Pensiero del Presente / Il ruolo dell’analisi istituzionale nell’affrontare l’ambiguità e la violenza nelle relazioni di cura

10/12/2014 | Scritto da Adelaide Baldo

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Vorrei fornire alcuni spunti per una riflessione sul tema della violenza nelle relazioni di cura all’interno di contesti istituzionali. E’ un argomento delicato che si presta forse anche a equivoci.
Mi riferisco al fatto che, credo, sia facile, mettendo in campo queste due parole -“violenza” e “istituzione”- andare con la mente agli episodi di abuso conclamato che ogni tanto compaiono anche nelle cronache giornalistiche: penso a fatti che coinvolgono ospedali o case di riposo dove accadono episodi di quella che viene chiamata “malasanità”, ma penso anche ad episodi in altri contesti (penso alle carceri o ai presìdi di polizia dove vengono fatti i primi interrogatori in caso di fermo).
In tutti questi casi si parla di abusi da parte di singole persone o gruppi di persone che vengono in qualche modo enucleati, per così dire, dall’istituzione nel suo insieme e alle quali viene poi contestato il fatto come espressione di un comportamento individualmente sbagliato, irrituale, violento. In tutti questi casi il sentimento diffuso è che quegli episodi esprimano una deviazione grave o tragica da quella che è confermata come buona procedura di base.
Si potrebbe a lungo discutere di questi aspetti, che indubbiamente esprimono un livello conclamato di violenza, ma non è di questo che voglio parlare.
Non vorrei, infatti, parlare di episodi di malapractice o di abusi di ruolo ascrivibili a responsabilità individuali. Non certo per sottovalutazione di questi episodi, ma perché vorrei piuttosto riallacciarmi al concetto di “violenza originaria” come elemento imprescindibile delle relazioni.
Trasferendo questo concetto nel campo delle istituzioni, vorrei capire se è la natura stessa dell’istituzione a introdurre con sé aree dove si può annidare un’intrinseca violenza.
Ne nasce una domanda alla quale non è detto che si riesca a dare una risposta né immediata, né facile, né soddisfacente. La domanda è: la violenza si esprime solo nei fatti gravi che assumono una rilevanza penale, o è piuttosto una componente delle relazioni istituite?
Per provare a dare risposta è necessario partire dalla constatazione che l’organizzazione istituzionale in sé ha a che vedere con l’incontro e l’organizzazione di diversità, di disparità, di gerarchie, di differenti livelli di potere. Questo fa parte del mandato di ogni istituzione: trovare un livello organizzativo nel quale l’istituzione riesca a dare risposta ai bisogni che è chiamata a prendere in considerazione, attraverso un sistema articolato di ruoli, mansioni, ritualità. Un sistema complesso.
Da qualche tempo la parola “complessità” è entrata a far parte del nostro dizionario: in effetti, è un termine che aiuta, con l’immediatezza di quelle parole che portano con sé significati logici ma anche evocativi, a visualizzare i termini della questione.
Nell’ambito che qui voglio prendere in considerazione, la questione è che le istituzioni non sono solamente l’apparato normativo e procedurale che esprimono, ma sono una grande operazione culturale per organizzare i significati psichici, anche inconsci, che il loro specifico compito smuove e mette in fibrillazione.
Vi è un grande filone del pensiero filosofico che si occupa d’istituzioni, anzi, possiamo dire che il pensiero occidentale si regge, in buona misura, proprio sulle riflessioni sul significato e senso intrinseco delle istituzioni, da Machiavelli a Keynes, da Platone a Schopenhauer, tanto per citare solo alcuni di coloro che se ne sono occupati. La psicanalisi ha ulteriormente contribuito alla costruzione di un pensiero sulle istituzioni, introducendo concetti e ipotesi che, per l’obiettivo che oggi qui ci proponiamo, ci sono di grande aiuto.
La peculiarità dell’approccio psicoanalitico alle istituzioni è aver individuato il collegamento tra le funzioni dell’Io e le funzioni delle istituzioni.
Secondo quest’approccio le istituzioni non sono solo luoghi di organizzazione del lavoro, ma luoghi di organizzazione dei grandi temi psichici che ciascuno di noi ha incontrato nel suo processo di strutturazione del sé, e che continuiamo a incontrare negli infiniti modi con cui la realtà li fa risuonare e riattualizzare.
Il testo che ha dato avvio a questo filone di ricerca e pensiero è “Il disagio della civiltà” scritto da Freud nel 1929. E’ stato un testo fondamentale che si collega a quel filone di ricerca teorica che, con “Totem e tabù” del 1912-13 e “Psicologia delle masse e analisi dell’Io” del 1921, ha gettato le basi per le ricerche successive condotte dagli psicoanalisti che più specificamente si sono occupati di istituzioni e che sono, per citare quelli più noti e che maggiormente hanno scritto in proposito, Bion, Blèger, Fornari, Pagliarani, Kaës, Neri, Correale.
Il pensiero psicoanalitico in merito alle istituzioni ha, per così dire, riscritto la loro stessa definizione, mettendo in luce come i gruppi istituiti si comportino come un grande e complesso apparato psichico nel quale possiamo ritrovare linee di sviluppo, intoppi evolutivi, ansie, angosce, fantasie inconsce, né più né meno che nella psiche individuale.

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