Il generale

13/12/2016 | Scritto da Carlo Simoni

Frutteti, vigneti e orti occupano la collina alle porte della città, ma oltre alle case dei contadini compaiono, a metà Ottocento, case di vacanza e qualche villa signorile. È in una di queste che, all’indomani della battaglia di Bezzecca, nell’agosto del 1866, trova ospitalità il generale. Una presenza discreta, attraverso la quale tuttavia la Storia irrompe nella vita delle famiglie del luogo.
In quella di Amadeo, al centro del racconto, l’estate di quell’anno resterà indimenticabile, soprattutto per la moglie Elsa e la figlia Flora, alla soglia, entrambe, di un decisivo passaggio d’età.

Quelle che seguono sono alcune pagine tratte dal romanzo:

Mi sarebbe grato restare qui.
Lui non alza la testa dalla tazza e continua a cavarne gran cucchiaiate di pane zuppo di caffelatte. Come ogni mattina. I giorni di festa non fanno eccezione.
Si direbbe non abbia udito le parole della moglie.
Fa’ presto tu, dice poi, burbero, a Francesco: il ragazzo s’è perso a giochettare con la mollica. La sua tazza è ancora quasi colma, e non ha neppure toccato l’uovo che lo guarda dal bicchierino di porcellana bianca che gli sta davanti. È questo che più di tutto fa andar sulle furie il padre: che il ragazzo non lo segua in quello che è il suo principio d’igiene basilare: due uova al mattino, prima d’ogni altra cosa. Ma crude! Appena uscite da… Quando l’ira lo prende non si perita di dir da dove, e non è al pollaio che allude, ma alla provenienza di cui qualche sia pur minima traccia quei naturali infallibili corroboranti delle forze del corpo e dell’anima a volte recano ancora quando giungono sulla tavola. Sì, anche dell’anima: questi sono i fatti, perché senza un corpo gagliardo l’anima si perde in pensieri sottili. Inutili. E dunque due uova, lui. Ogni mattina: è un rito cui non rinuncia, quale che sia la stagione. E tutti attendono che l’abbia compiuto: lo guardano, ogni mattina, forare con l’ago che viene puntualmente messo accanto alle posate, di lui e di Francesco. Di Flora, la figlia, no: ci aveva provato, ma la moglie si era messa subito di mezzo, e dunque quella dell’uovo al mattino si era tacitamente convenuto esser cosa da uomini. Eccolo dunque anche questa mattina praticare il piccolo foro: prima sopra, dalla parte dove l’ovale è più stretto, e poi sotto, altrimenti il tuorlo e l’albume non escono. L’aveva spiegato a Francesco, ancora bambino di sei anni, secondo il sicuro giudizio paterno ormai ammissibile al benefico alimento mattutino.
Perché? aveva però chiesto il bambino.
Perché cosa?
Perché non esce quello che c’è dentro se non si buca anche dall’altra parte?
Oh beh, perché… Tu fa come ti dico io! E la questione era stata chiusa per sempre.
Aperti i due pertugi si tratta di picchiettare con il manico del cucchiaino tutt’attorno al foro di sopra, a slargarlo un poco, e con questo si esaurisce la funzione della posata: l’uovo crudo si beve poggiando la bocca al guscio, che diamine! Ed era stato allora che Francesco s’era impuntato, memore di dove arrivava l’uovo: lui le labbra non ce le avrebbe poggiate. Solo alla quarta mattina aveva ceduto al padre che dava in ismanie di fronte alla schifiltosità testarda del figlio, e aveva bevuto, senza aver prima potuto immaginare né la temperatura né la consistenza di quel che gli colava in bocca. Quell’intruglio inaspettatamente tiepido e viscoso non aveva voluto scendergli in gola e s’era subito deposto sulla tovaglia.
Eran passati mesi prima che Francesco imparasse a sopportare la nausea di quel contatto e ad ingoiare superando il ribrezzo. Ma c’erano mattine in cui proprio non gliela faceva, neanche lui sapeva perché.
E questa è appunto una di quelle mattine.

(…)

Non fatemi parlare, non fatemi…
Entra come una furia nel salotto brandendo il giornale. La moglie e la figlia sono lì, ad attendere, chine sui loro ricami, il mezzodì. Francesco, che ha voluto andare alla casa dei cavalli a dare un saluto a Fiocco, entra di lì a poco e siede zitto accanto alla madre, sul divano.
Nessuno interpella Amadeo circa la sua agitazione, e lui, dopo essersi guardato attorno come in attesa che qualcuno lo facesse, si lascia cadere sulla sua poltrona, sudato ed esausto, e riapre il giornale, arrivato come sempre già al mattino presto ma che lui ha appena iniziato a leggere. Torna alla pagina che l’ha tanto innervosito ma si interrompe subito, schiaffeggiando il foglio e di nuovo guardando i familiari, che restano silenziosi e assorti come lui non ci fosse. Anche il ragazzo: gli occhi su un’ape che s’è intrufolata nella stanza e ronza attorno al lampadario.
Enrietta giunge finalmente ad annunciare il pranzo. Ma anche a tavola l’atmosfera resta la stessa. Solo il tintinnio dei cucchiai risuona nella sala, e il risucchio che Elsa non ha mai potuto correggere nel marito quando sorbisce il brodo.
È Flora, inaspettatamente, che fa sentire la sua voce, e di buona volontà informa il padre della novità: sono arrivati soldati a cavallo, dietro a una carrozza e…
Già già, la interrompe lui: cavalli, carrozza, soldati… era il minimo, per un personaggio di questa fatta! Mica può andarsene attorno come tutti gl’altri!
Flora guarda la madre: che intendete dire? chiede quella al marito, con una nota d’ansia nella voce:  che cosa sapete? che accade?
Accade che quel… che il diavolo se lo porti! giovedì passato era là in carrozza a dar ordini, e a riceverne: perché obbedire ha dovuto obbedire, altro che! Questi sono i fatti. Ma adesso è qui: neanche una settimana e ce l’abbiamo tra i piedi! Lui e i suoi ufficiali dei miei…! Qui, capite? Dai signori suoi amici. E i suoi volontari, quegli sbandati, in città! Ma sentitela, la gran notizia! Enrietta, portami il giornale. Sentite: Il generale Garibaldi – generale… – è atteso stamattina, e prenderà alloggio alla villa della contessa Fenaroli fuori di porta Venezia a breve distanza dalla città. Che vi dicevo? È qui! E indica l’ingresso, quasi l’innominato si trovasse lì appena fuori, nel giardino. Il suo quartier generale avrà stanza in Brescia, insieme all’Intendenza generale del corpo. Lo squadrone Guide Volontari arrivava l’altrojeri e rimane pur esso in Brescia. E la città a soqquadro difatti, se ne vedono a frotte, per le strade: è vero, Francesco? li hai visti, no?
Gli occhi del figlio guizzano rivelando un brillio d’entusiasmo, subito prudentemente dissimulato in un assenso docile al padre. Ma quello neanche l’ha degnato d’uno sguardo, e continua: sentite qua, invece: I due battaglioni de’ bersaglieri Volontari prenderanno stanza a Bergamo insieme al Corpo d’Ambulanza.  Capite? Ma non potevano andarsene tutti a Bergamo allora? E se proprio dovevano venire a Brescia non poteva il gran capo starsene anche lui in città coi suoi giannizzeri? No, qui! Ma ce lo siamo dimenticati di quel che è successo quattr’anni fa? quando un branco di scalmanati è andato alla Pretura per far scarcerare quelli che avevan preso a Sarnico, garibaldini, si capisce, e cos’è successo: che la guardia ha dovuto difendersi, colle armi, e ne sono rimasti in terra quattro! Questi sono i fatti. Bella roba davvero! Eh? non se lo ricordano i signori che stan qui vicino? Ma figurarsi se i conti Fenaroli non lo volevano a casa loro, il generale: lo ricordate, quattr’anni fa? Era andato da degl’altri signori, dai Facchi, a Mompiano, ricordate? E la contessa guai! Nel giro di pochi giorni se l’era già portato a quell’altra villa, a Rezzato, come tre anni prima, nel cinquantanove! E invece adesso qui, in questa di villa, a due passi da noi!


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Recensioni

Dal Giornale di Brescia del 15 dicembre 2016.
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Dal Corriere della Sera del 15 dicembre 2016.
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