signor Palomar questa mattina è andato sulla collinetta che si alza a poca distanza, di rimpetto alla casa dove da venticinque anni trascorre con la moglie i mesi dell’estate. Ha sentito il desiderio di guardare di là il trionfo della vite del Canada che ricopre la facciata e nasconde le vecchie pietre a vista che conservano alla loro casa un tocco di rusticità (…).
La vite del Canada è al massimo del suo rigoglio, in luglio, e generosamente offre a squadriglie di api ronzanti i suoi fiori che lasciano cadere le antere sul piccolo giardino, in una pioggerella sottile e fitta, inondando il tavolo dove la signora Palomar ama stare a fare i suoi acquerelli, e punzecchiando i due gatti stesi pigramente al sole, continuamente costretti a riscuotersi dal sonno per scrollarsi di dosso quelle moleste gocce vegetali.”


da Cidnea:

“Chi vi giungeva restava per un po’ nel dubbio di esser entrato nella città o di star invece solo avvicinandosi ad essa. Percorreva strade costeggiate da edifici privi di qualunque carattere tra i quali spiccavano templi maestosi nelle dimensioni quanto rozzi e monotoni nelle forme. “Templi”, dico quindi, non in ragione del loro aspetto, ma in considerazione del pellegrinaggio di famiglie intere delle quali – quando vi passai accanto, un sabato dopo il mezzogiorno – li vidi meta.
Si traversavano poi terreni vaghi, nei quali erbe e piante inselvatichite lasciavano intravedere rovine che a tratti rivelavano la loro natura di macerie, atterrate non dal tempo ma dall’uomo, e lacerti di fondamenta che disegnavano labirinti appena affioranti, e scheletri di qualche costruzione non ancora del tutto crollata su se stessa, come nell’ostinazione di dire della vita alacre che lì era un tempo risuonata, ogni giorno, per anni. Per più d’un secolo avresti detto, anzi, osservando il profilo degli edifici che ancora si indovinavano in ciò che, nella parte più a meridione di queste lande abbandonate, ancora ne restava.
Appena oltre, questa desolazione silente lasciava il campo a un via vai assordante che, come un essere selvaggio dotato d’una propria cieca vita, stringeva la parte più interna della città in un doppio anello, là dove in altri abitati avevo visto sorgere la cerchia delle mura. Fattosi un poco più mansueto, quest’essere strepitante e acefalo si insinuava poi per le strade che giungevano a lambire, anche se fortunatamente non a invadere, le piazze nelle quali batteva il cuore di Cidnea.”


da Collezione di storie:

“Non ho mai fatto collezioni. Anche se ero affascinato da quelle che vedevo nelle case dei miei compagni di scuola: collezioni di francobolli il più delle volte, o di monete, ma anche altre, meno scontate. Raccolte inconsuete, fantasiose, a volte. E non mi riferisco certo alle serie di pacchetti di sigarette straniere, o di bottiglie o sottobicchieri di birre di tutto il mondo. (…)
È ad altre collezioni che penso, a quella di un compagno di ginnasio soprattutto, ultimogenito di una famiglia benestante, straniera. (…)

Una collezione di sale. Non ero mai andato al di là della distinzione tra il fine e il grosso, come si leggeva sui due barattoli che stavano accanto ai fornelli nella cucina di casa mia. Mai avrei immaginato che ben altre potessero essere le qualità che distinguevano quello che fino a quel giorno avevo ritenuto un semplice ingrediente e mi appariva ora nella varietà meravigliosa e solenne di un minerale prezioso.
Erano decine i vasi, grandi come quelli che si vedevano in certe vecchie farmacie, ma trasparenti, d’un vetro dai riflessi azzurrognoli o verdastri a seconda di come la luce della finestra li raggiungeva, anche se erano tutti uniformemente allineati su una lunga mensola dello stesso materiale.
Ognuno accompagnato da una targhetta metallica che ne indicava nome e provenienza. Il piano trasparente su cui erano disposti era stato con ogni evidenza fabbricato appositamente. Correva sopra il letto che occupava un angolo della grande camera del mio compagno: una volta coricato, doveva bastargli allungare il braccio per giungere a toccare quei vasi. Lo immaginai risvegliarsi, di notte, angosciato da un sogno che gli avesse ispirato un senso di diffusa scipitezza, di generale insulsaggine, e, preso dal bisogno di rincuorarsi al gusto della varia e rassicurante sapidità che quei vasi preservavano, nella coscienza smorzata del dormiveglia o in quella parallela del sonnambulo umettare la punta dell’indice mentre, appena sollevandosi dal cuscino, con l’altra mano scostava un primo e un secondo tintinnante coperchio per intingere il polpastrello in questo o quel vaso; portare quindi il dito alle labbra e infine silenziosamente tornare a distendersi con una piega soddisfatta della bocca serenamente insaporita, risprofondando in un sonno rinfrancato alla constatazione che il mondo non aveva smarrito il suo gusto cangiante.”


Ordini

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Recensioni

Dal Giornale di Brescia del 4 giugno 2020.
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Da Bresciaoggi del 24 giugno 2020.
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Dal Corriere della Sera Brescia del 29 settembre 2020.
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Commento di Paola Baratto:

Carissimo Italo… anzi, Carlo, ho finito di leggere il tuo bellissimo Collezione di storie. D’una complessità e d’uno spessore che impegnano e intimidiscono. 
Mi spiace non conoscere così bene Calvino da poter comprendere tutti i riferimenti e le citazioni. Ho ripreso in mano i romanzi e, tra l’altro, ho notato che la tua prosa non è dissimile. Li hai smontati, frugati e rimessi insieme secondo disegni e pensieri tuoi, che tuttavia probabilmente erano sottotraccia anche nelle pagine di Calvino. 
Mi fa pensare ad una mole di lavoro che m’impressiona. Magari, al contrario, le avevi così approfonditamente lette e così assorbite che non è stato complicato trasformarle in qualcosa di tuo, che non lo tradisce, anzi…
A parte le osservazioni di Bradamante sull’invisibilità di Agilulfo, che non potevano non toccarmi, mi hanno molto colpito e interessato le riflessioni sul narrare. Sui meccanismi e sui motivi che presiedono alla stesura d’un racconto. E sull’intreccio tra vita e scrittura. Sullo scegliere direzioni così come sul guardare la realtà. 
Mi piace molto quando Biagio dice: “La distanza necessaria non era forse quella che l’altezza degli alberi gli aveva consentito, ma quest’altra, che, ponendolo al livello stesso dei suoi simili, o addirittura al di sotto di quello, il viaggio sulla nave gli imponeva”. 
Un bel quesito, esistenziale oltre che letterario.
Tema che poi riprendi più avanti, quando dici: “Perché senza la giusta distanza non si scrive, e scrivere (…), è del resto il modo migliore per guardar la terra come si stesse sugli alberi. E allora conviene vivere come si scrivesse sempre anche quando non si ha la penna in mano”. 
E ho trovato molto persuasivo un altro passaggio: “Se il mondo scritto può approssimarsi a quello non scritto non è nel tentarne spiegazioni che può riuscirvi, né nel distillarne teorie. Solo nel raccontarne può aspirare a divenirne parte, a farsi carne e sangue, legno e pietra, acqua di mare e pioggia e vento”.
Ecco, quest’ultima considerazione appartiene anche a me, la sento mia. Anche se non avrei saputo dirla così bene e con chiarezza. Come pure l’idea che scrivere sia tirar fuori quel che già c’è, non tanto “inventare”.
Ma, come ti ho spesso detto, io non ho la paziente, lucida attitudine ad indagare i motivi della scrittura. E a trarne qualche teoria, qualche considerazione oggettiva. A volte mi appaiono come una confusa matassa che non ho la capacità di districare.
Ho avuto anche la sensazione che tu ti sia divertito molto. Che abbia quasi… dialogato con Calvino. È anche un’inedita forma di critica letteraria, che entra nel testo e ci gioca, con rispetto, ma infondendogli nuova vita.
Complimenti, il tuo libro merita di essere letto e riletto.


Presentazioni

Un commento su “Collezione di storie”

  1. Per Carlo Simoni
    La lettura della tua “Collezione di storie” rivela una strana mimesi: pare di scorrere un’antologia preparata da Italo Calvino medesimo, ma dopo che Calvino ha lasciato la penna sul foglio per assentarsi; nel frattempo un ospite imprecisato ha ripreso il lavoro in sua assenza parlando un po’ di sé, prolungando i libri noti con delle postille originali che forse Calvino stesso, se fosse ritornato dall’assenza nella quale invece si è del tutto spento, Calvino in persona le avrebbe confuse con qualcosa di proprio, qualcosa di cui si fosse chissà perché dimenticato. – Mentre in altri casi ti sei avvicinato alla biografia di alcuni “grandi” per correggerla, completarla, suggerirla, criticarla o dubitarne; ecco, stavolta hai preso in carico il lavoro stesso dell’autore, con un’operazione che dimostra devozione ma anche volontà di competere, di essere all’altezza, o soltanto di sfruttare alcuni ambiti già creati per trovarvi la voce dei tuoi personali motivi, del tuo fluire nella scia di una storia tale che il suo tempo concluso sia l’emblema salvato di quello degradato e mortale che in effetti ci compete vivendo. È così che i due tempi gemelli, quello senza corrosione della letteratura e quello distruttivo della propria biografia, vanno allo stesso passo, finché dura la loro reciproca solidarietà: di scrittura, per l’autore, e di lettura per chi ne fruisce. Questo tuo libro ne offre un esercizio esemplare.

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