Una bella bionda

24/04/2018 | Scritto da Mariagrazia Fontana

G. era una bella bionda, di quelle che fanno girare gli uomini per strada: alta, sottile, ma con tutto quel ci voleva al posto giusto. Non saranno state proprio novanta-sessanta-novanta le sue misure, ma credetemi, non le mancava proprio nulla. Magari, a ben guardare, proprio per voler essere critici a tutti i costi, forse abbondava un po’ sui fianchi, ma pochi centimetri, impercettibili, che solo lei riusciva a misurarsi addosso in quel suo continuo specchiarsi e rispecchiarsi, mettersi creme e pettinarsi.
Curava ogni particolare: mani con unghie perfettamente convesse, costantemente dipinte di rosso. E i piedi, da non credere, due piedini piccoli in relazione all’altezza, da far dubitare che glieli avessero fasciati nell’infanzia secondo l’antica tradizione della Cina Imperiale. Piedini morbidi, senza la minima callosità, un poco paffuti forse, ma anch’essi curati. Lei ne era orgogliosa e non perdeva occasione di mostrarli, indossando sandali con tacchi a spillo o decolté ardite che lasciassero intravvedere il più possibile di quelle appendici preziose, che incredibilmente la reggevano.
Così issata coraggiosamente su dodici centimetri di tacchi, se ne stava in piedi per otto ore di seguito nel grande magazzino in cui lavorava, correndo da un reparto all’altro, sorridendo alle clienti, chinandosi per sfilare scarpe, o sollevandosi sulle punte per afferrare calze dall’ultimo ripiano. Senza mai cadere, senza distorcersi neppure una caviglia. Un equilibrio strabiliante, così come la pazienza che metteva in campo con tutte le donne incontentabili che affollavano il negozio.
Alcune la mettevano veramente a dura prova: prima indossavano un capo e poi un altro, poi tornavano al primo, per essere di colpo attirate da un terzo di fattura completamente diversa dai primi due, per poi scivolare verso un quarto. E non mancavano quelle che la maltrattavano, con una sorta di maleducazione crudele a svelare l’invidia per non essere altrettanto belle, o altrettanto alte. Lei non ci badava, neanche faceva cenno di avere udito: meglio passare da stupida che portarsi a casa il rimprovero del capo reparto.
Che tanto lei, stupida non era proprio. Perché non è vero che le belle sono cretine, questa diceria la mettono in giro le brutte. Lei era intelligente, sapeva osservare, non le scappava nulla dell’animo umano, dal tono di voce presagiva un conflitto, intuiva tresche in semplici sguardi. Forse per questo le colleghe le confidavano le loro pene, perché lei sapeva ascoltare, capire senza l’ombra di un giudizio. Anzi lei assolveva sempre, scovando attenuanti, buone ragioni, anche per quella che non perdeva il vizio di andare a letto con tutti.
Di uomini ne aveva avuti ovviamente, tutti la trovavano attraente e divertente. Ma nulla che fosse durato. Non per colpa degli uomini, anzi alcuni l’avrebbero voluta sposare, era lei che non si persuadeva al passo, come se l’amore non fosse mai abbastanza. Di fronte alla richiesta lei batteva in ritirata, sognando un prossimo amore sicuramente più appassionato, che l’avrebbe finalmente coinvolta facendole perdere la testa.
Di amore in amore era arrivata a sfiorare i trentacinque, e ora che anche la madre se n’era andata, non aveva scuse, anzi si rendeva conto di doversi sbrigare per via di quella storia dell’orologio biologico che andava per la maggiore su tutte le riviste femminili. Perché lei un figlio lo voleva, anzi almeno due.
Fu sull’onda di quel desiderio, o forse di quel timore, che accettò il suo invito a cena. Era un bell’uomo, brizzolato, capelli un poco lunghi sulla nuca ma non troppo, elegante. Riforniva il grande magazzino di biancheria intima femminile e con le donne ci sapeva fare. Venne a prenderla con una macchina blu scuro, niente di eccessivo, non una Porche da arricchito, né una Ferrari da pappone, una Mercedes di classe, di quelle che ti danno la misura del savoir faire. Cena in un buon ristorante, chiacchiere fluide come fossero vecchi amici: un uomo che capisce le donne. Con il suo sguardo misterioso e caldo sapeva farla vibrare.
Il mattino dopo un mazzo di fiori sul posto di lavoro, da fare impazzire d’invidia le colleghe. Poi silenzio per tre giorni per tenerla sulle spine, e quando ormai era cotta a puntino, ancora un invito a cena. Niente da dire: quell’uomo ci sapeva proprio fare.


Le serate si fecero più frequenti, tutto ad un ritmo tranquillo. Senza accelerazioni improvvise si abituavano l’uno all’altra in un susseguirsi di parole, amore, brevi week end al mare.
Dentro di lei sentiva che quello era l’amore, quella era la sua chance per la vita. Così, quando con perfetto romanticismo, una sera su una spiaggia le allungò un anello e una proposta di matrimonio lei disse il fatidico sì, senza il minimo accenno di dubbio.
Affittarono un appartamento decoroso in un quartiere fuori mano, ma ben tenuto. Lei continuava a lavorare, faceva la spesa, cucinava e la sera si imbellettava per sembrare fresca come una rosa, come lui la voleva e gli regalava tutta la passione di cui era capace.
Ma di figli neanche l’ombra. Lui avanzò l’ipotesi che fosse colpa del lavoro, che occuparsi di tutto la stressasse a tal punto da inibirle la fertilità. Era vero, non si era accorta di essere così stanca. Fu così che abbandonò il grande magazzino per dedicarsi a lui, alla casa e ai figli che dovevano venire per forza.
Cominciarono giorni lenti e grigi. Smise di truccarsi, per pulire i pavimenti non era necessario, poi perse il piacere civettuolo di vestirsi come si deve per lo stesso motivo. Ingrassò un poco, non tanto, ma abbastanza da perdere quella meravigliosa armonia che portava nei fianchi, facendosi un po’flaccida e cadente.
Non aveva amiche, nessuna collega da consolare, nessuna cliente da blandire con un complimento. Leggeva qualche rivista di moda o di cucina, ma aveva perso la voglia di cucinare.  Prese l’abitudine di piangere, non un pianto a dirotto, poche lacrime stitiche ma frequenti che affioravano quando comparivano sullo schermo del televisore una madre con il suo bambino, o quando la radio raccontava di un cane che s’era perso o semplicemente quando incrociava un accattone sulla porta del supermercato.
Viveva avvolta da una stanchezza dolce, da una malinconia fumosa che la facevano apparire sempre di cattivo umore. E quando lui tornava la trovava così, raggomitolata sul divano, sciatta, le guance umide, non tanto o non più per quel figlio che non arrivava e che ormai neppure più voleva, ma per quella mancanza di attrattive che la vita le stava dimostrando.
Ma la vita è tutta qui? si trovò a chiedersi mentre continuava a trascurare sé e la casa, insabbiata in un immobilismo invincibile.
Finché lui si stancò di tutto quel dolore, delle lacrime, degli occhi vuoti, del tavolo non apparecchiato, della casa sporca. Cominciò a rincasare sempre più tardi, passava molto tempo dopo il lavoro in luoghi imprecisati, mentre lei arrancava inabissandosi nella sua tristezza, nella speranza che lui allungasse una mano a snebbiarle lo sguardo, per aiutarla a riemergere.
Una sera rientrò ubriaco e con un vago sentore di profumo femminile. Non riuscì a fargliene una colpa, anzi al contrario, si alzò dal divano per guardarsi allo specchio e misurare che cosa il dolore, il vuoto, i giorni smorti avevano fatto del suo corpo. Non era ancora vecchia ma portava segnati sul viso i solchi di giorni aspri, senza spiragli visibili. Nessun dolore inconsolabile le opprimeva l’animo, era quel grigio, quel tedio, quella voragine che sembrava aprirsi ad ogni suo passo.
Cominciò a bere, non molto all’inizio, solo ciò che era necessario per smussare gli angoli della solitudine e l’agonia di immaginarlo fra le braccia di un’altra. Restava ore ad aspettarlo, sbirciando alla finestra, fino a quando non se lo trovava davanti alterato e litigioso, nemico. A volte nell’attesa preferiva immaginarselo morto, investito da un’auto piuttosto che in compagnia di un’altra, magari un’altra bella bionda come era stata lei.
Negli anni fu costretta ad aumentare le dosi, pur nella fatica e nel disgusto per sapori che continuavano a non piacerle ma che le garantivano lo stordimento necessario per reggere le ore, fino a cadere la sera incosciente fino all’alba.
Non ricordava il giorno esatto in cui lui l’aveva colpita la prima volta, era come tutto il resto, avvolto nella bruma dell’alcool e quel gesto aveva contorni imprecisi, insicuri. Era certa che avesse continuato a farlo, giorno dopo giorno, sera dopo sera, quando in preda al disgusto la raccattava coricata nel suo stesso vomito, o la sorprendeva guardinga dietro la porta ad osservarlo, o intenta ad annusargli il collo delle camicie. Erano anni indefiniti, notti vissute come in sogno, sberle, a volte calci, sempre insulti che lei riceveva quasi con gratitudine, con un senso di liberazione. Sentiva di meritarsi quella violenza, di essersela cercata, di non aver saputo essere una brava compagna, una madre, un’amante. Di non essere all’altezza di quello che la vita le chiedeva.
Preferiva quando la picchiava di quando veniva insultata. Ma lui aveva bisogno di quelle parole appuntite per colpirla, per lasciare montare la rabbia necessaria per mortificarla squadernandole la nuova avventura ornata di particolari. Meglio i pugni in faccia che, quando finalmente arrivavano, segnavano la fine di quel calvario in crescendo che le buttava in faccia il nulla a cui si era ridotta.
Ormai non usciva più di casa, un po’ perché dissolti i fumi dell’alcool la disperazione le cementava il passo, un po’ per gli ematomi sempre più difficili da occultare.
Quella mattina si accorse di sanguinare dall’ orecchio destro, poche gocce per volta uscivano costanti, forse un pugno o forse solo uno spintone contro lo stipite della porta, o era lei che aveva barcollato fino a schiantarsi sa Dio dove. E più il sangue l’abbandonava, più si sentiva fiacca, svuotata, incapace di reggersi sulle gambe. Le mani le tremavano, forse la paura, forse l’astinenza. Fu tentata di concedersi un goccetto, per calmare il tremore, ma si scosse, si spinse incespicando fino al bagno, caracollando fin sotto la doccia. Poi si infilò pantaloni e camicetta, cercò di indossare gli amati sandali eleganti ma i suoi piedi non ci entravano più. Misurava nel gonfiore dei suoi piedini di un tempo tutta la fatica di vivere, di reggere l’urto di giorni pavidi, senza gioia, senza possibilità di riscatto.
Cercò di coprire alla bell’e meglio con il trucco l’occhio pesto, si pigiò un fazzoletto sull’orecchio e uscì di casa con l’intento di rivolgersi al pronto soccorso, indotta dal sanguinamento che non accennava ad arrestarsi.
L’aria che le accarezzava il viso la stupì: da quanto tempo non usciva di casa? Come aveva potuto dimenticare i colori del mattino, il sole tiepido, la luce obliqua che incide i muri? Inspirò profondamente, alla ricerca di quella donna che era stata: bionda, alta, elegante, ammirata e ben voluta.
Infilava un passo dopo l’altro chiedendosi se, in qualche suo strato profondo, quella bionda ancora respirasse, e come avesse potuto mutarsi in questa donna sciatta e spettinata che incespicava alla ricerca di una briciola di coraggio, di amor proprio, di un sussulto di vita.
Procedeva verso l’ospedale incerta, come se i suoi passi fossero trattenuti da un timore, eppure il suo modo di ancheggiare, di tenere stretta a sé la borsetta comunicavano un che di irreversibile.
Il mio turno di lavoro in emergenza volgeva al termine quando mi si presentò davanti: un’accozzaglia insondabile di dubbi e decisioni, di tremori e di buoni propositi.
Signora che cosa le è successo? Mi guardava attonita, come se alla domanda non potesse o non sapesse rispondere, lo sguardo calamitato da chissà cosa. Fu allora che si decise a togliersi gli occhiali da sole e il fazzoletto che teneva premuto sull’orecchio lasciando scorrere il sangue che copioso le gocciolava sul collo e mettendo in mostra l’occhio tumefatto. Anche con quella devastazione dipinta sul viso continuava ad apparire bella, di una bellezza non disperata, solo troppo stanca, semplicemente arresa.
Signora, mi dica che cosa le è successo? Incalzavo io, pescando un rivolo d’energia residuo nel mio ammasso di stanchezza, un tono di voce accogliente. Lei sembrò percepire la mia fatica, o forse le mie buone intenzioni, o forse fu solo soverchiata da sé stessa. Mi guardò dritto negli occhi e, con un sospiro rispose: se ha tempo le racconto tutta la storia. Sa, lei non ci crederà, ma un tempo io ero proprio una bella bionda.

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