Scrivere come Cornia

Ugo Cornia, Buchi, Feltrinelli, pp 96, euro 10

tutto finisce e non finisce mai di finire, ma sarà finito un giorno o non finirà mai
Le frasi spesso non hanno bisogno della maiuscola per cominciare, perché quella prima, anche se sembrava, non era finita, e infatti non c’era il punto, alla fine, e dunque non era una fine: ti viene da scrivere come Cornia se leggi Cornia. Se segui il suo discorso da un libro all’altro, perché anche i suoi libri non finiscono davvero. Si interrompono. E riprendono con la stessa voce: ti sembra che non si possa scrivere diversamente, che scrivere come hai scritto finora, scrivere come ti hanno insegnato – maestri, professori, e anche gli autori che hai letto, quelli che daresti non so cosa per scrivere come loro – ti sembra che scrivere come finora hai fatto o hai cercato di fare sia una finta, un rinunciare a dire la verità, un non tenerci davvero a stare attaccato all’essenziale che hai da dire, e che hai da dire perché così stanno le cose: in un universale e continuo smantellamento di tutte le cose.
Che poi, a ben vedere, le cose restano, sono loro che restano, che durano di più di noi. E così della vita restano le macerie: qualche mobile, qualche quadro, carte varie, e lastre. Lastre fatte non si ricorda quando ma che non butti via, che restano nei cassetti. Lastre di tuo padre, di tua madre, tue: un album di famiglia. Cose ma anche frasi, frasi fatte: non si è mai finito, o: sembra ieri o anche: che malinconia. Frasi come fili di una ragnatela micidiale a cui non si sfugge: un giorno anche la tua bocca sparerà un che non si è mai finito.
Cose, parole, che sono i documenti di un passato che non passa. E come potrebbe, visto che non sai capacitarti che la morte sia dentro la vita, ne sia parte: perché sempre, come sentimento personale, hai sentito la morte come cosa esterna che non ci centra niente con la vita, e non sei del resto meno incredulo se pensi alla nascita, alla tua nascita: c’è una cosa che fino a prima che nascessi tu non c’era, e invece dopo poco che sei nato c’è stata, quindi questa cosa per te sembrerà necessaria e normale, per sempre.
Più che sgomento, o rabbia, è incredulità quella che Cornia prova di fronte al succedersi degli eventi, al passare del tempo. Incredulità ma non negazione: resta un buco al posto di chi non c’è più, un grande buco, in un posto che prima non c’era. E dentro il buco cosa c’è? Niente. Niente di niente, perché la natura dei buchi è proprio di essere senza niente dentro. Intorno al buco c’era stato tutto quello che c’era prima, E invece dentro il buco non c’è niente.
No. Non è solo incredulità: è dolore. È il dolore. E forse l’unico modo per dirlo, oggi, è scrivere così.
Come Cornia.

Estreme conseguenze

Bruno Arpaia, Qualcosa, là fuori, Guanda 2016, pp 220, euro 16

Non è un day after, non è un terribile inatteso domani: è un oggi portato alle estreme conseguenze. Estreme ma prevedibili fin d’ora. Le conseguenze del cambiamento climatico si sono abbattute su un mondo che non le ignorava ma non le ha volute evitare.

Un mondo in cui tutti sono profughi: non solo i disperati che in proporzioni inedite abbandonano i paesi del Sud del mondo, ma anche i fortunati che ne abitavano quella porzione che chiamiamo Occidente e sono ora costretti anche loro a rischi e fatiche mortali nel tentativo di raggiungere i paesi più settentrionali dove esiste ancora l’acqua. E tutto ciò avviene nel magma di una irreversibile crisi di civiltà, anche questa annunciatasi da tempo, anche questa non contrastata davvero dai detentori della cultura: “sapevano di essere antiquati, di coltivare in estinzione, di amare cose che la gente ormai ignorava o disprezzava: il mondo intorno a loro andava da tutt’altra parte. Si riunivano, ne discutevano, organizzavano presentazioni di libri o conferenze, ma in fondo erano consapevoli che la loro era una battaglia persa.”
Non un’ennesima distopia proiettata in un futuro terrificante, questo romanzo, ma il tentativo di incrinare, oggi, lo stato di negazione nel quale viviamo: quel sapere e nel contempo non sapere, quel sapere che non si traduce in un fare. Spesso neanche in un dire, per il timore di apparire catastrofisti, di restare esclusi dalla corrente di una religione del progresso che senza porsi domande sui fini ciecamente domina il nostro tempo.

La scrittura è figlia del cammino

A piedi, di Paolo Rumiz. Feltrinelli 2012 (collana Feltrinelli Kids), pp. 128, € 12,00

Del rapporto stretto fra il passo (quello che si fa camminando) e il racconto non si stanca di parlare Rumiz … L’autore è ospite della libreria lunedì 16 maggio alle ore 17.30

Flaubert era dell’idea che non si può scrivere se non seduti. Nietzsche non la pensava così, convinto com’era che solo i pensieri nati camminando hanno valore. Ma anche quelli che si scrivono, soprattutto quelli, aggiungerebbe Paolo Rumiz. E forse ha ragione: quando si apre un libro per farsi un’idea non tanto di quel che dice ma di come lo dice se ne legge un passo, appunto, e del rapporto stretto fra il passo (quello che si fa camminando) e il racconto non si stanca di parlare Rumiz: Una storia raccontata in bicicletta è diversa da quella del viaggio a piedi. La prima è un mordi e fuggi mentre il viaggio a piedi è più introspettivo e complesso, tanto che si può sostenere che non esiste viaggio senza scrittura. L’andatura diventerà scrittura. La scrittura è figlia del cammino. Anche i pensieri, anche i ricordi nascono dal ritmo regolare dell’andare.
Anche l’ultimo dei viaggi che ci racconta in estate, sulla Repubblica, Rumiz l’ha fatto a piedi, da Roma a Brindisi lungo l’Appia perduta, ma la sua filosofia del camminare, del camminare scrivendo, ha voluto sintetizzarla in un piccolo libro: A piedi, il racconto della passeggiata di una settimana, da Trieste a Promontore (Premantura in croato), la punta estrema dell’Istria. Il libro è stato inserito nella collana per ragazzi (della Feltrinelli) ma è stato l’occasione per scrivere cose che mi sarebbe piaciuto da tempo dire anche agli adulti, assicura l’autore.

Lo sguardo antropologico di Ugo Fabietti sul Medio Oriente

Ugo Fabietti, Medio Oriente. Uno sguardo antropologico, Raffaello Cortina editore, 2016, pp.300, euro 24

L’autore è fra i relatori del secondo incontro del ciclo “Islam. Il bisogno di capire”, venerdì 13 maggio alle ore 18 in libreria

Antropologico: non storico, geopolitico o politologico, filosofico o teologico. Uno sguardo capace di fare argine all'”ondata ideologica spesso odiosa e ignorante” che ha occupato il campo mediatico occidentale dopo l’11 settembre. Uno sguardo capace di contrastare la semplificazione bugiarda dello “scontro di civiltà”, frutto avvelenato delle teorie dei politologi americani la cui fortuna si è alimentata della resistenza diffusa a “comprendere la diversità nei suoi propri termini” applicando invece “in maniera spontanea e ingenua le nostre categorie alla comprensione della differenza”. Uno sguardo capace di spostarsi dalle personalità e dagli eventi politici e dalla dichiarazioni ideologiche per occuparsi di culture (al plurale) che abitano il Medio Oriente, un’area che va dal Marocco al Pakistan, caratterizzata da “tratti culturali riconducibili allo stesso sistema di significati” anche se attraversata da differenze profonde.
E culture, per l’antropologo, non sono quelle alte, dei pensatori e degli scrittori: sono quelle di tutti, che si manifestano nell’immaginario, nella vita quotidiana, nelle strategie di vita individuali. Culture prese tra spinte verso la laicità e il fondamentalismo religioso, la fame di democrazia e la gerarchia dei rapporti d’autorità, la tradizione e la modernità: proprio per questo dilaniate da contraddizioni capaci di generare “una conflittualità da esportazione”.

La femmina nuda di Elena Stancanelli

Questa non è una recensione, né una breve scheda (se ne trovano di ottime nella rete…). Si può invece consigliare un libro non fosse che per una due pagine? Intendendo naturalmente che il resto non è affatto da buttar via, anzi: La femmina nuda di Elena Stancanelli – pubblicato dall’appena varata Nave di Teseo che con questo primo titolo si avventura su mari tempestosi sfidando la superconcentrazione editoriale – è tutto da leggere. Ma appunto, di questo nuovo romanzo candidato allo Strega, della sua protagonista dolorante/delirante dopo l’abbandono, tanto da toccare il fondo diventando una stalker, si può con profitto leggere altrove. Il fatto è che nel libro c’è dell’altro, come nelle due paginette che seguono, e di cui ci spiace Stancanelli non abbia disseminato con più generosità il suo racconto, regalandoci piccoli saggi sulla nostra contemporanea cultura (?) materiale.

Da: Elena Stancanelli, La femmina nuda (La nave di Teseo 2016, pp. 156, euro 17)

Ho iniziato a comprare soltanto cracker e succhi di frutta. (…) è sorprendente quanto siano cambiati da quando noi eravamo bambine. Anche i cracker sono migliorati: adesso sono più buoni, saporiti, e grazie a qualche miracoloso nuovo ingrediente non si sbriciolano più tra le dita quando ci spalmi sopra lo stracchino. Nella maggior parte dei casi è stata elimi¬nata la linea tratteggiata che li divideva a metà e che sarebbe dovuta servire per spezzarli meglio. Ma invece si risolveva quasi sempre in un pasticcio, come tutte le linee tratteggiate a partire da quelle delle bollette. Adesso i cracker sono interi e spesso contengono semi di vario tipo, farine preziose. Ci sono col sale sopra, senza sale sopra, integrali, ai cereali. Ma tutto sommato i cracker, a parte la linea tratteggiata, non sono molto diversi da quelli che ricorderai.
I succhi di frutta invece sono irriconoscibili. Quelli mono¬gusto non esistono quasi più: arancia, ananas, pompelmo. Solo alcuni discount li tengono ancora, in confezioni giganti con la scritta brutta. Hanno quel sapore aspro, un po’ DDR. Nessuno li compra, tranne le famiglie numerose di bengalesi, o gli ado¬lescenti quando fanno la spesa per le feste. Poi li mischiano con la vodka e li vomitano sui tappeti. Quello al pompelmo è micidiale, alla prima sorsata ti si chiudono tutte le papille sotto le orecchie, come se qualcuno stesse cercando di strangolarti. A volte quei succhi antichi li trovi anche sugli Eurostar o nei voli Alitalia.
I succhi moderni, occidentali, sono invece buonissimi. Com¬posti di frutti diversi, assemblati per colore, forma, utilità. Ce ne sono alla frutta rossa, gialla, bianca, blu, con aloe, ginseng, fiori d’arancio, energetici, digestivi, ACE. Hanno nomi curiosi, che evocano piaceri raffinati. E tutti contengono vitamine, an¬tiossidanti e roba che si presume debba fare bene e di cui tutti quanti evidentemente siamo carenti.
Ho pensato molto ai succhi di frutta in quell’anno. Perché preferiamo qualcosa che è composto di tante cose, più ce ne, sono e più siamo felici? Credo che sia una questione cruciale. Non ci fidiamo più, non riusciamo più a dire sì, voglio quello. Perché quello è fallace. E se si rivela aspro, troppo dolce? Non abbiamo la forza di difendere la nostra scelta. Per scegliere bi¬sogna immaginare che qualcosa sia migliore di qualcos’altro, o almeno che ci piaccia più di qualcos’altro. Scegliere è escludere. Ma noi non lo sappiamo cosa vogliamo, cosa ci piace. Non lo sappiamo più. E allora la cosa che ci rende più felici è il multiplo, meglio ancora se arricchito con altra roba. Un sapore indecifrabile ma buonissimo, del quale non si possa accertare l’origine. Non esiste nessun ACE in natura. Ormai quasi tutto quello che ci circonda è così, pensavo davanti a interi scaffali di succhi di frutta: multiplo e indecifrabile.

John Berger, Perché guardiamo gli animali?

John Berger, Perché guardiamo gli animali? Dodici inviti a riscoprire l’uomo attraverso le altre specie viventi, Il Saggiatore 2016, pagine 120, € 16.00

Del guardare si intitolava la raccolta di articoli e saggi fra cui era comparso, oltre vent’anni fa, lo scritto che ritroviamo nel recente Perché guardiamo gli animali? di John Berger. E si tratta appunto di guardare, senza cercar di riconoscere, di tranquillizzarsi collocando quel che si ha davanti nel già noto. Guardare senza cedere all’imbarazzo, o all’inquietudine che ci fa passare a guardare altro. Guardare e lasciarsi guardare, senza abbassare gli occhi, anche se chi ci guarda non è un altro essere umano.
Stare nello sguardo che intercorre fra me e l’animale: tutto qui.

Quel che ne viene, fra gli innumerevoli discorsi che facciamo, e leggiamo, sugli animali, è una riflessione profonda ma non teorica, colta ma che non ha bisogno di note: sembra di averle già pensate molte delle cose che Berger dice, o che le si sarebbe potute pensare anche noi, solo che non avessimo liquidato il cavallo che incontriamo mentre facciamo una passeggiata con un buffetto sulla fronte, o il gatto che è spuntato da sopra un muretto al nostro arrivo con un’occhiata distratta, interrompendo così la domanda che veniva dai loro occhi.
Ma lo sappiamo, anche noi, che “quando sono intenti a esaminare un uomo, gli occhi di un animale sono vigili e diffidenti”, e al tempo stesso indifferenti, perché l’animale “non riserva uno sguardo speciale all’uomo. Ma nessun’altra specie, a eccezione dell’uomo, riconoscerà come familiare lo sguardo dell’animale.” Perché? Ed ecco una delle molte osservazioni che Berger butta lì con disinvoltura, e che ci obbligano a rileggere, a sottolineare mentalmente: perché “l’uomo diventa consapevole di se stesso nel ricambiarlo”, quello sguardo. Somiglianza e diversità convivono nell’attimo in cui vive, sospesa, questa muta reciprocità. Si tratta di accettarla, di non sfuggirla, e allora si comprenderà che “l’animale ha segreti che, a differenza dei segreti delle caverne, delle montagne, dei mari, si rivolgono specificamente all’uomo”.

Gianni Celati: un classico

Gianni Celati, Romanzi, cronache e racconti, a cura di Marco Belpoliti e Nunzia Palmieri, Meridiani 2016, 1984 pp., 80 euro

È in libreria il Meridiano che raccoglie le opere di Gianni Celati, scrittore che molti di noi hanno seguito a partire dai romanzi stralunati delle Avventure di Guizzardi e della Banda dei sospiri fino ai taccuini d’appunti presi camminando, non importa se lungo il Po o in Africa…

Anche per chi non l’ha accompagnato in tutto il suo percorso, la figura di Celati resta legata a quella di Italo Calvino. Due scrittori apparentemente lontani, due modi di scrivere diversi: sommaria, giocosa, dissolutrice, sconclusionata, insomma rumorosa e carnevalesca la prosa di Celati, quanto ordinata, rigorosa, razionale, controllata (anche quando la partecipazione dell’autore si fa evidente) la scrittura di Calvino.
Eppure il legame che unì i due scrittori fu un’amicizia che, nonostante un quindicennio segnasse la differenza fra le loro età, non si può interpretare semplicemente come quella tra discepolo e  maestro. Una consonanza profonda, piuttosto, un desiderio di confronto che si mantenne vivo negli anni: «Quando Calvino – racconta lo stesso Celati – veniva in Italia da Parigi, per andare a lavorare da Einaudi, una settimana al mese, mi telefonava tutti i giorni e ci scambiavamo idee. Io avevo la borsa di studio a Londra e viaggiavo con una macchina scassata: un camion mi aveva tamponato e la portiera mi arrivava fino alla spalla. Ma con quella macchina andavo avanti e indietro una volta ogni tre o quattro mesi e, passando da Parigi, mi fermavo a dormire da Calvino».

Il Meridiano dedicatogli fa di Celati un classico?
“Proprio lui che ha sempre aborrito ogni seriosità e ogni incrostazione narrativa stilistica”?  si chiede Ermanno Cavazzoni (sul Sole24ore di domenica 14 febbraio).
E noi con lui: si possono applicare a Gianni Celati le definizioni che l’amico Calvino coniò per spiegarci che cosa sono i classici?
“D’un classico ogni rilettura è una lettura di scoperta come la prima”: chi ha già preso in mano il Meridiano Celati, non potrà che rispondere di sì. E continuerà ad assentire se proseguirà nell’esperimento: “Un classico è un libro che non ha mai finito di dire quel che ha da dire”, “Un classico è un’opera che provoca incessantemente un pulviscolo di discorsi critici su di sé, ma continuamente se li scrolla di dosso”. Infine, anche chi Celati non l’ha mai letto e solo ora gli si avvicina dovrà ammetterlo: “I classici sono libri che quanto più si crede di conoscerli per sentito dire, tanto più quando si leggono davvero si trovano nuovi, inaspettati, inediti.”

Restiamo a Cavazzoni allora, e al Belpoliti del saggio introduttivo (sì, lo stesso critico che, ospite di Casa della memoria e della nuova libreria Rinascita, ci ha parlato di Primo Levi): “Certo un Meridiano è sempre qualcosa di santificante, diciamo che mette i contemporanei in odore di classicità. (…) Celati è stato un autore decisivo, dice giustamente Belpoliti, figura di riferimento, anche se non appartenente all’esercito regolare delle lettere patrie. Non si è mai atteggiato a maestro, a caposcuola, capo corrente; però ha tirato tanti giovani autori verso la letteratura; con l’esempio di un’attività leggermente ascetica, più che di una professione. Belpoliti la chiama etica; sì, scrivere come atto di devozione…”.

Per una rilettura di “Senilità”: psicoanalisi, narrazione e cura nel pensiero di Svevo

61.copertine-baldo.svevo

I rapporti tra psicanalisi e letteratura sono talmente complessi che sembra sia impossibile poter esaustivamente cogliere i nessi profondi che legano queste due discipline fra le quali, da sempre, vi è un vivo interesse reciproco.
Vorrei qui limitare il discorso all’uso della psicanalisi, o meglio del suo linguaggio e delle sue strutture interpretative, in relazione alla critica letteraria.
Molto spesso la critica letteraria -ma anche quella che si applica al cinema o alle arti figurative – si avvale di strutture interpretative desunte dalla psicoanalisi che, utilizzata al di fuori del suo naturale habitat clinico, sembra essere in grado di offrire l’opportunità di svelare aspetti che, altrimenti, resterebbero nascosti.
È vero che la psicoanalisi nasce come strumento terapeutico, ma essa è anche un tramite di conoscenza secondo una teoria che può anche non essere condivisa, ma che comunque rappresenta uno dei possibili modi di leggere la realtà e, a maggior ragione, la realtà artistica, la produzione artistica, dal momento che in essa è quanto mai agevole riconoscere linee interne di percorso inconsce, passibili quindi di analisi del profondo.
L’impressione che se ne ricava è che queste due discipline si incontrino in uno spazio condiviso, abitato dalla comune ricerca del “capire” e del “dare significato”.
Il lavoro dello psicanalista consiste infatti nel “dare significato” a quel mondo interno che rischierebbe di restare inaccessibile o, peggio, utilizzabile solo con modalità patologiche, proprio come il lavoro del critico consiste nell’indicare i possibili modi di “leggere” un’opera, individuandone e portandone alla luce gli aspetti “segreti”.
Vi sono opere letterarie che con prepotenza si offrono a un’interpretazione analitica, o perché propongono personaggi dagli evidenti tratti patologici, o perché il loro intreccio induce a riflettere sulle dinamiche psicologiche, o, ancora, perché traspare in esse una ricerca dell’autore, più o meno consapevole, diretta verso le parti più profonde di sé.
Tra gli autori di opere siffatte rientra senza dubbio Italo Svevo: credo sia davvero impossibile leggere Svevo senza fare un collegamento con la psicoanalisi, se non altro per ragioni storiche, dal momento che la produzione sveviana si sovrappone cronologicamente a quella di Freud, il cui pensiero, come è noto, penetrò precocemente in Italia proprio nella Trieste sveviana.
Tuttavia, nell’individuare le ragioni dell’interesse reciproco fra psicoanalisi e letteratura, non va dimenticata quella che è certamente la meno riconoscibile, ma anche la più profonda, e cioè il fatto che la stessa psicanalisi può essere considerata un genere letterario basato sulla narrazione.
La psicanalisi, o le psicoterapie analitiche, si dipanano infatti secondo un filo narrativo, anzi si può dire che la psicoanalisi sia una narrazione, una narrazione del tutto particolare alla quale non interessa tanto il descrittivismo naturalistico, quanto la possibilità di individuare connessioni simboliche che introducano nella narrazione un elemento di conoscenza critica sulla quale fondare la possibilità di giungere alla meta finale che è la trasformazione di una struttura psichica.
Durante una psicoanalisi il paziente rivive e riscrive, e non già descrive, il “romanzo” della propria vita e, nel corso della narrazione, il paziente e il terapeuta sono chiamati al tempo stesso ad essere protagonisti ed osservatori.
Ecco che allora la psicanalisi solleva degli interrogativi relativi al senso del narrare: a cosa serve narrare ?
Quale è lo scopo del narrare?
È semplicemente portare fuori da sé quegli aspetti esistenziali che vengono percepiti come dolorosi o fastidiosi – per liberarsene – o è introdurre una possibilità di conoscenza trasformativa?
È proprio intorno a tali quesiti che si articola la differenza tra interpretazione analitica di un’opera letteraria ed opera letteraria di contenuto analitico.
La differenza sta, come si capisce, non tanto in ciò che si narra, ma nella qualità della narrazione; non consiste tanto nel descrivere una patologia, o semplicemente un carattere, quanto nel cogliere il nesso tra malattia e narrazione da una parte e narrazione e terapia dall’altro.
Da questo punto di vista Svevo è un autore che si può definire analitico, poiché la sua narrazione risponde a un buon numero di quelle caratteristiche che contraddistinguono la psicoanalisi.
Innanzi tutto egli, nel corso della narrazione, è osservatore, sa mantenersi lucido e critico, ma è anche protagonista, poiché il colore della narrazione è quello di una vicenda vissuta in prima persona (anche se formalmente “Senilità” è scritto in terza persona, a differenza della Coscienza di Zeno, che è un romanzo-diario).
Non solo, ma il tema centrale di “Senilità” è quello della narrazione, anzi di una narrazione mancata e, per traslato, di una terapia mancata e di una guarigione mancata.

Continua la lettura nel pdf:

pdf