Blue shadow

18/03/2019 | Scritto da Rossella Ghizzani | (0 Commenti)

Le cammina a fianco la mattina presto, passo dopo passo.
La guarda, allungata dalla prima luce; esile, fine. Così stilizzata le ricorda una linea.

Ciao Selene, ma cosa cammini che sei già così magra
La apostrofano così i rari conoscenti che incontra, a quell’ora così acerba. Ma lei non procede a passo di marcia per diminuire il suo peso. Sa bene di essere magra, troppo magra.  Del resto mangia pochissimo, considerando con attenzione speciale ogni boccone ingerito, abituata ormai ad evitare gli alimenti che non riesce a digerire o che, ancora peggio, le riempiono la pelle delle braccia e del collo di minuscole vesciche acquose.
E’ stata così fin da bambina. Allora ogni pasto rappresentava un piccolo dramma familiare.
Sua madre, povera donna, tutti i giorni si inventava pietanze diverse e strategie nuove per farle ingerire qualcosa. Lei scappava, si nascondeva sotto il letto o, nella stagione buona, correva in cortile, nella speranza di non venire raggiunta. Ma la mamma, oh, lei non si arrendeva, disposta a fare chilometri con il piatto stretto in una mano e la forchetta con il boccone infilzato nell’altra, e si inventava storie, la chiamava con dolcezza, cercava in ogni modo di attirarla a sé.
C’erano giorni che il pranzo terminava a pomeriggio inoltrato, e in tutto quel tempo lei accettava sì e no porzioni da uccellino…

Ed eccola.
Mentre cammina, ora, si guarda; vede quell’ombra sottile accanto a sé, priva di impurità. Si adagia perfetta sul selciato, sfila elegante sui fusti del granturco, muraglie invalicabili in questa stagione estiva, si deposita sulle siepi e impeccabile prosegue sulla strada che la riporterà a casa.

Ogni mattina Selene si alza ed esce a camminare. Ha stabilito un itinerario che percorre uguale tutti i giorni per dieci chilometri.
La pista ciclabile che la fa arrivare ai campi, un lungo giro in mezzo all’erba e alle rogge, su sentieri di campagna addomesticati dal passaggio dei trattori; la strada, la sfilata di cancelli sui viali d’accesso alle villette ordinate della zona nuova del paese e infine la piazza, il vicolo, il portoncino di casa sua.
Quando ci arriva si sente vuota. E’ di quello che ha bisogno. Quel corpo piccolo e magro la imprigiona, lascia accumulare nei suoi stretti recessi una potenza feroce che non sa esprimere.
Dopo, Selene ogni giorno sale sul treno, raggiunge il centro commerciale specializzato in abiti e attrezzature per lo sport dove risponde al telefono per sei ore, dal lunedì al sabato, e in treno torna a casa. Indossa sempre pantaloni a cinque tasche, maglietta e scarpe da ginnastica, più pesanti durante la stagione fredda, verdi, sempre, e sempre con la griffe del marchio per cui lavora.
A casa ha molti libri da leggere e voluminosi gomitoli di lana e di cotone colorati in ogni sfumatura del verde, lunghi aghi di acciaio per lavorare ai ferri e aghi più piccoli, ritorti, per fare l’uncinetto.
Ha una dispensa ben fornita di alimenti privi di glutine, sale, grassi, oli, zuccheri con cui compone l’unico pasto della giornata, che consuma sempre prima che venga buio.
Durante il giorno Selene è per tutti la piccola Selene.  Anche il nome le hanno dato sottile. Lo si può pronunciare senza quasi neanche aprirla la bocca, le tre sillabe soffiate fuori dalla lingua, un sibilo cui basta un pertugio strettissimo per risuonare.
Ma di sera, a casa, il mondo che si tiene dentro reclama il suo spazio. Mentre furiosa infilza punti a legaccio e catenelle, aumenta e diminuisce maglie in precisissimi raglan, attorciglia sofisticati punti vaporosi, sente ribollire nella pancia una massa confusa, eterogenea e disordinata di pensieri e sentimenti. La sua energia feconda che sente imprigionata dentro di sé.
E allora aumenta il movimento delle dita e alacremente sferruzza, produce a raffica maglie basse e alte, confeziona sciarpe, coperte, tende, borse, scialli mentre sposta la luce della lampada finché non ritrova la propria ombra, maestosa, allungata sulla parete al suo fianco.
Sì, perché Selene vorrebbe essere lei, la sua ombra.
Vorrebbe liberarsi di quel corpicino permaloso e stretto che le rende impossibile spalancarsi per accogliere il nutrimento che l’universo promette, vorrebbe fidarsi dell’acqua che in questi giorni,  la mattina, allaga il mare del granturco tanto più alto di lei, e assorbire la vita che sente gorgogliare nei suoi profondi meandri, strepitosa e spaventosa, chiusa a lucchetto dentro di sé. Vorrebbe potersi aprire e sparpagliare intorno a sé semi fertili, generosi. Raccontare storie.
Selene lo sa di contenere storie, ma le labbra della sua boccuccia a cuore non si aprono mai per sfogare parole. Le cuce strette fra un punto e un altro, mentre impetuosa manovra i suoi aghi che nell’irruenza del gesto si scontrano, producendo un suono metallico che richiama alla mente i rumori della battaglia.

L’avevo osservata a lungo, nascosto in mezzo ai filari del granturco. Sapevo a che ora si sarebbe trovata là, e ogni mattina ci andavo anch’io. Le guardavo i piedi, così piccoli e veloci nel lasciare un’orma via l’altra la traccia dei suoi passi, mentre il busto, leggermente reclinato in avanti, pareva voler trapassare l’aria.
Quando decisi che era giunto il momento, una mattina le sbarrai il cammino; fermo, seduto proprio in mezzo alla pista ciclabile.
Solo, come sola é lei, che di colpo arresta il suo passo. Ha un po’ paura, e anch’io ne ho.
Mi guarda: un cane bianco a pelo raso, solido, muscoloso, fiero; metà muso mascherato da una macchia nera.
Sento che tutto di me, il collo possente, la mandibola sviluppata, le orecchie corte salde e immobili, le ispira la parola potenza.
Anch’io la guardo: un esserino efebico colorato di verde con gli occhi puntati su di me. Non voglio che si spaventi, mi sollevo piano facendo forza sulle zampe anteriori, e la precedo. Lei resta per un attimo indecisa, sospesa sulla scelta da compiere, ma poi ricomincia a camminare. Procediamo allo stesso passo, la distanza fra noi non aumenta né diminuisce. Voglio farle capire che desidero solo accompagnarla, quell’intervallo fra noi mi permette di annusare indisturbato le sue emozioni. So già chi è, l’ho decifrata a poco a poco ogni mattina dall’inizio della stagione. Ora devo comprendere come avvicinarla.
Procediamo uniti, ma senza avvicinarci, sul percorso che dalla ciclabile porta alla campagna, rimango con lei fino a quando scorgo i cancelli delle case a schiera appena fuori dal paese. Allora mi rituffo fra i fusti del mais. Andiamo avanti così per qualche giorno, lei ora se l’aspetta di trovarmi all’imbocco della pista ciclabile e io sono là. Camminiamo, ma adesso le sto dietro, vicino abbastanza da farle capire che la seguo. Passo dopo passo seguo proprio lei.
Ci sono io, fra lei e la sua ombra.
La sera a casa, mentre sferruzza, Selene ora ha un pensiero cui badare. Si domanda chi sono, da dove vengo. Sono stato abbandonato? sono scappato? perché ogni mattina mi trova ad aspettarla?
Durante il giorno la piccola Selene continua la sua vita di sempre. Quando scende dal treno però, dopo il lavoro, ha preso a fermarsi in qualche negozio prima di rientrare. Porta a casa pane fresco, frutta colorata e saporita, un po’ di gelato. E digerisce Selene, mentre la sua pelle via via più brunita rimane compatta e liscia.
Giorno dopo giorno, di mattina presto, ci avviciniamo. Mi ha dato un nome, mi chiama Bortolo.
Io le cammino al fianco, zampetto sulla sua ombra e quando arriviamo in campagna faccio il clown, le corro intorno, veloce sulle mie zampe, le porto bastoni di legno da lanciarmi, le deposito ai piedi sassi.
Le prime volte lei si spaventava. La forza delle mie corse le mulinava intorno una spirale di polvere, agitava l’aria, che le frusciava fresca sulla pelle. Ostinato ho continuato a portarle legnetti finché lei non ha ceduto.
C’è voluto un po’ per vederla sorridere, e un altro poco ancora perché cominciasse a giocare e a ridere a bocca aperta.
Selene impara dalla mia energia, faccio di tutto per fargliela respirare e giorno dopo giorno diventa anche sua.
Adesso è la prima a lanciarsi nella corsa quando ci incontriamo, tutti e due desiderosi di scaraventarci senza respiro in mezzo alla campagna.
Una volta, scendendo dal treno di ritorno dal lavoro, Selene si compra un quadernetto.
Piccolo, con la copertina verde smeraldo.
La sera, a casa, dopo aver cucinato una buona cena tutta per sé, Selene mi pensa.
E piano piano mi mette al mondo..  Scrive. Mi inventa: non esistevo prima, e neanche lei esisteva..
Si dipana così la libertà di Selene, che altro non è che il potere delle storie.

Alla luce limpida del mattino, la forma stilizzata di un cane dalla struttura quadrata, il collo possente, le orecchie corte immobili, le cammina a fianco la mattina presto, mentre mette un passo avanti all’altro.
Selene la guarda, ormai rivelata. Accanto alla sua, l’ombra di Bortolo si allunga sul sentiero e scorre discontinua sui monconi del granturco ormai segato.

Il tempo della limonaia

15/03/2019 | Scritto da Carlo Simoni | (0 Commenti)

Il fragore dei magli si ode sin dall’ingresso nel paese, ma non giunge fin là, alle limonaie vicine al porto: Toscolano non è paese di giardini d’agrumi. È Gargnano quello, dove se non sono carbonai o pescatori sono giardinieri, e vivono quieti il loro tempo, segnato dal sole e dalla luna, e dalle stagioni. Qui no, qui a dir le ore, estate e inverno, notte e giorno, è l’arrivo da Desenzano dei barconi carichi di stracci per far carta, il passo dei mulattieri coi loro animali che van lungo il fiume a portar sacchi di quella materia per poi riportar di nuovo giù al porto risme candide, e a contare i minuti non è il battere degli orologi ma quello dei magli, che di quegli stracci fan la poltiglia da cui si trae il foglio.

Laggiù alla Capra però, come si dice la piana di ulivi che stan sulla parte sinistra della penisola fatta dal fiume, è ancora la campana della parrocchiale a marcare il tempo, perché oltre la chiesa non ci sono cartiere ma limonaie, le poche che prosperano nel paese della carta.

È là che Geraldo andava, ogni mattina, non per mescolarsi ai traffici del porto però, ma a badare al suo giardino. Non era vecchio, e pure ansimava sotto il peso della gerla. Le doghe, ben commesse, non lasciavano filtrare che qualche goccia d’acqua, ma i suoi passi, malcerti per la fatica, ne facevan traboccare secchiate ad ogni gradino, sì che quando arrivava alle piante la gerla s’era per quasi metà svuotata. La deponeva inginocchiandosi un poco, poggiandone il fondo prima allo scalino a tre piedi e poi a terra.

Il bambino che l’accompagnava ne cavava allora l’acqua, con un secchio, e la versava attorno ai fusti delle piante, ancora giovani.

Geraldo l’aveva portato con sé, la prima volta, un giorno di dicembre, e al bambino i frutti che pendevano tra le fronde di quegli alberi chiusi tra le assi e i vetri che sono la veste del giardino in inverno, erano sembrati animali vivi, gialli uccelli mai veduti: sarebbe stato questo il primo ricordo che, ormai uomo fatto, avrebbe conservato. Insieme ad un altro, di quando l’anno successivo, alla limonaia aveva visto comparire strani personaggi, silenziosi e garbati, colla barba, lunghi riccioli che scendevano accanto al viso e neri cappelli dalla tesa larga: se n’erano stati a soppesare ed osservare minuziosamente i cedri che intendevano acquistare. Provavano a metterli in certi vasi a forma d’uovo che tiravan fuori dai loro sacchi. Si erano decisi alla fine e avevano lasciato un bel gruzzolo a Geraldo, che aveva spiegato al suo garzone esser quelli ebrei di Riva, che ogni anno venivano lì a cercare il frutto necessario per celebrare una delle loro feste grandi. La festa cosiddetta delle capanne.

Ma gli ebrei rivani eran cosa di un giorno. Geraldo teneva alle tre piante di cedro che aveva piantato per poterli far venire fin lì, ma eran le altre piante, quelle di limoni, a chiedere per il resto dell’anno il grosso del suo lavoro.

Limonaie a Toscolano a inizio ’800, da Johann Jacob Wetzel, Voyage pittoresque au lac de Garde ou Benaco (1824)

Svuotata la gerla d’acqua, tornava a ricaricarsela e a scendere con quella sulle spalle fino alla riva. Aveva da poco passati i trent’anni, era un uomo sano, ma non lo si sarebbe potuto dir robusto. La schiena gli doleva per giorni dopo che, una volta la settimana almeno, s’era dato al lavoro di dacquar le sue piante. Un lavoro da non fare nelle ore calde. Le piante non vogliono acqua quando le foglie stanno al sole, ma solo alla sera, quando la brezza che viene dal lago le rinfresca, insieme asciugando il sudore degli uomini, e il Pizzocolo, dietro al quale il sole è da poco tramontato, segna colla sua grande ombra le acque fin quasi all’altra sponda, illuminata ancora. Il Baldo sembra vicino a quell’ora, a cento passi si direbbe, perso nella foschia rosata della sera.

Non aveva un pozzo Geraldo, e dunque per irrigare il suo giardino doveva far questa fatica. Lui e, per quel che lo poteva aiutare, Luchino, che fosse stato per lui ci sarebbe vissuto addirittura, lì, tanto gli piaceva coltivar limoni.

Il giardino d’agrumi di Geraldo era l’ultimo di quelli che s’allineano oltre la contrada del Porto. S’era svenato per rimetter in piedi questo rudere, perché non era niente di più quando l’aveva adocchiato. Lasciato andar in malora da quando il padre di sua moglie era morto. Proprio lì, cadendo nel mentre copriva la limonaia. Era l’ottobre di venti anni prima. Geraldo non aveva neanche fatto in tempo a conoscerlo, e così quel che aveva imparato l’aveva imparato dai giardinieri che il loro lavoro lo fan di mestiere. Dal Vincenzo, in ispecie, che non era mai stato geloso, e teneva i giardini lì accanto dei signori che avevan palazzo al Porto. Quando gli aveva chiesto di aiutarlo perché voleva mettere a coltura il giardino del suocero quello gli aveva detto ch’era matto. Fin la terra avevan portato via, mica solo le pietre dei pilastri, le assi, i vetri… Era una rovina. Non lo vedeva?

Ma Geraldo l’aveva sognata una limonaia sua. Fin da quando, perso nelle nebbie della Bassa, vedeva arrivare quelli del Garda a vendere limoni ai padroni della terra su cui lavorava anche suo padre e aveva lavorato suo nonno, e dicevano che là, sul lago, erano proprio quelli a tener lontana la pellagra, i limoni, e poi il pesce, l’olio… Altro che polenta oggi e polenta domani.

Una volta uno di quei carrettieri che venivan di là gliene aveva dato uno, ammaccato, e lui l’aveva assaggiato. Non aveva mai sentito in bocca una sensazione di quel genere. Sembrava che la lingua si fosse ritirata, e poi i denti eran diventati asciutti che in bocca non gli sembravano suoi. Però gli era piaciuto, perché veniva da là, dal lago.

Non gli aveva detto di rimanere suo padre, quando era arrivato all’età di poter andare via da solo. Erano due braccia in meno, certo, però se restava era anche un figlio di più a patire la fame. Che andasse a cercar fortuna al Garda, visto che il contadino non lo voleva fare.

Geraldo s’era messo con uno che girava per i paesi a vender nastri e fazzoletti: di tutti i colori e per tutte le borse, diceva. Con quello era arrivato a Toscolano, e non aveva voluto andar più via. Aveva messo un banco al Ponte. La domenica lo spostava alla Piazza, e delle volte lo portava fin a Maderno. Aveva cominciato così a metter da parte qualche soldarello e allora si era inteso con una di quelle ragazze che gli giravano intorno a guardare i suoi nastri. Era stata una battaglia: la madre della Betta aveva fin chiamato il prete a benedire la figlia. Non voleva che andasse moglie a un merciaino che, non aveva dubbio, cercava solo d’attaccar il cappello al chiodo. Perché lei, pur vedova, non stava male e la sua figlia, l’unica, poteva sperare di maritarsi meglio. Ma dai e dai, la Betta e Geraldo si erano sposati, e lei s’era messa nel commercio del marito. Avevano messo in piedi una bottega nella via di Mezzacampagna, oltre al banco che Geraldo ormai metteva solo nel giorno di mercato. Col passar del tempo a vendere si vedeva sempre più spesso lei, perché Geraldo andava giù al Porto, a studiare quelle poche pietre che eran rimaste della limonaia, frattanto passata in eredità alla Betta, colla morte di sua madre.

Non li diceva in casa i suoi intenti. Solo col Vincenzo ne parlava, e solo quando ebbe un’idea di quel che occorreva e delle spese cui bisognava andar incontro parlò.

Quel luogo era per la moglie maledetto. Se lo ricordava lei, bambina, il corpo di suo padre per terra, che sembrava avesse preso sonno in mezzo alle sue piante. Ma Geraldo seppe rassicurarla, e l’impresa ebbe inizio.  

C’eran voluti sei anni. Le pietre era andato lui stesso a rimediarle, su ai piedi del Monte Castello, e s’era fatto aiutare per rappezzare la muraglia a mattina, che era mezza caduta, e i pilastri, mangiati come pane da quelli che avevan trovato convenienza a portarsi via le pietre già squadrate. Anche il castagno per gli sparadossi e i canteri l’aveva trovato sui monti sopra il paese, e dunque quei pali per reggere le assi del tetto non erano costati quanto il larice per fare il resto: le tavole per coprire   la limonaia, per darle un tetto alla fine della bella stagione, e le altre per far le portiere e le usciere, e i misili per tener le une e le altre e così chiuderla a mezzogiorno, e poi le filarole che van da pilastro a pilastro. Tutta roba che aveva dovuto far venire dal Tirolo, colla barca. Erano stati denari sonanti: mica poteva andar lui a prenderla di là del confine. Invece la terra buona – perché quella di lì non dava sostanza alle piante – quella sì, non se l’era fatta portare dalle donne della Veronesa, che fan quel lavoro da bestie. Era stato lui a portarla di qui del lago, lui e certi barcaioli suoi amici che si erano contentati di poco. E finalmente era arrivato a metter giù le prime piantine, cresciute sei anni nel giardino di uno di Gargnano che gliele aveva date per antica amicizia col padre della Betta. Avevano cominciato, lui e il bambino, a dacquarle ogni settimana quando ancora Vincenzo era sullo scalino, nel giardino che confina con quello di Geraldo, a finir di raccogliere i limoni della seconda spiccanda. Un anno buono, quel milleottocento e sei: con quelli che avevan fatto nella prima, a maggio, Vincenzo diceva che ogni pianta ne aveva fatti dai cinque ai seicento.

Gli pareva già di poterli toccare colle mani, a Geraldo e a Luchino, i limoni che sarebbero venuti, i loro limoni, e si vedevano a tornare coi cavagni pieni tanto da aver bisogno di caricarne carretti.


Le stagioni eran corse via come una ruota, spiccanda dopo spiccanda, e gli anni erano passati senza che le giornate, alla limonaia cambiassero. Neanche quando era arrivata la guerra. La gente di Toscolano, portata di suo a tenersi alla larga dalle mene dei politici e dallo strepito delle soldataglie, vi era stata a forza immischiata, e s’era rifugiata nella Valle delle cartiere e su per i monti quando il 16 del Febbraio 1814 i Francesi, guidati niente di meno che dal Viceré Eugenio, avevan cacciato da Salò gli Austriaci, e la loro flottiglia li aveva inseguiti sino a cannoneggiarli sulla strada che entra in Maderno.

Geraldo no, lui era rimasto giorno e notte alla sua limonaia in quelle turbolenze, e là era anche quando gli Austriaci si erano asserragliati proprio allo sbocco della Valle, erigendo barricate sulla sua riva sinistra, presso il ponte, e terrapieni sulla destra. Ma la guerra aveva raggiunto anche le acque del lago: i legni napoleonici si erano scontrati con quelli degli Austriaci proprio davanti a Toscolano, avendone ragione.

Tra i Toscolanesi che stavano sulla riva a veder la battaglia c’era anche Geraldo, naturalmente. Invano si sarebbe invece cercato, accanto lui, Luchino. Fattosi oramai un ragazzo forte e curioso del mondo, per il mondo se n’era andato. Non dietro ai travaini, com’eran detti gli apprendisti delle cartiere, a cercar fortuna in quelle di Rovereto dove le paghe eran migliori. Luchino di lavorare al chiuso, e con uno alle spalle a vedere che tu non perda tempo, non aveva mai voluto sapere, e dunque ben più a settentrione di Rovereto era andato: a fare il boscaiolo, nei boschi dell’Impero. Una volta, uno di Maderno, che andava lontano a vender calendari e stampe, aveva detto d’averlo visto nella valle dell’Inn; un’altra, il figlio di un pastore, che non aveva voluto seguire la sorte del padre e s’era dato alla vita del contrabbandiere, aveva assicurato di averlo incontrato nella Pustertal.

La caduta di due uomini in una limonaia in un ex voto del 1828 conservato a Tignale

Le ossa di Geraldo scricchiolavano oramai, e quando c’era da dacquar le piante o coprire la   limonaia doveva prendere a ore qualcuno vecchio quasi quanto lui, perché i giovani erano tutti alle cartiere. Non si lamentava però, né brontolava come Betta per quel figlio che non si sapeva dov’era: non se n’era andato pure lui, da giovane? non aveva lasciato la famiglia per farsi una vita nuova? E forse proprio perché se l’era fatta da solo continuava ad andargli bene. Per questo, ma anche per altro: non avrebbe scambiato la sua condizione con nessuno dei signori che stavano in paese e tenevano cartiere nella Valle, quando era su, tra i rami delle sue piante a spiccare i suoi limoni, e a riempirne il grümiàl, la sacca di pelle di capra che gli stava legata in vita. Si sentiva in paradiso, e la sera raccontava a Betta come andava la spiccanda, mentre lei gli diceva dei nastri nuovi arrivati quel giorno dal paese dove li facevano, un paese del Comasco, su un altro lago che loro non avevano mai visto. Sì, anche questo gli regalava la limonaia. Perché lo sapeva, Geraldo: vi sono uomini che credono d’incontrare la donna di cui non possono fare a meno in diversi successivi esempi del genere femminile nei quali s’imbattono, ed altri invece che la Donna la san vedere in un esempio soltanto, e vedutolo non han più occhi per gli altri che incontrano o potrebbero incontrare. Ed era fra questi ultimi Geraldo, che pure non s’era per questo messo l’animo in pace, come chi reputa che nulla più possa venir a turbare la sua vita. Lui s’era piuttosto fatto persuaso, a furia di almanaccarci, là, nel mentre curava i suoi limoni, che la solitudine è il destino di chi nasce, e che solo chi sa di non poterla vincere ma soltanto addomesticare può vivere, non felicemente forse, ma serenamente, almeno.

Così dunque avevano di fatto stabilito di vivere Geraldo e Betta. Lei alla bottega a vender nastri alle giovani per farsi ammirare, ai giovani per dichiararsi a quelle, alle donne non più giovani che volevan ricordare a chi sapevan loro che giovani lo erano pur state. E lui al suo giardino. Lui che, quando il lago era calmo e non faceva udire la sua voce, se ne stava le ore, come qualcuno giurva d’averlo sentito dire, ad ascoltare i suoi alberi a crescere. Solo, e al tempo stesso certo di non esserlo per davvero; come del resto Betta, che non avrebbe saputo vivere con il marito in bottega, e che passava le sue giornate sapendo che anche quella sera lui sarebbe venuto, come ogni sera.


Altri anni ancora sono passati, e Betta è sempre dietro il suo banco colorato di fettucce variopinte. Geraldo passa invece i suoi giorni accanto alla stufa, o alla finestra di dove vede il lago, nella casa che tanto tempo fa si sono fatti sopra alla bottega. Non ha più forza nelle gambe che gli basti a scendere alla limonaia a guardare me, Luchino, a continuarvi il lavoro suo, e che anche mio era stato prima che il mondo mi chiamasse. Per portarmi tra quei boschi, dove m’era parso che la vita procedesse in un modo tutto diverso da quel che era stato là dove fin allora ero vissuto. Che lassù accadesse sempre qualche cosa, m’era sembrato, e altro stesse per accadere. Ogni grande abete che la mia ascia abbatteva mi sembrava che un avvenimento avesse interrotto il fluire del tempo, e la giornata ne fosse segnata ed avesse per questo il suo senso; m’ero sentito fiero, i primi tempi, di esser della squadra che di quegli avvenimenti era artefice. Poi, poco a poco, avevo cominciato a non sentir più quella fierezza, a dispiacermi invece, per quelle piante che morivano crollando come grandi animali sotto lo sguardo delle sorelle, e sempre più forte si era fatta in me la nostalgia di vederle crescere le piante, di farle crescere, come una volta, quand’ero un bambino, là, con mio pare, e quel divenire lento, che solo chi non stava alla limonaia tutto il giorno non sapeva vedere, riempiva il tempo.

È quel tempo che ho riguadagnato, tornando infine alla limonaia, alle sue giornate che fluiscono quiete, e mi sembrano, a momenti, addirittura tornar sui propri passi se guardo Aldo, il bimbo mio e di Agnes, la donna che fin qui mi ha seguito. Aldo ogni giorni viene con me: ancora piccolo per prestarmi aiuto, se ne sta le ore a giocare sulla riva coi sassi che il lago ha rotolato e levigato sino a farli tondi e lisci. Come limoni.

In questo racconto, scritto da Carlo Simoni per AB, ricompaiono alcuni personaggi del suo romanzo Il segreto dell’arte (Cierre, 2012).


Per scaricare il testo del racconto in pdf, clicca sull’icona:


La Brescia stralunata e convulsa di Giovanni Locatelli nell’incipit di Biglietti di andata, il romanzo cui sta tuttora lavorando.

Alcide si fuma una sigaretta al freddo,

tenendo le braccia, grandi come condotti dell’acqua, incrociate sul petto e le mani sotto le ascelle. C’è un motivo losco e di contrabbando, un motivo made in China, se è arrivato alle 6 del mattino per aprire i cancelli, solo che Alcide maschera la sua preoccupazione con tutt’altri pensieri. Sono quasi le 8, ma del camion manco l’ombra, pensa. Telefonare è inutile, i rumeni non hanno nessuna cognizione della loro posizione, “cinque minuti arrivo!” dicono solo, poi passano due ore oppure sono già al cancello che strombazzano per entrare senza chiedere permesso.

TOOO TOOO

«Amico! Ehi capo!»

Una faccia rotonda e abbronzata spunta insieme a un braccio tatuato da un finestrino a due metri di altezza. Non dovrebbe fumare visto il materiale che trasporta, ma lui lo fa uguale. Si vive una volta sola, pensa Rudian, l’autista. Sono dieci ore che guido e una bella tzigarra me la merito di sicuro.

Il bilico con i pannelli isolanti è finalmente arrivato. È termaflon cinese, costa la metà del normale poliuretano espanso, spedizione inclusa. Dopo un anno è già in briciole, adagiato sul fondo delle pareti della furgonatura, ma chi se ne accorge? Chi fa un incidente e apre in due la cella frigo ha ben altri pensieri che l’isolante.

Alcide fa cenno al camionista di andare da quella parte, allargarsi a sinistra e tornare in retromarcia raddrizzandosi fino a centrare il dock di scarico. Tutto a gesti e orchi zii che il rumeno comprende alla perfezione.

Se arrivavi alle 6, canchero, ’ste manovre le facevi senza gente fra i piedi, insiste Alcide, mascherando la verità: dicono che sia nocivo, il termaflon. Non quanto l’eternit, ma quasi. Proprio per via del suo ostinato ridursi in una polvere che prima o poi ti entra nei polmoni e te lo mette in culo.

«Alcide! Ti cercano al telefono!»

È Mantovani, il suo socio di minoranza, a richiamarlo in ufficio.

Mai che prenda lui una telefonata quel pirla. Avrà ben visto che sono impegnato!

«Infila l’apertura, fermati e spegni il motore. Non scendere e non scaricare il materiale. Capìt?»

Alcide si decide a spostare i suoi centodieci chili in direzione dell’ufficio, stramaledicendo un mondo così cocciutamente deciso a non farsi sottomettere, scavalcando detriti metallici, rottami, sfridi e semilavorati abbandonati a metà trattamento che riempiono il cortile e dei quali lui non si accorge più.

Quando sente il botto nemmeno si volta, se lo sentiva, lo sapeva che sarebbe successo. Chissà perché lo percepisce appena sveglio che qualcosa andrà storto: sente un prurito nella pancia, dentro, dove non si può grattare, fra duodeno e pancreas. Sa già tutto al punto che tira dritto e va a rispondere al telefono.

«Cosa c’è?» dice senza salutare, senza ascoltare ciò che gli riferiscono all’altro capo, standosene lì, affacciato alla finestra con la cornetta in mano, a guardare le operazioni di soccorso necessarie per estrarre un ragazzo privo di sensi dal carrello elevatore con cui si è schiantato contro il camion in retromarcia.

«Chi è il coglione che guidava il muletto in quel modo?» sbraita dalla finestra spalancata, a telefonata in corso.

Era Maicol Pedrabissi al volante: perito industriale, buyer, magazziniere, pupillo di Alcide e factotum. L’unico che ci capisce qualcosa qui dentro, porca puttana! Non poteva capitare a un altro? Ce n’è di gente che non fa un accidente… era l’occasione per togliermela dalle palle! pensa Alcide prima di tornare a sgolarsi.

«State fermi! Non toccate niente, diavolo porco!»

L’ambulanza arriva in venti minuti. Due infermieri scendono dal portellone e subito sentono polso e fiato a Maicol, ancora a terra privo di sensi. Si guardano intorno per capire la dinamica dell’incidente. Le facce che vedono non promettono nulla di buono. Non caveranno una risposta neanche col forcipe da quelle espressioni sconcertate.

«Perché l’avete spostato?» dice l’infermiere senior.

«Era incastrato nel muletto», bofonchia Alcide, a disagio, poi si gira a guardare gli altri con un’espressione di rimprovero. Siete stati voi a farla questa cazzata!

«Potreste aver provocato danni irreparabili, ve ne rendete conto?» rincara la dose l’infermiere junior.

«Dovevamo lasciarlo lì? Voi non arrivavate mai!» attacca Alcide e fa per avvicinarsi, ma si trova di fronte il guidatore dell’ambulanza, un uomo corpulento quanto lui, ma quindici anni più giovane, che fa da bodyguard agli infermieri, in caso di necessità.

«Premesso che ci avete chiamati alle 8 punto 06», dice l’autista con voce impostata, «sono passati solo 18 minuti. La nostra media di intervento si attesta attorno ai 22 minuti, quindi siamo arrivati con abbondante anticipo».

L’armadio a due ante occulta la vista ad Alcide che vorrebbe controllare le manovre con cui gli infermieri stanno caricando Maicol sulla spinale e da lì sulla barella. L’incarico gli riesce a dovere, ma nemmeno la sua stazza può impedire, chiuse le porte, che tutti si accorgano della fiancata dell’ambulanza pesantemente ammaccata.

«Dove lo portate?»

«Al Civile, che domanda», dice l’uomo rimettendosi alla guida. L’autolettiga parte a sirene spiegate, mancando per un soffio il cancello d’ingresso, aperto il minimo indispensabile perché c’è un punto in cui l’ingranaggio esce dalla cremagliera che nessuno si decide a riparare.

«È troppo lontano il Civile, santo Dio! Ci arrivate che è morto!» sbraita Alcide intercalando parecchie combinazioni di cane-zio-maiale e girandosi alla ricerca di consensi.

Brescia accoglie chi arriva da sud con la ciminiera del termovalorizzatore, una torre di 120 metri non bella, ma rivestita con pannelli cangianti azzurro cielo dagli illustri natali: Jorrit Tornquist, artista che ha applicato le sue teorie cromatiche anche sulle villette a schiera del Villaggio Violino e sui rivestimenti della galleria Tito Speri che collega downtown alla periferia nord. Ma le nuance della polis non si fermano qui: il cavalcavia dove l’A21 incrocia la bretella per Munticiàr è giallo e verde, i pannelli della Alfa Acciai che si incontrano in autostrada sono rosa, verdi e azzurri e le colonnine per il ticket dei parcheggi hanno una tinta violacea sconosciuta negli altri capoluoghi di provincia. Forse sono tutti ’sti colori che impediscono alla gente di accorgersi delle sirene di un’ambulanza, pensa Alberto, l’autista, incurante della bella sinestesia che ha coniato. Guardali, nessuno accosta nessuno si ferma, regna l’indifferenza, anzi avere i lampeggianti al culo diventa un ottimo pretesto per accelerare, commettere infrazioni. E se glielo chiedi, ti diranno che è la maniera migliore per non intralciare la corsa dell’autolettiga!

Alberto si fa via Labirinto e poi via Corsica con una colonna di auto davanti a sé, impugnando il volante come fossero le redini di una slitta trainata dai cani, sentendosi un po’ Jack London un po’ Santa Claus. Purtroppo, il primo semaforo rompe il gioco perché persino i cani, quando guidano, si fermano col rosso.

«Lo sapevo che sarebbe successo! Tenetevi forte!» avverte Alberto, rivolgendosi a quelli della crew. Si fa un plateale segno della croce e si butta in mezzo. È la certezza di essere brutalmente speronati, e non il doveroso atto di civiltà, a far spostare a destra la colonna di macchine. Ma solo quel tanto che basta, non sia mai, branco di caproni! Dovreste inchinarvi al nostro passaggio, noblesse oblige, invece di stare in mezzo alle palle!

«Qui non è meglio se vai a sinistra?» se ne esce il suo secondo che sta armeggiando con la radio trasmittente dalla partenza.

«Vuoi che non sappia dov’è l’ospedale? Tu servi all’andata, quando si deve recuperare il paziente, non al ritorno».

«Dicevo perché dritto è pieno di semafori».

«Sì, ma a sinistra non si va al Civile. Conosco anch’io strade più scorrevoli di questa, ma non tutte portano a Roma».

Fatto sta che alla prima occasione Alberto svolta a sinistra. E trova addirittura più traffico.

«E adesso, che facciamo?» chiede Mantovani, incerto.

«Mettete a posto questo casino! Fate le foto al muletto e toglietelo di mezzo. Portate via i rottami dal cortile. Palmiro, fai dare una ripulita all’officina e in magazzino, già che ci sei. Nascondete il più possibile!» Si rivolge al capofficina, Alcide, ma guarda dritto Mantovani, quasi fosse responsabile dell’incidente. «E tu manda tutti a casa, finiti i lavori. Oggi si chiude. Io vado all’INPS. Qui salta fuori un macello».

Mantovani è sorpreso, ma non vuole darlo a vedere. Come se gli altri non fossero stati presenti fino a quel momento, si gira e ripete esattamente le parole del capo, ma al rallenty e con parecchie omissioni: «Mettete… casino. Fate le foto… di mezzo. Portate… i rottami… a Palmiro. Poi nascondetevi… a casa».

Gli operai aspettano nuovi ordini, o un chiarimento ulteriore. Passano i secondi, nessuno si muove, Mantovani sbotta.

«Avete sentito? Sbrigatevi!»

Gli uomini si mettono al lavoro mentre le donne: la Giusi, la segretaria di Alcide, Camilla e Viviana, le due ragazze del back office, rimangono ferme in mezzo al cortile, lo sguardo perso, in silenzio. Sembrano tre Marie che hanno appena perso il loro Gesù, staccato dalla croce e portato al sepolcro in ambulanza. Non hanno nulla da fare, i rottami vanno spostati coi muletti e l’officina è off limits per le donne: sono gli uomini a maneggiare le scope in quel mondo maschio e tecnologico. Potrebbero tornare in ufficio e rispondere alle telefonate, ma non riescono a spostarsi dal luogo dell’incidente. Restano lì nel cortile, sotto la pioggia di fine aprile che nel frattempo ha cominciato a scendere, impassibili.

Si trovava in una stanza piuttosto grande, la casa sembrava essere la sua, ma faticava a riconoscerla. Forse c’era una festa, perché la sala era piena di persone, i visi parevano familiari e nello stesso tempo sconosciuti: lo stavano guardando sorridenti, come se si aspettassero qualcosa da lui. Forse la festa era per lui. Ma per quale ragione? Non riusciva proprio a ricordare. Si stava comunque sforzando di corrispondere alle loro aspettative, cercava di mostrarsi accogliente e disponibile, partecipava alle loro conversazioni con cortese sollecitudine. Ma il suo il cuore era in tumulto, si sentiva risucchiato in una voragine di dolore senza fondo. In mente aveva un solo, terribile pensiero: suo figlio era morto. Non sapeva come e quando fosse avvenuto, ma ne era assolutamente certo: suo figlio era morto. Non capiva come gli altri potessero fingere quella insopportabile normalità. Era soffocato dall’angoscia, non poteva più reggere l’ipocrisia della menzogna, ma non sapeva come uscire da quella situazione paradossale in cui tutti quanti non facevano che ridere e battergli manate sulle spalle. All’improvviso il ricordo: aveva un’altra figlia, una bimba di pochi mesi. Aveva provato ad aggrapparsi a questo pensiero per non perdere il senno, ma inutilmente. Si era reso conto di ricordarne a stento il viso, forse perché non se ne era mai occupato. Una fitta di senso di colpa lo aveva ferito, ma solo per un attimo, perché quel dolore immenso lo sovrastava, incontenibile. Proprio in quel momento un elicottero sorvolava la casa. Era vicinissimo, il frastuono del motore era assordante. Aveva allora approfittato della confusione generata da questo imprevisto e si era allontanato alla ricerca di un luogo appartato. Dopo un lungo girovagare, aveva trovato finalmente rifugio in una stanza che gli rammentava la camera da letto dei suoi genitori, quella dei suoi ricordi di bambino, e allora finalmente si era accovacciato e aveva urlato, aveva urlato con tutto il fiato che aveva in corpo, fino allo sfinimento, certo che nessuno lo potesse sentire. Poi, inatteso, un eco di passi lungo il corridoio. Dalla fessura della porta solo accostata aveva intravisto il profilo di sua moglie. Lo stava fissando, muta, il viso serio e immobile. Nel suo sguardo di un’intensità stordente gli sembrava di scorgere una scintilla di comprensione. “Sì”, aveva pensato, “lei sa…”. All’improvviso aveva percepito un movimento. Non era solo nella stanza. Un uomo, di età e corporatura simile alla sua, lo stava guardando con curiosità e stupore. Anche nel viso indovinava qualche somiglianza, nonostante l’espressione distorta e allucinata dei suoi tratti. Gli abiti che indossava, le mani, persino il volto, erano vistosamente schizzati di sangue. Si erano osservati per un lungo istante, immobili. Poi, simultaneamente, avevano entrambi sollevato una mano. Lui la sinistra, vuota. L’altro la destra, stretta a pugno sul manico di un’accetta. Inorridito, aveva fatto un balzo indietro, portandosi istintivamente una mano alla bocca, immediatamente imitato da chi gli stava di fronte. Nel farlo aveva notato alcune macchie scure sul polsino candido della propria camicia. Aveva alzato lo sguardo e aveva visto l’uomo che gli stava di fronte levare lentamente gli occhi al cielo e spalancare la bocca. Un urlo era tornato a squassare l’aria. Il suo.

Si era svegliato con il cuore in tumulto, il respiro strozzato in gola. Sua moglie dormiva, raggomitolata al suo fianco. Dalle persiane filtrava la luce dei lampioni. Il mattino sembrava ancora lontano, come confermava la sveglia poggiata sul comodino.
Nemmeno per un istante era stato sfiorato dall’intenzione di riprendere sonno, troppo forti le emozioni che lo agitavano. Si era alzato silenziosamente e, nella penombra, si era affacciato alla stanza della figlia. L’aveva osservata a lungo, immobile. Dormiva profondamente. Di tanto in tanto bofonchiava qualcosa di incomprensibile, come spesso le capitava nel sonno. Era quindi andato a versarsi un bicchiere d’acqua e si era seduto sul divano. Di accendere il televisore non se ne parlava, sicuramente sua moglie si sarebbe svegliata con le inevitabili domande, e lui non aveva nessuna voglia di giustificarsi, di spiegare o, peggio, di mentire… No, di quel dolore non voleva, non poteva parlare. Non in quel momento. Quasi per caso il suo sguardo si era posato sulla sacca da palestra. La sera precedente doveva averla dimenticata accanto al divano, senza svuotarla. La decisione era stata improvvisa. Una cura che sapeva efficace. Si era cambiato rapidamente, quindi, dopo aver lasciato un biglietto sul tavolo della cucina, aveva infilato la porta di casa.
Fino ad alcuni anni prima lo faceva quotidianamente: sveglia alle sei, un’ora di corsa al parco e tra le vie deserte del centro storico, poi doccia e colazione. Nei primi tempi, i più difficili, di nuovo nel pomeriggio, al ritorno dal lavoro. Aveva cominciato quando era morto suo figlio Carlo. Gli sembrava che le endorfine prodotte dal corpo durante la corsa attutissero la violenza di quel dolore indicibile. Solo così riusciva ad affrontare lo spaventoso vuoto di quelle giornate che si susseguivano spietate, una dopo l’altra.
Poi i sempre più frequenti problemi alle articolazioni delle ginocchia lo avevano costretto a sostituire la corsa con la palestra, ma non gli era dispiaciuto. La corsa, in sé, non era così importante. Era la fatica fisica che contava davvero, e gli risultava indifferente che venisse guadagnata macinando chilometri sulla strada, inanellando vasche in piscina o lavorando con le macchine di una palestra. Quando riusciva a concentrarsi solo sul ritmo della respirazione e sentiva i muscoli tendersi e il sudore che iniziava a scorrere sul corpo, sapeva che anche per quella volta i demoni che gli occupavano la mente sarebbero stati costretti ad allentare la presa, almeno per un po’…
Un paio di giri del parco sotto casa per coordinare passo e fiato, per capire come avrebbero risposto i polmoni e i muscoli delle sue gambe dopo tutto quel tempo, poi, attraversato il cavalcavia della ferrovia, si era diretto verso il centro storico. In strada neanche un cane.
Era successo durante la rimozione di un’ernia ombelicale, gli avevano detto “un esito assolutamente imprevedibile per un’operazione di routine…” Sì, l’avevano chiamata proprio così i medici, di routine. Odiava quel termine. Ancora oggi quando lo sentiva pronunciare provava un moto di rabbia. Quanta sofferenza poteva essere contenuta in una parola dall’apparenza innocua…
Intanto che questi pensieri gli rotolavano per la testa, il ritmo del suo respiro, dopo l’affanno dei primi minuti, si era fatto regolare. Le sue gambe rispondevano meglio di quanto avesse previsto. Nella piazza principale della città da un furgone stavano scaricando pacchi di giornali di fianco all’edicola. I suoi piedi, intanto, avevano puntato verso nord, direzione ospedale.
Erano seguiti mesi terribili. Anche il rapporto con sua moglie era stato messo a dura prova, ognuno perso dentro il proprio dolore, con l’animo prosciugato. Ricordava ancora i giorni in cui non riuscivano nemmeno a rivolgersi lo sguardo… Poi, quando sembrava che si stessero definitivamente perdendo, lei gli aveva proposto di avere un altro figlio. All’inizio l’idea gli era sembrata assurda e aveva provato a spiegarglielo, ma quelle discussioni interminabili avevano ottenuto il solo risultato di renderla più ostinata. Così, con il trascorrere delle settimane, sempre più spesso si era trovato a pensare che potesse avere ragione lei quando lo accusava di essere troppo rigido. Forse non esistevano modi giusti o sbagliati per prendere quella decisione, forse un altro figlio li avrebbe costretti a riprendere il bandolo della loro vita… Trascorsi due anni dalla morte di Carlo, era nata Giulia.
Era arrivato alla deviazione che portava in castello. Dopo un attimo di esitazione, aveva imboccato la salita. Alla partenza non pensava di avere fiato e gambe sufficienti per affrontarla, ma ora persino le fitte alle ginocchia si erano zittite e i polmoni funzionavano a dovere. E poi gli era sempre piaciuto affacciarsi sulla città ancora addormentata dal piazzale panoramico.
Giulia, già… Era ormai una ragazzina, solare ed estroversa, piena di gioia di vivere. Ma perché era così incapace di manifestarle il proprio amore? Da quando era nata, si era barricato dietro il personaggio del padre distante e distratto. Forse era la paura di poterla perdere come gli era successo con Carlo: il terrore di riprovare di nuovo tutta quella sofferenza lo metteva in scacco, lo immobilizzava, impedendogli di lasciar scorrere liberamente i sentimenti. Perché lui la amava, di questo era certo. La amava moltissimo. La maschera di protezione che si era accuratamente costruito nel corso degli anni si era lentamente trasformata in una gabbia insopportabile che non sapeva più come rompere. Giulia gli aveva offerto e continuava ad offrirgli un sacco di opportunità. Nel tentativo di compiacerlo e di attirare la sua attenzione, aveva adottato praticamente tutte le sue passioni. Ultimamente si interessava anche al calcio, guardava le partite con lui e tifava, guarda caso, per la sua stessa squadra. Cos’altro avrebbe potuto fare? Ora toccava a lui. Doveva, voleva trovare il modo di liberarsi da quella prigione. Aveva già perso troppo tempo. Giulia meritava di più.
Terminata la discesa del castello, si era diretto verso un incrocio tra due strade trafficate. Dopo averlo superato, si sarebbe di nuovo trovato nelle più tranquille viuzze del centro storico e avrebbe potuto dirigersi verso casa. Senza rendersene conto, aveva accelerato il ritmo della corsa. Ora aveva fretta di rientrare. Così avrebbe avuto il tempo di fermarsi alla pasticceria sotto casa ad acquistare i croissant che piacevano tanto a Giulia. Poi avrebbero fatto colazione tutti insieme e, sì, si sarebbe preso un permesso dal lavoro e le avrebbe proposto di marinare la scuola e di trascorrere la giornata insieme a fare tutte le cose che le piacevano…
Era così immerso nei suoi pensieri che non si era accorto del camion che procedeva a velocità sostenuta verso il crocevia che stava per attraversare. L’impatto era stato violentissimo.

Qualcuno lo stava scrollando mentre gli urlava “Papà, papà, svegliati! Su, svegliati!”.
Era uscito con fatica da quell’incubo. Ancora molto agitato, aveva finalmente aperto gli occhi.
“Carlo, sei tu!” aveva esclamato con enorme sollievo, mentre gli gettava le braccia al collo.
Il figlio, dopo essersi divincolato con malcelato fastidio da quell’abbraccio inaspettato, gli aveva rivolto uno sguardo perplesso.
“Certo, sono io, chi dovrebbe essere? Mi hai fatto prendere uno spavento… Ti ho sentito gridare dalla mia stanza. Quando sono arrivato eri agitatissimo. Guarda, sei sudato fradicio… Ma che ti ha preso? Ti senti bene?”.
“No, stai tranquillo”, gli aveva risposto, mentre cercava di recuperare calma e lucidità, “Sto bene. È stato solo un brutto incubo. Ora è passato. Grazie per avermi svegliato. Ma che ore sono?”.
“E’ ora che ti alzi” gli aveva risposto il figlio visibilmente sollevato, “mamma è già andata al lavoro e tu, se non ti sbrighi, arriverai in ritardo anche questa mattina… Ma cosa hai sognato di così spaventoso?”.
“Ma niente, una vicenda assurda e ingarbugliata… Ora non ho tempo per raccontartela. Magari stasera, se me la ricorderò ancora. Piuttosto, tu e Giulia avete già fatto colazione?”.
“Giulia? E chi sarebbe?”
“Dai, non fare il cretino. Tua sorella…”
Carlo si era improvvisamente irrigidito.
“Papà, cosa stai dicendo? Non capisco…”.
Poi, con il viso teso in un’espressione seria e preoccupata, dopo un lungo momento di silenzio, aveva aggiunto, “Papà, io sono figlio unico.”

Il Gordo Madera non era un tipo agile. Saranno stati i suoi cinquant’anni e qualcosa o il doppio di quella cifra in chili o il suo passo lento, di sicuro non era un tipo reattivo il Gordo Madera. Alto, robusto, di umili origini, dall’aspetto non propriamente curato, aveva studiato un po’, ma era profondamente ricco di esperienze.
Noi più giovani lo ascoltavamo con attenzione, portava con sé una storia piena di lotte sindacali di altri tempi, conosceva la genesi dei più importanti partiti di sinistra e diversi aneddoti sui loro fondatori.
Ci mettevamo in cerchio intorno alla stufa a gas, sempre ardente nei gelidi corridoi di Rawson. Senza libri né diari né riviste, prendevamo tutto il sapere possibile dalle sue parole. Apprezzavamo le sue testimonianze intense, a volte ci pareva di distinguere il fumo delle sigarette delle riunioni di cui raccontava, i borbottii di fondo delle assemblee proletarie e persino la tensione prima della rappresaglia.
Perciò spesso non badavamo molto alla sua trasandatezza, né alla sua tendenza ad accumulare cose completamente inutili che conservava nel caso servissero.
Il Gordo era una miniera di storie da ascoltare, memorizzare e ripassare più tardi, nella solitudine della cella.
Peccato che non tutti apprezzassero alla stessa maniera i suoi racconti, il suo passo lento e riflessivo lungo i corridoi. Soprattutto le guardie, lente come lui, occupate nel faticoso lavoro di aprire e chiudere lucchetti o di gridare ordini senza senso, e invece sveglie e energiche nell’intervenire quando si trattava di castigare qualcuno dei detenuti.
Come un fuoco sadico che li animava all’improvviso, in modo primitivo, irrazionale, inumano sarebbe giusto dire, se non fosse che l’umano contiene anche la malignità.
Cosa guarda fuori dalla finestra? Non sa che il regolamento lo proibisce?
Ah, signor carceriere, ha notato il volo di quel gabbiano? Plana e sembra fermo…
Il volo dei grandi gabbiani del litorale atlantico della Patagonia era l’unico spettacolo degno di contemplazione in quel quadrato reticolato di cielo azzurro che si intravedeva dalla cella.
No, il signor carceriere non sapeva apprezzare la bellezza del volo libero di un gabbiano.
E al Gordo toccò trascinare le sue lente ossa verso uno spazio meno confortevole, la prigione del castigo, l’isolamento.
La decisione non lo sorprese, il Gordo Madera non era nuovo a quei luoghi inospitali.
Il meccanismo trasgressione-castigo-più castigo, il Gordo lo conosceva sin da Sierra Chica, in mezzo alla pianura pampeana, un altro luogo poco accogliente, come lo avrebbe definito con la sua solita parsimonia.
Là, da giugno del ’78 fino all’aprile del ’79, trascorse più tempo in isolamento che insieme a noi. La guardia esterna aveva scoperto delle denunce sulla la stampa estera, in occasione del Mundial ’78 che il Gordo aveva scritto di suo pugno, parola per parola. La guardia interna non ebbe dubbi nell’applicazione del braccio violento della legge carceraria.
Novantotto giorni dopo, provato dalle punizioni corporali e dalla scarsa alimentazione, tornò tra i suoi compagni.
Noi stavamo organizzando uno sciopero della ricreazione che sicuramente avrebbe provocato rappresaglie.
Non è il caso che partecipi, dato il tuo stato attuale, gli dicemmo.
Non se ne parla, non è facendo un passo indietro che si vincono le battaglie, sentenziò.
La sua punizione si prolungò per altri 123 giorni, fino a che il Controllo centrale decise di chiudere il carcere di Sierra Chica e smistare i detenuti in diverse prigioni.
Il Gordo fu mandato a Rawson. ebbe un momento di tregua finché, ammirando il volo dei gabbiani, ricominciò il suo calvario. Castigo, isolamento, punizione su punizione. Si sommavano i giorni, le settimane, i mesi, senza poter guardare il solito scorcio di cielo a scacchi.
Quando il Gordo tornò tra noi, appariva molto magro, debole, quasi senza voce.
Già nel 1981, una guardia lo pescò nei bagni che urinava poco più di un minuto oltre il tempo permesso. Allora, giovani come eravamo, non sapevamo dell’esistenza di quel minuscolo organo chiamato prostata. Nemmeno le guardie comprendevano motivazioni di tipo organico, quindi: ritorno alle segrete.
Cominciammo a preoccuparci seriamente per le sue condizioni di salute e qualcuno temeva per la sua lucidità mentale. Dei circa tremila giorni di detenzione, ne aveva accumulati 1.253 in cella d’isolamento, un trattamento riservato nemmeno ai capi guerriglieri.
In quei giorni, ricevemmo la notizia che il Gordo si stava rifiutando di consumare i pasti.
Da solo, imprigionato, senza contatti con l’esterno, nell’immensità della Patagonia, il Gordo Madera aveva iniziato uno sciopero della fame!
L’avvenimento provocò non poco sconcerto tra di noi. La sua decisione era stata spontanea, solitaria, senza alcun tipo di preavviso o di preparazione.
Non è possibile, non è in condizioni, affermavamo.
Passò un giorno, due, una settimana e lo sciopero della fame continuò.
Le notizie arrivavano frammentate. Trascorse così anche una seconda settimana e il Gordo non mollava, continuava a non mangiare. Inoltre, da due giorni si era persino rifutato di bere. Sciopero della fame e della sete!
La situazione si era fatta seria, grave.
In caso di debolezza estrema, era consuetudine portare il detenuto una settimana in infermeria per poi farlo tornare nelle celle gelide.
Ma come avrebbero fatto con un prigioniero che rifiutava d’ingerire cibo?
Avrebbero usato l’alimentazione forzata o l’avrebbero ignorato, lasciandolo morire, come aveva fatto la Thatcher con Bobby Sands?
Il quindicesimo giorno venimmo a sapere che il Gordo con altri tre detenuti era stato imbarcato su un aereo per Buenos Aires, diretto alla nuova prigione di Caseros.
Il Gordo Madera aveva vinto la sua battaglia e noi sospirammo di sollievo.
Quattro mesi dopo, lo stesso decreto del Potere esecutivo ci fece ritrovare insieme in una lista in cui ci concedevano la libertà vigilata.
Il destino volle che condividessi con lui, in una cella multipla col gabinetto in un angolo, le ultime ore di detenzione. Fu il preludio al tanto sospirato momento della scarcerazione.
Tutti noi ci eravamo liberati delle cose che possedevamo in prigione, cercando di uscire il più leggeri possibile. L’imprigionato non porta con sé nulla di materiale di ciò che aveva in prigione, sentenziavamo. Al massimo era concessa qualche lettera ritirata dalla Censura.

Al Gordo Madera venne consegnato un sacco colmo dei più svariati oggetti che si erano accumulati nelle sue varie peregrinazioni di cella in cella. Essendo quasi sempre in isolamento, le guardie accumulavano i suoi averi all’interno di sacchi della spazzatura, senza badare a selezionarli.
Il Gordo vide il sacco e iniziò a rovistare, pensando alla vita austera che lo aspettava al di là delle sbarre, a casa sua. Lungi dal buttare via quegli oggetti impregnati della sofferenza del confinamento e degli abusi, il Gordo si sedette e cominciò a sceglierli attentamente, uno per uno.
Una stufetta a cherosene? Mi serve, e la infilava nel sacco.
Una calza bucata? Non mi serve, e la abbandonava sul pavimento.
Un quaderno con metà delle pagine scarabocchiate? Strappò i fogli usati lasciandoli sul pavimento. Il quaderno? mi serve, nella borsa.
Una camicia stropicciata con un colletto logoro? Mia moglie aggiusterà il colletto, nel sacco.
Resti di tabacco, pacchetti di yerba a metà, magliette bucate, avanzi di salamini, vecchie zucche per il mate ammuffite, bottoni rotti, fogli con disegni che descrivevano il volo dei gabbiani, stracci di diverse dimensioni, penne scariche, pezzi di legno con incisioni lasciate a metà, fiammiferi usati, pezzetti di cartine per rollare le sigarette incollati insieme
Elementi che solo in una vita di reclusione e di assurde privazioni potrebbero accumularsi. Ora il Gordo li rifiutava, facendone un mucchio di quasi un metro di altezza, al centro della cella temporanea.
Chiuse il sacco con gli oggetti utili e si considerò pronto ad andarsene.
Quando la guardia vide il mucchio di rifiuti organici e inorganici che adornavano il centro della stanza, iniziò a urlare. Udimmo per l’ennesima volta una serie di insulti e minacce, addirittura peggio di quelli che sentivamo ogni volta che lo rinchiudevano nelle celle di isolamento.
Un brivido ci scosse.
La guardia, aumentò il volume delle sue urla, ordinandogli di raccogliere tutta quella merda. Il Gordo, dal canto suo, continuava a camminare con calma, assorbito da chissà quali pensieri. Mentre camminava piano, oltrepassò per un attimo la soglia della porta.
All’improvviso si fermò, guardò la guardia e disse:
Certo, devo proprio.
La guardia si calmò e lasciò passare il Gordo che, in quel momento, solo in quel preciso momento dei suoi 2.832 giorni di detenzione, per la prima volta, fece un passo indietro.
Il Gordo Madera tornò in cella, si sbottonò la patta dei pantaloni, lo tirò fuori, lo portò all’angolo della cella dove c’era il gabinetto, e iniziò una lunga, lenta pisciata, uno scroscio infinito, interminabile. Da quell’uretra usciva un torbido fiume di urina, un liquido dal colore scuro come le prigioni prive di finestre, dall’odore acre come quello dei succhi gastrici prodotti dalla fame, dal rumore secco come lo scricchiolio delle ossa sui letti di cemento. La guardia, guardava impotente.

Quando finalmente varcammo la soglia oltre quel recinto, il sole ci colpì in faccia con tutta la sua forza. Nel bagliore, vidi solo macchie gialle intorno a me, ma giuro di aver visto anche lui. Ho visto il Gordo uscire dalla prigione, accanto a me.
Lo vidi col suo zaino improvvisato sulla schiena. Lo vidi fare un passo e poi due passi.
Lo vidi fare il terzo passo e… come i maestosi gabbiani patagonici che ammirava dalla sua finestra, lo vidi spiccare il volo. Un volo deciso e sereno. Lo vidi volare e tornare da noi per salutarci e poi immergersi nel profondo blu del cielo. Il cielo, non più inquadrato dai reticoli, della sua libertà.

Scritti III: Biscrome

27/11/2018 | Scritto da Secondorizzonte | (0 Commenti)

La musica ha costituito un importantissimo campo di attività nella vita di Renzo Baldo. Se il suo spettro di interessi, proprio di un uomo di profonda cultura, fu quanto mai vasto e articolato, in esso la pratica e le conoscenze musicali occuparono comunque uno spazio essenziale. Baldo aveva acquisito sin da giovane buone doti di pianista e fu per tutta la vita un vorace lettore del repertorio musicale.
Nel lungo corso della sua esistenza diverse furono le occasioni in cui ebbe modo di rendere pubblico quello che era un interesse coltivato prevalentemente in una sfera privata. Tra i suoi maggiori impegni spicca quello all’interno della Società dei Concerti di Brescia, ma più del ruolo di organizzatore si integrò meglio nel suo profilo di acuto intellettuale quello di conferenziere e, ancor meglio, di scrittore in merito ai diversi argomenti musicali. Da questo punto di vista l’esperienza di BresciaMusica – di cui fu direttore dall’avvio, nel 1985, al 2004 – rappresenta un capitolo essenziale per ciò che concerne il rapporto tra Baldo e la musica.

Oltre a numerosi articoli, a lui si devono le note tempestive, non di rado pungenti, che si propongono in questo libro e che nella rivista alimentarono una rubrica il cui titolo, Biscrome, sottolineava l’efficace concisione di questi scritti.


Ordini

logo_rinascita_450pxSe vuoi leggere il libro nella sua interezza lo puoi acquistare alla nuova libreria Rinascita di Brescia (12 euro).
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Recensioni

Dal Giornale di Brescia del 25 novembre 2018.
Clicca sull’immagine per visualizzare l’articolo.

Da BresciaMusica di novembre 2018.
Clicca sull’immagine per visualizzare l’articolo.

Il filo della memoria lega la prima alla seconda parte degli scritti di Renzo Baldo raccolti in questo libro, da quelli autobiografici agli altri che tracciano ritratti – sintetici ed essenziali in alcuni casi, articolati e densi in altri – di coloro con i quali era intercorso un rapporto di consuetudine, amicizia, stima.
La sensazione di una continuità sostanziale che lega i primi scritti ai secondi trova certo origine nell’omogeneità delle figure pubbliche, dei ruoli sociali, delle professioni: insegnanti, giornalisti, intellettuali, cultori di musica sono, come l’autore, molti dei personaggi che si incontrano in queste pagine. Ma un motivo più profondo di questa continuità sembra potersi individuare se proviamo a leggere come un ritratto anche quello che emerge dalle memorie della propria giovinezza che l’autore propone e ne confrontiamo le linee essenziali con quelle che leggiamo nei ricordi e nei profili raccolti nella seconda parte.

In occasione del primo anniversario della morte di Renzo Baldo, i famigliari hanno promosso una nuova edizione di alcuni dei suoi scritti più significativi (raccolti, oltre che in questo libro, in un altro dal titolo Percorsi narrativi). Parallelamente, la rivista “BresciaMusica” ha pubblicato, in questa stessa edizione, i testi comparsi nella rubrica Biscrome.

Quella che segue è la prefazione di Carlo Simoni alla sezione “Ritratti” del libro:

 

Scrivere di sé, scrivere degli altri

Il filo della memoria lega la prima alla seconda parte degli scritti di Renzo Baldo raccolti in questo libro, da quelli autobiografici ai seguenti che tracciano ritratti – sintetici ed essenziali in alcuni casi, articolati e densi in altri – di coloro con i quali era intercorso un rapporto di consuetudine, amicizia, stima.
La sensazione di una continuità sostanziale che lega i primi scritti ai secondi trova certo origine nell’omogeneità delle figure pubbliche, dei ruoli sociali, delle professioni: insegnanti, giornalisti, intellettuali, cultori di musica sono, come l’autore, molti dei personaggi che si incontrano in queste pagine. Ma un motivo più profondo di questa continuità sembra potersi individuare se proviamo a leggere come un ritratto anche quello che emerge dalle memorie della propria giovinezza che Renzo propone e ne confrontiamo le linee essenziali con quelle che leggiamo nei ricordi che vengon dopo.

È di poche parole, fin da bambino, il personaggio che la memoria restituisce tornando agli anni dell’infanzia, e attento alle differenze che distinguono, durante il fascismo, l’ambiente borghese da quello proletario; la franchezza rude dello zio che sta a Borgo Milano, nella Brescia delle fabbriche, dalla prudenza dei propri genitori, che si traduce nella critica sottaciuta ed espressa più a gesti che in parole della madre o si risolve, nel padre, in una forma di nicodemismo alieno comunque dal consenso.
Non ama la retorica, il ragazzo che frequenta il liceo così come il giovane chiamato al servizio militare; gli ispirano un disagio profondo le parate e i riti collettivi che vengono imposti; depreca i protagonismi; diffida del conformismo, della doppiezza, del compromesso; detesta l’ambiguità delle posizioni, la semplificazione dei giudizi, la contraffazione delle ideologie.
La passione del confronto, invece, trova spazio nel suo animo, e del dialogo che non abdica ai principi in cui ci si riconosce: i valori della laicità e della cultura, di una cultura lontana da “astratti utopismi” ma innervata sempre di “tensione utopica”. Una cultura capace di esprimere l’impegno civile e politico di chi non si sente vocato alla “combattività partitica”.

Quando da questo autoritratto dell’autore nelle prime stagioni della vita passiamo a leggere di coloro che quella stessa vita hanno incrociato, la percezione di un ovvio cambio di registro si accompagna all’impressione che il discorso non trovi la soluzione di continuità che ci si potrebbe aspettare, ma in qualche modo prosegua.
Se sappiamo individuare le qualità di chi non è più, descrivere il suo modo di stare al mondo, la “verità esistenziale” che ha costruito nei suoi giorni, è perché in qualche misura abbiamo saputo “leggere quei fuggevoli tratti che ci consentono di intravvedere l’anima (di una persona) o almeno di accostarsi alla sua soglia”, aprendo con lei “consuetudini di colloquio, di conversazione, che ci permettono, almeno in parte, di capirla e di carpirle qualche dono o qualche segreto”.
L’eredità che ci ha lasciato era quindi già, in certo modo, parte di noi, e solo per questo possiamo ora riconoscerla, accoglierla, sentendoci capaci di metterne in luce la cifra, e di proporla così come qualcosa che non può andar perduto, perché ne va della possibilità di “pensare il mondo in una luce positiva”, della fiducia che continuiamo a riporre nei nostri simili. Della Speranza, in definitiva.

***

Non una sprezzante laconicità, ma la riservatezza di un uomo che non si lasciava facilmente conoscere, Renzo ricorda del suo maestro, Isidoro Capitanio: la “sua singolarissima modestia”, fraintendibile da chi non l’avesse conosciuto da vicino come “una sorta di incapacità di collocarsi con la necessaria e opportuna energia nel tessuto della società”. Segno inequivocabile, invece, del “bisogno irresistibile di un’esistenza anonima”, di uno “sforzo di allontanamento dalle distrazioni per raccogliersi nel religioso silenzio della propria meditazione, si concentrasse essa in termini di musica o in termini di saggezza molteplicemente e profondamente umana”. Senza per altro che questo implicasse il distacco da quel che accadeva: resta nella memoria la pacatezza con cui Capitanio pronunciava giudizi e opinioni, e “scarne ma rivelatrici osservazioni sulla vita politica contemporanea”.
Non diversamente, la “distaccata impenetrabilità” di Arturo Benedetti Michelangeli rimandava in realtà alla ferma volontà di “difendere il proprio mondo interiore, il recinto dove albergava e fioriva la sua sensibilità”.
“Schivo e ciò nondimeno affabile” appariva anche Giovanni Ugolini, “capace di avvolgerti con ironia pungente e al tempo stesso sorridentemente comprensiva”: “non accadeva mai di sentirlo cedere alla tentazione della sottolineatura verbale delle proprie convinzioni, al rischio della retorica dei sentimenti”.
“Pacata, seria, riflessiva, ragionata” era la scrittura di Guido Puletti, fautore di “un giornalismo attivo, attento, umano, intelligente, in grado di informare e di formare, senza ripiegamenti narcisistici”. In ciò vicino a un altro giornalista, Roberto Balzani, e alla “sua esperienza, orientata a non lasciarsi mai sfuggire l’importanza della simbiosi fra il rigore dell’informazione e l’impiego, su di essa, degli strumenti etici e intellettuali capaci di sottrarla al naufragio dell’insignificanza”, “in anni, si badi bene – scriveva nel ’97, Renzo, ma non occorre sottolineare come le sue parole suonino attuali – nei quali l’appassionarsi in nome di un’assunzione di impegno civile sembra aver sempre più ceduto spazio a forme di disincanto, nelle quali possono tranquillamente convivere dignitosa professionalità e ben dosato distacco.”
“Il segno del limpido e saldo rifiuto dell’artificioso” si coglieva nel modo di porsi di Davide Pelizzari: “dell’innaturale, dell’inautentico, che gli si configuravano come spie esplicite di qualcosa, di cui bisogna diffidare, qualcosa, che va dalla mistificazione alla sopraffazione.”
Qualcosa di simile a ciò che in Renzo Bresciani chiedeva “uno sguardo che interpreta, che ci colloca entro una visione della realtà, visione ben consapevole, non casuale e approssimativa, ma netta e irrinunciabile, mai proclamata, ma costantemente e sottilmente presente”, capace se necessario di tradursi in “una riflessione, netta e perfino risentita”. Esito di un atteggiamento che sembra richiamare la “sottile e tormentata volontà di chiarezza” di Teodoro Simoni.

Di Michele Zorat restano la “ricchezza e linearità delle sue convinzioni civili”, l’“acuta e continua attenzione alla vita politica e culturale”, la “sottile arguzia” come la “ disincantata saggezza”, frutto di “una visione serenamente e consapevolmente laica”, capace di coniugarsi ad “una partecipazione costante alla vita come responsabilità nei confronti degli altri”, “uomo tra gli uomini, senza paternalismi e senza servilismi, insofferente di ipocrisie, ansioso di partecipazione alla vita nella sua pienezza”. Caratteri che significativamente vengono sottolineati in un altro medico, Giuseppe Cernigliaro, “pronto ad intendere i bisogni di tutti, ma soprattutto degli umili, degli indigenti. Naturaliter christianus” anche se “di formazione laica, nutrito di fertile cultura umanistica e civile, imbevuto di mazzinianesimo costantemente rivissuto con fermezza nelle sue dimensioni etiche più pure.”
Analogamente, di Mario Lussignoli restano in mente “la sua capacità di piegarsi ad intendere e ad amare anche le manifestazioni più semplici ed elementari della vita”, il “suo carattere, dolcemente e teneramente aperto”, nella consapevolezza che “ogni separatezza è un vizio”, “e al tempo stesso severamente intransigente”, diffidente del “potere, in qualunque forma esso si organizzi” e pronto a indignarsi “contro i mercenari della parola, gli astuti organizzatori del consenso, gli esperti in massificazioni svuotanti”.
Il rigore, dunque, come virtù umana e civile, non destinata comunque a risolversi fatalmente in severità scostante: “Conoscendo persone come lui – il professore Cesare Trebeschi – ci si (poteva) persuadere che forse la laicità è fatta anche di sorridente benevolenza, e che sono gli uomini come Cesare che le consentono di essere presente nell’umile, ma vitale, concretezza della vita quotidiana.”
Partecipandovi silenziosamente, alla maniera di Giuseppe Perucchetti, uomo “non certo avvezzo a usare troppe parole”, ma non per questo incapace di manifestare la sua “forte inclinazione ad assumersi, pacatamente, ma decisamente, la responsabilità delle proprie convinzioni.”

Un tono sommesso, apparentemente minore (che in musica, ricorda Renzo, non è affatto termine riduttivo, ma indica anzi “l’ingresso in una più penetrante e intensa sfera emotiva”) manifestava la “saggezza” di Marco Bonomini, il sarto di Livemmo, che “si esprimeva in un calibratissimo equilibrio tra affettuosa partecipazione agli stati d’animo, alle vicende, agli umori degli altri, di tutti gli altri, e una sorridente garbatissima ironia, che smussava, ridimensionava, inquadrava e chiariva”; una sensazione simile a quella che nasceva in chi incontrava Maria Olga Furlan Fornari, maestra elementare, e la sua “cordiale, mai tramontabile, e adorabile, disponibilità alla vita come perenne operosità, proiettata a capire e ad aiutare, sempre pronta, perfino in un modo luminosamente ingenuo, a proporre calore di affetti, comprensione ed aiuto per gli altri”.

***

Tornando a scorrere queste pagine, si può notare come non rappresenti un caso isolato quello testimoniato nella prima parte del libro: la scrittura autobiografica sembra spesso non sapere, non volere andare oltre gli anni della giovinezza, quasi che l’intenzione di restituire fedelmente il chi si è stati non possa esser mantenuta se ci si avvicina al chi si è; avvertiti, forse, della velleitarietà, o dell’intrinseca e inaggirabile ambiguità, dei propositi di dir di se stessi in tutta verità che dichiarano Montaigne e Rousseau, soprattutto.
Dire degli altri, allora, di quelli in cui ci si è riconosciuti, può offrire – senza costituire l’approdo di un intento consapevole – la possibilità di continuare il discorso iniziato: i tratti che di loro si è saputo cogliere, e la loro morte chiama a mettere in parole, lasciano intravedere quegli stessi che ci appartengono, o vorremmo ci appartenessero (o fossero appartenuti) più compiutamente. Quasi a cercare in quelli convalida di ciò che siamo o non abbiamo cessato di aspirare ad essere; quasi a tentar di proseguire la delineazione di quel ritratto di noi stessi che incessantemente, pur senza averne piena coscienza, vorremmo completare, sfidando l’evidenza del fatto che solo gli altri potranno percepire nella nostra vita una storia. E dunque provandoci, nonostante tutto, a dire chi siamo stati, chi eravamo; quali erano i caratteri essenziali che la nostra esistenza ha infine lasciato trasparire, senza che coincidessero con i tratti di eccezionalità che si vuole connotino gli uomini illustri, ma senz’altro di unicità, e irripetibilità, che competono anche a coloro che illustri non si sono detti. In ciò ricordando l’insegnamento di uno di coloro di cui Renzo racconta, Nando De Toni, grande studioso di Leonardo, che “amava dire che non esistono geni, eccezionalità, ma soltanto anelli di una catena della quale tutti facciamo parte.”


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logo_rinascita_450pxSe vuoi leggere il libro nella sua interezza lo puoi acquistare alla nuova libreria Rinascita di Brescia (12 euro).
Via della Posta, 7 – 25121, Brescia
Tel. 0303755394
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Recensioni

Dal Giornale di Brescia del 25 novembre 2018.
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Da BresciaMusica di novembre 2018.
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Percorsi narrativi raccoglie i testi letterari di Renzo Baldo: apre con una “summula” in chiave aforistica del pensiero intimo di “Filippo Ottonieri Junior”, prosegue con la rappresentazione dei regni di distopia nei “Racconti rabelesiani”, per continuare sui condizionamenti biologici, le forme di alienazione e le aspirazioni a nuovi ordinamenti sociali che attanagliano l’uomo moderno in “Paradossi (quasi racconti)”, per concludere, infine, con i “Pensamenti dello zio Eufrasio”, ultima ed estrema personificazione aforistica del sentire laico del narratore.
Il ritratto che emerge, sottolinea Giovanni Tesio, è quello di un “moralista in senso classico”. Per dar corpo al suo pensiero, Baldo ricorre a frequenti riferimenti culturali, ora espliciti, ora impliciti, mescola diversi registri formali, affidando il suo messaggio a scelte lessicali e a intrecci concettuali che il lettore è invitato a individuare e il critico aiuta a portare alla luce, rilevandone, tra l’altro, lo stile consapevolmente classicistico, “marginale per scelta”, per “meditato straniamento”, nel quale l’autore trova “il suo pieno domicilio”. Per dire, esponendosi di persona e senza mai arrendersi, la problematicità del vivente.

In occasione del primo anniversario della morte di Renzo Baldo, i famigliari hanno promosso una nuova edizione di alcuni dei suoi scritti più significativi (raccolti, oltre che in questo libro, in un altro dal titolo Memorie e ritratti). Parallelamente, la rivista “BresciaMusica” ha pubblicato, in questa stessa edizione, i testi comparsi nella rubrica Biscrome.


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Il castello di polenta

16/10/2018 | Scritto da Mauro Abati | (0 Commenti)

Era ferito, gettato nella neve; un fuciliere nascosto dietro le rupi colpì la sua discesa. La bianca uniforme degli alpini sciatori, sporca del sangue, puzzava di sudore e di febbre. Riverso e privo di sensi, col tempo l’alito bollente e l’ipertermia avevano scavato la buca nella neve fresca, sciogliendo l’arrossato candore, e pian piano il corpo vi s’era infilato per semplice gravità; alla fine sporgevano solo le gambe, come due monconi sui quali sferzava il vento.
Dopo la battaglia, in ricognizione per ritirare i cadaveri, la pattuglia sulle prime lo diede per morto. Ma risvegliato dal vociare e dal trafficare dei barellieri, sentendoli dire (non senza l’ironia dei sopravvissuti) “Guarda questo come s’è messo”, in qualche modo riuscì a lanciare segnali, un urlo, un rantolo, muovendosi un poco nel gran dolore, e finalmente lo conobbero per vivo, quel giovane alpino dell’Adamello infossato nella neve. Era il 1917. Il soldato riuscì a guarire e ad aver figli e nipoti. Io sono uno di questi ed il fatto me lo raccontò lui stesso, ormai vecchio e incavalierato dell’ordine di Vittorio Veneto.
Era dunque il 1917 e nella Russia preda della crisi economica e dell’avanzata del nemico (lo stesso nemico degli alpini dell’Adamello) avevano già sloggiato lo zar e si rincorreva una rivolta dietro l’altra; mio nonno aveva 22 anni. Dopo il ferimento fu congedato. A guerra finita, non avendo lavoro, emigrò in Svizzera e lì lavorò sotto un mezzo parente; presto, però, ebbe da ridire per via che quello, che, dopo un matrimonio con una facoltosa del posto, aveva messo in piedi una fabbrica, obbligava i dipendenti a rifornirsi di cibo nello spaccio da lui stesso condotto e a vivere in alloggi di sua proprietà, detraendone i non modici costi dalla paga mensile. Così mio nonno non stette molto in quelle contrade; si trasferì in Francia ma poi tornò in valle a lavorare da capomastro nei cantieri.
Da qualche anno qui tirava aria di socialismo e anche il sindaco di Gardone era stato ridotto al confino essendosi opposto, nel ’15, all’entrata in guerra. “Imola lombarda” era chiamato Gardone sui giornali del tempo, in riferimento alla cittadina emiliana, patria di un forte movimento socialista e pure del primo eletto di quel partito nel Parlamento del Regno, Andrea Costa, per un po’ d’anni compagno di Anna Kuliscioff.
Insomma, mio nonno, dopo i patimenti di una guerra combattuta a tremila metri di quota, in grotte di ghiaccio e con la minaccia della fucilazione per i disertori, s’avvicinò al socialismo e si prese la tessera del partito. D’indole insofferente e schiettamente anticlericale, nel ‘19 si schierò con i massimalisti contro i riformisti di Filippo Turati (l’altro uomo della Kuliscioff). Insieme ad altri costituì una cellula rivoluzionaria a Bovegno (un paese di duemila abitanti, la metà minatori), cellula che aderì alla mozione comunista già dal congresso di Livorno del ’21. Fausto, mio nonno, e i suoi tre fratelli erano una buona parte del piccolo gruppo sovversivo, in tutto undici uomini e una certa frangia giovanile di nuova leva. Dopo il biennio rosso, gli scioperi agrari e l’occupazione delle fabbriche tra ‘19 e ‘20 all’insegna del “Faremo come in Russia”, però, facendo sponda sulla crisi economica, la reazione capitalista ormai riconquistava terreno. Le elezioni di quell’anno diedero un brutto colpo agli inconcludenti socialisti. Per parte loro, i comunisti di Bovegno dovettero decidere quale posizione sostenere: la linea gramsciana del centralismo democratico, che voleva la partecipazione alle elezioni, o la linea bordighiana del centralismo organicista, invocante invece l’astensione rivoluzionaria, ma che si era meritata un’invettiva direttamente da Lenin col pamphlet “L’estremismo malattia infantile del comunismo”? La questione era se in Italia esistesse o meno, nei fatti, un terreno pronto alla rivoluzione proletaria. A Bovegno i comunisti scelsero Gramsci, parteciparono alle elezioni e presero 52 voti sui 100 di tutta la valle: nel loro piccolo si difesero bene, ma nell’insieme furono uno sputo nel Mella.
Quando il fascismo s’impose, i quattro fratelli non mancarono d’essere al centro d’una certa persecuzione a base di botte, perquisizioni domiciliari, olio di ricino e qualche giorno di galera qua e là, tanto che Giovanni decise di andarsene a Marsiglia e di lui non si seppe più niente per molti anni; poi giunsero notizie d’un suo matrimonio con una ballerina spagnola, ma infine la sua vicenda si perse nell’abisso.
Maffeo, durante la prima guerra era stato fatto prigioniero dagli austriaci e quando tornò era malato e ostile verso un po’ tutto, ancora più schivo e riottoso di quanto non lo fosse di carattere. Restò celibe e non ne so niente di più.
Natale, a lungo ricordato anche nei paesi vicini come gran bevitore e amante di baldorie, era il più giovane di tutti e il più assiduo nella militanza. Durante la Resistenza fu parte del Cln della valle, poi trascurò la politica attiva e si trasferì al Carmine di Brescia con tutta la famiglia. Mio padre mantenne a lungo contatti con loro e io stesso ricordo l’affollata, vociante e fumosa osteria in via Capriolo gestita da un cugino.
Il 25 aprile del ’45, Fausto, mio nonno, uscito a vedere come si mettevano le cose tornò a casa con un moschetto recuperato chissà dove, come fosse stato un partigiano della prima ora. In realtà non sembra avesse rivestito un ruolo particolare nella Resistenza e giudicherei ammissibile solo qualche coinvolgimento nella propaganda clandestina, probabilmente nel retrobottega di qualche osteria. Passò qualche anno prima che venisse rinvenuta una pistola nel cassetto del tavolino che oggi io uso come scrivania e può darsi che quell’arma costituisse il suo modesto contributo ai preparativi rivoluzionari conseguenti all’attentato a Togliatti.
Di fisico gagliardo, come certo si è già intuito, anche lui non disdegnava le bettole e quand’esse chiudevano, non di rado la sua compagnia si spostava a casa obbligando mia nonna a lasciare il letto e servire da mangiare a tutti, sobri o ubriachi.
La pistola fu perduta o gettata, il cappello d’alpino collocato in una vetrinetta del gruppo sezionale dell’Ana. Il ritratto del nonno, compiuto secondo uno stile vagamente concettuale anni Settanta, con l’immancabile pipa e la nuvola di fumo, opera giovanile di un mio cugino acclamato pittore, riposa in qualche angolo di chissà quale cantina.
Io lo ricordo passeggiare in paese o nella camera d’ospizio salutarmi con enfasi come stesse iniziando un discorso pubblico, orgoglioso che, nella mia piena adolescenza, mi lanciassi in qualche tentativo poetico, degno nipote d’un uomo che si vantava dell’eleganza della propria calligrafia.
Lui stesso aveva in ammirazione i poeti, in particolare lo scapigliato Lorenzo Stecchetti, nei componimenti del quale rinveniva una sorta d’imprimatur alla propria verve anticlericale. A quel tempo l’ospizio era ancora condotto da suore e lui non si esimeva dal declamare i testi più pungenti alla madre superiora, accompagnandosi con i tozzi gesti di un braccio semi anchilosato in seguito ad una caduta sulle scale in stato di ebrezza.
In particolare ricordo lo stile laconico, ma in fondo autoreferenziale, con cui recitava a memoria alla suora “Il castello di polenta”, ombrosa gouache nella quale si compara il feudatario che sfrutta la plebe e il prete che s’approfitta delle contadine.
Mio nonno era mio nonno, ma negli anni più recenti ho visto mio padre assomigliargli sempre più man mano invecchiava: gli zigomi e la fronte tondeggianti, il mento piccolo, gli occhi ormai acquosi ma chissà come attenti, piccoli nel cranio sempre più simile a un teschio. Ma ormai mio padre ha già superato di qualche anno la già rispettabile età alla quale il nonno morì.
A parte l’episodio del ferimento al tempo della guerra, con me Fausto si astenne dal raccontare delle sue vicende giovanili, delle rincorse rivoluzionarie in un men che periferico tassello della grande geografia del mondo, delle polemiche, dei rimedi per campare un po’ meglio, delle miserie ordinarie, dei giochi di specchi e degli specchi per le allodole, e d’altra parte ero forse troppo giovane per capirle o per ricordarle. Le notizie le ho raccolte invece da mio padre e da qualche libro di storia locale, nel quale i nomi dei parenti punteggiano qua e là una schiuma umana che sa di terra e fogliame in decomposizione.
La raccolta “Postuma” di Stecchetti, significativamente sottotitolata “Il canto dell’odio e altri versi proibiti” mi capitò tra le mani ad una bancarella di libri usati; la comprai e così potetti meglio conoscere, a distanza di anni, ciò che mio nonno leggeva. Forse lui non venne mai a sapere che anche dietro il nome di quel poeta tanto amato si nascondeva un altro gioco di specchi, giacché Stecchetti non era che uno dei tanti personaggi di fantasia di cui si nutriva l’opera bizzarra di Olindo Guerrini, il quale invece passava per solo curatore del florilegio. È invece molto probabile che il gancio, se così si può dire, che decisamente lo prese al cuore, fosse stato l’ultimo capoverso, di sapore socialisteggiante, del “Saluto” dal Guerrini aggiunto all’edizione del libello del 1903: “Giovani, a voi! Non sdegnate di raccogliere questa bandiera ch’io credetti di verità nello scrivere, di libertà e di giustizia nel vivere. Raccoglietela da queste povere mani, stanche ma fedeli, deboli ma non vili, e portatela voi, migliore e più bella, in alto in alto, nella radiosa gloria dell’avvenire! Addio!”
Ironia degli addii, il funerale di mio nonno non fu celebrato con rito civile, come lui avrebbe voluto, per via di un’intesa, più di sguardi che di parole, tra la suora dell’ospizio e due mie zie, sue figlie, sfacciatamente perbeniste.

novembre 2017

Il miserabile

19/09/2018 | Scritto da Carlo Simoni | (3 Commenti)

Carlo Simoni, Il miserabile, Castelvecchi 2018

“Il miserabile, “l’infelice”: così Walter Benjamin era chiamato a Ibiza nelle due estati trascorse sull’isola nei primi anni Trenta, alla vigilia del suo definitivo esilio a Parigi. Un Benjamin trasandato nell’aspetto fisico, ben lontano dall’immagine trasmessaci dalle fotografie di Gisèle Freund. Eppure, proprio in quei stessi giorni il pensatore tedesco è impegnato in letture approfondite e nell’elaborazione di scritti decisivi, mentre la sua vicenda umana, segnata da momenti di crisi profonda, si intreccia ad amicizie e ad amori incontrati nel corso del suo soggiorno. I fatti narrati in questo romanzo trovano riscontro in ricostruzioni biografiche e cronache (in particolare quella di Vicente Valero, Experiencia y pobreza) e traggono spunto dalle lettere, dai saggi e dai racconti composti da Benjamin durante i mesi trascorsi a Ibiza. I caratteri, i comportamenti e le relazioni reciproche dei personaggi, invece, sono frutto dell’immaginazione dell’autore.

Walter Benjamin ritratto da Jean Selz a Ibiza nell’estate del 1933 e in due fotografie di Gisèle Freund di pochi anni dopo

Quelle che seguono sono alcune pagine tratte dal romanzo:

1.

“La stanza non ha tende alle due finestre che guardano sul porto.
Era la prima cosa che facevo una volta, in una casa nuova: cercare il tessuto, scegliere i colori, tagliare e cucire le tende, appenderle dietro i vetri. Come a stabilire un confine, fra il dentro e il fuori, fra noi e gli altri. Anche se sono sempre stata di quelli che non sanno rinunciare a guardare nelle finestre delle case, quando ci passano davanti. Dal treno soprattutto, quando è buio e rallenta o addirittura si ferma poco fuori dalle stazioni: ci si viene a trovare vicinissimi alle case, spesso, ma più in alto della strada. All’altezza del primo, o del secondo piano. All’improvviso, spettatori di fronte a piccoli palcoscenici illuminati dove donne sole aspettano, o stanno sedute col marito e i figli a tavola. Oppure spazi vuoti di persone che però si sa che sono lì, in un’altra stanza, come fossero dietro le quinte, e di lì a poco dovessero comparire sulla scena. Non si riesce a distogliere gli occhi da quelle finestre, presi come da una nostalgia improvvisa, da un rimpianto per qualcosa che ci sembra di non aver avuto, che abbiamo presentito, molto tempo fa, ma non abbiamo poi potuto vivere. Senza voler immaginare che qualcosa di straordinario possa avvenire dietro quei vetri, non vogliamo perdere un attimo del tempo che ci è concesso dalla sosta imprevista. Come se quel che vediamo stesse per rivelarci un segreto che è sempre stato a portata di mano. Una verità che ci riguarda. Vicina e pure indistinguibile.
(…) È la casualità, insieme alla relativa brevità, di quelle fermate, a farcele sentire come occasioni da non perdere, per godere a pieno quello che ci possono dare. (…) Se la sosta dura più di qualche minuto, come senza dircelo avevamo temuto, sentiamo balenare in noi, che fino a quel momento avevamo sperato si protraesse, il desiderio che il treno si rimetta in movimento: sentiamo che la compiutezza del racconto appena intravisto rischierebbe di slabbrarsi nella trama banale di un romanzo sconclusionato, alla fin fine insensato. Come la vita.”

2.

“Era uno sguardo diverso, il suo. Gli occhi ridotti a due fessure dietro le lenti spesse degli occhiali senza montatura. Azzurri e distanti, e pure luminosi, attentissimi.
Li avevo sentiti su di me la prima volta che ci eravamo seduti a uno dei tavolini che ho ritrovato tali e quali, sotto le mie finestre. Era l’unico caffè allora, sul porto.
Non li aveva distolti quando avevo ricambiato il suo sguardo, ma mi ero resa conto che non guardava esattamente me, o non solo me. Quel che avevo intorno piuttosto. Mi guardava, ma allo stesso tempo – intendo dire – sembrava vedesse qualcosa che non coincideva con il mio viso, il mio corpo, e neanche gli stava dietro. Non era uno di quegli sguardi che ti oltrepassano, che ti attraversano come fossi trasparente, il suo. Non era oltre me quello che aveva fermato i suoi occhi: era attorno a me…
Mi guardava come se, più che vedermi, mi ricordasse, anche se mai ci eravamo visti prima. Era come mi ricordasse, sì, è forse questo il modo migliore per dirlo.
Jean aveva seguito il mio sguardo e, inaspettatamente, aveva raggiunto quell’uomo che, alzandosi dalla sedia aveva fatto a mio marito un piccolo, curioso inchino. Mi era parso un modo, più che affettato, un po’ stravagante di salutare.
Quando vennero da me e Jean me lo presentò, quella luce si era già spenta.
I suoi occhi erano distanti mentre, un po’ goffamente, accennava un baciamano.
(…) Nella lentezza di quell’uomo, nella sua trasandatezza, nella gentilezza un po’ antiquata che si distingueva a mala pena dall’indecisione che rallentava ogni suo movimento, ebbi subito la sensazione che si nascondesse uno spirito del tutto diverso: quel brillio degli occhi, quello sguardo penetrante che mi era capitato di vedergli la prima volta che l’avevo incontrato mi facevano supporre in lui un pensiero sempre al lavoro, una risolutezza di idee che smentiva la sua timidezza con gli altri, una passione di capire che non restava confinata ai libri, ma lo accompagnava in ogni momento. E non poteva non intralciarlo nella vita d’ogni giorno, quando era fra la gente.”

3.

Ero incuriosita di sapere dove andasse con i due o tre libri che si portava sottobraccio, l’altra mano occupata da una coperta che si era svolta e strisciava con un lembo per terra. Lo vidi scomparire fra gli alberi, ma non mi fermai. Camminavo con circospezione, per il timore di calpestare qualche rametto e farmi sentire. Credevo d’averne perso le tracce quando mi affacciai su una minuscola radura: era lì, e leggeva, seduto sulla sua coperta, la schiena poggiata al tronco di un pino, due libri accanto, fra l’erba, e su quelli un quadernetto aperto. Lo vedevo di tre quarti, lui non aveva avvertito la mia presenza. Leggeva, assorto, colla mano a far visiera sopra l’occhio destro, e fumava la pipa, spegnendo accuratamente il fiammifero e mettendoselo poi nella tasca della giacca, ad evitare che la minima brace potesse propagare il fuoco nel bosco. Già, era in giacca camicia e cravatta anche lì, per quanto malandate.
Di tanto in tanto interrompeva la lettura e volgeva gli occhi verso l’alto, tra le chiome degli alberi. Restava così a lungo, come immaginasse – pensai io – di poter essere lassù, fra le fronde che ondeggiavano alla brezza, a guardare il mare. Si spostò a un certo punto e, stesa la coperta sull’erba, ci si sdraiò, restando immobile, con gli occhi aperti però – riuscivo a distinguerlo – sulle foglie dell’albero sotto il quale si era steso. Poi si alzò. Ripiegò la coperta e si rimise seduto prendendo a scrivere sul suo quaderno, interrompendosi tuttavia di tanto in tanto a guardare ancora in alto, come a verificare la giustezza di quel che andava scrivendo confrontandolo con quel che aveva visto e vedeva lassù, e che tuttora lo rapiva, si sarebbe detto, tanto che sembrava distogliersene a malincuore, per ricominciare a scrivere. Quel guardare in alto, fra gli alberi, quell’essersi immaginato lassù fra le fronde, a tu per tu con gli uccelli che vi sostavano, sembrava dargli nuova ispirazione. Tornò poi al libro e dopo qualche minuto di lettura scrisse qualcosa nei margini della pagina. Ripose quindi la stilografica nel taschino della giacca e si mise a scartabellare fra le pagine di un altro dei volumi che s’era portato.
Mi fu chiaro in quel momento da dove gli venisse la calma che avevo sentito in lui, nelle sue parole. Era in un luogo come quello, in quel modo di stare che trovava la quiete, una quiete laboriosa, meditativa, feconda, e lui se l’era costruita, a Ibiza come dovunque il suo ininterrotto peregrinare l’aveva e l’avrebbe portato: camere d’albergo, stanze in affitto, case d’amici, tavolini di caffè, scompartimenti di treni.”


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Vedi la scheda del libro sul sito dell’editore, cliccando qui.


Recensioni

Dal Giornale di Brescia del 29 settembre 2018.
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Da Bresciaoggi del 9 novembre 2018.
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Dal Corriere dell’8 novembre 2018.
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