Piangere a crepapelle

Dio mio, di stare zitta non sembra proprio essere capace, quasi la sua indole non contemplasse il silenzio. A tratti pare trattenere la lingua fra i denti per la concentrazione e la fretta, come se le cose che ha da dire le premessero in bocca.

Accipicchia, ma dove la troverà tutta quest’energia? – mi trovo a pensare con l’irritazione a fior di pelle, mentre già il mio cervello s’ingegna a mettere in campo in impegno improvviso che mi obbliga ad andarmene, sottraendomi alle truppe d’assalto delle parole di questa tal Olga che mi ha attaccato bottone lì al parco.

È la mia meta quasi quotidiana questa panchina al parco Ducos: da casa mia dista forse tre chilometri che percorro a passo spedito, per quel che consente l’età. No, di correre ora non se ne parla proprio più, pratica archiviata. Ma camminare quello mi è ancora consentito, per ora. Poi arrivo qui, un giro intorno allo stagno, un’occhiata alle gemme o alle foglie che ingialliscono, a secondo del periodo e finalmente mi siedo. Così, in tutte le stagioni, eccetto nei giorni in cui piove a dirotto. Oggi è già dicembre inoltrato, ma la temperatura è mite: una seconda estate di San Martino.

Sì, scelgo sempre la stessa panchina. Quando è occupata prendo quell’altra, quella più a sinistra ma sempre in faccia alla Maddalena, la mia Maddalena. Mi accomodo lì e ci sto quel che la temperatura consente, almeno il tempo di contemplare il cangiare dei colori del monte e di ripassare i sentieri che ho percorso per anni per giungere in vetta: il quindici che sale dietro il cimitero di Caionvico e continua nell’uno, il due e il tre che si imboccano a Sant’Eufemia, il quattro da via Benacense, il cinque da via Amba d’oro. Giusto per attivare il ricordo e per testare il grado di avaria della memoria.

È bastato rispondere con un cenno al suo saluto, solo per cortesia ed eccomi qui appiccicata alle parole di questa donna straniera a me sconosciuta, proferite in un italiano acuminato, come il ghiaccio dell’Ucraina, quasi privo di articoli e di preposizioni.

Mi sta dicendo che ieri sera l’undici ha saltato la corsa, così sono rimaste al freddo. In tre erano: tutte serve, dice lei domestiche si dice in italiano, la correggo io -, tutte di paesi lontani come mio, con stanchezza che ci copriva come coperta, a battere piedi a terra. No, non per gelo, a Ucraina temperatura dicembre è più bassa eccome e c’è anche ghiaccio, che qui non vedo mai. In Brescia è umido che ti entra dentro ossa. Da noi, magari meno venti, ma secco secco.

L’ascolto distrattamente, con malcelata impazienza; allungo una mano verso un libro per proteggermi, provo a perdermi nell’intruglio dei miei pensieri. Lei non molla la presa e cerca di continuo il mio sguardo, mi tiene sotto tiro e io, paralizzata, mi trovo risucchiata nella sua voce graffiante.

Prima le altre non le guardavo, non sono chiacchierona che butta via tempo, io lavoro.

Lo dice e pare creda sul serio di essere una riservata, una schiva che risparmia il fiato. Sorrido fra me e me, intontita dal suo parlare a raffica, mentre realizzo che, pur invecchiando, non si viene mai a capo di se stessi.

Una la conoscevo solo poco, una moldava che si trucca pesante e si crede che è importante; che Moldavia a confronto di Ucraina è sputo, sputo per terra; e moldave, sanno tutti che sono kurva, zoccole. Vengono a Italia per farsi sposare da vecchio che muore presto, per portargli via soldi ai figli. È stata lei a cominciare col Natale, così come se eravamo amiche. Ha tirato fuori da borsa un sacchetto di carta pieno di palline rosse e oro di albero di Natale, rubate a sua signora. Sì, perché serve rubano, mica tutte certo.

Si interrompe solo per poco, forse per controllare se la sua rivelazione m’ha scioccata. Io non batto ciglio, che se faccio una questione la faccenda si allunga. E subito riprende il racconto.

Non cose di prezzo, non siamo sceme, sappiamo che signore lasciano apposta euri sul cassettone per vedere se siamo donne di fiducia. Magari un poco di farina, un rotolo di carta igienica, un tappo di detersivo che non si accorge nessuno e noi si fa risparmio. Un giorno io ho preso smalto, la signora ne ha trenta e questo era doppio. Non per me, io non metto smalto con mio lavoro con candeggina e ammoniaca. È per moglie di mio figlio, glielo mando in pacco di Natale con corriere, insieme a calze per bambino.

Ha un modo di buttar lì le parole, un piglio risoluto che mi batte, si insinua nella sfasatura fra il mio desiderio di sottrarmi e quell’inspiegabile battito d’ala che sento dentro, quel qualcosa che fiacca il mio controllo e mi induce ad uscire dalla mia pelle spessa per ascoltare.

Moldava diceva che sua signora è agitata per regali e per vestiti. Perché mica può metter su maglietta di anno passato, deve comprare una cosa di nuovo. “Aspetti signora”le ha detto quella scema di moldava – “quindici giorni e cominciano saldi”. E sai a lei che gliene frega di sconti? E noi tre, tutte giù a ridere.

E poi continua raccontando della sua pani, come la chiama lei, la sua signora che invece pare sia fuori di testa per il pranzo di Natale, perché è fissata di cucinare tutti piatti nuovi. E saranno due mesi che sta in poltrona a leggere riviste di cucina e a prendere appunti come se dovesse fare un esame. Anche quest’anno vuole invitare tutti: figli con mariti e mogli, nipoti e sorella. Tredici persone. Così Olga dovrà lucidare anche l’argenteria.

Mi immagino nuora, Miss magrezza, una xyga, secca come chiodo, sempre a dieta, sempre in palestra, una che conta calorie con bilancia. Chissà come s’è incazzata con marito a pensare di dover mangiare tanto.  Gli avrà detto che lui è mammone e che lei è stufa di famiglia che fa finta di volersi bene. Perché è tutta commedia.

“Miss magrezza”, bella quest’espressione, chissà dove l’avrà pescata. Èuna sveglia questa Olga, si vede che assorbe la nostra lingua e che le piace farsi bella con le parole.

Miss magrezza non mangia quella cosa dentro pane e pasta, quel…

Il glutine – suggerisco io per farla corta – sarà celiaca.

No, non è celiaca, dice che è “intollerante”, anche se per mia signora è solo moda. Latte e formaggi no, neanche magri, anzi proprio quelli sono più peggio: chissà cosa usano per levare grasso? I lieviti sono “demonio”, fanno “tossine”, dice sua nuora. Poi c’è sorella di signora che non mangia sale per pressione, suo genero niente salame perché ama animali, suo figlio solo verdura perché carne fa venire cancro. Proprio un casino.

Con un lampo risoluto negli occhi, scoppia a ridere Olga, una risata di gusto, come di una che sa bene come girano le cose della vita, una che guarda con sufficienza il nostro mondo storto dove, a parte il cibo, digeriamo tutto.

Osservo con sconcerto questa donna che emana un senso di padronanza pacata, autorevole; con quelle braccia forti deve essere una che fatica come un rompighiaccio, spinge avanti divani, solleva tavoli con movimenti fluidi, i muscoli tesi come corde. Cerco di intravvedere, dietro il suo ostinato ottimismo, i pezzi sparsi di una vita dalle mani ruvide, di suturarli in una storia con quel che la fatica lascia emergere.

“Togliti quel sorriso dalla faccia” – mi verrebbe da dirle – “che c’è da ridere in una vita come la tua?”

Sono femmine le più peggio – continua imperterrita, con le parole che le scappano fuori a flutti. Figlia Cristina lavora sempre come matta in ospedale: magari quest’anno inventa che è di turno per non vedere Miss magrezza. Miss magrezza potrebbe stare a casa e non lavorare perché Marco guadagna tanto con suo lavoro. Ma lei dice che vuole “realizzarsi” e allora fa insegnante ma si lamenta sempre. Che se trovo io uno che mi mantiene a casa, faccio vedere come si fa a fare casalinga felice. Invece lei c’ha sempre mali: pancia, testa, stomaco. E è invidiosa di cognata, la dottoressa. Primo perché guadagna tanto, poi perché dottori piacciono a tutti perché servono sempre e è meglio tenerli buoni.

Allora le fa dispetti. Per esempio, Natale scorso le ha regalato cintura di vernice bianca bruttissima, chissà dove aveva presa. E dottoressa, Miss mi vesto solo firmato, come ha guardata! Un’occhiata come coltellata dritto in cuore. Poi s’è messa in angolo con marito Paolo e gliela metteva sotto occhi quella cintura, come se era coltello di assassino.

Marito è oculista. Un buon uomo, ma guai a passargli troppo vicino perché mette mano sul didietro.

Lui ha amante, me l’ha detto sorella di signora, che è cicciona, tovsta, con pressione alta, che neanche sembrano sorelle. Mia pani: sottile, elegante, vecchia ma con stile di contessa. Non che è fredda, è che non sa camminare quei centimetri fra lei e quelli che ama, è che abbraccia sempre rigida come bastone, sempre pronta a tirarsi indietro. Ma è ancora bella e a me mi fa sentire bene vedere che si può avere tanti anni senza perdere quel nobile, quel calmo un po’ come di stordita, come di una che non ha più paura, forse.

Sua sorella tovsta, invece: più larga che lunga, e pettegola, Dio mio che pettegola, sa tutto. E sa di sicuro che Paolo ha storia con infermiera, una di clinica privata dove fa soldi il pomeriggio.

Lei è proprio stronza che mangia gratis e dice cattiverie di tutti. È con sorella che ha dente più avvelenato, con mia signora, perché s’è sposata, e s’è sposata bene, mentre lei, cicciona, è starà dieva, zitella. Dice che questi pranzi sono solo per bella figura, per sembrare più brava di tutti.

E poi dice che si vanta di figli come se sono medaglie di guerra, come se è stata lei a inventare vita, che maternità non è mica tutto, che… aspetta, aspetta che provo a ricordare bene parole: “la fecondità di una donna è altra cosa”.

Io non ho capito che cosa vuole dire, per me maternità è fare figli e crescerli, fare sbagli e cose giuste, insomma fare mazzo, grosso mazzo che non finisce mai.

Ma cosa ne sa lei di quando mia signora è rimasta sola? Di casa sempre vuota, di silenzio? Di quando si ferma a metà frase con voce che trema e cade su parola che s’è nascosta, o si dimentica, si gira e si mette lacca su capelli per terza volta.

Ho provato a convincere mia signora a lasciare perdere pranzo di Natale, ma non mi sente. Forse senza Natale non può stare, forse casa è troppo vuota e lei troppo sola.

Sento la mia espressione cambiare come se avessi ricevuto uno schiaffo. Sta parlando di me? Mi conosce? Mi ha scoperta?

Che ne sa questa Olga dell’eco dei miei passi in una casa troppo grande? Dell’assenza che si aggira per casa come una sagoma scura, del vortice di paura quando la sera devo spegnere la luce, del groppo in gola indigesto, di giorni colmi di ricordi e privi di desideri, della bile d’invidia che mi ruggisce dentro alla vista di una coppia di anziani a braccetto, del tempo ridotto a giorni contati e di questo mio primo Natale sola? Lo cancellerei se potessi il 25 dicembre 2020, mi vorrei addormentare la sera del 24 per risvegliarmi il 26, magari anche il 27. Mi danno noia le luci, le decorazioni, tutto quello spreco che un tempo mi faceva allegria.

L’albero non l’ho fatto, e chi me lo porta su dalla cantina? E poi al diavolo questo Natale senza colori insieme a tutto il resto.

Non ho nessuna intenzione di cucinare, per una sola passa la voglia. Mi preparerò giusto una minestra di verdure e leggerò un libro finché finisce la festa. Aggirerò la trappola del passato, non resusciterò ricordi, terrò a distanza gli anni sfioriti e mi sforzerò di essere drastica con i pensieri, di disciplinarli, di non lasciarli andare a spasso liberamente.

A me non va male che lei è sola – continua implacabile l’ucraina. Niente maschi, niente gocce di pipì su asse di water, niente bambini, niente marmellata o nutella su divani. Insomma, sua è casa pulita e ordinata, c’è solo da togliere via polvere e andare dietro a sue manie. Per esempio spolverare libri uno a uno una volta al mese, infilare carta igienica in senso giusto, fare finta di niente quando mi segue in stanze e ripete sempre stesse cose e mi parla con voce alta perché sono straniera. Mi offre sempre caffè a metà mattina e mi regala sue camicette vecchie e rotte. Io ringrazio, ma quando esco di casa butto in cassonetto.

Ecco, cosa importante da non dimenticare mai per noi serve: spostare sempre tutto, cambiare posto a soprammobili, come per sbaglio, così si vede che avete spolverato bene.

Inviterei da me per Natale, mia signora, mia pani. Siamo solo io e mio Ivan e di sicuro lui beve e poi dorme. E io resto sola a mangiare panettone di discount che mi ha regalato lei.

Che gentile – penso, che buon cuore invitare una donna sola. Mi invade un’onda di sentimenti caldi e quasi mi viene l’idea di invitarli io per Natale, lei e il suo Ivan, così ho qualcuno per cui cucinare. Ma che cosa mi passa mai per la mente?

Finalmente è arrivato undici, che eravamo morte di freddo e di stanchezza. Per ritardo autista ha cominciato a correre come matto, quasi non si fermava neanche a stop e noi a morire di paura, io e moldave, che ormai eravamo quasi amiche. “Vuoi vedere che Natale siamo tutte a ospedale?” ci siamo dette, e poi giù a ridere.

Allora moldava, quella tutta truccata, s’è messa a parlare, ma piano, nella bocca e io mi sono messa attaccata per sentire: Viktor, Viktor, chiamava. Poi mi ha guardata, con faccia tutta bagnata come di una che si è lavata e non si è asciugata: ha solo sei anni, non lo vedo da tanto. E poi ancora giù a ridere, ridere e piangere, ridere e piangere a crepapelle. Si può dire in italiano piangere a crepapelle?

Sì, credo di sì, perché nero di trucco le veniva giù sulla faccia con lacrime e faceva come crepe su pelle, come fughe di piastrelle quando sono sporche e devi pulire con spazzola e candeggina.

Allora altra, quella che non parlava, è venuta vicina e ci ha abbracciate tutte e due e diceva: Rojedestvom Kristovem, che è come Buon Natale, ma in russo, che lo capiamo tutte perché lo studiamo a scuola.  Ho guardata e ho visto come era giovane, piccolina, una appena arrivata, una faccina come di dytyna, di bambina, di bambino Gesù. Sembrava bambino santo di Natale, quello in stalla. E allora, se piccolina era bambino, moldava con faccia crepata era Madonna, e io, che sono più vecchia, io ero tato, vecchio padre. Eravamo presepe, il presepe di est su bus numero undici, della Brescia, la Brescia città di Italia.

Una traccia di fuggevole turbamento le oscura lo sguardo, l’ombra di un dolore, la voce le si incrina come se stesse per piangere, ma solo per poco. Subito si ricompone come se la sua faccia si fosse rotta e poi riaggiustata in qualche modo. Riassembla i tasselli di una tristezza celata e ride, ride forte Olga, ride e mi guarda dritto negli occhi.

Sento le mie labbra che si distendono e rido anch’io, che di ridere credevo proprio di non avere voglia: sono risate di cuore, calde, sia la sua che la mia, il tipo di risate che scoppiano come un fuoco d’artificio fra due donne amiche da anni.

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