Gli orrori del proletariato: sequenza 01

25/02/2016 | Scritto da Rinaldo Capra

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Sincronicità, casuale (che altro potrebbe essere?) mi fa trovare poesie di Joyce che evocano spiriti dimenticati, sepolti. Mi viene in mente che le ho lette a mia moglie e ai miei figli e da giovane a qualche aspirante fidanzata che poi mi rifiutò o ad una signora che poi rifiutai io. Momenti densi, mi sembra di sentire ancora le voci delle persone di allora, i loro profumi, rivedo le loro facce e il ricordo si espande caotico e disordinato senza coerenza come il fumo di una sigaretta in una stanza. Riaffiora la voglia di Mr. Bloom, come altre volte, e ricomincio per la lettura dell’Ulisse. E’ la quarta volta. Ancora meraviglia e stupore, mi sembra di ricordare tutto e mi pare di non averci mai capito nulla. Passo lunghi momenti di estasi leggendo e rileggendo le pagine di un quadernetto nero – come le moleschine che teneva in tasca mio nonno per rendicontare le sue salite al monte Maddalena – e appunto le frasi che mi colpiscono e non voglio perdere. Potrei appuntarle nelle note del computer, mandarmele per mail in modo da averle in archivio su ogni dispositivo che ho a portata, ma preferisco scrivere a mano. Non uso nemmeno la biro, ma una matita che odora di legno di cedro e che tengo appuntita con un temperino che conservo dai tempi della scuola media. Avrei anche una matita portamine che non dovrei temperare di continuo, che ho desiderato alla follia quand’ero ragazzo, è una Caran d’Ache, pagata una fortuna per le mie possibilità di allora, ma quella mi evoca altre storie e quindi matita da temperare per questa volta.
L’Ulisse è, come dice Berio, uno dei libri più belli che siano mai stati scritti, ma per me è soprattutto un totem, il feticcio della mia necessità di affrancarmi dalle mie origini proletarie e conquistare una cultura che fosse al tempo riscatto e grimaldello per accedere a quegli ambienti sociali borghesi che mi affascinavano. Avevo sedici anni e tenere il quotidiano Lotta Continua che spuntava ostentatamente dalla cartella e presentarmi nei circoli dei cosiddetti marxisti-leninisti con l’aria vissuta di chi ha letto Joyce, mi pareva così naturale, gratificante e legittimo. Mio zio, accanito enigmista, guardava i miei libri, le mie scarpe e soprattutto la lunghezza dei miei capelli e chiedeva a mia madre se avesse notato in me atteggiamenti strani, morbosi, malati. Ogni tanto mi chiedeva senza mezzi termini se fossi drogato, omosessuale o ricattato da qualche prostituta. Peggio fu quando mi vide nella sua bottega di ciabattino, dove lavoravo durante le vacanze estive, con in mano l’Ulisse che nell’edizione I Meridiani sembrava tanto un messale. Così per l’ateo radicale, misantropo e misogino che era, una preoccupazione si aggiungeva alle altre già dette: che fossi diventato improvvisamente credente e che leggessi testi sacri. Gli feci vedere il libro, gli citai l’espressione: esattore di prepuzi convinto di rassicurarlo, ma lui mi strappò il libro di mano, sfogliandolo a caso lesse frettolosamente alcune citazioni in corsivo, perché più visibili del resto, che lo lasciarono di sasso, e lo rovesciò per cercare l’etichetta del prezzo. Trovatolo andò su tutte le furie: avevo speso una cifra per lui inconcepibile per leggere le schifezze di un irlandese pazzo che cita in continuazione cose astruse e che lui, lo zio, non voleva capire. Fui licenziato sedute stante, mi riaccompagnò a casa, dove travolse mia madre con la sua rabbia, buttandole addosso tutte le sue congetture sulla mia salute mentale, sessualità e dipendenza da sostanze psicotrope. Ma quello che fece veramente uscire dai gangheri mia madre fu quando le disse il prezzo del libro e l’ammontare della paga che fino ad allora mi aveva dato. Mia madre si precipitò in camera, nell’armadio teneva un battipanni di saggina, lo impugnò con un rantolo e urlando: – Tu mi vuoi vedere morta! – cominciò ad inseguirmi per pestarmi. Con l’Ulisse stretto al petto saltai il tavolo, guadagnai la porta d’uscita e agile come ero allora, salii sulla pianta di ciliegio per trovare riparo e aspettare che a mamma sbollisse l’incazzatura. Mia madre era una donna energica e determinata, aveva fatto la staffetta partigiana già a dodici anni, aveva affrontato un tedesco che minacciava con una rivoltella di far saltare le cervella a suo fratello, lo zio ciabattino appunto, quindi rotta a tutte le tattiche per raggiunger lo scopo. Era una lottatrice professionista e in quel periodo aveva aperto parecchi fronti: con mio padre e la sua amante, con la suocera e la cognata, ree a suo dire di prestare il letto al babbo per le sue intemperanze erotiche con donnine e donnacce senza soluzione di continuità, con i soldi che non bastavano mai. Ostinatamente andava avanti a testa bassa, senza arrendersi all’evidenza. Ci mancava solo che il figlio cominciasse a darle grane, quindi giocò sporco. Sapeva del mio pudore, della mia timidezza e di quanto non sopportassi di essere sgridato e insultato di fronte al vicinato. Tra l’altro ero il più piccolo dei ragazzi maschi della via, tutti già lavoravano e alcuni avevano la morosa ed io ero l’oggetto del loro scherno per la mia voglia di studiare, i miei modi da fighetto e la totale incompatibilità con il fobal. Quindi facendo leva su questo mio pudore, cominciò a urlare, un po’ mi insultava, un po’ chiamava i vicini, che arrivarono presto e sembravano decisamente soddisfatti dello spettacolo che si prospettava e subito spalleggiarono mia madre, sottolineando con brusii e movimenti del capo il rosario di imprecazioni ripetitive e minacciose che vorticosamente mi raggiungevano sull’albero. Mamma al culmine della rabbia con un rantolo si accasciò premendosi il petto con una mano e chiedendo una medicina per il cuore, senza però mollare il battipanni con l’altra. A questo punto i ragazzi ridevano e si davano robuste pacche tra di loro, quelle arpie delle loro madri ricominciarono a scuotere la testa, mentre mia madre con un filo di voce sussurrava:
– Muoio,.. muoio. Mi fa morire quel delinquente.-
Tutti in coro cominciarono a imprecare, bestemmiare, inveire contro di me con quella veemenza che solo il proletariato può esprimere. Erano indignati, rabbiosi e il coro urlava:
– Delinquente bastardo, la vedi tua madre? Con tutte le disgrazie che ha in casa ci mancava solo un lazzarone come te! Scendi subito e corri a prendere le medicine o ti tiriamo giù noi -.
Questo era troppo per me, passai in rassegna i loro sguardi: erano senza pietà.
Le loro mascelle si muovevano digrignanti, e bavose, i denti guasti delle anziane rendevano ancora più spaventoso lo spalancare le fauci, dalle quali uscivano epiteti diretti e volgari, i loro pugni stretti lungo i fianchi o alzati verso me minacciosi mi spinsero ad una decisione in una frazione di secondo: porre fine allo spettacolo. O almeno così speravo. Saltai giù dalla pianta, guardai con sprezzo quelle persone prive di sensibilità e mi avvicinai a mia madre che con inaspettata agilità scattò in piedi, mi piantò le unghie, per fortuna le teneva d’abitudine corte, in un braccio per trattenermi e con il battipanni cominciò ad impartirmi una severissima lezione davanti a tutto il vicinato. Mi rannicchiai e tentai di guadagnare la porta, almeno per entrare in casa e sottrarmi alla vergogna, ma mia madre aveva la forza della rabbia e dell’allenamento agli umili lavori fisici che faceva fin da bambina, così non ce la feci e rimasi esposto a quella piazza di vicini che detestavo.
Ora l’obbiettivo era salvare il libro, non potevo permettermi di perderlo, era vitale a questo punto, ma mia madre non la smetteva e ad un certo punto dovetti cercare di proteggermi le mani e le gambe con il libro. Un colpo strappò parte della sovracopertina di plastica trasparente. Mi scese una lacrima che sentii salata all’angolo destro della bocca e mamma ormai stanca si fermò. Ci guardammo in faccia, lei paonazza e ansimante, io bagnato di lacrime e sudore, che mi mordevo le labbra per il bruciore delle sferzate che mi striavano le braccia e le gambe. Ora nei nostri occhi non c’era più rabbia e men che meno rancore, solo amarezza, un’amarezza silente e intensa che si aggiungeva a tutte le altre amarezze e frustrazioni che ci tenevano così vicini nonostante tutto. I vicini di casa se ne tornarono ai loro orti, alle loro motociclette o utilitarie scuotendo la testa e una signora più acida delle altre, mentre stava varcando la soglia del suo giardino si voltò verso di me e ringhiò: – Tu ti credi tanto intelligente perché studi, ma guarda che la fronte alta non ce l’hai neppure tu -.
Si rigirò sui suoi ridicoli sandali con tacchi a spillo e rientrò in casa sbattendo sonoramente il cancello del giardino. Chiusi gli occhi, strinsi al petto il libro e tastandolo mi accorsi della sopracopertina strappata: l’avevo salvato, ma quello strappo mi avrebbe ricordato quella umiliazione per sempre. Quel libro ancora oggi è così e quando lo guardo rivedo lo sguardo amaro, duro, triste e senza speranza di mia madre, e anche il suo sguardo è ancora oggi così.

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2 commenti

  • Gianbattista says:

    Hai raccontato tuo padre per raccontare te stesso ,la vita di un sedicenne non ancora uomo che deve affrontare con coraggio le scelte degli adulti ,senza poterne cambiare il corso pur subendone le conseguenze, E’ un racconto secondo Me ,che sa di liberazione, sapendo che ha condizionato la Tua crescita nell’affrontare la vita e che ti accompagnerà per sempre, nonostante tutto……..Questa mia considerazione è lo specchio di quello che ho vissuto Io in modo parallelo ,anche se completamente diverso.. .Racconto me stesso per parlare della mancanza di un padre .
    Ho perso mio Padre per una malattia , in Albania durante la guerra e, praticamente non l’ho conosciuto, questa mancanza insieme al collegio per orfani di guerra è stata da sempre la mia prigione ,mi ha condizionato negli affetti , nell’amore , chiuso come una scatola ho sempre aspettato che qualcuno la aprisse …complimenti per il tuo racconto .

    • Rinaldo says:

      Gianbattista,
      grazie del tuo commento, direi che hai colto lo spirito perfettamente. La liberazione è arrivata solo dopo un’elaborazione di anni. Questi racconti, e “Una Vacanza al Lago” ancor di più, sono rimasti chiusi in un cassetto per molti anni e per farli uscire e liberarmene ho dovuto macinare il dolore che raccontavo; la scrittura come terapia. Adesso, questi episodi del mio romanzo familiare, sono solo scrittura e mi fanno star bene. Altri sono ancora nel cassetto. Grazie ancora.



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