Sentieri in città

07/11/2017 | Scritto da Secondorizzonte

Alfredo, pensionato flâneur, percorre ogni giorno la città con un’attenzione e una curiosità che gli permettono di trovarvi occasioni di incontro, momenti di scambio, ma anche di confrontarsi con atteggiamenti e mentalità che lo inducono a rifl essioni disincantate, non di rado perplesse o apertamente critiche e tuttavia mai inclini alla recriminazione o al risentimento.
Nelle sue passeggiate è a volte accompagnato dal nipotino, e la diff erenza d’età non sembra compromettere la sintonia del loro sguardo. Uno sguardo che potrebbe a volte richiamare quello di Marcovaldo, il cui creatore è non a caso esplicitamente richiamato in uno dei racconti. Anche Alfredo appare infatti sempre aperto al nuovo, al diverso, nella città di oggi emblematicamente rappresentato dallo straniero immigrato. Senonché, il protagonista di questi racconti non si guarda attorno cercando occasioni di evasione o insperate risorse che possano portare conforto alla
misera vita familiare. A richiamare l’attenzione di Alfredo sono piuttosto episodi e situazioni da cui ricavare cauti ma fondati giudizi su come va oggi il mondo.
Mai rinunciando, comunque, alla disposizione a credere che anche “una città infelice può contenere, magari solo per un istante, una città felice”, per quanto invisibile ai più.

Quelli che seguono sono brani tratti da alcuni dei racconti:

da Cerchio blu:

Se ci entri, alle 8, quando hanno appena aperto, cammini in strade che non sono strade. Perché non ci sono le vetrine. Son tutte chiuse, le serrande tirate giù. Come di notte, in città, che allora incontri solo qualche sbandato ogni tanto, ma soprattutto marocchini e neri. Sembra che ci siano solo loro.
Invece qui no. Loro non ci sono. Ci sono solo ragazzi se mai, che mangiano gelati e bevono cocacole  e birre anche se sono appena passate le otto, di mattina. Fumano, e camminano camminano in queste strade che sono corridoi. Han bruciato. Non sono andati a scuola. Staranno qui tutta la mattina.
Una volta andavano in castello, i ragazzi che bruciavano. A girare per i viali e a giocare a flipper al bar che c’era là. Poi allo zoo, sui terrazzi delle torri a guardar giù… Ma adesso vengono qui. A anche se la mattina presto non ci sono ancora le vetrine illuminate, i tabelloni che dicono le offerte, le televisioni che fanno la pubblicità, e sembra tutto come il giorno dopo l’epifania. Perché qui è così: o è festa o niente. Non ci sono i giorni feriali. Solo domeniche, oppure è un mortorio.
Che se c’era un posto dove non c’era mai la domenica era proprio questo, perché i tubi li facevano sempre, giorno e notte, natale e pasqua. Facevano i turni, ma tu non vedevi niente perché non si poteva entrare e c’erano muri tutto intorno.
Adesso invece ci si passa dentro, anche senza comprare niente.
Cerchio blu, l’han chiamato. Dappertutto cerchi blu, per terra, sulle vetrine, sulle camicette delle commesse. E fuori, sul tetto, cerchi blu di neon, che li vedi a un chilometro.

(…)

Bè insomma, adesso saran tre mesi che passo sempre dentro. Non è che mi è passata del tutto di sentirmi un po’ un pollo d’allevamento a andar dentro, ma è che fuori è più triste. Lì dentro guardi e nessuno ti guarda, ma non ti spiace. Anzi. Anche tu non li guardi, gl’altri. Nessuno guarda nessuno.
Fuori, non hai niente da guardare, ma sei sempre lì che aspetti come di riconoscere qualcuno, o che qualcuno sia lui a salutarti.
Dentro, no. Ho visto uno che conoscevo, ma ho fatto finta di niente e ho guardato dritto avanti. Non è mica un posto da star lì a dirsi come va, quello lì. Massimo, un saluto con la mano, ma da lontano, senza fermarsi.
Il bianco con le bollicine costa quattro euro invece che due. Perché io la sera… mi piace bere un bianco prima di tornare a casa. Te lo fanno pagare il doppio. Però lì non ti resta sullo stomaco perché l’hai bevuto tutto in una volta per uscire subito perché il bar è vuoto e non c’è nessuno che conosci.
Lì dentro no. Te la prendi calma. Perché è  normale non conoscere nessuno.
Quando hai bevuto molli il cine a colori e torni in quello in bianco e nero. È  questo l’effetto che fa.
’Sera… ma lo dici a voce bassa, tanto lo sai che neanche ti sentono. C’è la musica sempre, lì dentro. Se per caso ti hanno sentito allora dicono buona giornata. Né buongiorno né buonasera: buona giornata. E non sai se l’han detto a te o a un altro.
Buona giornata. Anche se è già sera.

da Per leggere il giornale:

Io il giornale, a casa, non sono mica capace di leggerlo. Non so… mi sembra di non aver niente a che fare con quelle cose che leggo. O perché sono lontane – l’Iraq, la Corea… – o perché… magari non sono lontane ma è lo stesso: di quelle robe che si fa fatica a pensare che succedono qui da noi, in Italia. Bè insomma: se le leggo in casa mi sembra di essere scemo a prendermela per quelle cose lì. Se invece sono fuori, dove c’è dell’altra gente, allora mi sembra di fare il mio dovere a leggere il giornale, e ci provo anche gusto se c’è qualcuno da dire due parole. Leggere il giornale fa parlare, delle volte. Perché è raro che qualcuno racconti qualcosa, se no. Una volta succedeva, ma adesso… E è un bel po’ che a me sembra che non succede più. Raccontavano una volta. Mica tutti ma ce n’erano: cose che c’hai a che fare anche tu e se le ascolti magari dici anche tu la tua. Ma siccome oggi non succede bisogna trovare qualcosa per parlare, qualcosa che non è né mio né tuo né suo, ma un po’ è di tutti, e delle volte le notizie sono così. Non importa se sono da ridere o se fanno arrabbiare, che poi la maggior parte fanno arrabbiare. Che conta è che tu magari leggi una notizia a alta voce… non occorre un discorso, basta mezza parola, anche solo la faccia che fai, e un altro butta lì una parola, e tu allora un’altra e via, si parla. Non mi importa che quello la pensi come me. Certo se è uno come te, che vedo che legge anche lui la repubblica, va meglio. Però, delle volte, ascolto quelli che stanno dall’altra parte e mi fanno pensare, perché più andiamo avanti e più mi pare che ci sono cose che pensiamo anche noi come loro, se vuoi che te lo dica. E questa è già una cosa che fa pensare. E non ce ne accorgiamo se continuiamo a parlarci solo fra noi, e anzi: crediamo di essere sempre i più forti, quelli che la vedono giusta. Speciali addirittura, noi. Invece, a ascoltare come la vedono gli altri, anche quando dà fastidio, primo: capisci che sono tantissimi. Di più di noi. E poi senti delle cose che, ecco, ti fanno pensare che non si può continuare a dire le cose come le dicevamo trent’anni fa, mica perché sono sbagliate eh: io non sono mica uno di quelli che dicono che ci vuole il nuovo e i giovani e insomma bisogna buttar via tutto, figuriamoci. Però… va a finire che a parlare solo fra noi convinci solo quelli che sono già convinti.

da Sentieri in città:

(…) la caccia ai sentieri. Era una gara: chi li vedeva per primo, e lui teneva il conto. Bastava andare in qualche giardino pubblico e c’era da divertirsi. Dove c’era un vialetto che faceva una curva potevi giurarci che trovavi il sentierino che tagliava dritto. Al campo militare, che adesso non è più per i soldati, ci vanno a correre tutti, lo sapevo che c’era un sentiero che lo tagliava esattamente a metà. Il più lungo che avessi mai visto: l’ho lasciato scoprire al Luigino…
Dopo è venuto che, non che il gioco ci avesse stufato, ma lui ha cominciato con le domande: quanto saranno vecchi? c’erano già prima che mettessero l’asfalto sulle strade?
A me è sembrato di rispondergli che sì, mi sembravano vecchissimi, di più delle strade asfaltate. Non so perché ho detto così: mi faceva piacere pensare che nella città di oggi ci fossero i segni di dove camminavamo in quell’altra che non c’è più.  La città dove si andava solo a piedi, niente macchine, solo cavalli se mai. La città dove i passi lasciavano il segno, non come sull’asfalto. O sul cemento. Anche se il Luigino, una volta che parlavamo di questa cosa, mi ha portato a vedere un marciapiede vicino a casa sua dove si vedono le orme di un cane: passato quando il cemento era ancora fresco, mi ha spiegato.

(…)

Lui, questa cosa delle impronte gli interessava molto, ci ragionava su. Un giorno che eravamo alla fontana dei giardini e c’era un piccolino col padre che gli faceva andare la barca telecomandata –  e intanto il figlio guardava Luigino che tirava sassolini nella vasca e si era dimenticato della barca e non ascoltava più il padre che gli diceva come si faceva a guidarla – il Luigino ha detto che la barca lascia come una specie di orma, ma lunga.
Una scia, gli ho detto io.
Sì, proprio, come quella che lasciano gli sci.
Ero lì che pensavo alla scia e agli sci, e lui ha fatto: anche in piscina, quando vado a nuotare, ci faccio la scia. Però non dura.
E qui lui è saltato fuori con una di quelle che bisognerebbe scrivere: i sentieri sono le scie dei passi, ha detto, serio come è lui quando proprio in quel momento sta capendo qualcosa. Ma non era finita: sono le scie che fanno i passi per far sapere agli altri che siamo passati di lì e dunque anche loro possono passarci.


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Recensioni

Dal Giornale di Brescia del 16 novembre 2017.
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Dal Corriere della Sera Brescia del 23 novembre 2017.
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3 commenti

  • Tonina Dondi says:

    I sentieri di Alfredo

    Si spalanca davanti all’Alfredo un tempo vuoto. Non ci sono più le impalcature che reggono le giornate, gli orari del lavoro che ne scandiscono il ritmo, che giustificano i suoi spostamenti nella città. Che sostengono il suo bisogno di uscire di casa e di rientrare al momento dei pasti, il suo desiderio di incontri fuori dalla piccola cerchia familiare.

    L’irrinunciabile bisogno di spazio da percorrere quotidianamente non può trovare soddisfazione dentro il perimetro dell’appartamento. Alfredo non è la moglie che, al quanto pare, dentro questo perimetro non si sente in prigione e non ha questo bisogno di percorrere e ripercorrere i tracciati/le strade della città in cui vive, che sembra per lei coincidere con la casa. Non sappiamo molto delle sue giornate e dei suoi desideri, se non che lei, la moglie, in casa ci sta bene. E che, senza volerlo fa, di questo suo starci bene nella loro casa, il punto cardinale – il nord, direbbero i dervisci – che trasforma i passi di Alfredo in un movimento che trova un suo ordine e un suo ritmo.

    Ex giardiniere urbano, adesso i giardini non costituiscono più il tracciato ben definito nella città che Alfredo doveva percorrere ogni giorno, né richiedono più la cura delle sue mani. Sono diventati un luogo dove si può sostare, fare qualche incontro, scambiare qualche parola, intelligentarsi con gli altri. Espressione dialettale che calzerebbe perfettamente a questo discorrere di Alfredo con le persone che incontra, dialoghi nei quali è la vita nella sua consistenza minuta a diventare una piccola storia. Un discorrere che mai prende il tono del ragionare, del giudicare, ma si declina in dialoghi dove non c’è bisogno di punteggiature che distinguono gli interlocutori. Tanto inutile sarebbe segnalare chi ha detto una cosa e chi ha detto l’altra quando si parla senza pretese e l’intelligenza delle cose si fa strada senza volerlo.

    Per un pensionato i giardini rischiano di diventare il luogo dove ci si siede nell’attesa della morte. Se la vita di ogni giorno non è più regolata dal lavoro e il tempo, vuoto, non trova un’altra impalcatura per sostenersi, allora può trasformarsi in un abisso minaccioso nel quale le ore sprofondano. Forse ha origine da questa intelligenza delle cose l’arte di vivere che Alfredo pratica ogni giorno, con la costanza di un artista che sa perfettamente quanto sia decisivo ripetere l’esercizio quotidianamente.

    Alfredo è giardiniere e dal giardino ha imparato che ogni momento è importante nella vita di una pianta. Non solo nel tempo della fioritura vive il giardino… E non si esaurisce con la fioritura la cura del giardiniere. Alfredo sa che Il giardino vive nel tempo della fioritura ma anche in quello della caduta dei fiori, vive nell’erba che sottoterra invisibile rinforza le sue radici e rinverdisce ogni primavera. Vive nella bellezza dei colori autunnali e nella nuda architettura degli alberi spogli. Alfredo sa che ci sono stagioni in cui quell’architettura è ciò che resta di un giardino, la trama essenziale che lo rende chiaramente riconoscibile.

    Con sapienza di giardiniere, Alfredo costruisce la trama dei suoi giorni ed è la memoria dell’infanzia, il Luigino in cui si rispecchia, a rassicurarlo di qualcosa che sente con una certezza intima anche se non la potrebbe mai spiegare: che c’è un senso in questo suo percorrere e ripercorrere tragitti che lo fanno sentire parte della città.

    Questo camminare con il Luigino, il nipotino che spesso lo accompagna, gli restituisce lo sguardo capace di stupirsi, di sorprendersi di ciò che la città può offrire, ad alcuni. E’ in questo modo che, percorrendo e ripercorrendo una trama dello spazio urbano divenuto suo, Alfredo sente tutte le epoche della sua vita riunirsi, restituendogli il senso di una unità più profonda di quella che gli veniva dal lavoro. E, insieme, si rafforza il senso di appartenenza alla città nella quale vive. Un senso di appartenenza che va ben oltre il senso di un luogo, con una sua storia, nella quale identificarsi. La città di Alfredo è il luogo dove è possibile incontrarsi e parlare, domandare senza paura, offrire un aiuto senza essere frainteso, scoprire sentieri che nascono misteriosamente dal semplice calpestare la stessa traccia che un altro ha calpestato prima. E’ il luogo della fiducia negli umani che la creano ogni giorno.

  • Pippilotta Nilsson says:

    Ho finito di leggere Sentieri in città, e l’impressione che ho avuto il giorno della presentazione in libreria è stata confermata: non è vero che questi racconti sono legati a Brescia, anzi è vero il contrario, trovo che i “sentieri” sono quelli che Alfredo potrebbe percorrere in qualsiasi città di questi tempi.
    I luoghi, e i non luoghi, che Alfredo attraversa o che va cercando – il centro commerciale, il ponte della ferrovia, il parco urbano, i bar rumorosi e il caffè nell’”altra città”– sono rintracciabili a diverse latitudini. Sicuramente Brescia è chiaramente riconoscibile in un paio di racconti ma io penso che non sia importante per chi legge, e credo che la scelta – non casuale – di cambiare il nome al centro commerciale sia indicativa del fatto che il “Cerchio Blu” lo ritrovi ovunque, sempre tristemente uguale da nord a sud. Quello che intendo è che l’Alfredo è un personaggio universale (non trovo un termine più appropriato) un’ emozionante e perfetta espressione del nostro tempo e (per fortuna) non solo bresciano. Personalmente lo trovo un grande pregio.

  • Carlo says:

    Grazie, anch’io la penso come te. Brescia c’è ma potrebbe essere molte altre città, e dunque non è – come dici – “importante per chi legge”.
    Importante credo però sia che Alfredo non si muova in un luogo inventato, o costruito per generalizzazioni sulla base di quello che si conosce: quello che vede, che pensa, che dice non poteva nascere se non nei luoghi richiamati nei racconti.
    Il rischio, per me, almeno, sarebbe altrimenti quello di una scrittura “fuori luogo”. Astratta, o, peggio, incline alla teoria.
    Solo dalla concretezza, e dai limiti, della vita che si vive davvero, mi pare possa venire altro, non in tutto diverso ma in qualche modo “ulteriore”. O se si preferisce: non si arriva a vedere nessuna città invisibile se non si guarda e si sta in quella visibile. E’ dentro la città visibile che si può cercare quella invisibile, e la città visibile è in primo luogo quella che ci si è trovati ad abitare, non un’altra …



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