Inshallah

“Cosa ti porto da bere, cecchino?” gli aveva chiesto l’uomo dietro il bancone, con un cenno di saluto.
“Dammi una birra. Ghiacciata, però, non come il piscio che mi hai rifilato l’ultima volta. Una birra ghiacciata. E’ forse una richiesta troppo complicata per uno che una volta si vantava di essere il miglior barman della città?”
“Oggi dev’essere la tua giornata fortunata. Abbiamo avuto solo un paio di interruzioni nella fornitura elettrica e da qualche ora il frigo ronza che è un piacere, sembra un gatto che fa le fusa…”.
“Allora che aspetti, vecchio chiacchierone? Portami quella stramaledetta birra prima che io muoia di sete.”.
Si era accasciato sull’unico sgabello libero, lo sguardo come al solito rivolto verso il grande specchio che, incorniciato di legno dorato, correva alle spalle del bancone per la sua intera lunghezza. La sua innegabile imponenza riportava alla memoria la passata grandezza di quel luogo. Malgrado i bombardamenti che si susseguivano ad ogni ora del giorno e della notte e che avevano ridotto la città a un cumulo di macerie, lo specchio si era mantenuto miracolosamente intatto. I calcinacci, i vetri rotti e i muri traballanti che lo attorniavano accentuavano la straordinarietà della sua condizione. Grazie a questa apparente invulnerabilità, il grande specchio dorato, con la sua altera indifferenza, si era trasformato in uno dei più popolari emblemi della resistenza cittadina.
Prima della guerra civile quello era il bar di un hotel di lusso. L’albergo ora ospitava il comando dell’armata di straccioni che, contro tutte le previsioni, ancora difendeva ostinatamente la città dalla furibonda offensiva dell’esercito sovranista. Al bar si dava convegno ogni sera una moltitudine di combattenti sfiniti, oltre che il variegato mondo di faccendieri e trafficanti che ruotava loro intorno. Al piano inferiore, nelle grandi cantine, il quartier generale: ingresso strettamente sorvegliato, accesso consentito solo ai comandanti eletti dalle compagnie.
Lui non ci aveva mai messo piede: poco gli importava di ciò che si decideva là sotto. Condivideva con altri miliziani una delle stanze dei piani superiori. Ci aveva traslocato il giorno in cui un violento bombardamento gli aveva raso al suolo la casa, compagna e figlio di tre anni inclusi.
Era stato allora che aveva chiesto di essere trasferito in un’unità di tiratori scelti. Aveva sempre avuto una buona mira, anche nel mondo di prima. La prova a cui lo avevano sottoposto prima di accogliere la sua domanda consisteva nello sparare a un bersaglio mobile da distanze e angolature diverse. Erano bastati tre colpi. Quel giorno stesso aveva ricevuto il suo primo incarico.
Un mondo molto particolare, quello dei cecchini. Anche la guerra che combattevano era diversa da quella degli altri: prima le lunghe, estenuanti attese con l’occhio fisso nel cannocchiale del fucile di precisione, così immobili nel proprio nascondiglio da pisciarsi nei pantaloni se necessario, poi le fughe rapide e silenziose prima che il nemico potesse scoprire l’origine dei colpi. A separare le une dalle altre, il rumore degli spari e la morte dell’obiettivo assegnato, se eri stato bravo. Una guerra per solitari. Gli altri combattenti, un po’ per invidia, un po’ per ammirazione, li chiamavano i liberi professionisti della milizia: senza orari, senza ordini urlati nelle orecchie, senza turni di guardia o di corvée. Solo un incarico. Assoluta autonomia su come e dove assolverlo. Una definizione, tutto sommato, azzeccata.
Non provava alcun piacere nell’infliggere la morte, ma non sentiva nessuna pietà per i sovranisti che avevano la sfortuna di incrociare la traiettoria di qualche suo proiettile. Sapeva di cosa erano capaci quando catturavano qualcuno dei suoi. Aveva sentito l’odio fanatico nelle loro voci e visto la ferocia nei loro sguardi e nelle loro azioni, il sadico piacere che provavano mentre torturavano e violentavano le prigioniere delle unità femminili. No, nessuna pietà per quegli animali quando li uccideva. Erano state le loro fottute bombe a strappargli via la vita…
“Ehi, guarda chi si rivede, il mio viso pallido preferito. Dove ti eri cacciato?” gli aveva urlato un uomo grande quanto un armadio a quattro ante, interrompendo così bruscamente il filo ingarbugliato dei suoi pensieri.
“Un po’ qua un po’ là, sai com’è…” gli aveva risposto evasivo, mentre cercava di riprendersi dalla violenta manata che l’amico gli aveva rifilato sulla spalla, facendogli versare buona parte della birra sul bancone. Dopo averlo salutato con un abbraccio, gli aveva quindi proposto con espressione ironica: “Bevi qualcosa con me, Mamadou. Che ne dici di una birretta analcolica? O il solito tè alla menta, se preferisci.”.
“Arriverà mai il giorno in cui la smetterai di prenderti gioco di questo povero, piccolo, innocente musulmano?” gli aveva risposto Mamadou, con un sorriso di un candore abbacinante stampato sul viso dalla pelle scura, mentre con una spallata si ricavava un comodo spazio proprio al suo fianco.
“Inshallah, vecchio mio” aveva replicato lui beffardo, mentre sollevava il bicchiere in un accenno di brindisi. Poi, con espressione fattasi più seria, gli aveva chiesto: “Che novità dal fronte?”.
Si conoscevano dai tempi dell’insurrezione del Carmine, quando Mamadou lo aveva letteralmente strappato dalle mani dei paramilitari che lo stavano per catturare. Ora faceva parte di un’unità di ricognitori. Agivano sul terreno, spesso al di là delle linee nemiche, per acquisire informazioni sui loro spostamenti. Nonostante la mole, aveva una capacità mimetica fuori dal comune, che gli aveva consentito fino ad allora di sfuggire alle pattuglie e ai droni sovranisti.
“Bah, che ti devo dire, è un periodo di calma piatta, il fronte non si muove da settimane. Io e i miei ragazzi non siamo riusciti a scoprire nessun movimento anomalo tra le file dei porci. Questa tranquillità è strana e preoccupante. Non sarei autorizzato a dirtelo, ma forse è per questo che ci hanno ordinato di uscire domani in ricognizione oltre la ferrovia. Dovremo attraversare un terreno che offre pochi nascondigli, difficile passare inosservati.”
“Segreto per segreto, sarà la mia unità a fornirvi copertura, ce lo hanno comunicato poco fa. E’ una delle zone meglio controllate dalle pattuglie dei porci, come li chiami tu.”. Conosceva quella spianata e sapeva che sarebbe stato impossibile proteggere il ripiegamento dei ricognitori nel caso fossero stati scoperti. Anche Mamadou lo sapeva.
“Già, chissà che pensano di scoprire laggiù i nostri capi… Comunque mi conforta sapere che ci sarai tu a tenermi d’occhio. Sai cosa fare nel caso la faccenda prenda una brutta piega.” Dopo un lungo momento di silenzio, aveva aggiunto: “Dai viso pallido, ora beviamoci su, sarà ciò che Dio vorrà.”.
Alle loro spalle, all’improvviso, una voce femminile: “Ma cos’è quest’aria da funerale? Con tutto questo parlare di Dio, poi… Non sarai per caso diventato imam a nostra insaputa, Mamadou?”.
Non si erano accorti dell’arrivo di Rasheeda e Viktor. Li conosceva da prima dello scoppio della guerra civile. Una coppia inseparabile. Nel mondo di prima lei era stata la migliore amica della sua compagna. Ora era la miglior tiratrice, oltre che la comandante, della sua unità.
“Che ne dite di una partita a carte? Fabio e il Tedesco stanno tenendo occupato un tavolo nella sala grande, ma non resisteranno a lungo. Dai, diamoci una mossa, forza” aveva concluso mentre già se li stava trascinando dietro, senza attendere la loro risposta.

Era ancora notte quando aveva scelto la sua postazione. Si era sistemato sul tetto di un palazzo di tre piani relativamente intatto, nei pressi di quello che una volta era il cavalcavia Kennedy. Rasheeda si era piazzata all’estremità opposta della terrazza. Da lì la visuale sulla terra di nessuno che li separava dalle linee sovraniste era perfetta. Malgrado il buio, riusciva a indovinare i resti del tribunale alla sua sinistra. Proprio di fronte a lui, oltre la distesa desolata del parco Tarello, si stagliava il grottesco ammasso di vetro fuso e metallo contorto in cui si era trasformato il Crystal Palace.
Anche Mamadou e i suoi compagni si erano mossi prima del sorgere del sole, così silenziosi e circospetti che a stento riusciva a distinguerli. Arrivati a metà della spianata, dalle linee nemiche si era scatenato un inferno di fuoco. I sovranisti li stavano aspettando, forse imbeccati da una soffiata.

“Dammi qualcosa di forte, muoviti!” aveva ringhiato al vecchio dietro il bancone. Senza aprire bocca, quello gli aveva riempito fino all’orlo il bicchiere di un torcibudella vagamente simile alla grappa.
“Lascia qui la bottiglia e vattene!” aveva aggiunto afferrandogli il polso che la sorreggeva, con un tono rabbioso che non ammetteva repliche. Intanto, mentre il suo sguardo fissava lo specchio senza vederlo, la sua mente ripercorreva tumultuosamente gli eventi delle ore precedenti.
Mamadou ferito e il cenno d’intesa che gli aveva rivolto prima di essere sopraffatto… quel lungo momento di indecisione con il dito paralizzato sul grilletto… il dolore straziante che aveva provato quando si era infine costretto a premerlo per sparare quell’ultimo colpo… lo schiocco del proiettile arrivato a destinazione che, come un eco infinita, ancora gli rimbombava nelle orecchie…
No, non avrebbe mai potuto dimenticare, no. Un nuovo conto da far pagare a caro prezzo a quei maiali…
Si sentiva quasi soffocare dall’ondata di odio che gli era montata dentro, incontenibile. Quanto rancore aveva accumulato in quei… mesi? anni? Non riusciva più nemmeno a rammentare quando quella carneficina era iniziata. Il ricordo era svanito dalla memoria, trascinato via dalla stessa mano pietosa che aveva cancellato quelli del mondo di prima, troppo dolorosi per consentirseli. Ma sarebbe mai finita? La verità era che aveva smesso di sperarci. Una volta sì, quando lei e il bambino erano ancora al suo fianco. Ora no, non più. Sentiva passato, presente e futuro come intrappolati tra le macerie della città assediata.
D’improvviso gli erano tornate in mente le ultime parole che Mamadou gli aveva rivolto la sera precedente. Erano proprio lì, appoggiati al bancone del bar: “Prima o poi questa guerra finirà, amico mio e, stanne pur certo, l’avremo vinta noi. I loro muri e le loro paure ci potranno fermare ancora per un po’, forse, ma non per sempre. Guarda bene, viso pallido, perché quella che ora vedi riflessa di fronte a te è l’immagine del mondo che verrà, ricordatelo…”.
“Inshallah, Mamadou, inshallah” si era sentito rispondere, mentre scagliava la bottiglia ormai vuota contro lo specchio.


Rasheeda era arrivata al bar con il capo chino e il cuore pesante: mandare una delle migliori unità della milizia allo sbaraglio su un terreno del genere… A quale sciagurato poteva essere venuta in mente un’idea così assurda?
Immersa nei suoi pensieri, non si era accorta del cecchino, seduto all’altro capo del bancone. Poi il suono familiare della voce, anzi del ringhio con cui ordinava da bere. Sì, sarebbe stata una di quelle serate, quelle che aveva sperato di non dover vedere più. Lo sguardo torvo e la rapidità con cui tracannava quel liquore puzzolente erano segnali inequivocabili: la tempesta stava arrivando. Del resto, i guai non erano certo merce rara in quel periodo e il cecchino sembrava avere un gran desiderio di scovarli…

Lo avevo conosciuto ai tempi dell’università. Un biondino piccolo e secco, di poche parole, che se ne andava in giro con Viktor e gli altri come se fossero stati i padroni della facoltà. In verità era un ragazzo timido, sensibile e intelligente. Di lui colpiva soprattutto la capacità di offrire la propria attenzione agli altri, di coglierne e comprenderne le emozioni e i sentimenti. Certo, quella sua passione per la caccia proprio non la sopportavo, per quanto fosse abile a giustificarla. Un tipo interessante, comunque. Ero sicura che sarebbe piaciuto anche a Marta, la mia più cara amica dai tempi delle elementari. Il nostro rapporto si era mantenuto solido anche quando Marta aveva deciso di continuare l’università in un’altra città. Certo, mi mancava molto… Il giorno del suo rientro per la pausa estiva ero elettrizzata. Erano almeno tre mesi che non ci vedevamo e avevo una gran voglia di trascorrere un po’ di tempo con lei a chiacchierare. Con tutto quello che avevo da raccontarle… Ci eravamo date appuntamento nel tardo pomeriggio in piazza Loggia, al nostro solito bar. Ero così impaziente di vederla che ero arrivata con dieci minuti di anticipo. Ricordo bene l’emozione provata quando avevo riconosciuto la sua inconfondibile matassa di capelli neri spuntare da via S. Faustino. I suoi occhi azzurri scintillavano di gioia quando ci eravamo finalmente abbracciate. Poi, appena sedute, ci eravamo subito lanciate in una fitta chiacchierata. Perse nel nostro mondo, non avevamo notato l’arrivo di Viktor e dell’amico che, nel frattempo, si erano accomodati al nostro tavolo. Nonostante il nostro inziale disappunto, la serata aveva rapidamente preso una piega inattesa. La conversazione tra Marta e il nuovo venuto aveva subito ingranato benissimo, come se si conoscessero da sempre. Ma era soprattutto lo sguardo a parlare per lei, pendeva letteralmente dalle sue labbra. E che dire di lui… Non gli avevo mai sentito pronunciare così tante parole in fila. Bè, era cominciata così tra quei due.

Quando la bottiglia era partita in direzione dello specchio, Rasheeda aveva capito di dover agire in fretta per tentare di metterlo in salvo. Approfittò dello sconcerto e della confusione in cui era piombata l’intera sala per tentare di raggiungerlo e trascinarlo via prima che lo stupore incredulo dei presenti si tramutasse in furia cieca. Per tutti quei combattenti stremati il grande specchio dorato era il simbolo stesso della resistenza. Non sarebbero stati teneri con lui.

Quell’anno l’avanzata elettorale del Partito Sovranista non era arrivata inattesa, ma chi avrebbe previsto che i suoi voti sarebbero addirittura raddoppiati, facendolo diventare il partito di maggioranza? Restava però una formazione estremista e politicamente isolata, e nessuno davvero credeva che potesse trovare alleati per costituire un governo. Quando il Partito Populista aveva accettato di sostenerli in cambio di qualche vaga promessa, era scattato il primo campanello d’allarme. Seduti ai tavolini dei salotti e dei bar, tra un caffè e un aperitivo, si discuteva e si delineavano scenari alternativi. “Vedrete che il Presidente costringerà le altre forze politiche a coalizzarsi in un governo anti sovranista”, oppure “No, il Presidente scioglierà le Camere e convocherà nuove elezioni”. Quando il leader del Partito Sovranista aveva assunto la carica di primo ministro, la preoccupazione si era accentuata, anche se pochi dubitavano della tenuta dell’assetto democratico del paese. “In fondo facciamo parte dell’Unione Europea, le istituzioni comunitarie e gli altri paesi aderenti non consentiranno ai sovranisti di fare tutto ciò che vogliono”, oppure “La nostra economia è ormai ancorata a quella comunitaria. Con la moneta comune non si scherza, dovranno farsene presto una ragione”, si sosteneva con veemente determinazione seduti ai soliti tavolini. Ricordavo bene com’era andata, poi: il colpo di stato, la proclamazione dello stato d’emergenza, il ripristino della moneta nazionale. Quando erano arrivate le leggi razziali e le prime deportazioni, i quartieri delle grandi città abitati dai migranti erano stati i primi ad insorgere. Così era iniziata la guerra civile.  

Difficile muoversi in quella sala troppo affollata che cominciava ad agitarsi sempre più violentemente. Prima che Rasheeda potesse raggiungerlo, il cecchino era scomparso, sepolto sotto un mucchio di combattenti inferociti. D’improvviso Lupo, uno dei comandanti più amati e rispettati dell’intera milizia, aveva esploso una raffica di mitra verso il soffitto e, nel disorientamento generale, con l’aiuto dei suoi uomini aveva posto al sicuro entrambi, dietro la massiccia porta del comando generale.

Era stato dopo la ferita rimediata in un conflitto a fuoco che Marta mi aveva fatto quella richiesta. Voleva a tutti i costi che le promettessi di prendermi cura del figlio e del compagno, nel caso le fosse successo qualcosa. Avevo acconsentito subito, senza discussioni che sapevo inutili, nella speranza che quella circostanza non si dovesse mai verificare.
Pochi mesi dopo Marta e il bambino erano scomparsi sotto quel maledetto bombardamento. Ero rimasta stordita dal dolore per giorni. Ne ero riemersa solo in occasione del funerale. Ancora oggi provo vergogna per non aver capito, fino a quel momento, in quale abisso di disperazione lui fosse sprofondato. Era arrivato in ritardo, sporco, trasandato ed evidentemente ubriaco. Chiuso in un ostinato mutismo per l’intera cerimonia, se n’era poi andato senza nemmeno un cenno di saluto. Insieme a Viktor e Mamadou avevo passato le ore successive a cercarlo. Lo avevamo ritrovato la mattina dopo in una bettola, talmente sbronzo da sembrare morto.
Anche nei giorni seguenti non ci era certo andato leggero, con sbornie e risse che si susseguivano senza soluzione di continuità. Poi, all’improvviso, di lui non avevamo saputo più nulla: sembrava scomparso, come evaporato.
Per questo ero rimasta sorpresa quando mi avevano riferito del suo trasferimento nelle unità di tiratori scelti, dove io già militavo da tempo. Mi era sembrata una buona notizia: di certo aveva almeno smesso di bere.
Anche all’interno della mia unità, a cui era stato assegnato, era rimasto un solitario. Preferiva gli incarichi da realizzare in autonomia ed era preciso e meticoloso nello svolgere le proprie missioni, che preparava con cura maniacale in ogni singolo dettaglio. Con la fredda cortesia che riservava agli altri membri della squadra, limitava i rapporti allo stretto indispensabile. Grazie alla sua professionalità e all’elevatissima percentuale di obiettivi raggiunti, aveva comunque guadagnato la stima e il rispetto di tutti i nostri compagni. Anche con me si manteneva distante e impersonale, sempre però con inappuntabile gentilezza. Stentavo ormai a riconoscere in quell’uomo così distaccato il ragazzo di una volta. Sembrava aver eretto tra sé e il resto del mondo, me compresa, un muro invalicabile.

L’eco del catenaccio sprangato alle loro spalle non si era ancora spento quando Lupo, agguantato il cecchino per il bavero del giubbotto, gli aveva urlato con quanto fiato aveva in gola: “Cosa ti dice la testa, razza di idiota! Volevi farti ammazzare, per caso? Se è questo quello che vuoi, non hai che l’imbarazzo della scelta. Ci sono centinaia di sovranisti là fuori che aspettano solo l’occasione di sventolare il tuo scalpo.”. Quindi, dopo averlo scaraventato lontano, senza attendere risposta si era rivolto a Rasheeda: “Levami questo imbecille dagli occhi alla svelta, prima che cambi idea e lo deferisca alla corte marziale. Vedi di occupartene, perché la prossima volta giuro che lascio che lo facciano a brandelli. Sei o non sei la sua comandante?”. Poi, con tono più pacato, aveva aggiunto: “Portalo alla stanza del cambio turno, laggiù in fondo. Ci troverete un paio di brandine che potete usare. Vi conviene fermarvi qui per un paio d’ore, in attesa che la situazione si tranquillizzi. Intanto cerca di rimetterlo in sesto meglio che puoi. Da tanto non lo vedevo conciato così…”.
Era già addormentato quando la sua testa aveva toccato il cuscino della branda. Lei allora si era versata un caffè riscaldato e aveva lasciato la mente libera di tornare alle ore precedenti.

Un’operazione pensata male e finita peggio, ecco cos’era stata… Quando era scattata l’imboscata dei sovranisti era stato subito chiaro quale sarebbe stato l’epilogo di quella faccenda. Eppure Mamadou e la sua squadra si erano battuti come leoni e le unità di copertura avevano sparato fino ad arroventare le canne dei propri fucili. Ad uno ad uno i ricognitori erano caduti sotto i colpi nemici, ma da come si muovevano i sovranisti, incuranti delle molte perdite che stavano subendo, era apparso evidente che il loro obiettivo era quello di catturare Mamadou vivo. Sapevo del patto esistente tra lui e il cecchino: avevo ascoltato i loro discorsi della sera precedente al bancone del bar. E aveva visto il cenno che Mamadou, ormai circondato, gli aveva rivolto. Cosa aspettava a sparare? Poi avevo visto la canna del suo fucile tremare. Era sdraiato, l’occhio fisso nel mirino telescopico, in perfetta posizione di tiro, ma la canna del suo fucile continuava a tremare. Allora gli avevo gridato: “Spara, maledizione! Spara!”. Nessuna reazione. Intanto la canna del suo fucile non la smetteva di tremare. Lo lasciai perdere e mi volsi nuovamente verso la sagoma di Mamadou. Dopo averla messa a fuoco nel cannocchiale di precisione, fissai la testa nel centro del mirino e, con un groppo alla gola, sparai. Nello stesso istante anche il cecchino si era finalmente deciso a fare fuoco. Avevo visto il suo proiettile sollevare uno sbuffo di polvere a una spanna dal capo di Mamadou. Non penso che lui si sia accorto dell’errore e nemmeno del secondo colpo, quello sparato da me. Meglio così, sarei stata l’unica a saperlo.

Superato lo stupore per l’intervento di Lupo e dei suoi uomini, la rabbia della folla assiepata nel bar si era indirizzata verso l’ingresso del quartier generale. D’improvviso, un grido: “Lo specchio è salvo! Fermatevi ora, mandria di coglioni!”. Il vecchio barman era in piedi sul bancone e si sorreggeva il polso destro, malamente piegato ad angolo retto. Alle sue spalle, il grande specchio dorato, intatto, li guardava con la solita altera indifferenza. Ai suoi piedi, dietro il bancone, una distesa di bicchieri infranti. I miliziani, ammutoliti, faticarono a riconoscersi in quei visi lividi e distorti dalla collera che il riflesso, impietosamente, restituiva. Poi, finalmente, un fragoroso sospiro di sollievo.
Il miracolo dello specchio stava già correndo di bocca in bocca, così come l’ironica sorte di uno dei migliori cecchini della resistenza, che non era riuscito a centrare quella superficie enorme a meno di tre metri di distanza…

Si era finalmente svegliato, forse per le urla di giubilo che provenivano dalla sala del bar, lì disopra. Mi aveva guardata come se non mi vedesse da molto tempo, negli occhi un lampo di luce che non credevo avrei mai più visto risplendere. Poi era scoppiato a piangere.

Il mattino ha l’oro in bocca

Si trovava in una stanza piuttosto grande, la casa sembrava essere la sua, ma faticava a riconoscerla. Forse c’era una festa, perché la sala era piena di persone, i visi parevano familiari e nello stesso tempo sconosciuti: lo stavano guardando sorridenti, come se si aspettassero qualcosa da lui. Forse la festa era per lui. Ma per quale ragione? Non riusciva proprio a ricordare. Si stava comunque sforzando di corrispondere alle loro aspettative, cercava di mostrarsi accogliente e disponibile, partecipava alle loro conversazioni con cortese sollecitudine. Ma il suo il cuore era in tumulto, si sentiva risucchiato in una voragine di dolore senza fondo. In mente aveva un solo, terribile pensiero: suo figlio era morto. Non sapeva come e quando fosse avvenuto, ma ne era assolutamente certo: suo figlio era morto. Non capiva come gli altri potessero fingere quella insopportabile normalità. Era soffocato dall’angoscia, non poteva più reggere l’ipocrisia della menzogna, ma non sapeva come uscire da quella situazione paradossale in cui tutti quanti non facevano che ridere e battergli manate sulle spalle. All’improvviso il ricordo: aveva un’altra figlia, una bimba di pochi mesi. Aveva provato ad aggrapparsi a questo pensiero per non perdere il senno, ma inutilmente. Si era reso conto di ricordarne a stento il viso, forse perché non se ne era mai occupato. Una fitta di senso di colpa lo aveva ferito, ma solo per un attimo, perché quel dolore immenso lo sovrastava, incontenibile. Proprio in quel momento un elicottero sorvolava la casa. Era vicinissimo, il frastuono del motore era assordante. Aveva allora approfittato della confusione generata da questo imprevisto e si era allontanato alla ricerca di un luogo appartato. Dopo un lungo girovagare, aveva trovato finalmente rifugio in una stanza che gli rammentava la camera da letto dei suoi genitori, quella dei suoi ricordi di bambino, e allora finalmente si era accovacciato e aveva urlato, aveva urlato con tutto il fiato che aveva in corpo, fino allo sfinimento, certo che nessuno lo potesse sentire. Poi, inatteso, un eco di passi lungo il corridoio. Dalla fessura della porta solo accostata aveva intravisto il profilo di sua moglie. Lo stava fissando, muta, il viso serio e immobile. Nel suo sguardo di un’intensità stordente gli sembrava di scorgere una scintilla di comprensione. “Sì”, aveva pensato, “lei sa…”. All’improvviso aveva percepito un movimento. Non era solo nella stanza. Un uomo, di età e corporatura simile alla sua, lo stava guardando con curiosità e stupore. Anche nel viso indovinava qualche somiglianza, nonostante l’espressione distorta e allucinata dei suoi tratti. Gli abiti che indossava, le mani, persino il volto, erano vistosamente schizzati di sangue. Si erano osservati per un lungo istante, immobili. Poi, simultaneamente, avevano entrambi sollevato una mano. Lui la sinistra, vuota. L’altro la destra, stretta a pugno sul manico di un’accetta. Inorridito, aveva fatto un balzo indietro, portandosi istintivamente una mano alla bocca, immediatamente imitato da chi gli stava di fronte. Nel farlo aveva notato alcune macchie scure sul polsino candido della propria camicia. Aveva alzato lo sguardo e aveva visto l’uomo che gli stava di fronte levare lentamente gli occhi al cielo e spalancare la bocca. Un urlo era tornato a squassare l’aria. Il suo.

Si era svegliato con il cuore in tumulto, il respiro strozzato in gola. Sua moglie dormiva, raggomitolata al suo fianco. Dalle persiane filtrava la luce dei lampioni. Il mattino sembrava ancora lontano, come confermava la sveglia poggiata sul comodino.
Nemmeno per un istante era stato sfiorato dall’intenzione di riprendere sonno, troppo forti le emozioni che lo agitavano. Si era alzato silenziosamente e, nella penombra, si era affacciato alla stanza della figlia. L’aveva osservata a lungo, immobile. Dormiva profondamente. Di tanto in tanto bofonchiava qualcosa di incomprensibile, come spesso le capitava nel sonno. Era quindi andato a versarsi un bicchiere d’acqua e si era seduto sul divano. Di accendere il televisore non se ne parlava, sicuramente sua moglie si sarebbe svegliata con le inevitabili domande, e lui non aveva nessuna voglia di giustificarsi, di spiegare o, peggio, di mentire… No, di quel dolore non voleva, non poteva parlare. Non in quel momento. Quasi per caso il suo sguardo si era posato sulla sacca da palestra. La sera precedente doveva averla dimenticata accanto al divano, senza svuotarla. La decisione era stata improvvisa. Una cura che sapeva efficace. Si era cambiato rapidamente, quindi, dopo aver lasciato un biglietto sul tavolo della cucina, aveva infilato la porta di casa.
Fino ad alcuni anni prima lo faceva quotidianamente: sveglia alle sei, un’ora di corsa al parco e tra le vie deserte del centro storico, poi doccia e colazione. Nei primi tempi, i più difficili, di nuovo nel pomeriggio, al ritorno dal lavoro. Aveva cominciato quando era morto suo figlio Carlo. Gli sembrava che le endorfine prodotte dal corpo durante la corsa attutissero la violenza di quel dolore indicibile. Solo così riusciva ad affrontare lo spaventoso vuoto di quelle giornate che si susseguivano spietate, una dopo l’altra.
Poi i sempre più frequenti problemi alle articolazioni delle ginocchia lo avevano costretto a sostituire la corsa con la palestra, ma non gli era dispiaciuto. La corsa, in sé, non era così importante. Era la fatica fisica che contava davvero, e gli risultava indifferente che venisse guadagnata macinando chilometri sulla strada, inanellando vasche in piscina o lavorando con le macchine di una palestra. Quando riusciva a concentrarsi solo sul ritmo della respirazione e sentiva i muscoli tendersi e il sudore che iniziava a scorrere sul corpo, sapeva che anche per quella volta i demoni che gli occupavano la mente sarebbero stati costretti ad allentare la presa, almeno per un po’…
Un paio di giri del parco sotto casa per coordinare passo e fiato, per capire come avrebbero risposto i polmoni e i muscoli delle sue gambe dopo tutto quel tempo, poi, attraversato il cavalcavia della ferrovia, si era diretto verso il centro storico. In strada neanche un cane.
Era successo durante la rimozione di un’ernia ombelicale, gli avevano detto “un esito assolutamente imprevedibile per un’operazione di routine…” Sì, l’avevano chiamata proprio così i medici, di routine. Odiava quel termine. Ancora oggi quando lo sentiva pronunciare provava un moto di rabbia. Quanta sofferenza poteva essere contenuta in una parola dall’apparenza innocua…
Intanto che questi pensieri gli rotolavano per la testa, il ritmo del suo respiro, dopo l’affanno dei primi minuti, si era fatto regolare. Le sue gambe rispondevano meglio di quanto avesse previsto. Nella piazza principale della città da un furgone stavano scaricando pacchi di giornali di fianco all’edicola. I suoi piedi, intanto, avevano puntato verso nord, direzione ospedale.
Erano seguiti mesi terribili. Anche il rapporto con sua moglie era stato messo a dura prova, ognuno perso dentro il proprio dolore, con l’animo prosciugato. Ricordava ancora i giorni in cui non riuscivano nemmeno a rivolgersi lo sguardo… Poi, quando sembrava che si stessero definitivamente perdendo, lei gli aveva proposto di avere un altro figlio. All’inizio l’idea gli era sembrata assurda e aveva provato a spiegarglielo, ma quelle discussioni interminabili avevano ottenuto il solo risultato di renderla più ostinata. Così, con il trascorrere delle settimane, sempre più spesso si era trovato a pensare che potesse avere ragione lei quando lo accusava di essere troppo rigido. Forse non esistevano modi giusti o sbagliati per prendere quella decisione, forse un altro figlio li avrebbe costretti a riprendere il bandolo della loro vita… Trascorsi due anni dalla morte di Carlo, era nata Giulia.
Era arrivato alla deviazione che portava in castello. Dopo un attimo di esitazione, aveva imboccato la salita. Alla partenza non pensava di avere fiato e gambe sufficienti per affrontarla, ma ora persino le fitte alle ginocchia si erano zittite e i polmoni funzionavano a dovere. E poi gli era sempre piaciuto affacciarsi sulla città ancora addormentata dal piazzale panoramico.
Giulia, già… Era ormai una ragazzina, solare ed estroversa, piena di gioia di vivere. Ma perché era così incapace di manifestarle il proprio amore? Da quando era nata, si era barricato dietro il personaggio del padre distante e distratto. Forse era la paura di poterla perdere come gli era successo con Carlo: il terrore di riprovare di nuovo tutta quella sofferenza lo metteva in scacco, lo immobilizzava, impedendogli di lasciar scorrere liberamente i sentimenti. Perché lui la amava, di questo era certo. La amava moltissimo. La maschera di protezione che si era accuratamente costruito nel corso degli anni si era lentamente trasformata in una gabbia insopportabile che non sapeva più come rompere. Giulia gli aveva offerto e continuava ad offrirgli un sacco di opportunità. Nel tentativo di compiacerlo e di attirare la sua attenzione, aveva adottato praticamente tutte le sue passioni. Ultimamente si interessava anche al calcio, guardava le partite con lui e tifava, guarda caso, per la sua stessa squadra. Cos’altro avrebbe potuto fare? Ora toccava a lui. Doveva, voleva trovare il modo di liberarsi da quella prigione. Aveva già perso troppo tempo. Giulia meritava di più.
Terminata la discesa del castello, si era diretto verso un incrocio tra due strade trafficate. Dopo averlo superato, si sarebbe di nuovo trovato nelle più tranquille viuzze del centro storico e avrebbe potuto dirigersi verso casa. Senza rendersene conto, aveva accelerato il ritmo della corsa. Ora aveva fretta di rientrare. Così avrebbe avuto il tempo di fermarsi alla pasticceria sotto casa ad acquistare i croissant che piacevano tanto a Giulia. Poi avrebbero fatto colazione tutti insieme e, sì, si sarebbe preso un permesso dal lavoro e le avrebbe proposto di marinare la scuola e di trascorrere la giornata insieme a fare tutte le cose che le piacevano…
Era così immerso nei suoi pensieri che non si era accorto del camion che procedeva a velocità sostenuta verso il crocevia che stava per attraversare. L’impatto era stato violentissimo.

Qualcuno lo stava scrollando mentre gli urlava “Papà, papà, svegliati! Su, svegliati!”.
Era uscito con fatica da quell’incubo. Ancora molto agitato, aveva finalmente aperto gli occhi.
“Carlo, sei tu!” aveva esclamato con enorme sollievo, mentre gli gettava le braccia al collo.
Il figlio, dopo essersi divincolato con malcelato fastidio da quell’abbraccio inaspettato, gli aveva rivolto uno sguardo perplesso.
“Certo, sono io, chi dovrebbe essere? Mi hai fatto prendere uno spavento… Ti ho sentito gridare dalla mia stanza. Quando sono arrivato eri agitatissimo. Guarda, sei sudato fradicio… Ma che ti ha preso? Ti senti bene?”.
“No, stai tranquillo”, gli aveva risposto, mentre cercava di recuperare calma e lucidità, “Sto bene. È stato solo un brutto incubo. Ora è passato. Grazie per avermi svegliato. Ma che ore sono?”.
“E’ ora che ti alzi” gli aveva risposto il figlio visibilmente sollevato, “mamma è già andata al lavoro e tu, se non ti sbrighi, arriverai in ritardo anche questa mattina… Ma cosa hai sognato di così spaventoso?”.
“Ma niente, una vicenda assurda e ingarbugliata… Ora non ho tempo per raccontartela. Magari stasera, se me la ricorderò ancora. Piuttosto, tu e Giulia avete già fatto colazione?”.
“Giulia? E chi sarebbe?”
“Dai, non fare il cretino. Tua sorella…”
Carlo si era improvvisamente irrigidito.
“Papà, cosa stai dicendo? Non capisco…”.
Poi, con il viso teso in un’espressione seria e preoccupata, dopo un lungo momento di silenzio, aveva aggiunto, “Papà, io sono figlio unico.”

Malik


Il racconto è disponibile anche in formato audio:

Andrea Maria Spadini: Malik

Il racconto è letto da Enzo Bonanno:

Sono nato a Torre Annunziata nel 1957 e vivo a Pavia fin dalla prima infanzia, dove svolgo la professione di commercialista. Da una decina d’anni mi dedico con passione all’attività teatrale con la compagnia amatoriale “Serpente Tentattore”. Ho seguito diversi corsi di recitazione presso la scuola del Teatro Litta e il corso di tecniche di letture ad alta voce della scuola del Teatro Paolo Grassi. Attualmente recito il ruolo di promesso sposo nello spettacolo “Il Mio Grosso Grasso Matrimonio a Torre Del Greco”, scritto e diretto da Raffaela Gallo.


Era una giornata limpida, come non ne capitano spesso sulla riviera adriatica durante il mese di luglio. Il cielo terso e l’aria frizzante del mattino sembravano quelli che di solito seguono un temporale.
La fresca brezza che filtrava attraverso le fessure delle persiane doveva aver portato con sé anche una sorta di irrequietezza, perché Luca e Giuseppe si erano svegliati presto, ben prima del solito. Entrambi sentivano l’irrefrenabile bisogno di uscire il prima possibile all’aria aperta, perciò si erano alzati e vestiti velocemente e, dopo aver bevuto frettolosamente un sorso di caffelatte, si erano affrettati verso l’uscio di casa, come se fossero in ritardo ad un appuntamento importante.
“Bè, com’è che non mangiate niente stamattina?” aveva domandato stupita Aurora, la mamma di Luca, conoscendo il loro abituale appetito.
“No, davvero mamma… stamattina non ho proprio fame.”
Ancora non persuasa, Aurora si era allora rivolta a Giuseppe. “Ma… non mangi niente nemmeno tu?”.
“No grazie, zia Auri. Magari più tardi ci prendiamo un bombolone al chiosco del nostro bagno.”
“Mi volete almeno dire dove state andando voi due così di corsa?” aveva allora chiesto sbarrando loro la strada verso la porta.
“Dai mamma, dove vuoi che andiamo? … Si, lo so, non dobbiamo allontanarci troppo dal nostro ombrellone!”
La spiaggia si trovava a poche centinaia di metri dalla villetta in cui soggiornavano.
I loro genitori, da tempo legati da un solido rapporto di amicizia, da qualche anno avevano preso l’abitudine di affittarla e condividerla per il periodo di villeggiatura. Potevano così permettersi una vacanza più lunga e, nel medesimo tempo, le madri si offrivano reciproca compagnia nel caso in cui i loro mariti fossero stati trattenuti in città da eventuali impegni di lavoro. Tutti contenti, dunque.
Luca e Giuseppe innanzitutto, considerata la grande amicizia che li legava.
A quell’ora il litorale era popolato quasi esclusivamente dai bagnini che stavano raccogliendo cartacce e risistemando lettini e ombrelloni, in attesa dell’arrivo dei villeggianti. L’immobilità del mare contribuiva a conferirgli l’aspetto di un enorme specchio dorato. Una nave mercantile, forse una petroliera, si stagliava nitida all’orizzonte, portando con sé vaghe promesse di avventure misteriose.
“Guarda Luca, si riescono a vedere persino le macchie di ruggine sulla fiancata, sembra di poterla toccare solo allungando il braccio… Chissà da dove arriva?”
Intanto, incoraggiati dalla sabbia piacevolmente fresca sotto i loro piedi, quasi senza rendersene conto avevano cominciato a camminare lungo la battigia.
“Che ne dici, andiamo fino al molo?”
“Sì, dai, bella idea… Allora torno a prendere secchiello e retino, magari riusciamo a trovare qualche granchio tra le rocce…” gli aveva risposto Giuseppe mentre già correva verso l’ombrellone.
Il molo del porto-canale non era molto distante, giusto un paio di chilometri, ma non si erano mai allontanati così tanto senza essere scortati da un adulto.
Sapevano di contravvenire alle raccomandazioni dei loro genitori, ma il fremito che sentivano scorrere sottopelle fin dal loro risveglio era incontenibile, impossibile resistergli.
“Luca, ma torneremo in tempo per non farci beccare? Lo sai quanto rompono le mamme quando fanno le prediche…”.
“Ma sì… Tanto non arrivano mai in spiaggia prima delle dieci. Comunque possiamo sempre inventarci qualcosa… Tipo che eravamo a giocare a bigliardino o a biglie con gli amici… Dai, intanto allunghiamo un po’ il passo…”.
Ai due bambini non ci era voluta più di mezz’ora per raggiungere il molo.
Ora che avevano raggiunto la meta potevano finalmente dedicarsi all’esplorazione degli anfratti tra i massi frangiflutti, a caccia di piccoli granchi e conchiglie.
La concentrazione della ricerca li aveva progressivamente separati, perciò Luca era solo quando, in un pertugio tra due rocce particolarmente angusto, aveva intravisto un oggetto che sembrava un grosso bastone piantato nella sabbia sottostante. La forma strana di quell’oggetto lo incuriosiva, e la posizione quasi verticale in cui si trovava gli aveva reso abbastanza agevole recuperarlo.
“Giuseppe! Vieni a vedere cosa c’è qui… Giuseppeee!”
Era lungo una quarantina di centimetri, forse qualcosa di più, dritto, con degli ingrossamenti alle due estremità. Sembrava quasi un randello, una clava. A Luca ricordava proprio le clave che ogni tanto i personaggi del cartone animato de Gli Antenati utilizzavano per suonarsele di santa ragione.
“Sì, ma quelle che usa Fred sono ossa di mammouth… Sono ossa…” pensava mentre quello che fino all’istante precedente gli era sembrato un bastone gli scivolava lentamente dalle mani.
Giuseppe lo aveva trovato così, immobile, con lo sguardo perso verso l’orizzonte e quello strano bastone disteso ai piedi.
“Luca! Ehi, dico a te! Mi vuoi rispondere? Prima mi chiami e poi, quando arrivo, non mi guardi nemmeno? Luca!” continua a leggere

Stalin

Mi è sempre piaciuto gironzolare tra gli scaffali delle librerie. Il più delle volte non ho un’intenzione precisa, quasi mai sono alla ricerca di un certo titolo o di un particolare autore. Preferisco guardarmi intorno, in cerca di ispirazione. Con metodo, però. Prima gli espositori delle novità, poi le mensole che reggono il peso dei classici. Quando la copertina di un libro attira la mia attenzione, variabile a seconda dell’umore del giorno, mi ci soffermo, guardo chi lo ha scritto, leggo il retro o la quarta di copertina. Se mi intriga lancio un’occhiata al prezzo, lo annoto mentalmente e proseguo nel mio sopraluogo. Di solito completo il tour prima di decidere cosa e se acquistare, ma è raro che io esca senza almeno un titolo sottobraccio. Quando mi capita di incrociare la nuova pubblicazione di uno dei miei autori preferiti, la scelta può rivelarsi più rapida, ma non è questa la norma e non sono molti gli scrittori a cui riconosco questo privilegio.
E poi ci sono i libri che fanno eccezione. Quelli che, per una ragione tutta loro, non vogliono stare alle regole, che quando mi arrivano tra le mani si rifiutano di abbandonarle, che reclamano il mio interesse e che pretendono di essere letti, se possibile d’un fiato. In quei casi, si va alla cassa e via.
Durante una di queste mie ricorrenti visite in libreria, un giorno non meglio precisato dei primi anni del nuovo millennio, mi sento improvvisamente attratto dalla copertina di un libricino esposto tra le novità. Poche copie, posizione marginale. Il disegno in bianco e nero riproduce la scena più nota di uno dei film che maggiormente ho amato da ragazzo, Il mucchio selvaggio, grandissimo western crepuscolare della fine degli anni ‘60. Il libro si intitola La banda Bellini.
“Il mucchio… ma dai… è parecchio che non lo rivedo… uno di questi giorni, magari… e poi, questo titolo… ma sarà proprio lui, il mitico Bellini del Casoretto? Quanti anni sono passati… Lo avevo quasi dimenticato.”
Mi coglie come una vertigine, un gigantesco vortice di ricordi mi risucchia, e io mi ci abbandono, aggrappato a quel libro come un naufrago ad un relitto in un mare in tempesta…
Estate del 1974. Avevo appena terminato il secondo anno di superiori. Da due anni facevo parte del Collettivo studenti medi di Lotta Continua, cui aderivano praticamente tutti i miei amici. Con loro condividevo la passione politica e la pratica dell’antifascismo militante, che ci aveva da poco condotto a costituire il primo nucleo del servizio d’ordine studenti medi di LC della nostra città. Nel farlo ci eravamo ispirati ai due modelli milanesi che consideravamo leggendari: i Katanga del Movimento Studentesco dell’Università Statale e il servizio d’ordine del Collettivo del Casoretto, nato nell’omonimo quartiere popolare, di cui Andrea Bellini era il leader indiscusso.
Con l’inizio delle vacanze scolastiche, anche l’attività politica aveva inevitabilmente subito un notevole rallentamento, perciò chi di noi aveva potuto, cioè i più grandi, si era ficcato uno zaino in spalla ed era partito per qualcuna delle numerose mete “alternative” che popolavano la geografia vacanziera della sinistra militante. Io no, i miei genitori pensavano che la mia età anagrafica non fosse ancora adeguata a consentirmi di andare in giro per l’Italia con la sola compagnia di qualche amico lungocrinito. Perciò ero rimasto a godermi il caldo cittadino, con l’unico refrigerio offerto dalle spiagge lungo il fiume e la consolazione di condividere il tedio con i pochi compagni rimasti.
Come ogni giorno, ci eravamo dati tacito convegno nel primo pomeriggio al Bar Orchidea, luogo di ritrovo prediletto della galassia extraparlamentare cittadina. Eravamo stravaccati lì davanti già da un po’, indecisi sulla piega da far prendere alla giornata, quando qualcuno se ne esce con:
“Al cinema Castello danno un film di qualche anno fa, si intitola Il mucchio selvaggio. E’ un western e ho sentito che non è affatto male. Visto che non abbiamo niente di meglio da fare, potremmo anche andare a vederlo… Oltretutto è qui vicino e il biglietto costa poco… Alura, anduma o no?”.
Buona parte di noi, me compreso, non ne aveva mai sentito parlare prima ma, considerata anche la completa assenza di proposte alternative, dopo breve discussione la mozione veniva approvata. Poco dopo, in una mezza dozzina ci dirigevamo verso il cinema Castello, spettacolo pomeridiano.
(canzone messicana malinconica di sottofondo) continua a leggere

Roberta

Roberta è mia sorella. Ha 51 anni ed è affetta dalla sindrome del “grido del gatto”, malattia genetica dovuta alla delezione del cromosoma 5. Ha un ritardo mentale grave, che non le ha però impedito di imparare un numero sufficiente di parole che le consentono di esprimersi e di relazionarsi con gli altri. Anche troppo… Roberta parla moltissimo, con tutti, anche se il vocabolario che usa non è sempre di immediata comprensione per chi non la conosce bene. Qualche settimana fa ha cominciato a non vederci più. Probabilmente da tempo ci vedeva poco e male ma non ci aveva mai detto nulla. I medici le hanno diagnosticato una cataratta bilaterale. Lunedì è stata operata all’occhio sinistro. Questo è ciò che lei ed io ci siamo detti prima che entrasse in sala operatoria. Una precisazione, anzi due: in “robertese” PUIUIA significa paura e PICCOLO CONVENTO sta per piccolo intervento.

R: Andea…

A: Dimmi Robi.

R: Io ho puiuia del piccolo convento…

A: Lo so. Ma vedrai che andrà tutto bene.

R: Si…?

A: E poi con il tuo occhietto tornerai a vedere come prima. Non vorrai mica restare cieca?

R: Cieca come Andea Bocelli?

A: Si. Però guarda che tu non canti bene come lui.

R: (ride). Non è colpa mia se il mio occhietto non ci vede?

A: Non è colpa di nessuno.

R: Il mio occhietto è un po’ tremendo?

A: No, si è solo ammalato. Ma ora il dottor Francesco lo farà guarire.

R: Si…? Mi fa male?

A: No. Ora ti faranno dormire con una medicina e quando ti sveglierai sarà tutto finito. Avrai una benda sull’occhietto e sembrerai un pirata. Ricordati che mi hai promesso di non toccarlo mai. Mi raccomando… E’ importante. continua a leggere

La lingua del gioco

“Perchè non hai aperto alla signora Gardoni?” mi dice Grazia rientrando dal lavoro.
“Non ho sentito suonare. Forse non ha premuto bene il pulsante del citofono…”
“Si, certo… O forse è che sei diventato proprio duro d’orecchi. Ormai ti sta capitando sempre più spesso…”
“Sarà… Però quando hai suonato tu ho sentito. Infatti ti ho aperto…” rispondo seccato. Mi infastidisce sempre un po’ quando mi dice che sto diventato sordo, anche se probabilmente ha ragione.
“Va bè, non importa, voleva solo regalarci un cestino delle sue albicocche, sai, quelle delle piante che ha in cortile… Aveva capito che eri in casa perché ti ha sentito parlare con le gatte…”
In effetti, ero in camera da letto con la finestra spalancata… proprio la finestra rivolta verso casa sua… Certo che, la signora Gardoni, nonostante l’età, a quanto pare ci sente ancora benissimo… O forse stavo facendo davvero un gran casino…
“Allora avrà pensato che sono un deficiente.”
“Ma… Non so… Tu che ne dici?” mi risponde Grazia con aria innocente…
Per un momento mi immagino la nostra vicina che ascolta perplessa quell’insieme di versi inarticolati che emetto quando gioco con le gatte… Si sarà divertita un sacco la vecchia berlusconiana… Già, perché mica me la scordo quella bandiera di Forza Italia appesa sopra il suo portone d’ingresso all’epoca della prima vittoria elettorale del Cavaliere… E neanche il suo sorriso strafottente quando in quei giorni ci incrociavamo per strada… Me ne deve regalare di albicocche la signora Gardoni… Provo un po’ di disappunto al pensiero di lei che di nuovo se la ride alle mie spalle…
Poi però mi ricordo di tutte le volte in cui l’abbiamo ascoltata divertiti mentre si rivolgeva al suo cane urlando come un’invasata… “UGO!!! Vieni qua che ti riempio di legnate… Guarda cos’hai fatto brutto maiale… UGO!!! Oh, quando ti acchiappo…” e giù imprecazioni che neanche un camallo del porto di Genova… che risate… Anche ora fatico a trattenere un sorriso… la signora Gardoni che parla con UGO!!!… Forse ci somigliamo più di quanto sono disposto ad ammettere…
Comunque è vero. Non che sono un deficiente, no… Che parlo con le nostre gatte. Soprattutto con una delle due, in verità…
Ci sono capitate a pochi mesi di distanza l’una dall’altra, entrambe cucciole.
Lola, la prima, è una soriana tigrata di colore grigio. Elegante e magrissima, è una gatta molto dolce e riservata che riesce a trasformarsi in una belva feroce solo quando si trova di fronte un veterinario.
E’ stata la realizzazione di un desiderio a lungo coltivato da Grazia dopo la morte di Mimì, la nostra amatissima gattina tricolore. Credo che di ciò Lola si sia resa conto perché è stata, fin da subito, la “sua” gatta. Quando siamo sul divano è sempre da lei che sceglie di andare ad accoccolarsi e se la lasciamo dormire con noi è tra le sue gambe che decide di addormentarsi. Col tempo è diventata molto affettuosa anche con me, ma rimane la gatta di Grazia.
Le nostre conversazioni, quelle mie e di Lola, ruotano inevitabilmente intorno al cibo. Lei non te lo chiede quasi mai. Quando lo fa, di solito ti sta prendendo in giro… Io ci casco sempre e mi sforzo inutilmente di trovare dei buoni argomenti per convincerla ad ingoiare almeno qualche croccantino. A volte lo faccio con dolcezza, altre con esasperata ruvidità. Il risultato, comunque, è invariabilmente il medesimo: non mangia.
E poi c’è Molly… Ricordo bene il giorno in cui, con un colpo di mano, si è deciso il suo ingresso in famiglia.
Era stata una giornata di lavoro veramente pesante. Avevo effettuato, con l’aiuto di alcuni colleghi, un accesso informatico all’azienda che stavo sottoponendo a controllo, perciò era stata tutto un… “Allontanatevi immediatamente dalle vostre postazioni di lavoro e dal PC… nessuno tocchi nulla sulla propria scrivania… ognuno rimanga nella propria stanza e non si allontani per nessun motivo, nemmeno per andare in bagno… Signora, cosa sta mettendo in borsetta? No, la chiavetta no, la lasci al suo posto… ” e così via… E poi l’acquisizione di copia del contenuto di tutti gli hard disk dei PC… Una vera sfacchinata…
Non posso dimenticare la faccia dell’amministratore delegato e dei suoi collaboratori… e nemmeno lo sguardo con cui, per l’intera giornata, ha inutilmente cercato di incenerirmi…
Comunque… continua a leggere

Io, Roberto e gli stivaletti dei Rokes

“Non ci posso credere… Roberto ha comprato gli stivaletti dei Rokes!!”
Eccolo lì, in classe a pavoneggiarsi con quegli stivaletti di camoscio chiaro, a punta e con il tacco rientrante, che fino a quel momento avevo visto solo in televisione e sulle copertine dei 45 giri, indossati dai “complessi beat”, come allora venivano chiamate le timide avanguardie musicali italiane di quella rivoluzione, generazionale, culturale e poi anche politica, che nella seconda metà degli anni ’60 già stava scuotendo iI mondo. Le nostre compagne, che già normalmente gli rivolgevano solo sguardi adoranti, gli stavano intorno completamente ammaliate, facendo di tutto per attirare le sue attenzioni, mentre noi maschi lo squadravamo tra l’incredulo e il frastornato, come pugili appena raggiunti da un improvviso montante alla punta del mento. Non che tutti sapessimo chi diavolo fossero i Rokes e da dove saltassero fuori quelle strane calzature, ma era così evidente l’effetto che facevano sulla parte femminile della classe…
Io ero tra quelli che li conosceva, i Rokes: l’immagine di quei quattro ragazzi con i lunghi capelli a caschetto, i pantaloni stretti e il cravattino sottile che, con le loro chitarre dalle forme strane, cantavano canzoni in un Italiano improbabile non me la ero più scrollata via fin dalla prima apparizione televisiva a cui avevo assistito. Non sapevo ancora bene cosa, ma mi rendevo confusamente conto che loro e gli altri “beat” stavano muovendo qualcosa di importante nella mia testolina…
Da lì a chiedere ai miei genitori di acquistarmi un paio di quegli stivaletti ce ne passava, altro che se ce ne passava… Neanche riuscivo ad immaginarmi mentre formulavo una tale richiesta a mio padre, forse perché potevo invece a prevedere benissimo la reazione che avrebbe prodotto… Non è nemmeno tanto strano, a pensarci: in fondo avevo 9 anni e frequentavo la quarta elementare di una scuola cattolica dì provincia, mica un liceo londinese di Chelsea o di Kensington… Non mi ero ancora affrancato nemmeno dai pantaloni corti, che indossavo anche in inverno, tranne che nei giorni più freddi, figuriamoci… Ma ora eccoli lì, ai piedi di Roberto… Allora era possibile… “Osare lottare, osare vincere”, come diceva lo slogan del Presidente Mao che avrei imparato qualche anno dopo in manifestazione…
Roberto non era un compagno di classe qualsiasi, era anche il mio migliore amico. Condivideva questo dubbio privilegio con Gianluigi, il mio compagno di banco.
Loro non potevano essere più diversi, come del resto la qualità dell’amicizia che mi legava a ciascuno dei due. Non l’intensità però… Quella no, era la stessa. Era un legame che sentivo forte, assoluto, come solo le amicizie di quegli anni sanno essere (e i grandi amori, naturalmente, ma questa è un’altra storia…).
Roberto sembrava il vincitore della lotteria organizzata dal buon Dio per stabilire l’ordine di distribuzione delle doti e delle virtù. Fisicamente era bello, biondo, di altezza normale e di corporatura atletica. Nei giochi durante la ricreazione e la pausa pranzo risultava quasi sempre il vincitore, che si trattasse dì bandiera, mondo, nascondino, biglie o semplicemente darsele di santa ragione. Tutto questo sarebbe già stato più che sufficiente a spiegare l’adorazione che gii rivolgevano tutte le bambine della classe… Ma lui, per non farsi mancare niente, era anche dotato di una naturale simpatia e di un certo carisma, oltre ad essere molto sveglio ed intelligente. Risultato; era il capo del branco, il primo della classe e il cocco di suor Riccarda, la nostra maestra.
La nostra amicizia era fatta di condivisione, complicità ma anche competizione, con le inevitabili tensioni che ciò comportava. Non è sempre semplice recitare la parte del secondo. E, in quella classe, a me era toccata quella: nei giochi, nel rendimento scolastico, nelle preferenze della maestra. Era sopportabile solo perché il primo era Roberto e perché, talvolta, capitava che riuscissi a stargli alla pari. Era la concreta possibilità che questi momenti lasciavano intravedere che rendeva vitale e proficua la nostra relazione, stimolo forse illusorio ma necessario all’esistenza del nostro rapporto. continua a leggere