160919.appuntamenti riquadroGabriel Chevallier, L’annata memorabile del Beaujolais, edizioni e/o 2016, pp. 366, euro 18

Un paese di contadini, diviso fra la chiesa e il municipio. Fra il prete, benvoluto, e il sindaco, rispettato. Ma non siamo negli anni ’50 a Brescello, il parroco non ha il volto di Fernandel e il primo cittadino, seppur baffuto, non ha quello di Cervi.

La vicenda si svolge trent’anni prima, e il paesaggio – a Clochemerle, nel Beaujolais – non è dominato di campi di grano e granoturco ma da colline percorse dai filari di vite. E soprattutto: lo sguardo del narratore non è quello di Guareschi, filtrato dalla lente di fiere ideologie politiche. È piuttosto lo sguardo di un etnologo divertito dai personaggi che osserva e dai loro pettegolezzi, dalle loro invidie (sociali o personali che siano), dalle contese che ne derivano e vengono a galla soprattutto quando “il bel tempo alimenta senza tregua le chiacchiere” degenerando in un’“inesplicabile e scambievole follia”. E qui, come del resto in altre pagine, l’ironia bonaria sembra cedere a un pessimismo antropologico che va oltre i confini del villaggio francese: “in una regione benedetta da Dio, dove l’orizzonte non aveva che dolcezza e sorrisi, sotto un cielo raggiante indulgenza e amore, tremila teste di clochemerlini ronzanti di sciocco furore sciupavano quella pace troppo bella; e tutta Clochemerle rumoreggiava di pettegolezzi, di minacce, di dispute, di complotti, di scandali.”
Ma il sorriso torna subito a illuminare il racconto d’una luce che richiama certi film francesi, come quelli di René Clair. Non è un caso che questo romanzo e quelli che gli fecero seguito ad aggiornare le gesta degli abitanti di Clochemerle abbiano ispirato fortunate versioni cinematografiche (una delle quali con Fernandel, chiamato tuttavia a calarsi in una parte diversa da quella di un don Camillo francese).

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Brescia, 16 settembre 2016
Carlo Simoni

Questo testo compare anche nel sito della nuova libreria Rinascita di Brescia, alle cui attività culturali Carlo Simoni collabora.

160912a.appuntamenti riquadroMarco Belpoliti, La strategia della farfalla, Guanda 2016, pp. 142, euro 12
L’abbiamo incontrato pochi mesi fa a Brescia, Marco Belpoliti, con il suo Primo Levi di fronte e di profilo (Guanda 2015), e ce lo ritroviamo qui in veste di entomologo, che pure non abbandona gli strumenti dell’umanista nel proporci una “visita guidata nel mondo degli insetti”.

Ed ecco allora ricomparire l’autore di Se questo è un uomo, anche lui convertitosi però a decifrare questa presenza pervasiva ma quasi invisibile, e a farlo con la competenza che gli permette di puntualizzare che Gregor Samsa non è in uno scarafaggio che si tramuta, ma in un coleottero, e precisamente in uno scarabeo. E Levi non è l’unico letterato attento al mondo degli insetti: Nabokov ha addirittura dato il proprio nome ad alcune farfalle da lui studiate, e mentre alla pietas di Gozzano non sfuggiva la sofferenza delle “disperate cetonie capovolte”, Sciascia, come Pasolini, sembrava riservare un’attezione particolare alle lucciole. Ma non solo letterati rappresentano le fonti dell’autore: sono scienziati che li hanno studiati per una vita a ricordarci che gli insetti costituiscono tre quarti delle specie viventi e sono i veri protagonisti dell’evoluzione: “noi siamo comparsi due milioni e mezzo di anni fa come genere Homo, duecentomila come Homo sapiens. Gli insetti abitano questo Pianeta da trecento milioni di anni” e, si badi, sembrano, a detta degli zoologi, più adatti di noi a scampare ai mutamenti climatici e alle evoluzioni del Pianeta, forse anche alla sesta estinzione di massa che, secondo alcuni studiosi, ha già preso avvio…

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Brescia, 9 settembre 2016
Carlo Simoni

Questo testo compare anche nel sito della nuova libreria Rinascita di Brescia, alle cui attività culturali Carlo Simoni collabora.

160912b.appuntamenti riquadroValerio Calzolaio, Telmo Pievani, Libertà di migrare. Perché ci spostiamo da sempre ed è bene così, Einaudi 2016, pp. 133, euro 12
Non sono un evento eccezionale le migrazioni di oggi, né un fatto momentaneo o un’emergenza: “il tempo profondo dell’evoluzione insegna il contrario. Il fenomeno migratorio umano è strutturale e costitutivo della nostra identità di specie”.

Ci siamo “adattati migrando pur non diventando – come altre – una specie migratoria” e la nostra superiorità, ben prima che dalla crescita dell’encefalo, è venuta dai piedi: dall’andatura bipede, che ci favorì nei lunghi spostamenti, la fuoriuscita dall’Africa innanzitutto. Ma non immaginiamoci carovane infinite, esodi di massa, file interminabili che avanzano verso una meta ben identificata per quanto lontana: le grandi ondate migratorie che portarono al popolamento del pianeta furono piuttosto “una lenta avanzata, di generazione in generazione, di gruppi parentali o più ampi, fra 25 e 150 individui”, “con scarso grado di scelta sul come, quando, verso dove e perché”.
Quel che è certo è che il Mediterraneo rappresenta il “crocevia migratorio intercontinentale umano più antico” e che data dal neolitico, dall’affermarsi dell’agricoltura stanziale che induce a tracciare confini artificiali, il sommarsi ai fattori ambientali delle migrazioni – la ricerca di habitat più favorevoli – di un altro fattore decisivo: le guerre. Uccidere, scacciare, ridurre in schiavitù anziché andarsene. È da allora che prende avvio “una dialettica durevole fra costrizioni a migrare e libertà di migrare”.
In questa dialettica si inscrive la “libertà giuridica di migrazione per tutti” esistente nel mondo attuale, “libertà di partire” ma anche “diritto di restare”, libertà pesantemente condizionate da una congerie di fattori, economici, politici, ambientali, fra i quali emerge sempre più quello climatico: non è una novità storica, ma è un fatto che oggi, mentre assistiamo al “più grande e doloroso esodo internazionale di profughi dalla seconda guerra mondiale”, dobbiamo prender atto che i mutamenti climatici ne sono un fattore decisivo e, quel che più conta, sempre più lo saranno: “nel 2030 la certezza di essere rifugiati climatici o la probabilità di diventare tali riguarderà almeno 250 milioni di donne e uomini”. Molti di quanti sono morti nel Mediterraneo fuggivano da cambiamenti del clima che ha reso invivibili le loro terre. E non hanno riconoscimento in quanto rifugiati climatici. È di essi che il negoziato sul clima si deve occupare, con “lungimiranza”: per “evitare disatri e prevenire la fuga, organizzare lo spostamento e valutare se e quanto sia irreversibile, maturare la ri-localizzazione insieme ai soggetti a rischio e alle loro aspettative sociali, lavorative, familiari. Culturali”.

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Brescia, 9 settembre 2016
Carlo Simoni

Questo testo compare anche nel sito della nuova libreria Rinascita di Brescia, alle cui attività culturali Carlo Simoni collabora.

160904.appuntamenti riquadro copertinaPia Pera, Al giardino ancora non l’ho detto, Ponte alle Grazie 2016, pp. 216, euro 15
“Verrà un giorno in cui il giardiniere non terrà fede al suo appuntamento consueto. Il giardino questo non lo sa.” E Pia Pera ha aspettato a dirgli che il suo male avanzava e quel giorno sarebbe arrivato, anche prima della fine.

Era un male che non troncava la vita, il suo, ma che le avrebbe tolto poco alla volta la capacità di curare le sue piante, i suoi fiori.
Come il giardino era diventato metafora dell’esistenza, così il doverlo abbandonare anzitempo si fa possibilità di un “ribaltamento della prospettiva della morte”: “anziché preoccuparsi della propria sorte, chiedersi come sarà, non per noi ma per gli altri”. Per le creature vegetali del giardino, ma non solo: che ne sarà della cagna Macchia? “I cani si trovano talmente indifesi, quando muore chi se ne prende cura. Non possono decidere nulla della loro vita. Non dico che agli umani non importi nulla della mia scomparsa, solo che non dipendono da me”.
Difficile non immaginare Macchia che cerca la sua padrona fra le aiole, come il “gatto in un appartamento vuoto” di Wisława Szymborska, disorientato – e indignato poi – dovendo constatare che “qui c’era qualcuno, c’era, / e poi d’un tratto è scomparso / e si ostina a non esserci.”
Ma chissà se è andata così: anche Macchia si sarà resa conto che tutto, lentamente, stava cambiando? Le sarà accaduto come al giardino che, pur tenuto all’oscuro di quel che stava capitando, “si è già abituato a vedere altri che se ne prendono cura”?
È difficile parlare di questo libro senza metterne in fila i passi che alla lettura ci sono sembrati rivelazioni: “cos’è curare un giardino se non un corpo a corpo, non tanto con la terra, ma contro il tempo che lo vorrebbe inghiottire?”, e la compassione che ci ispira non è dunque “compassione per la propria stessa fragilità”? È un libro da centellinare, a cui tornare, questo, che parlando dell’esperienza della malattia ci parla della vita. Della vita di tutti, e della sua finitudine. Con una forza che non nasconde la fragilità, la paura, il dolore di doversene andare e per dirlo, alla fine, prende a prestito – come per il titolo, che è un verso di Emily Dickinson – le parole di un altro poeta, Robert Louis Stevenson: “Ma non vi pare brutto / Col cielo così chiaro e azzurro, / Quando si vorrebbe tanto giocare, / Dovere andare a letto di giorno?”

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Brescia, 2 settembre 2016
Carlo Simoni

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Sì, viaggiare

29/07/2016 | Scritto da Carlo Simoni | (0 Commenti)

160731.appuntamenti riquadro copertinaFederico Pace, La libertà viaggia in treno, Laterza 2016, pp. 196, euro 15
È quello che si fa in treno, il viaggio vero, e non è sempre lo stesso: varia secondo la reazione esistente fra la città di partenza e quella d’arrivo, i paesaggi che si attraversano, il clima in cui ti trovi immerso.

Il treno è un mezzo ma è anche un luogo, un luogo da cui puoi osservarne – anche se fuggevolmente, proprio perché fuggevolmente? – altri in cui avresti potuto vivere, scambiar parole con persone che ordinariamente non avresti accostato, far cose che solitamente non ti permetti (star a guardare, semplicemente; accettare di parlare d’argomenti che non hai scelto tu; lasciar correre il pensiero): “il tempo vissuto sul treno non è solo il tempo del viaggio, ma è il tempo in cui ciascuno prova ad accedere a un se stesso che altrove non gli viene riconosciuto”.
Quel che puoi provare, nella sostanza, è un senso di libertà dal sapore inconfondibile (niente a che fare con quello assicurato dall’automobile, nonostante la possibilità che ti offre di fermarti dove decidi e modificare a tuo piacere il percorso): “il viaggio in treno non è mai solo il viaggio che si sta compiendo. Non è mai solo quel che sembra, ma sempre qualcosa di più”.
È quel qualcosa che sentiamo di non poter perdere, che ci ostiniamo a non voler credere per sempre compromesso dal disordine sciatto, dal sovraffollamento, dall’inaffidabilità degli orari dei treni locali (là dove continuano a esserci), così come, sui treni “a prenotazione obbligatoria”, dall’invadenza delle voci con cui i compagni di viaggio parlano – spesso a un volume che il cellulare non richiederebbe – con persone assenti, o di quelle registrate per diffondere slogan pubblicitari più che informazioni, traformandoci da viaggiatori in clienti.
Continuiamo a sperare che quel qualcosa che il viaggio in treno può darci non sia del tutto perduto, anche se a volte dubitiamo che l’esperienza che ne serbiamo sia solo un ricordo, o addirittura solo un’eco letteraria (ma è poi tanto diverso?). E allora conviene cercare conferme in libri come questo, usarlo magari come fosse una guida, e andare in giro per l’Europa a sincerarci che il viaggio in treno ci può dare ancora il meglio che sa dare: sulla Atene-Salonicco, la Porto-Lisbona, la Monaco-Berlino, ma anche sulla Ragusa-Siracusa o la Cagliari-Olbia.

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Marco Aime, Sensi di viaggio, Ponte alle Grazie 2016, pp. 212, euro 13

Argomento classico, quasi inevitabile, dei dopocena fra amici: il prossimo viaggio, o l’ultimo che si è fatto. Viaggi raccontati, non di rado a base di immagini (sempre troppe, solitamente poveramente didascalizzate da un pleonastico “qui invece eravamo…”): nell’epoca in cui i viaggi in luoghi lontani (e parliamo dei viaggi fatti per scelta, e per il proprio piacere, beninteso) sono alla portata di molti – non di tutti – sembra darsi per scontato che viaggiare abbia senso, che lasciare i luoghi dove ordinariamente si vive porti beneficio. Ma c’è anche qualcuno che ascolta i racconti degli amici, ma di viaggi non ne fa. Potrebbe magari, ma preferisce di no: è a questo ideale interlocutore che sembra rivolgersi l’autore, tornando insistentemente a sostenere le ragioni del viaggo reale rispetto a quello mentale (supportato da discorsi, letture, film, documentari). Lui, un antropologo che di viaggi ne ha collezionati a bizzeffe, nei luoghi più remoti e meno turistici del mondo, sente di dover spiegare il perché. In molti modi, che sorprendono a volte: viaggiare per sentirsi “spaccato in due dalla solitudine e dalla voglia di solitudine”, ad esempio. Ma soprattutto: viaggiare per sentire, per dar materia su cui esercitarsi ai cinque sensi, e dunque per nutrire la mente: “Il viola malinconico delle Dolomiti quando il giorno le abbandona. I mille volti della sabbia del deserto, pronti a tradire la tua memoria a ogni battere di ciglia del sole. Era rosa quella duna, un attimo fa. Ora è gialla, ma basta distrarsi un attimo e diverrà grigia. Il dilatarsi tenero del cielo sulla savana, il rosso che rincorre il blu per poi cedere entrambi al silenzio della notte, nera come il cuore del papavero.
Quali occhi ha la mente? Come può vedere tutto questo? Può inventarlo? Sì, può, ma solo dopo averlo visto accadere.”

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Brescia, 31 luglio 2016
Carlo Simoni

Questo testo compare anche nel sito della nuova libreria Rinascita di Brescia, alle cui attività culturali Carlo Simoni collabora.

Si era occupato dell’edizione italiana di Curarsi con i libri. Rimedi letterari per ogni malanno, di Berthoud e Elderkin (Sellerio 2013). Ora Fabio Stassi ci racconta, con un’ironia a tratti desolata, di un biblioterapeuta, uno che si è inventato un mestiere creando una nuova diramazione del grande albero della specie “psico”.

Mestiere che, peraltro, esercita senza troppa convinzione, da perdente qual è, o si sente (lui stesso, del resto, ha sempre sentito nel proprio nome, Vince, “la terza persona di un verbo che non lo riguardava”).
Ne vien fuori un romanzo pieno di letteratura, libri e scrittori, ma non privo di un intreccio enigmatico che ingegnosamente Vince saprà sciogliere. Anche se nel frattempo, invece di curarsi con tutti i libri che legge e consiglia, si ammala, di una malattia la cui sintomatologia può suonare vagamente inquietante per qualche “lettore (molto) forte”…

“Non c’era dubbio (…) mi ero ammalato di letteratura. Sapevo che si trattava di una malattia mortale, e incurabile. Si comincia analizzando ogni circostanza come se fosse la trama di un romanzo: se ne indagano i significati taciuti, i rimandi interni, le eventuali incongruenze (…) mettendo in relazione cose lontane, nel tempo e nei luoghi, e trovando un legame, per quanto sottile e prodigioso, finché ci si introduce alla spaventosa reticenza della realtà e alle sue ancora più spaventose dicerie e, in bilico, sul confine tra le cose certe e quelle impossibili, finalmente ci si prende la responsabilità di cambiarne la punteggiatura, di alterarne il movimento e di lasciarsi mollemente andare in un cinerama di ipotesi e di visioni, esausti e vinti dalle analogie e dalle corrispondenze, consegnati per sempre alla follia definitiva della letteratura e irrimediabilmente dimentichi della tangibilità del mondo e dell’esperienza.
Non sapevo più cosa avevo realmente vissuto e cosa soltanto letto.
(…) L’avventurami nel mio nuovo mestiere di biblioterapeuta aveva agito da fattore scatenante (…) Se anche fossi stato involontariamente di aiuto a qualcuno, l’attività che mi ero scelta nuoceva gravemente alla mia, di salute”.

Fabio Stassi, La lettrice scomparsa, Sellerio 2016, pp. 276, euro 14

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Brescia, 24 luglio 2016
Carlo Simoni

Questo testo compare anche nel sito della nuova libreria Rinascita di Brescia, alle cui attività culturali Carlo Simoni collabora.

Il tempo e il racconto

18/07/2016 | Scritto da Carlo Simoni | (0 Commenti)

160715.appuntamenti riquadro copertinaDaniele Del Giudice, I racconti, Einaudi 2016, pp. 248, euro 19
In quelle pagine il tempo si annullava, programmaticamente: “in continuità e in una sorta di simultaneità” si raccontavano spedizioni antartiche avvenute nel passato, una di pochi anni prima e un’altra solo immaginata. A “un guardiano del tempo” si paragonava Daniele Del Giudice nel 2009, quando pubblicò Orizzonte Mobile. Un libro che, una volta letto, rendeva difficile pensare che dopo ne avrebbe potuto scrivere un altro. Un romanzo definitivo, ultimo.

Non lo sapevo: in una recensione ai Racconti, pubblicati quest’anno, ho letto che Del Giudice non ha davvero più scritto nulla, dopo, e nulla può sapere di questa riproposta di suoi scritti. Perché ormai da parecchi anni una malattia l’ha reso “assente a se stesso”. Fuori dal tempo, mi è venuto da pensare. E allora è Mercanti del Tempo il primo racconto che ho letto: il protagonista – un ricercatore, che si occupa dei fenomeni di discontinuità – scopre che segretamente esiste un commercio del Tempo, perché da noi non ce n’è più, occorre importarlo da dove invece ne è rimasto in abbondanza, dal Marocco per esempio, ma occorre anche trattarlo, confezionarlo secondo le necessità e le richieste, e questo si fa in Norvegia, dove lui ne acquista un po’. Tentato dapprima di comprare quello che gli serve per finire il racconto, opta poi per la sua prima ora di vita: continua a essere lui ma è anche – in continuità – il neonato appena uscito dall'”animale lì vicino”, e non sa più “che cosa sia il tempo”.

Inevitabile leggere questo racconto alla luce di quel che si è appreso della sorte toccata allo scrittore. Questo e anche gli altri, i due inediti soprattutto. Quello dedicato al suo gatto, cui riserva uno sguardo che non può non ricordare i passaggi, divertiti e affettuosi, dedicati in Orizzonte mobile ai pinguini. E l’altro, Di legno e di tela, dove torna la passione di Del Giudice per il volo, e anche la solitudine di chi vi ha colto la bellezza d’un’“arte del fare” che è esercizio di esattezza, e si è ritrovato a vivere in un paese nel quale la “cultura aeronautica” è fin dall’inizio sprofondata nella retorica degli “audacissimi eroi, arditi violatori del cielo”.

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Brescia, 17 luglio 2016
Carlo Simoni

Questo testo compare anche nel sito della nuova libreria Rinascita di Brescia, alle cui attività culturali Carlo Simoni collabora.

Tempo dell’Appennino

18/07/2016 | Scritto da Carlo Simoni | (0 Commenti)

160714.appuntamenti riquadro copertinaMaria Rosaria Valentini, Magnifica, Sellerio 2016, pp. 274, euro 16
Una penna d’oro indispensabile per scrivere storie lasciata in dono da un figlio che se n’è andato, personaggi (femminili, quelli protagonisti) che sembrano sfumare l’uno nell’altro più che distinguersi in una sequenza. Ma non è questo che disorienta alle prime pagine: sono i luoghi.

La storia prende il passo che ti aspetti, ma ti fa entrare poco alla volta. I luoghi sembra non ti accolgano, all’inizio, e la lingua – con tutte quelle immagini, e metafore che più che ardite suonano a volte stralunate – sembra imporsi, occupare troppo lo spazio della narrazione. Poi, però, capisci che non bisogna dar troppo peso a questi svoli di parole, come agli abbellimenti in certa musica barocca, e allora il filo del racconto emerge, discretamente si fa seguire, e cominci a vederli, i luoghi. Ci entri poco alla volta: come accade quando ti addentri nell’Appennino. Non quando lo attraversi per andare altrove, correndo sull’autostrada, e lo puoi immaginare uguale alla montagna che conosci, all’Alpe. Quello che si fa avanti, se non vai via, se rallenti e percorri le sue strade, se ti fermi in qualcuno dei suoi paesi, è altro: è l’Appennino “appartato, remoto”, “distante da qualsiasi altra parte del mondo”, dove può capitare di trovarsi “a mezza montagna, in un orizzonte chiuso, circondati da cime più alte” dalle quali tuttavia si può “avvistare il mare, nei giorni più limpidi e fortunati”.
I luoghi sembrano prevalere, in questo romanzo, sulle persone che vi si muovono, e le stagioni sulle vicende. Il Tempo sembra essersi ritirato, come il prato davanti al bosco che riprende spazio. La Storia aver ceduto al mito, e alle sue cadenze di nascite e morti, amori e partenze.

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Brescia, 17 luglio 2016
Carlo Simoni

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Felicità senza desideri

07/07/2016 | Scritto da Carlo Simoni | (0 Commenti)

160710b.appuntamenti riquadro copertinaElena Varvello, La vita felice, Einaudi 2016, pp. 200, euro 18,50
Chiusa la fabbrica. Tutti a casa, senza lavoro. Ma per qualcuno non è solo la disoccupazione: è la vita che si disfa, fantasmi che sembravano sepolti e invece tornano a confondere la mente, a far immaginare la malignità del complotto dove c’è solo la crudeltà dell’economia.

Lui, un manutentore, non sa riannodare i fili di una quotidianità che moglie e figlio gli offrono, lei recitando il copione di una normalità ormai perduta negli incubi del marito, il ragazzo scontrandosi con l’indecifrabilità delle parole e dei comportamenti di un padre di cui sente il bisogno. Non diversamente dall’unico amico che ha trovato. È anche un romanzo di padri assenti, questo, e di madri che suppliscono con un amore totale, che resiste a smentite e delusioni: “non ne sapevo niente, allora, dei modi in cui l’amore può manifestarsi”, ricorda il sedicenne protagonista trent’anni dopo, quando ricostruisce quell’estate che ha cambiato la sua vita. L’estate nella quale la confusione paranoica del padre è precipitata nel rapimento di una ragazza, atto conclusivo di un progressivo deragliamento che in casa si è finto di non vedere, o meglio: ci si è sforzati di comprendere: “devi cercare di capirlo, – dice la madre al figlio. – Devi sforzarti. Ci sono persone che sentono le cose in modo diverso dagli altri. Tuo padre è uno di quelli.”
Quando ne leggiamo sui giornali, di fatti simili, è solo dell’epilogo che veniamo informati, della tragica conclusione di un percorso riassunto in uno scarno cenno alla salute mentale del soggetto in questione. Qui no, è il percorso che conta, e si fa seguire, una pagina dopo l’altra, sul filo del racconto del figlio e, contemporaneamente, nella cronaca in diretta del rapimento. Fino a che il cerchio si chiude: ciò che sapevamo fin dall’inizio è accaduto. Quel che resta è “il bene che, nonostante tutto, diamo e riceviamo”: non c’è altro. Non c’è altra felicità nella vita.

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Brescia,10 luglio 2016
Carlo Simoni

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Il mestiere di pensare

07/07/2016 | Scritto da Carlo Simoni | (0 Commenti)

160710a.appuntamenti riquadro copertinaGeorge Steiner, Dieci (possibili) ragioni della tristezza del pensiero, Garzanti 2016, pp. 108, euro 11
Peter Bichsel diceva, in un piccolo libro (Il lettore, il narrare, Comma 22, 2012) che il solo fatto di sapere che la nostra vita ha un termine la colora di un’angoscia che “può essere tenuta a bada” ma non eliminata: “ciò che non scompare è la tristezza per questa finitudine. La tristezza non la si può vincere, può soltanto essere rifiutata o accettata”.

Tornano alla mente queste parole dello scrittore svizzero quando si passano in rassegna le brevi, fulminanti note di Steiner. Ma si badi: qui non è un pensiero, come quello della morte, a generare tristezza, ma il pensiero stesso. Per cui la tristezza non invade la vita a partire da quel che è inevitabile pensare, ma dal fatto di non poter non pensare. Allo stesso modo che non si può smettere di respirare. Anzi: il respiro lo possiamo trattenere, per qualche momento. Il pensiero no. Anche il “vuoto” cui aspira chi pratica la meditazione è in realtà un concetto. Un altro pensiero, insomma.
E il problema è che “il pensiero è rigorosamente inseparabile da una melanconia profonda, indistruttibile”. Perché? Per le dieci (possibili) ragioni, appunto, che ognuno dei dieci capitoletti che formano il libro chiariscono. Ogni lettore è libero di riconoscere quella che più gli sembra convincente. L’ottava per esempio: “impossibile sapere al di là di ogni dubbio che cosa stia pensando un altro essere umano (…) In ultima analisi, il pensiero ci rende estranei l’un l’altro. L’amore più intenso è una negoziazione, mai conclusiva, tra solitudini”. O la decima: “La padronanza del pensiero, della velocità perturbante del pensiero esalta l’uomo al di sopra di tutti gli altri esseri viventi. Ma lo lascia straniero a se stesso e all’enormità del mondo.”
Attenzione però: questa “tristezza”, questa condizione riassumibile nel fatto che “siamo stati creati, per così dire, rattristati”, “è anche creativa. L’esistenza umana, la vita dell’intelletto, significa un’esperienza di questa melanconia e la capacità di superarla”.
Come? Bichesel diceva che si raccontano, e si scrivono, storie proprio per fare i conti con la melanconia. Steiner non pare voler dare consigli. Offre “ragioni, appunto” e, se può consolare, ci assicura che nessuno, proprio nessuno sfugge alla fondamentale “pesantezza dell’animo” che il pensiero induce, perché “ciascun uomo, donna o bambino è un pensatore. Questo vale per un cretino come per Newton…”.

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Brescia, 10 luglio 2016
Carlo Simoni

Questo testo compare anche nel sito della nuova libreria Rinascita di Brescia, alle cui attività culturali Carlo Simoni collabora.