Scrivere per non fuggire dal presente

Francesco Pecoraro, Lo stradone, Ponte alle Grazie 2019 (pp. 446, euro 18)

Finito di leggere il libro, il presentimento che il tentativo di tradurne in parole l’impressione ricevutane mi sarebbe sfuggito di mano mi ha indotto a fare uno schema dei suoi contenuti.
In principio è Lo Stradone, con il suo contesto, poi i tre filoni della critica urbanistica e architettonica, della ricostruzione storica, dell’osservazione sociale e antropologica, e da lì le diramazioni: il narratore e la sua vita in primo luogo; gli altri; la Sinistra, l’Italia, l’Occidente e il resto del mondo.
Ma poi, quando mi sono messo a scrivere, pur tenendo conto di questo schema non ho saputo attenermici, e mi è risultata evidente l’impossibilità di ricondurvi la storia che Pecoraro racconta. Perché? Per molte ragioni, solo alcune delle quali mi sono chiare: perché la sua scrittura è sostanza della sua narrazione come della sua argomentazione, inscindibili in questo romanzo-saggio, e dunque non sai rinunciare a citarne continuamente stralci; ma anche perché il fluire del suo discorso non si lascia costringere in una mappa tematica. Questa sorta di enciclopedia delle mentalità diffuse ai nostri tempi, nella quale ci sentiamo – volenti o nolenti, e sia pure in diversa misura – coinvolti, non tollera di essere riordinata: non parte da un primo volume e quelli successivi non seguono una progressione definita e certa, ma tornano a riaprirsi, a volte alle stesse pagine.
E allora, bando alla sintesi… Attraversiamo il mare di queste quattrocentocinquantapagine seguendo le rotte che comunque ci sembra di poter individuare.

“L’osservazione ostinata e diretta mi dice ciò che accade vicino a me, mi narra ogni giorno la micro-storia dello Stradone”: è questo il metodo per farsi “un’idea complessiva delle caratteristiche del tempo presente”, andando oltre l’”informazione sempre più ristretta triste rapida indifferente indifferenziata disseccata” della televisione e dei giornali.

Lo Stradone, via di maggiore percorrenza del “Quadrante”, uno dei quartieri “emarginati, non compatti e mal pianificati, o forse mai pianificati”, occupati dalla “frantumaglia edilizia” che connota le “prime fasce esterne al nucleo storico ridotto quasi per intero a parco a tema per turisti”. I turisti che percorrono la “Città di Dio”, com’è denominata Roma in questo come nel romanzo precedente, e come lo era già da Pasolini, intenzionato, pare, a scrivere un romanzo intitolato appunto La città di Dio.

La capitale dunque è lo sfondo della narrazione, una città che ben si presta a suggerire – evocando, si direbbe, le Città invisibili di Calvino – che “la città, qualsiasi città, è ciò che resta di un sogno perduto, il sedimento solido di ciò che nel corso del tempo poteva essere e non è stata, l’Io nevrotico e depresso di un Super-Io urbano che non ha incontrato le condizioni per compiersi o non ha avuto la forza di realizzarsi”.

Se questo è il luogo, del personaggio che narra veniamo innanzitutto informati che, “cresciuto nei puliti e geometrici quartieri nord” della città, abita da vent’anni in una delle molte “palazze” sorte lungo lo Stradone, lo stesso che “fino a pochi anni fa restava uno stradello e oggi è, in tutta la sua imbecillità, lo Stradone”, elemento portante di questi luoghi definiti, nella loro disarticolazione, “dall’incontro-scontro tra speculazione urbana e produzione edilizia”. Luoghi – nella realtà sono quelli della Valle Aurelia, o “Valle dell’Inferno”, come c’è ancora chi la chiama a Roma – segnati dall’insediamento delle fornaci da laterizi che, passate a metodi produttivi industriali nel secondo Ottocento, fornirono i mattoni necessari all’espansione post-unitaria dell’Urbe, oggi “città ambigua antica indifferente” – e molto altro: quasi dieci pagine sono dedicate a elencarne i caratteri –, ma già allora “paradiso del costruttore” e quindi dell’“attività umana legale – l’edilizia – più prossima all’illegalità, più tentata dalla scorciatoia para-criminale, più coinvolta in corruzione e imbroglio”. Luoghi che, passati attraverso la grande trasformazione – ossia della “demolizione fisica e sociale” che ha sostituito il quartiere proletario dei fornaciai della Sacca con le torri di quattordici piani dello IACP – offrono alla fine degli anni Settanta un ideale terreno di ricerca a etnografi e sociologi studiosi di comunità ormai disgregate, mentre oggi costituiscono un campione rappresentativo delle “non-scelte dell’amministrazione”, della “stupidità dei tecnici, degli urbanisti e infine degli architetti” che hanno costruito questa “non-città, che è pur sempre la nostra”, ma soprattutto è “l’hardware che stiamo lasciando ai nostri figli, che hanno un loro diverso e per certi versi non-comprensibile software mentale. Penseranno diversamente ma vivranno nelle nostre medesime stanze”:

È questo l’osservatorio. È qui, sul “marciapiede davanti casa, al Bar Porcacci e quel poco che c’è da qui alla svolta per andare al garage” che il protagonista conta “di poter vedere le cose della politica e dell’economia” e non si stanca perciò di guardare  il suo “tassello di territorio segnato dalla piccola e media Storia” insieme dedicandosi “allo studio dei testi direttamente riguardanti questi luoghi”: se la gran parte degli interessi che aveva nutrito si sono dissolti, la curiosità per i luoghi in cui passa la sua vita resta viva, e lo induce a “passare e ripassare osservare sedere nei bar, comprare nei negozi. E infine andare in biblioteca a leggere la storia della Città di Dio, rintracciare l’atto di nascita urbanistica dello Stradone, per capire ciò che non si può capire senza averlo vissuto di persona. E così scovare l’eco lontana del Quadrante, il borghetto della Sacca, della visita in quei luogi di Vladimir Il’ič Ul’janov, detto Lenin”. Che non importa sia davvero passato di lì, nel viaggio che l’aveva portato a far visita a Gorkij nel 1908 a Capri. Quel che conta è che ne sia rimasta memoria, per quanto leggendaria, e dunque non solo in biblioteca ma anche nelle testimonianze degli abitanti più vecchi si tratta di rintracciare i tratti di un’identità perduta.

È così che l’espressione della “sofferenza percettiva” suscitata dal volto urbano, dalla “fine della cultura del decoro” che non si può non leggervi, si intreccia con l’indagine dei processi che quel volto hanno prodotto. E l’osservatore si fa narratore visionario del passaggio del grande Lenin fra i fornaciai della Sacca, perché quell’episodio sa dire di un tempo nel quale c’era ancora il futuro e “le categorie del filosofico e del politico (coincidevano)”, anche se la vita operaia era fatta di fatiche disumane e la fornace era un “tritacarne”. Sono loro, i “roboti” sopravvissuti, a raccontare come ci si lavorava, e come si abitava nel “borgo auto-costruito nei pressi della fornace” stessa, “come si vivesse per la fornace, a causa e in virtù della fornace, odiando/amando la fornace”. Ma è, quello, un tempo dimenticato dai figli che sono andati a vivere altrove e di cui i figli dei figli non sanno più nulla: “nel momento in cui la pentola della Storia smette di bollire si mette in moto l’accademia e comincia a raccogliere i cocci sparsi”, e l’archeologia industriale, che vuol tutelare i resti di fabbriche come quelli di cui, nel Quadrante, si farà un centro culturale, appare, nella sua velleità di evocare un passato precocemente ma irrevocabilmente remoto, “la più stupida delle branche della conservazione”. Remoto non solo perché è cambiato tutto, intorno, ma anche perché è estinta la specie di cui faceva parte il fornaciaio  che “comprendeva perfettamente la morsa in cui si era dibattuta tutta la sua esistenza”, che era consapevole della “propria segregazione sociale” ma anche del fatto che “il lavoro politico per l’affermazione di un cambiamento collettivo” era per lui “l’unica prospettiva di togliersi dal collo il tallone del padrone e della fornace”, per quanto quel cambiamento lo percepisse “lontano, irrealizzabile” e votato, come difatti è avvenuto, alla sconfitta. È sul filo di testimonianze simili che si attraversa la storia di questa parte della città prima e durante il fascismo, e poi nel secondo dopoguerra, quando “il processo di assimilazione alla città dell’enclave rossa continua” fino a farsi trasformazione irreversibile: “Casa-spazio urbano-lavoro, avevano determinato il formarsi di un’appartenenza. Sarà la modificazione di questi tre elementi esistenziali a smontarla”.

“Come posso raccontare quegli anni – si chiede il narratore – facendo a meno di un’adesione, postuma ma totale, a quelle battaglie? Come posso mantenere uno sguardo freddo sulle cose i fatti le persone coinvolte nel destino della Sacca?”

Dopo il luogo e la storia della sua gente, è allora la biografia dell’osservatore-storico che possiamo distinguere in questo racconto in cui tutto rimanda a tutto. Il personaggio ha molto in comune con l’Ivo Brandani della Vita in tempo di pace, il romanzo precedente di Pecoraro, ma qui resta anonimo; aveva 69 anni quello e ne ha quasi 70 il narratore dello Stradone, senonché qualcosa è cambiato, quasi che i sei anni passati tra un libro e l’altro, che hanno fatto del sessantottenne Pecoraro di allora il settantaquattrenne di oggi, si facessero valere: se Ivo Brandani era un uomo che da “anni non dice più quello che pensa, a nessuno” e, “perseguitato dal senso della catastrofe”,  si è ridotto a vivere in uno stato di “disperazione segreta e compressa”, l’uomo dello Stradone, pur approdato a una analoga condizione di “disperazione a bassa intensità”, si direbbe abbia guadagnato uno sguardo più disincantato, non meno sofferto ma in grado di guardare dall’alto una catastrofe ormai inequivocabilmente consumata. E dunque parla: da “vecchio maschio silente”, quale si definiva allora, sente di doversi dedicare ora a “un (suo) progetto di ricostruzione/restituzione, storica e non”. Perché “(ho) tempo libero” – come tiene a giustificare autoironicamente la sua impresa –, ma al fondo perché, lo deve ammettere, “non mi abituo” alla “nostra solita vita annidata in Occidente”, nonostante l’assistenza sanitaria, il supermercato e la palestra pervasa dalla noia, da un “inganno di cui tutti sanno”, ma “che viene benevolmente tollerato, anzi accettato a praticato”. Ma lui no, in lui non si è esaurito uno “stato interiore di costante dissenso col presente”. Non sa rassegnarsi alla “risacca della storia” nella quale viviamo, e quel modello di società e di vita che si contrapponeva nel Novecento a quello capitalista, anche se “schiacciato e deriso” e apparentemente cancellato dalla Storia”, “più svanisce e più lo ama”, e infatti “(condivide) molto” del modo di pensare dell’amico che è rimasto comunista, “senza compagni, senza Partito, senza Stato Guida, senza prospettive”, ma comunista.  “Comunista silente”.

È a questa posizione che si sente vicino, nonostante il percorso che l’ha portato, dopo aver fallito nella carriera accademica, ad abbandonare il Partito, ad aderire negli anni Ottanta a quello di Craxi e a lasciarsi corrompere – da architetto funzionario ministeriale qual era – pagando il suo errore con un mese di galera cui è seguita una reintegrazione risoltasi sostanzialmente in un’emarginazione ben retribuita (in quel “Ventennio della Cancellazione che fu quando sulla cultura peninsulare novecentesca fu stesa più di una mano di merda, a obliterare ogni antecedente politico ogni visione ogni cultura ogni verità ogni menzogna”). Per poi ritrovarsi, pensionato, solo – una moglie, poi un’altra donna, e adesso nessuno, con lui – nel suo appartamento al settimo piano della “palazza” sullo Stradone. A guardare. Anche se stesso. Il proprio essere vecchio. Non “anziano, non più giovane. In età non più verde, agé, avanti con gli anni”: vecchio. In grado perciò di tracciare una fenomenologia della vecchiaia che sembra non tralasciare nulla in un elenco impietoso di “sei anziano quando…”. Quando cambia il rapporto con il tempo in primo luogo e “il passato è una scia a sfumare in lontananza, il presente è come dietro un vetro e il futuro non c’è più”. Quando “tutto quello che prima ti piaceva ti interessava ti eccitava (…) non dico sparisce, ma è come se decadesse, si depotenziasse, attenuandosi, lasciandoti in uno stato di semi-indifferenza costante, definitiva” e l’energia residua è assorbita dal “bisogno quotidiano di massicce dosi di fiction, seriale e non” e dalla “ipercomunicazione webbica”, o si diluisce nei “social e adiacenze, nelle lunghe escursioni in youtube, negli sterminati enigmi pornografici che si trovano in rete”. Già, perché “nessuna donna ti guarda più. Se non le anziane come te, che tu invece non guardi”, mentre alle ragazze “basta percepire inconsciamente le radiazioni della vecchiaia che stai emettendo, per precipitarti nella massa dei non-visti, dei non-considerati, dei non-valutati: sei fuori e lo sei per sempre”. Eppure, il desiderio continua a farsi sentire, anche se non è, spesso, “un vero risveglio, ma il sommovimento di un dormiente”, tranne quando a urgere è invece “la disperazione del desiderio che non può soddisfarsi nei modi in cui vorrebbe”, “la nostalgia degli anni in cui si era dentro la giostra sessuale della giovinezza. In cui gli sguardi delle ragazze ti colpivano in continuazione”. Sentimenti che convivono, drammaticamente, con una “sarabanda di pensieri di malattia e morte”, con i presagi della Malattia, con le avvisaglie del momento in cui curarsi sarà detto Battaglia, “secondo la cancro-retorica”. Intanto, “il come stai, un tempo convenzionale, con l’avanzare dell’età sta diventando una domanda vera, cui qualcuno risponde seriamente, vale a dire raccontando davvero come sta”.
Ad aggravare poi il senso di solitudine che inevitabilmente accompagna la vecchiaia, una distanza fra generazioni che è aumentata come mai era avvenuto prima, e si traduce, per il narratore, in “odio”: per le “loro menti disattrezzate, dove tutto galleggia senza peso” e “si è formata l’idea di merito”, di “società meritocratica”, nel frattempo identificata con una “piatta iperqualificazione, che oggi non si nega a nessuno abbia i soldi per conseguirla” e produce schiere di “cretini” annidati “soprattutto tra i qualificati e i meritevoli”, “imbecilli affamati di successo”, “eserciti di consenzienti anglofoni muniti di curriculum”. Giovani che non vogliono più saperne di quei “caca-cazzi” che “a partire dal Sessantotto e per tutti gli anni a seguire, ci hanno portato alla rovina”. Ma attenzione: i vecchi, per parte loro, non si possono dire vittime ingiustamente disprezzate. In loro – non escluso chi formula questi giudizi – non mancano “sentimenti schifosi”: “quando constato l’altrui star male, i danni della vecchiaia, o vengo a sapere della morte di qualcuno, non so perché, mi vergogno a dirlo, provo un piacere segreto, profondo e non confessabile”. Si tratta di “una sottile lurida doppiezza che definirei SPAD, Soddisfatta Pietà per Altrui Disgrazia”.

Il che non impedisce il sopravvivere di una pietas per il barbone che non vuole aiuto, per il giovane scivolato in una condizione di indigenza assoluta, per i baraccati che stanno al di là dello Stradone, ma anche per gli animali condotti al macello, per le vecchie cose usate per anni da qualcuno che non c’è più e finite nei mercatini, e per i libri soprattutto: persino quelli che si leggevano negli anni Settanta oggi giacciono invenduti sulle bancarelle dell’usato.  

Storia di sé, degli effetti che l’età induce, ma mai storia individuale quella che troviamo in queste pagine, indissociabile da quella collettiva di un “ceto medio terminale”, di “un Grande Ripieno, in cui tutti si mescolano con tutti. Non è il reddito ad aggregarli, ma una comunanza culturale (…) tutti insieme anestetizzati da una comune aspirazione alla sicurezza economica e fisica (…) da una verniciatura di pensiero civile, apparentemente corretto e televisivo, che nasconde la solita inestirpabile natura brutale e ferina che potentemente emerge sempre più spesso e sfacciatamente in circostanze in cui questa medietà sociale universale si sente minacciata nelle due principali sicurezze di cui sopra”.

Una “rozza immagine”, di mano dell’autore stesso, rappresenta “un panino a tre strati”: fra quello sottile che sta sopra, lo strato dei “ricchi e potenti” e l’altro, di maggior spessore, che si trova sotto, quello dei “poveri e emarginati”, sta lo strato più alto, quello del Ripieno sociale, che nutre lo strato di sopra e lascia percolare verso il basso “una piccola porzione di ricchezza”. A succhiare risorse ovunque è però una “rete criminale estesa ramificata” al punto di attraversare ogni strato del panino. È questa la struttura che caratterizza il “corpo sociale” nell’epoca della “post-politica”, nell’Era della democrazia fredda”, in cui “destra e sinistra sono diventate quasi uguali, come negli USA”.

Qual è il tipo umano, quali i modi di pensare, i comportamenti che corrispondono a questa situazione?

foto di Francesco Pecoraro

Torniamo al punto di partenza, all’osservatorio dello Stradone: quelle che vi si muovono sono “presenze umane diacroniche, solo apparentemente viventi nel medesimo intervallo spazio-temporale”, come le galassie individuate dal telescopio spaziale Hubble, che vediamo anche se nel frattempo morte o profondamente trasformate o disperse. Presenze umane, dunque, che sono “in realtà lontanissime tra loro come mentalità percezione e visione del reale contemporaneo”. Uniche occasioni di comunicazione, le chiacchiere al bar Porcacci, il bar del quartiere, e la Squadra, “ultimo ente simbolico che ci dà il senso di appartenere a qualcosa”, essendo il tifo “restato da solo a compensare la dis-appartenenza politica, la deideologizzazione generale”. Ma, occorre notare, il loro tende a confondersi con il noi. Sono, gli altri, gente da cui non ci si può aspettare più nulla e che pure vale la pena di osservare, ascoltare soprattutto, perché se ne è parte, perché un’irrinunciabile onestà verso se stessi costringe all’immedesimazione. Non necessariamente all’empatia però, che finirebbe per scivolare nell’autoassoluzione. Meglio limitarsi ad ascoltare perciò, riportando mezze frasi e sprazzi di dialogo come infratesti che ora completano con una qualche pertinenza il discorso ora lo spezzano come intrusi, ma sempre rendono – non di rado con effetti umoristici irresistibili – il tenore delle relazioni e degli scambi che intercorrono fra i “cetomediocri” (“C’ho invortini de verza./Te sembro tipo da invortini de verza?”, “So’sòrdi nostri”, “Saa so’cercata”, “Bello ’sto marzupio”…). Sono i pensionati che si lasciano “dragare” i soldi che ricevono dallo Stato da slot e bingo e Gratta & Vinci, “umiliati da un presente misterioso, incomprensibile, contro il quale talvolta, soprattutto se in branco, ringhiamo confusamente”. Un presente in cui tutti e tutto appaiono falsi, anche “i convincimenti, imbottiti di falsa buona coscienza”, ma “l’autenticità non è necessaria per la gente dello Stradone” alla quale interessa solo “restare vivi. Conseguire un vivere senz’altro scopo che restare vivi, per sedere al Porcacci il più a lungo possibile” e “rimettere in circolo, attraverso il consumo, il denaro pubblico affidatoci con la pensione”. Egoismo sociale e indifferenza a tutto: vada come vada il mondo, “a noi bastano altri dieci, massimo quindi anni di calma, anche relativa, e di pace anche falsa e parziale” perché, anche se l’abbiamo pensato, “il mondo non era migliorabile per via politica, l’abbiamo capito tardi, ma l’abbiamo capito. Intanto dateci la pensione.” “Razzisti involontari” con i “bangla” – dal canto loro, “chiusi nella loro capsula culturale” e nel loro desiderio di “roba e benessere occidentali” – che ti fanno benzina o ti servono nei loro negozietti aperti sempre.  Clienti assidui e razzisti di fatto, questi pensionati, membri di quella “nuova classe sociale dei Persi nel Tempo”, degli “Abbandonati per Istrada in un punto del tardo Novecento”, “Al di fuori della fiction assuefatti a qualsiasi cosa: incidenti, attentati, immondizia…”. Suscettibili se mai, in parecchi, ai miti e alle pratiche della “de-anzianizzazione”: e allora ecco l’abbigliamento giovanilizzante, ma soprattutto – secondo la norma imperante delle tre effe enunciata da Tommaso Labranca, autore di riferimento di Pecoraro: fitness, fashion, fiction – la palestra, “moschea laica” di “cazzoni novecenteschi” cedevoli alla dilagante cultura del corpo per la quale “farsi gli addominali, porca madosca, è il primo imperativo categorico subito dopo il restare vivi”.

Si può anche non andarci in palestra, ma facciamo lo stesso parte degli uomini e delle donne cui “sembrava di non essere negoziabili e invece siamo stati negoziati, in un dissenso di superficie, ma con un sostanziale consenso a un agio relativo”, a un consumo che si fa metro e sostanza dell’esistenza e si rappresenta nel “supermercato sempre aperto illuminato riscaldato e costantemente rifornito ci ciò che sono convinto che mi serva, di cui sono stato addestrato ad aver bisogno”. E del resto, perché impuntarsi a vedere nel centro commerciale un non luogo anziché l’unica agorà rimasta, in un tempo in cui il discorso pubblico si è fatto “non-discorso”, “sempre lasciato aperto come un rubinetto spanato”, e più ci si guarda intorno e più si vedono solo “segni di desertificazione politica”?  

Desertificazione cui non è estraneo e dalla quale non è certo stato risparmiato il Partito, entrato già nel Novecento in “una fase di trasformazione auto-annullante che ancora dura”, “un Partito che ormai appartiene a estranei”, anche se non è a una simile involuzione che si può attribuire ogni responsabilità: a ben vedere, si deve risalire agli anni Settanta, quando “ci immaginavamo dall’altra parte, come fossimo davvero antagonisti e non invece parte di un sistema che ci prevedeva nei suoi meccanismi di ri-equilibrio, (…) di modernizzazione laicizzante di un catto-paese arcaico che andava condotto per mano verso il consenso secolare”. Ma si può andare ancora più in là, e riconoscere che addirittura la “promessa” rivoluzionaria del comunismo era “falsa”, “era falsa già nel ’17 del Novecento, non-ostante la bellezza assoluta della Rivoluzione e dei suoi intenti, non-ostante la lucidità di Lenin. Era falsa perché non aboliva il lavoro né la dominanza né l’obbligo del consenso né in definitiva la condizione operaia”, senza dimenticare gli anni che seguirono, gli anni dello stalinismo, “esecrabili si dichiarò ufficialmente negli [anni] Ottanta, quando tutto era ormai finito. Però lì, nell’Impero d’oriente, in forme diverse ma non tanto, tutto dura, lo sappiamo.” Come sappiamo bene che quella in cui viviamo è “L’Era delle Stragi”, anche se “restiamo ormai abbastanza freddi rispetto al quotidiano flusso informativo sul rito di sangue”, limitandoci a dire, come si sente dalle parti dello Stradone, che “So’ barbari. Genti che (questo lo penso io) vivono in uno stadio di civiltà che precede di mille anni quella occidentale, che hanno una visione normativa e fatale e divinata della vita e dell’ultra-vita”. Il fatto è che – nonostante il presente ci sembri “l’avvisaglia di qualcosa di più grosso, di terribile e sanguinoso, qualcosa che accadrà e sarà contro di noi” – siamo “nutriti di istantanee drammatiche da un lato, e di servizi giornalistici carenti dall’altro” e quindi “anche volendo (lo vogliamo?), non riusciamo a farci un’opinione su quanto accade”. E non solo sul “conflitto tra noi e i popoli delle Sabbie”: vivere nel “post-tutto” significa non capire, prendere atto che la realtà, vicina e lontana, in cui siamo calati è “sostanzialmente un mistero che resterà tale ancora per un bel po’, forse per sempre, nel senso che sarà compreso solo dalle macchine superpotenti che prima o poi costruiremo, o che più probabilmente si auto-costruiranno.” Questa la constatazione cui approda la sensazione, disseminata nel testo sin dalle prime pagine, di “non aver capito niente”, “niente dei motivi per cui gli altri esistono e agiscono”; di non sapere perché convenga avere “cognizione di ciò che in ogni caso non possiamo capire”, dal momento che “un quadro esatto di ciò che sta accadendo non ce l’ha nessuno” e noi – noi bianchi anziani quantomeno – siamo ciò che è stato” e “ciò che è non lo possiamo capire”.

Quel che sappiamo è tuttalpiù che il Ristagno in cui viviamo non è destinato, come potrebbe sembrare, a durare per sempre, perché “alla fine, una volta morti, la materia di cui siamo fatti può tornare nel grande calderone universale (…) gli atomi di carbonio del pensionato si mescoleranno a quelli dei capezzoli della barista (…) della sedia del dehors del Porcacci, della ristampa in inglese dei Quaderni del carcere. Il Ristagno è comunque provvisorio. Ci aspettano grandi cose”.

Lo stradone – ha osservato Guido Mazzoni – non parla di Roma: parla di ciò che Roma, oggi, permette di capire”, ma per farlo lo scrittore è partito dalla microstoria e dall’osservazione minuta della realtà sociale che lo attornia, raccogliendo testimonianze documentandosi – si veda la nota bibliografica finale – come faceva Zola.

Uno scrittore, Pecoraro, che per restituire il frutto del suo lavoro usa una lingua ibrida, infarcita dei modi del parlato e continuamente oscillante fra registri diversi, evocando inevitabilmente il gusto di Gadda, il Gadda del Pasticciaccio soprattutto; uno scrittore che nutre il proprio discorso della distanza che sente separarlo da chi gli sta attorno, richiamando, nella rabbia amara che a tratti lo prende Bernhard, se Bernhard si fosse sentito salisburghese quanto i salisburghesi che detestava.

Un romanzo che non si conclude, che si interrompe piuttosto, o meglio: che l’autore “(chiude) per sfinimento” ma che avrebbe potuto continuare, che continuerà forse, riprendendo i temi e le idee che ci ha proposto e che a loro volta avevamo intravisto già nel precedente La vita in tempo di pace.

Una scrittura, in conclusione, che ha lo scopo opposto a quello che la letteratura molto spesso (sempre più?) si propone: una scrittura che non ha per fine né aiuta a metter fra parentesi il presente, o a fuggirne; che non cerca di metter ordine nel disordine del mondo né di guadagnare, e indurre nel lettore, l’illusione di un superiore distacco critico dalla realtà, ma che, al contrario, si pone come mezzo di un’adesione priva di infingimenti e avara di distinguo al tempo in cui viviamo, di un riconoscimento lucido ma non ripiegato su se stesso della catastrofe che per essersi consumata non cessa di manifestarsi, ad ogni livello, senza risparmiare nessun luogo, nessun ambito di vita. Nessuno, dovunque e comunque viva.

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