Un abbecedario per imparare a vivere

A. Ceccherelli, L. Marinelli, M. Piacentini, Szymborska. Un alfabeto del mondo, Donzelli 2016, pp. 274, euro 26

Perché la poesia di Wisława Szymborska è tanto conosciuta, letta anche da chi solitamente non legge poesia, citata nelle sedi e nelle occasioni più disparate?

Il premio Nobel assegnatole nel 1996 non spiega un successo che sfiora la popolarità, e neanche si può sopravvalutare l’effetto della lettura pubblica che ne fece in televisione Saviano all’indomani della morte della poetessa, nel 2012 (evento che per altro influì certamente sulla diffusione della raccolta adelphiana del 2009, La gioia di scrivere). Occorre riconoscere che questo successo parte da lontano, dal lavoro di quanti riconobbero per tempo la grandezza della poetessa polacca, a cominciare da un editore come Vanni Scheiwiller e da un traduttore come Pietro Marchesani – su cui si sofferma Laura Novati in Szymbrorska. La gioia di leggere (Pisa University Press 2016) – ma occorre anche cercare nell’opera stessa le ragioni della sua accoglienza, rintracciare nei suoi testi un “alfabeto del mondo” come fanno Luigi Marinelli e gli altri due autori di un libro che va letto avendo accanto la raccolta delle poesie di Szymborska, cui puntualmente rimanda.
Si parte da “Amore” (con Amore a prima vista) per arrivare a “Z come Zen” (con La fine e l’inizio), e ogni capitolo ci aiuta a capire il perché della nostra affezione a questa autrice, così come può offrire motivazioni convincenti ad avviarne la lettura per chi ancora non ne ha fatto una consuetudine. Perché la poesia di Szymborska non si legge una sola volta, ma ci si torna: a cercare un sorriso (anche sulle evenienze cruciali della vita), una luce di intelligenza (anche sulle situazioni più intricate e dolorose), l’espressione di quell’umanissima (auto)ironia che si trova in tutta la sua produzione (anche nelle prose, come si notava alcuni mesi fa, in questi appunti per i lettori, parlando di Come vivere in modo più confortevole, Adelphi 2016).

Ma c’è di più, e lo nota Marinelli nel saggio che conclude il libro: essendo che “le cose, nella società, nella politica, nell’economia italiana degli ultimi venti anni sono andate di male in peggio, è stato un po’ come se lo stesso pubblico dei lettori richiedesse una poesia moderatamente ottimista come quella di Szymborska, che non si esprimesse in tonalità oscure, tragiche e sublimi, e soprattutto non fosse la manifestazione di un qualche moralismo o, peggio, pessimismo integrale, ma – per così dire – andasse incontro a tutti, o piuttosto a ciascuno, ai suoi bisogni emotivi e alle sue speranze.” Sì, c’è anche questo: quello che troviamo in questa poesia è “un invito, non tanto alla pazienza, ma a una filosofica, rasserenante presa di distanze da una realtà personale o anche collettiva (socio-politica) poco piacevole e vissuta male. Un atteggiamento anti-tragico, ironico e di moderato ottimismo sulla vita.”
E infine, un “ultimo, importante aspetto della straordinaria fortuna di Szymborska in Italia: in una società molto divisa fra vecchi (che ancora comandano) e giovani (che per lo più vivono precariamente le loro vite e il loro futuro), la sua poesia ha avuto l’ormai rara qualità di piacere a entrambi, di essere universale anche in questo senso intergenerazionale.”

Chi l’ha visto? Perché oggi molti sognano di scomparire

David Le Breton, Fuggire da sé. Una tentazione contemporanea, Cortina 2016, pp. 195, 19 euro

“Le condizioni in cui viviamo sono sicuramente migliori di quelle dei nostri antenati e tuttavia non ci sollevano dalla necessità di dare significato e valore all’esistenza”, in un mondo, com’è il nostro, in cui è facile provare una “sensazione di inadeguatezza, di scacco personale”, tanto da poter affermare che “l’insufficienza è per l’individuo di oggi quello che il conflitto era per l’individuo della prima metà del XX secolo”.

Risultato: “il piacere di vivere diventa cosa rara”. Perché è “necessario rigenerarsi di continuo” ma senza poter contare su un orientamento comune: non solo in conseguenza del dissolvimento delle grandi narrazioni politiche e dei destini comuni che delineavano, ma anche perché “l’individuo ipermoderno richiede la presenza degli altri ma vuole anche starne lontano”. Per lui “il legame sociale è divenuto un dato ambientale più che un’esigenza morale” o addirittura “un teatro indifferente” delle proprie azioni, mentre internet, cellulari e social “consentono di esserci senza esserci”…
Si potrebbe continuare: il discorso ci prende fin dalle prime battute, avvince e nello stesso tempo inquieta. Perché? Perché fuggire da sé, essendo una tentazione contemporanea, non risparmia nessuno: se non noi direttamente, sicuramente qualcuno che fa parte della nostra cerchia. Non sono tanto gli scomparsi di “Chi l’ha visto?” a venirci in mente, ma quelli che incontriamo ogni giorno, al loro posto, ma sentiamo essere come scomparsi dentro se stessi, dietro la maschera del loro ruolo, delle loro buone o cattive maniere, mimetizzati in parole e gesti stereotipati, sfuggenti, sempre al di là di una relazione vera.
Ma ci sono anche quelli che – un certo giorno, all’improvviso apparentemente, o piano piano, progressivamente – che la loro parte non ce l’hanno più fatta a sostenerla. E sono scappati, fisicamente a volte, spariti chissà dove; molto più spesso socialmente, sottraendosi al rapporto con gli altri. Contestandolo nei fatti, i giovani soprattutto, o rinunciandovi, i vecchi. Chi di noi non conosce (sempre che non ne sia protagonista) situazioni al limite della sostenibilità come quelle di genitori con figli adolescenti (che oggi vuol dire sotto i 20-25 anni) che dan di matto e fanno ammattire l’intera famiglia. O di cinquantenni che devono accudire genitori, approdati alla terza o quarta età, divenuti intrattabili nelle loro fissazioni egoiste o irraggiungibili nei mondi separati delle demenze senili e dell’Alzheimer? Già, anche l’Alzheimer, nuovo spettro che si aggira per il mondo: perché “la lesione (organica, neurologica) può essere anche conseguenza, e non già origine di una presa di distanza”: anche loro, i colpiti dal morbo, caduti nella tentazione di fuggire da sé, in certo modo, fattisi indifferenti alla vita e alla propria storia prima che dimentichi di essa e dissociati dal proprio cervello. Sicché “la diagnosi del morbo di Alzheimer può essere vissuta dai familiari con sollievo, una forma di assoluzione”. Il confine fra intenzionale e fisiologico si fa più che mai labile nella vecchiaia come nell’adolescenza, due età della vita che chiedono all’individuo uno sforzo, non per tutti sostenibile, di trovare nuovo senso nei propri giorni e nella relazione con gli altri.

Ma al di là del racconto vivido dei casi e delle situazioni che attraversiamo in queste pagine, è la scrittura a trascinarci: quelle che potevano all’inizio apparire ripetizioni si rivelano passi essenziali di una ricognizione in progress, di una ricerca continua di aderenza delle parole a stati nebulosi, crepuscolari, indefiniti e pure capaci di determinare svolte esistenziali. Di qui l’adozione di un registro che oscilla fra il saggistico e il letterario-filosofico. Non è un caso che per dire, ad esempio, della demenza senile si ricorra alle parole con cui Annie Ernaux racconta della madre (Non sono più uscita dalla mia notte, Rizzoli 1998) o alle sequenze di un film (Amour, di Michael Haneze, 2012). O addirittura si proponga una rassegna degli autori che hanno narrato la fuga, la sparizione, o il desiderio di sottrarsi al personaggio che si è stati e si è. Non si tratta però di un catalogo (come quello che si trova nel Bartleby e compagnia di Vila-Matas, riedito da Feltrinelli nel 2013), ma del richiamo di un’evidenza: la diffusione di storie simili è sorretta dall’identificazione del pubblico con gli eroi della scomparsa. A riprova della contemporaneità di questa tentazione.

Un giorno dopo l’altro: amori disamori e altri fatti della vita

I romanzi di due giovani autori italiani: Emisferi, di Silvia Bonucci, e Un solo paradiso, di Giorgio Fontana.

Silvia Bonucci, Emisferi, Fandango Libri, pp. 270, euro 16,50

La crepa, nel soffitto della loro camera, la vede lei, e se ne preoccupa. Lui no, non dà importanza alla cosa. A questa come ad altre che interessano la moglie.

Sposati da trent’anni, la loro casa si è come tutte riempita di cose inutili che non si sa buttar via, e si è svuotata dei figli, ormai fuori casa. Nel condominio l’avvicendamento delle famiglie ha fatto sì che siano pochi quelli che ancora loro due conoscono.
Fra loro va tutto bene. Come sempre.
Ma è proprio in questa stabilità che s’è insinuata una distanza, ed è anche in questo caso lei a rendersene conto, sia pure non distintamente. Mentre Franco sembra “non avere più prospettive al di fuori della quotidianità”, Elena avverte un distacco sempre più marcato dai fatti di ogni giorno, come se andasse producendosi una separazione fra la sfera emotiva e la razionale, come se i due emisferi del cervello non comunicassero più come una volta. Una volta, quando la loro coppia se l’era immaginata sempre “unita dal divertimento di stare insieme, capace di superare la noia, la routine… E invece, piano piano, era calato il grigio…”.
Ma quando è cominciata? quando s’è aperta le crepa fra di loro, e come è andata dilatandosi? Neanche lei sa trovare una risposta, perché “è difficile non perdere il filo quando si trascorrono insieme più di trent’anni”.

Non è un caso che François Jullien ricorra proprio all’esempio del progressivo disamore che si insinua fra un uomo e una donna per chiarire che cosa sono le trasformazioni silenziose (questo il titolo del suo libro, uscito nel 2010 da Cortina): le trasformazioni che si risolvono in cambiamenti radicali e pure non si percepiscono, sembrano operare indipendentemente da noi. È appunto quello che è accaduto ai protagonisti di questo romanzo, e conferma così la convinzione di Jullien: raccontando, sapendo raccontare le trasformazioni silenziose “la letteratura si prende la rivincita sulla filosofia, perché fa apparire quel che la filosofia (europea) non ha pensato”, vale a dire il lato indeterminabile, indefinibile del cambiamento, il suo non lasciarsi rinchiudere in una sequenza di eventi identificabili e databili.
Sarà paradossalmente un’altra crepa, un ictus che colpisce in lei proprio l’emisfero sinistro – quello cui dobbiamo la percezione del passare del tempo, oltre che l’elaborazione del linguaggio – a riaprire un dialogo fra i due coniugi.
Un evento, quindi, riavvia la loro storia, che un lungo sotterraneo processo sembrava aver irrimediabilmente incrinato.

Giorgio Fontana, Un solo paradiso, Sellerio, pp. 198, euro 14

Eventi sono quelli che segnano anche la vicenda narrata da Fontana: Alessio – giovane con la passione del jazz, impiegato, fra tanti amici e coetanei che un lavoro non l’hanno – si innamora. Appassionatamente riamato, pare, da Martina, la quale però non ha potuto dimenticare l’altro, quello che l’ha tradita e fatta soffrire, ed è infatti da quello che lei finirà per tornare. Di qui ha inizio la storia di una sofferenza che dapprima cerca di rifugiarsi in viaggi senza meta, poi nel vagabondaggio in una Milano desolata, sempre più specchio dello stato d’animo del protagonista, e in seguito nell’alcolismo, nell’uso di psicofarmaci, fino all’annichilimento di sé, e nella sparizione, infine.
Ma la storia è più complessa. Amore e abbandono, sì, ma l’incontro con Martina ha portato Alessio a sentire, per la prima volta, di “voler assolutamente vivere”, e a scoprire che il contrario dell’amore non è l’odio, ma il buon senso, “lo stesso buon senso che l’aveva guidato negli anni” e l’aveva fatto approdare alla scelta di un “dolceamaro contentarsi”, come lui stesso aveva definito la propria strategia di vita. L’amore l’ha portato a “disertare dalla sua storia”, nel momento in cui ha compreso che “la fonte autentica della sua storia stava proprio nel fatto di essersi reso inerme”. Perché amare significa questo: rendersi inermi, abbandonare le difese che si erano costruite fra sé e il mondo.

L’innamoramento ha dunque interrotto, addirittura invertito, un processo che aveva lentamente plasmato l’anima del protagonista, inconsapevole della propria rinuncia al mondo e pure in quella asserragliato con il disincanto prudente che non si supporrebbe in un uomo di neanche trent’anni.
È la storia non raccontata, nella sostanza, ma che il racconto presuppone, ed evoca con discrezione, a reggere la trama – apparentemente elementare – di questo racconto.

Scolpire racconti

Erri De Luca, La Natura Esposta, Feltrinelli 2016, pp. 123, euro 13

“Nell’autunno del 2015, al termine di laboriose udienze in un’aula del Tribunale di Torino, sono ritornato alla scrittura”: è l’autore stesso a collocare questo libro nel proprio percorso.

Non poteva scriverlo prima, perché la sua scrittura “ha bisogno, come quando scalo una parete, di dare schiena a tutto e concentrarsi sulla superficie stesa davanti al naso, con la migliore precisione possibile. Sono andato a capo e ho ricominciato.”
Due periodi, due ambienti diversi.
Il protagonista, scultore di pietre e legni della montagna, è in un primo tempo anche accompagnatore di “stranieri spaesati”, “viaggiatori di sfortuna”: profughi insomma. Li guida nell’attraversamento del confine che corre tra Italia e Austria in Alto Adige. Perché sono “buffi gli Stati che mettono frontiere sopra i monti”, e “li prendono per barriere”. “Sbagliano, le montagne sono un fitto sistema di comunicazione secondo le stagioni e le condizioni fisiche dei viaggiatori”.
Proprio a causa di questa sua attività, o meglio: del modo in cui lui la pratica, sarà costretto a lasciare il paese e andare a cercar lavoro lontano, in una città di mare. E là, sulla statua di un Cristo in croce, potrà mettere alla prova la sua perizia – la sua sensibilità e intelligenza, soprattutto – di scultore.

Fra i due momenti c’è però un nesso profondo, sul quale il protagonista stesso si interroga: “cos’è la misericordia che provo davanti a questa figura?” Nella sofferenza dell’uomo crocefisso risuonano altre sofferenze: il restauro del crocefisso è un’opera di misericordia non del tutto dissimile da quella che lui faceva lassù in montagna. E ne viene “una confusione di tenerezza, uno spasmo di compassione” che, risolvendosi in spirito di fraternità, da sentimento si fa azione. Lo capisce anche il vescovo che dà il suo benestare all’assegnazione del delicato lavoro di restauro: “ho esaminato numerosi artisti (…), ma cercavo un uomo con una vicenda, con delle caratteristiche al di fuori della qualità artistica. La notizia dei suoi accompagnamenti oltre confine è arrivata anche qui.”
Ma al di là della trama, a suo modo avvincente, il racconto si regge sulla lucidità sobria della scrittura, fresca e netta nelle forme e nei colori come un mattino in alta montagna, dove può accadere di rendersi conto che l’essenziale è lì, e di tutto il resto si potrebbe fare a meno.
Una scrittura che coltiva l’arte della sottrazione. La stessa che pratica lo scultore.

La vita come un romanzo

Olivier Bourdeaut, Aspettando Bojangles, Neri Pozza 2016, pp. 142, euro 15

Aspettando, En attendant. Ma non Godot: Mister Bojangles invece, il ballerino di tip tap che teneva allegri i suoi compagni di cella nella canzone del 1968 interpretata, fra gli altri, da Nina Simone: è la sua voce ad accompagnare dall’inizio alla fine padre, madre e figlio protagonisti del racconto.

Tre personaggi in attesa, sì, ma solo di nuove avventure, e feste soprattutto, che realizzino il senso della loro vita. Perché l’han capito, loro: la vita si vive qui e adesso e dunque tanto vale cavarne il meglio, subito. Il ruolo della guida, in questa pratica frenetica e spensierata, è assolto dalla madre, creativamente seguita dal marito: divertire, stupire il figlioletto è il loro criterio educativo. Interpretare la vita come un romanzo e se stessi come personaggi è la loro bussola esistenziale, per cui il padre “si inventa vite da spacciare” a chi lo ascolta, la madre cambia ogni giorno nome secondo il gusto del consorte e tratta il figlio “né da adulto né da bambino, ma piuttosto come un personaggio da romanzo”, appunto: “un romanzo che lei amava molto, nel quale si immergeva ad ogni istante. Non voleva sentir parlare né di grattacapi né di tristezza”. Qui sta il punto: la condotta sostanzialmente demenziale di questa famiglia è una sorta di gioiosa protesta nei confronti della seriosità, del dovere, del lavoro. La stessa felicità che inseguono con determinazione non s’aspettano che si stabilizzi: occorre rinnovarla escogitando trovate e organizzando banchetti, bevendo ininterrottamente cocktail e ascoltando lui, Bojangles.

C’è la visionarietà di Queneau, in questo romanzo, ma anche l’inventiva di Dickens: come spesso accade nei suoi romanzi la voce narrante è quella del bambino, e l’altra che interviene è la voce di un adulto, il genitore, che sembra a tratti condividere lo svagato buon senso, la stravagante probità del Wilkins Micawber di David Copperfield.
Romanzo sorridente, ma solo in apparenza. Nell’euforia incontenibile della protagonista si fa strada la tristezza, e infine la follia, e il marito si dovrà infine rassegnare a non essere più “l’imbecille felice che aveva sempre pensato di essere” e seguirà l’adorata compagna nella morte. Non prima però di aver lasciato al figlio i quaderni in cui aveva annotato “tutta la loro vita come in un romanzo”, scrivendo “i momenti belli e quelli brutti”, senza tralasciare nulla, tanto da offrire all’erede la “sensazione di rivivere tutto una seconda volta”.

Storie buie di un mondo a parte

Franck Bouisse, Ingrossare le schiere celesti, Neri Pozza 2016, pp. 174, euro 15

L’editore l’ha messo nella collana I neri, e questo può starci. Ma citare in copertina, a mo’ di presentazione, una recensione francese che l’ha definito “il miglior thriller francese dell’anno” no.

Perché il destino di Gus è quello di un Rosso Malpelo delle Cevenne e la sua storia richiama un mondo a parte, il mondo dei contadini e delle campagne, un’isola di non contemporaneità nel contemporaneo, coi suoi tempi e i suoi riti, e nulla di idilliaco. Pieno di rancori anzi, e di violenza repressa. L’atmosfera che si respira in queste pagine può far pensare al Pavese di Paesi tuoi, se mai. Non certo ai garbugli costellati di colpi di scena granguignoleschi come quelli cui l’industria del giallo tenta di assuefarci.
Nell’epoca un cui è stravagante, e sospetto, non possedere automobile e cellulare, Gus possiede solo una tv che trasmette a mala pena un canale, abbastanza comunque per venire a conoscenza della morte dell’Abbé Pierre. Una figura che sembra aprire uno spiraglio nella sua scorza di insensibilità e diffidenza, offrirgli l’immagine, per quanto stilizzata, di un uomo che ha vissuto in semplicità e coerenza i suoi giorni. Tutto il contrario dei politici del Comune, i preti della parrocchia, i “succhiabibbia” propagandisti della Chiesa evangelica, i funzionari di banca che vorrebbero convincerlo a indebitarsi per ammodernare il suo allevamento di vitelli.

Poi gli eventi precipitano. Il buio della propria infanzia irrompe nella vita di quest’uomo: “Non temeva più l’oscurità, il freddo, la solitudine, perché era diventato lui stesso la notte, il silenzio, la somma di tutti i giorni passati, e il futuro non sarebbe esistito mai più”. E invece la morte è già lì a prenderselo. Ma sarà proprio in quel momento estremo che Gus vedrà farglisi vicino proprio lui, l’Abbé Pierre, e insieme l’unica creatura che abbia saputo alleviare la sua solitudine, il cane Mars, che qualcuno gli aveva avvelenato.
E, come in un film di Charlot, li vediamo andarsene via fianco a fianco: “Il terzetto – è la scena che ci resta in mente – si mise in marcia per andare a ingrossare le schiere celesti”.

Il discorso del professore

Cristovão Tezza, La caduta delle consonanti intervocaliche, Fazi 2016, pp. 237, euro 17,50

Duecento pagine di monologo, un riandare alla propria vicenda da parte di un professore settantenne di filologia romanza, studioso delle evoluzioni attraversate in Brasile dal portoghese (esemplificate da fenomeni come la caduta delle consonanti intervocaliche, appunto): mentre si sbarba e si veste per la cerimonia in cui gli verrà consegnata una medaglia per meriti accademici pensa a come impostare il discorso che dovrà fare.

È questa l’occasione per riandare ai fatti salienti della propria vita (il matrimonio, i figli, l’appassionata relazione con una studentessa, la carriera professionale) e, più che un racconto, è un rimuginare sempre gli stessi avvenimenti cercando di spremerne il senso della propria esistenza, fino all’esperienza ormai preponderante: l’invecchiare, il degrado fisico (“il nemico è il corpo?” è la domanda ricorrente), la nostalgia del sesso…

Ma perché leggere un libro del genere? scontato prima che triste, verrebbe da pensare. E invece no: dire che il monologo del professore è (auto)ironico non rende l’idea. Anche i ricordi più brucianti e le riflessioni più impegnative si risolvono in una risatina fra sé (quel eheh che costella il testo), e a poco a poco è come se, per simpatia, si cominciasse a sentirla quella voce, e viene da darle un volto scegliendolo fra quelli che si conoscono, amici, attori. A me è capitato di vederlo a un certo punto, il professore: ha cominciato a parlare come Gianrico Tedeschi, ne ha assunto la fisionomia. Quel suo fare sornione e bonario, quel suo non aderire mai del tutto al personaggio interpretato. Perché lui, il protagonista, è un po’ così: anche la politica, e la vicenda tormentata del Brasile, non lo toccano più di tanto (sarà per la lingua che parla e studia, il portoghese: viene in mente un Pereira prima del suo risveglio di coscienza civile). Non è la vita pubblica infatti ma quella privata che “l’ha sempre sommerso” – sostiene il professore – e quale delle due dimensioni dia sostanza all’esistenza è una delle tante domande che si pone e restano inevase. Anche perché, alla fine, occorre ammettere che “la vita si cela nella lotteria delle piccole scelte”, confuse nella quotidianità e nei suoi automatismi.
E quindi i ringraziamenti, poi qualche osservazione cordiale e i saluti conclusivi: questa la scaletta del discorso che farà.

La virtù di non collaborare

Andrea Inglese, Parigi è un desiderio, Ponte alle Grazie 2016, pp. 320, euro 16

È quello di Jean Seberg il volto che compare in copertina, personaggio di Fino all’ultimo respiro di Godard, film decisivo nella costruzione del sogno di Parigi che alimenta la giovinezza del protagonista di questo romanzo.

Parigi, meta e sintesi di tutti i desideri, sogno che si confonde – in questo “post-punk” – con le parigine, che in effetti saranno tramite essenziale della sua esperienza della città. Una città della quale a un certo punto vorrebbe scrivere “una guida turistica letteraria o, ancora meglio, un romanzo turistico“, “un romanzo topograficamente ragionato, per quartieri, epoca, gastronomia, attività culturali, il romanzo con l’itinerario urbano incorporato, e tutte le tappe per il turista evoluto”, “con i posti e i personaggi come dio comanda, e gli aneddoti”. Ma non è questo che scrive: troppo preso dai suoi amori, ma anche dall’osservazione dei mutamenti che l’ipermodernità impone: dagli smartphone – veicoli di solipsismo (“connessione permanente con il brodo psichico”) ma anche mezzi per “mostrare a tutti gli stronzi che ti circondano che tu ce l’hai una vita privata” – alle vetrine in cui qualche store manager ha deciso di esporre, “posta su un piedistallo marmoreo, illuminata da uno spot invisibile, una sola scarpa, ultimo esemplare spaiato di un antico popolo di calzature per bipedi umani”. Niente a che fare con la vetrina del negozio di fotografia di un vecchio cinese, che lascia scorgere “una parete intera di macchine fotografiche usate, ma in buono stato e funzionanti, macchine analogiche, reflex, sia ben chiaro”: un messaggio del tutto diverso da quello dei negozi che “rifuggono il gremito, l’ammasso” e “mostrano il massimo disprezzo per il lato materiale, volumetrico, della merce”. È il primo, il cinese, ad aggiudicarsi la “medaglia Bianciardi”, onorificenza immaginata dal protagonista per quanti “stanno fermi e non collaborano” con le mode correnti e il cambiamento continuo, incontestabili imperativi sociali nella società dei consumi. È più che mai attuale invece la necessità che un pagina della Vita agra segnalava, che “la gente impari a non muoversi, a non collaborare, a non produrre, a non farsi nascere bisogni nuovi, e anzi a rinunziare a quelli che ha.”
Questa e altre verità percorrono questo romanzo volutamente sconclusionato, discontinuo, amaro e divertente, deluso e appassionato come una canzone di Paolo Conte.

Un’epica della vigliaccheria

Julian Barnes, Il rumore del tempo, Einaudi 2016, pp. 194, euro 18,50

“Fra le numerose delusioni che riservava la vita c’era anche quella di non essere mai un romanzo, né di Maupassant né di chiunque altro. Beh, magari un racconto grottesco à la Gogol’.”

È fin dall’inizio consapevole del suo destino, il protagonista, Dmitrij Dmitrievič Šostakovič, perché sa bene di che pasta è fatto: “Sono un uomo assai poco risoluto e non so se riuscirò mai a raggiungere la felicità”.
A che cosa va incontro un uomo di questo genere – uno dei grandi musicisti russi del Novencento, insieme a Prokof’ev e Stravinskij – in un paese nel quale la sua arte si trova costretta a resistere al “rumore del tempo”, un tempo nel quale si era stabilito che “tutti i compositori erano alle dipendenze dello stato”, “i lavoratori dovevano essere addestrati a diventare compositori, e tutta la musica doveva essere al tempo stesso comprensibile e gradita alle masse”?
Non gli resterà che aggrapparsi all’idea che “la buona musica sarebbe stata sempre buona, che la grande musica non era violabile”. Ma, intanto, accettare. Accettare le periodiche convocazioni a palazzo, e telefonate autorevoli come quella di Stalin in persona, e ogni volta piegarsi al volere protervo quanto volubile del Potere: “la purezza proletaria era per i sovietici non meno essenziale di quella ariana per i nazisti. Per giunta, lui manifestava la sventatezza, la stupidità di ricordare come ciò che il Partito aveva decretato ieri fosse spesso in netto contrasto con quanto sosteneva oggi. Il suo desiderio era che lo lasciassero in pace con la musica, la famiglia, gli amici: la cosa più semplice da volere, e la più difficile da ottenere. (…) Volevano che accettasse di essere riforgiato, come un manovale ai lavori forzati sul canale del Mar Bianco. Pretendevano uno Šostakovič ottimista.”
Pagina dopo pagina seguiamo la storia della degradazione di quest’uomo, che passa attraverso l’epoca di Stalin e quella di Chruščëv, dalle stroncature minacciose alle adulazioni ipocrite, costretto a comporre anche cattiva musica e a rinnegare colleghi ammirati come Stravinskij, e finisce per concepire un irreparabile “disprezzo di sé”, arrivando “al punto di aborrire la sua persona, quasi quotidianamente” e di pensare che “sarebbe dovuto morire anni e anni prima”. E continua a vivere, invece, e a comporre, anche dopo che ha ceduto su quello che aveva fino allora difeso, la scelta di non iscriversi al Partito: “contemplò l’ipotesi del suicidio, naturalmente, quando ebbe di fronte le carte da firmare; ma poiché già stava commettendo un suicidio morale, che utilità avrebbe avuto da quello fisico? Non era neppure che gli mancasse il coraggio di comprare e nascondere e ingerire delle pillole. Piuttosto che, a quel punto, gli era venuta meno anche l’autostima necessaria per togliersi la vita.”

Romanzi nei quali l’autore ha voluto che il meccanismo di identificazione con il protagonista si inceppasse e il gusto della lettura cercare nuove vie, ne abbiamo letti. Ma qui si tratta d’altro: quando lo leggiamo, sentiamo di esserci già convinti che “essere un vigliacco non è facile” e che “molto più facile è essere un eroe”: “a un eroe basta mostrarsi coraggioso per un istante; quando estrae la pistola, quando lancia la bomba, attiva il detonatore, fa fuori il tiranno e poi se stesso. Essere un vigliacco significa invece imbarcarsi in un’impresa che dura tutta la vita. Mai un po’ di riposo. (…) Essere un vigliacco richiede costanza, fermezza, impegno a non cambiare, il che si risolve in una certa forma di coraggio.” Questo si dice il vecchio Dmitrij Dmitrievič, e sorride fra sé: “il piacere dell’ironia non l’aveva ancora del tutto abbandonato”. Ma anche di questo dovrà ricredersi, e rendersi conto che anche “l’ironia (ha) i suoi limiti”: si può guastare e divenire “sarcasmo. E a che serve, a quel punto? Il sarcasmo è l’ironia dopo che ha perduto l’anima.”

Il quieto disincanto di una vita vissuta

Teresa Cremisi, La Triomphante, Adelphi 2016, pp. 186, euro 16

“I genitori la definiscono una che sa cavarsela da sola”: tale è da adolescente e tale resterà per il resto dei suoi giorni. È la vita di una donna che segue il proprio demone come solo certe donne – se ne hanno la possibilità – sanno fare, quella raccontata in questo romanzo autobiografico.

La vocazione all’indipendenza e il desiderio di occuparsi solo di ciò che interessa sono già evidenti nella bambina che si appassiona di navi e battaglie navali e dell’Iliade legge e rilegge il secondo capitolo, quello in cui si passano in rassegna navi, appunto, e condottieri (altra precoce passione della protagonista, che dal culto di Napoleone passerà a quello di Lawrence d’Arabia). Le navi che predilige sono quelle dell’epoca gloriosa dei velieri, come La Triomphante del titolo, una corvetta ottocentesca della quale – ormai giunta all’ultima stagione della vita dopo un’esistenza segnata da una brillante carriera nel mondo dell’editoria – acquisterà da un piccolo antiquario alcuni disegni, opera d’un artista dimenticato.
Quali sono state le condizioni che hanno favorito una vita che si può dire riuscita? Dei genitori dolci e incoraggianti, certamente: l’estrosità artistica e la spensieratezza della madre così come la delicatezza rispettosa del padre accompagnano l’infanzia e l’adolescenza di Teresa, ma altrettanto deteminante è una formazione che travalica ogni confine culturale e linguistico. Nata ad Alessandria d’Egitto, scrive in francese e in arabo ma parla anche in italiano, inglese e greco. Fin dalle prime pagine viene da pensare al Canetti della Lingua salvata, che difatti compare, ad un certo punto. Consigliata da un amico, lo leggerà con entusiasmo, confrontando alla sua la propria esperienza: “tutte quelle lingue nella sua infanzia (ancora peggio di me), per poi arrivare alla scelta esclusiva di una sola fra queste, la più ostica e l’ultima in ordine di acquisizione”. Scelta che anche la protagonista compie, privilegiando tuttavia non il tedesco ma il francese: la Francia è, fra i diversi paesi in cui ha vissuto, quello in cui si è sentita a casa. Anche se, per imperscrutabili quanto banali motivi burocratici, si vedrà respingere la domanda di cittadinanza.

Oltre che la famiglia e l’incontro con Giacomo, il pittore col quale si sposa – senza per altro che questo implichi una convivenza continuativa – sono alcuni libri a guidare la protagonista “nei momenti in cui la vita premeva sull’acceleratore e imboccava una svolta”: “a volte mi è addirittura sembrato di sentire voci amiche levarsi dalle pagine di Stendhal, Conrad o Proust, e ho fatto le mie scelte tenendo conto di quello che mi dicevano. A loro devo molto, mi hanno aiutato a decidere, spesso a partire”. “La cultura letteraria non c’entra (…). Non è un sapere trasmissibile. È altro: un legame quasi familiare.”
Una pagina dopo l’altra, questo libro trasmette il quieto disincanto dell’autrice. “Non ho deciso di scrivere per dar sfogo alla nostalgia”, avvertiva all’inizio, e la conclusione è coerente: “ho vissuto come meglio ho potuto; non mi sono limitata a sopravvivere: ho avuto fortuna”, “ho sempre saputo che niente di ciò che facevo era destinato a restare”.
Giacomo vive a Milano; lei, per sei mesi l’anno, ad Atrani, accanto ad Amalfi. I giorni si succedono uguali, sereni: “resto seduta ad aspettare il sonno. Respiro, non leggo, guardo, guardo. Neppure una virgola della Storia sarà stata scritta da me; la mia vita non avrà cambiato né aggiunto niente al destino del mondo. Le tracce che ho lasciato sono irrisorie. (…) Ma questo mondo l’ho guardato molto.”
“Mezzanotte e mezza. Com’è passata l’ora. / Mezzanotte e mezza. Come sono passati gli anni”: sono di Costantinos Kavafis, il poeta di Alessandria d’Egitto, le parole che chiudono il racconto.