Lettera 32

18/03/2019 | Scritto da Rossella Ghizzani

“La soluzione alla mia vita mi venne in mente una sera mentre stiravo una camicia. Era semplice ma audace. Mi presentai in soggiorno dove mio marito stava guardando la televisione e dissi…”
Alice spinge indietro la sedia e si alza di scatto. Si sente tesa, incerta; infila le mani nelle tasche a taglio dei pantaloni bianchi che indossa quando rimane in casa, muove qualche passo intorno alla scrivania, si avvicina alla finestra e guarda fuori.
Non può essere quello l’inizio. Scrolla le spalle nel tentativo di rilassarle e di distendere i muscoli del collo. Non può iniziare così.  Alice sa che pur avendo chiara la traccia del racconto, la storia non potrà dipanarsi se non riesce a trovare l’attacco giusto. L’incipit. L’inizio, appunto.
La fronte poggiata al vetro, Alice guarda il marciapiede, osserva il portone di fronte alla sua finestra, si concentra su particolari che conosce a memoria nel tentativo di liberare la mente.
Non può cominciare così. Le sta antipatica una donna che usa abbinati gli aggettivi semplice e audace. E’ scontato, alla prima lettura l’editor glielo farà notare. Una che si esprime così già si definisce, è una donna ordinaria che affronta un problema da niente e lo chiama “la soluzione alla mia vita”. Alice la immagina, una che si esprime così: gonna scozzese rossa stretta al ginocchio, maglioncino paricollo in lana leggera blu, manica lunga; calze di nylon velate, color carne, e calzature da casa in velluto blu, con qualche centimetro di tacco. I capelli castani le arrivano alla base del collo dove formano una piega all’insù, e anche se sta stirando, non rinuncia a un filo di rossetto e al giro di perle finte intorno al collo, per sentirsi carina e ordinata. “Ho trovato la soluzione alla mia vita, semplice ma audace. Da domani caro – una così lo chiama caro, il marito seduto in soggiorno a guardare la televisione – passerò dal lattaio e dal panettiere, e solo dopo che avremo fatto colazione insieme e sarai uscito farò il resto della spesa. Così io riesco a fare più movimento, la dottoressa Fontana ha detto che è fondamentale per migliorare la mia salute, e tu potrai gustare la tua colazione preferita, con il pane fresco. Certo avrò meno tempo per spolverare, ma del resto bisogna un po’ rischiare, no?”
La odio, digrigna fra i pensieri Alice.  Ma da dove mi è saltata fuori una così? che c’entro io con lei? Sono io l’autrice, come si permette la protagonista del mio racconto di indossare una gonna scozzese a quadri e di chiamare caro il marito?
Scende in cucina, si versa vino rosso in un calice e torna nel suo studio. Ruota il bicchiere fra le mani mentre osserva il foglio ancora bianco.
Alice deve liberarsi di questa donnetta.
Mentre sorseggia il vino però, eccola ancora lì. Infila sull’asse da stiro prima una e poi l’altra metà della camicia, ben attenta a tenere teso il tessuto, che non si facciano pieghe morte. Le chiama così quelle piccole pinces secche prodotte dalla punta del ferro, che si aggrovigliano nei punti più difficili, la cucitura del colletto, l’attaccatura dei bottoni, per non parlare delle maniche, quelle sono difficilissime da stirare. Vanno fatte passare con cura nell’apposito braccio dell’asse da stiro, e bisogna manovrarlo con maestria il ferro, per assecondare le pieghe intorno ai polsini. E una volta stirata, la camicia va abbottonata e ripiegata con perizia, che non rimanga il segno quando la si sfila dal cassetto…
Alice sente montare un ruggito dentro di sé. I gesti di sua madre. La tipa con la gonna stretta a quadri scozzesi replica i gesti di sua madre. Ma non è questo che vuole, non adesso.
La donna di cui intende raccontare somiglia a lei, non a sua madre.
Una che se n’è andata presto di casa per studiare in un’altra città, che parla bene il tedesco, che vive da sola e che non chiama caro nessuno, nemmeno il proprio cane.
Alice si era prefissa di mettere a fuoco la storia di una donna sua contemporanea.  A metà degli anni sessanta assume una decisione che pur esponendola a un rischio le permetterà di affermare il proprio diritto a vivere la vita che si è scelta. E’ la sua, la storia che ha in mente, ma non intende scrivere un racconto autobiografico. Le serve miscelare la verità con la finzione, e raccontarla attraverso un personaggio in cui tante altre donne possano riconoscersi.
Ma certo non può prendere le mosse da questa donnina, il suo racconto.
Eccola ancora lì, invece. Adesso affronta le lenzuola. La rimboccatura deve essere perfetta, per questo piega il lenzuolo a metà, lo stira per il verso della larghezza e poi lo piega ancora in due, così è la parte di stoffa che sporgerà dal copriletto a rimanere in vista.
Via via che i capi sono stirati, li accatasta sul tavolo di formica della cucina, ricoperto da un telo di cotone.
Mentre compie ogni gesto con precisione puntuta, il volto rimane atteggiato ad un sorriso rappreso; le risplende più negli occhi che nella piega della bocca.
Ha preso una decisione, e appena avrà finito la comunicherà al marito. E’ sicura che lui la lascerà fare, ma soprattutto, sa dal profondo del cuore di non nutrire alcun interesse per la sua opinione.

Alice stacca le dita dalla tastiera dell’Olivetti come se bruciassero, stizzita percuote con il pollice la barra spaziatrice.
Ma dove vuoi arrivare? cosa ti salta in mente? Guarda, questo racconto non te lo pubblicheranno nemmeno sulla posta del cuore del mensile parrocchiale.
Non è più il tempo! Siamo alla fine degli anni sessanta, sono nota in città come femminista, scrivo sulla stampa di sinistra, non perdo un convegno sul ruolo della donna nella società che cambia, e poi scrivo di una donnetta in calzari di velluto blu che ha preso la decisione della sua vita? E quale sarebbe, sentiamo? “Ho trovato la soluzione alla mia vita, semplice ma audace. Da domani tesoro – una così lo chiama tesoro, il marito – da domani niente più dolci! Inizia la Quaresima, e anche noi dobbiamo fare la nostra piccola rinuncia. E’ audace, lo so, pensare di poter rinunciare per quaranta giorni ai nostri mon cherì, ma sono sicura che questo piccolo gesto ci riavvicinerà alla comunità della chiesa, e vedrai, pian piano rinnoveremo la nostra fede e ritroveremo il conforto della preghiera.”
Questa volta, quando Alice si alza di scatto la sedia si rovescia sul pavimento alle sue spalle, tanto brusco è il movimento che compie.
Non è possibile. E’ come se questa donnina l’avesse soggiogata. Ha trovato un pertugio, una falla le verrebbe da dire, nella rete dei suoi pensieri, e non intende esserne estromessa. Si è trovata per le mani l’occasione ghiotta e unica di diventare famosa, protagonista di un libro. “Ti rendi conto caro?  scritto da una femminista! Finalmente tutti sapranno che sotto la piega dei miei capelli scalpita un cervellino niente male!”
Non si lascerà convincere facilmente ad andarsene, Alice ne è consapevole.
Respirare con la pancia, ecco quello che deve fare. Alice torna a sedersi e inspira profondamente, attenta a che il ventre si gonfi. Espira piano.
Mentre si concentra sulla sua respirazione, vede la donnetta spegnere la luce della cucina e con passo deciso dirigersi verso il soggiorno: senza dire una parola si avvicina al televisore e con un gesto secco lo spegne. Il marito la guarda con un’espressione in bilico fra lo stupore e la curiosità.
“Ho trovato la soluzione alla mia vita, caro” gli dice. “Semplice ma audace. Le attaccherò. Mi insedierò nella testa di ciascuna di loro e non le lascerò più finché, sfinite, non mi permetteranno di sbocciare nei loro libri.
Non riusciranno più a fermarmi. Dopo questa Alice ne verranno altre. C’è quella Christiane, ad esempio, che avrà certo bisogno di un personaggio femminile, e la Elsa necessita di un tipo particolare per i suoi romanzoni. E perché, a Natalia non serve forse una donna come me per le sue commedie? E non mi vedresti bene per Oriana? Non hanno scampo, dovranno fare i conti con me, queste super donne intelligenti.
E’ grazie a me che hanno potuto elaborare le loro teorie, mentre io stavo qui a stirare le tue cazzo di camicie. Oh! Scusa caro, mi sono lasciata prendere un po’ la mano.
E’ semplice, no? La nostra casa sarà perfetta, e non smetterò di cucinare squisiti pranzetti per te. Posso fare tutto da qui, è comodo, non trovi?
Ma loro, loro non si libereranno più di me. Insidierò le loro convinzioni, tenacemente gli mostrerò l’altro lato della medaglia. Le vedrò vacillare, impaurite come inesperte ragazzine, mi aggrapperò ai loro pensieri e li infetterò finché non capitoleranno, stremate e sconfitte.
Volete essere ricordate per la vostra scrittura, per l’impulso dato al pensiero sulle donne, per la vostra capacità di essere libere e indipendenti? E’ con me che dovrete fare i conti”.
Alice poggia i gomiti al tavolo e affida la testa al palmo delle mani. Le duole tutto il corpo, e sa di non avere scampo. Deve trovare il modo di ammetterla, la donnetta malefica con il paricollo blu.
Occorre che la sua scrittura riesca a contenerla.
Sistema la sedia, raddrizza le spalle e comincia esitante a battere a macchina.
“La soluzione alla mia vita mi venne in mente una sera mentre stiravo una camicia. Era semplice ma audace. Mi presentai in soggiorno dove mio marito stava guardando la televisione e dissi:

Le leve a pressione della Olivetti non si fermano per tutta la notte. I tasti, premuti con forza crescente, scagliano i martelletti sul nastro nero finché a lato della macchina da scrivere non si è formato un pacchetto di fogli dattiloscritti.
“Lo studio”, è il titolo che campeggierà in lettere maiuscole sul primo foglio.

Scritto su sollecitazione di Maria Grazia Fontana a partire dal racconto “Lo studio”, Alice Munro “Danza delle ombre felici”, Einaudi, Torino 2013, p.67

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