“Chi non ha sentito qualcuno lamentarsi che oggi sono più quelli che scrivono che quelli che leggono, e che tutti vogliono essere scrittori?…”

“Chi non ha sentito qualcuno lamentarsi che oggi sono più quelli che scrivono che quelli che leggono, e che tutti vogliono essere scrittori? Ma non è forse un bisogno di storie, di narrazioni, quello che spinge molti a scriverne, parlando di sé o di altri che con loro, in qualche modo, hanno comunque a che fare? Non è, questo bisogno, un tentativo di far fronte a un vuoto, il vuoto di storie che un tempo assegnavano a ciascuno di noi un posto, o la speranza di un posto, nella Storia?”. (Francesco Ponti)

Per una parola “suscitatrice” di angoscia

Carla Benedetti, La letteratura ci salverà dall’estinzione, Einaudi 2021 (pp. 138, euro 12)

Dopo la lettura del pamphlet di Franzen e il suo invito a smetterla di fingere che sia possibile fermare la crisi climatica (ne parliamo qui), viene naturale assegnare un posto specifico a ogni lettura sull’argomento – su questo che non è un argomento fra gli altri – a seconda che ammetta ancora questa possibilità o la ritenga tramontata.

Il discorso di Benedetti pare ammetterla (“siamo ancora in tempo”, la “catastrofe terribile che si annuncia potrebbe ancora essere evitata se gli uomini mutassero il loro comportamento”), e tuttavia non suona affatto incline alla sottovalutazione del problema o a prospettarne una soluzione per via esclusivamente tecnologica. Un discorso connotato da una sua radicalità, nella sostanza: “non era mai successo prima d’ora che la violenza genocida si esercitasse sui viventi di domani. Questa è in assoluto la novità più disumana del nostro tempo, che rende ancor più atroce e intollerabile l’inerzia di oggi”. La nostra “capacità empatica” non sembra capace di “estendersi oltre i viventi di oggi, o non è abituata a farlo”. Forse perché “il nostro cervello (…) è programmato per reagire solo a minacce immediate, oppure legate ad azioni immorali” ma, appunto, non riusciamo a inquadrare facilmente nell’uno o nell’altro di questi campi le minacce ambientali. Le frequenti denunce, ricche di dati e al momento in cui le leggiamo impressionanti, non sedimentano un atteggiamento che duri e soprattutto si traduca in atti concreti.  È il credere ma continuare ad agire, a vivere, come non si credesse: è questo che avviene e l’abbiamo letto ormai più di una volta, ma neanche questa consapevolezza pare in grado di determinare conseguenze tangibili. Perché? Perché sono le strutture stesse del nostro modo di pensare a mantenerci in questa bolla di oggettiva indifferenza e, come leggiamo nell’esergo del libro, “non puoi risolvere un problema con lo stesso tipo di pensiero che hai usato per crearlo”. La frase, attribuita ad Einstein, è alla base di prese di posizione che vanno dal fisico Rovelli (secondo il quale occorre “ripensare la grammatica della nostra comprensione del mondo”) all’antropologo e filosofo Latour, che ci ricorda che “la terra è un pianeta vivente”, e dunque reagisce alle perturbazioni finché può, avendo, come ogni vivente, dei limiti. 

Le opere di molti degli autori citati da Benedetti compaiono in queste note di lettura e i rimandi ad esse sarebbero troppi. Quello ad Amitav Ghosh è però inevitabile, essendo di fatto, il suo libro (ne parliamo qui), un riferimento ormai essenziale per chiunque rifletta sulla nostra (assenza di) risposta alla crisi climatica. Anche per l’autrice, tanto più trattandosi di un’insegnante di letteratura, che dunque pratica il medesimo territorio sul quale si muove lo scrittore indiano. Ecco dunque, poco oltre la metà del saggio, affiorare la convinzione di Ghosh: “Per il moderno romanzo realista occidentale – e per il cinema e le serie televisive, possiamo aggiungere: per il nostro immaginario, insomma – i fenomeni legati al cambiamento climatico rappresentano l’impensabile”. Il quotidiano che ci viene raccontato, per quanto violento e terrificante possa essere, ha messo al bando l’imprevedibile, ciò che non appartiene già, in qualche modo, all’esperienza umana. Come la catastrofe climatica, appunto. Una catastrofe che non si limita al dato di fatto: “ È enorme la cosa che sta accadendo, ma lo è anche ciò che non sta accadendo”, ossia una nostra effettiva, reale, fattiva presa di coscienza: non mancano narrazioni che vorrebbero smuoverci – come quella di Bruno Arpaia (ne parliamo qui) -, ma “fanno leva su un solo sentimento, lo spavento per la catastrofe che ci aspetta”,  un sentimento che può tradursi in “paralisi”, quale che sia la forma da essa assunta, dal fatalismo al senso di impotenza. Senonché “non è la consapevolezza della possibile catastrofe che ci manca, ma la forza di uscire – appunto – dalla paralisi che l’attuale stato delle cose genera”.

Ed ecco il punto: l’unica via è “accendere l’immaginazione”, “lavorare anche sul sentimento”. E dunque rivolgersi alla letteratura, una letteratura non separata dalla filosofia, com’era nelle “grandi opere del passato” e anche, talvolta, nelle opere prodotte da culture diverse da quella occidentale.  È un “cantiere umanistico dell’Antropocene” quello di cui abbiamo bisogno almeno quanto abbiamo bisogno della scienza.

Di qui, il discorso si apre a quello di autori come Günther Anders, con il suo illuminate apologo di Noè e del suo tentativo di persuadere gli uomini della minaccia incombente, e più in generale rimanda agli scrittori che hanno saputo e sanno esprimere una “parola profetica” non puramente “assertiva”, capace cioè solo di “annunciare” la catastrofe, ma di risultare “suscitatrice” di “forze sepolte” eppure ancora vive, e in grado di farci allargare l’orizzonte al “tempo profondo” e al “non umano”, a tutto quello che il nostro modo di pensare ha di fatto rimosso, rendendosi incapace di concepire ciò che ormai è nella realtà: una fine “che non prelude più a nessun riscatto”. E a chi riferirsi per trovare esempi di una parola “suscitatrice” di un’angoscia che non si risolva in paralisi? A Pasolini, sostiene Benedetti, alla “tonalità sentimentale della sua profezia”, aliena dall’algida lucidità di un Adorno, oppure, oggi, a scrittori che sanno rompere la gabbia creata dalla “fabbricazione di quei punti ciechi del sapere grazie ai quali sono stati resi invisibili i guasti provocati dalla modernità”. Antonio Moresco, fra questi, che nel Grido, soprattutto, “prende di petto quella cosa enorme che incombe sopra di noi”. Così come sembrano capaci di fare i giovani, i “giovanissimi” anzi, portatori di una cultura veggente “conto la parte accecata e accecante che tende a rimuovere l’emergenza”; ancora non disposti ad accettare “quel tipo di contraddizione, tra il sapere e l’agire” con cui invece gli adulti si sono abituati a convivere, refrattari alla “retorica ottimistica degli accelerazionisti [per i quali il cambiamento potrà venire non dal contrastare ma dal portare all’eccesso i processi innescati dal capitalismo], degli ecomodernisti, della bioingegneria e dell’ingegneria del clima”.

Questo testo compare anche nel sito della nuova libreria Rinascita di Brescia, alle cui attività culturali Carlo Simoni collabora.

Viaggio nei luoghi che la modernità non ha abitato

Marco Belpoliti, Pianura, Einaudi 2021 (pp. 288, euro 19,50)

Non è una guida, o un resoconto di viaggio: i capitoli si susseguono secondo un ordine che non è quello geografico, e non c’è una meta finale (non a caso è un “eccetera” la parola – anzi, l’immagine della parola manoscritta – che conclude il racconto). Si intuisce che a dettare la sequenza non sono state contiguità nello spazio ma nella memoria – anche visiva: le pagine sono cosparse di schizzi dell’autore. È il sentimento dei luoghi ad animare il discorso. Ciò che fa dell’omogeneo e astratto territorio un insieme di luoghi, appunto. Se la divagazione è quindi lo stile che anima la scrittura, il filo della memoria personale, autobiografica, è la ragione del testo che nei paesaggi, nelle cose, nelle persone trova i necessari pretesti, i riferimenti che lo precedono e ai quali torna. Spesso scavando nel passato, più o meno lontano. Leggendo nella pianura i segni della centuriazione romana o individuandovi le strutture determinate dalla sua vicenda geologica. Più spesso soffermandosi su monumenti, grandi e celebrati, come il duomo di Modena o il Tempio Malatestiano di Rimini, o piccoli e dimenticati, apparentemente insignificanti e pure in grado di restituire peculiarità locali ormai pressoché illeggibili: è il caso dei pispiò, quei cunei in muratura che tamponavano gli anfratti dei palazzi impedendo di farne vespasiani (pispiò: “non fai più la pipì”).

Il vicino e il lontano, il grande e il piccolo, il visibile e l’invisibile, il tutto legato da un soffuso colore di malinconia dolce, che non crea indifferenza ma, all’opposto, un’attenzione curiosa, come alla ricerca sempre di una rivelazione: questo divagare con un occhio alla finitudine, di tutto, di tutti – nella pianura “lo smisurato contiene dentro di sé la propria misura” –, ricorda altre pagine. Certo quelle dei Narratori delle pianure e del Viaggio verso la foce di Celati, ma anche altre: del Danubio di Magris, per esempio, o di certo Sebald. Autori, anche quelli, di saggi che sono romanzi. Magon, è il nome di quel sentimento che, per dir meglio, “non è proprio un sentimento, ma qualcosa che viene prima del sentimento, che lo orienta e gli dà forma”; una “forma di dispiacere” che ha a che fare con il clima della pianura, i suoi inverni gelidi, le sue estati soffocanti, e la nebbia, la nebbia soprattutto. “Ansiosamente malinconico”: ecco “una bellissima definizione del magon”. Condizione contermine a quella della nostalgia, se si vuole: “Pianura, nostalgia e magone sono una cosa sola”. Uno stato d’animo che avvolge i luoghi, le vicende che vi sono legate, ma anche le persone, scomparse o tuttora viventi che siano (morte e vita non sono drasticamente separate nell’aura di questo ritorno ai luoghi in cui si è nati): Luigi Ghirri e Gianni Celati sono evocati con la medesima attenzione, con la stessa capacità di individuare i tratti della loro singolarità (come avviene in Trevi, il Trevi di Due vite e di Sogni e favole, ne parliamo qui) che tra le altre evocava, proprio come fa anche Belpoliti, la figura di Cesare Garboli). Folgorante la nota dedicata alle immagini di Ghirri, che si direbbero provenienti dal “luogo magico dell’infanzia” e per questo “ci colpiscono senza però ferirci”, segno di un “incanto”, di un “mistero” che si coniugano a un “inquietante tranquillità”, e altrettanto felice la notazione che “In Gianni [Celati] gli stati di depressione sono quasi sempre accompagnati da una specie di furia contro le restrizioni dell’esistenza, che lo fa combattere con gli altri e anche con se stesso, e lo obbliga a viaggiare e a camminare”: l’ha del resto ammesso Celati stesso che “prima di scrivere lui cammina molto a piedi, sino a stancarsi, poi torna a casa e si mette a scrivere”. Una frase, questa, che rende ben conto del periodare disteso, dello “stile semplice” che caratterizza la scrittura, della sua vicinanza al parlato, il che da un lato richiama, sia pure alla lontana, l’eloquio degli “emiliani” (da Celati, appunto, a Cavazzoni, Cornia, Benati, Nori, Livi, presenze ricorrenti in queste note di lettura), dall’altro si giustifica nell’essere sempre un racconto rivolto a un tu, che ha condiviso esperienze umane e culturali con l’autore ma resta innominato. E inevitabilmente, come spesso capita nelle pagine degli scrittori che ricorrono alla seconda persona, la scelta apre a una vicinanza al lettore, a un suo coinvolgimento che lo fa sentire partecipe di questo viaggio nella pianura, nello spazio ma ancor più nel tempo della pianura, perché “La modernità non ha abitato la pianura nonostante le villette geometrili e i capannoni industriali delle periferie, o le nuove stalle prefabbricate. La pianura non ha tempo (…). Nonostante tutto è rimasta uguale a se stessa: piatta, è davvero piatta, e chi si alza al di sopra di lei commette un grave gesto di presunzione”.

Questo testo compare anche nel sito della nuova libreria Rinascita di Brescia, alle cui attività culturali Carlo Simoni collabora.

“Quello che importa è ascoltare se stessi e lasciarsi dire le cose. Se non scrivi subito la poesia che ti viene…”

“Quello che importa è ascoltare se stessi e lasciarsi dire le cose. Se non scrivi subito la poesia che ti viene, la perdi. (…) Per scrivere poesia bisogna già essere abituati ad ascoltare sé. La poesia è qualcosa della nostra anima che dice ciò che noi non conosciamo. Ascoltarsi vuol dire: quando io ho rapporti con il mondo, con la natura, con gli altri che cosa succede dentro di me?”. (Franco Loi)

Rinegoziare il rapporto con noi stessi e col mondo

Francesco Stoppa, Le età del desiderio. Adolescenza e vecchiaia nella società dell’eterna giovinezza, Feltrinelli 2021

Adolescenza e vecchiaia: due età che, in tempi di pandemia, sembrano aver subito un comune destino di “oggetti sacrificali”, o sacrificabili, sia pure secondo modalità differenti. Ma non è di questo che parla lo psicanalista, attento a mettere in luce altre, ben più profonde affinità fra queste stagioni della vita. Affinità e differenze, comunque da sondare. Perché le riflessioni che possono venire da questo esame riguardano la vita di tutti, la vita in ogni sua stagione. A partire da una dimensione che la abita dall’inizio alla fine, ma che nelle due età in questione si impone con più evidenza: il desiderio, inteso – come l’autore stesso precisa in una recente intervista (sul “Corriere della Sera” del 21 febbraio) – come “l’arte di saperci fare con la nostra mancanza, il nostro limite umano, col trovare una modalità creativa di abitare la nostra condizione umana”. Ebbene, proprio l’adolescente e il vecchio sono chiamati a fare i conti con la vita, a decidere se dirle di sì, o resisterle, essendo che “La vita ci traumatizza fin dalla nascita, ma questa distanza che ci fa soffrire ci dà anche una certa libertà di movimento che ci permette di accoglierla”. Ci permette, si potrebbe dire, di fare di noi qualcosa che non coincida con quello che gli altri di noi han fatto, evocando le parole di Sartre, il Sartre nella rilettura che Recalcati ci ha di recente proposto (ne parliamo qui). Là si parlava di infanzia, qui di adolescenza, ma l’accostamento fra i punti di vista dei due psicanalisti – non a caso, entrambi lacaniani – appare lecito, perché se nell’infanzia si delinea la “scelta originaria” che fa di noi l’essere unico che saremo, è nell’adolescenza – sia pure protratta, com’è oggi – che questa scelta deve affrontare la prova del mondo, e definirsi, sia che si stabilizzi in una sorta di fedeltà a sé stessi sia che si appanni in uno stato di latenza, o rimozione, che può durare per il resto della vita. 

E allora possiamo trovare una continuità fra la constatazione di autori come la Yourcenar (“Più invecchio anch’io, più mi accorgo che l’infanzia e la vecchiaia non solo si ricongiungono, ma sono i due stati più profondi che ci è dato vivere”) e le considerazioni di Stoppa, riassumibili nella rilevazione di un’analogia di fondo: sia adolescenza che vecchiaia pongono l’individuo davanti a una trasformazione radicale, che parte dal corpo e si estende all’identità sociale. Si tratta dunque in tutt’e due le età di “saper applicare quest’arte della trasformazione”, che tuttavia nella prima si configura come “arte di crescere”, nella seconda di “tramontare”.

Ma seguiamo più da vicino il discorso dell’autore, a partire da un’acquisizione preliminare: “l’adolescenza e la vecchiaia (rappresentano) le età per antonomasia della vita, perlomeno se pensiamo le età come quelle soglie critiche che ci costringono a rinegoziare il rapporto con noi stessi e col mondo, e se pensiamo la vita come ciò per cui non siamo mai pronti”, non essendo mai in grado di guadagnare un’adesione piena alla nostra quotidianità, a noi stessi, abitati come siamo da una incompletezza di fondo, dalla mancanza e, proprio per questo, dal desiderio. Dal desiderio di un esserci, di una centralità che tendiamo ad affermare perentoriamente, spesso con spirito antagonista, nell’adolescenza; un desiderio che può illusoriamente perpetuarsi nella vecchiaia, con gli esiti che il giovanilismo dominante lascia vedere, ma che può invece, paradossalmente, realizzarsi se sfocia nell’arte di esserci senza imporsi, (nella) capacità, al momento giusto, di sapersi sottrarre”. (Viene in mente la “discrezione” di cui parlava Pierre Zaoui – L’ arte di scomparire. Vivere con discrezione, Il Saggiatore 2015 – una virtù che non riguarda, non dovrebbe riguardare, solo la vecchiaia…). Un sapersi sottrarre che non significa zittirsi, ma cogliere il senso della trasmissione di quel che si sa, di quello di cui si è fatto esperienza, scontando la perdita di posizioni, la cessione di potere che in ogni trasmissione, se tale è davvero, è insita. “Dire sì alla vita” è anche questo: riconoscere che il passaggio tra le generazioni è “il fatto umano per eccellenza”. Una consapevolezza che, inutile nasconderselo, “fa a pugni con la tendenza oggi imperante a esserci sempre e ovunque, a esibire la propria persona, a trovare nel mondo e negli altri continue, inesauribili conferme di sé stessi” (tendenza non esclusiva dei giovani, ma che in essi può apparire addirittura “insostenibile”, secondo la diagnosi di Gustavo Pietropolli Charmet (ne parliamo qui). Ma altrettanto fuorviante è ritenere che accettare la vita sia frutto di “un meccanismo congenito” di adattamento, quando invece sperimentiamo che “C’è bisogno di un assenso – un dire sì al mondo, all’altro, al mio stesso corpo – cui far seguire un certo investimento”. E questo assenso va “rinegoziato” ogni volta che, come si diceva, ci troviamo a dover attraversare “soglie critiche”, e occorre allora “reinventarsi”, “decidere” (nel senso proprio della parola: operare un taglio): scrivere la propria storia, si potrebbe anche dire nel caso dell’adolescente, o, nel caso del vecchio, “ritornare sulle precedenti stesure e, grazie a questa rivisitazione, riappropriarsene in termini almeno in parte inediti”. Perché costruire una “versione singolare di sé” – la “personalizzazione”, avrebbe detto Sartre; l’”umanizzazione”, leggiamo in queste pagine – è un lavoro che non finisce mai, dura finché si ha respiro, e continuamente ci espone a un estraniamento da noi stessi che può rivelarsi – se accettato, se vissuto fino in fondo – fecondo di nuovi modi di vedere, di pensare, di stare al mondo. Indipendentemente dai suoi sbocchi immediati, che siano la “rabbia” dell’adolescenza o il senso di “gratitudine” della vecchiaia (come quella che pervade la protagonista del romanzo di Delphine de Vigan (ne parliamo qui), o anche: la volontà sfrontata, non di rado arrogante, di entrare in scena o, all’inverso, la capacità di uscirne, con dispiacere forse, persino opponendo momenti di resistenza, ma con l’accettazione sostanziale che si può guadagnare solo esercitandosi assiduamente nella disciplina richiesta da un’arte nient’affatto nativa, l’arte di tramontare, l’arte di compensare l’”emorragia di narcisismo” di cui ci si sente vittime con un senso di liberazione, con la percezione della possibilità di “una seconda vita” – per citare il titolo di un autore in questo assai vicino, François Jullien (ne parliamo qui) – e l’intuizione che la propria identità, “inconclusa e indecifrabile” sempre, la si può declinare solo nel futuro anteriore dell’“Io sarò stato”, un tempo verbale che “mentre segnala la caducità, celebra la dignità e la gloria” della condizione umana, di ogni vita, in ognuna delle sue età chiamata, in modi e misura diversi, ad ammettere la propria “finitezza inevitabile, la (propria) solitudine inaggirabile”.

È sul rapporto, sull’incontro tra le generazioni che il discorso prosegue, sul ruolo del padre e su quello della madre, ma anche su quello dei nonni; sulla trasmissione del desiderio, ossia della capacità di vivere e seguire il proprio desiderio; sull’apparente non aver nulla da dirsi fra il ragazzo e il vecchio, sul crescente dislivello di saperi che oggi grava sul loro rapporto, e molto, molto altro, che arricchisce, specifica, complica, illumina di luci nuove il confronto fra l’adolescenza e la vecchiaia. Fino a giungere ad analogie insospettate, come quella che emerge dal ripresentarsi, in età senile, del gusto, della capacità – evidente nell’infanzia – di relazione con il non umano, con gli animali quindi, ma anche con le cose, con l’inanimato. Una propensione che i vecchi esprimono, spesso, nella domanda sul destino che attende, dopo la loro morte, i loro oggetti, i loro libri, gli arredi della loro casa, compagni fedeli e silenti del cammino percorso. Ma del resto, diceva il longevo Picasso, “siamo ciò che conserviamo”.

Questo testo compare anche nel sito della nuova libreria Rinascita di Brescia, alle cui attività culturali Carlo Simoni collabora.

Migrante donna

Marco Balzano, Quando tornerò, Einaudi 2021 (pp. 202, euro 18,50)

Il titolo sembra richiamare quello del romanzo precedente, Resto qui*, ma non è così. La vicenda è tutt’altra, ma l’andare e lo stare, il partire e il rimanere tornano a proporsi come alternativa che genera e sta al centro della narrazione. Là si trattava della divisione degli abitanti del Sud Tirolo sotto il fascismo fra “optanti” e “restanti”, fra chi si sentiva di accettare di trasferirsi in Germania con la speranza di farsi una nuova vita e chi invece decideva di restare perché il posto in cui era nato aveva un significato imperdibile, perché – nel caso del protagonista – le strade e le montagne gli appartenevano come lui apparteneva ad esse.

Ma anche in Il figlio del figlio, di due anni prima, il perno della narrazione era un viaggio, il viaggio di ritorno al paese del sud di un emigrato, con il figlio e il nipote.

In Quando tornerò l’allontanamento è quello di una donna rumena che lascia marito e due figli per venire in Italia, a Milano, a fare la badante, unico mezzo per racimolare i soldi necessari alla famiglia, della quale il coniuge, beone e inaffidabile come tanti maschi di quelle parti – stando al racconto che probabilmente molti di noi hanno ascoltato da badanti e colf slave – non si sa occupare.

Il racconto risponde a un preciso intento, che l’autore esplicita nella nota finale: “Da trent’anni a questa parte, due terzi dei migranti del pianeta sono donne. Eppure, nonostante questo dato di fatto, si continua a parlare di migrazione come una questione essenzialmente maschile”. Quasi che si potesse ignorare che “L’Occidente (…) va sempre più a caccia di cure e così – se le braccia servono prima di tutto ad accudire gli anziani, i bambini, i malati – si preferiscono braccia di donne”. La genesi del romanzo è però più complessa: il proposito di raccontare la condizione lavorativa ed esistenziale di queste donne – molte delle quali soggette a quello che gli psichiatri dell’est chiamano “Mal d’Italia” (“la depressione che colpisce chi resta per anni lontano da casa e dai figli”) e ricorda la malattia della nostalgia individuata dai medici del Seicento – si complica dopo che l’autore è andato in Romania per visitare le scuole e le comunità per gli “orfani bianchi”, i figli delle donne che vediamo ogni giorno intorno a noi. Perché sono loro, i figli di quelle madri, a costituire “l’ultimo anello della catena”. “Questa constatazione, pure così semplice – parlano molto anche dei figli, non solo dei mariti, le nostre badanti –, non mi ha lasciato scampo: la mia storia doveva avere come protagonisti anche i figli”. Ed ecco allora che accanto a Daniela, che scappa di casa per venire in Italia senza dire nulla ai familiari, non sentendosi di fare diversamente, compaiono Manuel e la figlia maggiore, Angelica. Il primo votato a un percorso di perdita di sé – la nostalgia non è solo di chi parte, ma anche di chi resta ci ha spiegato Vito Teti*** – e a un tentativo di autoannientamento; la seconda propensa a chiudersi in un’autosufficienza rancorosa. Il punto di vista, e la relativa voce narrante, nella prima parte sono attribuiti al ragazzo, nella terza a sua sorella. Al centro, la parte maggiore è quella che vede protagonista lei, la madre, le sue traversie lavorative, il suo inestinguibile senso di colpa che i ritorni estivi non fanno che rinfocolare, mentre l’incomprensione dei figli diventa un muro. Il racconto dei giorni milanesi si alterna a quello dei giorni e delle notti passati al capezzale di Manuel, in coma dopo una rovinosa caduta.

Un quadro disperato, che poco a poco saprà ricomporsi. Questo è il romanzo.

Si sbaglierebbe a cercarvi l’intensità evocativa, di vicende e paesaggi, che avevamo trovato in Resto qui, e tuttavia merita di essere letto, questo romanzo. Per la sua onestà. Per la limpidezza e la coerenza con la quale l’autore ha saputo tener fede al suo impegno, umano, civile.

*Resto qui, Einaudi 2018, in queste note il 15 aprile 2018
**Il figlio del figlio, Sellerio 2016, in queste note il 9 giugno 2016
***Vito Teti, Nostalgia. Antropologia di un sentimento del presente, Marietti 1820, 2021, in queste note il 4 aprile 2021

Questo testo compare anche nel sito della nuova libreria Rinascita di Brescia, alle cui attività culturali Carlo Simoni collabora.

Lo stile dell’unicità

Emanuele Trevi, Due vite, Neri Pozza 2021 (pp. 125, euro 15)

Basta un paio di pagine, e ti senti a casa. La casa in cui ti è sembrato di abitare leggendo il libro precedente di Trevi, Sogni e favole*. Lo stesso tono di resoconto pacato, capace di farti sentire in ogni momento che quel che è capitato a lui non ha nulla di eccezionale: potrebbe capitare anche a te che stai leggendo. L’eccezionalità è se mai dalla parte delle persone che lui ha incontrato e di cui tiene a parlare, a raccontare. Ma si capisce alla svelta che non di eccezionalità si tratta, ma di unicità, e per dirne occorre allora adottare uno “stile” appropriato. “Più ti avvicini a un individuo – infatti –, più assomiglia a un quadro impressionista, o a un muro scorticato dal tempo e dalle intemperie: diventa insomma un coagulo di macchie insensate, di grumi, di tracce indecifrabili. Ti allontani, viceversa, e quello stesso individuo comincia ad assomigliare troppo agli altri. L’unica cosa importante in questo tipo di ritratti scritti è cercare la distanza giusta, che è lo stile dell’unicità”. Quello stile che permette di fissare in poche righe il carattere saliente di una persona. Come l’amico Rocco, seguito sin dall’infanzia da “questo compagno segreto, da quest’ombra vanificatrice, da questa orrenda e inutile succhiasangue che è l’infelicità”, mentre “Nel fondo dell’anima di Pia, anche nei momenti più difficili e disperati, resisteva sempre una vocazione inestirpabile ad accudire, proteggere – esseri umani, animali, vegetali”.

Rocco Carbone e Pia Pera, due scrittori, due vite. Uniche come la loro scrittura, quella del primo in particolare, dominata da un “principio basilare”, “l’uniformità”, per cui la “narrazione, letteralmente, non batte ciglio, anche sporgendosi su abissi incommensurabili di angoscia e dolore”, essendo che per lui “la sfida è sempre la stessa: opporre al caos, alla forza del negativo (…) la certezza di un controllo razionale”. Una sfida vissuta nell’intimo, da un uomo al quale viene “diagnosticata una personalità bipolare”. Ma proprio qui è il punto, “una delle chiavi più importanti dell’opera di Rocco”: “La psichiatria (…) per essere efficace deve astrarre, ridurre la molteplicità dei casi e dei sintomi a delle costanti, creare delle definizioni: isteria, paranoia, depressione, episodio maniacale… Al contrario, la letteratura deriva la sua ragion d’essere dal rifiuto di ogni generalizzazione: è sempre la storia di quella persona, murata nella sua unicità, artefice e prigioniera della sua singolarità”.

Si fa evidente, via via che leggiamo, l’affinità fra l’infelicità dell’amico e la visione tragica del mondo e della vita esplicitata senza remore in Sogni e favole: “l’esistenza, dal punto di vista individuale, non possiede nessun valore – conta solo la specie”, anche se ci abita la “certezza illusoria di essere destinatari di un messaggio”, per cui “possedere un destino è la suprema finzione”. Anche se “solo nel riparo delle nostre finzioni l’esistenza è tollerabile se non sempre felice” e “costruire una versione narrativa di noi stessi” è l’unico modo di preservarci “dalla follia e dalla disperazione sempre in agguato”.

Diverse le ragioni della vicinanza avvertita, e lungamente coltivata, con Pia Pera, riassumibili in una sorta di “incanto” ammirato per la sua “anima prensile e sensibile. Incline all’illusione, facile a risentirsi”, a quarant’anni ancora nutrita di “preoccupazioni da adolescente” e capace di conservare “intatta, come un capitale al quale non poteva rinunciare, la sua predisposizione innata all’esperimento”, nel lavoro intellettuale come nelle relazioni, sia d’amicizia che d’amore; coerente fino all’ultimo nel seguire la strada che l’ha condotta “a qualcosa che è insieme metafisico e fisico al grado supremo: un giardino”, quel giardino a cui non dirà della propria morte imminente alla quale la malattia degenerativa la condanna (Al giardino ancora non l’ho detto, Ponte alle Grazie 2016**).

Due persone, due vite diverse sono quelle che ci vengono raccontate, non nella loro successione di eventi ma nel loro senso, in modo tale che per questa via in certo modo continuano, anche dopo la loro fine, “Perché noi viviamo due vite, entrambe destinate a finire: la prima è la vita fisica, fatta di sangue e respiro, la seconda è quella che si svolge nella mente di chi ci ha voluto bene. E quando l’ultima persona che ci ha conosciuto da vicino muore, ebbene, allora davvero noi ci dissolviamo, evaporiamo, e inizia la grande e interminabile festa del Nulla, dove gli aculei della mancanza non possono più pungere nessuno. (…) Ne deduco che la scrittura è un mezzo singolarmente buono per evocare i morti, e consiglio chiunque abbia nostalgia di qualcuno di (…) non pensarlo ma scriverne, accorgendosi ben presto che il morto è attirato dalla scrittura, trova sempre un suo modo inaspettato per affiorare nelle parole che scriviamo di lui, e si manifesta di sua propria volontà, non siamo noi che pensiamo a lui, è proprio lui una buona volta”.

A fine lettura resta la voglia di leggere (Rocco Carbone, nel mio caso, che non conosco) o di rileggere (Pia Pera, che ho invece spesso frequentato), anche se le parole di Trevi ci lascano l’impressione di conoscerli ormai entrambi, capaci come sono di dar corpo alla convinzione che l’incontro, “l’apparire dell’altro non è l’epifania di una reale alterità, ma significa l’emergere di una parte nascosta, o rimossa, della coscienza”. Anche della nostra coscienza.

* Sogni e favole. Un apprendistato, Ponte alle Grazie 2019, in queste note il 26 maggio 2019
**Pia Pera, Al giardino ancora non l’ho detto, Ponte alle Grazie 2016, in queste note il 30 agosto 2016

Questo testo compare anche nel sito della nuova libreria Rinascita di Brescia, alle cui attività culturali Carlo Simoni collabora.