2. (Solo + sola)

Il solito sgabello nel solito bar. Era un locale senza pretese, niente happy hour, niente musica, niente macchinette mangiasoldi. Un bar di quartiere mai rinnovato, tavoli di legno segnati dalle bruciature di sigaretta, a testimoniare che per anni nei bar ci si era potuto fumare, e dalle cicatrici a cerchiettini lasciate dai calici. Sembrava pulito, anche se era tenuto un poco in penombra, forse per lasciare indefiniti i pensieri consumati, i ricordi rosicchiati dal tempo degli avventori, quasi tutti anziani, che di passato da dimenticare non mancavano.
Lui si sedeva al bancone, in uno solo non occupi un tavolo. Sceglieva l’ultimo posto, quello dove il banco aveva già fatto la curva e ci si poteva appoggiare al muro. Non aveva bisogno di ordinare: Beppe il barista, lo conosceva, anche se in verità parlati non s’erano parlati mai. Sapeva che lui beveva birra, birra da poco, per poterne ingurgitare di più.
Dick era tollerato, il barista lo lasciava accovacciarsi sotto il suo sgabello, perché sapeva che era un cane ben educato, uno di quelli che non attacca briga, che non abbaia, uno che gli basta stare con il padrone, andare dove va lui, sedersi dove lui si siede e fare silenzio quando si deve. Quel cane non lo abbandonava mai e non pretendeva gran che. Certo c’era da portarlo fuori almeno due volte al giorno, ma se proprio Franco non era in grado, Dick si arrangiava da solo. Aveva imparato ad afferrare con le zampe anteriori la maniglia della porta d’ingresso e ad appendercisi di peso fino ad aprirla per poi scendere le scale e fare i suoi bisogni nel cortile condominiale. Tanto lì erano tutti poveracci, per lo più immigrati, e alla pulizia mica ci badava nessuno.
A Franco non piaceva quella storia del cane che sgusciava da solo in cortile, hai visto mai che i cinesi del quarto piano se lo cucinavano per cena. Non hanno proprio religione quelli, per loro un cane è come un pollo. Ma certe sere non ce la faceva proprio ad uscire, era come insabbiato in una tristezza dolciastra, di quelle che ti si attaccano come la colla e ti imbrattano di grigio dentro. Altre era troppo sbronzo per reggersi in piedi e neanche riusciva a raggiungere il letto. Succedeva che si svegliasse il mattino rannicchiato sotto il tavolo della cucina, la faccia in una pozza di grappa da poco, colata dal collo della bottiglia.
Aveva cominciato a esagerare con l’alcool, poco per volta. Non che avesse deciso di imboccare quella strada, era la strada che gli si era distesa sotto i piedi da sola, prima che lui potesse realizzare, scegliere. E di bicchiere in bicchiere il tasso alcolico lievitava e ogni sera di bicchieri ce ne voleva uno di più.
La birra aveva il pregio d’invogliare al rutto, e il rutto, si sa, manda giù. E lui da mandare giù ne aveva parecchio.
Aveva deciso che non era una buona cosa bere da solo, per via di quella parola solo che gli prudeva sulla pelle. Non sarebbe diventato un vecchio ubriacone, di quelli che trovano stecchiti in casa magari dieci giorni dopo la morte, già decomposti. Allora aveva preso l’abitudine di andare verso sera al bar di fronte, lui e Dick, a bere sbirciando la strada polverosa di fuori. No, Dick non beveva di certo, anche se una volta l’aveva sorpreso a leccare del rosso che lui aveva rovesciato sul tavolo. Beppe, gli dava sempre un pezzo di pane vecchio e il cane gli faceva festa, gli leccava le mani, raddrizzava le orecchie come a ringraziare.
Era una bella compagnia un cane, l’unica di cui un uomo si potesse fidare. Un cane non pretende, al massimo butta fuori due versi a fauci spalancate per farti capire che una corsetta non gli andrebbe storta, o che un poco di cibo a riempirgli la pancia sarebbe gradito. Soprattutto un cane non parla, non ti racconta i fatti suoi e non ti chiede i tuoi, non ti dà il tormento, non ci da sotto con la rava e la fava, non ti vuole diverso da ciò che sei. Con un cane si può stare in silenzio come se si fosse soli.
Franco aveva capito molte cose sullo stare soli. Da solo s’era allenato a sopravvivere quando la nostalgia gli toglieva la forza, a blandire la collera quando gli deflagrava dentro. La sua vita si torceva giorno dopo giorno come il tronco d’un ulivo, dentro di lui il buio s’insediava e Dick stava lì, presente, silenzioso a vederlo sgonfiarsi poco a poco come una gomma bucata, senza recriminare, senza consigliare, senza pretendere.
Forse era per quello che tutti i punkabbestia avevano un cane, rognoso come loro, sporco lurido, ma accoccolato vicino, all’apparenza felice di quel poco. E loro, i punkabbestia, camminavano con il cane a fianco, mai legato per via di quell’illusione della libertà, la barba lunga, i vestiti che non si potevano guardare e dormivano per strada, cane e punk abbracciati, che quasi si assomigliavano rannicchiati nel vano di un portone. Chissà se erano felici? Chissà se spogliarsi di tutto, se ridurre la vita all’osso, a mera sopravvivenza, era meglio? Forse loro avevano capito quello che conta davvero.

Lei glielo aveva lasciato Dick, in uno slancio di generosità imprevisto che lo aveva stupito. Quella donna era così, ti buttava fuori casa e poi ti regalava il cane.  Due giorni dopo quella sera dell’appostamento sotto casa con la carabina carica, si era presentata alla porta delle sue due stanze fetide, bella, luminosa, ma con un’onda di tristezza nello sguardo che lui volle interpretare come rimpianto, o forse malinconia. Forse lui cominciava a mancarle?
All’inizio gli era balenato il dubbio, la speranza che lei lo rivolesse con sé, ma era stata la frazione di un secondo. Non era da lei tornare sui suoi passi, lei era una calma, non irosa come lui, lei non s’infiammava, lei ponderava, analizzava e poi alla fine decideva. E allora era finita, quando lei si metteva in testa una cosa non gliela levava più neanche il Padreterno.
Non l’aveva invitata a entrare, non voleva esibire il suo squallore, la sua disperazione e tutta quella solitudine arrampicata sulle pareti, distesa sul pavimento sporco. Aveva con sé il cane e glielo stava consegnando. Il loro cane, quello che avevano scelto insieme al canile perché il bambino s’era fissato con il desiderio di un animale. E neanche a farlo apposta, quel bambino anemico aveva scelto il cane più pulcioso, svergolo e sgangherato di tutti quelli disponibili. Forse era la pena che lo muoveva, forse il bambino si specchiava nel cane, o forse lei l’aveva infettato con quella storia di aiutare deboli e indifesi, di non tirarsi indietro, di stare dalla parte degli ultimi. Figlio sfigato e cane sfigato, bella accoppiata.
Ma lui con lei non riusciva a farsi intendere, provava a comandare, a dire la sua, ma lei, che con le parole ci sapeva fare, lo metteva nel sacco alla svelta, squadernando delle buone ragioni che lui neanche aveva considerato. Allora lui alzava la voce, metteva in fila due frasi stitiche e le urlava fuori con impeto astioso, come se il volume potesse compensare tutto quello che non riusciva a dire.
A ben vedere, Dick era un gran cane e con lui s’era inteso subito, subito l’aveva individuato come capo branco. Almeno il cane capiva qualcosa, almeno per il cane Franco contava qualcosa. O forse era perché toccava a lui portarlo fuori la sera e la mattina presto. Era così, moglie e figlio sceglievano e lui si pascolava le grane.
Erano impagabili le passeggiate col cane, soprattutto il mattino presto. Dick cominciava a leccargli le mani già prima delle sei, e se lui fingeva di non sentire, passava ai piccoli morsi, solo un accenno, forse un avviso che se non si fosse alzato avrebbe addentato di più. Franco s’infilava una tuta, si tirava in testa il cappuccio e fuori, Dick davanti a correre, poi ad annusare tutti gli angoli e i portoni per decidere se quello era il posto giusto per farci pipì. Che non la faceva tutta insieme come fanno i cristiani, ne buttava lì un goccetto e poi ricominciava a correre. Dopo qualche minuto, eccolo pronto per il secondo goccio, e poi per il terzo. E in mezzo, fra una pipì e l’altra, aveva un gran da fare a zampettare e saltare. E gli toccava accelerare anche a lui per stargli dietro, anche se Dick aveva ben altro fiato e filava come un razzo avanti e poi indietro per vedere se Franco non si fosse perso, e gli addentava la tuta perché lui si desse una mossa, perché la città addormentata era un sogno da godersi tutto, senza rallentare, senza perdersi nei pensieri.

Lei glielo stava affidando e quel dono lo sorprendeva. Avrebbe dovuto essere imbestialita con lui per la cazzata del fucile. Invece, eccola con cane al guinzaglio, ciotola e cibo. Che avesse annusato la sua disperazione? Che lui le avesse fatto pena? E allora perché non se lo riprendeva? Perché non veniva a proporgli di riprovarci invece di liquidarlo con un cane, come se anche lui non fosse che una bestia?
Non glielo chiese, l’orgoglio impediva la domanda. E poi non avrebbe saputo come, che parole usare per farsi capire, per proporre senza implorare. Che un maschio deve conservarla la dignità. E poi c’era il brizzolato della bmw, quello con la faccia malinconica. Meglio tacere.
Senza neppure un grazie, aveva preso il guinzaglio e le aveva chiuso la porta in faccia. Che andassero al diavolo lei, quello della bmw e la compassione che le aveva letto negli occhi. Lo metteva a posto con un cane, come se una bestia bastasse a riempire il vuoto d’amore.
Neanche l’aveva guardato Dick quella sera, perché gli sembrava troppo poco, una miseria, un cane al posto di una famiglia, che faccia tosta.
E invece Dick era ben più di una bestia, lui capiva un sacco di cose senza bisogno di dirgliele, lui sapeva quando era ora di mettersi tranquillo, di dormire o di fare finta di dormire. Il cane lo teneva d’occhio a modo suo, senza rompergli l’anima, senza dirgli che cosa dovesse fare.
Una notte in cui Franco era svenuto e giaceva incosciente sul pavimento, un tasso alcolico poco compatibile con la sopravvivenza, Dick s’era attaccato alla maniglia della porta d’ingresso con tutto il suo peso, era uscito e aveva cominciato ad abbaiare e a grattare alla porta dei negri del Camerun per chiedere aiuto. E i negri, incredibile a dirsi, avevano chiamato un’ambulanza. Forse questi giargia, non tutti, questi del Camerun, non erano poi così male.
Bella bestia quel cane, bel cervellino, bella prontezza di spirito e, soprattutto, a lui ci teneva, altrimenti chi glielo avrebbe fatto fare di sobbarcarsi tutto quell’abbaiare, e grattare, e saltare per salvarlo.
E senza neanche sfasciargli le scatole perché smettesse di bere. Dick se lo teneva così, non proprio lindo, la barba rossiccia sfatta, lo sguardo annacquato e quel leggero tremore nelle mani. Non ne faceva una questione, perché quando si vuole bene non si rompono le palle.

Entrano nel bar come ogni sera, senza salutare nessuno. Non é lì per fare amicizia e poi sono quasi tutti vecchi che giocavano a briscola.
Franco solleva le sopracciglia in direzione del barista, Beppe solleva un calice a mo’ di benvenuto e prepara il pane per Dick che salta per azzannare il boccone al volo e poi gli sorride. Succede che qualche cane lo faccia mostrando denti e gengive, ma in realtà è con gli occhi che un cane sorride, sorride e ringrazia. Poi si accuccia sotto lo sgabello e comincia a dormire, mentre Franco dà l’attacco alla prima birra.
La prima è per togliere le sete, la seconda per ammorbidire la prima, ma è la terza quella magica, quella che scioglie i muscoli del viso, pulisce il cervello come una spugna, poi con la quarta non c’è più niente che non sia il bar, gli aneddoti dei vecchi ripetuti cento volte, la polvere sulla strada, l’ultimo raggio di sole che colpisce di sbieco il cartello stradale.
Ce n’è sempre una quinta, una sesta e, nelle sere buone, anche una settima. La birra ha questo di bello, ti sbronza lentamente, poco per volta, non ti dà la botta secca dei superalcolici. E poi non costa cara.

Che cosa vuole quella secondo te Dick? –chiede accarezzandogli la testa. Guarda me o te quella bionda? Vuoi vedere che ci tocca condividere anche le femmine oltre che il letto! Facciamo un patto: quelle a quattro zampe sono tue, quelle a due sono mie – gli dice mentre gli viene quasi da ridere. Dick apre un occhio come a sigillare l’accordo e poi riprende a sonnecchiare, mentre lui ordina la settima birra, questa sera ci vuole.
La bionda non molla l’osso e ora lo guarda dritto negli occhi, come se volesse risucchiargli il fiato.
Da non credere, che cazzo vuole quella biondina slavata? Si guarda alle spalle nel dubbio che sia un altro quello cui è diretto lo sguardo, ma c’è solo il muro. Beppe sorride di sbieco, Dick ronfa della grossa.
Non l’aveva notata prima, non è che di donne in questo bar ce ne vengano molte. Non era una cui di solito avrebbe concesso una seconda occhiata. Se ne sta seduta a un tavolo in fondo, sola, con davanti una tazzina di caffè. Un caffè in questo bar lui non ce l’ha mai bevuto, pensa, e sorride un’altra volta. E’ allora che lei si alza e si avvicina. Magari ha pensato che Franco sorridesse a lei e s’è illusa, ha creduto di piacergli. Ma sbronzo com’è, sorriderebbe pure a una scimmia.
E’ lei che parla per prima. Sono sempre loro, le femmine che decidono, ai maschi lasciano l’illusione di gestire il timone, ma in verità i maschi non contano mai un cazzo pensa fra sé.
Non è che capisca bene quello che lei dice, è troppo intento a contarle con lo sguardo gli orecchini e poi tutti quei bracciali che pare una ferramenta. Lei intanto parla. Fanno così le donne, blaterano e ti rimbambiscono, e finisce che credi che hanno ragione loro, e fai quello che vogliono.
Le parole di lei gli rimbalzano nella testa come palline da tennis, le sente ma non ne capisce il significato, o forse teme che le sue domande possano strappargli i vestiti di dosso fino a lasciarlo nudo e indifeso. La sente parlare come in lontananza e aspetta in silenzio che tutte quelle parole gli si organizzino nel cervello come soldati in parata, per poter cominciare a capire. Ma tutto quel vociare gli rimbomba dentro e lo stordisce.
Eppure sente forza in quelle parole e sotto ci vede germogliare dolore. Gli parlano dritto al cuore, come allacciando il sogno alla realtà. A tratti ha l’impressione di poter affondare in quella coltre di parole calde, di potersi affidare, come se avessero il potere di fare avverare le cose.
Lui si stropiccia la faccia e appoggia una mano sotto il mento come a sostenere meglio la testa assediata dai discorsi che gli vengono incontro troppo veloci, che sembrano tramortirlo.
Dick si è svegliato e le fa le feste. Cane bastardo, che gioco fai?
Gli viene il dubbio che il cane si stia confondendo, che abbia scambiato la bionda per sua moglie, per la sua ex moglie. No bello mio, lei ci ha mollati tutti e due, sono cinque anni che ti ha scaricato sulla porta di casa mia. Lei non ci vuole più, prima te lo metti in quel cranio duro meglio è.
O forse Dick aveva nostalgia del bambino e questa bionda, così magrolina, glielo aveva fatto ritornare in mente.
Alza una mano per ordinare l’ottava birra, non che ne abbia voglia, ma così, per togliersi d’impaccio, perché non riesce proprio a seguirla questa donna che gli chiacchiera in faccia come se lo conoscesse. Lui resta muto, diffidente e non prende parte alla faccenda.
Beppe finge di non sentire la sua ordinazione, forse non vuole vederlo piombare a terra nel suo bar, non vuole dover raccogliere il suo vomito. Non che fosse mai successo, era sempre riuscito a fermarsi prima, o al massimo a vomitare per strada, ma il pavimento del bar non l’aveva inzaccherato mai. L’aveva calpestato a tentoni, quello sì, perché si sentiva balengo e perché quel pavimento, a una certa ora, diventava obliquo, pendente e se non ci stavi attento ti faceva perdere l’equilibrio.
A casa invece vomitava spesso, e ci si svegliava dentro nel suo vomito, i pantaloni umidi di piscio.
Ora erano per strada, il cielo screziato dalle nubi. Non ricordava come fosse successo, come fosse uscito dal bar, se il pavimento fosse dritto o storto quella sera, se avesse pagato le birre. Camminavano fianco a fianco, lui, Dick e la bionda che gli si era incollata addosso sa Dio perché. In fondo l’odore di una donna non lo sentiva da anni, perché no

Il sole entrava obliquo dalle persiane e le colpiva il volto. Aveva una donna nel letto e il cane, quel traditore, dormiva accoccolato vicino a lei. Restò immobile, gli occhi spalancati come ad interrogare il giorno, per capire che intenzione avesse, che cosa avesse previsto per lui.  Sentiva una tremenda pressione dentro che lo faceva ritrarre nel suo guscio di lumaca.
Provò a rimettere insieme i frammenti della serata. Sicuramente aveva bevuto, beveva tutte le sere. Si ricordava i suoi occhi insistenti, lo sguardo aguzzo indagatore e quelle parole che gli erano franate addosso e che non aveva capito. E ora che cosa le avrebbe detto? Perché qualcosa doveva pur dire, una donna se le aspetta sempre le parole.
Tentò di alzarsi in silenzio con l’idea di sgattaiolare via, uscire di casa e non farsi trovare. Ma Dick era balzato in piedi e l’aveva svegliata. Lei aveva allungato le gambe, si era sgranchita come un gatto e aveva aperto gli occhi. Sembrava non riconoscere né lui né la stanza, poi le sue labbra si erano distese in un sorriso.
Beh, ora te ne puoi anche andare aveva sibilato lui prima che potesse frenare le parole. Ora che hai avuto quello che volevi, lasciami in pace.
Lui era capace di parlare solo così, con furore, con parole fuori misura, parole nervose che sapevano solo mordere. Le cercava le altre parole, ma loro lo disertavano. Nei giorni buoni riusciva a sentirle in fondo a non si sa cosa, ma erano come schiacciate, trattenute da una mano invisibile e non c’era pinza che le stanasse. Allora si metteva in salvo negli abituali insulti e nel rumore che sollevavano superando ciò che voleva dire. Nel cuore, il silenzio di una cattedrale deserta.
Il viso di lei si era accartocciato in una smorfia e d’istinto aveva allungato una mano verso il lenzuolo per coprirsi, come volesse rimangiarsi quello che avevano fatto, come per pudore. Sul viso le si era sparso un forte rossore, la bocca tesa in una linea secca, offesa. Per un attimo sembrò che la vista le si annebbiasse, mentre nella stanza entrava un forte senso di disagio. Poi un fiume di rabbia le aveva attraversato lo sguardo, due minuscole rughe le erano comparse fra le sopracciglia e, arrotolata nel lenzuolo grigiastro, si era messa in ginocchio sul letto, gli occhi in fiamme pronti allo scatto. Niente ho avuto, se proprio lo vuoi sapere, non è successo niente.
Com’era possibile che avesse fatto cilecca, con tutta la fame che aveva?
Lei gli lesse il dubbio nel volto e gli chiarì che non aveva fatto fiasco, che proprio neanche ci aveva provato; che, dopo un rutto da far tremare i vetri, si era schiantato sul letto e era caduto nel mondo dei sogni.
Beh, se ti devo pagare dimmelo e poi vattene buttò fuori come un veleno la sua bocca.
Lei si alzò di scatto, lasciò scivolare a terra il lenzuolo e rimase nuda, diritta davanti a lui guardandolo con disgusto. Poi cominciò a strillare, come se strappasse a morsi le parole, che lei non era una bagascia, che lavorava in una stireria, che non le servivano certo i suoi soldi sporchi, che s’era solo sentita sola, che l’aveva visto solo e aveva pensato che soli in due era meglio. Perché non è che solo più sola faceva due solo, e neanche un solo al quadrato, per lei faceva meno soli, magari fra due parentesi tonde come abbracci.
Lui sedeva afflosciato sul bordo del letto, a un palmo dal suo livore, le braccia penzoloni fra le cosce, un mozzicone di sigaretta spenta che gli pencolava da un angolo della bocca.
C’era qualcosa di disarmante in quell’uomo, si aveva l’impressione che respirasse ai bordi esterni di ciò che accadeva, come riuscisse a starne fuori.
D’improvviso, lei lo guardò dritto in volto come a trafiggerlo e lo colpì con due colpi secchi, due schiaffi di quelli ben assestati. Bel colpo per ‘sta magrolina – pensò lui mentre le afferrava i polsi con le sue mani grandi. E più lui stringeva e più lei urlava e si dibatteva, scuotendo i capelli a destra e a sinistra.
Aveva paura la ragazza, la mostrava scritta in quegli occhi febbrili che sembravano sopraffare tutta la faccia e nella bocca tirata. In fondo di lui non sapeva proprio niente, magari era un violento, magari aveva un’arma. Certo che ce l’aveva, una carabina di lusso. Ma dopo l’ultima cazzata l’aveva data in deposito a suo padre, perché non si fidava più di sé stesso, perché sentiva che il passo dalle parole ai fatti non era poi così lungo. Anche per questo beveva, per tenere a bada tutta quella rabbia, oltre che la tristezza.
Era carina senza trucco e senza la ferraglia, forse un po’ troppo magra per i suoi gusti, ma ben fatta. E tutta quella foga, quegli strilli la facevano quasi bella.
Franco la guardò, pareva una corda tesa e lui sentiva la sua presenza come una pressione sulla pelle, come qualcosa che lo toccava dentro. Quella donna camminava dal lato buono della vita.
Franco le sorrise e, delicatamente, la avvicinò a sé e la baciò con tenerezza. Lei cercò di divincolarsi, c’era troppa notte in quell’uomo, ma poi a poco a poco si sciolse, dimenticò di essere arrabbiata e annacquò la sua solitudine in quella di lui.
Dick si tenne decorosamente in disparte, un cane come si deve sa quando è ora di togliersi di torno.

1. 00174-XX7, P.S.F., E.L.


Non entrava in quella casa da mesi, eppure nulla era cambiato: gli stessi mobili da quattro soldi, vecchi e consunti, congelati nella disposizione di sempre. Era sua madre che era fissata con i rinnovamenti. Certe mattine la trovava già sveglia all’alba a spostare poltrone, a ficcare stracci sotto i piedini della credenza per farla scivolare sul pavimento e posizionarla nella parete di fronte, così da fare sembrare la stanza diversa, visto che soldi per comprare mobili nuovi non ce n’erano mai.
Da quando lei era mancata, in quella casa non si muoveva foglia e, ovviamente, neppure mobili.
Di convivere con una badante suo padre non ne voleva sapere, aveva accettato solo l’aiuto di una vicina che, per quattro soldi, s’era offerta di pulire una volta ogni tanto. Non faceva un buon lavoro, una polvere vecchia di anni ricopriva i mille soprammobili che probabilmente lei neanche spostava e un odore di cibo stantio ristagnava nell’aria. Non si poteva pretendere, per quel poco che la pagava.
Suo padre era seduto in cucina, come sempre. Il divano e la poltrona non aveva l’abitudine di usarli, li teneva buoni per chissà quale occasione, in salotto, coperti da un involucro di plastica che ormai aveva quarant’anni ma che non s’era sbrecciato mai, perché nessuno mai s’era seduto su quel divano.
Parenti ne avevano pochi e abitavano lontano, di amici non se ne parlava proprio. Magari qualche vicino, gente di casa per cui una sedia in cucina e la tazzina del caffè di tutti i giorni erano perfette.
Era vecchio e trasandato, le sopracciglia lunghe e arricciate, gli occhi cisposi incapsulati in palpebre rugose che l’acqua non sfiorava da tempo. La fronte sembrava un campo arato di fresco e le guance flosce e cascanti con quelle due parentesi ai lati della bocca gli disegnavano un’espressione vacua, lontana da tutto, perfino dalla disperazione, assente.
Come te la cavi pa’? gli chiese accendendo la luce e appoggiandogli una mano sulla spalla per scuoterlo dal torpore, mentre sentiva che non riusciva proprio ad amarlo quel vecchio perso in non si sa quale altrove.
La bocca del padre si contorse come se non riuscisse a rispondere, come fosse imprigionato in un’eco interiore. Forse era diventato ancora più sordo, forse la sua testa vagava in un altro mondo, un mondo in cui sua moglie ancora si occupava di lui e lui era un operaio che timbrava il cartellino, non un vecchio scalcagnato, prostrato dalla rassegnazione e da quell’agonia diluita.
Faticava a vederlo così e forse per questo non si curava di lui. Meno lo vedeva e meno ci pensava, a lui e a quella storia balorda di invecchiare e poi morire. Che tanto ognuno ha il suo destino e le sue grane. E a Franco le grane non mancavano di certo.
Anche la sua stanza da ragazzo era rimasta immutata, tale e quale: mobili al risparmio, ACDC e Metallica alle pareti, i libri di scuola. Del suo fucile nessuna traccia.
L’ho messo insieme ai miei nell’armadio chiuso a chiave, con tutti i negri e i disgraziati che girano…
Suo padre di fucili ne aveva ben tre, tutti comprati con lo sconto alla fabbrica Beretta dove aveva lavorato, come la maggior parte degli uomini della valle che non volevano più fare i pastori o i contadini. E lui di fucili se ne intendeva.
Quando Franco era un ragazzino gliene aveva regalato uno leggero, con il calcio inciso a mano. In Val Trompia c’erano donne che praticavano ancora l’arte della bulinatura scolpendo scene di caccia sui calci delle armi.  Il suo fucile d’infanzia era impreziosito dall’immagine di una piccola lepre in fuga.
Come sparare a un leprotto?  –  s’era chiesto lui undicenne quando, fucile in spalla, era uscito con suo padre per la prima battuta di caccia. Per cacciare bisogna essere pronti ad uccidere, non solo a sparare– gli aveva detto papà. Uccidere è l’istinto dell’uomo e delle bestie. E’ così, è la natura. Se vuoi diventare uomo devi uccidere. Uccellini certo, non cristiani, che se no ti si aprono le porte della galera. Anche se a certi cristiani una pallottola in fronte gli starebbe proprio bene, che qui se non ci si difende da soli, a noi non ci pensa mica nessuno. Prima te lo ficchi in testa e meglio è. Pensa per te e per la tua famiglia, pensaci tu, non stare a sperare in quelli della politica. Comandano i rossi o comandano i neri, i poveri diavoli restano poveri diavoli, credimi.
Gli piaceva uscire con suo padre, non tanto per la caccia ma per stare ad ascoltarlo, per camminare con lui nel verde, per l’attenzione ai rumori, perché ogni fruscio poteva essere un passero.
Il capanno non ce l’avevano, suo padre aveva le sue idee, preferiva vagare calpestando l’erba, gli archetti li odiava, erano una roba da figli di puttana. Per non dire degli uccelli di richiamo, una vera bastardata. E’ nel tiro a volo che sta la bravura di un vero cacciatore gli diceva sempre.
Bella forza uccidere un uccellino indifeso, avrebbe detto a Franco sua moglie, vent’anni dopo. Che gusto ci provavi a interrompere una vita che non ti aveva offeso, che si faceva il suo volo senza pretendere nulla? Non mi vorrai far credere che la caccia è uno sport? Uccidere per sport?
Ma le donne, si sa, di caccia e di sport non ci hanno mai capito un accidente.
E poi in valle gli uomini erano tutti cacciatori, era tradizione. Lavoravano alla fabbrica Beretta e cacciavano, uccelli consentiti e specie protette, perché chi ce l’ha il diritto di stabilire questo sì e quello no?  Dov’è finita la libertà? E che cos’era quella storia di proteggere gli animali, c’erano la selezione naturale e subito dopo la caccia: chi ce la fa bene, e gli altri a pascolare nei cieli di Dio. Perché per un cristiano è forse diverso?
Franco non aveva mai beccato un granché, non aveva una buona mira e poi a volte chiudeva gli occhi all’ultimo minuto, come per non volerne sapere niente, per non essere lui quello che premeva il grilletto. Che premere il grilletto non è una cosa da poco.  E poi ci si deve subito preparare al rinculo.
Suo padre gli aveva raccomandato di tenere il calcio inchiodato stretto alla spalla per sentire meno dolore nel contraccolpo, di impugnare l’arma con fermezza ma delicatamente, di allineare l’occhio al mirino e poi, superata la soglia della paura, sparare sicuro.
In realtà, quello che gli piaceva era la corsa che veniva dopo, con i cani davanti, in mezzo all’erba, il sangue a pulsargli nelle tempie. I cani abbaiavano e lui urlava come un pazzo, preda di una frenesia, del piacere di averlo premuto quel grilletto, di essere un uomo a tutti gli effetti, non un moccioso.
Il suo fucile c’era ancora, ma a tenerlo in mano sembrava leggero, le canne troppo corte, il calcio stretto per la sua spalla di uomo. Suo padre gliene propose uno dei suoi, non uno qualunque, il più bello.
Tienila bene, mi raccomando, trattala come se fosse sempre caria. Questa sì che è un’arma, un’arma da uomo.
Franco provò a mettersi in posizione, la guancia appoggiata all’arma, il peso sul piede sinistro spostato in avanti, il calcagno del piede destro di poco sollevato, proprio come gli aveva insegnato suo padre che non sbagliava un colpo, puntava il bersaglio con una faccia inespressiva e, come se avesse un computer in testa, colpiva il fagiano che si afflosciava in volo e cadeva a testa in giù.
Era perfetta, una gran bella carabina, completa di cannocchiale. Portava cesellato sul calcio un cervo con uno splendido palco di corna, pronto al balzo.
E’ una carabina da caccia grossa, calibro 308, ci puoi uccidere un cervo o un cinghiale. Se miri con il cannocchiale da puntamento la preda te la vedi lì, come se fosse a due passi. E poi guarda bene sul fusto e sulla canna, osserva la matricola, il catalogo e soprattutto il punzone del banco.
00174-XX7, P.S.F., E.L. mostravano le incisioni. Il primo è il numero di matricola, cioè la targa del fucile e il numero progressivo di produzione, XX7 è il certificato di nascita, vuol dire che è stato costruito nel 1971 e P.S.F. indica le prove di sparo fatte dal banco.  E.L. sta per extra lusso, mica un fucile basico – chiariva il padre gonfio di orgoglio, gli occhi rianimati forse dal ricordo del volo di una quaglia o del ritmo della catena di montaggio della fabbrica Beretta, o del bicchiere di bianco con l’oliva del fine turno, seduti all’osteria, le gambe accavallate, a tirare il fiato parlando di calcio, donne e politica.
Ricordati di pulirla come si deve prima e dopo l’uso, ben oliata, come ti ho insegnato. Un’arma come quella è un gioiello. E poi sono contento che vai a caccia, è un po’ come se ci andassi ancora anch’io che adesso ci vedo poco. Dovrei decidermi per quell’intervento delle cataratte. Ma poi che cosa mi importa, non è che ho gran che da vedere. Anzi alla mia età, meno si vede e meglio è.

Franco teneva la carabina sotto il sedile dell’auto: un’arma a portata di mano ti dà sicurezza, pensava. L’aveva pulita per bene, godendosi in mano il freddo delle canne, accarezzandolo come fosse un bambino. Se ne sentiva la responsabilità, era una “signora carabina”. Non che avesse deciso che farsene, ma stava meglio a sentirla vicino, gli faceva compagnia, gli apriva possibilità nuove.
Da quando il giudice lo aveva cacciato di casa con un decreto di allontanamento, lui viveva in due stanze ammobiliate in un quartiere popolare degradato, pieno di neri e magrebini. Ma non si poteva permettere altro, perché c’era da pagare il mutuo di casa, anzi dell’ex casa, gli alimenti per il figlio ancora piccino, l’affitto di due stanze fetide e poi doveva vivere lui. Niente sfarzi, con il suo stipendio ci stava dentro al pelo. Niente cene fuori.E poi con chi? Di amici non gliene erano rimasti, si erano schierati tutti con lei, cioè contro di lui. Dicevano che era un violento, ma non era vero. Lui non aveva mai spaccato la faccia a nessuno. E certo le occasioni non gli erano mancate Aveva un brutto carattere, si accendeva con niente, sputava fuori parole roventi, si alterava, la minacciava,ma solo con la voce.
Magari l’aveva spintonata, qualche volta un ceffone. Sì, anche davanti al bambino, non è che lo scegli quando dare fuori di matto, non è che l’ira la puoi rimandare, quando arriva arriva e chi c’è c’è.
E di ira in quelle due stanze anonime, che continuava a considerare provvisorie, ne masticava parecchia.
Si sforzava di non guastarsi l’animo rimpiangendo i tempi andati, di andare avanti, di farsi riprendere dalle fesserie della speranza, dal filo appiccicoso della vita, ma vivere insieme alla feccia, ai pakistani con i loro capelli unti, ai negri che ballano e mangiano a tutte le ore, ai nordafricani con il coltello facile non era mica uno scherzo.


Le liti nel suo stabile erano all’ordine del giorno e della notte. Lui cercava di starne fuori, di non mischiarsi a quella gentaglia che, se fosse stato per lui, avrebbe rispedito a casa loro.
Ma, come sempre, lui non contava un cazzo.
A volte la mattina si svegliava agitato, come se avesse dormito in casa d’altri, arrotolato in lenzuola sudate e stropicciate, comprate a buon mercato, e sentiva i mugugni di quelli di sopra, o di quelli delle stanze accanto, in una lingua che non si poteva capire e pensava che una casa vera ce l’aveva e che la stava ancora pagando. Una villetta a schiera nella parte sud della città. Niente di lussuoso, ma lui, che con le mani se la cavava e sapeva fare un po’ di tutto, l’aveva sistemata bene. Aveva immaschiato le assi del parquet di rovere nella zona giorno e incollato la moquette nelle camere. La tappezzeria se l’era risparmiata, grazie a Dio non era più di moda, altrimenti lei, che era grande nella testa, avrebbe preteso pure quella.
In realtà si era divertito a fare quei lavori, ne era orgoglioso.
Ora però gli prudevano le mani all’idea che quella casa non fosse più sua, che non potesse più ciabattarci la sera, bersi una birra con i piedi sul tavolo a fine turno, insegnare a stare al mondo a suo figlio. E sa Dio quanto quel bambino ne avesse bisogno, che più lo si lasciava in mano a lei più si faceva pauroso, da sembrare malato, quasi una checca.
Lui si era impegnato per quel che poteva a raddrizzarlo, a cementargli la spina dorsale. Ma il calcio non gli interessava, la box non parliamone, non la reggeva neanche in tv. La caccia non poteva neanche nominarla senza farlo impallidire. Era un bambino fragile, piccolo e magro per la sua età, gli occhi perennemente cerchiati di nero. A scuola se la cavava bene, anche se le maestre dicevano che soffriva d’ansia, che non reggeva lo stress delle interrogazioni, che aveva attacchi di panico.
Certo a trattarlo come una femminuccia come faceva lei, che cosa volevi che ne saltasse fuori? Se glielo avesse lasciato in mano, che so per un annetto, lui lo avrebbe aiutato a farsi uomo, a tirar fuori le palle, perché era figlio suo e le palle ce le aveva di certo da qualche parte.
Quella sera non c’era verso di stare tranquilli a cena. Si era comprato un pranzo precotto al supermercato, non cucinava mai, non si cucina per uno solo, si mangia freddo o al massimo si riscalda al microonde. E poi quei vassoietti costavano poco.
I giargia del piano di sopra facevano un fracasso d’inferno, parlavano in tanti, tutti insieme, forse litigavano con i loro vocioni spessi. E mica c’era da incazzarsi con quei bestioni, che magari ti portavi a casa un sacco di mazzate.
Aveva acceso la macchina e aveva cominciato a girare nella città buia, incazzato con quei negri, con quella vita grama che gli era toccata, con i soldi che non c’erano, con le speranze andate in fumo, con lei che l’aveva cacciato, con suo figlio che cresceva storto e anche per quello sembrava fosse colpa sua.
La macchina come d’incanto aveva imboccato la strada di casa, della sua ex casa. Aveva parcheggiato sul marciapiede di fronte, i fari spenti, così senza motivo e se ne stava lì senza sapere che fare, il cuore vuoto.
Le luci da basso erano accese, le tende tirate, non si vedeva niente di dentro, però si poteva immaginare. A quell’ora lei aveva finito di cucinare e stavano mangiando. Televisore spento, lei diceva che faceva male mentre si mangia. Inspirò a fondo, forse per annusare i profumi e scoprire che cosa avevano nel piatto. Odore di casa. Che idiota, da questa distanza, finestrini chiusi, che cosa vuoi sentire?
Gli sfuggì l’occhio verso il garage. Era chiuso, lei parcheggiava sempre dentro per paura dei vandali, anche se lì in quel quartiere non succedeva mai nulla. Avrebbe dovuto provare a vivere dove abitava lui adesso, in mezzo a quella feccia senza nulla da perdere, immerso in quel puzzo di curry, di aglio e di olio fritto.
Fuori dal garage, in fondo al vialetto, proprio davanti alla basculante, era parcheggiata un’auto grigia metallizzata sconosciuta, una bmw.
Suo suocero non guidava più, e poi una bmw non se l’era mai neanche sognata, sua suocera non aveva mai guidato, amiche con l’auto di quella tinta e di quella cilindrata non se ne ricordava.
E se fosse di un uomo? E se lei avesse un uomo?
Quella possibilità non l’aveva mai sfiorato, lei diceva sempre che con gli uomini non voleva più avere nulla a che fare, che gliene era bastato uno. Ma magari aveva cambiato idea. Magari ne aveva incontrato uno di quelli tutte moine, fiori, cioccolatini e compagnia cantando, un uomo che ci sa fare con le donne.
Quel pensiero gli imperlò la fronte di sudore e la mano, inconsapevolmente, scivolò sotto il sedile, ad accarezzare la carabina Beretta, la testa come imprigionata in una bolla.
No, non era geloso, è che lui era un uomo, uno di quelli che sa difendere il suo, che non si fa soffiare moglie e figlio da un damerino con auto grigia metallizzata che certo non abita in due stanze puzzolenti ammobiliate, fianco a fianco agli immigrati.
Decise di aspettare, di calmarsi, di riflettere. Forse fantasticava e stava costruendo castelli in aria, forse ci ricamava sopra e poi quell’auto magari era di una collega di sua moglie.
Ma quella era un’auto da uomo, ne era certo. Non che ci sia una regola: a destra le auto da uomo, a sinistra quelle da donna. E’ che le donne le berline non le amano, così lunghe poi, non le sceglierebbero mai. Poi come le parcheggiano? Loro, le femmine, comprano auto compatte, meglio se piccole e poi rigano anche quelle.
Pensava e intanto accarezzava la carabina. Non era lì per caso quell’arma, nulla succede per caso.
E se quell’uomo fosse anche ricco? E se fosse istruito? Lei di fronte a una poesia avrebbe calato le difese e anche le mutande, ne era sicuro. Le donne sono tutte così, non capiscono un cazzo. Non lo sanno che con le parole non ti riempi lo stomaco. Uno suda in fabbrica una vita, incastra le assi del parquet, tinteggia le pareti, taglia l’erba e poi arriva un sapientino qualunque che, senza una goccia di fatica, con due parole messe in fila per bene riesce a imbambolarle.
Al solo pensiero sentiva la rabbia scorrergli a fiotti dagli occhi iniettati di sangue.
Era sangue quello che bramava, fiumi di sangue per lavare l’onta di essersi lasciato soffiare moglie, figlio e casa, di vivere in un quartiere di merda, di mangiare cibo di merda, di fare un lavoro di merda, di essere solo come una merda.
Era quello che gli bruciava di più, quella parola solo che gli apriva una voragine davanti. Sarebbe sempre stato solo. Sì, magari una sgallettata se la sarebbe portata a casa, giusto per il servizio notturno, ma solo sarebbe stato comunque. Perché non è che di famiglie ne metti in piedi cento, che immaschi migliaia d’assi di parquet, posi chilometri di moquette, tagli quintali d’erba. La cazzata la fai una volta e poi, per il resto della vita ci frigni sopra, bevi birra, rutti in santa pace e ti senti morire.
Si era aperta la porta d’ingresso e il respiro gli si era inchiodato. Alto, brizzolato, più vecchio di lui, ma ben più elegante, un principio di calvizie che lo fece gioire, sbarbato di fresco.
D’istinto si portò una mano alla guancia ruvida, la sua rasatura non era recente.
Se ne stava andando. Allora non dormiva da lei, non erano ancora a quel punto. Bisognava intervenire subito, prima che succedesse, perché poi quando si crea quell’intimità fra maschio e femmina è dura. Perché lei non era una facile, una da una botta e via. Lei se con uno ci andava a letto, poi ci parlava e lo seccava con i ricordi, con quella menata dell’infanzia, e poi con i progetti, poi i sogni e via discorrendo.
Suo malgrado, ricordò quanto gli piacesse il sesso con lei, come potesse essere stupendo anche per quel dopo, per quel perdersi in fantasticherie che lo aveva ammaliato, per quel fare tutto semplice che lo teneva attaccato al lato buono della vita.
La guardò intensamente, come per accarezzarle il viso con gli occhi.
Tirò su la carabina e se la pose sulle cosce, così era pronto. Non aveva ancora deciso per cosa, ma era pronto. Bisogna essere pronti nella vita, altrimenti ti scavalcano tutti, ti rubano i soldi, la macchina e perfino la moglie. E tu te ne resti lì come un coglione, con l’indecisione in mano.
Ancora parlavano, fuori dalla porta. Chissà cos’avevano da dirsi? Lei ce l’aveva questa fissa delle parole, diceva che lui non parlava abbastanza, che non raccontava mai niente di sé, che era come aver sposato un muro.
Io non sono capace di entrare nel tuo silenzio, gli aveva detto un giorno.
Ma lui delle parole diffidava. Hanno un’aria da niente le parole, ma poi d’improvviso scatenano emozioni forti e ti ci trovi attaccato via come a un cappio. E ti tocca tremare per il resto della vita per il terremoto che hanno innescato, che mai avresti detto fosse possibile smuovere solo con i sentimenti. Le parole hanno così tante facce che non c’è da dargli credito, certe sono capaci di rigirarti le cose da non capirci più niente.
Però, a giorni, gli sarebbe piaciuto avere qualcosa dentro da dirle, ma le sillabe gli si impastavano sulla lingua, le parole erano grevi come se dovessero farsi strada attraverso qualche sostanza densa, e lui restava lì esitante come un allocco ad ascoltare tutto il silenzio che si sentiva dentro.
E poi che cosa raccontare di giornate di lavoro in cui, a parte che lavorare, non succedeva niente. E che dire dell’infanzia, chi se la ricordava?
Certo, a ben vedere non le aveva mai raccontato del fucile e della caccia, della sua paura, del sangue che gli pulsava alle tempie, dell’angoscia che lo prendeva di notte quando sapeva che il padre l’avrebbe svegliato presto per portarlo a sparare, del sudore della mano che teneva gli uccellini morti per le zampe, della speranza inconfessabile di sbagliare mira, di fare cilecca. Mica voleva fare la figura dello sfigato.  Che poi la paura se l’era fatta passare e si era fatto uomo.
Non aveva più sparato da allora, ma non era una cosa difficile. Un conto è colpire un uccellino in volo, un altro un uomo fermo davanti a una porta, davanti alla porta di casa tua, che fa il cascamorto con tua moglie e che magari chiacchiera anche con tuo figlio.
Abbassò il finestrino e il suo fiatò si condensò nell’aria quasi gelida. Imbracciò la carabina Extra Lusso, la faccia chiusa in una smorfia e tolse la sicura sentendo un click. L’arma era fredda e lui le stava attaccato come l’edera al muro. L’avrebbe scaldato lui quel fucile, con un colpo secco, di quelli che mettono le cose al loro posto. Pesava, era una carabina da uomo. Girò l’anello della messa a fuoco e di colpo l’avversario comparve al centro del mirino, vicino. Il suo dito si tese sul grilletto, era pronto.
La sua bocca era asciutta, le labbra serrate, le narici tese, il cuore sembrava percuotergli il petto lento, sotto la luce fredda della luna, la testa vuota di pensieri.
Non era così vecchio come aveva creduto, i tratti del viso erano distesi, quasi dolci, il naso leggermente storto come di chi qualche grana l’ha incrociata.
Lui, l’altro, neanche si immaginava di comparire nitido al centro del mirino di una carabina Beretta di quelle buone. Magari un’arma non l’aveva mai impugnata e per quello aveva quell’aspetto inamidato, come di uno che ha le ossa fragili e non ha capito niente della vita. Magari l’avevano bastonato pure lui e, invece di farsi forte, s’era immalinconito.
Ma era tardi per rifletterci, per cominciare a costruirci sopra, che se t’infittisci la testa di pensieri poi non fai più niente. Non si sarebbe tirato indietro questa volta, non avrebbe chiuso gli occhi, avrebbe fatto ciò che andava fatto, avrebbe difeso la sua vita, quell’unico pezzo di vita per cui valeva la pena di battersi. Ora avrebbe contato fino a tre e poi bang.
Non sudava, non tremava, sedeva con il tronco in leggera torsione, fermo come una statua, risoluto, le mani di pietra, gli occhi aguzzi a punteruolo. L’angoscia era rimasta a presidiare le sue due stanze ammobiliate.
Un respiro e poi: uno, due…
Ma, fermi tutti, che cos’è quella roba che corre?

Dick, Dick sei tu? Urlò trasalendo.
Aprì la portiera d’istinto e fu investito dal suo cane, un meticcio, cioè un bastardo, giovane e bello come il sole.
Il cane era così felice di vederlo che saltava come un matto e sembrava rimbalzare come una palla. Lo abbracciò e se lo strinse al petto forte, mentre Dick gli leccava il viso uggiolando, si beveva le sue lacrime salate e lui lo accarezzava. Sbavava Dick la sua sorpresa, il muso imbrattato di gioia. E intanto spiccava balzi da non credere, come se anche le zampe volessero confermare alla terra tutta la sua irrefrenabile contentezza. Bava e lacrime, umori mescolati, lo stesso stupore, la stessa speranza.
Franco, con una folle ilarità negli occhi, si inginocchiò sul marciapiede e presero a rotolare, uomo e cane avvinghiati sull’asfalto, vicino ai bidoni dell’immondizia, a ridere, a dirsi dolcezze, a scambiarsi baci e leccate a non finire.
Dick gli voleva bene.
La carabina Beretta 00174-XX7 Extra Lusso, con il colpo ancora in canna, era scivolata a terra. Dal calcio di legno un cervo li osservava stupito in silenzio, piegava di poco il capo regale, palco di corna incluso e, con un balzo, scattava via.

Ossicini

18/03/2019 | Scritto da Rossella Ghizzani | (0 Commenti)


Saltello.  
Un balzo di qui, una corsa di là. So correre veloce, sììììì, velocissima, mentre corro annuso, e mentre annuso guardo, e il cuore ruzzola anche lui insieme a me, una scheggia, mi rimbalza nel petto per la felicità, per la bellezza di questa radura, per i profumi che mi si tuffano in velocità dentro le narici, per quello che le mie pupille assorbono, frammenti di paesaggio ad angolo giro mentre sfreccio a settanta chilometri orari, perché sono pazza di gioia e anche perché sono un po’ impaurita.
Ho paura che si arrabbi. Come chi? La mamma! Mi ha lasciato in una zona riparata fra le rocce, protetta da un cespuglio di rovi.
Stai ferma qui. Immobile. Non hai odore, lo sai, e quindi non può trovarti nessuno se non ti muovi, mi ha detto.
Ma come posso stare ferma! I miei sensi la sentono la vicinanza delle erbe di campo, della frutta, del grano, e le mie zampe sono fatte per sfrecciare…  
Adesso corro ancora due volte intorno a quella vigna laggiù, faccio lo slalom quando arrivo ai sassi e poi torno nel mio covo, che magari mamma non si accorge e mi permette di…

Sara! Sara! Ehi, dormi o sei sveglia? Ma dove hai la testolina, sono dieci minuti che ti sto chiamando!
Dai piccolina, guarda, ci hanno portato il pranzo.
Che spavento! Meno male che mamma non si è accorta… Spalanco gli occhi e la vedo seduta vicino al mio lettino. E’ bella mamma, e mi sorride.
Invece io non posso. Non so come si fa. Non so neanche se ce l’ho la bocca, io.
Ma nel prato in cui corro funziona tutto perfettamente. Ho denti buoni per mordicchiare le erbette selvatiche e i germogli… Buonissimi!

Sara, vieni cucciolina, dai che mangiamo.

Non mi piace mangiare in questo posto.
Dice mamma che sono una bambina bravissima e coraggiosa.
Lei ancora non lo sa che sono una lepre.
Io l’ho capito da sola.
Ce ne sono tanti bambini qui, ma nessuno è come me. Li ho guardati bene: sotto il naso hanno due strisce arrotondate, morbide, rosa. Labbra, si chiamano. Anche la mamma le ha, lei colorate di rosso. Sono molto belle, si possono aprire, e quando le apri puoi far uscire parole, risate, sbadigli, oppure far entrare aria, acqua e cose buone da mangiare.
Io no! Non somiglio a nessuna delle persone che sono qui. Somiglio a Bruscolino tutto pepe.
Come chi è? Il leprotto grigio che salva Biancolina, la sua amica coniglietta finita nella rete dei cacciatori. Bruscolino corre a chiamare lepri, conigli, scoiattoli e tutti insieme rosicchiano la rete finché riescono a liberarla.
Bruscolino e Biancolina hanno una pelliccia bellissima, la pancina rosa, lunghe orecchie e occhi grandi.
La loro bocca è piccola e come spaccata in due. Uguale alla mia, ho pensato, quando li ho visti nel libro che mi ha portato mamma. Ecco a chi somiglio! Sono una lepre, non una bambina, e adesso scappo via, fuori, nel prato, a giocare con Biancolina! Evviva!
Dice mamma che mi mancano le ossa del palato, e che se avremo tanta pazienza i dottori me ne faranno uno nuovo tutto per me.  Apre la bocca e mi mostra il suo, per farmi capire cos’è, il palato. Mi fa ridere, adesso non riesce a parlare con quelle labbra spalancate, emette solo versi, proprio come me… Dopo me lo metteranno mentre dormo, dice mamma, e quando mi sveglierò avrò anch’io la mia bocca, labbra, sorriso e tutto, anche il colore rosso come il suo.
Vorrei dirle che sono una lepre, non una bambina, e che non posso stare chiusa in questo ospedale, ma mamma non mi crederebbe.  

Saraaa, scendi, è arrivato il babbo, vieni che si mangia!

Bruscolino tutto pepe… ma non ci posso credere. Avrò letto questa storia cento volte, nel lungo periodo trascorso in ospedale per curare la mia labiopalatoschisi. Studio in un’altra città e torno qui di rado ormai; quando vengo a trovare i miei genitori dormo ancora nella stanza che fu la mia cameretta. Mamma non ha spostato quasi nulla, e sulla libreria ci sono i miei libri di bambina. Quello che ho in mano mi sbalza indietro nel tempo, facendomi precipitare a picco dentro me piccina.
Non è solo un ricordo. Riesco a sentire quello che provava la bambina che ero, costretta a rimanere a lungo in un reparto ospedaliero, così impaurita da inventarsi un mondo di fantasia e una diversa identità in cui rifugiarsi. Avverto vivido come allora un sentimento di grande solitudine. Mamma ne era addirittura spaventata, cercava in ogni modo di rendermi sopportabile la realtà e di spiegare con parole semplici la mia malattia: sono solo due ossicini, non avere paura piccolina, sei una bambina bellissima e brava, non avere paura, vedrai.
Dal piano di sotto la voce di mia madre mi scuote. Saltello giù per le scale.
I capelli raccolti in due lunghe code ai lati della testa, mi rimbalzano sulle spalle.
Le narici fremono, stuzzicate dai profumi che provengono dalla cucina.
Oggi pranzo speciale in tuo onore, annuncia mamma mentre porta in tavola il vassoio. Mi trattano ancora con l’attenzione premurosa dei miei anni di bambina. La malformazione con cui sono nata e gli interventi chirurgici subiti mi hanno resa per sempre vulnerabile ai loro occhi.   
Come ogni volta che vengo, adesso babbo e mamma faranno a gara a raccontarmi tutte le fasi della complicata ricetta che hanno cucinato per me.
Questa volta ci siamo superati – è babbo che parla. Ho preparato la marinata con un bel rosato dell’Elba, e l’ho profumata con tutti gli odori, cipolla, sedano, carota, alloro, bacche di ginepro e chiodi di garofano. Una notte intera ce l’abbiamo lasciata… E poi la cottura, perfetta: vivace all’inizio e poi lenta, a fuoco moderato…
Ora mamma gli toglie la parola: e prima di cucinarla l’abbiamo disossata per bene, che non ci fossero ossicini puntuti a darti fastidio alla gola…
L’ho detto, mi trattano come se fossi ancora piccola…
Ecco Sara: la miglior lepre in salmì che potrai mai assaggiare!
Lo dicono in coro. Mi guardano contenti, in attesa della mia approvazione.

Mi basta uno sguardo e con le pupille ad angolo giro intercetto lo spiraglio della porta finestra alle mie spalle. Il cuore mi rimbalza nel petto, muoio di paura ma carico tutto il peso sui muscoli delle zampe posteriori e mi lancio in avanti. In un attimo sono fuori dalla stanza e via, balzo dopo balzo corro all’aperto, sento l’aria fresca strofinarsi sulle mie lunghe orecchie, il pelo scompigliato dalla velocità della corsa.

1 ottobre

18/03/2019 | Scritto da Rossella Ghizzani | (0 Commenti)

Non mi lasci qui, vero mamma?
La voce lacrimosa della bambina, diffusa fra i banchi della classe, aveva ramificato veloce fra le sedie e afferrato le caviglie della mamma, già sulla soglia. Un’incertezza l’aveva arrestata, prima di proseguire decisa oltre gli stipiti della porta, senza farle decidere di voltarsi.
Non era nei patti, la bambina lo sapeva.
La mamma glielo aveva ripetuto molte volte nei giorni precedenti, mentre le mostrava quello che aveva acquistato per lei, per il suo primo giorno di scuola. Scarpe bianche di pelle con la fibbia dorata, calzettoni traforati bianchi di cotone, e il grembiule, tutto bianco anche quello, con le tasche a toppa. Un nastro rosa da annodare intorno al colletto.  
In prima elementare ci vuole rosa il fiocco, diceva la mamma.
C’era anche una cartella color vinaccia e un astuccio verde rettangolare pieno di matite appuntite e colorate che la bambina non avrebbe dovuto perdere mai.
La bambina sapeva che sarebbe arrivato il tempo in cui anche lei avrebbe cominciato ad andare a scuola. Suo fratello lo faceva ogni giorno, a parte in estate. Usciva la mattina e tornava all’ora di pranzo. Quello che proprio ignorava, era cosa avrebbe dovuto fare, a scuola.
Imparare a leggere e a scrivere. Ma che voleva dire imparare?
Una brava bambina come lei non avrebbe pianto, il primo giorno di scuola. Si sarebbe seduta al posto che le avrebbero assegnato e subito, subito ripeteva la mamma, avrebbe dovuto ascoltare ciò che aveva da dire la maestra.
In effetti, la signora maestra parlava, e scriveva su una parete nera sovrapposta al muro con delle penne corte, i gessi;  la parte nera, aveva imparato, si chiamava lavagna.
La bambina sapeva cosa significasse scrivere. Lo facevano tutti in famiglia a parte lei. Quello che non riusciva a capire era come fosse possibile riprodurre sul foglio a quadretti del suo quaderno i segni che la maestra depositava sulla la-va-gna.
Era consapevole di non essere all’altezza. Non certo lei avrebbe potuto esserne capace. Altri forse. La mamma, suo fratello, il babbo. Forse anche la zia. Ma certo non lei.
La bambina si trovava quindi in una situazione difficile. Per la prima volta nella sua vita era stata affidata a una persona che non conosceva, insieme a molti altri bambini che parevano sicuri e contenti di trovarsi tutti insieme in quella stanza che si chiamava aula. Prima A, era il nome della classe.
Ora si ritrovava sola e sottoposta a delle richieste che in nessun modo avrebbe potuto soddisfare. Probabilmente questo le avrebbe causato dei problemi e, per la prima volta nella sua vita, non avrebbe potuto chiamare mamma.
Questa, bambini, é la data di oggi, e d’ora in poi ogni giorno la scriveremo sul nostro quaderno. Coraggio, ricopiate dalla lavagna: 1 ottobre 1968, martedì.
Le scarpe bianche con la fibbia dorata le facevano dolere le dita dei piedi, e i calzettoni traforati le scivolavano lungo il polpaccio. Se avesse potuto concederselo, avrebbe urlato che le odiava, quelle scarpe bianche, e che lei a scuola non ci sarebbe andata mai più, mai più, è chiaro?
Ma non era nei patti. Lei era una brava bambina che non avrebbe fatto stare male la mamma. Non poteva andare a lavorare, la mamma, con il pensiero che lei facesse le bizze.
Si sarebbe seduta brava al suo posto e avrebbe ascoltato la signora maestra.
Però la mamma non le aveva detto che la maestra le avrebbe chiesto di scrivere.
Lei non sapeva scrivere, non era all’altezza del compito che le veniva richiesto, non ce l’avrebbe fatta mai.  Impossibile.
Coraggio, copiate, non importa come lo fate, adesso passo fra i banchi e vi aiuto io.
La bambina si trova davvero in una brutta situazione.
Prima di andarsene, la mamma le ha aperto l’astuccio, che così spalancato sul ripiano del banco deve essere controllato, affinché nessuna delle matite si perda. A fianco il quaderno a quadretti mostra sulla copertina pesciolini colorati che nuotano in mezzo a piante acquatiche.
Deluderà tutti, nessuno le vorrà più bene.
Non la mamma, che tanto si era raccomandata. Devo lavorare, lo sai. Non mi far stare in pensiero. Ascolta quello che dice la maestra e mi raccomando, non piangere.
Non la maestra, che si farà una pessima opinione di lei, una bambina incapace di scrivere.
Non gli altri bambini, che aprono il quaderno, impugnano il lapis e aspettano fiduciosi la maestra.
Non suo fratello, che la prenderà in giro come quando le ha insegnato ad andare in bicicletta.
Forza, non guardare la ruota, dai, alza la testa, pedala… Glielo ripeteva di continuo sulla strada di campagna dove l’aveva portata. Su entrambi i lati scorrevano fossi colmi di acqua scura su cui fioriva l’opaco giallo di una sorta di micelio da cui lei non riusciva ad alzare lo sguardo. Ne aveva paura. Non di cadere, no. Era l’acqua nera in sé che la spaventava, ma certo non poteva dirlo a quel fratello così grande che quando si occupava di lei sembrava sempre un po’ annoiato. Non era nei patti. Aveva impegnato una domenica mattina per insegnarle ad andare in bicicletta, non poteva certo dirgli che voleva tornare a casa, possibilmente a piedi.
Ne è sicura. Bruscamente lui le dirà che una come lei non imparerà mai a scrivere.
La maestra cammina fra i banchi. Si avvicina a ciascun bambino, controlla quello che ha scritto e poi sorridendo lo esorta a riprovare, accompagnandogli la mano con la propria.
La bambina adesso è terrorizzata. La maestra arriverà anche da lei, e allora si accorgerà che non ha scritto niente. Si arrabbierà, lo dirà alla mamma, e lei a suo fratello. Tutti insieme, la sera, lo riferiranno al babbo, che la guarderà severo.
Sei una mangiapane, le dirà. Non sai scrivere. Batterà la mano sul tavolo e tutti, dopo, finiranno la cena in silenzio senza più gusto. La manderanno a dormire senza farle guardare Carosello, e parleranno di lei, maledicendo la sfortuna di avere avuto una figlia così buona a nulla. Meno male che abbiamo lui, diranno, carezzando la testa del fratello.
Eccola, è già arrivata al banco dietro al suo; non si volta, eppure la bambina avverte chiaramente lo sguardo di rimprovero della maestra sfiorarla e depositarsi sulla pagina bianca.
Adesso è qui, proprio accanto a me. Avvicina il suo volto al mio, ormai rigato di lacrime.
Ha così tanta voglia di sfogare liberamente il pianto che le duole in fondo alla gola. Sembra che i capelli, il naso, la pelle gemano lucciconi che le bagnano il viso. La bocca, chiusa dal morso dei denti sulle labbra, a un tratto si spalanca, cede come una diga e lascia uscire in un fiotto un unico enorme singhiozzo che diventa un urlo, e in quel grido racimola tre parole che scaglia nella classe come una grandine: non so scrivere!

Bene, dice la maestra, va molto bene che tu non sappia scrivere. Sei venuta a scuola per imparare, come tutti. Ti aiuterò io, non avere paura.Quando suona la campanella la maestra consente a tutti di alzarsi per fare una cosa molto difficile da pronunciare, la ri-crea-zio-ne.
Con il suo permesso si può andare in bagno due per volta, lavarsi le mani, e dopo mangiare lo spuntino portato da casa.
La bambina non si muove dal suo posto e nemmeno tocca il sacchetto a quadretti rosa, ricamato con il suo nome. La mamma ci ha infilato un tovagliolo, la bottiglietta di plastica bianca con l’acqua, un pezzettino di schiacciata con l’uva, ma la bambina è stremata, non vuole mangiare né bere.
La maestra le si siede accanto, non sembra arrabbiata. La bambina non ha dimenticato ciò che le ha detto poco prima, ma non sa se fidarsi.
O, dice la maestra, una letterina rotonda. Per farla parlare bisogna aprire la bocca, così: o.
Ha bisogno del respiro per avere il suo suono, la o di oca, di orso e di ottobre. Oooooo, la letterina che ci meraviglia, dice la maestra.
Un gioco irresistibile.
La maestra aiuta la bambina a osservarla, la lettera O, a sentirla dentro il petto, a cantarla e infine a riprodurla.
La mano incerta s’affida e infine riempie di piccoli cerchi imperfetti la prima pagina del quaderno.

Per la bambina non fu mai facile, nei cinquant’anni che seguirono, ammettere la propria forza e la capacità della propria intelligenza.
Sempre le fu d’aiuto il potere delle parole, che una maestra le insegnò ad amare

Per Gina, perché forse è andata così.

Precipito.
Una forza incontrastabile mi spinge all’indietro: sono investita dal getto potente di una sistola che sputa aria, non acqua. Aria. Mi attraversa la mente questo particolare da niente, mentre mi sento portare via. 
Arretro scomposta, le braccia e le gambe spalancate, la schiena inarcata in avanti. Cerco di proteggermi, tengo gli occhi serrati, ma quel soffio non mi lascia scampo. Arretro.
Che troverò dietro di me? Volteggiassi almeno, mi desse spinta quest’aria feroce per sollevarmi un po’ e guardare cosa mi passa accanto. Ma no, non c’è niente da fare, volo all’indietro, terrorizzata dal vuoto che avverto alle mie spalle.
Intuisco sporgenze intorno a me, radici, arbusti, ma niente possono le mie mani.
Il pensiero di afferrarmi scivola insieme a me, scompare prima che uno solo dei miei muscoli riesca a farmi stringere le dita intorno al vecchio tronco che pure ondeggia e si piega, strapazzato dal vento che mi porta. I polsi infiammati. Ramoscelli frondosi li frustano al passaggio. 

Spalanco gli occhi. Gina, dove sei? No, niente, un sogno, solo un sogno. Così reale che nelle orecchie ho ancora il frastuono di quella massa d’aria, gli arti indolenziti e le dita delle mani contratte.
Le guardo, mi ricordano le zampe della gallina con queste unghie ritorte e piegate in avanti.
Come mai non me le sono tagliate?
Adesso mi alzo, devo aver sudato, mi sento umida e anche le lenzuola sono bagnate.
Adesso mi alzo.
Perché non riesco a muovermi?

La paura mi gela, sento un vuoto che mi spalanca la pancia. Ricomincio a sudare, terrorizzata dalla mia immobilità. Nella testa prende forma la voragine in cui precipitava il mio sogno. Posso girare la testa, ci vedo, intorno a me riconosco gli oggetti di sempre. L’armadio bianco a quattro ante, la sedia di legno, il cuscino ocra, e sul ripiano del comodino, qui vicino a me, un cartoncino plastificato, riconosco la mia scrittura. Ascolta Gina, lo abbiamo scritto, ti ricordi? Foglietto giallo a righe, inchiostro rosso. Dov’è? Non me lo ricordo dov’è, ma sono sicura che avevamo appuntato con precisione tutte le operazioni da fare per scendere dal letto. Aspetta, è la mano destra quella che si muove. Ecco, mi è tornato in mente. Con la destra afferro il foglietto giallo. Ora leggo, eseguo i movimenti e poi via, a vedere che ci aspetta, a rinnovare questo giorno appena cominciato.
Ma che dico? ma come parlo? Il giorno appena cominciato… come una signorina… Niente chiacchiere invece, devo sbrigarmi, se torna a casa e non è tutto pronto, me lo fa vedere lui, il giorno appena cominciato. Quando lui rientra tutto deve essere a posto.
Caspita, devo ancora cucinare.

Lui, che vuoi che ti dica, è fatto così, lui.
Mi ha sposata perché a casa sua avevano bisogno di una che tenesse in ordine la casa e gli uomini che la abitavano: lui, suo fratello, suo padre, che gli aveva affidato il compito di trovare una brava ragazza.
Non fece storie quando venne a prendermi. Allora lavoravo a servizio presso una delle famiglie benestanti del paese. Aveva chiesto ai miei padroni il permesso di portarmi fuori, si faceva così da noi alla fine degli anni cinquanta.
Un bel giovane, uno del paese… praticamente neanche lo conoscevo. E’ diventato mio marito perché una sera mi ha spinto contro un muro.
Avevamo fatto due passi, neanche parlato; lui, ah lui, fra una sigaretta e l’altra aveva borbottato qualcosa.
Ma che fa? Sbottonati il cappotto, dice. Poco meno di un ordine. Ma che vuole?
Con quel freddo, me lo sono trovato addosso, sulla schiena la parete ruvida su cui mi aveva spinta. Si sgancia un solo bottone. Una mano appoggiata al muro dietro di me, per sostenersi. L’altra ad afferrarmi i fianchi, per spingermi il bacino contro.
Una sensazione di freddo e poi dolore, un’esplosione dentro di me. Credevo che mi avesse uccisa.
Mi aveva solo messa incinta. Ecco, sono diventata donna in mia assenza
Quando era venuto a chiedere il permesso di uscire mi brillavano gli occhi. A ballare, sì! Mi avrebbe portata a ballare! Ho sempre adorato ballare, era come se la musica mi passasse dentro i muscoli, non potevo stare ferma.
Ma lui a ballare non mi ci ha portata mai. E’ fatto così, che ci vuoi fare.

Ehi! Oh! Cosa!
Mio marito non mi ha mai chiamata per nome. Mai.
Non ero nessuno, e quindi il mio nome non contava.
Ehi! Oh! Cosa.
Questo ero. Una cosa. Lavavo, stiravo, pulivo, cucinavo, partorivo i figli e li crescevo.
Tre ne ho messi al mondo. La mia gioia, la forza che mi davano quei tre pupi.
Gli insegnavo a chiamarmi mamma. Mammammamma. Uno alla volta imparavano, e io ero la loro mamma, non una cosa.
Lui usciva presto, tornava a casa per pranzare e per cenare. E per salirmi addosso ogni tanto, di sera.
Mi ammazzavo di fatica, ma quei tre tesori, nati a pochi mesi di distanza l’uno dall’altro, mi davano speranza. Appena avevo un po’ di tempo, via a giocare con loro, si faceva il teatro dei ballerini…
Lui non se ne curava. Solo, non voleva sentire rumore.
Quando tornava, la sera, facevo in modo che dormissero già.
Ma a volte non bastava. Se anche uno solo si svegliava, se uno solo piagnucolava o si lamentava nel sonno, lui spalancava la porta della loro cameretta e li minacciava.
Ho da andare a lavorare io! sbraitava in dialetto, facendoli piangere forte.
Non ci volle molto perché cominciasse a usare le mani.
Mi mettevo in mezzo, tanto per lui era uguale: uno valeva l’altro. Quel che aveva da fare era prendere a botte le sue cose quando lo irritavano. Quando non si comportavano esattamente come lui aveva disposto. Quando non stavano ferme nel posto che lui gli aveva assegnato. Quando dicevano parole che non gli erano gradite.
Che potevo fare io?
Ballavo, giravo intorno al tavolo finché lui non riusciva a prendermi.
Ballavo.

Caspita, non me lo ricordo mai.
E’ così ogni nuovo giorno, non riesco mai a rammentarlo subito.
Sono libera, ah Gina? Lui non c’è più, e io ballo per tutto il tempo che desidero.
Neanche il sogno che mi instrada al risveglio, neanche quel volo pauroso riesce a evitarmi la ricerca della verità con cui, ogni mattina, devo fare i conti.
Ma ci pensi? Prima mi era sufficiente un solo movimento di busto spalle e bacino, et voilà, ero seduta sul bordo del letto, i piedi già poggiati per terra. Incredibile. Mi sembrava un fatto scontato, normale, non certo un prodigio di cui meravigliarsi. Una volta alzata stavo in piedi, e senza sforzo sapevo mettere un piede davanti all’altro e camminare. Ci pensi? Camminavo ogni volta che volevo.
Adesso? Adesso ballo.
Sì, lo so, ho perso tempo, mi sono decisa tardi a farmi vedere da un medico.
Tempo. Ah! Me lo ricordo bene. Lui era morto e io finalmente possedevo tutto il mio tempo.
Caspita, non ci avrei rinunciato per niente al mondo.
E poi, lo hai sentito anche tu, è stato chiaro il dottore: una volta comparsa, la malattia non si ferma…
E allora? Tardi per cosa?
Te le ricordi le prime avvisaglie? Avevo cominciato a dimenticarmi piccoli dettagli, cose da nulla, di tutti i giorni. Ma sì… Perdevo il cordless, non riconoscevo qualcuno, mi scordavo dove tenevo le tazze per il caffè. Ma finché potevo camminare cercavo, e alla fine riuscivo sempre a recuperare tutto. Ricordo che mi sentivo un po’ impacciata nei movimenti, e non capivo come mai le dita delle mani e dei piedi sussultassero. Piccoli scatti, come per caso, ma molte volte al giorno.
Non volevo arrendermi.
Mi vergogno un po’ a dirlo: per la prima volta da quando ero al mondo, vivevo una vita che mi soddisfaceva pienamente.
Così facevo finta di nulla.

Lui non ci risparmiava. Bastava un errore. Ci afferrava le spalle e ci sbatteva contro il muro, tante volte, tante, fino a quando non ci vedeva diventare lividi in volto, il fiato mozzato.
Posso dirlo? Una bestia
Poi si ammalò. Te lo ricordi? La malattia lo rese ancora più cattivo perché dipendeva da me.
Stupido bastardo, pensavo.
Me ne occupai. Provvedevo a tutto, efficiente e gelida, e gli ridevo in faccia.
Aveva mille motivi per prendersela con me, ma a picchiarmi non ce la faceva più; mi fermavo davanti a lui, lo fissavo mentre cresceva la sua rabbia. Mulinava le braccia, ringhiava e sputava, ma prendermi non poteva più. Gina, eh, te lo ricordi? Seria in volto ballavo e facevo tutto quello che lui mi aveva sempre proibito.
Ogni mattina, andavo al bar a bere il caffè. Piano piano mi feci qualche amica con cui uscivo ogni tanto per andare a ballare sul serio. Ma ci pensi! Dancing, milonghe, sale da ballo…
A quasi sessant’anni scoprii la città, il cinema, le librerie, i palazzi del centro, l’arte delle chiese.
Cominciai ad essere me. E le scarpe, te le ricordi Gina? Raso di seta rosa con sette centimetri di tacco… Ah Gina, quasi mi vergogno… figurati, a quell’età.

E poi lui è morto, e io non ho più smesso di ballare.
Da quando non riesco più a muovermi e nemmeno a parlare, vivo in una realtà che appartiene solo a me. Certo, so ancora dove sono. Questa è la mia casa, vedo quella giovane donna cui i miei figli mi hanno affidata che si muove in queste stanze, le riordina, mi lava, mi sposta, mi nutre. Ma il mio silenzio la zittisce, non mi parla mai. D’altronde io sono chiusa dentro di me, più spesso ferma in un ieri lontano che nel giorno che c’è.
Non è esatto dire che penso. Sono visioni che ho, così reali da sembrarmi presenti, vere.
Alla fine è meglio così.
E’ stato più difficile da affrontare il periodo della motilità lentissima, come dicono i dottori, per non parlare di quei gesti a scatti. Non ci si può credere, non controllavo più né braccia né gambe. Il mio corpo mi faceva la guerra, si scatenava contro di me, mi puniva per quel desiderio tardo di musica e di libertà. A volte mi bloccavo, te lo ricordi, le braccia tese in avanti, i polsi e le mani che giravano, mentre – ferma sul posto – le ginocchia si piegavano e tornavano dritte un sacco di volte, il busto oscillava avanti e indietro e i fianchi si dimenavano scomposti di qui e di là.
Còrea, si chiama così la mia malattia. Deriva dal greco, mi han detto, significa danza.
Ah sì, pensavo, è questo che vuoi? E allora tieni, tanto non mi avrai. Imparavo ad esistere dentro di me, e ballavo. 
Gina ballando, ballando… come quella canzone…
Lo so, lo so che ti preoccupi. Ma io sto bene, stai tranquilla.
Lo so, mi è rimasto solo un filo di voce.
Ma credimi, dentro di me parlo come non ho mai fatto. Se mi sentisse lui… Ah! Non lo sopporterebbe.
Fuori non mi si intende. Ballo, ma non riesco più a dire una parola. Solo io posso sentirla, la mia voce.
Invece mangiare non posso più. Hai visto come sono diventata magra, anche i liquidi qualche volta non riesco a mandar giù.
Ma quale problema, Gina! Sono leggera come una nuvola e volo in mille giravolte…
Certo, hai ragione, per i vestiti è un problema. Vorrà dire che li faremo stringere un po’.
Te la ricordi la gonna verde con gli spacchi laterali? E i babucha neri, aperti sui lati… Gina, ma ci pensi, chi lo avrebbe mai detto che sarei riuscita a vestirmi così, ad entrare in una sala da ballo, a sentire le braccia di un uomo leggere e senza inganno che mi sostengono, mi guidano, accompagnano i movimenti del mio corpo.
Ogni volta ringrazio il cielo, no, non per averlo fatto morire, ma per avermi liberata dal macigno di esistere appesa a un altro, al tiranno dei miei giorni.
Non mi guardare più, adesso basta parlare.
Ora si balla, Gina. Non ho neanche vent’anni e i miei padroni mi hanno concesso una serata di libertà. Le strade sono ghiacciate e anch’io sono gelata, ma le luci blu di questa milonga mi scaldano la pelle e il cuore. Lui mi vede subito e mi chiede di ballare. E’ un bel giovane, uno del paese, lo conosco appena ma balla benissimo, mi lascio guidare ad occhi chiusi, avvolta dal silenzio delle nostre voci, sospesa nel lamento melodioso della fisarmonica.
Mi sento bene, esile e veloce, una libellula libera, in pace. Davvero, mi sembra di avere le ali, meravigliose ali colorate che mi sostengono mentre volteggio, roteo, salto… Vieni, vieni con me Gina ballando, ballando.

Chiamata d’urgenza, la dottoressa che constatò la morte della signora Gina S., per lungo tempo non dimenticò il movimento scomposto di quel corpo, illuminato da un sorriso radioso soffuso sul volto straziato.    

Minerva

18/03/2019 | Scritto da Rossella Ghizzani | (0 Commenti)

Non si butta via niente! hai detto, sbattendo la porta di casa, mentre lo scalpiccio dei passi già slabbrava il tuo profilo, annacquato nella nebbia gelida.
Ancora ghiaccia questa mattina di inizio marzo; la luce scialba si appresta a depositarsi sulla terra con cattive intenzioni. Come se il cielo scoprisse i denti e le gengive: pronto alla lotta, mi è capitato di pensare.
Era accaduto altre volte. Uscivi carico di rabbia, troppo addolorato per sopportare la mia inaccessibilità e timoroso di assistere alla reazione che la voce e il tuo corpo avrebbero prodotto, se ti fossi concesso di esprimerti.
Camminavi per ore. La strada ti depositava verso sera sulla porta di casa esausto e svuotato, pronto a ricominciare da capo.
Chissà perché, permettevo che accadesse.
Entrambi conoscevamo ormai il copione a memoria.
Ci ritrovavamo in cucina. Io versavo il vino in un calice dal quale sorseggiavamo entrambi; ti preparavi una sigaretta e quando accendevi la tua, davi fuoco anche alla mia, sostenuta fra l’indice e il medio, in attesa.
Ci dicevamo mesti che era l’ora di lasciarci andare ciascuno per la sua strada.
Un brivido sottopelle segnalava a entrambi il pericolo imminente. Ragionavamo su chi avrebbe tenuto il cane, scandagliavamo ogni possibilità solo per arrivare al punto in cui gli occhi dell’uno o dell’altra si sarebbero riempiti di lacrime. Il cane appoggiava il muso sulle ginocchia di uno dei due, lo sguardo malconcio, come se le parole nell’aria lo intridessero dell’amarezza che aleggiava nella stanza.
Più tardi mi sarei alzata e avrei messo su qualcosa per la cena. O lo avresti fatto tu.
Più tardi, saremmo andati tutti e tre a dormire nello stesso letto.
Questa mattina era diverso. Si sarebbe consumato tutto il giorno, senza assistere al tuo ritorno.
Fuori dalla finestra nessuna sorpresa. Questo cielo oggi non avrebbe prodotto niente più che due tonalità, il bianco e il grigio. Non vedo altro. Non le facciate delle case di fronte, non la strada che ti ha portato via, non un pezzo di cielo o un albero. Sfumati insieme, appena un po’ mescolati, questi due soli colori offrono una via d’uscita a ciò che avviene alle mie spalle. Rimanere poggiata ai vetri e guardare fuori è un modo, ora, per cercare impronte diverse su cui modellare questa giornata.
Nelle stanze, dietro di me, avverto la fatica leggera dell’orma che hai lasciato. La stessa che ricorda il mio corpo, da poco riaffiorato dal sonno della notte appena trascorsa. Il cane sta, accucciato con il muso rivolto alla porta, in attesa.
Ecco, ogni cosa non avvenuta si concentra in questa mattina.
E’ quindi questo che è accaduto?
Il gesto banale scatena la furia dolorosa, rivelandone a un tratto la potenza.
Non credevo che sarebbe potuto davvero accadere.
Non lo voglio sapere.
Mi stacco con fatica dai vetri chiusi, trovo la forza di voltarmi e di guardare ancora dentro le stanze della nostra casa. Non ci conoscevamo affatto quando siamo venuti a vivere qui.
La nostra intimità creata da zero, come lana lavorata ai ferri. La prima catenella si palesa come dal nulla e poi gli aghi lunghi che convincono il filo, lo esortano, lo arpionano affinché si faccia intrecciare un punto via l’altro fino a diventare tessuto.
E fra punto e punto una prossimità amica, un calore che incoraggia. Ci si abbandona alla relazione e si costruisce il nido.
Da lì provengono i nomignoli, i giochi ripetuti ogni giorno, la possibilità di una comunicazione che trascende la logica del pensiero compiuto e si affida al solo sentimento, alla complicità di ciò che avviene al riparo da tutto e da tutti. Si ride per qualcosa che solo noi sappiamo, si scambia uno sguardo d’intesa, si pronuncia un’unica parola e per l’altro è come un intero discorso, perché già sa. E anche gli oggetti ne risentono, vivono di vita propria, assumono un ruolo nella casa e nella quotidianità perché ciascuno rappresenta qualcosa e porta con sé il ricordo di un evento preciso che si è vissuto insieme, forse all’apparenza insignificante, ma fondamentale nel punteggiare la storia che via via si va costruendo.
A casa nostra, ad esempio, ci sono sempre stati fiammiferi di ogni tipo, forme e materiali diversi.
Sei tu che ci tieni di più, io come sempre sto un passo indietro, sempre in attesa della fine, non posso affezionarmi troppo.
Porto nella vita questa abitudine a non sentirmi riconosciuta nella mia completezza, temo sempre che giunga il momento in cui su tutto prevarrà il rifiuto.
Rimango in attesa, acquattata nel mio antro. E’ il mio modo per metterci alle strette. Non mi ostino nel conflitto. Anzi. Passivamente accetto, reagisco, partecipo, ma tu non mi trovi più. Dell’attesa di ogni giorno ti chiedo conto, come se dipendesse da te.
Per questo, per cercarmi, per trovare entrambi, insceniamo sovente le prove generali di un addio.
Per sentire l’amore che ci lega e che non riconosciamo più.
Non ho mai capito come tu abbia potuto tenermi così vicino e al tempo stesso tanto distante.
Non deve essere stato facile. Non per te, che da sempre oscuri i timori più profondi mettendo in scena un personaggio che ti salvaguarda: un bell’uomo simpatico, appena un po’ pieno di sé, facile alla battuta, brillante, affermato nel mondo del lavoro per il ruolo importante che ricopre nella sua professione.
Privo di amicizie e completamente solo: della tua famiglia, da molto tempo, non è rimasto nessuno.
Non per me, addestrata a non fidarmi, indisponibile a mettere la vita nelle mani di un altro, abituata a contare solo su di me.
Nella distanza trovano riposo le nostre fragilità, penso.
Lasciare un pertugio da cui continui a fluire un vago senso di estraneità, anche dopo tutti gli anni trascorsi insieme, permette a entrambi la spudoratezza della confidenza.
Ciascuno di noi conserva i segreti dell’altro con la leggerezza con cui potrebbe portarli sulle spalle uno sconosciuto cui per caso ci si è svelati. Quel vago senso di alterità ci tutela, ne abbiamo bisogno per credere che l’altro, alla fine, possa presto dimenticare l’impudenza della confessione.
Torno a guardare fuori. Il cielo si è fatto più ampio; rovescia a terra una luce immota, stantia, che tracima dai vetri delle finestre e allaga le stanze. Fa freddo. Sul marciapiede di fronte, una donna e un uomo procedono lentamente, i movimenti rigidi. Sono anziani, penso. Lei precede, lui si attarda per chiudere la cerniera del suo giaccone, ma stenta a trovare l’incastro. E’ forse il silenzio dei passi dietro di sé che la ferma. Si volta, torna indietro, lo raggiunge e piano piano piega il busto, aggiunge le sue dita incerte a quelle del compagno, le teste vicine, lo sguardo concentrato sul quel meccanismo banale così ostico alle loro mani esitanti. Infine ce la fanno, sollevati riprendono il cammino.
Nella distanza, penso, si smarrisce la dimestichezza che serve quando occorre essere in due per avere la forza di uno solo.
In casa si è fatta strada una luce polverosa. D’improvviso tutto è cambiato.
Mi aggiro fra le nostre cose, ora mute al mio passaggio. Il cane mi segue, mesto, attento a ogni mio gesto.
Cammino a fatica, mi sembra di muovermi nell’acqua.
Il mio desiderio di liberarmi dei fiammiferi ti ha messo fuori gioco: stamani ti ho offeso, penso. Ho tradito la nostra intimità.
E dentro di me, dove ha preso forma quel desiderio?
Oltrepassare il limite dell’accordo tacito mi avrebbe fornito l’unità di misura per comparare la mia paura ai tuoi passi sbandati in giro per la città. So farlo da sempre, penso. Mi sottraggo per tempo al rischio di essere esclusa, tento una sconnessa via d’uscita in attesa di osservare la reazione che provoca.
Buttare via i fiammiferi può definire l’entità della distanza, devo aver pensato.
Private del senso che la nostra unione gli attribuisce, queste bustine possono manifestare solo i variopinti colori delle immagini stampate sulla striscia di cartoncino sottile, ripiegata nel mezzo, che trattiene il foglio di cartone spesso nel quale i fiammiferi sono intagliati.
Sono solo fiammiferi, ho detto.
Non si butta via niente! hai gridato disperato, mentre uscivi di casa. Intendevi dire che non erano solo fiammiferi. Era il nostro patto, stabilito la prima sera trascorsa in questa casa.
Avrò sempre almeno un fiammifero con me, per guardarti e per mantenere accesa la fiamma che tiene in vita il nostro focolare.
Come se stessi giocando a shanghai, lentamente raccolgo una a una le bustine sparse per terra.
Mi concentro sul movimento delle mani per fare ordine nei miei pensieri. Fino a questa mattina erano sistemate tutte in una scatola di legno, un talismano. E’ lì che le ripongo.
E’ solo per me questa buona intenzione, penso, e mi sembra una rivelazione.
Il nostro cane mi sta vicino, fermo, non ostacola il mio lavoro, non ha voglia di giocare ed io non so consolare la sua malinconia. Gli sto vicino, manifesto il mio interesse e gli offro le mie carezze.
Forse la stessa cosa vale per noi?
Impareremo a colmare così quella lontananza che tanto ci ferisce? Mantenere le distanze per passione e ammettere il limite imposto da ciascuno all’altro.
Non ho la facoltà di cancellare il tuo destino né di scivolare dentro la tua pelle; non puoi evitarmi prove e difficoltà: non possiamo assumerci la responsabilità della vita dell’altro.
Non ho altro a disposizione per ritrovare il ricamo dei nostri giorni trascorsi, per riconoscere il senso compiuto del cammino fin qui percorso.
Seduta sul pavimento vicino al cane e con attorno i nostri Minerva, scopro il desiderio nuovo di una vicinanza leale che lasci liberi entrambi. Come accade in ogni nuovo incontro, questo pensiero fa risuonare dentro di me emozioni e parole che finora non avevo percepito; così rivolto la terra della distanza per scoprire come sia possibile coltivarvi il seme dell’appartenenza.
Se torni ho un gioco nuovo da proporti, inventare insieme il nostro futuro imperfetto.
Le bustine di Minerva sono tornate al loro posto. Ormai radente al suolo, la luce si frantuma in scaglie scure che inducono la nostra casa a rannicchiarsi.
Nel buio, il cane abbaia al suono del campanello.

Futuro

18/03/2019 | Scritto da Rossella Ghizzani | (0 Commenti)

Non ti muovi nemmeno.
Stai seduta ferma sul sedile scomodo del treno. Hai guardato scomparire la città, mentre il finestrino si allagava di una pianura distesa come un corpo senza speranza, arresa all’enormità del cielo che la sovrasta.
A rincorrere il treno, il giallo e il rosso delle foglie illuminate dal sole ormai radente. Seminano una misticanza dorata che pare la stella cometa.
Speri forse che ti guidi il cammino, quella scia d’albicocca.
Non ti muovi. Pensieri in rincorsa come il paesaggio che ti scorre accanto s’affrettano verso la bocca dello stomaco; disordinati si calpestano, si sovrappongono, formano una folla sguaiata che grava sul diaframma e ti mozza il respiro.
Stai ferma, come se ti sentissi male.
Respira. Inspira profondamente e soffia fuori l’aria. Forte.
Uno-due-tre, devi riuscire a calmarti.


Ho le mani fredde e la bocca riarsa, intorno agli occhi la sensazione gelida di non essere padrona delle mie reazioni.
Non mi era mai capitato di sentirmi così, ma forse una cosa come questa non l’avevo mai fatta.
Certo che sono abituata a contare su di me. E su chi se no? Sono avvezza a guadagnarmi da vivere vendendo attenzioni, effusioni, parti del mio corpo; figuriamoci.
Ma quello è diverso. Per come ci faceva lavorare la Gegia, me e le altre dell’agenzia, alla fine era un po’ come recitare. Indossavo gli abiti di scena, mi facevo bella, e poi si trattava di interpretare la parte che via via costruivo a seconda dei desideri dell’uomo con cui Gegia mi aveva fissato l’appuntamento. Ero brava. Mi bastavano poche frasi per inquadrare il tipo che avevo davanti.
Malizioso? Allora era tutto un gioco di ammicchi sottili in equilibrio sulla punta della lingua che di tanto in tanto facevo balenare fra i denti, ad umettare le labbra. Bisognoso di coccole? Nessun problema. Ho un repertorio vasto di paroline e giochetti da mettere in scena per compiacere il mio acquirente. E al bisogno posso essere autoritaria, materna, turbata come una ragazzina al primo appuntamento o provocante, sguaiata, volgare.
Sono chi vuoi, questo era il motto dell’agenzia, e a questo ci addestrava la Gegia.
Nessuno sa lavorare come le mie ragazze, siamo le più brave… quante volte gliel’ho sentito ripetere.
Questo qui ad esempio, che mi sta controllando il biglietto, cerca il mio sguardo. E’ il tipo che va incoraggiato. Non fa mai il primo passo. In servizio, poi!  Ma se da parte mia gli arrivasse un segnale, ah beh, mica potrebbe tirarsi indietro, ne andrebbe del suo prestigio di maschio!
Nessuna colpa, dopo, nessuna responsabilità.  Avresti dovuta vederla – avrebbe raccontato ai suoi amici con finta modestia –  mica avrei potuto non approfittare …
E con la moglie nessun rimorso…  Mica me la sono cercata…
Chiaro che non lo degno di uno sguardo, ma è ovvio, basta una mini un po’ azzardata e si fa presto ad essere qualificata… Però, ora che ci penso, per quello che vado a fare forse non avrei dovuto vestirmi così.  Magari sarebbe stato più adatto un paio di jeans, o un tailleur semplicino semplicino…
Ma che ne so. In fondo l’impresario che mi aspetta mica cerca una suora, no? Eppoi anche la Gegia lo ha detto: vedrai Fiamma, con il fisico che ti ritrovi non ci vorrà nulla a convincere Betticaini.
E comunque. Quando voglio fare bella figura, io mi vesto così.
Certo, non quando vado agli incontri con Diego, ci mancherebbe. In quei casi lì volo basso… niente trucco, capelli raccolti in una coda alla base della nuca, tuta sportiva ampia e scarpe da ginnastica.
Il mio Diego, il mio cuore, la mia gioia. E’ anche per lui che ho preso questa decisione.
Ho avuto così paura quando me lo hanno portato via. Ho temuto di perderlo per sempre.
Lo lasciavo alla Gegia mentre lavoravo, come avrei potuto fare? Ero sola in città, le mie sorelle vivono giù al paese e comunque non le vedo da anni. Mi vergogno troppo. Quando guadagno molto gli faccio arrivare qualche bel regalo, ma finisce lì. Sarebbe troppo complicato raccontare tutto. Per loro sono quella che ce l’ha fatta, trasferita in una grande città del nord per studiare canto e diventata ricca come organizzatrice di eventi…  Quando ci parliamo al telefono, la sento la loro gelosia. Non mi sono saputa accontentare della vita che mi era stata preparata; loro non me lo hanno mai perdonato del tutto e io ho pagato cara la decisione di andarmene.
Se sapessero quanto sono stanca. Basta con gli appuntamenti che mi procura la Gegia. Non ho più l’età, e gli uomini non sono più quelli di una volta. Gliel’ho detto chiaro: Gegia, io in camera da sola non ci torno più. Mi sono spaventata a morte quando l’ingegnere, così si faceva chiamare, aveva estratto dal taschino un coltello a serramanico.
E’ uno per bene, mi aveva detto la Gegia, pieno di soldi, se lo accontenti vedrai che si saprà sdebitare.
Uno per bene. Ho dovuto prenderlo a calci in mezzo alle gambe per sfuggire alla sua presa, e mentre lottavo per liberarmi lui ha fatto in tempo a ferirmi. Non ci devo pensare, mi vengono i brividi, ancora la sento la lama che mi penetra nella carne.
Basta, è al futuro che voglio pensare. Ho commesso tanti errori, è vero. Diego aveva bisogno di orari ordinati, della mamma che ogni sera lo accompagnasse nel suo lettino, e l’agenzia della Gegia non era certo il posto adatto per un bambino. Quando andavo via mi guardava con gli occhi pieni di stupore, come se non potesse credere che proprio io, la sua mamma, gli procurassi un dispiacere del genere. Sul serio mi lasci qui? Sembrava che me lo dicesse, anche se era ancora troppo piccolo per domandarmelo davvero. Per questo vive in un’altra famiglia. Niente da dire, lo hanno cresciuto bene. E lui è meraviglioso. Studia già al liceo e di sicuro si iscriverà all’Università. Lo incontro una volta al mese alla presenza di un educatore, sarà così fino a quando diventerà maggiorenne. Quando lo vedo, Dio, mi si spalanca il cuore. Penso: ti ho fatto io, roba da non credere, guarda che capolavoro sono stata capace di mettere al mondo.  Lui non è stato un errore. Arrivato chissà da dove, l’ho voluto tenere ad ogni costo, e ho fatto bene.
Adesso che ho deciso di smettere con l’agenzia, posso ricominciare a sperare. Non ci sarebbe niente di male a guadagnarsi da vivere cantando in un locale, e lui ormai è grande, la legge lo lascerà libero di decidere, e ora può rimanere solo a casa, la sera. Devo farmi aiutare dall’impresario a trovare un appartamento carino con due camere, così finalmente… Basta, basta, sto correndo troppo. Sono quasi arrivata, e devo essere pronta, voglio fare una bella impressione, come ha detto la Gegia: qualche passerella per cominciare e poi, vedrai, con il fisico che ti ritrovi non ci vorrà niente ad ottenere serate tutte per te.
Dico la verità, sono terrorizzata. Se mi va male, questa volta finisco sul marciapiede.
Del resto, che altro potrei fare? Non avevo ancora vent’anni quando sono partita dal paese convinta che sarei diventata una vera, grande cantante. Ma le lezioni di canto e la città costavano care.
Quando incontrai la Gegia pensai che non ci sarebbe stato nulla di male a fare un po’ di soldi in cambio di compagnia a ricchi uomini d’affari.
Si tratta di uscire a cena, compiacerli un po’, sai come sono fatti gli uomini. Li facciamo tornare a casa convinti di essere dei conquistatori… mi aveva detto così la Gegia, ma non posso certo darle la colpa. Non mi ci era voluto molto a capire come funzionassero, quelle cene…
La colpa è mia. Pensavo che lo avrei fatto solo qualche volta, per mettere da parte un po’ di soldi, ma poi gli anni sono passati, ed ecco, il tempo è volato via.
Stiamo arrivando. Cavolo se ho paura, mi sembra di tremare.  E se Betticaini non volesse farmi cantare, se fosse solo un pretesto per arricchire il suo locale di una prestigiosa entreneuse?
E poi guarda che posto, ma davvero alla mia età penso di trovare una condizione di vita migliore lasciando la città per cominciare tutto da capo in un paese così simile a quello da cui sono partita tanti anni fa?
Madonna, mi sono lasciata portare via dai pensieri, neanche il tempo di ritoccarmi il trucco.
Ma ammesso che non sia tutto un equivoco, che la Gegia mi abbia detto la verità, che l’impresario esista davvero e che sia disposto a prendermi, io… saprò davvero cantare, io?

BA STA ONE, fu la prima cosa che vide quando poggiò i tacchi delle décolleté viola similpelle sul marciapiede sporco di questa stazione di periferia. Il neon traballante dell’insegna rotta aveva richiamato subito la sua attenzione, rimandandole foschi pensieri.
Mi aspettavo di meglio. Non avrò fatto tutti questi chilometri per niente?
Sottopelle, un brivido deve averle segnalato il pericolo.
Mentre si incamminava verso l’uscita Fiamma vide la sua immagine riflessa sfilare sui vetri chiusi della biglietteria. Niente da dire, nonostante si stia avvicinando ai cinquanta, è proprio un gran bel pezzo di ragazza, e per venire a quell’appuntamento così importante aveva curato ogni dettaglio.
La mini leopardata aderiva perfettamente alle natiche rotonde e lasciava occhieggiare i gancetti della guepière, appena tesi a sostenere calze nere velatissime e con la riga dietro, a sottolineare il mistero di quelle cosce lunghe.
Lo scollo della t-shirt in lamé dorato metteva in risalto il solco dei seni e la bocca, oh, quella era il suo orgoglio. Le labbra larghe e carnose si stagliavano nette sul volto e, da sempre, erano un richiamo irrinunciabile per gli uomini.
Si soffermò un attimo davanti a quelle porte chiuse, si aggiustò il bavero del giubbotto nero in plastica lucida e si incamminò.

L’aspettavo davanti al Bar Impero, sul lato opposto all’ingresso della stazione.
La vidi affacciarsi sulla piazza come un’attrice che saluta il suo pubblico dal proscenio. Drizzare le spalle, scuotere la testa per recuperare l’intenzione dello sguardo e dare movimento alla piega dei capelli, colorati di fresco, e incamminarsi ancheggiando verso il suo futuro.
Sì, futuro, era questo che pensava – ne sono certa – mentre procedeva spedita, la mano destra appesa alla tracolla della borsa, viola come le scarpe, e l’altra infilata nella tasca del giubbotto.
Sapeva come attirare l’attenzione dei maschi. Quella sera, nella foschia infuocata dal crepuscolo, gli uomini assistettero al passaggio di una dea che metteva un passo avanti all’altro al ritmo cadenzato del dondolio dei fianchi.
Sembrava che l’aria le volteggiasse intorno, sospinta in alto dal basculare preciso di quel posteriore maculato e rilanciata in avanti dalle labbra e dalla lingua, che a tempo con le anche gonfiavano sfere rosate di un interminabile chewing gum.
In quel suo incedere sfrontato potevo distinguere la scorribanda di sensazioni contrastanti che la attraversavano.
La paura, certo, ma anche l’audacia del rischio.
Mentre mi veniva incontro, Fiamma pensava che avrebbe puntato tutto quello che aveva per sbancare. Voleva vincere tutto: il suo corpo, la sua vita, quel figlio visto diventare grande a distanza con il timore di sentirlo chiamare mamma la donna che lo aveva, di fatto, cresciuto in sua vece.
La vidi stringere più forte la tracolla della borsa.
Avrebbe azzardato la scommessa più ardita in una volta sola, mettendo la sua voce sul tavolo da gioco. Se avesse perso, avrebbe perso tutto.
Futuro sembrava ripetere dentro di sé. Ora o mai più.
Vedeva tutto il tempo trascorso, e tutto quello che adesso la aspettava in quella piazza, chiederle il conto delle scelte che aveva fatto. Scelte di cui non andava certo orgogliosa.
La guardavo camminare consapevole delle occhiate dei maschi riuniti in capannelli davanti ai due bar prospicienti la piazza.
Non la disturbavano gli sguardi degli uomini. Sapeva come fare ad attirarli e a tenerli a bada.
La vidi sostare spavalda sulla soglia del bar, mentre l’onda di un brivido le correva sulla pelle.
Ferma sulla porta del Bar Impero, si sente piena di speranza e allo stesso tempo molto impaurita.
Si fa scudo masticando a bocca aperta e a ritmo serrato il chewing gum. Muove le mandibole di traverso, lo sguardo rivolto dall’altra parte. Sposta il peso del corpo da una gamba all’altra, ostenta impazienza. Scuote ancora la testa, seminando intorno un’occhiata in bilico: cerca una via di fuga.
Cerca me.
Le mani sono arpionate alla tracolla, ora tutte e due, a denunciare tutta la sua titubanza.
Quando finalmente mi vede, quando riesce a decifrare la mia voce fra i richiami confusi che si affollano e le rimbombano nella testa, tutto il movimento scomposto del suo volto si blocca per lo stupore.
Fiamma? le chiedo sorridendo. Sono Betti Caini. Gegia dovrebbe averti parlato di me.

Betti Caini. Il viso di una donna segnato da un intreccio fitto di solchi. Ero convinta che la Gegia mi avrebbe mandata da un uomo, avevo creduto che si trattasse di un’unica parola, il cognome dell’impresario. Anch’io le sorrido.

Non ti muovi nemmeno.
Il controluce ti protegge, espone al pubblico solo la tua silhouette, contornata dall’alone della tua ombra.
Le luci di quinta intercettano il leggero vibrare della semplice tunica nera che poggia lieve sulle tue anche formose.
L’aria accumulata dentro di te trova un pertugio fra le labbra, piano piano acquista lo spessore di una corda percossa che sospende appena il tempo e poi dilaga, si diffonde, come se la volessi restituire in respiro, prima che il suono trasformi in cristallo il silenzio che ti avvolge.
La voce, ora liberata, esonda fra i tavoli del bar, senza argini si espande nella piazza, rimbalza sui marciapiedi e si infrange sul selciato che risuona, attraendo i pochi passeggeri in transito da questa stazione sperduta di periferia.
Ora ti illumina una luce di taglio che trattiene il contorno della tua ombra.
Quasi ti sovrasta. Ti esorta a raggiungere il futuro lì, proprio davanti a te.

Lettera 32

18/03/2019 | Scritto da Rossella Ghizzani | (0 Commenti)

“La soluzione alla mia vita mi venne in mente una sera mentre stiravo una camicia. Era semplice ma audace. Mi presentai in soggiorno dove mio marito stava guardando la televisione e dissi…”
Alice spinge indietro la sedia e si alza di scatto. Si sente tesa, incerta; infila le mani nelle tasche a taglio dei pantaloni bianchi che indossa quando rimane in casa, muove qualche passo intorno alla scrivania, si avvicina alla finestra e guarda fuori.
Non può essere quello l’inizio. Scrolla le spalle nel tentativo di rilassarle e di distendere i muscoli del collo. Non può iniziare così.  Alice sa che pur avendo chiara la traccia del racconto, la storia non potrà dipanarsi se non riesce a trovare l’attacco giusto. L’incipit. L’inizio, appunto.
La fronte poggiata al vetro, Alice guarda il marciapiede, osserva il portone di fronte alla sua finestra, si concentra su particolari che conosce a memoria nel tentativo di liberare la mente.
Non può cominciare così. Le sta antipatica una donna che usa abbinati gli aggettivi semplice e audace. E’ scontato, alla prima lettura l’editor glielo farà notare. Una che si esprime così già si definisce, è una donna ordinaria che affronta un problema da niente e lo chiama “la soluzione alla mia vita”. Alice la immagina, una che si esprime così: gonna scozzese rossa stretta al ginocchio, maglioncino paricollo in lana leggera blu, manica lunga; calze di nylon velate, color carne, e calzature da casa in velluto blu, con qualche centimetro di tacco. I capelli castani le arrivano alla base del collo dove formano una piega all’insù, e anche se sta stirando, non rinuncia a un filo di rossetto e al giro di perle finte intorno al collo, per sentirsi carina e ordinata. “Ho trovato la soluzione alla mia vita, semplice ma audace. Da domani caro – una così lo chiama caro, il marito seduto in soggiorno a guardare la televisione – passerò dal lattaio e dal panettiere, e solo dopo che avremo fatto colazione insieme e sarai uscito farò il resto della spesa. Così io riesco a fare più movimento, la dottoressa Fontana ha detto che è fondamentale per migliorare la mia salute, e tu potrai gustare la tua colazione preferita, con il pane fresco. Certo avrò meno tempo per spolverare, ma del resto bisogna un po’ rischiare, no?”
La odio, digrigna fra i pensieri Alice.  Ma da dove mi è saltata fuori una così? che c’entro io con lei? Sono io l’autrice, come si permette la protagonista del mio racconto di indossare una gonna scozzese a quadri e di chiamare caro il marito?
Scende in cucina, si versa vino rosso in un calice e torna nel suo studio. Ruota il bicchiere fra le mani mentre osserva il foglio ancora bianco.
Alice deve liberarsi di questa donnetta.
Mentre sorseggia il vino però, eccola ancora lì. Infila sull’asse da stiro prima una e poi l’altra metà della camicia, ben attenta a tenere teso il tessuto, che non si facciano pieghe morte. Le chiama così quelle piccole pinces secche prodotte dalla punta del ferro, che si aggrovigliano nei punti più difficili, la cucitura del colletto, l’attaccatura dei bottoni, per non parlare delle maniche, quelle sono difficilissime da stirare. Vanno fatte passare con cura nell’apposito braccio dell’asse da stiro, e bisogna manovrarlo con maestria il ferro, per assecondare le pieghe intorno ai polsini. E una volta stirata, la camicia va abbottonata e ripiegata con perizia, che non rimanga il segno quando la si sfila dal cassetto…
Alice sente montare un ruggito dentro di sé. I gesti di sua madre. La tipa con la gonna stretta a quadri scozzesi replica i gesti di sua madre. Ma non è questo che vuole, non adesso.
La donna di cui intende raccontare somiglia a lei, non a sua madre.
Una che se n’è andata presto di casa per studiare in un’altra città, che parla bene il tedesco, che vive da sola e che non chiama caro nessuno, nemmeno il proprio cane.
Alice si era prefissa di mettere a fuoco la storia di una donna sua contemporanea.  A metà degli anni sessanta assume una decisione che pur esponendola a un rischio le permetterà di affermare il proprio diritto a vivere la vita che si è scelta. E’ la sua, la storia che ha in mente, ma non intende scrivere un racconto autobiografico. Le serve miscelare la verità con la finzione, e raccontarla attraverso un personaggio in cui tante altre donne possano riconoscersi.
Ma certo non può prendere le mosse da questa donnina, il suo racconto.
Eccola ancora lì, invece. Adesso affronta le lenzuola. La rimboccatura deve essere perfetta, per questo piega il lenzuolo a metà, lo stira per il verso della larghezza e poi lo piega ancora in due, così è la parte di stoffa che sporgerà dal copriletto a rimanere in vista.
Via via che i capi sono stirati, li accatasta sul tavolo di formica della cucina, ricoperto da un telo di cotone.
Mentre compie ogni gesto con precisione puntuta, il volto rimane atteggiato ad un sorriso rappreso; le risplende più negli occhi che nella piega della bocca.
Ha preso una decisione, e appena avrà finito la comunicherà al marito. E’ sicura che lui la lascerà fare, ma soprattutto, sa dal profondo del cuore di non nutrire alcun interesse per la sua opinione.

Alice stacca le dita dalla tastiera dell’Olivetti come se bruciassero, stizzita percuote con il pollice la barra spaziatrice.
Ma dove vuoi arrivare? cosa ti salta in mente? Guarda, questo racconto non te lo pubblicheranno nemmeno sulla posta del cuore del mensile parrocchiale.
Non è più il tempo! Siamo alla fine degli anni sessanta, sono nota in città come femminista, scrivo sulla stampa di sinistra, non perdo un convegno sul ruolo della donna nella società che cambia, e poi scrivo di una donnetta in calzari di velluto blu che ha preso la decisione della sua vita? E quale sarebbe, sentiamo? “Ho trovato la soluzione alla mia vita, semplice ma audace. Da domani tesoro – una così lo chiama tesoro, il marito – da domani niente più dolci! Inizia la Quaresima, e anche noi dobbiamo fare la nostra piccola rinuncia. E’ audace, lo so, pensare di poter rinunciare per quaranta giorni ai nostri mon cherì, ma sono sicura che questo piccolo gesto ci riavvicinerà alla comunità della chiesa, e vedrai, pian piano rinnoveremo la nostra fede e ritroveremo il conforto della preghiera.”
Questa volta, quando Alice si alza di scatto la sedia si rovescia sul pavimento alle sue spalle, tanto brusco è il movimento che compie.
Non è possibile. E’ come se questa donnina l’avesse soggiogata. Ha trovato un pertugio, una falla le verrebbe da dire, nella rete dei suoi pensieri, e non intende esserne estromessa. Si è trovata per le mani l’occasione ghiotta e unica di diventare famosa, protagonista di un libro. “Ti rendi conto caro?  scritto da una femminista! Finalmente tutti sapranno che sotto la piega dei miei capelli scalpita un cervellino niente male!”
Non si lascerà convincere facilmente ad andarsene, Alice ne è consapevole.
Respirare con la pancia, ecco quello che deve fare. Alice torna a sedersi e inspira profondamente, attenta a che il ventre si gonfi. Espira piano.
Mentre si concentra sulla sua respirazione, vede la donnetta spegnere la luce della cucina e con passo deciso dirigersi verso il soggiorno: senza dire una parola si avvicina al televisore e con un gesto secco lo spegne. Il marito la guarda con un’espressione in bilico fra lo stupore e la curiosità.
“Ho trovato la soluzione alla mia vita, caro” gli dice. “Semplice ma audace. Le attaccherò. Mi insedierò nella testa di ciascuna di loro e non le lascerò più finché, sfinite, non mi permetteranno di sbocciare nei loro libri.
Non riusciranno più a fermarmi. Dopo questa Alice ne verranno altre. C’è quella Christiane, ad esempio, che avrà certo bisogno di un personaggio femminile, e la Elsa necessita di un tipo particolare per i suoi romanzoni. E perché, a Natalia non serve forse una donna come me per le sue commedie? E non mi vedresti bene per Oriana? Non hanno scampo, dovranno fare i conti con me, queste super donne intelligenti.
E’ grazie a me che hanno potuto elaborare le loro teorie, mentre io stavo qui a stirare le tue cazzo di camicie. Oh! Scusa caro, mi sono lasciata prendere un po’ la mano.
E’ semplice, no? La nostra casa sarà perfetta, e non smetterò di cucinare squisiti pranzetti per te. Posso fare tutto da qui, è comodo, non trovi?
Ma loro, loro non si libereranno più di me. Insidierò le loro convinzioni, tenacemente gli mostrerò l’altro lato della medaglia. Le vedrò vacillare, impaurite come inesperte ragazzine, mi aggrapperò ai loro pensieri e li infetterò finché non capitoleranno, stremate e sconfitte.
Volete essere ricordate per la vostra scrittura, per l’impulso dato al pensiero sulle donne, per la vostra capacità di essere libere e indipendenti? E’ con me che dovrete fare i conti”.
Alice poggia i gomiti al tavolo e affida la testa al palmo delle mani. Le duole tutto il corpo, e sa di non avere scampo. Deve trovare il modo di ammetterla, la donnetta malefica con il paricollo blu.
Occorre che la sua scrittura riesca a contenerla.
Sistema la sedia, raddrizza le spalle e comincia esitante a battere a macchina.
“La soluzione alla mia vita mi venne in mente una sera mentre stiravo una camicia. Era semplice ma audace. Mi presentai in soggiorno dove mio marito stava guardando la televisione e dissi:

Le leve a pressione della Olivetti non si fermano per tutta la notte. I tasti, premuti con forza crescente, scagliano i martelletti sul nastro nero finché a lato della macchina da scrivere non si è formato un pacchetto di fogli dattiloscritti.
“Lo studio”, è il titolo che campeggierà in lettere maiuscole sul primo foglio.

Scritto su sollecitazione di Maria Grazia Fontana a partire dal racconto “Lo studio”, Alice Munro “Danza delle ombre felici”, Einaudi, Torino 2013, p.67

Blue shadow

18/03/2019 | Scritto da Rossella Ghizzani | (0 Commenti)

Le cammina a fianco la mattina presto, passo dopo passo.
La guarda, allungata dalla prima luce; esile, fine. Così stilizzata le ricorda una linea.

Ciao Selene, ma cosa cammini che sei già così magra
La apostrofano così i rari conoscenti che incontra, a quell’ora così acerba. Ma lei non procede a passo di marcia per diminuire il suo peso. Sa bene di essere magra, troppo magra.  Del resto mangia pochissimo, considerando con attenzione speciale ogni boccone ingerito, abituata ormai ad evitare gli alimenti che non riesce a digerire o che, ancora peggio, le riempiono la pelle delle braccia e del collo di minuscole vesciche acquose.
E’ stata così fin da bambina. Allora ogni pasto rappresentava un piccolo dramma familiare.
Sua madre, povera donna, tutti i giorni si inventava pietanze diverse e strategie nuove per farle ingerire qualcosa. Lei scappava, si nascondeva sotto il letto o, nella stagione buona, correva in cortile, nella speranza di non venire raggiunta. Ma la mamma, oh, lei non si arrendeva, disposta a fare chilometri con il piatto stretto in una mano e la forchetta con il boccone infilzato nell’altra, e si inventava storie, la chiamava con dolcezza, cercava in ogni modo di attirarla a sé.
C’erano giorni che il pranzo terminava a pomeriggio inoltrato, e in tutto quel tempo lei accettava sì e no porzioni da uccellino…

Ed eccola.
Mentre cammina, ora, si guarda; vede quell’ombra sottile accanto a sé, priva di impurità. Si adagia perfetta sul selciato, sfila elegante sui fusti del granturco, muraglie invalicabili in questa stagione estiva, si deposita sulle siepi e impeccabile prosegue sulla strada che la riporterà a casa.

Ogni mattina Selene si alza ed esce a camminare. Ha stabilito un itinerario che percorre uguale tutti i giorni per dieci chilometri.
La pista ciclabile che la fa arrivare ai campi, un lungo giro in mezzo all’erba e alle rogge, su sentieri di campagna addomesticati dal passaggio dei trattori; la strada, la sfilata di cancelli sui viali d’accesso alle villette ordinate della zona nuova del paese e infine la piazza, il vicolo, il portoncino di casa sua.
Quando ci arriva si sente vuota. E’ di quello che ha bisogno. Quel corpo piccolo e magro la imprigiona, lascia accumulare nei suoi stretti recessi una potenza feroce che non sa esprimere.
Dopo, Selene ogni giorno sale sul treno, raggiunge il centro commerciale specializzato in abiti e attrezzature per lo sport dove risponde al telefono per sei ore, dal lunedì al sabato, e in treno torna a casa. Indossa sempre pantaloni a cinque tasche, maglietta e scarpe da ginnastica, più pesanti durante la stagione fredda, verdi, sempre, e sempre con la griffe del marchio per cui lavora.
A casa ha molti libri da leggere e voluminosi gomitoli di lana e di cotone colorati in ogni sfumatura del verde, lunghi aghi di acciaio per lavorare ai ferri e aghi più piccoli, ritorti, per fare l’uncinetto.
Ha una dispensa ben fornita di alimenti privi di glutine, sale, grassi, oli, zuccheri con cui compone l’unico pasto della giornata, che consuma sempre prima che venga buio.
Durante il giorno Selene è per tutti la piccola Selene.  Anche il nome le hanno dato sottile. Lo si può pronunciare senza quasi neanche aprirla la bocca, le tre sillabe soffiate fuori dalla lingua, un sibilo cui basta un pertugio strettissimo per risuonare.
Ma di sera, a casa, il mondo che si tiene dentro reclama il suo spazio. Mentre furiosa infilza punti a legaccio e catenelle, aumenta e diminuisce maglie in precisissimi raglan, attorciglia sofisticati punti vaporosi, sente ribollire nella pancia una massa confusa, eterogenea e disordinata di pensieri e sentimenti. La sua energia feconda che sente imprigionata dentro di sé.
E allora aumenta il movimento delle dita e alacremente sferruzza, produce a raffica maglie basse e alte, confeziona sciarpe, coperte, tende, borse, scialli mentre sposta la luce della lampada finché non ritrova la propria ombra, maestosa, allungata sulla parete al suo fianco.
Sì, perché Selene vorrebbe essere lei, la sua ombra.
Vorrebbe liberarsi di quel corpicino permaloso e stretto che le rende impossibile spalancarsi per accogliere il nutrimento che l’universo promette, vorrebbe fidarsi dell’acqua che in questi giorni,  la mattina, allaga il mare del granturco tanto più alto di lei, e assorbire la vita che sente gorgogliare nei suoi profondi meandri, strepitosa e spaventosa, chiusa a lucchetto dentro di sé. Vorrebbe potersi aprire e sparpagliare intorno a sé semi fertili, generosi. Raccontare storie.
Selene lo sa di contenere storie, ma le labbra della sua boccuccia a cuore non si aprono mai per sfogare parole. Le cuce strette fra un punto e un altro, mentre impetuosa manovra i suoi aghi che nell’irruenza del gesto si scontrano, producendo un suono metallico che richiama alla mente i rumori della battaglia.

L’avevo osservata a lungo, nascosto in mezzo ai filari del granturco. Sapevo a che ora si sarebbe trovata là, e ogni mattina ci andavo anch’io. Le guardavo i piedi, così piccoli e veloci nel lasciare un’orma via l’altra la traccia dei suoi passi, mentre il busto, leggermente reclinato in avanti, pareva voler trapassare l’aria.
Quando decisi che era giunto il momento, una mattina le sbarrai il cammino; fermo, seduto proprio in mezzo alla pista ciclabile.
Solo, come sola é lei, che di colpo arresta il suo passo. Ha un po’ paura, e anch’io ne ho.
Mi guarda: un cane bianco a pelo raso, solido, muscoloso, fiero; metà muso mascherato da una macchia nera.
Sento che tutto di me, il collo possente, la mandibola sviluppata, le orecchie corte salde e immobili, le ispira la parola potenza.
Anch’io la guardo: un esserino efebico colorato di verde con gli occhi puntati su di me. Non voglio che si spaventi, mi sollevo piano facendo forza sulle zampe anteriori, e la precedo. Lei resta per un attimo indecisa, sospesa sulla scelta da compiere, ma poi ricomincia a camminare. Procediamo allo stesso passo, la distanza fra noi non aumenta né diminuisce. Voglio farle capire che desidero solo accompagnarla, quell’intervallo fra noi mi permette di annusare indisturbato le sue emozioni. So già chi è, l’ho decifrata a poco a poco ogni mattina dall’inizio della stagione. Ora devo comprendere come avvicinarla.
Procediamo uniti, ma senza avvicinarci, sul percorso che dalla ciclabile porta alla campagna, rimango con lei fino a quando scorgo i cancelli delle case a schiera appena fuori dal paese. Allora mi rituffo fra i fusti del mais. Andiamo avanti così per qualche giorno, lei ora se l’aspetta di trovarmi all’imbocco della pista ciclabile e io sono là. Camminiamo, ma adesso le sto dietro, vicino abbastanza da farle capire che la seguo. Passo dopo passo seguo proprio lei.
Ci sono io, fra lei e la sua ombra.
La sera a casa, mentre sferruzza, Selene ora ha un pensiero cui badare. Si domanda chi sono, da dove vengo. Sono stato abbandonato? sono scappato? perché ogni mattina mi trova ad aspettarla?
Durante il giorno la piccola Selene continua la sua vita di sempre. Quando scende dal treno però, dopo il lavoro, ha preso a fermarsi in qualche negozio prima di rientrare. Porta a casa pane fresco, frutta colorata e saporita, un po’ di gelato. E digerisce Selene, mentre la sua pelle via via più brunita rimane compatta e liscia.
Giorno dopo giorno, di mattina presto, ci avviciniamo. Mi ha dato un nome, mi chiama Bortolo.
Io le cammino al fianco, zampetto sulla sua ombra e quando arriviamo in campagna faccio il clown, le corro intorno, veloce sulle mie zampe, le porto bastoni di legno da lanciarmi, le deposito ai piedi sassi.
Le prime volte lei si spaventava. La forza delle mie corse le mulinava intorno una spirale di polvere, agitava l’aria, che le frusciava fresca sulla pelle. Ostinato ho continuato a portarle legnetti finché lei non ha ceduto.
C’è voluto un po’ per vederla sorridere, e un altro poco ancora perché cominciasse a giocare e a ridere a bocca aperta.
Selene impara dalla mia energia, faccio di tutto per fargliela respirare e giorno dopo giorno diventa anche sua.
Adesso è la prima a lanciarsi nella corsa quando ci incontriamo, tutti e due desiderosi di scaraventarci senza respiro in mezzo alla campagna.
Una volta, scendendo dal treno di ritorno dal lavoro, Selene si compra un quadernetto.
Piccolo, con la copertina verde smeraldo.
La sera, a casa, dopo aver cucinato una buona cena tutta per sé, Selene mi pensa.
E piano piano mi mette al mondo..  Scrive. Mi inventa: non esistevo prima, e neanche lei esisteva..
Si dipana così la libertà di Selene, che altro non è che il potere delle storie.

Alla luce limpida del mattino, la forma stilizzata di un cane dalla struttura quadrata, il collo possente, le orecchie corte immobili, le cammina a fianco la mattina presto, mentre mette un passo avanti all’altro.
Selene la guarda, ormai rivelata. Accanto alla sua, l’ombra di Bortolo si allunga sul sentiero e scorre discontinua sui monconi del granturco ormai segato.

Il tempo della limonaia

15/03/2019 | Scritto da Carlo Simoni | (0 Commenti)

Il fragore dei magli si ode sin dall’ingresso nel paese, ma non giunge fin là, alle limonaie vicine al porto: Toscolano non è paese di giardini d’agrumi. È Gargnano quello, dove se non sono carbonai o pescatori sono giardinieri, e vivono quieti il loro tempo, segnato dal sole e dalla luna, e dalle stagioni. Qui no, qui a dir le ore, estate e inverno, notte e giorno, è l’arrivo da Desenzano dei barconi carichi di stracci per far carta, il passo dei mulattieri coi loro animali che van lungo il fiume a portar sacchi di quella materia per poi riportar di nuovo giù al porto risme candide, e a contare i minuti non è il battere degli orologi ma quello dei magli, che di quegli stracci fan la poltiglia da cui si trae il foglio.

Laggiù alla Capra però, come si dice la piana di ulivi che stan sulla parte sinistra della penisola fatta dal fiume, è ancora la campana della parrocchiale a marcare il tempo, perché oltre la chiesa non ci sono cartiere ma limonaie, le poche che prosperano nel paese della carta.

È là che Geraldo andava, ogni mattina, non per mescolarsi ai traffici del porto però, ma a badare al suo giardino. Non era vecchio, e pure ansimava sotto il peso della gerla. Le doghe, ben commesse, non lasciavano filtrare che qualche goccia d’acqua, ma i suoi passi, malcerti per la fatica, ne facevan traboccare secchiate ad ogni gradino, sì che quando arrivava alle piante la gerla s’era per quasi metà svuotata. La deponeva inginocchiandosi un poco, poggiandone il fondo prima allo scalino a tre piedi e poi a terra.

Il bambino che l’accompagnava ne cavava allora l’acqua, con un secchio, e la versava attorno ai fusti delle piante, ancora giovani.

Geraldo l’aveva portato con sé, la prima volta, un giorno di dicembre, e al bambino i frutti che pendevano tra le fronde di quegli alberi chiusi tra le assi e i vetri che sono la veste del giardino in inverno, erano sembrati animali vivi, gialli uccelli mai veduti: sarebbe stato questo il primo ricordo che, ormai uomo fatto, avrebbe conservato. Insieme ad un altro, di quando l’anno successivo, alla limonaia aveva visto comparire strani personaggi, silenziosi e garbati, colla barba, lunghi riccioli che scendevano accanto al viso e neri cappelli dalla tesa larga: se n’erano stati a soppesare ed osservare minuziosamente i cedri che intendevano acquistare. Provavano a metterli in certi vasi a forma d’uovo che tiravan fuori dai loro sacchi. Si erano decisi alla fine e avevano lasciato un bel gruzzolo a Geraldo, che aveva spiegato al suo garzone esser quelli ebrei di Riva, che ogni anno venivano lì a cercare il frutto necessario per celebrare una delle loro feste grandi. La festa cosiddetta delle capanne.

Ma gli ebrei rivani eran cosa di un giorno. Geraldo teneva alle tre piante di cedro che aveva piantato per poterli far venire fin lì, ma eran le altre piante, quelle di limoni, a chiedere per il resto dell’anno il grosso del suo lavoro.

Limonaie a Toscolano a inizio ’800, da Johann Jacob Wetzel, Voyage pittoresque au lac de Garde ou Benaco (1824)

Svuotata la gerla d’acqua, tornava a ricaricarsela e a scendere con quella sulle spalle fino alla riva. Aveva da poco passati i trent’anni, era un uomo sano, ma non lo si sarebbe potuto dir robusto. La schiena gli doleva per giorni dopo che, una volta la settimana almeno, s’era dato al lavoro di dacquar le sue piante. Un lavoro da non fare nelle ore calde. Le piante non vogliono acqua quando le foglie stanno al sole, ma solo alla sera, quando la brezza che viene dal lago le rinfresca, insieme asciugando il sudore degli uomini, e il Pizzocolo, dietro al quale il sole è da poco tramontato, segna colla sua grande ombra le acque fin quasi all’altra sponda, illuminata ancora. Il Baldo sembra vicino a quell’ora, a cento passi si direbbe, perso nella foschia rosata della sera.

Non aveva un pozzo Geraldo, e dunque per irrigare il suo giardino doveva far questa fatica. Lui e, per quel che lo poteva aiutare, Luchino, che fosse stato per lui ci sarebbe vissuto addirittura, lì, tanto gli piaceva coltivar limoni.

Il giardino d’agrumi di Geraldo era l’ultimo di quelli che s’allineano oltre la contrada del Porto. S’era svenato per rimetter in piedi questo rudere, perché non era niente di più quando l’aveva adocchiato. Lasciato andar in malora da quando il padre di sua moglie era morto. Proprio lì, cadendo nel mentre copriva la limonaia. Era l’ottobre di venti anni prima. Geraldo non aveva neanche fatto in tempo a conoscerlo, e così quel che aveva imparato l’aveva imparato dai giardinieri che il loro lavoro lo fan di mestiere. Dal Vincenzo, in ispecie, che non era mai stato geloso, e teneva i giardini lì accanto dei signori che avevan palazzo al Porto. Quando gli aveva chiesto di aiutarlo perché voleva mettere a coltura il giardino del suocero quello gli aveva detto ch’era matto. Fin la terra avevan portato via, mica solo le pietre dei pilastri, le assi, i vetri… Era una rovina. Non lo vedeva?

Ma Geraldo l’aveva sognata una limonaia sua. Fin da quando, perso nelle nebbie della Bassa, vedeva arrivare quelli del Garda a vendere limoni ai padroni della terra su cui lavorava anche suo padre e aveva lavorato suo nonno, e dicevano che là, sul lago, erano proprio quelli a tener lontana la pellagra, i limoni, e poi il pesce, l’olio… Altro che polenta oggi e polenta domani.

Una volta uno di quei carrettieri che venivan di là gliene aveva dato uno, ammaccato, e lui l’aveva assaggiato. Non aveva mai sentito in bocca una sensazione di quel genere. Sembrava che la lingua si fosse ritirata, e poi i denti eran diventati asciutti che in bocca non gli sembravano suoi. Però gli era piaciuto, perché veniva da là, dal lago.

Non gli aveva detto di rimanere suo padre, quando era arrivato all’età di poter andare via da solo. Erano due braccia in meno, certo, però se restava era anche un figlio di più a patire la fame. Che andasse a cercar fortuna al Garda, visto che il contadino non lo voleva fare.

Geraldo s’era messo con uno che girava per i paesi a vender nastri e fazzoletti: di tutti i colori e per tutte le borse, diceva. Con quello era arrivato a Toscolano, e non aveva voluto andar più via. Aveva messo un banco al Ponte. La domenica lo spostava alla Piazza, e delle volte lo portava fin a Maderno. Aveva cominciato così a metter da parte qualche soldarello e allora si era inteso con una di quelle ragazze che gli giravano intorno a guardare i suoi nastri. Era stata una battaglia: la madre della Betta aveva fin chiamato il prete a benedire la figlia. Non voleva che andasse moglie a un merciaino che, non aveva dubbio, cercava solo d’attaccar il cappello al chiodo. Perché lei, pur vedova, non stava male e la sua figlia, l’unica, poteva sperare di maritarsi meglio. Ma dai e dai, la Betta e Geraldo si erano sposati, e lei s’era messa nel commercio del marito. Avevano messo in piedi una bottega nella via di Mezzacampagna, oltre al banco che Geraldo ormai metteva solo nel giorno di mercato. Col passar del tempo a vendere si vedeva sempre più spesso lei, perché Geraldo andava giù al Porto, a studiare quelle poche pietre che eran rimaste della limonaia, frattanto passata in eredità alla Betta, colla morte di sua madre.

Non li diceva in casa i suoi intenti. Solo col Vincenzo ne parlava, e solo quando ebbe un’idea di quel che occorreva e delle spese cui bisognava andar incontro parlò.

Quel luogo era per la moglie maledetto. Se lo ricordava lei, bambina, il corpo di suo padre per terra, che sembrava avesse preso sonno in mezzo alle sue piante. Ma Geraldo seppe rassicurarla, e l’impresa ebbe inizio.  

C’eran voluti sei anni. Le pietre era andato lui stesso a rimediarle, su ai piedi del Monte Castello, e s’era fatto aiutare per rappezzare la muraglia a mattina, che era mezza caduta, e i pilastri, mangiati come pane da quelli che avevan trovato convenienza a portarsi via le pietre già squadrate. Anche il castagno per gli sparadossi e i canteri l’aveva trovato sui monti sopra il paese, e dunque quei pali per reggere le assi del tetto non erano costati quanto il larice per fare il resto: le tavole per coprire   la limonaia, per darle un tetto alla fine della bella stagione, e le altre per far le portiere e le usciere, e i misili per tener le une e le altre e così chiuderla a mezzogiorno, e poi le filarole che van da pilastro a pilastro. Tutta roba che aveva dovuto far venire dal Tirolo, colla barca. Erano stati denari sonanti: mica poteva andar lui a prenderla di là del confine. Invece la terra buona – perché quella di lì non dava sostanza alle piante – quella sì, non se l’era fatta portare dalle donne della Veronesa, che fan quel lavoro da bestie. Era stato lui a portarla di qui del lago, lui e certi barcaioli suoi amici che si erano contentati di poco. E finalmente era arrivato a metter giù le prime piantine, cresciute sei anni nel giardino di uno di Gargnano che gliele aveva date per antica amicizia col padre della Betta. Avevano cominciato, lui e il bambino, a dacquarle ogni settimana quando ancora Vincenzo era sullo scalino, nel giardino che confina con quello di Geraldo, a finir di raccogliere i limoni della seconda spiccanda. Un anno buono, quel milleottocento e sei: con quelli che avevan fatto nella prima, a maggio, Vincenzo diceva che ogni pianta ne aveva fatti dai cinque ai seicento.

Gli pareva già di poterli toccare colle mani, a Geraldo e a Luchino, i limoni che sarebbero venuti, i loro limoni, e si vedevano a tornare coi cavagni pieni tanto da aver bisogno di caricarne carretti.


Le stagioni eran corse via come una ruota, spiccanda dopo spiccanda, e gli anni erano passati senza che le giornate, alla limonaia cambiassero. Neanche quando era arrivata la guerra. La gente di Toscolano, portata di suo a tenersi alla larga dalle mene dei politici e dallo strepito delle soldataglie, vi era stata a forza immischiata, e s’era rifugiata nella Valle delle cartiere e su per i monti quando il 16 del Febbraio 1814 i Francesi, guidati niente di meno che dal Viceré Eugenio, avevan cacciato da Salò gli Austriaci, e la loro flottiglia li aveva inseguiti sino a cannoneggiarli sulla strada che entra in Maderno.

Geraldo no, lui era rimasto giorno e notte alla sua limonaia in quelle turbolenze, e là era anche quando gli Austriaci si erano asserragliati proprio allo sbocco della Valle, erigendo barricate sulla sua riva sinistra, presso il ponte, e terrapieni sulla destra. Ma la guerra aveva raggiunto anche le acque del lago: i legni napoleonici si erano scontrati con quelli degli Austriaci proprio davanti a Toscolano, avendone ragione.

Tra i Toscolanesi che stavano sulla riva a veder la battaglia c’era anche Geraldo, naturalmente. Invano si sarebbe invece cercato, accanto lui, Luchino. Fattosi oramai un ragazzo forte e curioso del mondo, per il mondo se n’era andato. Non dietro ai travaini, com’eran detti gli apprendisti delle cartiere, a cercar fortuna in quelle di Rovereto dove le paghe eran migliori. Luchino di lavorare al chiuso, e con uno alle spalle a vedere che tu non perda tempo, non aveva mai voluto sapere, e dunque ben più a settentrione di Rovereto era andato: a fare il boscaiolo, nei boschi dell’Impero. Una volta, uno di Maderno, che andava lontano a vender calendari e stampe, aveva detto d’averlo visto nella valle dell’Inn; un’altra, il figlio di un pastore, che non aveva voluto seguire la sorte del padre e s’era dato alla vita del contrabbandiere, aveva assicurato di averlo incontrato nella Pustertal.

La caduta di due uomini in una limonaia in un ex voto del 1828 conservato a Tignale

Le ossa di Geraldo scricchiolavano oramai, e quando c’era da dacquar le piante o coprire la   limonaia doveva prendere a ore qualcuno vecchio quasi quanto lui, perché i giovani erano tutti alle cartiere. Non si lamentava però, né brontolava come Betta per quel figlio che non si sapeva dov’era: non se n’era andato pure lui, da giovane? non aveva lasciato la famiglia per farsi una vita nuova? E forse proprio perché se l’era fatta da solo continuava ad andargli bene. Per questo, ma anche per altro: non avrebbe scambiato la sua condizione con nessuno dei signori che stavano in paese e tenevano cartiere nella Valle, quando era su, tra i rami delle sue piante a spiccare i suoi limoni, e a riempirne il grümiàl, la sacca di pelle di capra che gli stava legata in vita. Si sentiva in paradiso, e la sera raccontava a Betta come andava la spiccanda, mentre lei gli diceva dei nastri nuovi arrivati quel giorno dal paese dove li facevano, un paese del Comasco, su un altro lago che loro non avevano mai visto. Sì, anche questo gli regalava la limonaia. Perché lo sapeva, Geraldo: vi sono uomini che credono d’incontrare la donna di cui non possono fare a meno in diversi successivi esempi del genere femminile nei quali s’imbattono, ed altri invece che la Donna la san vedere in un esempio soltanto, e vedutolo non han più occhi per gli altri che incontrano o potrebbero incontrare. Ed era fra questi ultimi Geraldo, che pure non s’era per questo messo l’animo in pace, come chi reputa che nulla più possa venir a turbare la sua vita. Lui s’era piuttosto fatto persuaso, a furia di almanaccarci, là, nel mentre curava i suoi limoni, che la solitudine è il destino di chi nasce, e che solo chi sa di non poterla vincere ma soltanto addomesticare può vivere, non felicemente forse, ma serenamente, almeno.

Così dunque avevano di fatto stabilito di vivere Geraldo e Betta. Lei alla bottega a vender nastri alle giovani per farsi ammirare, ai giovani per dichiararsi a quelle, alle donne non più giovani che volevan ricordare a chi sapevan loro che giovani lo erano pur state. E lui al suo giardino. Lui che, quando il lago era calmo e non faceva udire la sua voce, se ne stava le ore, come qualcuno giurva d’averlo sentito dire, ad ascoltare i suoi alberi a crescere. Solo, e al tempo stesso certo di non esserlo per davvero; come del resto Betta, che non avrebbe saputo vivere con il marito in bottega, e che passava le sue giornate sapendo che anche quella sera lui sarebbe venuto, come ogni sera.


Altri anni ancora sono passati, e Betta è sempre dietro il suo banco colorato di fettucce variopinte. Geraldo passa invece i suoi giorni accanto alla stufa, o alla finestra di dove vede il lago, nella casa che tanto tempo fa si sono fatti sopra alla bottega. Non ha più forza nelle gambe che gli basti a scendere alla limonaia a guardare me, Luchino, a continuarvi il lavoro suo, e che anche mio era stato prima che il mondo mi chiamasse. Per portarmi tra quei boschi, dove m’era parso che la vita procedesse in un modo tutto diverso da quel che era stato là dove fin allora ero vissuto. Che lassù accadesse sempre qualche cosa, m’era sembrato, e altro stesse per accadere. Ogni grande abete che la mia ascia abbatteva mi sembrava che un avvenimento avesse interrotto il fluire del tempo, e la giornata ne fosse segnata ed avesse per questo il suo senso; m’ero sentito fiero, i primi tempi, di esser della squadra che di quegli avvenimenti era artefice. Poi, poco a poco, avevo cominciato a non sentir più quella fierezza, a dispiacermi invece, per quelle piante che morivano crollando come grandi animali sotto lo sguardo delle sorelle, e sempre più forte si era fatta in me la nostalgia di vederle crescere le piante, di farle crescere, come una volta, quand’ero un bambino, là, con mio pare, e quel divenire lento, che solo chi non stava alla limonaia tutto il giorno non sapeva vedere, riempiva il tempo.

È quel tempo che ho riguadagnato, tornando infine alla limonaia, alle sue giornate che fluiscono quiete, e mi sembrano, a momenti, addirittura tornar sui propri passi se guardo Aldo, il bimbo mio e di Agnes, la donna che fin qui mi ha seguito. Aldo ogni giorni viene con me: ancora piccolo per prestarmi aiuto, se ne sta le ore a giocare sulla riva coi sassi che il lago ha rotolato e levigato sino a farli tondi e lisci. Come limoni.

In questo racconto, scritto da Carlo Simoni per AB, ricompaiono alcuni personaggi del suo romanzo Il segreto dell’arte (Cierre, 2012).


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