Ossicini


Saltello.  
Un balzo di qui, una corsa di là. So correre veloce, sììììì, velocissima, mentre corro annuso, e mentre annuso guardo, e il cuore ruzzola anche lui insieme a me, una scheggia, mi rimbalza nel petto per la felicità, per la bellezza di questa radura, per i profumi che mi si tuffano in velocità dentro le narici, per quello che le mie pupille assorbono, frammenti di paesaggio ad angolo giro mentre sfreccio a settanta chilometri orari, perché sono pazza di gioia e anche perché sono un po’ impaurita.
Ho paura che si arrabbi. Come chi? La mamma! Mi ha lasciato in una zona riparata fra le rocce, protetta da un cespuglio di rovi.
Stai ferma qui. Immobile. Non hai odore, lo sai, e quindi non può trovarti nessuno se non ti muovi, mi ha detto.
Ma come posso stare ferma! I miei sensi la sentono la vicinanza delle erbe di campo, della frutta, del grano, e le mie zampe sono fatte per sfrecciare…  
Adesso corro ancora due volte intorno a quella vigna laggiù, faccio lo slalom quando arrivo ai sassi e poi torno nel mio covo, che magari mamma non si accorge e mi permette di…

Sara! Sara! Ehi, dormi o sei sveglia? Ma dove hai la testolina, sono dieci minuti che ti sto chiamando!
Dai piccolina, guarda, ci hanno portato il pranzo.
Che spavento! Meno male che mamma non si è accorta… Spalanco gli occhi e la vedo seduta vicino al mio lettino. E’ bella mamma, e mi sorride.
Invece io non posso. Non so come si fa. Non so neanche se ce l’ho la bocca, io.
Ma nel prato in cui corro funziona tutto perfettamente. Ho denti buoni per mordicchiare le erbette selvatiche e i germogli… Buonissimi!

Sara, vieni cucciolina, dai che mangiamo.

Non mi piace mangiare in questo posto.
Dice mamma che sono una bambina bravissima e coraggiosa.
Lei ancora non lo sa che sono una lepre.
Io l’ho capito da sola.
Ce ne sono tanti bambini qui, ma nessuno è come me. Li ho guardati bene: sotto il naso hanno due strisce arrotondate, morbide, rosa. Labbra, si chiamano. Anche la mamma le ha, lei colorate di rosso. Sono molto belle, si possono aprire, e quando le apri puoi far uscire parole, risate, sbadigli, oppure far entrare aria, acqua e cose buone da mangiare.
Io no! Non somiglio a nessuna delle persone che sono qui. Somiglio a Bruscolino tutto pepe.
Come chi è? Il leprotto grigio che salva Biancolina, la sua amica coniglietta finita nella rete dei cacciatori. Bruscolino corre a chiamare lepri, conigli, scoiattoli e tutti insieme rosicchiano la rete finché riescono a liberarla.
Bruscolino e Biancolina hanno una pelliccia bellissima, la pancina rosa, lunghe orecchie e occhi grandi.
La loro bocca è piccola e come spaccata in due. Uguale alla mia, ho pensato, quando li ho visti nel libro che mi ha portato mamma. Ecco a chi somiglio! Sono una lepre, non una bambina, e adesso scappo via, fuori, nel prato, a giocare con Biancolina! Evviva!
Dice mamma che mi mancano le ossa del palato, e che se avremo tanta pazienza i dottori me ne faranno uno nuovo tutto per me.  Apre la bocca e mi mostra il suo, per farmi capire cos’è, il palato. Mi fa ridere, adesso non riesce a parlare con quelle labbra spalancate, emette solo versi, proprio come me… Dopo me lo metteranno mentre dormo, dice mamma, e quando mi sveglierò avrò anch’io la mia bocca, labbra, sorriso e tutto, anche il colore rosso come il suo.
Vorrei dirle che sono una lepre, non una bambina, e che non posso stare chiusa in questo ospedale, ma mamma non mi crederebbe.  

Saraaa, scendi, è arrivato il babbo, vieni che si mangia!

Bruscolino tutto pepe… ma non ci posso credere. Avrò letto questa storia cento volte, nel lungo periodo trascorso in ospedale per curare la mia labiopalatoschisi. Studio in un’altra città e torno qui di rado ormai; quando vengo a trovare i miei genitori dormo ancora nella stanza che fu la mia cameretta. Mamma non ha spostato quasi nulla, e sulla libreria ci sono i miei libri di bambina. Quello che ho in mano mi sbalza indietro nel tempo, facendomi precipitare a picco dentro me piccina.
Non è solo un ricordo. Riesco a sentire quello che provava la bambina che ero, costretta a rimanere a lungo in un reparto ospedaliero, così impaurita da inventarsi un mondo di fantasia e una diversa identità in cui rifugiarsi. Avverto vivido come allora un sentimento di grande solitudine. Mamma ne era addirittura spaventata, cercava in ogni modo di rendermi sopportabile la realtà e di spiegare con parole semplici la mia malattia: sono solo due ossicini, non avere paura piccolina, sei una bambina bellissima e brava, non avere paura, vedrai.
Dal piano di sotto la voce di mia madre mi scuote. Saltello giù per le scale.
I capelli raccolti in due lunghe code ai lati della testa, mi rimbalzano sulle spalle.
Le narici fremono, stuzzicate dai profumi che provengono dalla cucina.
Oggi pranzo speciale in tuo onore, annuncia mamma mentre porta in tavola il vassoio. Mi trattano ancora con l’attenzione premurosa dei miei anni di bambina. La malformazione con cui sono nata e gli interventi chirurgici subiti mi hanno resa per sempre vulnerabile ai loro occhi.   
Come ogni volta che vengo, adesso babbo e mamma faranno a gara a raccontarmi tutte le fasi della complicata ricetta che hanno cucinato per me.
Questa volta ci siamo superati – è babbo che parla. Ho preparato la marinata con un bel rosato dell’Elba, e l’ho profumata con tutti gli odori, cipolla, sedano, carota, alloro, bacche di ginepro e chiodi di garofano. Una notte intera ce l’abbiamo lasciata… E poi la cottura, perfetta: vivace all’inizio e poi lenta, a fuoco moderato…
Ora mamma gli toglie la parola: e prima di cucinarla l’abbiamo disossata per bene, che non ci fossero ossicini puntuti a darti fastidio alla gola…
L’ho detto, mi trattano come se fossi ancora piccola…
Ecco Sara: la miglior lepre in salmì che potrai mai assaggiare!
Lo dicono in coro. Mi guardano contenti, in attesa della mia approvazione.

Mi basta uno sguardo e con le pupille ad angolo giro intercetto lo spiraglio della porta finestra alle mie spalle. Il cuore mi rimbalza nel petto, muoio di paura ma carico tutto il peso sui muscoli delle zampe posteriori e mi lancio in avanti. In un attimo sono fuori dalla stanza e via, balzo dopo balzo corro all’aperto, sento l’aria fresca strofinarsi sulle mie lunghe orecchie, il pelo scompigliato dalla velocità della corsa.

1 ottobre

Non mi lasci qui, vero mamma?
La voce lacrimosa della bambina, diffusa fra i banchi della classe, aveva ramificato veloce fra le sedie e afferrato le caviglie della mamma, già sulla soglia. Un’incertezza l’aveva arrestata, prima di proseguire decisa oltre gli stipiti della porta, senza farle decidere di voltarsi.
Non era nei patti, la bambina lo sapeva.
La mamma glielo aveva ripetuto molte volte nei giorni precedenti, mentre le mostrava quello che aveva acquistato per lei, per il suo primo giorno di scuola. Scarpe bianche di pelle con la fibbia dorata, calzettoni traforati bianchi di cotone, e il grembiule, tutto bianco anche quello, con le tasche a toppa. Un nastro rosa da annodare intorno al colletto.  
In prima elementare ci vuole rosa il fiocco, diceva la mamma.
C’era anche una cartella color vinaccia e un astuccio verde rettangolare pieno di matite appuntite e colorate che la bambina non avrebbe dovuto perdere mai.
La bambina sapeva che sarebbe arrivato il tempo in cui anche lei avrebbe cominciato ad andare a scuola. Suo fratello lo faceva ogni giorno, a parte in estate. Usciva la mattina e tornava all’ora di pranzo. Quello che proprio ignorava, era cosa avrebbe dovuto fare, a scuola.
Imparare a leggere e a scrivere. Ma che voleva dire imparare?
Una brava bambina come lei non avrebbe pianto, il primo giorno di scuola. Si sarebbe seduta al posto che le avrebbero assegnato e subito, subito ripeteva la mamma, avrebbe dovuto ascoltare ciò che aveva da dire la maestra.
In effetti, la signora maestra parlava, e scriveva su una parete nera sovrapposta al muro con delle penne corte, i gessi;  la parte nera, aveva imparato, si chiamava lavagna.
La bambina sapeva cosa significasse scrivere. Lo facevano tutti in famiglia a parte lei. Quello che non riusciva a capire era come fosse possibile riprodurre sul foglio a quadretti del suo quaderno i segni che la maestra depositava sulla la-va-gna.
Era consapevole di non essere all’altezza. Non certo lei avrebbe potuto esserne capace. Altri forse. La mamma, suo fratello, il babbo. Forse anche la zia. Ma certo non lei.
La bambina si trovava quindi in una situazione difficile. Per la prima volta nella sua vita era stata affidata a una persona che non conosceva, insieme a molti altri bambini che parevano sicuri e contenti di trovarsi tutti insieme in quella stanza che si chiamava aula. Prima A, era il nome della classe.
Ora si ritrovava sola e sottoposta a delle richieste che in nessun modo avrebbe potuto soddisfare. Probabilmente questo le avrebbe causato dei problemi e, per la prima volta nella sua vita, non avrebbe potuto chiamare mamma.
Questa, bambini, é la data di oggi, e d’ora in poi ogni giorno la scriveremo sul nostro quaderno. Coraggio, ricopiate dalla lavagna: 1 ottobre 1968, martedì.
Le scarpe bianche con la fibbia dorata le facevano dolere le dita dei piedi, e i calzettoni traforati le scivolavano lungo il polpaccio. Se avesse potuto concederselo, avrebbe urlato che le odiava, quelle scarpe bianche, e che lei a scuola non ci sarebbe andata mai più, mai più, è chiaro?
Ma non era nei patti. Lei era una brava bambina che non avrebbe fatto stare male la mamma. Non poteva andare a lavorare, la mamma, con il pensiero che lei facesse le bizze.
Si sarebbe seduta brava al suo posto e avrebbe ascoltato la signora maestra.
Però la mamma non le aveva detto che la maestra le avrebbe chiesto di scrivere.
Lei non sapeva scrivere, non era all’altezza del compito che le veniva richiesto, non ce l’avrebbe fatta mai.  Impossibile.
Coraggio, copiate, non importa come lo fate, adesso passo fra i banchi e vi aiuto io.
La bambina si trova davvero in una brutta situazione.
Prima di andarsene, la mamma le ha aperto l’astuccio, che così spalancato sul ripiano del banco deve essere controllato, affinché nessuna delle matite si perda. A fianco il quaderno a quadretti mostra sulla copertina pesciolini colorati che nuotano in mezzo a piante acquatiche.
Deluderà tutti, nessuno le vorrà più bene.
Non la mamma, che tanto si era raccomandata. Devo lavorare, lo sai. Non mi far stare in pensiero. Ascolta quello che dice la maestra e mi raccomando, non piangere.
Non la maestra, che si farà una pessima opinione di lei, una bambina incapace di scrivere.
Non gli altri bambini, che aprono il quaderno, impugnano il lapis e aspettano fiduciosi la maestra.
Non suo fratello, che la prenderà in giro come quando le ha insegnato ad andare in bicicletta.
Forza, non guardare la ruota, dai, alza la testa, pedala… Glielo ripeteva di continuo sulla strada di campagna dove l’aveva portata. Su entrambi i lati scorrevano fossi colmi di acqua scura su cui fioriva l’opaco giallo di una sorta di micelio da cui lei non riusciva ad alzare lo sguardo. Ne aveva paura. Non di cadere, no. Era l’acqua nera in sé che la spaventava, ma certo non poteva dirlo a quel fratello così grande che quando si occupava di lei sembrava sempre un po’ annoiato. Non era nei patti. Aveva impegnato una domenica mattina per insegnarle ad andare in bicicletta, non poteva certo dirgli che voleva tornare a casa, possibilmente a piedi.
Ne è sicura. Bruscamente lui le dirà che una come lei non imparerà mai a scrivere.
La maestra cammina fra i banchi. Si avvicina a ciascun bambino, controlla quello che ha scritto e poi sorridendo lo esorta a riprovare, accompagnandogli la mano con la propria.
La bambina adesso è terrorizzata. La maestra arriverà anche da lei, e allora si accorgerà che non ha scritto niente. Si arrabbierà, lo dirà alla mamma, e lei a suo fratello. Tutti insieme, la sera, lo riferiranno al babbo, che la guarderà severo.
Sei una mangiapane, le dirà. Non sai scrivere. Batterà la mano sul tavolo e tutti, dopo, finiranno la cena in silenzio senza più gusto. La manderanno a dormire senza farle guardare Carosello, e parleranno di lei, maledicendo la sfortuna di avere avuto una figlia così buona a nulla. Meno male che abbiamo lui, diranno, carezzando la testa del fratello.
Eccola, è già arrivata al banco dietro al suo; non si volta, eppure la bambina avverte chiaramente lo sguardo di rimprovero della maestra sfiorarla e depositarsi sulla pagina bianca.
Adesso è qui, proprio accanto a me. Avvicina il suo volto al mio, ormai rigato di lacrime.
Ha così tanta voglia di sfogare liberamente il pianto che le duole in fondo alla gola. Sembra che i capelli, il naso, la pelle gemano lucciconi che le bagnano il viso. La bocca, chiusa dal morso dei denti sulle labbra, a un tratto si spalanca, cede come una diga e lascia uscire in un fiotto un unico enorme singhiozzo che diventa un urlo, e in quel grido racimola tre parole che scaglia nella classe come una grandine: non so scrivere!

Bene, dice la maestra, va molto bene che tu non sappia scrivere. Sei venuta a scuola per imparare, come tutti. Ti aiuterò io, non avere paura.Quando suona la campanella la maestra consente a tutti di alzarsi per fare una cosa molto difficile da pronunciare, la ri-crea-zio-ne.
Con il suo permesso si può andare in bagno due per volta, lavarsi le mani, e dopo mangiare lo spuntino portato da casa.
La bambina non si muove dal suo posto e nemmeno tocca il sacchetto a quadretti rosa, ricamato con il suo nome. La mamma ci ha infilato un tovagliolo, la bottiglietta di plastica bianca con l’acqua, un pezzettino di schiacciata con l’uva, ma la bambina è stremata, non vuole mangiare né bere.
La maestra le si siede accanto, non sembra arrabbiata. La bambina non ha dimenticato ciò che le ha detto poco prima, ma non sa se fidarsi.
O, dice la maestra, una letterina rotonda. Per farla parlare bisogna aprire la bocca, così: o.
Ha bisogno del respiro per avere il suo suono, la o di oca, di orso e di ottobre. Oooooo, la letterina che ci meraviglia, dice la maestra.
Un gioco irresistibile.
La maestra aiuta la bambina a osservarla, la lettera O, a sentirla dentro il petto, a cantarla e infine a riprodurla.
La mano incerta s’affida e infine riempie di piccoli cerchi imperfetti la prima pagina del quaderno.

Per la bambina non fu mai facile, nei cinquant’anni che seguirono, ammettere la propria forza e la capacità della propria intelligenza.
Sempre le fu d’aiuto il potere delle parole, che una maestra le insegnò ad amare

Gina ballando ballando

Per Gina, perché forse è andata così.

Precipito.
Una forza incontrastabile mi spinge all’indietro: sono investita dal getto potente di una sistola che sputa aria, non acqua. Aria. Mi attraversa la mente questo particolare da niente, mentre mi sento portare via. 
Arretro scomposta, le braccia e le gambe spalancate, la schiena inarcata in avanti. Cerco di proteggermi, tengo gli occhi serrati, ma quel soffio non mi lascia scampo. Arretro.
Che troverò dietro di me? Volteggiassi almeno, mi desse spinta quest’aria feroce per sollevarmi un po’ e guardare cosa mi passa accanto. Ma no, non c’è niente da fare, volo all’indietro, terrorizzata dal vuoto che avverto alle mie spalle.
Intuisco sporgenze intorno a me, radici, arbusti, ma niente possono le mie mani.
Il pensiero di afferrarmi scivola insieme a me, scompare prima che uno solo dei miei muscoli riesca a farmi stringere le dita intorno al vecchio tronco che pure ondeggia e si piega, strapazzato dal vento che mi porta. I polsi infiammati. Ramoscelli frondosi li frustano al passaggio. 

Spalanco gli occhi. Gina, dove sei? No, niente, un sogno, solo un sogno. Così reale che nelle orecchie ho ancora il frastuono di quella massa d’aria, gli arti indolenziti e le dita delle mani contratte.
Le guardo, mi ricordano le zampe della gallina con queste unghie ritorte e piegate in avanti.
Come mai non me le sono tagliate?
Adesso mi alzo, devo aver sudato, mi sento umida e anche le lenzuola sono bagnate.
Adesso mi alzo.
Perché non riesco a muovermi?

La paura mi gela, sento un vuoto che mi spalanca la pancia. Ricomincio a sudare, terrorizzata dalla mia immobilità. Nella testa prende forma la voragine in cui precipitava il mio sogno. Posso girare la testa, ci vedo, intorno a me riconosco gli oggetti di sempre. L’armadio bianco a quattro ante, la sedia di legno, il cuscino ocra, e sul ripiano del comodino, qui vicino a me, un cartoncino plastificato, riconosco la mia scrittura. Ascolta Gina, lo abbiamo scritto, ti ricordi? Foglietto giallo a righe, inchiostro rosso. Dov’è? Non me lo ricordo dov’è, ma sono sicura che avevamo appuntato con precisione tutte le operazioni da fare per scendere dal letto. Aspetta, è la mano destra quella che si muove. Ecco, mi è tornato in mente. Con la destra afferro il foglietto giallo. Ora leggo, eseguo i movimenti e poi via, a vedere che ci aspetta, a rinnovare questo giorno appena cominciato.
Ma che dico? ma come parlo? Il giorno appena cominciato… come una signorina… Niente chiacchiere invece, devo sbrigarmi, se torna a casa e non è tutto pronto, me lo fa vedere lui, il giorno appena cominciato. Quando lui rientra tutto deve essere a posto.
Caspita, devo ancora cucinare.

Lui, che vuoi che ti dica, è fatto così, lui.
Mi ha sposata perché a casa sua avevano bisogno di una che tenesse in ordine la casa e gli uomini che la abitavano: lui, suo fratello, suo padre, che gli aveva affidato il compito di trovare una brava ragazza.
Non fece storie quando venne a prendermi. Allora lavoravo a servizio presso una delle famiglie benestanti del paese. Aveva chiesto ai miei padroni il permesso di portarmi fuori, si faceva così da noi alla fine degli anni cinquanta.
Un bel giovane, uno del paese… praticamente neanche lo conoscevo. E’ diventato mio marito perché una sera mi ha spinto contro un muro.
Avevamo fatto due passi, neanche parlato; lui, ah lui, fra una sigaretta e l’altra aveva borbottato qualcosa.
Ma che fa? Sbottonati il cappotto, dice. Poco meno di un ordine. Ma che vuole?
Con quel freddo, me lo sono trovato addosso, sulla schiena la parete ruvida su cui mi aveva spinta. Si sgancia un solo bottone. Una mano appoggiata al muro dietro di me, per sostenersi. L’altra ad afferrarmi i fianchi, per spingermi il bacino contro.
Una sensazione di freddo e poi dolore, un’esplosione dentro di me. Credevo che mi avesse uccisa.
Mi aveva solo messa incinta. Ecco, sono diventata donna in mia assenza
Quando era venuto a chiedere il permesso di uscire mi brillavano gli occhi. A ballare, sì! Mi avrebbe portata a ballare! Ho sempre adorato ballare, era come se la musica mi passasse dentro i muscoli, non potevo stare ferma.
Ma lui a ballare non mi ci ha portata mai. E’ fatto così, che ci vuoi fare.

Ehi! Oh! Cosa!
Mio marito non mi ha mai chiamata per nome. Mai.
Non ero nessuno, e quindi il mio nome non contava.
Ehi! Oh! Cosa.
Questo ero. Una cosa. Lavavo, stiravo, pulivo, cucinavo, partorivo i figli e li crescevo.
Tre ne ho messi al mondo. La mia gioia, la forza che mi davano quei tre pupi.
Gli insegnavo a chiamarmi mamma. Mammammamma. Uno alla volta imparavano, e io ero la loro mamma, non una cosa.
Lui usciva presto, tornava a casa per pranzare e per cenare. E per salirmi addosso ogni tanto, di sera.
Mi ammazzavo di fatica, ma quei tre tesori, nati a pochi mesi di distanza l’uno dall’altro, mi davano speranza. Appena avevo un po’ di tempo, via a giocare con loro, si faceva il teatro dei ballerini…
Lui non se ne curava. Solo, non voleva sentire rumore.
Quando tornava, la sera, facevo in modo che dormissero già.
Ma a volte non bastava. Se anche uno solo si svegliava, se uno solo piagnucolava o si lamentava nel sonno, lui spalancava la porta della loro cameretta e li minacciava.
Ho da andare a lavorare io! sbraitava in dialetto, facendoli piangere forte.
Non ci volle molto perché cominciasse a usare le mani.
Mi mettevo in mezzo, tanto per lui era uguale: uno valeva l’altro. Quel che aveva da fare era prendere a botte le sue cose quando lo irritavano. Quando non si comportavano esattamente come lui aveva disposto. Quando non stavano ferme nel posto che lui gli aveva assegnato. Quando dicevano parole che non gli erano gradite.
Che potevo fare io?
Ballavo, giravo intorno al tavolo finché lui non riusciva a prendermi.
Ballavo.

Caspita, non me lo ricordo mai.
E’ così ogni nuovo giorno, non riesco mai a rammentarlo subito.
Sono libera, ah Gina? Lui non c’è più, e io ballo per tutto il tempo che desidero.
Neanche il sogno che mi instrada al risveglio, neanche quel volo pauroso riesce a evitarmi la ricerca della verità con cui, ogni mattina, devo fare i conti.
Ma ci pensi? Prima mi era sufficiente un solo movimento di busto spalle e bacino, et voilà, ero seduta sul bordo del letto, i piedi già poggiati per terra. Incredibile. Mi sembrava un fatto scontato, normale, non certo un prodigio di cui meravigliarsi. Una volta alzata stavo in piedi, e senza sforzo sapevo mettere un piede davanti all’altro e camminare. Ci pensi? Camminavo ogni volta che volevo.
Adesso? Adesso ballo.
Sì, lo so, ho perso tempo, mi sono decisa tardi a farmi vedere da un medico.
Tempo. Ah! Me lo ricordo bene. Lui era morto e io finalmente possedevo tutto il mio tempo.
Caspita, non ci avrei rinunciato per niente al mondo.
E poi, lo hai sentito anche tu, è stato chiaro il dottore: una volta comparsa, la malattia non si ferma…
E allora? Tardi per cosa?
Te le ricordi le prime avvisaglie? Avevo cominciato a dimenticarmi piccoli dettagli, cose da nulla, di tutti i giorni. Ma sì… Perdevo il cordless, non riconoscevo qualcuno, mi scordavo dove tenevo le tazze per il caffè. Ma finché potevo camminare cercavo, e alla fine riuscivo sempre a recuperare tutto. Ricordo che mi sentivo un po’ impacciata nei movimenti, e non capivo come mai le dita delle mani e dei piedi sussultassero. Piccoli scatti, come per caso, ma molte volte al giorno.
Non volevo arrendermi.
Mi vergogno un po’ a dirlo: per la prima volta da quando ero al mondo, vivevo una vita che mi soddisfaceva pienamente.
Così facevo finta di nulla.

Lui non ci risparmiava. Bastava un errore. Ci afferrava le spalle e ci sbatteva contro il muro, tante volte, tante, fino a quando non ci vedeva diventare lividi in volto, il fiato mozzato.
Posso dirlo? Una bestia
Poi si ammalò. Te lo ricordi? La malattia lo rese ancora più cattivo perché dipendeva da me.
Stupido bastardo, pensavo.
Me ne occupai. Provvedevo a tutto, efficiente e gelida, e gli ridevo in faccia.
Aveva mille motivi per prendersela con me, ma a picchiarmi non ce la faceva più; mi fermavo davanti a lui, lo fissavo mentre cresceva la sua rabbia. Mulinava le braccia, ringhiava e sputava, ma prendermi non poteva più. Gina, eh, te lo ricordi? Seria in volto ballavo e facevo tutto quello che lui mi aveva sempre proibito.
Ogni mattina, andavo al bar a bere il caffè. Piano piano mi feci qualche amica con cui uscivo ogni tanto per andare a ballare sul serio. Ma ci pensi! Dancing, milonghe, sale da ballo…
A quasi sessant’anni scoprii la città, il cinema, le librerie, i palazzi del centro, l’arte delle chiese.
Cominciai ad essere me. E le scarpe, te le ricordi Gina? Raso di seta rosa con sette centimetri di tacco… Ah Gina, quasi mi vergogno… figurati, a quell’età.

E poi lui è morto, e io non ho più smesso di ballare.
Da quando non riesco più a muovermi e nemmeno a parlare, vivo in una realtà che appartiene solo a me. Certo, so ancora dove sono. Questa è la mia casa, vedo quella giovane donna cui i miei figli mi hanno affidata che si muove in queste stanze, le riordina, mi lava, mi sposta, mi nutre. Ma il mio silenzio la zittisce, non mi parla mai. D’altronde io sono chiusa dentro di me, più spesso ferma in un ieri lontano che nel giorno che c’è.
Non è esatto dire che penso. Sono visioni che ho, così reali da sembrarmi presenti, vere.
Alla fine è meglio così.
E’ stato più difficile da affrontare il periodo della motilità lentissima, come dicono i dottori, per non parlare di quei gesti a scatti. Non ci si può credere, non controllavo più né braccia né gambe. Il mio corpo mi faceva la guerra, si scatenava contro di me, mi puniva per quel desiderio tardo di musica e di libertà. A volte mi bloccavo, te lo ricordi, le braccia tese in avanti, i polsi e le mani che giravano, mentre – ferma sul posto – le ginocchia si piegavano e tornavano dritte un sacco di volte, il busto oscillava avanti e indietro e i fianchi si dimenavano scomposti di qui e di là.
Còrea, si chiama così la mia malattia. Deriva dal greco, mi han detto, significa danza.
Ah sì, pensavo, è questo che vuoi? E allora tieni, tanto non mi avrai. Imparavo ad esistere dentro di me, e ballavo. 
Gina ballando, ballando… come quella canzone…
Lo so, lo so che ti preoccupi. Ma io sto bene, stai tranquilla.
Lo so, mi è rimasto solo un filo di voce.
Ma credimi, dentro di me parlo come non ho mai fatto. Se mi sentisse lui… Ah! Non lo sopporterebbe.
Fuori non mi si intende. Ballo, ma non riesco più a dire una parola. Solo io posso sentirla, la mia voce.
Invece mangiare non posso più. Hai visto come sono diventata magra, anche i liquidi qualche volta non riesco a mandar giù.
Ma quale problema, Gina! Sono leggera come una nuvola e volo in mille giravolte…
Certo, hai ragione, per i vestiti è un problema. Vorrà dire che li faremo stringere un po’.
Te la ricordi la gonna verde con gli spacchi laterali? E i babucha neri, aperti sui lati… Gina, ma ci pensi, chi lo avrebbe mai detto che sarei riuscita a vestirmi così, ad entrare in una sala da ballo, a sentire le braccia di un uomo leggere e senza inganno che mi sostengono, mi guidano, accompagnano i movimenti del mio corpo.
Ogni volta ringrazio il cielo, no, non per averlo fatto morire, ma per avermi liberata dal macigno di esistere appesa a un altro, al tiranno dei miei giorni.
Non mi guardare più, adesso basta parlare.
Ora si balla, Gina. Non ho neanche vent’anni e i miei padroni mi hanno concesso una serata di libertà. Le strade sono ghiacciate e anch’io sono gelata, ma le luci blu di questa milonga mi scaldano la pelle e il cuore. Lui mi vede subito e mi chiede di ballare. E’ un bel giovane, uno del paese, lo conosco appena ma balla benissimo, mi lascio guidare ad occhi chiusi, avvolta dal silenzio delle nostre voci, sospesa nel lamento melodioso della fisarmonica.
Mi sento bene, esile e veloce, una libellula libera, in pace. Davvero, mi sembra di avere le ali, meravigliose ali colorate che mi sostengono mentre volteggio, roteo, salto… Vieni, vieni con me Gina ballando, ballando.

Chiamata d’urgenza, la dottoressa che constatò la morte della signora Gina S., per lungo tempo non dimenticò il movimento scomposto di quel corpo, illuminato da un sorriso radioso soffuso sul volto straziato.    

Minerva

Non si butta via niente! hai detto, sbattendo la porta di casa, mentre lo scalpiccio dei passi già slabbrava il tuo profilo, annacquato nella nebbia gelida.
Ancora ghiaccia questa mattina di inizio marzo; la luce scialba si appresta a depositarsi sulla terra con cattive intenzioni. Come se il cielo scoprisse i denti e le gengive: pronto alla lotta, mi è capitato di pensare.
Era accaduto altre volte. Uscivi carico di rabbia, troppo addolorato per sopportare la mia inaccessibilità e timoroso di assistere alla reazione che la voce e il tuo corpo avrebbero prodotto, se ti fossi concesso di esprimerti.
Camminavi per ore. La strada ti depositava verso sera sulla porta di casa esausto e svuotato, pronto a ricominciare da capo.
Chissà perché, permettevo che accadesse.
Entrambi conoscevamo ormai il copione a memoria.
Ci ritrovavamo in cucina. Io versavo il vino in un calice dal quale sorseggiavamo entrambi; ti preparavi una sigaretta e quando accendevi la tua, davi fuoco anche alla mia, sostenuta fra l’indice e il medio, in attesa.
Ci dicevamo mesti che era l’ora di lasciarci andare ciascuno per la sua strada.
Un brivido sottopelle segnalava a entrambi il pericolo imminente. Ragionavamo su chi avrebbe tenuto il cane, scandagliavamo ogni possibilità solo per arrivare al punto in cui gli occhi dell’uno o dell’altra si sarebbero riempiti di lacrime. Il cane appoggiava il muso sulle ginocchia di uno dei due, lo sguardo malconcio, come se le parole nell’aria lo intridessero dell’amarezza che aleggiava nella stanza.
Più tardi mi sarei alzata e avrei messo su qualcosa per la cena. O lo avresti fatto tu.
Più tardi, saremmo andati tutti e tre a dormire nello stesso letto.
Questa mattina era diverso. Si sarebbe consumato tutto il giorno, senza assistere al tuo ritorno.
Fuori dalla finestra nessuna sorpresa. Questo cielo oggi non avrebbe prodotto niente più che due tonalità, il bianco e il grigio. Non vedo altro. Non le facciate delle case di fronte, non la strada che ti ha portato via, non un pezzo di cielo o un albero. Sfumati insieme, appena un po’ mescolati, questi due soli colori offrono una via d’uscita a ciò che avviene alle mie spalle. Rimanere poggiata ai vetri e guardare fuori è un modo, ora, per cercare impronte diverse su cui modellare questa giornata.
Nelle stanze, dietro di me, avverto la fatica leggera dell’orma che hai lasciato. La stessa che ricorda il mio corpo, da poco riaffiorato dal sonno della notte appena trascorsa. Il cane sta, accucciato con il muso rivolto alla porta, in attesa.
Ecco, ogni cosa non avvenuta si concentra in questa mattina.
E’ quindi questo che è accaduto?
Il gesto banale scatena la furia dolorosa, rivelandone a un tratto la potenza.
Non credevo che sarebbe potuto davvero accadere.
Non lo voglio sapere.
Mi stacco con fatica dai vetri chiusi, trovo la forza di voltarmi e di guardare ancora dentro le stanze della nostra casa. Non ci conoscevamo affatto quando siamo venuti a vivere qui.
La nostra intimità creata da zero, come lana lavorata ai ferri. La prima catenella si palesa come dal nulla e poi gli aghi lunghi che convincono il filo, lo esortano, lo arpionano affinché si faccia intrecciare un punto via l’altro fino a diventare tessuto.
E fra punto e punto una prossimità amica, un calore che incoraggia. Ci si abbandona alla relazione e si costruisce il nido.
Da lì provengono i nomignoli, i giochi ripetuti ogni giorno, la possibilità di una comunicazione che trascende la logica del pensiero compiuto e si affida al solo sentimento, alla complicità di ciò che avviene al riparo da tutto e da tutti. Si ride per qualcosa che solo noi sappiamo, si scambia uno sguardo d’intesa, si pronuncia un’unica parola e per l’altro è come un intero discorso, perché già sa. E anche gli oggetti ne risentono, vivono di vita propria, assumono un ruolo nella casa e nella quotidianità perché ciascuno rappresenta qualcosa e porta con sé il ricordo di un evento preciso che si è vissuto insieme, forse all’apparenza insignificante, ma fondamentale nel punteggiare la storia che via via si va costruendo.
A casa nostra, ad esempio, ci sono sempre stati fiammiferi di ogni tipo, forme e materiali diversi.
Sei tu che ci tieni di più, io come sempre sto un passo indietro, sempre in attesa della fine, non posso affezionarmi troppo.
Porto nella vita questa abitudine a non sentirmi riconosciuta nella mia completezza, temo sempre che giunga il momento in cui su tutto prevarrà il rifiuto.
Rimango in attesa, acquattata nel mio antro. E’ il mio modo per metterci alle strette. Non mi ostino nel conflitto. Anzi. Passivamente accetto, reagisco, partecipo, ma tu non mi trovi più. Dell’attesa di ogni giorno ti chiedo conto, come se dipendesse da te.
Per questo, per cercarmi, per trovare entrambi, insceniamo sovente le prove generali di un addio.
Per sentire l’amore che ci lega e che non riconosciamo più.
Non ho mai capito come tu abbia potuto tenermi così vicino e al tempo stesso tanto distante.
Non deve essere stato facile. Non per te, che da sempre oscuri i timori più profondi mettendo in scena un personaggio che ti salvaguarda: un bell’uomo simpatico, appena un po’ pieno di sé, facile alla battuta, brillante, affermato nel mondo del lavoro per il ruolo importante che ricopre nella sua professione.
Privo di amicizie e completamente solo: della tua famiglia, da molto tempo, non è rimasto nessuno.
Non per me, addestrata a non fidarmi, indisponibile a mettere la vita nelle mani di un altro, abituata a contare solo su di me.
Nella distanza trovano riposo le nostre fragilità, penso.
Lasciare un pertugio da cui continui a fluire un vago senso di estraneità, anche dopo tutti gli anni trascorsi insieme, permette a entrambi la spudoratezza della confidenza.
Ciascuno di noi conserva i segreti dell’altro con la leggerezza con cui potrebbe portarli sulle spalle uno sconosciuto cui per caso ci si è svelati. Quel vago senso di alterità ci tutela, ne abbiamo bisogno per credere che l’altro, alla fine, possa presto dimenticare l’impudenza della confessione.
Torno a guardare fuori. Il cielo si è fatto più ampio; rovescia a terra una luce immota, stantia, che tracima dai vetri delle finestre e allaga le stanze. Fa freddo. Sul marciapiede di fronte, una donna e un uomo procedono lentamente, i movimenti rigidi. Sono anziani, penso. Lei precede, lui si attarda per chiudere la cerniera del suo giaccone, ma stenta a trovare l’incastro. E’ forse il silenzio dei passi dietro di sé che la ferma. Si volta, torna indietro, lo raggiunge e piano piano piega il busto, aggiunge le sue dita incerte a quelle del compagno, le teste vicine, lo sguardo concentrato sul quel meccanismo banale così ostico alle loro mani esitanti. Infine ce la fanno, sollevati riprendono il cammino.
Nella distanza, penso, si smarrisce la dimestichezza che serve quando occorre essere in due per avere la forza di uno solo.
In casa si è fatta strada una luce polverosa. D’improvviso tutto è cambiato.
Mi aggiro fra le nostre cose, ora mute al mio passaggio. Il cane mi segue, mesto, attento a ogni mio gesto.
Cammino a fatica, mi sembra di muovermi nell’acqua.
Il mio desiderio di liberarmi dei fiammiferi ti ha messo fuori gioco: stamani ti ho offeso, penso. Ho tradito la nostra intimità.
E dentro di me, dove ha preso forma quel desiderio?
Oltrepassare il limite dell’accordo tacito mi avrebbe fornito l’unità di misura per comparare la mia paura ai tuoi passi sbandati in giro per la città. So farlo da sempre, penso. Mi sottraggo per tempo al rischio di essere esclusa, tento una sconnessa via d’uscita in attesa di osservare la reazione che provoca.
Buttare via i fiammiferi può definire l’entità della distanza, devo aver pensato.
Private del senso che la nostra unione gli attribuisce, queste bustine possono manifestare solo i variopinti colori delle immagini stampate sulla striscia di cartoncino sottile, ripiegata nel mezzo, che trattiene il foglio di cartone spesso nel quale i fiammiferi sono intagliati.
Sono solo fiammiferi, ho detto.
Non si butta via niente! hai gridato disperato, mentre uscivi di casa. Intendevi dire che non erano solo fiammiferi. Era il nostro patto, stabilito la prima sera trascorsa in questa casa.
Avrò sempre almeno un fiammifero con me, per guardarti e per mantenere accesa la fiamma che tiene in vita il nostro focolare.
Come se stessi giocando a shanghai, lentamente raccolgo una a una le bustine sparse per terra.
Mi concentro sul movimento delle mani per fare ordine nei miei pensieri. Fino a questa mattina erano sistemate tutte in una scatola di legno, un talismano. E’ lì che le ripongo.
E’ solo per me questa buona intenzione, penso, e mi sembra una rivelazione.
Il nostro cane mi sta vicino, fermo, non ostacola il mio lavoro, non ha voglia di giocare ed io non so consolare la sua malinconia. Gli sto vicino, manifesto il mio interesse e gli offro le mie carezze.
Forse la stessa cosa vale per noi?
Impareremo a colmare così quella lontananza che tanto ci ferisce? Mantenere le distanze per passione e ammettere il limite imposto da ciascuno all’altro.
Non ho la facoltà di cancellare il tuo destino né di scivolare dentro la tua pelle; non puoi evitarmi prove e difficoltà: non possiamo assumerci la responsabilità della vita dell’altro.
Non ho altro a disposizione per ritrovare il ricamo dei nostri giorni trascorsi, per riconoscere il senso compiuto del cammino fin qui percorso.
Seduta sul pavimento vicino al cane e con attorno i nostri Minerva, scopro il desiderio nuovo di una vicinanza leale che lasci liberi entrambi. Come accade in ogni nuovo incontro, questo pensiero fa risuonare dentro di me emozioni e parole che finora non avevo percepito; così rivolto la terra della distanza per scoprire come sia possibile coltivarvi il seme dell’appartenenza.
Se torni ho un gioco nuovo da proporti, inventare insieme il nostro futuro imperfetto.
Le bustine di Minerva sono tornate al loro posto. Ormai radente al suolo, la luce si frantuma in scaglie scure che inducono la nostra casa a rannicchiarsi.
Nel buio, il cane abbaia al suono del campanello.

Futuro

Non ti muovi nemmeno.
Stai seduta ferma sul sedile scomodo del treno. Hai guardato scomparire la città, mentre il finestrino si allagava di una pianura distesa come un corpo senza speranza, arresa all’enormità del cielo che la sovrasta.
A rincorrere il treno, il giallo e il rosso delle foglie illuminate dal sole ormai radente. Seminano una misticanza dorata che pare la stella cometa.
Speri forse che ti guidi il cammino, quella scia d’albicocca.
Non ti muovi. Pensieri in rincorsa come il paesaggio che ti scorre accanto s’affrettano verso la bocca dello stomaco; disordinati si calpestano, si sovrappongono, formano una folla sguaiata che grava sul diaframma e ti mozza il respiro.
Stai ferma, come se ti sentissi male.
Respira. Inspira profondamente e soffia fuori l’aria. Forte.
Uno-due-tre, devi riuscire a calmarti.


Ho le mani fredde e la bocca riarsa, intorno agli occhi la sensazione gelida di non essere padrona delle mie reazioni.
Non mi era mai capitato di sentirmi così, ma forse una cosa come questa non l’avevo mai fatta.
Certo che sono abituata a contare su di me. E su chi se no? Sono avvezza a guadagnarmi da vivere vendendo attenzioni, effusioni, parti del mio corpo; figuriamoci.
Ma quello è diverso. Per come ci faceva lavorare la Gegia, me e le altre dell’agenzia, alla fine era un po’ come recitare. Indossavo gli abiti di scena, mi facevo bella, e poi si trattava di interpretare la parte che via via costruivo a seconda dei desideri dell’uomo con cui Gegia mi aveva fissato l’appuntamento. Ero brava. Mi bastavano poche frasi per inquadrare il tipo che avevo davanti.
Malizioso? Allora era tutto un gioco di ammicchi sottili in equilibrio sulla punta della lingua che di tanto in tanto facevo balenare fra i denti, ad umettare le labbra. Bisognoso di coccole? Nessun problema. Ho un repertorio vasto di paroline e giochetti da mettere in scena per compiacere il mio acquirente. E al bisogno posso essere autoritaria, materna, turbata come una ragazzina al primo appuntamento o provocante, sguaiata, volgare.
Sono chi vuoi, questo era il motto dell’agenzia, e a questo ci addestrava la Gegia.
Nessuno sa lavorare come le mie ragazze, siamo le più brave… quante volte gliel’ho sentito ripetere.
Questo qui ad esempio, che mi sta controllando il biglietto, cerca il mio sguardo. E’ il tipo che va incoraggiato. Non fa mai il primo passo. In servizio, poi!  Ma se da parte mia gli arrivasse un segnale, ah beh, mica potrebbe tirarsi indietro, ne andrebbe del suo prestigio di maschio!
Nessuna colpa, dopo, nessuna responsabilità.  Avresti dovuta vederla – avrebbe raccontato ai suoi amici con finta modestia –  mica avrei potuto non approfittare …
E con la moglie nessun rimorso…  Mica me la sono cercata…
Chiaro che non lo degno di uno sguardo, ma è ovvio, basta una mini un po’ azzardata e si fa presto ad essere qualificata… Però, ora che ci penso, per quello che vado a fare forse non avrei dovuto vestirmi così.  Magari sarebbe stato più adatto un paio di jeans, o un tailleur semplicino semplicino…
Ma che ne so. In fondo l’impresario che mi aspetta mica cerca una suora, no? Eppoi anche la Gegia lo ha detto: vedrai Fiamma, con il fisico che ti ritrovi non ci vorrà nulla a convincere Betticaini.
E comunque. Quando voglio fare bella figura, io mi vesto così.
Certo, non quando vado agli incontri con Diego, ci mancherebbe. In quei casi lì volo basso… niente trucco, capelli raccolti in una coda alla base della nuca, tuta sportiva ampia e scarpe da ginnastica.
Il mio Diego, il mio cuore, la mia gioia. E’ anche per lui che ho preso questa decisione.
Ho avuto così paura quando me lo hanno portato via. Ho temuto di perderlo per sempre.
Lo lasciavo alla Gegia mentre lavoravo, come avrei potuto fare? Ero sola in città, le mie sorelle vivono giù al paese e comunque non le vedo da anni. Mi vergogno troppo. Quando guadagno molto gli faccio arrivare qualche bel regalo, ma finisce lì. Sarebbe troppo complicato raccontare tutto. Per loro sono quella che ce l’ha fatta, trasferita in una grande città del nord per studiare canto e diventata ricca come organizzatrice di eventi…  Quando ci parliamo al telefono, la sento la loro gelosia. Non mi sono saputa accontentare della vita che mi era stata preparata; loro non me lo hanno mai perdonato del tutto e io ho pagato cara la decisione di andarmene.
Se sapessero quanto sono stanca. Basta con gli appuntamenti che mi procura la Gegia. Non ho più l’età, e gli uomini non sono più quelli di una volta. Gliel’ho detto chiaro: Gegia, io in camera da sola non ci torno più. Mi sono spaventata a morte quando l’ingegnere, così si faceva chiamare, aveva estratto dal taschino un coltello a serramanico.
E’ uno per bene, mi aveva detto la Gegia, pieno di soldi, se lo accontenti vedrai che si saprà sdebitare.
Uno per bene. Ho dovuto prenderlo a calci in mezzo alle gambe per sfuggire alla sua presa, e mentre lottavo per liberarmi lui ha fatto in tempo a ferirmi. Non ci devo pensare, mi vengono i brividi, ancora la sento la lama che mi penetra nella carne.
Basta, è al futuro che voglio pensare. Ho commesso tanti errori, è vero. Diego aveva bisogno di orari ordinati, della mamma che ogni sera lo accompagnasse nel suo lettino, e l’agenzia della Gegia non era certo il posto adatto per un bambino. Quando andavo via mi guardava con gli occhi pieni di stupore, come se non potesse credere che proprio io, la sua mamma, gli procurassi un dispiacere del genere. Sul serio mi lasci qui? Sembrava che me lo dicesse, anche se era ancora troppo piccolo per domandarmelo davvero. Per questo vive in un’altra famiglia. Niente da dire, lo hanno cresciuto bene. E lui è meraviglioso. Studia già al liceo e di sicuro si iscriverà all’Università. Lo incontro una volta al mese alla presenza di un educatore, sarà così fino a quando diventerà maggiorenne. Quando lo vedo, Dio, mi si spalanca il cuore. Penso: ti ho fatto io, roba da non credere, guarda che capolavoro sono stata capace di mettere al mondo.  Lui non è stato un errore. Arrivato chissà da dove, l’ho voluto tenere ad ogni costo, e ho fatto bene.
Adesso che ho deciso di smettere con l’agenzia, posso ricominciare a sperare. Non ci sarebbe niente di male a guadagnarsi da vivere cantando in un locale, e lui ormai è grande, la legge lo lascerà libero di decidere, e ora può rimanere solo a casa, la sera. Devo farmi aiutare dall’impresario a trovare un appartamento carino con due camere, così finalmente… Basta, basta, sto correndo troppo. Sono quasi arrivata, e devo essere pronta, voglio fare una bella impressione, come ha detto la Gegia: qualche passerella per cominciare e poi, vedrai, con il fisico che ti ritrovi non ci vorrà niente ad ottenere serate tutte per te.
Dico la verità, sono terrorizzata. Se mi va male, questa volta finisco sul marciapiede.
Del resto, che altro potrei fare? Non avevo ancora vent’anni quando sono partita dal paese convinta che sarei diventata una vera, grande cantante. Ma le lezioni di canto e la città costavano care.
Quando incontrai la Gegia pensai che non ci sarebbe stato nulla di male a fare un po’ di soldi in cambio di compagnia a ricchi uomini d’affari.
Si tratta di uscire a cena, compiacerli un po’, sai come sono fatti gli uomini. Li facciamo tornare a casa convinti di essere dei conquistatori… mi aveva detto così la Gegia, ma non posso certo darle la colpa. Non mi ci era voluto molto a capire come funzionassero, quelle cene…
La colpa è mia. Pensavo che lo avrei fatto solo qualche volta, per mettere da parte un po’ di soldi, ma poi gli anni sono passati, ed ecco, il tempo è volato via.
Stiamo arrivando. Cavolo se ho paura, mi sembra di tremare.  E se Betticaini non volesse farmi cantare, se fosse solo un pretesto per arricchire il suo locale di una prestigiosa entreneuse?
E poi guarda che posto, ma davvero alla mia età penso di trovare una condizione di vita migliore lasciando la città per cominciare tutto da capo in un paese così simile a quello da cui sono partita tanti anni fa?
Madonna, mi sono lasciata portare via dai pensieri, neanche il tempo di ritoccarmi il trucco.
Ma ammesso che non sia tutto un equivoco, che la Gegia mi abbia detto la verità, che l’impresario esista davvero e che sia disposto a prendermi, io… saprò davvero cantare, io?

BA STA ONE, fu la prima cosa che vide quando poggiò i tacchi delle décolleté viola similpelle sul marciapiede sporco di questa stazione di periferia. Il neon traballante dell’insegna rotta aveva richiamato subito la sua attenzione, rimandandole foschi pensieri.
Mi aspettavo di meglio. Non avrò fatto tutti questi chilometri per niente?
Sottopelle, un brivido deve averle segnalato il pericolo.
Mentre si incamminava verso l’uscita Fiamma vide la sua immagine riflessa sfilare sui vetri chiusi della biglietteria. Niente da dire, nonostante si stia avvicinando ai cinquanta, è proprio un gran bel pezzo di ragazza, e per venire a quell’appuntamento così importante aveva curato ogni dettaglio.
La mini leopardata aderiva perfettamente alle natiche rotonde e lasciava occhieggiare i gancetti della guepière, appena tesi a sostenere calze nere velatissime e con la riga dietro, a sottolineare il mistero di quelle cosce lunghe.
Lo scollo della t-shirt in lamé dorato metteva in risalto il solco dei seni e la bocca, oh, quella era il suo orgoglio. Le labbra larghe e carnose si stagliavano nette sul volto e, da sempre, erano un richiamo irrinunciabile per gli uomini.
Si soffermò un attimo davanti a quelle porte chiuse, si aggiustò il bavero del giubbotto nero in plastica lucida e si incamminò.

L’aspettavo davanti al Bar Impero, sul lato opposto all’ingresso della stazione.
La vidi affacciarsi sulla piazza come un’attrice che saluta il suo pubblico dal proscenio. Drizzare le spalle, scuotere la testa per recuperare l’intenzione dello sguardo e dare movimento alla piega dei capelli, colorati di fresco, e incamminarsi ancheggiando verso il suo futuro.
Sì, futuro, era questo che pensava – ne sono certa – mentre procedeva spedita, la mano destra appesa alla tracolla della borsa, viola come le scarpe, e l’altra infilata nella tasca del giubbotto.
Sapeva come attirare l’attenzione dei maschi. Quella sera, nella foschia infuocata dal crepuscolo, gli uomini assistettero al passaggio di una dea che metteva un passo avanti all’altro al ritmo cadenzato del dondolio dei fianchi.
Sembrava che l’aria le volteggiasse intorno, sospinta in alto dal basculare preciso di quel posteriore maculato e rilanciata in avanti dalle labbra e dalla lingua, che a tempo con le anche gonfiavano sfere rosate di un interminabile chewing gum.
In quel suo incedere sfrontato potevo distinguere la scorribanda di sensazioni contrastanti che la attraversavano.
La paura, certo, ma anche l’audacia del rischio.
Mentre mi veniva incontro, Fiamma pensava che avrebbe puntato tutto quello che aveva per sbancare. Voleva vincere tutto: il suo corpo, la sua vita, quel figlio visto diventare grande a distanza con il timore di sentirlo chiamare mamma la donna che lo aveva, di fatto, cresciuto in sua vece.
La vidi stringere più forte la tracolla della borsa.
Avrebbe azzardato la scommessa più ardita in una volta sola, mettendo la sua voce sul tavolo da gioco. Se avesse perso, avrebbe perso tutto.
Futuro sembrava ripetere dentro di sé. Ora o mai più.
Vedeva tutto il tempo trascorso, e tutto quello che adesso la aspettava in quella piazza, chiederle il conto delle scelte che aveva fatto. Scelte di cui non andava certo orgogliosa.
La guardavo camminare consapevole delle occhiate dei maschi riuniti in capannelli davanti ai due bar prospicienti la piazza.
Non la disturbavano gli sguardi degli uomini. Sapeva come fare ad attirarli e a tenerli a bada.
La vidi sostare spavalda sulla soglia del bar, mentre l’onda di un brivido le correva sulla pelle.
Ferma sulla porta del Bar Impero, si sente piena di speranza e allo stesso tempo molto impaurita.
Si fa scudo masticando a bocca aperta e a ritmo serrato il chewing gum. Muove le mandibole di traverso, lo sguardo rivolto dall’altra parte. Sposta il peso del corpo da una gamba all’altra, ostenta impazienza. Scuote ancora la testa, seminando intorno un’occhiata in bilico: cerca una via di fuga.
Cerca me.
Le mani sono arpionate alla tracolla, ora tutte e due, a denunciare tutta la sua titubanza.
Quando finalmente mi vede, quando riesce a decifrare la mia voce fra i richiami confusi che si affollano e le rimbombano nella testa, tutto il movimento scomposto del suo volto si blocca per lo stupore.
Fiamma? le chiedo sorridendo. Sono Betti Caini. Gegia dovrebbe averti parlato di me.

Betti Caini. Il viso di una donna segnato da un intreccio fitto di solchi. Ero convinta che la Gegia mi avrebbe mandata da un uomo, avevo creduto che si trattasse di un’unica parola, il cognome dell’impresario. Anch’io le sorrido.

Non ti muovi nemmeno.
Il controluce ti protegge, espone al pubblico solo la tua silhouette, contornata dall’alone della tua ombra.
Le luci di quinta intercettano il leggero vibrare della semplice tunica nera che poggia lieve sulle tue anche formose.
L’aria accumulata dentro di te trova un pertugio fra le labbra, piano piano acquista lo spessore di una corda percossa che sospende appena il tempo e poi dilaga, si diffonde, come se la volessi restituire in respiro, prima che il suono trasformi in cristallo il silenzio che ti avvolge.
La voce, ora liberata, esonda fra i tavoli del bar, senza argini si espande nella piazza, rimbalza sui marciapiedi e si infrange sul selciato che risuona, attraendo i pochi passeggeri in transito da questa stazione sperduta di periferia.
Ora ti illumina una luce di taglio che trattiene il contorno della tua ombra.
Quasi ti sovrasta. Ti esorta a raggiungere il futuro lì, proprio davanti a te.

Lettera 32

“La soluzione alla mia vita mi venne in mente una sera mentre stiravo una camicia. Era semplice ma audace. Mi presentai in soggiorno dove mio marito stava guardando la televisione e dissi…”
Alice spinge indietro la sedia e si alza di scatto. Si sente tesa, incerta; infila le mani nelle tasche a taglio dei pantaloni bianchi che indossa quando rimane in casa, muove qualche passo intorno alla scrivania, si avvicina alla finestra e guarda fuori.
Non può essere quello l’inizio. Scrolla le spalle nel tentativo di rilassarle e di distendere i muscoli del collo. Non può iniziare così.  Alice sa che pur avendo chiara la traccia del racconto, la storia non potrà dipanarsi se non riesce a trovare l’attacco giusto. L’incipit. L’inizio, appunto.
La fronte poggiata al vetro, Alice guarda il marciapiede, osserva il portone di fronte alla sua finestra, si concentra su particolari che conosce a memoria nel tentativo di liberare la mente.
Non può cominciare così. Le sta antipatica una donna che usa abbinati gli aggettivi semplice e audace. E’ scontato, alla prima lettura l’editor glielo farà notare. Una che si esprime così già si definisce, è una donna ordinaria che affronta un problema da niente e lo chiama “la soluzione alla mia vita”. Alice la immagina, una che si esprime così: gonna scozzese rossa stretta al ginocchio, maglioncino paricollo in lana leggera blu, manica lunga; calze di nylon velate, color carne, e calzature da casa in velluto blu, con qualche centimetro di tacco. I capelli castani le arrivano alla base del collo dove formano una piega all’insù, e anche se sta stirando, non rinuncia a un filo di rossetto e al giro di perle finte intorno al collo, per sentirsi carina e ordinata. “Ho trovato la soluzione alla mia vita, semplice ma audace. Da domani caro – una così lo chiama caro, il marito seduto in soggiorno a guardare la televisione – passerò dal lattaio e dal panettiere, e solo dopo che avremo fatto colazione insieme e sarai uscito farò il resto della spesa. Così io riesco a fare più movimento, la dottoressa Fontana ha detto che è fondamentale per migliorare la mia salute, e tu potrai gustare la tua colazione preferita, con il pane fresco. Certo avrò meno tempo per spolverare, ma del resto bisogna un po’ rischiare, no?”
La odio, digrigna fra i pensieri Alice.  Ma da dove mi è saltata fuori una così? che c’entro io con lei? Sono io l’autrice, come si permette la protagonista del mio racconto di indossare una gonna scozzese a quadri e di chiamare caro il marito?
Scende in cucina, si versa vino rosso in un calice e torna nel suo studio. Ruota il bicchiere fra le mani mentre osserva il foglio ancora bianco.
Alice deve liberarsi di questa donnetta.
Mentre sorseggia il vino però, eccola ancora lì. Infila sull’asse da stiro prima una e poi l’altra metà della camicia, ben attenta a tenere teso il tessuto, che non si facciano pieghe morte. Le chiama così quelle piccole pinces secche prodotte dalla punta del ferro, che si aggrovigliano nei punti più difficili, la cucitura del colletto, l’attaccatura dei bottoni, per non parlare delle maniche, quelle sono difficilissime da stirare. Vanno fatte passare con cura nell’apposito braccio dell’asse da stiro, e bisogna manovrarlo con maestria il ferro, per assecondare le pieghe intorno ai polsini. E una volta stirata, la camicia va abbottonata e ripiegata con perizia, che non rimanga il segno quando la si sfila dal cassetto…
Alice sente montare un ruggito dentro di sé. I gesti di sua madre. La tipa con la gonna stretta a quadri scozzesi replica i gesti di sua madre. Ma non è questo che vuole, non adesso.
La donna di cui intende raccontare somiglia a lei, non a sua madre.
Una che se n’è andata presto di casa per studiare in un’altra città, che parla bene il tedesco, che vive da sola e che non chiama caro nessuno, nemmeno il proprio cane.
Alice si era prefissa di mettere a fuoco la storia di una donna sua contemporanea.  A metà degli anni sessanta assume una decisione che pur esponendola a un rischio le permetterà di affermare il proprio diritto a vivere la vita che si è scelta. E’ la sua, la storia che ha in mente, ma non intende scrivere un racconto autobiografico. Le serve miscelare la verità con la finzione, e raccontarla attraverso un personaggio in cui tante altre donne possano riconoscersi.
Ma certo non può prendere le mosse da questa donnina, il suo racconto.
Eccola ancora lì, invece. Adesso affronta le lenzuola. La rimboccatura deve essere perfetta, per questo piega il lenzuolo a metà, lo stira per il verso della larghezza e poi lo piega ancora in due, così è la parte di stoffa che sporgerà dal copriletto a rimanere in vista.
Via via che i capi sono stirati, li accatasta sul tavolo di formica della cucina, ricoperto da un telo di cotone.
Mentre compie ogni gesto con precisione puntuta, il volto rimane atteggiato ad un sorriso rappreso; le risplende più negli occhi che nella piega della bocca.
Ha preso una decisione, e appena avrà finito la comunicherà al marito. E’ sicura che lui la lascerà fare, ma soprattutto, sa dal profondo del cuore di non nutrire alcun interesse per la sua opinione.

Alice stacca le dita dalla tastiera dell’Olivetti come se bruciassero, stizzita percuote con il pollice la barra spaziatrice.
Ma dove vuoi arrivare? cosa ti salta in mente? Guarda, questo racconto non te lo pubblicheranno nemmeno sulla posta del cuore del mensile parrocchiale.
Non è più il tempo! Siamo alla fine degli anni sessanta, sono nota in città come femminista, scrivo sulla stampa di sinistra, non perdo un convegno sul ruolo della donna nella società che cambia, e poi scrivo di una donnetta in calzari di velluto blu che ha preso la decisione della sua vita? E quale sarebbe, sentiamo? “Ho trovato la soluzione alla mia vita, semplice ma audace. Da domani tesoro – una così lo chiama tesoro, il marito – da domani niente più dolci! Inizia la Quaresima, e anche noi dobbiamo fare la nostra piccola rinuncia. E’ audace, lo so, pensare di poter rinunciare per quaranta giorni ai nostri mon cherì, ma sono sicura che questo piccolo gesto ci riavvicinerà alla comunità della chiesa, e vedrai, pian piano rinnoveremo la nostra fede e ritroveremo il conforto della preghiera.”
Questa volta, quando Alice si alza di scatto la sedia si rovescia sul pavimento alle sue spalle, tanto brusco è il movimento che compie.
Non è possibile. E’ come se questa donnina l’avesse soggiogata. Ha trovato un pertugio, una falla le verrebbe da dire, nella rete dei suoi pensieri, e non intende esserne estromessa. Si è trovata per le mani l’occasione ghiotta e unica di diventare famosa, protagonista di un libro. “Ti rendi conto caro?  scritto da una femminista! Finalmente tutti sapranno che sotto la piega dei miei capelli scalpita un cervellino niente male!”
Non si lascerà convincere facilmente ad andarsene, Alice ne è consapevole.
Respirare con la pancia, ecco quello che deve fare. Alice torna a sedersi e inspira profondamente, attenta a che il ventre si gonfi. Espira piano.
Mentre si concentra sulla sua respirazione, vede la donnetta spegnere la luce della cucina e con passo deciso dirigersi verso il soggiorno: senza dire una parola si avvicina al televisore e con un gesto secco lo spegne. Il marito la guarda con un’espressione in bilico fra lo stupore e la curiosità.
“Ho trovato la soluzione alla mia vita, caro” gli dice. “Semplice ma audace. Le attaccherò. Mi insedierò nella testa di ciascuna di loro e non le lascerò più finché, sfinite, non mi permetteranno di sbocciare nei loro libri.
Non riusciranno più a fermarmi. Dopo questa Alice ne verranno altre. C’è quella Christiane, ad esempio, che avrà certo bisogno di un personaggio femminile, e la Elsa necessita di un tipo particolare per i suoi romanzoni. E perché, a Natalia non serve forse una donna come me per le sue commedie? E non mi vedresti bene per Oriana? Non hanno scampo, dovranno fare i conti con me, queste super donne intelligenti.
E’ grazie a me che hanno potuto elaborare le loro teorie, mentre io stavo qui a stirare le tue cazzo di camicie. Oh! Scusa caro, mi sono lasciata prendere un po’ la mano.
E’ semplice, no? La nostra casa sarà perfetta, e non smetterò di cucinare squisiti pranzetti per te. Posso fare tutto da qui, è comodo, non trovi?
Ma loro, loro non si libereranno più di me. Insidierò le loro convinzioni, tenacemente gli mostrerò l’altro lato della medaglia. Le vedrò vacillare, impaurite come inesperte ragazzine, mi aggrapperò ai loro pensieri e li infetterò finché non capitoleranno, stremate e sconfitte.
Volete essere ricordate per la vostra scrittura, per l’impulso dato al pensiero sulle donne, per la vostra capacità di essere libere e indipendenti? E’ con me che dovrete fare i conti”.
Alice poggia i gomiti al tavolo e affida la testa al palmo delle mani. Le duole tutto il corpo, e sa di non avere scampo. Deve trovare il modo di ammetterla, la donnetta malefica con il paricollo blu.
Occorre che la sua scrittura riesca a contenerla.
Sistema la sedia, raddrizza le spalle e comincia esitante a battere a macchina.
“La soluzione alla mia vita mi venne in mente una sera mentre stiravo una camicia. Era semplice ma audace. Mi presentai in soggiorno dove mio marito stava guardando la televisione e dissi:

Le leve a pressione della Olivetti non si fermano per tutta la notte. I tasti, premuti con forza crescente, scagliano i martelletti sul nastro nero finché a lato della macchina da scrivere non si è formato un pacchetto di fogli dattiloscritti.
“Lo studio”, è il titolo che campeggierà in lettere maiuscole sul primo foglio.

Scritto su sollecitazione di Maria Grazia Fontana a partire dal racconto “Lo studio”, Alice Munro “Danza delle ombre felici”, Einaudi, Torino 2013, p.67

Blue shadow

Le cammina a fianco la mattina presto, passo dopo passo.
La guarda, allungata dalla prima luce; esile, fine. Così stilizzata le ricorda una linea.

Ciao Selene, ma cosa cammini che sei già così magra
La apostrofano così i rari conoscenti che incontra, a quell’ora così acerba. Ma lei non procede a passo di marcia per diminuire il suo peso. Sa bene di essere magra, troppo magra.  Del resto mangia pochissimo, considerando con attenzione speciale ogni boccone ingerito, abituata ormai ad evitare gli alimenti che non riesce a digerire o che, ancora peggio, le riempiono la pelle delle braccia e del collo di minuscole vesciche acquose.
E’ stata così fin da bambina. Allora ogni pasto rappresentava un piccolo dramma familiare.
Sua madre, povera donna, tutti i giorni si inventava pietanze diverse e strategie nuove per farle ingerire qualcosa. Lei scappava, si nascondeva sotto il letto o, nella stagione buona, correva in cortile, nella speranza di non venire raggiunta. Ma la mamma, oh, lei non si arrendeva, disposta a fare chilometri con il piatto stretto in una mano e la forchetta con il boccone infilzato nell’altra, e si inventava storie, la chiamava con dolcezza, cercava in ogni modo di attirarla a sé.
C’erano giorni che il pranzo terminava a pomeriggio inoltrato, e in tutto quel tempo lei accettava sì e no porzioni da uccellino…

Ed eccola.
Mentre cammina, ora, si guarda; vede quell’ombra sottile accanto a sé, priva di impurità. Si adagia perfetta sul selciato, sfila elegante sui fusti del granturco, muraglie invalicabili in questa stagione estiva, si deposita sulle siepi e impeccabile prosegue sulla strada che la riporterà a casa.

Ogni mattina Selene si alza ed esce a camminare. Ha stabilito un itinerario che percorre uguale tutti i giorni per dieci chilometri.
La pista ciclabile che la fa arrivare ai campi, un lungo giro in mezzo all’erba e alle rogge, su sentieri di campagna addomesticati dal passaggio dei trattori; la strada, la sfilata di cancelli sui viali d’accesso alle villette ordinate della zona nuova del paese e infine la piazza, il vicolo, il portoncino di casa sua.
Quando ci arriva si sente vuota. E’ di quello che ha bisogno. Quel corpo piccolo e magro la imprigiona, lascia accumulare nei suoi stretti recessi una potenza feroce che non sa esprimere.
Dopo, Selene ogni giorno sale sul treno, raggiunge il centro commerciale specializzato in abiti e attrezzature per lo sport dove risponde al telefono per sei ore, dal lunedì al sabato, e in treno torna a casa. Indossa sempre pantaloni a cinque tasche, maglietta e scarpe da ginnastica, più pesanti durante la stagione fredda, verdi, sempre, e sempre con la griffe del marchio per cui lavora.
A casa ha molti libri da leggere e voluminosi gomitoli di lana e di cotone colorati in ogni sfumatura del verde, lunghi aghi di acciaio per lavorare ai ferri e aghi più piccoli, ritorti, per fare l’uncinetto.
Ha una dispensa ben fornita di alimenti privi di glutine, sale, grassi, oli, zuccheri con cui compone l’unico pasto della giornata, che consuma sempre prima che venga buio.
Durante il giorno Selene è per tutti la piccola Selene.  Anche il nome le hanno dato sottile. Lo si può pronunciare senza quasi neanche aprirla la bocca, le tre sillabe soffiate fuori dalla lingua, un sibilo cui basta un pertugio strettissimo per risuonare.
Ma di sera, a casa, il mondo che si tiene dentro reclama il suo spazio. Mentre furiosa infilza punti a legaccio e catenelle, aumenta e diminuisce maglie in precisissimi raglan, attorciglia sofisticati punti vaporosi, sente ribollire nella pancia una massa confusa, eterogenea e disordinata di pensieri e sentimenti. La sua energia feconda che sente imprigionata dentro di sé.
E allora aumenta il movimento delle dita e alacremente sferruzza, produce a raffica maglie basse e alte, confeziona sciarpe, coperte, tende, borse, scialli mentre sposta la luce della lampada finché non ritrova la propria ombra, maestosa, allungata sulla parete al suo fianco.
Sì, perché Selene vorrebbe essere lei, la sua ombra.
Vorrebbe liberarsi di quel corpicino permaloso e stretto che le rende impossibile spalancarsi per accogliere il nutrimento che l’universo promette, vorrebbe fidarsi dell’acqua che in questi giorni,  la mattina, allaga il mare del granturco tanto più alto di lei, e assorbire la vita che sente gorgogliare nei suoi profondi meandri, strepitosa e spaventosa, chiusa a lucchetto dentro di sé. Vorrebbe potersi aprire e sparpagliare intorno a sé semi fertili, generosi. Raccontare storie.
Selene lo sa di contenere storie, ma le labbra della sua boccuccia a cuore non si aprono mai per sfogare parole. Le cuce strette fra un punto e un altro, mentre impetuosa manovra i suoi aghi che nell’irruenza del gesto si scontrano, producendo un suono metallico che richiama alla mente i rumori della battaglia.

L’avevo osservata a lungo, nascosto in mezzo ai filari del granturco. Sapevo a che ora si sarebbe trovata là, e ogni mattina ci andavo anch’io. Le guardavo i piedi, così piccoli e veloci nel lasciare un’orma via l’altra la traccia dei suoi passi, mentre il busto, leggermente reclinato in avanti, pareva voler trapassare l’aria.
Quando decisi che era giunto il momento, una mattina le sbarrai il cammino; fermo, seduto proprio in mezzo alla pista ciclabile.
Solo, come sola é lei, che di colpo arresta il suo passo. Ha un po’ paura, e anch’io ne ho.
Mi guarda: un cane bianco a pelo raso, solido, muscoloso, fiero; metà muso mascherato da una macchia nera.
Sento che tutto di me, il collo possente, la mandibola sviluppata, le orecchie corte salde e immobili, le ispira la parola potenza.
Anch’io la guardo: un esserino efebico colorato di verde con gli occhi puntati su di me. Non voglio che si spaventi, mi sollevo piano facendo forza sulle zampe anteriori, e la precedo. Lei resta per un attimo indecisa, sospesa sulla scelta da compiere, ma poi ricomincia a camminare. Procediamo allo stesso passo, la distanza fra noi non aumenta né diminuisce. Voglio farle capire che desidero solo accompagnarla, quell’intervallo fra noi mi permette di annusare indisturbato le sue emozioni. So già chi è, l’ho decifrata a poco a poco ogni mattina dall’inizio della stagione. Ora devo comprendere come avvicinarla.
Procediamo uniti, ma senza avvicinarci, sul percorso che dalla ciclabile porta alla campagna, rimango con lei fino a quando scorgo i cancelli delle case a schiera appena fuori dal paese. Allora mi rituffo fra i fusti del mais. Andiamo avanti così per qualche giorno, lei ora se l’aspetta di trovarmi all’imbocco della pista ciclabile e io sono là. Camminiamo, ma adesso le sto dietro, vicino abbastanza da farle capire che la seguo. Passo dopo passo seguo proprio lei.
Ci sono io, fra lei e la sua ombra.
La sera a casa, mentre sferruzza, Selene ora ha un pensiero cui badare. Si domanda chi sono, da dove vengo. Sono stato abbandonato? sono scappato? perché ogni mattina mi trova ad aspettarla?
Durante il giorno la piccola Selene continua la sua vita di sempre. Quando scende dal treno però, dopo il lavoro, ha preso a fermarsi in qualche negozio prima di rientrare. Porta a casa pane fresco, frutta colorata e saporita, un po’ di gelato. E digerisce Selene, mentre la sua pelle via via più brunita rimane compatta e liscia.
Giorno dopo giorno, di mattina presto, ci avviciniamo. Mi ha dato un nome, mi chiama Bortolo.
Io le cammino al fianco, zampetto sulla sua ombra e quando arriviamo in campagna faccio il clown, le corro intorno, veloce sulle mie zampe, le porto bastoni di legno da lanciarmi, le deposito ai piedi sassi.
Le prime volte lei si spaventava. La forza delle mie corse le mulinava intorno una spirale di polvere, agitava l’aria, che le frusciava fresca sulla pelle. Ostinato ho continuato a portarle legnetti finché lei non ha ceduto.
C’è voluto un po’ per vederla sorridere, e un altro poco ancora perché cominciasse a giocare e a ridere a bocca aperta.
Selene impara dalla mia energia, faccio di tutto per fargliela respirare e giorno dopo giorno diventa anche sua.
Adesso è la prima a lanciarsi nella corsa quando ci incontriamo, tutti e due desiderosi di scaraventarci senza respiro in mezzo alla campagna.
Una volta, scendendo dal treno di ritorno dal lavoro, Selene si compra un quadernetto.
Piccolo, con la copertina verde smeraldo.
La sera, a casa, dopo aver cucinato una buona cena tutta per sé, Selene mi pensa.
E piano piano mi mette al mondo..  Scrive. Mi inventa: non esistevo prima, e neanche lei esisteva..
Si dipana così la libertà di Selene, che altro non è che il potere delle storie.

Alla luce limpida del mattino, la forma stilizzata di un cane dalla struttura quadrata, il collo possente, le orecchie corte immobili, le cammina a fianco la mattina presto, mentre mette un passo avanti all’altro.
Selene la guarda, ormai rivelata. Accanto alla sua, l’ombra di Bortolo si allunga sul sentiero e scorre discontinua sui monconi del granturco ormai segato.

Terze età

Che non avessi avuto figli lo sapevano tutti.
Non facevano parte della mia esperienza di vita i pianti notturni, le difficoltà del primo ingresso nel mondo esterno alla famiglia, le crisi adolescenziali. Non ne sapevo nulla, non mi apparteneva, non ci avevo infilato le mani, non avevo annusato, assaggiato, né scompigliato il mio mondo interiore al cospetto di un figlio da crescere.
C’era il ciclo della mia vita. Guardato a ritroso avanzava a grandi passi, mantenendo tutto sommato una linearità che rendeva coerenti i passaggi da una fase all’altra, la pertinenza delle scelte, il bilancio mai portato a termine di errori, pentimenti, successi.
Era stato così, un po’ camminando, un po’ correndo all’impazzata e a volte rimanendo immobile che avevo trascorso tutti i miei anni.

Ancor oggi sarei in grado di ricostruire in successione le epoche che mi sento addosso, ciascuna ben separata dalle altre.

Poi era arrivata lei, la figlia inaspettata che aveva confuso i piani, ribaltato l’ordinato succedersi delle età, preteso tempo e attenzione.

Lei ha tre amiche. Con ciascuna coltiva una diversa vicinanza, ed è a ciascuna di loro che affida i suoi segreti. Loro tre insieme sanno tutto di lei, conoscono la verità sui suoi sentimenti, su cosa pensa e desidera, sulle sue preoccupazioni, sulle relazioni che coltiva a mia insaputa.
Lo scopro sorpresa quando la vado a trovare nella sua casa fortezza.
Anche la casa conserva i suoi segreti. Me ne dimentico, perché lei mi consente l’accesso alle sue stanze, ai suoi cassetti, all’armadio in cui ripone i vestiti.
A volte però mi intima di lasciare stare, di non toccare, e se non le do retta si arrabbia di una rabbia lacrimosa che lamenta l’ingiustizia. Non è giusto che non rispetti i suoi spazi, come frugare nella sua intimità senza chiedere permesso. Quella rabbia si scatena contro il potere adulto del genitore verso il quale il suo io bambino niente può ancora fare.
E’ la frustrazione di chi subisce un’angheria, un comportamento prepotente contro cui nulla si può opporre. Rimango zitta, e il mio silenzio un po’ la intimorisce e un po’ la placa.
Qualche volta, con parole smozzate e mezze frasi, mi spiega cos’è, quell’oggetto che non devo toccare o vedere, da dove proviene, a cosa le serve. Omette sempre il perché non devo; l’ovvietà si frappone fra noi ristabilendo la dovuta distanza.
La conosco bene quella rabbia, la stessa che nutrivo io verso di lei.
Lei è molto piccola. Necessità primarie e improrogabili dettano il ritmo delle giornate, decidono i miei orari lavorativi, il tempo da dedicare alle passeggiate, quello in cui incontrare altre persone, occuparsi della casa, leggere o guardare la tv.
C’è poco da fare, quando arriva l’ora del sonno, del pasto, della defecazione o della minzione, non si può prescindere.
Per fidarsi, lei deve essere sicura che sia in grado di provvedere a questi suoi imprescindibili bisogni senza anteporvi null’altro. Per affidarsi, deve poter contare su di me.
Il tempo che le dedico non le basta mai, perché quello in cui vive si dipana con la lentezza cadenzata con cui si snocciolano i grani di un rosario, si allunga, si distende, parcellizzando i movimenti in una successione frammentata di piccolissimi gesti la cui imprecisa sequenza concorre al compimento dell’atto nella sua completezza. Starle vicino mi affatica –  lo mordo il tempo io, lo cavalco, cerco di domarlo – e allo stesso tempo mi nutre di inaspettate scoperte che la corsa cela.
La studio, la osservo, e assieme a lei imparo i trucchi che ingannano la rigidità degli arti, truffano l’instabilità dell’equilibrio e le consentono una precaria, fragile, orgogliosa autonomia.

La accompagno in chiesa per la messa, ma non devo sbagliare: è una bambina, non può essere lasciata sola sul sagrato quando la celebrazione è terminata e tutti stanno andando via. Non può aspettare nemmeno cinque minuti, perché dentro di sé quel breve tempo si dilaterà fino a sembrarle un’ora o anche di più, mentre la sua mente avrà immaginato innumerevoli pericoli cui il mio ritardo la sottopone.
Si spaventa se non sono fuori ad aspettarla, perché non sa come tornare a casa e si sente abbandonata.
Quando la messa è terminata devo essere presente, visibile, pronta a prenderle la mano. Lei mi scorge da lontano, alza la testa verso di me e mi sorride, rassicurata, felice.
Devo avere fatto la stessa cosa le rare volte in cui era lei che veniva a prendermi a scuola. continua a leggere

Murder ballads

Non è una giornata qualsiasi.
Fa molto freddo. L’aria è gelida, di quella qualità speciale che risente della vicinanza della neve.
Al contatto con la pelle sembra indurirsi, restituisce la sensazione di piccole spore acuminate che trafiggono gli occhi e rivestono di cristalli i tratti del volto, ormai tutti arrossati.
Acqua silenziosa e costante.
Piovono gocce gelate. Come in un disegno a matita, si dispongono in file ordinate che non vengono assorbite dall’asfalto. Del cielo non c’è traccia, tutto è avvolto dal colore liquido che sgorga da questa precipitazione monotona.
Sulle strade si sparge un luccichio diffuso come un pianto.
Immote, le facciate delle case ristagnano nell’atmosfera diluita che non cambia tonalità con il trascorrere delle ore. La luce, asincrona al passare del tempo, rimane invariata.
Sono felice, oggi ho buon tempo. Questa pioggia riesce a ripulire e contenere ogni cosa.
Rende deserta la Darsena, silenziosa, tanto solitaria che mi è possibile fermare lo sguardo sull’acqua, cristallina e trasparente, e ascoltarne la corrente sciabordare intorno ai parapetti.
Attutisce il frastuono del traffico, che sfila composto, discreto, senza inciampi, avvolto nel fruscìo che esso stesso produce strofinando sul catrame bagnato. Giunge alle mie orecchie come fosse distante, addirittura lontanissimo.
Mi ha sempre affascinato questa città, oggi come la prima volta che l’ho incontrata.
Questo vapore umido si adagia su ogni cosa, compatto, come la superficie di una lavagna su cui si delineano sofisticati fotogrammi in bianco e nero che oggi fanno somigliare Milano a come la immaginavo quando ero piccola, così remota e grande da credere che contenesse il mondo.
Sulla Ripa di Porta Ticinese, al riparo dal freddo e dalla pioggia, guardo fuori dalla vetrina del negozio di dischi in cui mi attardo, seduta comodamente fra le numerose casse di legno ricolme di long playing.
Avvolta dal suono delle ballate evocative e struggenti di Nick Cave, posso essere spettatrice di scorci di vita che mi scorrono davanti. E’ la musica a guidarmi, mi lascia intuire, mi dona una sensazione di conoscenza rapida e chiara e mi permette di indagare e comprendere dettagli sfuggiti alle paratie offerte dalle tende e alla vigile sorveglianza dei vetri chiusi delle finestre.
Osservo con attenzione minuziosa, e non vedo solo con gli occhi.
Su questa cornice monocromatica risaltano vividi i contorni dei passanti. Riesco ad isolare le sagome dei singoli corpi, figure di primo piano che campeggiano sullo sfondo.
Ognuno si staglia netto.
La ragazza cammina così lentamente da farmi pensare che ignori la meta del suo avanzare.
E’ così giovane e talmente rallentato  il suo passo, che pare aver adeguato il ritmo del suo incedere a quello di una persona molto più vecchia di lei, una compagna che io non posso vedere e che pure le sta a fianco. Poggia l’ombrello sulla spalla destra e sostiene appena con le dita l’impugnatura dell’asta.
I suoi capelli e il resto del corpo risultano immobili. Tanto cautamente accompagna un piede accanto all’altro e tanto silente è il suo passaggio che sembra trasportata.
Tutto il corpo della ragazza è trattenuto, rivolto al proprio interno, anche la pioggia le passa vicino senza sfiorarla.
Procede piano, cercando a tentoni cosa incontrerà più avanti, attenta – come prescrive la vecchiaia – alle asperità del cammino, intenta ad evitare gli inciampi sempre pronti a tradire i suoi passi. Assorta, concede che mi scorra davanti solo questo suo appassito deambulare.
I suoi pensieri non sono per me. continua a leggere

Monkey

“Dai amore, ancora uno, dai. Uno solo te lo giuro, un altro e poi basta; dai uno, uno solo ancora”.
Ma mi fai male…”.
“Guarda questo… mmmhhh, guardalo è bellissimo. Passalo sulle labbra, non ti vengono i brividi? Fra i polpastrelli, senti, ha una corteccia piccola, perfetta, setosa, e guarda, guarda la radice com’è grossa. E questo? Ma questo è un portento. Lo taglio, non ti faccio male amore, te lo giuro, lo taglio. Non vuoi sentire il fusto, toccalo, è eretto, potente, rigido, forte come l’acciaio…”

Cominciò per scherzo, o almeno così credevo.
Ci frequentavamo da poche settimane, quel periodo di coppia in cui il corpo dell’altro è un mondo tutto da scoprire, annusare, assaggiare. I dettagli minuti, le pieghe segrete, la qualità diversa dell’epidermide in certi anfratti nascosti, diventano nutrimento per il piacere e alimentano la vampa dell’innamoramento.
Ci si ispeziona palmo a palmo alla ricerca del più piccolo particolare. Ogni scoperta è fonte di  grande soddisfazione, ottimo pretesto per rinnovare l’amplesso da poco terminato.
Fu allora che Bartolo si soffermò per la prima volta sulle mie sopracciglia, attratto dal colore forse – nero come la pece – e dalla consistenza di ogni singolo pelo.
Con dita esperte li sollevava a uno a uno, ne saggiava la robustezza stringendoli fra indice e pollice. Non seppi resistere quando mi chiese se poteva strapparne uno.
La sua voce, intonata a lasciva domanda, lasciava trapelare l’intensità di un desiderio che in quel momento credevo essere il mio.
Un gesto improvviso, rapido e violento. Un dolore acuto, registrato dai ricettori sensitivi e subito inviato alle aree cerebrali deputate al controllo del piacere.
Da allora non abbiamo più smesso.

Fu questo che disse quando si decise a togliersi i vestiti.
Mi aveva sorpreso il suo arrivo nello studio. Lo chiamo così, “studio”, ma non sono che due stanze attrezzate per soddisfare una clientela di periferia. E’ qui che lavoro, in un quartiere lontano dal centro, abitato da gente comune. Sulla porta d’ingresso, una vetrofania recita “Estetista Mafalda”; è il mio nome Mafalda.
Le mie clienti non hanno grandi ambizioni. Si accontentano di avere gambe lisce e levigate in estate, definire le sopracciglia, far sparire la peluria sotto le ascelle o i baffetti che adombrano il labbro superiore. Qualcuna, ma non sono molte, aspira ad apparire abbronzata anche nei mesi invernali, e io ho acquistato un lettino solare coi raggi ultravioletti.
Ho una clientela fissa, prenotata di settimana in settimana, donne semplici che vengono da me per dedicare un’ora di tempo solo a se stesse. Vengono da me per sentirsi più belle, e mentre le accudisco con trattamenti semplici, alla loro portata, parlano, parlano e mi confidano segreti che non affidano neppure alle sorelle o alle amiche più intime.
Per questo quando lei entrò rimasi di stucco. Intanto era nuova della zona.
Aveva capelli neri, folti, belli, avvezzi alla cura di parrucchieri esperti; indossava abiti eleganti e costosi, ma fu soprattutto il portamento che mi colpì. Il suo atteggiamento altero era come oscurato da una ritrosia, da un impaccio riflesso negli occhi, accesi da una luce tremula come la fiamma incerta di una candela.
Non mi guardava, e anche i gesti esprimevano un timore vago.
Teneva la testa un po’ piegata, la bocca coperta da un lembo del foulard che le avvolgeva il collo nascondendole in parte il viso.
Non sono bella io, o almeno non più. Con gli anni ho messo su qualche chilo, e i miei lineamenti delicati, ora smarriti sul volto impinguito, mi danno un’aria pacioccona, accogliente e benevola.
Le sorrisi, volevo metterla a suo agio.

Vorrei una depilazione completa, disse.
Certo, anche subito se vuole. Capita al momento giusto, mi si è appena liberato un appuntamento e ho un’ora libera.
Non credo sia sufficiente un’ora, disse. continua a leggere