160505b.appuntamenti riquadro copertinaDevono tornare giù, a Barletta, a vendere la loro casa, abbandonata da anni, da quando sono emigrati a cercar lavoro a Milano. E con loro, padre e figlio, decide di andare anche lui. Il figlio del figlio. Ormai diverso dal nonno e dal padre, e proprio per questo capace di vedere: la Storia, quella grande, nella vicenda della sua famiglia.

Una storia che starebbe tutta in una fotografia, se qualcuno l’avesse scattata: l’immagine di “tre uomini messi in riga a ricomporre il tempo”: “quello a sinistra si chiamava Leonardo. Era ancora analfabeta. È morto d’asma. Qui lo vedi seduto, ma in piedi era quasi uno e novanta. Grosso e forte come un guerriero. Era un contadino ma non aveva un pezzo di terra tutto suo, cosa che ha desiderato più di tutte. Si è fatto la seconda guerra in Sardegna, si è sorbito un bel po’ di fascismo da comunista ed è stato qualche settimana in prigione perché non ha mai preso la tessera. Il boom economico l’ha sbattuto a Milano insieme ai figli. Da contadino di pesche e ulivi è diventato operaio vicino alla Bovisa. Di fianco c’è Riccardo, il figlio. Anche lui è nato a Barletta, dove è rimasto fino a quindici anni. E’ venuto a Milano senza finire le superiori. Diplomato alle scuole serali, sposato e in un attimo padre. A vent’anni. Dicono che fosse molto taciturno. Era della generazione dopo la guerra. Pare che si trovasse bene a Milano e che non avesse più voglia di tornare a casa sua, che pure era sul mare. Faceva il perito chimico. L’ultimo, questo qui, è il figlio del figlio, Nicola. Il primo ad essere nato in ospedale. A essersi laureato. Non più un campagnolo inurbato, ma un insegnate di città. Un milanese…”

Una storia dura, ma lineare, una storia di emancipazione da secondo dopoguerra. La storia di una famiglia come tante. Ma intanto qualcos’altro è successo, qualcosa che la Storia non sembra saper registrare: “a tavola adesso si parla poco. Si commentano più che altro le notizie del telegiornale. (…) Mia madre sbuffa sempre, la pelle ancora chiara ma l’occhio vivace non si vede più. Non so se si sia spento alla fine della giovinezza o con le altre disillusioni che porta il tempo”.

Il tempo. E lì il problema. Lo sa il più vecchio, il nonno, che ha visto tutto e si è convinto che “è stato tutto troppo veloce per capirci qualcosa… e noi abbiamo dovuto essere vecchi e nuovi, e ci siamo ingarbugliati dentro”.

Marco Balzano, Il figlio del figlio, Sellerio 2016, pp. 200, euro 13

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Brescia, 12 giugno 2016
Carlo Simoni

Questo testo compare anche nel sito della nuova libreria Rinascita di Brescia, alle cui attività culturali Carlo Simoni collabora.

Favola nera dal vero

09/06/2016 | Scritto da Carlo Simoni | (0 Commenti)

160612.appuntamenti riquadro copertinaClaudio Morandini, Neve, cane, piede, Exòrma 2015, pp. 144, euro 13
La montagna, il bosco, la neve: Rigoni Stern, pensi all’inizio. Ma vai avanti, e il vecchio ti richiama un Rosso Malpelo sopravvissuto alle fatiche, e perché non un’altra figura di Verga, il Mazzarò della Roba? Ma neanche qui puoi dire di averlo capito, Adelmo Farandola.

Perché è vero che è tutto concentrato su di sé e sulle sue cose, ma i soldi che aveva se li è dimenticati in banca e non sa neanche più di averli, e quei pochi che tiene nella sua baracca sperduta sono solo il mezzo che gli permette di far provviste le rare volte che scende fino al paese. Per poi scordarsi, quando è alla bottega, di che cosa ci fosse andato a fare. Ma anche l’eco di un altro vecchio smemorato isolato fra le montagne, il signor Geiser dell’Uomo nell’Olocene di Frisch, si spegne presto: Adelmo non possiede alcun immaginario enciclopedico cui aggrapparsi per non perdere la memoria.
Però c’è il cane, un randagio che gli si è affezionato, e gli parla, dando voce a quel che di umano è rimasto in lui, soprattutto quando dalla valanga spunta un piede. Un piede umano. E qui il racconto si tinge di giallo: di chi è quel piede? Per un po’ crediamo di aver capito dove vuol andare a parare questo racconto. E invece no. Non è neanche un giallo alpino, questo racconto (ce ne sono: pur di scriverne, i giallisti sono arrivati anche in alta quota, vedi Faggiani e il suo forestale detective).
Tra i tanti echi di cui risuona e le molte tracce che semina e subito si perdono, Neve, cane, piede, alla fine si rivela una “storia vera”, a suo modo. Ce lo spiega l’autore, nella “Storia di una storia” con la quale in conclusione si è sentito in dovere di illuminare il lettore. E, si direbbe, giustificare anche di fronte a se stesso il fatto di aver immaginato questa favola pacata e feroce.

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Brescia, 12 giugno 2016
Carlo Simoni

Questo testo compare anche nel sito della nuova libreria Rinascita di Brescia, alle cui attività culturali Carlo Simoni collabora.

Spaesamento

01/06/2016 | Scritto da Carlo Simoni | (0 Commenti)

160601.appuntamenti riquadro copertinaMarco Revelli, Non ti riconosco più. Viaggio eretico nell’Italia che cambia, Einaudi maggio 2016, pp. 254, euro 20
“Prati incolti, trincee scavate come per una guerra abbandonata o forse solo sospesa”: “un deserto dei tartari nel bel mezzo del Nord intasati e asfissiato dal traffico”. E’ la BreBeMi: passa anche da noi il “viaggio eretico” di Revelli.

Le auto che riesce a contare fra Brescia e la Milano dell’Expo, sono settantasei, e “nei bar di Rudiano o Travagliato proliferano le leggende parametropolitane più fantasiose, dell’industrialotto che prima di cena celebra il rito della corsa in Ferrari sulla pista libera come fosse a Monza”. Ma la grande opera che l’Expo sembrava esigere è solo una delle occasioni per fare tappa lungo un itinerario che da Torino (“città promessa, città perduta”) arriva là, a Lampedusa, “il luogo geometrico in cui s’incontrano e si scontrano l’immensa ondata della speranza che si fa illusione e la dura risacca dell’avarizia che vira in ferocia”. Più che mai in questo libro la scrittura del politologo, dello storico, si fa letteraria: perché il suo proprio sentire è il documento più significativo che porta, la sensazione che prova di fronte alle cose che vede. Quella che cerca è la possibilità di esprimere in prima persona – «in soggettiva», per così dire – la dimensione della trasformazione che il nostro Paese ha subito in questo passaggio di secolo. O, più banalmente, un motivo (una misura?) del senso di straniamento. E, se possibile, un’uscita di sicurezza…”.
Quello che accade leggendo il bilancio di questo viaggio è un’impressione inquietante di condivisione di quel che prova l’autore: “la sgradevole sensazione che si appiccica addosso quando ci si trova a misurare l’irriconoscibilità dell’immediata prossimità. E di se stessi.” E non occorre un viaggio, del resto: si “Devo ammetterlo. Ho cominciato a perdermi nella mia città. O meglio, a non ritrovarmi.”
Eppure… Eppure, “non esco prostrato dal mio «non riconoscere» (…) Vedo piuttosto nell’irriconoscibilità del nostro presente l’occasione di una «sorta di smascheramento»”. Perché c’è verità nelle “travi rugginose, nelle finestre spente dei capannoni dismessi, nell’erba incolta dei vuoti industriali”.
E’ forse per questo che non finiscono di chiamarci, di chiederci di averli a cuore, di partire da loro per immaginare il futuro di una città nella quale tornare a riconoscerci?

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Brescia, 5 giugno 2016
Carlo Simoni

Questo testo compare anche nel sito della nuova libreria Rinascita di Brescia, alle cui attività culturali Carlo Simoni collabora.

Un maestro senza terra

01/06/2016 | Scritto da Carlo Simoni | (0 Commenti)

160531.appuntamenti riquadro copertinaBritta Böhler, La decisione, Guanda, maggio 2016, pp. 208, euro 15
Tra il venerdì e la domenica mattina, dal 31 gennaio al 2 febbraio del 1936. Ci vogliono tre giorni, a Thomas Mann, per prendere la decisione, o meglio: per decidere di non far marcia indietro rispetto alla decisione presa quando ha portato alla redazione del maggiore giornale di Zurigo la lettera che segnerà per lui la rottura definitiva, irreversibile con la Germania ormai precipitata nel baratro nazista.

L’ha portata ma ha poi chiesto che si attendesse a pubblicarla. Ci deve pensare.
È al sicuro, ma in esilio, nella città svizzera: in Germania non tornerà mai più. Sta scrivendo la terza parte di Giuseppe e i suoi fratelli: anche Giuseppe è un reietto, “costretto a trovare una nuova casa in un paese straniero”. Ma per Mann non si tratta solo di spaesamento: per lui la rottura con il proprio paese rischia di tradursi nell’impossibilità di continuare a scrivere. Un bivio drammatico per chi è sempre stato convinto che tra la vita e la scrittura si debba scegliere e su questa convinzione ha fondato il suo lavoro quotidiano (avendo sperimentato come “si riesca a capire qualcosa di sé solo quando si scrive. I periodi in mezzo – tra un libro e l’altro – sono terribili”).
Viene da qui la tentazione di ritirare la lettera. Non semplice prudenza, ma ritorno di un pensiero radicato nel profondo: “uno scrittore deve creare, non agire”. La politica non fa per lui. Ma è anche vero che “chi non si oppone è complice”, glielo ricorda la figlia Erika, e del resto lui è diverso da Hesse, cittadino svizzero da anni, senza nostalgie per la patria. Ma lui no: lui è uno “scrittore tedesco”. Se non scrive per la Germania, se non scrive per quelli da cui soprattutto si aspetta il riconoscimento che motiva la sua scrittura, perché scrivere? “Che cosa gliene importa, di avere lettori in America e in Cecoslovacchia, in Spagna e in Giappone, se i suoi libri non possono più essere pubblicati in Germania?”.
Tra un the e una passeggiata con il cane Toby, un sigaro e una parola affettuosa della moglie Katja (quando potremo leggere i Diari di Mann in traduzione italiana?), lo scrittore comprende finalmente qual è la sua vera posizione. La Germania di cui è fatto, della quale non può fare a meno, non “è più lì dove il paese si trova geograficamente”: “dove sono io, lì è la Germania”.
Non resta che telefonare al giornale: la lettera sarà pubblicata. Non è una decisione imposta, e neanche autoimposta: è stata faticosamente guadagnata, costruita, passando attraverso riflessioni e bilanci che sono andati oltre le circostanze, non aggirando quesiti che stanno alla radice della scrittura: perché, e per chi, lavora uno scrittore? può scrivere senza un mandato sociale? può continuare a farlo senza che gliene venga un riconoscimento?
Inevitabile cercare risposte a domande simili, quanto impossibile trovarne. La soluzione, se mai, sembra star nell’ammettere un’oscillazione, un’ambivalenza insita nella figura sociale dello scrittore, nella pratica stessa del suo lavoro: “Omaggi e lauree ad honorem in fondo se li era guadagnati, ed era contento quando gli venivano tributati”, “sì, quel genere di cose lo rendeva felice, anche se spesso avrebbe preferito condurre una vita in silenzio e solitudine. Ah, nel mio petto – lo deve riconoscere– convivono due anime.” Eppure la sua scelta non può essere quella di Hesse, quella di “essere al tempo stesso dentro e fuori”: i tempi non lo rendono possibile. Ma lo scrivere sì, lo esige: senza la giusta distanza, non si scrive, o non si scrive niente di buono. E la distanza fra la Germania perduta nei meandri della follia nazista e quella che la “nobiltà dello spirito” può preservare si rivela alla fine in grado di rappresentare questa distanza essenziale. La scrittura è ancora possibile. Anzi: è necessaria.

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Brescia, 5 giugno 2016
Carlo Simoni

Questo testo compare anche nel sito della nuova libreria Rinascita di Brescia, alle cui attività culturali Carlo Simoni collabora.

Pic nic in terrazza

27/05/2016 | Scritto da Carlo Simoni | (0 Commenti)

160602.appuntamenti riquadro copertinaSergio Claudio Perroni, Il principio della carezza, La nave di Teseo, maggio 2016, pp. 104, euro 15
Lei è una scrittrice, e quindi scrive, nella sua stanza. Ma non vive, o non vive davvero. O così il disincanto le fa sentire.
Lui è un pulitore di vetri, quelli delle finestre dei palazzi. E’ pieno di curiosità, di allegria, e quindi vive. Ma non scrive. Pulisce i vetri.

Lei dentro, al sicuro.
Lui fuori, sul piccolo ponteggio mobile che sale e scende lungo la facciata.
Roba da Hopper. Invece no.
Perché lei potrebbe vivere, lo scopre parlando con lui: da dentro a fuori. Scopre di non essere insensibile agli occhi di lui che la guardano, ai complimenti che rivolge a quello che lei scrive (lo stava leggendo ad alta voce, lei, ma lui, con quel mestiere, ha imparato a leggere le labbra e ha ascoltato anche se la finestra era chiusa).
E lui potrebbe scrivere, lo scopre parlando con lei: di pensieri e cose da dire ne ha, tante da tenerle testa in dialoghi arguti, leggeri, scoppiettanti.
Come in un film francese.
Lei non è più una ragazza, né una signora in vena di giovanilismo.
Lui non è un don Giovanni, né un artigiano che va per le case ad approfittatore di signore tristi.
Parlano e bevono insieme il caffè, mangiano biscotti.
Lei lo invita ad entrare, anche, e lui accetta. Ma non accade nulla.
Accadrà in un luogo neutrale: non la casa di lei. Né il trabiccolo sempre in bilico di lui.
Sarà un pic nic sulla terrazza del palazzo l’occasione. L’occasione di “un bacio che è come il prolungarsi di un respiro”. Fine.
Come in un film francese.

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Brescia, 25 maggio 2016
Carlo Simoni

Questo testo compare anche nel sito della nuova libreria Rinascita di Brescia, alle cui attività culturali Carlo Simoni collabora.

160505b.appuntamenti riquadro copertinaChi segue questa autrice non troverà nulla di propriamente inedito in questo libro solo ora tradotto, ma non fosse che per questa pagina

“Racconta che oltre a me hanno avuto un’altra figlia e che è morta di difterite a sei anni”: “mio marito è diventato matto” quando ha trovato la figlioletta morta tornando dal lavoro.
Lo racconta a una vicina, la madre, e lei, bambina di dieci anni, è lì accanto: sente e finge di non sentire, anche quando la madre si riferisce a lei (“lei non sa niente, non abbiamo voluto rattristarla”), e conclude: “era più buona di quella lì.”
Questo il fatto: “quella lì, sono io”, ed è quella lì adesso, Annie, a raccontare: “non rimprovero loro niente. I genitori di un figlio morto non sanno ciò che il loro dolore fa a quello vivo”.
Un fatto che ha segnato la vita della scrittrice, non esclusa la sua vocazione letteraria, apprendiamo. Ma pu sempre un fatto privato, un pezzo di storia della sua famiglia, anche se la morte di una bambina non doveva certo essere un evento eccezionale quando il vaccino antidifterico non era ancora pratica diffusa. Sennonché il fatto non sta in quella morte, ma nel modo in cui se ne ha avuto notizia, e qui ritroviamo l’arte di Annie Ernaux di dare consistenza a ciò che è accaduto, a ricordi, a immagini del passato, facendone occasione per ricostruire un contesto sociale, una memoria collettiva, una mentalità diffusa; per continuare nell’opera di scrivere quell’ “autobiografia impersonale” di cui abbiamo letto nel suo Gli anni (del 2008, e dunque precedente questo racconto, scritto in forma di lettera alla sorellina mai conosciuta, uscito nel 2011).

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Brescia, 24 maggio 2016
Carlo Simoni

Da: Annie Ernaux, L’altra figlia, L’orma editore, 2016, pp. 88, euro 8,50
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“(… ) a fissarsi nella mia memoria è quel racconto che non avrei dovuto sentire, non destinato a me, indirizzato a quella giovane donna elegante che probabilmente lo ascoltava subendo il fascino delle disgrazie che si teme possano accadere a se stessi. (…) Il racconto che proferisce la verità e mi esclude.
A ripensarci, com’è possibile che, pur consapevole della mia presenza al punto da indicarmi, si sia lasciata andare a parlare di te? La spiegazione psicanalitica – grazie a uno stratagemma dell’inconscio mia madre avrebbe trovato il modo di rivelarmi il segreto della sua esistenza, e dunque sarei stata proprio io l’autentica destinataria del racconto – è, come al solito, allettante. E ignora la storia delle mentalità. Negli anni Cinquanta gli adulti consideravano noi, i bambini, come creature dalle orecchie trascurabili, davanti alle quali si poteva dire di tutto senza conseguenze a eccezione di ciò che riguardava il sesso, a cui si poteva soltanto alludere. E poi c’è un’altra cosa, della quale sono certa perché ho ascoltato spesso, in seguito, racconti luttuosi confidati da donna a donna, in treno, dal parrucchiere o in cucina davanti a una tazza di caffè, come memento mori in cui si sfoga tutto il dolore condividendolo nei dettagli, descrivendo con precisione le circostanze: una volta iniziato a parlare di te non poteva più fermarsi, non poteva non andare fino in fondo. Narrando della tua scomparsa a quella giovane madre, che l’ascoltava per la prima volta, trovava il conforto di una forma di resurrezione.”

Questo testo compare anche nel sito della nuova libreria Rinascita di Brescia, alle cui attività culturali Carlo Simoni collabora.

Scrivere come Cornia

26/05/2016 | Scritto da Carlo Simoni | (0 Commenti)

160526.appuntamenti riquadro copertinabUgo Cornia, Buchi, Feltrinelli, pp 96, euro 10
tutto finisce e non finisce mai di finire, ma sarà finito un giorno o non finirà mai
Le frasi spesso non hanno bisogno della maiuscola per cominciare, perché quella prima, anche se sembrava, non era finita, e infatti non c’era il punto, alla fine, e dunque non era una fine: ti viene da scrivere come Cornia se leggi Cornia. Se segui il suo discorso da un libro all’altro, perché anche i suoi libri non finiscono davvero. Si interrompono. E riprendono con la stessa voce: ti sembra che non si possa scrivere diversamente, che scrivere come hai scritto finora, scrivere come ti hanno insegnato – maestri, professori, e anche gli autori che hai letto, quelli che daresti non so cosa per scrivere come loro – ti sembra che scrivere come finora hai fatto o hai cercato di fare sia una finta, un rinunciare a dire la verità, un non tenerci davvero a stare attaccato all’essenziale che hai da dire, e che hai da dire perché così stanno le cose: in un universale e continuo smantellamento di tutte le cose.
Che poi, a ben vedere, le cose restano, sono loro che restano, che durano di più di noi. E così della vita restano le macerie: qualche mobile, qualche quadro, carte varie, e lastre. Lastre fatte non si ricorda quando ma che non butti via, che restano nei cassetti. Lastre di tuo padre, di tua madre, tue: un album di famiglia. Cose ma anche frasi, frasi fatte: non si è mai finito, o: sembra ieri o anche: che malinconia. Frasi come fili di una ragnatela micidiale a cui non si sfugge: un giorno anche la tua bocca sparerà un che non si è mai finito.
Cose, parole, che sono i documenti di un passato che non passa. E come potrebbe, visto che non sai capacitarti che la morte sia dentro la vita, ne sia parte: perché sempre, come sentimento personale, hai sentito la morte come cosa esterna che non ci centra niente con la vita, e non sei del resto meno incredulo se pensi alla nascita, alla tua nascita: c’è una cosa che fino a prima che nascessi tu non c’era, e invece dopo poco che sei nato c’è stata, quindi questa cosa per te sembrerà necessaria e normale, per sempre.
Più che sgomento, o rabbia, è incredulità quella che Cornia prova di fronte al succedersi degli eventi, al passare del tempo. Incredulità ma non negazione: resta un buco al posto di chi non c’è più, un grande buco, in un posto che prima non c’era. E dentro il buco cosa c’è? Niente. Niente di niente, perché la natura dei buchi è proprio di essere senza niente dentro. Intorno al buco c’era stato tutto quello che c’era prima, E invece dentro il buco non c’è niente.
No. Non è solo incredulità: è dolore. È il dolore. E forse l’unico modo per dirlo, oggi, è scrivere così.
Come Cornia.

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Brescia, 21 maggio
Carlo Simoni

Questo testo compare anche nel sito della nuova libreria Rinascita di Brescia, alle cui attività culturali Carlo Simoni collabora.

Estreme conseguenze

16/05/2016 | Scritto da Carlo Simoni | (0 Commenti)

160516.appuntamenti riquadro copertinabBruno Arpaia, Qualcosa, là fuori, Guanda 2016, pp 220, euro 16
Non è un day after, non è un terribile inatteso domani: è un oggi portato alle estreme conseguenze. Estreme ma prevedibili fin d’ora. Le conseguenze del cambiamento climatico si sono abbattute su un mondo che non le ignorava ma non le ha volute evitare.

Un mondo in cui tutti sono profughi: non solo i disperati che in proporzioni inedite abbandonano i paesi del Sud del mondo, ma anche i fortunati che ne abitavano quella porzione che chiamiamo Occidente e sono ora costretti anche loro a rischi e fatiche mortali nel tentativo di raggiungere i paesi più settentrionali dove esiste ancora l’acqua. E tutto ciò avviene nel magma di una irreversibile crisi di civiltà, anche questa annunciatasi da tempo, anche questa non contrastata davvero dai detentori della cultura: “sapevano di essere antiquati, di coltivare in estinzione, di amare cose che la gente ormai ignorava o disprezzava: il mondo intorno a loro andava da tutt’altra parte. Si riunivano, ne discutevano, organizzavano presentazioni di libri o conferenze, ma in fondo erano consapevoli che la loro era una battaglia persa.”
Non un’ennesima distopia proiettata in un futuro terrificante, questo romanzo, ma il tentativo di incrinare, oggi, lo stato di negazione nel quale viviamo: quel sapere e nel contempo non sapere, quel sapere che non si traduce in un fare. Spesso neanche in un dire, per il timore di apparire catastrofisti, di restare esclusi dalla corrente di una religione del progresso che senza porsi domande sui fini ciecamente domina il nostro tempo.

Brescia 15 maggio
Carlo Simoni

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Questo testo compare anche nel sito della nuova libreria Rinascita di Brescia, alle cui attività culturali Carlo Simoni collabora.

160516.appuntamenti riquadro copertinaA piedi, di Paolo Rumiz. Feltrinelli 2012 (collana Feltrinelli Kids), pp. 128, € 12,00
Del rapporto stretto fra il passo (quello che si fa camminando) e il racconto non si stanca di parlare Rumiz … L’autore è ospite della libreria lunedì 16 maggio alle ore 17.30

Flaubert era dell’idea che non si può scrivere se non seduti. Nietzsche non la pensava così, convinto com’era che solo i pensieri nati camminando hanno valore. Ma anche quelli che si scrivono, soprattutto quelli, aggiungerebbe Paolo Rumiz. E forse ha ragione: quando si apre un libro per farsi un’idea non tanto di quel che dice ma di come lo dice se ne legge un passo, appunto, e del rapporto stretto fra il passo (quello che si fa camminando) e il racconto non si stanca di parlare Rumiz: Una storia raccontata in bicicletta è diversa da quella del viaggio a piedi. La prima è un mordi e fuggi mentre il viaggio a piedi è più introspettivo e complesso, tanto che si può sostenere che non esiste viaggio senza scrittura. L’andatura diventerà scrittura. La scrittura è figlia del cammino. Anche i pensieri, anche i ricordi nascono dal ritmo regolare dell’andare.
Anche l’ultimo dei viaggi che ci racconta in estate, sulla Repubblica, Rumiz l’ha fatto a piedi, da Roma a Brindisi lungo l’Appia perduta, ma la sua filosofia del camminare, del camminare scrivendo, ha voluto sintetizzarla in un piccolo libro: A piedi, il racconto della passeggiata di una settimana, da Trieste a Promontore (Premantura in croato), la punta estrema dell’Istria. Il libro è stato inserito nella collana per ragazzi (della Feltrinelli) ma è stato l’occasione per scrivere cose che mi sarebbe piaciuto da tempo dire anche agli adulti, assicura l’autore.

Brescia, 9 maggio 2016
Carlo Simoni

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Questo testo compare anche nel sito della nuova libreria Rinascita di Brescia, alle cui attività culturali Carlo Simoni collabora.

Ugo Fabietti, Medio Oriente. Uno sguardo antropologico, Raffaello Cortina editore, 2016, pp.300, euro 24
L’autore è fra i relatori del secondo incontro del ciclo “Islam. Il bisogno di capire”, venerdì 13 maggio alle ore 18 in libreria

Antropologico: non storico, geopolitico o politologico, filosofico o teologico. Uno sguardo capace di fare argine all'”ondata ideologica spesso odiosa e ignorante” che ha occupato il campo mediatico occidentale dopo l’11 settembre. Uno sguardo capace di contrastare la semplificazione bugiarda dello “scontro di civiltà”, frutto avvelenato delle teorie dei politologi americani la cui fortuna si è alimentata della resistenza diffusa a “comprendere la diversità nei suoi propri termini” applicando invece “in maniera spontanea e ingenua le nostre categorie alla comprensione della differenza”. Uno sguardo capace di spostarsi dalle personalità e dagli eventi politici e dalla dichiarazioni ideologiche per occuparsi di culture (al plurale) che abitano il Medio Oriente, un’area che va dal Marocco al Pakistan, caratterizzata da “tratti culturali riconducibili allo stesso sistema di significati” anche se attraversata da differenze profonde.
E culture, per l’antropologo, non sono quelle alte, dei pensatori e degli scrittori: sono quelle di tutti, che si manifestano nell’immaginario, nella vita quotidiana, nelle strategie di vita individuali. Culture prese tra spinte verso la laicità e il fondamentalismo religioso, la fame di democrazia e la gerarchia dei rapporti d’autorità, la tradizione e la modernità: proprio per questo dilaniate da contraddizioni capaci di generare “una conflittualità da esportazione”.

Brescia 7 maggio 2016
Carlo Simoni

Questo testo compare anche nel sito della nuova libreria Rinascita di Brescia, alle cui attività culturali Carlo Simoni collabora.