Malik

11/07/2018 | Scritto da Andrea Maria Spadini


Il racconto è disponibile anche in formato audio:

Andrea Maria Spadini: Malik

Il racconto è letto da Enzo Bonanno:

Sono nato a Torre Annunziata nel 1957 e vivo a Pavia fin dalla prima infanzia, dove svolgo la professione di commercialista. Da una decina d’anni mi dedico con passione all’attività teatrale con la compagnia amatoriale “Serpente Tentattore”. Ho seguito diversi corsi di recitazione presso la scuola del Teatro Litta e il corso di tecniche di letture ad alta voce della scuola del Teatro Paolo Grassi. Attualmente recito il ruolo di promesso sposo nello spettacolo “Il Mio Grosso Grasso Matrimonio a Torre Del Greco”, scritto e diretto da Raffaela Gallo.


 

Era una giornata limpida, come non ne capitano spesso sulla riviera adriatica durante il mese di luglio. Il cielo terso e l’aria frizzante del mattino sembravano quelli che di solito seguono un temporale.
La fresca brezza che filtrava attraverso le fessure delle persiane doveva aver portato con sé anche una sorta di irrequietezza, perché Luca e Giuseppe si erano svegliati presto, ben prima del solito. Entrambi sentivano l’irrefrenabile bisogno di uscire il prima possibile all’aria aperta, perciò si erano alzati e vestiti velocemente e, dopo aver bevuto frettolosamente un sorso di caffelatte, si erano affrettati verso l’uscio di casa, come se fossero in ritardo ad un appuntamento importante.
“Bè, com’è che non mangiate niente stamattina?” aveva domandato stupita Aurora, la mamma di Luca, conoscendo il loro abituale appetito.
“No, davvero mamma… stamattina non ho proprio fame.”
Ancora non persuasa, Aurora si era allora rivolta a Giuseppe. “Ma… non mangi niente nemmeno tu?”.
“No grazie, zia Auri. Magari più tardi ci prendiamo un bombolone al chiosco del nostro bagno.”
“Mi volete almeno dire dove state andando voi due così di corsa?” aveva allora chiesto sbarrando loro la strada verso la porta.
“Dai mamma, dove vuoi che andiamo? … Si, lo so, non dobbiamo allontanarci troppo dal nostro ombrellone!”
La spiaggia si trovava a poche centinaia di metri dalla villetta in cui soggiornavano.
I loro genitori, da tempo legati da un solido rapporto di amicizia, da qualche anno avevano preso l’abitudine di affittarla e condividerla per il periodo di villeggiatura. Potevano così permettersi una vacanza più lunga e, nel medesimo tempo, le madri si offrivano reciproca compagnia nel caso in cui i loro mariti fossero stati trattenuti in città da eventuali impegni di lavoro. Tutti contenti, dunque.
Luca e Giuseppe innanzitutto, considerata la grande amicizia che li legava.
A quell’ora il litorale era popolato quasi esclusivamente dai bagnini che stavano raccogliendo cartacce e risistemando lettini e ombrelloni, in attesa dell’arrivo dei villeggianti. L’immobilità del mare contribuiva a conferirgli l’aspetto di un enorme specchio dorato. Una nave mercantile, forse una petroliera, si stagliava nitida all’orizzonte, portando con sé vaghe promesse di avventure misteriose.
“Guarda Luca, si riescono a vedere persino le macchie di ruggine sulla fiancata, sembra di poterla toccare solo allungando il braccio… Chissà da dove arriva?”
Intanto, incoraggiati dalla sabbia piacevolmente fresca sotto i loro piedi, quasi senza rendersene conto avevano cominciato a camminare lungo la battigia.
“Che ne dici, andiamo fino al molo?”
“Sì, dai, bella idea… Allora torno a prendere secchiello e retino, magari riusciamo a trovare qualche granchio tra le rocce…” gli aveva risposto Giuseppe mentre già correva verso l’ombrellone.
Il molo del porto-canale non era molto distante, giusto un paio di chilometri, ma non si erano mai allontanati così tanto senza essere scortati da un adulto.
Sapevano di contravvenire alle raccomandazioni dei loro genitori, ma il fremito che sentivano scorrere sottopelle fin dal loro risveglio era incontenibile, impossibile resistergli.
“Luca, ma torneremo in tempo per non farci beccare? Lo sai quanto rompono le mamme quando fanno le prediche…”.
“Ma sì… Tanto non arrivano mai in spiaggia prima delle dieci. Comunque possiamo sempre inventarci qualcosa… Tipo che eravamo a giocare a bigliardino o a biglie con gli amici… Dai, intanto allunghiamo un po’ il passo…”.
Ai due bambini non ci era voluta più di mezz’ora per raggiungere il molo.
Ora che avevano raggiunto la meta potevano finalmente dedicarsi all’esplorazione degli anfratti tra i massi frangiflutti, a caccia di piccoli granchi e conchiglie.
La concentrazione della ricerca li aveva progressivamente separati, perciò Luca era solo quando, in un pertugio tra due rocce particolarmente angusto, aveva intravisto un oggetto che sembrava un grosso bastone piantato nella sabbia sottostante. La forma strana di quell’oggetto lo incuriosiva, e la posizione quasi verticale in cui si trovava gli aveva reso abbastanza agevole recuperarlo.
“Giuseppe! Vieni a vedere cosa c’è qui… Giuseppeee!”
Era lungo una quarantina di centimetri, forse qualcosa di più, dritto, con degli ingrossamenti alle due estremità. Sembrava quasi un randello, una clava. A Luca ricordava proprio le clave che ogni tanto i personaggi del cartone animato de Gli Antenati utilizzavano per suonarsele di santa ragione.
“Sì, ma quelle che usa Fred sono ossa di mammouth… Sono ossa…” pensava mentre quello che fino all’istante precedente gli era sembrato un bastone gli scivolava lentamente dalle mani.
Giuseppe lo aveva trovato così, immobile, con lo sguardo perso verso l’orizzonte e quello strano bastone disteso ai piedi.
“Luca! Ehi, dico a te! Mi vuoi rispondere? Prima mi chiami e poi, quando arrivo, non mi guardi nemmeno? Luca!”
Così dicendo, Giuseppe aveva preso a scrollarlo sempre più vigorosamente, prima indispettito e poi un po’ preoccupato dall’assenza di reazione dell’amico.
Luca, tornato in sé, lo aveva fissato per un lungo momento e, indicandogli l’oggetto vicino con una serietà non abituale gli aveva chiesto: “Hai visto quest’affare che ho trovato? Cosa ti sembra?”.
“Ma, direi un bastone… Fammi vedere meglio… Certo che ha una forma davvero particolare…”
“Sembra un osso, vero? Bello grande però, mica come quello della coscia di pollo che ti sei mangiato ieri sera… Già, sembra un osso… E sai perché sembra un osso? Perché è un osso… Un osso umano però!” gli aveva scandito quasi in un fiato Luca.
“Ma dai Luca! Un osso umano… Ma cosa dici… Sì, è grande, ma potrebbe essere di un animale tipo cavallo o mucca, per esempio… Che ne sai tu di ossa umane?”
Luca gli aveva lanciato uno sguardo di compatimento e quindi gli si era rivolto come se stesse parlando ad un bimbo di tre anni.
“Allora Giuseppe, tu sai che mio zio Michele è medico. Bene. Sai anche che il suo studio si trova nello stesso palazzo dove abito. Bene. Sai perciò che mi capita spesso di andare a trovarlo, soprattutto quando mia madre deve uscire e non sa dove parcheggiarmi. Bene…”
A quel punto Giuseppe però, che non ne poteva più dell’atteggiamento di supponenza dell’amico, era sbottato.
“Ma che bene e bene. Ti sembro un cretino? Arriva al punto, piuttosto…”
“Ok, scusami. Volevo solo dirti che mi è capitato di sfogliare i suoi libroni di medicina e di giocare con lo scheletro di plastica che ha nello studio. Credimi, quest’osso è umano, e mi ricordo anche il suo nome, perché me lo ha detto lo zio. Si chiama femore ed è il nostro osso più lungo, proprio quello che hai lì…” gli aveva risposto toccandogli la coscia.
Le ultime parole di Luca e la sicurezza ostentata con cui le aveva pronunciate avevano spazzato via i dubbi dell’amico, che non aveva ribattuto altro. Sì, Luca era stato convincente, ma Giuseppe voleva credergli soprattutto perché, se si trattava davvero di un osso umano, i risvolti avventurosi di quel ritrovamento sarebbero stati infinitamente più interessanti.
“Accidenti… Allora questo è un femore… Chissà come ci è finito qua… Ma adesso che facciamo? Non dovremmo avvertire qualcuno, che so, un bagnino? O forse dobbiamo cercare un vigile, un poliziotto… magari quel femore è di una persona assassinata, magari è…”.
Luca lo aveva interrotto bruscamente.
“Ma quelli poi chiamano di sicuro i nostri genitori. Glielo spieghi tu alle nostre mamme che ci facevamo qui al molo, così lontano dall’ombrellone… Non voglio neanche pensare all’urlata e alla punizione che poi ci toccheranno… No. Non se ne parla. Però ho avuto un’altra idea. Lo rimettiamo dove lo abbiamo trovato.”
“Ma che ti salta in mente? Mica possiamo fare come se niente fosse…”.
“Lasciami finire. Allora, dopo averlo rimesso al suo posto, ce ne torniamo all’ombrellone e cerchiamo di convincere le nostre mamme a fare una passeggiata con noi proprio qui, al molo. Poi ci mettiamo a cercare granchi come facciamo di solito. A quel punto possiamo fingere di trovarlo per la prima volta. È l’unico modo, dammi retta… Si tratta di rimandare solo di un paio d’ore… Tanto chissà da quanto era qui quell’osso… Che differenza vuoi che faccia?”.
Anche a Giuseppe era piaciuta l’idea. Solo così sarebbero scampati all’inevitabile sfuriata con annessa minaccia di riferire l’accaduto ai loro padri. Con un convinto cenno del capo aveva espresso all’amico il proprio assenso.
Avevano quindi risistemato con scrupolosa attenzione l’osso nel medesimo pertugio da cui lo avevano estratto e, dopo aver ammonticchiato alcuni sassi sulla roccia vicina per assicurarsi di riconoscere il posto, i due bambini si erano rimessi immediatamente sulla strada del ritorno.
La parte iniziale del piano aveva funzionato. La mamma di Giuseppe, Paola, si era offerta di accompagnarli al molo, proprio come avevano sperato.
Con il trascorrere delle ore la spiaggia aveva mutato aspetto. Ora era affollata e rumorosa, l’eco della musica trasmessa dai jukebox arrivava fin sulla riva e si mescolava all’abituale urlo “Cocco… Coccobbelloooo…” dei venditori ambulanti che, instancabili, solcavano incessantemente il litorale. Le onde del mare si erano leggermente ingrossate e il fondale era così tornato ad essere quello abituale, torbido e limaccioso. Il loro cammino si era fatto irto di ostacoli, tra bambini che costruivano improbabili castelli di sabbia e ragazzi che giocavano a pallone o a tamburello oppure, semplicemente, correvano a tuffarsi. La magia delle prime ore di quel mattino era completamente svanita.
Ma Luca e Giuseppe sembravano non accorgersene, concentrati com’erano sulle tappe successive del loro progetto. Il passo, ancora svelto, sembrava però rallentare e farsi incerto quanto più si avvicinavano alla meta. All’emozione dell’avventura si stava lentamente sovrapponendo una sensazione di disagio, come se il tempo trascorso dal ritrovamento li stesse rendendo sempre più consapevoli dell’enormità del significato di quell’evento.
“Bene, eccoci qua” aveva esclamato Paola una volta arrivati.
“Io vi aspetto qui. Voi cercate pure i vostri granchi, però non allontanatevi troppo. Voglio che restiate sempre ben visibili e a tiro di voce. D’accordo? E su, un po’ di allegria, musoni, non sono venuta fino al molo per vedere quelle facce…”
I due bambini con un grugnito di assenso si erano incamminati verso gli scogli.
“Ma non era questo il posto?” aveva chiesto Luca all’amico, mentre osservava sconcertato il vuoto dell’ormai familiare fessura che inaspettatamente gli si era parato davanti.
“Sì, sembra anche a me… Però qui non c’è niente… Forse ci siamo sbagliati… Proviamo un po’ più in là…”.
“Ma no, sono sicuro, era proprio qui…” aveva insistito Luca, “Guarda, c’è ancora il nostro mucchietto di sassi…”.
“Magari lo ha spostato il mare con un paio di onde più forti…”
In verità ci sarebbe voluta una forte mareggiata per consentire alle onde di raggiungere quella zona del molo ma, nonostante l’evidenza, Giuseppe aveva subito cominciato a passare affannosamente in rassegna tutti gli anfratti rocciosi che si trovavano nei pressi, senza alcun risultato.
Del femore nessuna traccia, era come evaporato.
I due bambini si erano guardati perplessi, mentre la delusione si disegnava sempre più evidente sui loro volti.
“Ma dove sarà finito? È impossibile che non ci sia più… Forse lo avrà trovato qualcun altro…” aveva esclamato, incredulo, Giuseppe.
Luca non era d’accordo.
“No. Siamo stati via pochissimo, chi vuoi che lo abbia trovato? E poi, se fosse come dici tu qui ci avremmo trovato un mucchio di gente a ficcare il naso. Vigili, poliziotti… Ci deve essere un’altra spiegazione…”.
“Trovala tu allora, signor sapientino… Non sei tu quello che sa sempre tutto?” gli aveva ringhiato l’amico, ancora risentito dalla precedente lezione sul femore.
Dopo una pausa, Giuseppe aveva ulteriormente rincarato la dose, con uno sguardo di sfida.
“Forse l’osso non c’è mai stato. Magari era solo un pezzo di legno o un sasso dalla forma strana. O forse non c’era proprio niente e tu ti sei inventato tutto e poi hai convinto anche me, con tutti quei tuoi paroloni… Già, perché tu sei quello bravo a raccontare le storie…”.
Luca, paonazzo, i pugni stretti di rabbia, gli aveva urlato in faccia.
“Non è vero che mi sono inventato tutto! Lo sai benissimo anche tu! Sei solo uno stupido bugiardo!”.
Intanto avevano cominciato a spintonarsi. Sarebbero arrivati velocemente alle mani se non fosse stato per l’arrivo di Paola che, pur a distanza, aveva colto il tono concitato della loro discussione.
“Ehi, ma che state facendo? Siete impazziti, per caso? Non vi si può lasciare soli nemmeno per dieci minuti? Che bello spettacolo state offrendo… Chissà come sarà contenta Aurora quando glielo racconterò…” aveva gridato mentre li separava a strattoni.
Poi, con più calma, aveva proseguito: “Ma si può sapere perché stavate litigando?”
Alla domanda di Paola era seguito un imbarazzato ma impenetrabile silenzio, che non era stato scalfito nemmeno dalle successive domande di Aurora.
“Bene. Se le cose stanno così, oggi pomeriggio, invece di tornare in spiaggia a giocare, voi due ve ne state nelle vostre stanze a smaltire la rabbia e a riflettere sulla vostra stupidità. Stasera dopo cena subito a letto. Domani ne riparleremo” era stata la sentenza delle mamme riunite in seduta plenaria.
Luca, una volta chiusa la porta della sua stanza, si era reso conto di quanto si sentisse stremato. Nonostante fosse digiuno dalla sera precedente, non provava per niente fame. Le emozioni di quella giornata, unite ai diversi chilometri percorsi, lo avevano messo a dura prova ed ora il suo corpo gliene chiedeva conto.
Infine, quando la stanchezza aveva finalmente prevalso sulla rabbia che ancora gli mordeva l’anima, era sprofondato in un sonno agitato, pieno di sogni ingarbugliati. Erano come spezzoni di film mescolati a casaccio, con una trama impossibile da individuare. Si svolgevano sempre in luoghi simili a quelli delle illustrazioni presenti nei romanzi di Salgari o in Sindbad il marinaio, uno dei suoi libri preferiti. Erano popolati ed animati da una moltitudine di genti di colore, con vestiti sgargianti e copricapi dalla foggia stravagante, che non era certo abituato ad incontrare nella sua vita di tutti i giorni. Lui, le persone con la pelle di un colore diverso dalla sua, le aveva viste solo in televisione o in qualche foto di giornali e riviste dei suoi genitori. Solo una volta, tornando da scuola, aveva incontrato di persona due uomini dalla pelle nera, alti ed eleganti. Quell’incontro lo aveva colto di sorpresa, e lo aveva impressionato rendersi conto di quanto il colore nero sulla pelle potesse risultare intenso ed abbagliante. Si era fermato a guardarli talmente imbambolato che i due erano scoppiati in una sonora risata, facendogli poi un benevolo cenno di saluto. Ecco, i protagonisti dei suoi sogni di quel pomeriggio e della notte che ne era seguita erano proprio come quei due signori. Parlavano tutti una lingua incomprensibile anche se c’era un nome, Malik, che ciclicamente ritornava nel susseguirsi di quel delirio visionario. Aveva quasi la sensazione che nella sua testa si stesse dibattendo una sorta di oscuro, avvincente racconto. Ma lui non possedeva le parole per dargli modo di prendere forma e questa incapacità gli provocava, anche nel sogno, un profondo senso di frustrazione.
La mattina seguente, quando Aurora era andata a svegliarlo, lo aveva trovato sudato fradicio e scosso da violenti brividi di febbre.
“Luca, ma tu scotti… Cosa ti senti? Ora ti provo la febbre. Intanto bevi un po’ d’acqua.” Lui in effetti si sentiva ben più prostrato della sera precedente, faticava persino a sollevare la testa dal cuscino.
“Polmonite” aveva diagnosticato il medico subito interpellato. Poi gli aveva rifilato un sacco di pillole colorate che sembravano di plastica: antibiotici, gli avevano detto… Di uscire nei giorni seguenti non se ne era parlato proprio, d’altro canto non ne avrebbe avuto nemmeno la forza. Giuseppe era passato qualche volta a trovarlo ma, un po’ perché Paola e Aurora gli avevano raccomandato di non stancarlo, un po’ perché non sapevano bene cosa dirsi dopo quanto accaduto, le sue visite erano sempre state brevi e imbarazzate. Solo una volta, con cautela, Luca aveva cercato di tornare sull’argomento del loro litigio. Ma appena Giuseppe si era reso conto di dove l’amico stesse andando a parare lo aveva immediatamente interrotto.
“Guarda Luca, di questa storia non ne voglio più sapere. Non voglio litigare ancora, ma io resto della mia idea. È stato solo un gioco, tutto lì…”.
Non ne avevano più parlato.
Dopo una settimana il padre era venuto a prendere Luca e Aurora per riportarli a casa, con qualche giorno di anticipo. Al momento della partenza Giuseppe non c’era. “E’ già andato in spiaggia. Mi ha però raccomandato di salutarti” lo aveva informato, con fare insolitamente serio, Paola.
La vacanza era terminata.
Con il rientro in città si era all’improvviso interrotta anche la frequentazione delle loro famiglie. Anche se non ne sapeva la ragione, Luca sospettava che avesse in parte a che fare con un episodio di cui era stato inconsapevole spettatore. Era accaduto proprio all’inizio di quell’estate. Una sera di caldo torrido si era alzato per bere qualcosa di fresco e aveva visto sua madre e Marco, il padre di Giuseppe, che si abbracciavano in salotto. Non ci aveva trovato niente di strano, era abituato da anni all’informalità e alla confidenza che caratterizzavano i rapporti tra i suoi genitori e quelli dell’amico. Era stata la loro reazione a turbarlo, quando si erano resi conto della sua presenza. Lo zio Marco si era girato di scatto verso la parete opposta e si era velocemente defilato, mentre Aurora si era subito catapultata verso di lui, senza poter nascondere il violento rossore che le imporporava le guance. Lo aveva quindi preso da parte e, con grande agitazione, gli aveva subito spiegato che non era successo niente tra loro, che lo zio Marco la stava abbracciando solo perché lei quella sera si sentiva triste, che non doveva farsi strane idee e altre cose che gli erano sembrate del tutto prive di senso…
“Proprio perché è una cosa senza importanza, vorrei che questo restasse il nostro piccolo segreto. Me lo prometti?” aveva concluso Aurora.
Anche i rapporti tra lui e Giuseppe avevano subito un brusco taglio. Abitavano in una grande città e non frequentavano nemmeno la stessa scuola, era quasi impossibile incontrarsi per caso. Luca non ne aveva sentito molto la mancanza, anche se il ricordo dello sguardo astioso dell’amico durante la loro ultima discussione lo avrebbe tormentato ancora a lungo, come una ferita che stenta a rimarginarsi e di cui a volte ci si dimentica, ma provoca un dolore lancinante ogni volta che la si sfiora.
Nel corso degli anni qualche notizia su Giuseppe gli era arrivata. Dopo essersi laureato aveva affiancato e successivamente sostituito il padre a capo dell’azienda di famiglia. Era diventato un imprenditore di successo. Una volta gli era persino capitato di leggere un’intervista che aveva rilasciato per le pagine economiche di un importante quotidiano. Altro non sapeva.
Della morte del padre di Giuseppe lo aveva informato una telefonata di sua madre.
“Luca, volevo dirti che è morto lo zio Marco. Come mi è dispiaciuto… No, non me la sento di venire al funerale, con questo freddo… E poi sai che ora faccio davvero fatica a camminare… No, guarda, non insistere, preferisco di no.”
Allora ci era andato da solo.
Anche se non si vedevano da quarant’anni, lo aveva riconosciuto subito. Era ancora in ottima forma, doveva ammetterlo, magro, abbronzato nonostante la stagione, vestito con cura. Non aveva potuto fare a meno di notare il suo enorme orologio da polso. Luca, suo malgrado, aveva pensato che probabilmente costava più di quanto lui riuscisse a guadagnare in un anno, con il suo magro stipendio da insegnante di filosofia…
“Ciao Giuseppe, mi spiace molto per tuo padre. Sono Luca…”
Non lo aveva lasciato proseguire oltre.
“Pensi davvero che avrei potuto non riconoscerti? Grazie di essere venuto. Sono davvero contento che tu sia qui” gli aveva detto con un sorriso, abbracciandolo.
“È stato meglio così. Per lui innanzitutto, ma anche per noi è stata una liberazione. Negli ultimi mesi ha sofferto molto… No, mia mamma non c’è, stamattina si è sentita male, poveretta… Ascolta, ora non posso fermarmi a parlare con te” gli aveva detto indicandogli le centinaia di persone che affollavano il piazzale antistante la chiesa, “ma se hai il tempo di aspettare fino al termine della funzione poi magari riusciamo a fare due chiacchiere.”
Così dicendo si era avviato verso i tanti che lo stavano attendendo per porgergli le condoglianze. Dopo due passi si era però improvvisamente girato di nuovo verso di lui.
“Ti ricordi di quella nostra ultima avventura? Eravamo proprio dei bambocci… Se penso a cosa eravamo riusciti ad inventarci… Per fortuna poi si cresce…”.
Luca per un momento si era illuso di potergli raccontare di quei sogni che, nel corso degli anni, erano tornati ciclicamente a trovarlo, e di come, a poco a poco, le parole di quella lingua che allora gli era parsa incomprensibile avessero cominciato ad acquisire significato… Avrebbe voluto dirgli di che dono prezioso fosse stata quella giornata che invece lui trovava così insensata… Avrebbe voluto parlargli di Malik e degli altri, di tutte le storie che gli avevano raccontato, della vita che quelle parole avevano saputo conservare e trasmettere…
Giuseppe si era già allontanato. Luca era rimasto ad osservarlo ancora per qualche istante e poi, con un muto cenno di commiato, si era voltato e se ne era andato.

Le nostre parole [dei morti] sono squadre di soccorso disorientate, equipaggiate di carte geografiche inutilizzabili e di canti di uccelli come bussola. Disorientate e completamente perse, devono comunque salvare il mondo, queste vite spente, salvare te e speriamo anche noi.
(Jón Kalman Stefánsson – Paradiso e Inferno)

 

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