The beautiful gene

13/06/2019 | Scritto da Marco Palamenghi
Rosso malpelo
schizza veleno
mangia pagnotte
crepa stanotte

Sin dalla mia nascita è stato evidente: ho una variante del cromosoma n. 16, regione MC1R. Sono affetto, in maniera congenita, da eritrismo, detto anche rutilismo.
Molto più semplicemente, ho i capelli, e i peli, rossi e una marea di lentiggini.
Niente di che, molti hanno o hanno avuto problemi ben più gravi, ma resta il fatto che la pigmentazione del mio pelo è la più rara al mondo.
Solo l’1% della popolazione mondiale. In Italia lo 0,58%. Solo in Scozia e in Irlanda siamo in tanti: il 13%.
Nel Medioevo i capelli rossi erano elementi di prova processuale di stregoneria per le donne, di vampirismo o di licantropia per gli uomini.
Per Lombroso erano associati a chi commetteva crimini a sfondo sessuale, data la nostra proverbiale attitudine al sesso indemoniato.
Per i nazisti il dubbio era se consentirci o meno di procreare, dato che eravamo ritenuti un rischio per la purezza ariana e per la sua dirittura morale.
E ora, senza tanto clamore, molte banche del seme stanno dismettendo i donatori di pelo rosso, perché la domanda è scarsa.
E anche questo accelera la nostra corsa verso l’estinzione. Avete davanti ai vostri occhi una specie rara e non ve ne siete mai accorti…

Che avere i capelli rossi possa rappresentare un problema per chi li ha non è cosa nota a chi non li ha. La maggior parte non ci pensa nemmeno, anzi, ad un rosso qualche battuta l’ha anche fatta, così, tanto per fare…
Eppure se andate su siti come www.noirossi.it o progetti artistici come The beautiful gene di Marina Rosso (www.marinarosso.com/projects/the-beautiful-gene/), troverete le testimonianze di come sia un problema diffuso tra noi rossi sin dalla più tenera età. Nel nostro piccolo proviamo su di noi il pregiudizio.
E se la gente è così stupida da fare differenze “per un pelo”, non mi stupisce che i razzisti siano così numerosi, mi spiace solo che tra loro ci siano anche dei “rossi”…

Da piccolo questa “diversità”, evidenziata da fitti capelli rosso-tiziano e da una marea di lentiggini su tutto il corpo, mi comportavano la solita sfilza di frasi fatte: “el pië bu dei ross ga copàt sò pàder en del fòs”, “rosso di sera bel tempo si spera”, Pel di Carota, Rosso Malpelo, Gianburrasca… Quest’ultimo per colpa di Rita Pavone che negli anni ’60 associò i suoi capelli rossi al monello letterario, a cui da allora in poi venni equiparato per la mia naturale indifferenza alla disciplina. Ho odiato profondamente Gianburrasca e Rita Pavone…
Era così assillante che il mondo adulto, e non solo, si relazionasse con me in questo modo, che a 8-9 anni andai in Farmacia a chiedere se c’era una medicina per guarire dalle lentiggini e dai capelli rossi. La Farmacista evitò di propormi le porcate che avevo visto nella pubblicità e cercò di convincermi a desistere. Non riuscendoci, dispiaciuta, chiamò mia madre, che provò a capire, ma senza riuscirci. A lei i miei capelli e le mie lentiggini piacevano, e non vedeva dov’era il problema.

“Malpelo si chiamava così perché aveva i capelli rossi; ed aveva i capelli rossi perché era un ragazzo malizioso e cattivo, che prometteva di riescire un fior di birbone”, scriveva Giovanni Verga.
Da adolescente divenni Rosso Malpelo. La lettura di Verga in classe aiutava il fiorire di battute dimostrando che nessuno lo aveva letto fino alla fine o lo aveva capito. E per i bulli della scuola ero più semplicemente il “Rosso di merda”. Era anche il modo con cui altri chiudevano qualsiasi discussione. Se sei un “Rosso di merda” la tua opinione, alla fin fine, non conta.
Non mi sentivo unico, ma semplicemente diverso e talvolta solo. Non è che tutti mi trattassero come una mostruosità della natura, c’era anche chi non ci trovava nulla di “strano”, ma mi sentivo veramente diverso dai miei compagni di scuola, diverso dai miei parenti, diverso da tutti.
Arrivai al punto di identificarmi con “Il ragazzo dai capelli verdi” del film di Joseph Losey (1948). La scena che preferisco è quella in cui la maestra Barbara Hale (come avrei voluto fosse anche solo per un giorno la mia maestra…) chiede, all’ingresso del protagonista in aula il primo giorno di scuola, tra gli sguardi imbarazzati dei compagni che fino a poco prima lo avevano irriso al grido “Ha i capelli verdi! ha i capelli verdi!”: “Quanti di voi hanno i capelli castani?” Undici, se ne contano. “Quanti di voi hanno i capelli bruni? Quattro. “Quanti i capelli biondi? Nove. “Quanti verdi?” UNO. “Quanti rossi?” UNO.
Siamo solo noi due, dunque: il “verde” e il “rosso”, e nella breve scena naturalmente mi figuro subito come il più simpatico dei monelli. E guardo con complicità e solidarietà il ragazzo dai capelli verdi. Abituato ad essere il diverso, sono contento di aver qualcuno con cui condividere la derisione dei compagni.
Per me è stata la svolta, quel film.
Dovevo essere orgoglioso dei miei capelli, rivendicare la mia unicità.
Per prima cosa andai alla ricerca delle origini dei miei capelli. Le informazioni ottenute dai miei genitori su lontani cugini o avi con i capelli rossi, mai visti e di cui non c’erano immagini, non mi convincevano più.
E neanche lo studio morboso delle leggi di Mendel mi aiutò molto. Sul libro di Scienze delle medie di esempi con i piselli ce n’erano un sacco, ma con i peli neanche uno.
Perciò, nel corso di diverse settimane, perquisii meticolosamente casa, cassetto per cassetto, documento per documento, alla ricerca del certificato di adozione, che non trovai.
Poi iniziai a reagire ai “Rosso di merda”, dandole e prendendole (solitamente solo a parole), a volte prendendole anche fisicamente (ero mingherlino), ma sempre pronto a “infiammarmi”.
In questo cammino ci sono state battaglie vinte (le battute sui miei capelli e le mie lentiggini pian piano sparirono), ma anche perse. Quelle più cocenti sul lato sentimentale.
La prima ragazza a cui mi dichiarai, verso i quindici anni, mi disse che non le piacevano i rossi….
La seconda, in maniera molto più esplicita e con un moto così istintivo di ribrezzo da non lasciare dubbi sulla sua sincerità, mi disse invece: “Con un rosso! Che schifo! MAI!”.
E direi che questo giustifica ampiamente perché per alcuni anni mi interessai più alle montagne che alle ragazze…
Ma comunque, nonostante tutto, i miei capelli rossi divennero il mio orgoglioso vessillo.
Non qualcosa di cui vergognarmi o nascondere, ma da sbandierare e portare con orgoglio.
La mia (allora) folta chioma rossa fu accompagnata da una altrettanto folta e incolta barba rossa. Per anni sono stato conosciuto come “Il Rosso” o “Il Barbarossa”, perché come tale mi presentavo.
E da quando mi sono messo con una Rossi, il gioco de “il Rosso e la Rossi” viene facile.
Quella scelta mi ha trasformato. Non dovermi più vergognare della mia diversità, trasformarla in unicità, rivendicare il diritto ad esserlo: che liberazione!

Sono passati molti anni da allora. I capelli, quelli superstiti, si sono o scuriti o imbiancati.
Ma continuo ad andarne fiero, continuo a sentirmi e a dichiararmi “il Rosso”, anche se a volte chi mi vede per la prima volta mi guarda un po’ stupito, dato che di rosso ce n’è ormai poco.
E quando mi guardo allo specchio, so che, nonostante la stupidità della gente, non avrei voluto averli di nessun altro colore.

Gip gip bel cavallin
gip gip signore
quanto ci vuol per la città
un paio d’ore.
Gip gip bel cavallin
gip gip signore
e quando noi potrem tornar
al tramontar del sole.

(Ninna nanna dalla colonna sonora di The Boy with Green Hair)

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