Oggi, domani / Luigi Ferrajoli

“Dobbiamo evitare il pessimismo disfattista e paralizzante, destinato a convertirsi nella rassegnata accettazione dell’esistente. Senza la speranza di tempi migliori, scrisse Kant, un serio desiderio di fare qualcosa di utile per il bene generale non avrebbe mai eccitato il cuore umano. Giacché la speranza nel progresso [sociale e civile] forma il presupposto dell’impegno morale e di quello politico, e si oppone perciò all’accettazione passiva di quanto accade o non accade. Questa speranza non è il frutto di un generico ottimismo. Essa si fonda sulla ragione, cioè sulla convinzione che la soluzione dei problemi globali dipende dall’espansione a livello sovranazionale del paradigma garantista e costituzionale e dall’unificazione, a tal fine, delle energie e delle passioni di tutti gli esseri umani intorno a battaglie comuni, contro minacce comuni, per la salvezza comune”.

Oggi, domani / Salvatore Quasimodo

“UOMO DEL MIO TEMPO / Sei ancora quello della pietra e della fionda, / uomo del mio tempo. Eri nella carlinga, / con le ali maligne, le meridiane di morte, / t’ho visto – dentro il carro di fuoco, alle forche, / alle ruote di tortura. T’ho visto: eri tu, / con la tua scienza esatta persuasa allo sterminio, / senza amore, senza Cristo. Hai ucciso ancora, / come sempre, come uccisero i padri, come uccisero / gli animali che ti videro per la prima volta. / E questo sangue odora come nel giorno / quando il fratello disse all’altro fratello:  / «Andiamo ai campi». E quell’eco fredda, tenace, / è giunta fino a te, dentro la tua giornata. / Dimenticate, o figli, le nuvole di sangue. / Salite dalla terra, dimenticate i padri: /le loro tombe affondano nella cenere, / gli uccelli neri, il vento, coprono il loro cuore”.

Oggi, domani / Slavoj Žižek

“Ci stiamo avvicinando a una tempesta perfetta, in cui una serie di catastrofi (pandemia, riscaldamento globale, scarsità di cibo e di acqua, guerre…) si rafforza a vicenda, tanto che la scelta non è semplicemente fra guerra e pace, ma uno stato di emergenza mondiale in cui le priorità cambiano di continuo. La follia di fondo della situazione necessita di una spiegazione: in un’epoca in cui quasi tutti riconoscono che la nostra stessa sopravvivenza è a rischio per ragioni ecologiche (e non solo), e in cui tutto quello che facciamo dovrebbe essere subordinato alle misure per far fronte a questo pericolo, all’improvviso la preoccupazione principale è diventata una nuova guerra che può solo abbreviare la via verso il nostro suicidio collettivo. In un momento in cui la cooperazione a livello globale è più necessaria che mai, lo ‘scontro di civiltà’ è tornato in grande stile”.

Oggi, domani / Antonio Prete

“La grande questione del disarmo, e la via degli accordi progressivi tra organismi politici sovranazionali sulla dismissione di armamenti letali e di armi nucleari appare un’illusione sfiorata alcuni decenni orsono e ormai tramontata. Le spese militari nella loro roboante e proterva crescita offendono la povertà, sbeffeggiano le diseguaglianze. Irridono a ogni forma di cultura”.

Oggi, domani / Wisłava Szymborska

“VIETNAM / Donna, come ti chiami? – Non lo so. / Quando sei nata, da dove vieni? – Non lo so. / Perché ti sei scavata una tana sotterra? – Non lo so. / Da quando ti nascondi qui? – Non lo so. / Perché mi hai morso la mano? – Non lo so. / Sai che non ti faremo del male? – Non lo so. / Da che parte stai? – Non lo so. / Ora c’è la guerra, devi scegliere. – Non lo so. / Questi sono i tuoi figli? – Sì”.

Oggi, domani / Roberto Esposito

“Per anni la metafora della liquidità – proposta da Zygmunt Bauman (…) – ha marcato il nostro tempo. (…) Oggi, tuttavia, anche questa geniale metafora comincia a mostrare i segni del tempo (…) perché incapace di dar conto di un ulteriore passaggio, che sembra spingerci del tutto fuori dalla modernità (…) anche da quella fluida e in trasformazione perenne. Il processo che dal solido portava al liquido, sostituendo la velocità del tempo alla lentezza dello spazio, pare essersi invertito. Non appena la globalizzazione ha registrato i primi insuccessi [già precedentemente alla pandemia], generando più problemi di quanti sembrava risolvere, la spazialità torna a rivendicare i propri diritti. Gli Stati sovrani dichiarati anzi tempo rialzano la testa, mentre la geopolitica ridisegna vecchie e nuove zone di influenza.

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Oggi, domani / Luigi Ferrajoli

“L’umanità forma già una società civile planetaria. Ma è attraversata da conflitti e confini che le impediscono di affrontare i suoi tanti problemi globali, i quali richiedono risposte politiche e istituzionali altrettanto globali che certamente non possono essere date dai singoli Stati nazionali. (…) Oggi, perciò, è più attuale che mai il progetto kantiano della stipulazione di una costituzione civile quale fondamento di una federazione di popoli estesa a tutta la Terra”.

Oggi, domani / Thic Nhat Hanh

“Nel protestare contro una guerra, possiamo credere di essere una persona pacifica, un vero rappresentante della pace, ma questa nostra presunzione non sempre corrisponde alla realtà.
Osservando in profondità ci accorgiamo che le radici della guerra sono presenti nel nostro stile di vita privo di consapevolezza.
Se noi non siamo in pace, non possiamo fare niente per la pace”.

Oggi, domani / Antonio Prete

“La politica delle armi, se osservata a distanza di qualche decennio dagli accadimenti, si è sempre rivelata come il rovescio dell’umano, e del razionale, e del sensibile. Abolizione, o sospensione, di quel sentire che fonda il sé sul riconoscimento dell’altro (…) La capacità distruttiva [delle armi] e la loro alleanza con la morte, con la produzione di morte, non sono neutralizzate dal fatto che chi le adopera, o lo vende, o le dona, lo fa per una causa ritenuta giusta. La loro funzione ultima è quella di uccidere e ferire”.

Oggi, domani / Paolo Di Paolo

“Nella storia della distruzione è un particolare tra centinaia di particolari; nell’affresco spaventoso di una guerra è l’angolo in basso della tela. Da lì sbuca un muso di cane, e ci guarda: con quello sgomento muto che a volte c’è solo negli occhi dei cani. Il cane piccolo e atterrito – però vivo – ritrovato in un’auto con i finestrini distrutti. Il grosso cane dal pelo chiaro che accompagna una famiglia in viaggio verso il confine. E quello che sosta per ore in una stazione, confuso alla folla degli umani, accucciati come lui al freddo. Il randagio che percorre le strade di città sventrate, affamato. L’ospite di un canile abbandonato, che guaisce e sussulta per il rumore dei bombardamenti. (…) Il cane rimasto ucciso insieme alla sua famiglia umana – freddata alle spalle mentre era in fuga.

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Oggi, domani / Antonio Prete

“La prossimità, l’aiuto, il soccorso rivolti alla popolazione ucraina, l’accoglienza messa in campo per i profughi, tanto più possono attingere a una compassione per dir così pura, e profonda, quanto più includono nell’orizzonte dello sguardo e della cura, e nelle ragioni dell’indignazione, altri feriti, o sottoposti a violenze, sotto altre latitudini, sotto altre condizioni. Si tratta insomma di non respingere tra gli invisibili i campi profughi libanesi, le metodiche occupazioni e aggressioni nella striscia di Gaza, i campi-lager libici, e così via”.

Oggi, domani / Cesare Brandi (1968)

“La nostra civiltà che si razionalizza, in apparenza, sempre di più, si meccanizza quindi sempre di più, è tutta un enorme neoplasma, come un neoplasma al cervello che prima di distruggere completamente i centri, li comprime, li deforma, li annulla. Così il massimo della razionalizzazione coincide con l’atrofia di quello che fa uomo l’uomo, in primo luogo la contemplazione, l’ozio nel senso antico e non dispregiativo: vedere e mirare. Vedere e recuperare, mirando, il tempo remoto e quello nuovo, ricomporre il proprio essere avulso e sminuzzato dalle ore quotidiane, dal fracasso tecnologico. Né vale solo la campagna o la montagna o il mare per questo. La città, che è l’espressione stessa dell’uomo in quanto vive con l’uomo e fa civiltà e crea cultura, la città deve anche poter sospendere l’uomo dal suo flusso ininterrotto di affanni e di lavori forzati”.