Una vicenda enigmatica al ritmo della commedia brillante

Alessandro Zaccuri, Poco a me stesso, Marsilio 2022 (pp. 240, euro 16)

Non è la prima volta che la famiglia dell’autore dei Promessi Sposi attira la curiosità di uno scrittore: “un tentativo di ricostruire e ricomporre per disteso la storia della famiglia Manzoni”, “sparpagliata in diversi libri, per lo più introvabili”, l’aveva fatto quarant’anni fa Natalia Ginzburg, che nella nota di prefazione al suo La famiglia Manzoni avvertiva che si tratta di una vicenda “tutta cosparsa di vuoti, di assenze, di zone oscure. Come d’altronde ogni storia famigliare che si cerchi di rimettere insieme. Tali vuoti e assenze sono incolmabili”. Sono proprio le storie lacunose, forse, che si prestano ad essere rivisitate, sull’onda di un’immaginazione capace di colmare quei vuoti. Ciò che a suo modo fa Zaccuri, convinto – come si è letto in una recente recensione del suo libro apparsa sul “Giornale di Brescia” – di come fosse “indispensabile, per raccontare la storia Manzoni o immaginarne una alternativa, narrare la storia di Giulia, figura decisiva nella sua vicenda personale”.

E Giulia, figlia del grande Cesare Beccaria, è appunto la gentildonna, vicina agli ottantanni ma ancora al centro della vita salottiera della Milano bene del tempo, che compare sin dalle prime pagine del romanzo, nelle vesti di vivace e entusiasta organizzatrice di incontri con il barone di Cerclefleury, avventuriero scaltro, affabulatore fascinoso, seguace del medico visionario Mesmer e dispensatore quindi di speranze di nuovo vigore o addirittura ringiovanimento alle anziane frequentatrici di Palazzo Beccaria, nella via di Brera, in una Milano della prima metà dell’800 la cui evocazione rappresenta uno dei punti di forza del racconto (“Ahi, perduto splendore delle straducole che svoltano dispettose a tracciare un labirinto di slarghi e strettoie! Dove sono i ponti, dove le sponde lungo le quali placido scorreva il Naviglio? (…) Ah, Milano, dov’è oggi la quieta gloria delle tue bellezze?”).

È questo lo scenario nel quale si svolge una vicenda che, fra le luci e i decori del palazzo e le ombre sordide del quartiere malfamato, assume via via il ritmo della commedia brillante: protagonista, oltre al barone, l’amministratore dei beni della famiglia Beccaria, Evaristo Tirinnanzi, custode di segreti ed egli stesso enigma vivente, sia per la sua origine che, soprattutto, per la misteriosa vena letteraria che lo possiede e gli fa scribacchiare confusi brani in cui il lettore non ha difficoltà a riconoscere la voce dell’“altro” che lo abita: “trecce morbide che si posavano su aride sponde, massi in equilibrio sul vertice di non si sa qual erta montana e sventurate che rispondevano, Alpi e piramidi, atri muscosi (…)”. E non è questo l’unico punto di contatto fra l’oscuro contabile e il grande milanese, essendo il primo dedito al gioco d’azzardo, proprio come Alessandro Manzoni nei suoi anni giovanili, quando era frequentatore assiduo dei tavoli della roulette ospitati nei ridotti della Scala (e scriveva l’Autoritratto da cui Zaccuri ha ricavato il titolo del suo libro).

Insieme alla Milano ottocentesca e a una trama fitta di colpi di scena e di agnizioni, a dar sapore al romanzo è la lingua in cui è scritto, che si fa essa stessa paesaggio d’epoca adeguandosi “a un uso mediano, ma si confida non mediocre, dell’italiano del tempo”.

Questo testo compare anche nel sito della nuova libreria Rinascita di Brescia, alle cui attività culturali Carlo Simoni collabora.

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