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Pharmacon

Luglio 23rd, 2018 | Posted by Giovanni Locatelli in Giovanni Locatelli | Viaggi: raccontare, ricordare - (0 Comments)

Ho assunto del veleno, consapevolmente, a scopi terapeutici. Spero che possa servire, ma non ne sono sicuro. I farmaci che ho preso sino ad oggi non hanno sortito alcun effetto. Questo però è di gran lunga più potente. E più pericoloso, a quanto pare.
Fuori piove, ho messo su un disco comprato oggi, per distrarmi. Non è proprio musica, sono suoni senza alcuna armonia, un pianoforte usato come una percussione, non so se è la colonna sonora più adatta. Abbiamo parlato di John Cage questo pomeriggio alla Monteverdi, ero curioso. Al liceo stiamo studiando Carducci, non c’è paragone. È come tuffarsi nel medioevo tutte le mattine e dover stare in apnea per cinque ore in attesa di respirare un po’ di novità alla scuola di musica. Uscito dalla farmacia sono andato subito a comprarmi l’album di Cage: il farmacista mi aveva dato da firmare una liberatoria di responsabilità, pensavo di consolarmi con la musica, ma la cassiera del negozio di musica mi ha sbattuto in faccia un modulo identico. La città non intende inghiottirmi, né io voglio apparire più appetitoso. Negozi così diversi resistono al mio ingresso e ogni volta sembrano sputarmi fuori con sollievo, liberati dal peso del pacchetto che mi porto via e che non risulta mai essere il prodotto di punta.

Il principale effetto collaterale del farmaco è che, in caso di gravidanza, provoca gravi malformazioni al feto: microcefalia, idrocefalia, dismorfismo facciale, palatoschisi, assenza dell’orecchio, ne sto solo leggendo alcuni. Per fortuna non sono incinto come mia madre. Però fra le controindicazioni meno frequenti annovera comunque depressione, istinto omicida e suicidio. Serve a curare le mia acne, a evitare che si aggravi e diventi cicatriziale, ma non c’è paragone tra i rischi e i possibili benefici. Anche risolti i brufoli, resta comunque una testa sproporzionata, occhi stretti, labbra enormi, un mento appuntito. Decisamente non bello, insomma.
Purtroppo la musica non riesce a distrarmi. Odio prendere medicine, sono terrorizzato dalle controindicazioni che non posso fare a meno di leggere e che mi fanno immediatamente un effetto placebo al contrario: adesso il mio sangue infetto mi ossessiona, mi sento come se contenessi un mostro pronto ad uscire. Mi è interdetta la donazione del sangue, potrebbe essere dato ad una donna in gravidanza. Qualche riga del foglietto illustrativo tratta del mio seme, sembra scagionarlo da ogni accusa, ma non mi pare il momento migliore per farne dono, sempre ammesso che capiti l’occasione. A quanto pare, non è il caso nemmeno di depilarsi le gambe con la ceretta, c’è il rischio che si lacerino i tessuti. Si seccheranno labbra, fauci, gola, occhi, sarà come essere nel deserto. Il mio ematocrito è alto di natura, mi ritroverò del budino al posto del sangue. Cefalee, diarrea, giramenti di testa non li prendo nemmeno in considerazione, quelli sono riportati anche sul bugiardino dell’aspirina.

Devo smettere, sto sudando. Meglio studiare il booklet del CD, magari scopro qualcosa di interessante sul compositore. La prima cosa che guardo è a che età l’autore ha scritto la sua prima opera importante. Lo faccio sempre, per capire quanto tempo mi rimane davanti… Qui non ne parla. Invece leggo di John Cage che avesse uno straordinario senso dell’umorismo. C’è una sua foto molto bella all’interno del CD, vecchio con i capelli lunghi, spettinati, gli occhi stretti e la bocca aperta in una risata sincera. Tutti vorrebbero un nonno così. Però che palle sentirlo suonare.
Comincia a farmi prurito la schiena. Fra le scapole, in un punto difficile da raggiungere, poi alla base della spina dorsale, proprio sopra al sedere, adesso una coscia, poi l’altra. In pochi minuti è come se mi fossi rotolato nelle ortiche, brucia tutto il corpo. L’ultimo paragrafo accennava alla cosa, ma in maniera marginale, chiedendo di informare il medico, in caso di controindicazioni non descritte. Lo farò domani, se sopravvivo. Ho sete e caldo. Forse un bagno potrebbe farmi bene, sto sudando, mi scoppia la testa e ho voglia di vomitare. Vorrei dormire, ma non posso, non riesco perché ho paura di non svegliarmi. Il tempo ha smesso di scorrere e i minuti non passano, si accumulano in un angolo della stanza, guardandomi minacciosi come se fosse colpa mia. Riprendo in mano il foglietto illustrativo per vedere se mi sono perso qualcosa di importante. Le pastiglie che non assumo dovrò restituirle al farmacista, c’è scritto, per evitare che qualche donna le prenda accidentalmente. Ma chi è che assume pastiglie a caso? A quanto pare, il pericolo che corre una ragazza fertile in presenza di questo medicinale deve essere gravissimo. Suo figlio potrebbe essere il demonio stesso. Me lo immagino enorme e caprino, alla guida di un auto in corsa, sotto la quale si gettano spontaneamente uccelli ed altri animali, a frotte, a stormi, attratti da un insano desiderio di annullamento. Andrei anch’io a gettarmici sotto, per espiare la colpa di essere la causa di un tale abominio.

Forse sarebbe meglio tornare in cucina, fare quattro chiacchiere con mia madre. Quella cretina. Potrei offrirle una pastiglia, come fosse una caramella, per vedere gli effetti sul nascituro. Magari viene fuori con due teste, magari un centauro, o un minotauro… potrebbe essere l’inizio di una nuova specie, un superuomo dotato di poteri sovrannaturali. Qualunque cosa purché non assomigli a suo padre, meglio bicipite che con quella faccia da culo! Si è fatta ingravidare dal suo nuovo compagno, Cosimo si chiama, che nome del cazzo, quella scema! Si comportava come una ragazzina, negli ultimi tempi, mi permetteva di uscire tutte le sere, per non avermi tra le palle, e adesso scoppia a piangere di continuo al pensiero di dover affrontare una nuova gravidanza a quarantacinque anni. Forse non è una buona idea quella di andare in cucina, non sono dell’umore adatto.

Io ho annusato l’odore della morte dalla bocca di mio padre, per questo adesso so riconoscerlo. La morte gli stava marcendo i polmoni e il suo fiato puzzava come puzzano le carcasse. Poi gliene hanno asportato uno, purtroppo senza riuscire a sconfiggere il male. Adesso mi sembra di risentire quell’odore, presto avrò anch’io la bocca squassata dalle piaghe per via di questa medicina di merda. Mi scanseranno tutti, persino i parenti. All’ultima riunione di famiglia, ho guardato l’effetto che faceva l’espressione “ho una malattia incurabile…” sul volto delle persone alle quali l’ho detta. Così, con la serenità e lo humour del malato terminale che scopre in sé una forza sconosciuta, ho avuto davvero il coraggio e il cattivo gusto di pronunciarla, infliggendo a quei disgraziati un’inutile, insanabile ferita. Mi sono affrettato a precisare “incurabile nel senso che non se ne conosce la cura, non perché mortale”, ma l’ombra negli occhi dei parenti, la nuvola che aveva oscurato la loro vista, non si è completamente diradata. Tutti mi hanno augurato pronta guarigione, al momento dei saluti, auguri immediatamente ricambiati, per puro gusto della stravaganza.
Adesso che ci penso mi sento meschino, dovrei smettere di prepararmi i discorsi in anticipo, levigandoli per migliorarne l’effetto, recitandoli poi per far bella impressione. Lasciano un sapore amaro in chi li ascolta, come se avessero assaggiato un cibo tutt’altro che genuino, un piatto cucinato con ingredienti sintetici. Non sembrano i discorsi di un sedicenne, qualcuno mi ha detto, una volta. continua a leggere