Monkey

06/02/2018 | Scritto da Rossella Ghizzani

“Dai amore, ancora uno, dai. Uno solo te lo giuro, un altro e poi basta; dai uno, uno solo ancora”.
Ma mi fai male…”.
“Guarda questo… mmmhhh, guardalo è bellissimo. Passalo sulle labbra, non ti vengono i brividi? Fra i polpastrelli, senti, ha una corteccia piccola, perfetta, setosa, e guarda, guarda la radice com’è grossa. E questo? Ma questo è un portento. Lo taglio, non ti faccio male amore, te lo giuro, lo taglio. Non vuoi sentire il fusto, toccalo, è eretto, potente, rigido, forte come l’acciaio…”

Cominciò per scherzo, o almeno così credevo.
Ci frequentavamo da poche settimane, quel periodo di coppia in cui il corpo dell’altro è un mondo tutto da scoprire, annusare, assaggiare. I dettagli minuti, le pieghe segrete, la qualità diversa dell’epidermide in certi anfratti nascosti, diventano nutrimento per il piacere e alimentano la vampa dell’innamoramento.
Ci si ispeziona palmo a palmo alla ricerca del più piccolo particolare. Ogni scoperta è fonte di  grande soddisfazione, ottimo pretesto per rinnovare l’amplesso da poco terminato.
Fu allora che Bartolo si soffermò per la prima volta sulle mie sopracciglia, attratto dal colore forse – nero come la pece – e dalla consistenza di ogni singolo pelo.
Con dita esperte li sollevava a uno a uno, ne saggiava la robustezza stringendoli fra indice e pollice. Non seppi resistere quando mi chiese se poteva strapparne uno.
La sua voce, intonata a lasciva domanda, lasciava trapelare l’intensità di un desiderio che in quel momento credevo essere il mio.
Un gesto improvviso, rapido e violento. Un dolore acuto, registrato dai ricettori sensitivi e subito inviato alle aree cerebrali deputate al controllo del piacere.
Da allora non abbiamo più smesso.

Fu questo che disse quando si decise a togliersi i vestiti.
Mi aveva sorpreso il suo arrivo nello studio. Lo chiamo così, “studio”, ma non sono che due stanze attrezzate per soddisfare una clientela di periferia. E’ qui che lavoro, in un quartiere lontano dal centro, abitato da gente comune. Sulla porta d’ingresso, una vetrofania recita “Estetista Mafalda”; è il mio nome Mafalda.
Le mie clienti non hanno grandi ambizioni. Si accontentano di avere gambe lisce e levigate in estate, definire le sopracciglia, far sparire la peluria sotto le ascelle o i baffetti che adombrano il labbro superiore. Qualcuna, ma non sono molte, aspira ad apparire abbronzata anche nei mesi invernali, e io ho acquistato un lettino solare coi raggi ultravioletti.
Ho una clientela fissa, prenotata di settimana in settimana, donne semplici che vengono da me per dedicare un’ora di tempo solo a se stesse. Vengono da me per sentirsi più belle, e mentre le accudisco con trattamenti semplici, alla loro portata, parlano, parlano e mi confidano segreti che non affidano neppure alle sorelle o alle amiche più intime.
Per questo quando lei entrò rimasi di stucco. Intanto era nuova della zona.
Aveva capelli neri, folti, belli, avvezzi alla cura di parrucchieri esperti; indossava abiti eleganti e costosi, ma fu soprattutto il portamento che mi colpì. Il suo atteggiamento altero era come oscurato da una ritrosia, da un impaccio riflesso negli occhi, accesi da una luce tremula come la fiamma incerta di una candela.
Non mi guardava, e anche i gesti esprimevano un timore vago.
Teneva la testa un po’ piegata, la bocca coperta da un lembo del foulard che le avvolgeva il collo nascondendole in parte il viso.
Non sono bella io, o almeno non più. Con gli anni ho messo su qualche chilo, e i miei lineamenti delicati, ora smarriti sul volto impinguito, mi danno un’aria pacioccona, accogliente e benevola.
Le sorrisi, volevo metterla a suo agio.

Vorrei una depilazione completa, disse.
Certo, anche subito se vuole. Capita al momento giusto, mi si è appena liberato un appuntamento e ho un’ora libera.
Non credo sia sufficiente un’ora, disse.

Da allora non abbiamo più smesso.
Quando ero con Bartolo, non so… era come se mi avesse stregata. Mi coinvolgeva in un gioco perfido al quale non sapevo sottrarmi, inebriata dal godimento che ne traeva lui, ma dopo stavo male, e un po’ mi vergognavo anche. A volte provavo a negarmi.
Non avrei voluto che mi strappasse i peli sopra le labbra, sapevo che mi sarebbero ricresciuti più folti, e provavo dolore quando si accaniva sui peli del pube.
La prima volta mi convinse a farmeli radere. Preparò con cura la schiuma da barba, il pennello e il rasoio. Temevo che mi tagliasse, invece fu bravissimo. Non riuscivo a smettere di guardarmi, mi sembrava di essere tornata bambina con quel triangolo di pelle chiara alla sommità delle cosce. Ma quando i peli cominciarono a ricrescere mi provocavano prurito e irritazione. Sbucavano piccole punte nere; piccoli chiodi che ferivano la pelle.
Lui ne era entusiasta.
Me li strappava ad uno ad uno con le pinzette, ogni giorno faceva la conta, controllava quanti ce ne fossero di nuovi, ovvero quanti avrebbe potuto tirarne via…
Volle radermi la peluria tenera del volto, e tagliare con forbici piccole dalle lame allungate i peli radi, lunghi, che ogni tanto mi crescevano intorno ai capezzoli e sotto l’ombelico.
Acquistò rasoi di dimensioni e forme diverse, in modo da avere strumenti specifici per ogni parte del corpo ricoperta dai peli.
Non sapevo cosa fare. Quando ero con lui venivo completamente afferrata dal suo volere. Aveva potere su di me.
La rasatura era diventata un rito preliminare di amplesso, appagamento, soddisfazione.
Se scerpava con troppa foga, leniva il bruciore con creme e unguenti, massaggiando a lungo la parte rossa e dolorante.
Mi faceva sentire la donna più bella del mondo. Guidava la mia mano verso la pelle rasata e liscia; voleva che imparassi il suo piacere toccandomi, passando le dita sui peli appena ricresciuti.  Quando ero con lui mi piaceva, mi esaltava.
Pensavo che condividessimo un segreto che rendeva la nostra intimità speciale, unica.
Il nostro segreto ci legava e ci eccitava. Non avrebbe più potuto fare a meno di me.
Né io di lui.
Quando ero da sola però, mentre lavoravo o le rare volte che uscivo con le amiche, la mia pelle infiammata gridava aiuto. Avevo prurito ovunque, persino la stoffa degli indumenti che mi sfioravano era diventata insopportabile. Pensavo che il giorno dopo glielo avrei detto. Basta Bartolo, non possiamo più andare avanti così. Ho irritazioni ovunque, e poi mi sto riempiendo di peli, a forza di raderli e strapparli e tagliarli stanno diventando forti, folti, è come se mi stessero invadendo, guarda, mi sono nati anche sulle falangi delle dita dei piedi…
Ma lui sapeva come prendermi.
Mi spogliava con gesti avidi, gli occhi pieni di desiderio, e quello che per me era fonte di disagio e di imbarazzo per lui diventava nuova scoperta di piacere, peli sempre più folti e grossi da tagliare. Non so perché gli permettessi di impossessarsi della mia epidermide.
Mi abbandonavo al suo volere. Sono scura di carnagione e mora, sono sempre stata pelosa, e prima di conoscere Bartolo un po’ me ne facevo cruccio.
Con lui, quei peli tanto odiati erano diventati il tramite per sperimentare una relazione sessuale che andava oltre i limiti, deviava dal comportamento ordinario e faceva di me una donna capace di trasgredire. Ho vissuto in questa ambivalenza di pensieri e di emozioni fino a quando i peli sul viso e sotto il mento hanno decisamente assunto l’aspetto della barba.
Solo allora ho trovato la forza di allontanarmi da lui.
Mi sono chiusa in casa, non ho più risposto al telefono, ho smesso del tutto di uscire.
Ho trascorso giorni e notti intere ad interessarmi solo della mia pelliccia.
Giorno per giorno ho guardato cosa le accadesse.
Il mio corpo è diventato una terra senza confini.
Il pube risale fino all’ombelico, guidato da una peluria scura che si spinge ancora più su, percorre l’incavo del torace e lambisce i seni. I capezzoli si intravedono appena, rosei e teneri, avvolti dal pelo folto e scuro che si estende alla sommità delle spalle, le chiazza di zone d’ombra e si allarga alle braccia, alle dita delle mani, ammanta come un vello le cosce, i polpacci, i piedi. Mento, guance, collo sono rivestiti da una barba nera. A toccarla è ruvida, compatta, ciascuno dei peli che la compone è duro e resistente come le setole che ricoprono la schiena dei maiali.
Mi guardo nello specchio e non mi trovo più. Vedo solo un corpo deturpato che mi riporta alla mente la desolazione di un terreno arso. Nascondermi dentro foulard di seta e stoffe pregiate non mi basta più. Rivoglio indietro la mia pelle. Lei può restituirmela?

Quando si decise a togliersi il foulard e i vestiti che indossava, non credevo ai miei occhi.
Peli lunghi e ricci le scendevano dal mento. Tutto il corpo era ricoperto da un manto peloso che non governava più. L’abitudine a nascondersi le aveva incurvato le spalle e l’espressione del viso, velata di sconcerto, restituiva al suo sguardo l’ottusità di chi, disorientato, non comprende.
Quello che vidi mi chiamò alla mente l’immagine di una scimmia.
Non detti segno del mio stupore. La invitai a denudarsi e a stendersi sul lettino, mentre cercavo di recuperare tutto ciò che mi sarebbe servito a ripulirla.
Misi a scaldare cera depilatoria a base di resina e pece, disinfettai gli aghi che avrebbero bruciato, dove possibile, il bulbo pilifero; preparai pinzette di varie misure per le sopracciglia e la fronte, creme delicate per le zone più sensibili. Cercai di approntare al meglio ogni procedimento che mi consentisse di applicare depilatori chimici per eliminare il fusto dei peli, estrarne la radice e distruggere il follicolo, affinché non le ricrescessero più.
Preparavo tutto con attenzione e scrupolo, intenzionata a liberare quella povera donna dal suo tormento. Le parole che aveva detto, ora più del suo aspetto, mi avevano profondamente turbata, facendo sorgere dentro di me un sentimento forte di compassione.
Mi accingevo a toccarla con l’intento di guarirla; speravo che se fossi riuscita a ripulirla da quel mantello peloso avrebbe forse potuto iniziare a liberarsi della brutta esperienza vissuta e magari, piano piano ritrovarsi.
Avevo paura. Mi sembrava di doverla scorticare per renderle la pelle.
La guardavo distesa sul lettino, rigida e un po’ impaurita anche lei.
Mi infilai i guanti e cercai di rassicurarla, le sorrisi spalancando questo mio faccione largo come la luna quando è piena.
Cercavo di non farle male, e a poco a poco lei si rilassò.
Arrossii quando gemette di piacere.

Manerbio, 1.11.2017

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