Furore di John Steinbeck

10/04/2019 | Scritto da Mariagrazia Fontana

John Steinbeck, Furore, Bompiani 2013 (pp. 633, euro 12)

Della letteratura americana, in questi anni, mi hanno appassionato soprattutto le autrici: Flannery O’Connor, Joyce Carol Oates, Edna O’Brien, Elizabeth Strout.  Steinbeck l’avevo letto ai tempi della scuola, ma poca cosa.

Su insistenza di mia figlia e di mio marito ho affrontato le seicentotrentatre pagine, un po’ per metterli zitti, un po’ perché non avevo null’altro in casa. E, fin da subito, mi ha travolta, mi ha tenuta incollata al racconto senza possibilità di fuga.

L’incipit è un’apparente descrizione naturalistica, attenta e minuziosa: Sulle terre rosse e su una parte delle terre grigie dell’Oklahoma le ultime piogge furono leggere, e non lasciarono traccia sui terreni arati.… Il sole prese a picchiare giorno dopo giorno sul mais in erba, fino a screziare di bruno gli orli di ogni baionetta verde… Il suolo si ricoprì di una crosta dura e sottile, e man mano che il cielo impallidiva, anche il suolo impallidiva, facendosi rosa nelle terre rosse e bianco nelle terre grigie.

E sotto il sole che ogni giorno picchiava più forte, le foglie del mais in erba si facevano meno rigide e dritte; dapprima s’inarcarono appena, poi, con l’indebolirsi della nervatura centrale, ogni foglia si piegò decisamente all’ingiù… L’aria era fina e il cielo sempre più pallido, e ogni giorno la terra impallidiva… Il vento si fece impetuoso, s’infilava sotto le pietre, scalzava paglia e foglie morte, perfino piccole zolle, creando dietro di sé una scia man mano che solcava i campi.

La penuria dei raccolti, il flagello biblico delle tempeste di sabbia e della siccità, la Grande Depressione mettono in moto il grande esodo dal Midwest verso l’Ovest di migliaia di famiglie prese nella morsa della povertà e della fame.

Furore è la storia di questa gente, della loro migrazione, delle loro speranze.

L’Oklahoma, il Kansas e il Texas, tutte le pianure inaridite del Midwest e del Sud ovest si svuotano, i contadini caricano carri sgangherati di mobili, abiti, figli, genitori e si riversano sulla Route 66, direzione California, la Terra Promessa.

Steinbeck affida il racconto di questa grande fuga a due diversi registri: il gergo degli “Okies”, il termine dispregiativo con cui venivano chiamati i migranti provenienti dall’Oklahoma, utilizzato per raccontare la vicenda della famiglia Joad, si alterna a capitoli di contestualizzazione storica. Anche in queste righe la scrittura resta lontana da ogni ideologismo, semplice, quasi colloquiale   eppure estremamente incisiva.

Riesce, con parole secche, con descrizioni crude a rappresentare una realtà complessa.

Su entrambi i piani, si percepisce un ritmo biblico da fine di un’era. Una fine annunciata, un disastro che si legge in ogni riga: questa gente non ha speranza, la Terra Promessa sarà sfruttamento, condizioni di lavoro e di vita disumane, a tratti incompatibili con la sopravvivenza.

Negli accampamenti in cui si affollano famiglie sfollate, bimbi affamati che giocano fra le baracche si snodano le relazioni umane e si delineano personaggi chiave. In tutti, in qualche modo, non si può che identificarsi, percepire in loro qualcosa che ci appartiene.

L’ex predicatore Casy, che non crede più nella colpa e che, come Mosè, accompagna il popolo dei derelitti in questa migrazione senza futuro. Racconta la sua crisi e l’abbandono della predicazione, per la forza delle tentazioni della carne, per i dubbi su Dio e sullo Spirito Santo: Ho pensato, magari sono tutti gli uomini e tutte le donne che amiamo: magari è questo lo Spirito Santo… lo spirito umano… tutta la baracca. Magari tutti gli uomini messi insieme fanno una grande anima e ognuno di loro è un pezzettino.

Tom Joad, appena uscito di galera, che matura in sé il seme della solidarietà di classe, mentre la fame e la paura partorivano rabbia.

La madre, donna invincibile, collante della famiglia sua e di altre, quella che infonde speranza, che apre spiragli, che abbatte barricate e che, nel lungo cammino, accompagna gli anziani alla morte e i piccini sulla soglia della vita. E poiché marito e figli non potevano conoscere sofferenza o paura se lei non denunciava sofferenza e paura, aveva imparato a rinchiudere l’una e l’altra dentro se stessa.

Questo grande romanzo evoca una condizione umana di incredibile attualità; leggere di quegli anni di un altro secolo, è leggere di oggi, della moltitudine di esseri umani costretti a lasciare la propria terra, che vedono le loro speranze infrangersi contro muri di odio. Le parole di Steinbeck insegnano oggi forse più di ieri a cuori induriti dalla collera, dal rancore e dalle prevenzioni.

E sciamavano in cerca di lavoro; e le strade erano fiumi di gente, e i fossi lungo le alzaie erano file di gente. E altra gente arrivava dietro di loro. Le grandi arterie pullulavano di gente che emigrava…

La vita randagia li cambiò; le grandi arterie, i bivacchi lungo la strada, la paura della fame e la fame stessa li cambiarono. I figli affamati li cambiarono, l’interminabile vagare li cambiò. Erano emigranti. E l’ostilità li cambiò, li saldò, li unì; l’ostilità che induceva i centri abitati a raggrupparsi e a equipaggiarsi come per respingere un invasore, manipoli armati di manici di piccone, garzoni e bottegai armati di fucili, per difendere il mondo contro gente del loro stesso sangue. Nell’Ovest si diffuse il panico di fronte al moltiplicarsi degli emigranti sulle strade. Uomini che avevano proprietà temettero per le loro proprietà. Uomini che non avevano mai conosciuto la fame videro gli occhi degli affamati. Uomini che non avevano mai desiderato niente videro la vampa del desiderio negli occhi degli emigranti. E gli uomini delle città e quelli dei ricchi sobborghi agrari si allearono per difendersi a vicenda; e si convinsero a vicenda che loro erano buoni e che gli invasori erano cattivi, come fa ogni uomo prima di andare a combattere un altro. Dicevano: quei maledetti Okie sono sporchi e ignoranti. Sono maniaci sessuali, sono degenerati. Quei maledetti Okie sono ladri. Rubano qualsiasi cosa. Non hanno il senso della proprietà. E su quest’ultima cosa avevano ragione, perché come può un uomo senza proprietà conoscere l’ansia della proprietà? E i difensori dissero: sono sporchi, portano malattie. Non possiamo lasciarli entrare nelle scuole. Sono stranieri. Ti piacerebbe veder uscire tua sorella con uno di quelli?

Gli indigeni si suggestionarono fino a crearsi una corazza di crudeltà. Formarono drappelli, squadre, e li armarono: li armarono di manici di piccone, di fucili, di gas. Il paese è nostro. Non possiamo lasciare che questi Okie facciano i loro comodi. E gli uomini che venivano armati non possedevano la terra ma pensavano di possederla. E i garzoni che di notte facevano a ronda non possedevano nulla, e i piccoli bottegai possedevano solo debiti. Ma anche un debito è qualcosa, e anche un salario è qualcosa. Il garzone pensava: io prendo quindici centesimi a settimana; che faccio se un maledetto Okie si accontenta di dodici? E il piccolo bottegaio pensava: come la reggo la concorrenza di uno che non ha debiti?

E gli emigranti sciamavano per le contrade, e nei loro occhi c’era la fame, e nei loro occhi c’era il desiderio. Non avevano discorsi, non avevano criteri, non avevano altro che la loro quantità e il loro bisogno. Quando c’era lavoro per un uomo, dieci uomini lottavano per averlo – e la loro unica arma era il ribasso di paga. Se quello lavora per trenta centesimi, io ci sto per venticinque…

E le strade pullulavano di gente assetata di lavoro, pronta a tutto per il lavoro….

Le grosse imprese non capivano che il confine fra fame e rabbia è un confine sottile. E i soldi che potevano servire per le paghe servivano per fucili e gas, per spie e liste nere, per addestrare e reprimere. Sulle grandi arterie gli uomini sciamavano come formiche, in cerca di lavoro, in cerca di cibo. E la rabbia cominciò a fermentare.

È una rabbia che si sente incalzante in ogni riga, una marea montante, una marcia umana disperata che fa tornare in mente Erri De Luca quando scrive: le persone quando diventano popolo fanno impressione.

Indimenticabili le parole con cui Tom si congeda dalla madre: io ci sarò sempre, nascosto e dappertutto… dove c’è qualcuno che lotta per dare da mangiare a chi ha fame… dove c’è uno sbirro che picchia qualcuno… sarò negli urli di quelli che si ribellano.

Un libro da leggere e da rileggere. Un libro che mi resterà appiccicato addosso.

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