Il funambolo

25/02/2016 | Scritto da Rinaldo Capra | (0 Commenti)

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Mi chiedo se l’arte, o l’artista, ha mai fatto altro se non isolare, rivelare, animare dare forza e accentuare l’individualità del singolo oggetto, percepito nell’abbondanza del mondo visuale.
Thomas Mann
Fotografare è una passione abietta da cui sono contagiati tutti i continenti e tutti gli strati sociali, una malattia da cui è colpita l’intera umanità e da cui non potrà mai più essere guarita. L’inventore dell’arte fotografica è l’inventore della più disumana delle arti. A lui dobbiamo la definitiva deformazione della natura e dell’uomo che in essa vive, ridotti a smorfia perversa dell’uno e dell’altra.
Thomas Bernard

1

Le linee d’intersezione dei piani di pavimento, parete e soffitto, nel mio studio non esistono. Ogni piano è raccordato da ampie e morbide curve che uniscono in illusoria continuità il verticale con l’orizzontale, il sopra con il sotto, in un falso sconfinato unico piano, apparentemente piatto, senza fine, senza tempo, quantomeno tre delle quattro pareti della grande stanza, dove realizzando ritratti fotografici, disintegro due delle quattro dimensioni. Il senso dimensionale è controllato dall’illuminazione, che con ombre o riflessi, può rivelare lo mancanza di angoli del cosiddetto limbo, (uno specie di enorme interno d’uovo), lasciare una sensazione di piano d’appoggio e un’ipotesi d’azimuth, oppure con sapiente scienza dell’illuminazione annientare completamente ogni relazione geometrica con il mondo di qualsiasi soggetto, in un bianco abbacinante o in un nero sconfortante, tranciando ogni legame con la miserabile realtà naturale di forma, luogo e tempo, ricreandola in sole due dimensioni, con la possente e tenebrosa nebulizzazione dell’arte fotografica, nella luce della mia personale interpretazione dell’essere in sé.

Gli attori o automi di ogni ritratto, sono in realtà spettatori inconsapevoli di un rito magico, circolare e a loro incomprensibile, del quale io sono padrone assoluto poiché ne conosco codici e caratteri, che credono, loro, di poter spiegare e tradurre nel linguaggio rettilineo del raziocinio e della didascalia. Nel vano tentativo di immaginare l’immagine prodotta dall’apparato mi osservano mentre posiziono le luci e li inquadro, ma non ci riescono e, come dice Flusser, ogni spiegazione logica si frappone tra loro e l’immagine che verrà prodotta, perchè essa, l’immagine, è sempre simbolica e non affrancandosi dalla necessità del pensiero concettuale essi cadono nella testolatria smarrendo la magia.
Con loro stessi portano l’immagine alterata che hanno sempre di sé e credono di poterla interpretare e contrabbandare meglio se aiutati dall’esoterica e indulgente capacità del ritrattista, che alla fine, sperano li farà riconoscere per ciò che vogliono e narrano di essere e mai sono. Le distorsioni e per l’aberrazione di questa società istituzionalmente ignorante, materiale, priva di ogni forma di sensibilità artistica e umana, sono magistralmente e pateticamente interpretate nei tentativi di dare un’immagine di sé iconograficamente accettabile per l’immaginario collettivo, da parte di questi spettatori aspiranti attori durante una seduta di ritratto. Incapaci di guardare dentro e cercando solo fuori invocano la magia della produzione di una loro immagine seppur cartacea: il ritratto. Da automi me ne danno mandato e secondo un programma necessariamente stabilito iniziano a muoversi secondo il caso, di fronte a quel giocattolo simulatore di pensieri che è la macchina fotografica, convinti che la ridondanza di informazioni, che mi esibiscono, li avvicini a un’illusoria possibilità di riconoscersi ed essere riconosciuti, accettarsi ed essere accettati, in quel percorso che sta tra loro e la morte: la realtà. Parlano, mi sommergono di metacodici per spiegarmi la loro immagine in potenza e chiedendomi di fare da funzionario della fotocamera, come se essa avesse già in sé tutto il programma del loro ritratto. Ma ciò non è mai possibile. Li osservo avvicinarsi al set preoccupati, deboli, in cerca di un mio consenso come bambini insicuri, con i visi spesso tesi in risatine sardoniche d’incertezza, pudori caustici o esibizionismi isterici, ma con un’unica ossessione: riuscire ad interpretare sé stessi ed averne di riflesso un’immagine riconoscibile al mondo di ciò che vogliono credere di essere. Per la propria immagine personale inseguono sempre un modello stereotipato, preconcetto: quello della loro cultura visiva e sociale. Anche i timidi e ritrosi, quelli che non vogliono farsi ritrarre, gli eterni traccheggianti, un piede su e uno giù dal set fotografico, con i loro piagnistei sono sempre così lontani dall’idea di loro stessi e accomunati a tutti gli altri dall’insostenibile orrore e meraviglia di non riconoscersi, di non esser riconosciuti e quindi di non essere. Tuttavia sono loro stessi che senza nessuna ironia arrivano vestiti di falsità, tradendo la loro intima essenza, lontani dalla loro anima. Nessuno sa più farsi ritrarre con disinvoltura. Difficile trovare qualcuno che abbia un’intima e sensibile immagine di sé. Nessuno è disinvoltamente lontano dal suo aspetto corporeo e vicino a ciò che veramente è, per ciò che ora è e che poi, dopo la morte, non sarà. Loro stessi negano la loro esistenza in quanto esseri incapaci della minima trascendenza, come fossero già morti, sospesi sul mio limbo tra terra e cielo ideale. Allora di fronte a quell’agglomerato informe di pensieri e volontà, dopo un attento studio dei sintomi, produco l’automa, che secondo il mio programma e l’aiuto degli apparati fotografici, alla fine del rito potrà diventare un’immagine, un ritratto. Come il dotto rabbino Bezhael Low nella Praga di Rodolfo, impasto l’argilla con cui creerò il Golem e a cui darò vita con l’inserimento dello Shem, il tassello d’osso su cui è scritto il magico, segreto e impronunciabile nome di Dio. In camera oscura poi, ridurrò cartaceo e inanimato, in una stampa, il mio Golem, seppellendolo in fondo a un cassetto dell’archivio per dimenticarlo, che forse un giorno riaprirò per rinnovare lo stesso potente stupore.
La leggenda dice che il Rabbi Low per stanchezza dimenticò di togliere lo Shem dal Golem per il riposo del sabato e questi distrusse l’intero ghetto di Praga uccidendo migliaia di innocenti. Con uno stratagemma Rabbi riuscì a neutralizzarlo togliendogli lo Shem, il Golem cadde o terra impotente e privo di vita e fu nascosto in una stanza magicamente inaccessibile nello sinagoga Vecchio-Nuova, dove tutt’oggi giace inanimato, ma se qualcuno, che conosce la combinazione di caratteri magici dello Shem, lo ritrovasse, potrebbe riportarlo alla vita con il suo devastante potere.

2

Ricordo che da bambino fui accompagnato da mio nonno per il primo ritratto fotografico della mia vita. Il nonno, vecchio radicale socialista, eroe della prima guerra mondiale, viveva con enorme tensione il momento di creare un’immagine tecnica di sé, il suo sembiante cartaceo bidimensionale. Il fotografo, amico suo e compagno di partito, aveva lo studio a poche centinaia di metri dalla casa del nonno, ciononostante i preparativi furono lunghi e laboriosi, come per un lungo viaggio. Dapprima bisognava comunicare ufficialmente il progetto a mia madre, che lavorava da sarta in casa, lontana e disattenta a qualsiasi problema che non fosse economico. Così, si presentò sull’uscio di casa, impettito e con aria severa e di circostanza disse a mia madre, china sulla macchina da cucire, che era ora che lui ed io avessimo un ritratto ufficiale assieme, visto che ero l’unico nipote che aveva e che lui, il nonno, ormai in avanzata età, voleva essere ricordato da me ancora valido, nella sua stupefacente forza fisica e morale, prima dell’immancabile, ma per me bambino impossibile, decadimento. Mia madre abituata al tono marziale e un po’ pedante del nonno alla sua richiesta, non sollevò neppure lo sguardo, disse solo: – E chi paga? – Il nonno assicurò che il pagamento del fotografo, del compagno fotografo dovrei dire, sarebbe stato totalmente a suo carico e ricevette da mia madre uno stralunato cenno d’assenso, e così dette l’avvio all’operazione ritratto. Per prima cosa stabilì che quella notte avrei dormito da lui, anche se la distanza tra le due case era irrisoria, perché dovevamo prepararci al particolare momento che ci attendeva, con solennità e, come dicevo lui, rango. L’indomani ci aspettava un ritratto, un vero ritratto, non una di quelle stupide fotografie che servivano solo agli sbirri per riconoscerti e sbatterti dentro dopo uno sciopero, o per appiccicarle su un documento, dove tutti i proletari erano rappresentati nella brutalità dello loro condizione infame e avevano delle facce da scemo, diceva, come quelle pubblicate su un libro di teorie lombrosiane, che mi fece poi vedere. Un ritratto intenso, studiato, che avrebbe dato dignità alla nostra condizione di intellettuali rivoluzionari e illuminati, che affrontano a viso aperto, con arte e poesia, l’ostilità di un mondo orrendo e ingiusto. Naturalmente ero emozionato e felice di essere coinvolto dal nonno in una cosa che lui riteneva così seria e importante e di essere io stesso messo sul suo stesso piano di rivoluzionario. In famiglia, al meglio si ridacchiava delle idee del nonno, senza mai prenderle sul serio. Le si attribuiva a una ferita di baionetta alla testa durante la guerra, sull’Isonzo, che oltre ad avergli lasciato una vasta cicatrice vicino all’orecchio, si diceva avesse accentuato il già eccentrico carattere. Giunti nella sua officina, come chiamava uno scantinato sotto casa dove faceva un po’ di falegname e si rifugiava a leggere i suoi libri ordinati in un’ampia libreria di noce da lui stesso costruita, avvisò la nonna che sarei rimasto a cena e a dormire e subito cominciò la preparazione al ritratto. Iniziò immediatamente a sfogliare vecchie riviste e libri di storia, facendomi vedere ritratti di re e generali, che quantunque da aborrire come simbolo dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo, avevano comunque cultura e sapienza, erano, come diceva lui, proprietari dei mezzi di produzione industriali ed intellettuali, e era significativo quindi come posassero in quei ritratti per dare alla storia la possibilità di conservarne uno loro immagine significativa. Mi faceva notare come tutti stessero attenti a rendere vivace l’occhio, il viso sereno, ma inflessibile nel rigore morale, nell’atteggiamento serio ma mai altero, e come il sobrio decoro regnasse nei loro abiti. Mostrò anche fotografie di anarchici e rivoluzionari, dei quali elogiò la fierezza dello sguardo, ma criticò lo scarso rispetto per delle convenzioni correnti di abbigliamento, concludendo che chi non ha rispetto per il proprio aspetto non può pretendere di essere rispettato. La dignità del proprio aspetto esteriore non è una vacuità borghese, infatti con queste teorie sciatte, diceva, la rivoluzione non si era ancora fatta. Convinto di avermi esaustivamente illustrato i miei doveri di essere umano libero rispetto alla fotografia, onde essere eternamente trasparente al mondo, passò a cercare, nella sua vecchia cassa da soldato della prima guerra mondiale, oggetti e simboli da portare con sé per il ritratto, e mentre lo faceva, mi parlò di un suo amico che aveva combattuto nelle guerre d’Africa, e che gli aveva raccontato che quei poveri esseri, gli africani, totalmente superstiziosi e ignoranti, capaci persino di adorare un pezzo di legno o d’osso, diceva, avevano paura a farsi fotografare, temendo gli fosse rubata l’anima. Il mattino successivo andammo dal fotografo. Fui subito affascinato dagli apparati tecnici, mi divertii molto e non ricordo quasi nulla delle discussioni di natura etica che si protrassero per ore, fino a mezzogiorno, prima nello studio fotografico e poi all’osteria, sulla pretesa del nonno di avere davanti a sé, mentre si posava per il ritratto, uno specchio per controllare la propria espressione ed essere cosciente dell’aspetto adeguato, personale e unico che voleva rappresentare e quindi essere. Lui voleva essere quel che voleva apparire, autenticamente, intimamente e senza la menzogna di mediazioni culturali: così era! Conservo ancora quella foto.

3

Ogni volta che finisco un ritratto, sento il bisogno di sedermi al centro del limbo e smarrirmi. Rivolto in modo da avere tre lati senza spigoli che mi avvolgono su tutto l’arco visivo, sistemo l’illuminazione con un riflesso esattamente a metà della mia visuale per sentirrni galleggiare in un piatto e nebbioso paesaggio padano, dove la linea dell’orizzonte non è altro che un lieve bagliore all’incontro tra biancastro cielo e grigiastra terra e tutto è immobile. Guardo il ritratto, respiro e penso alla morte. Pian piano mi avvicino con lo sguardo al tondo della pupilla riprodotta sulla stampa e mi accorgo che è un terrificante pozzo scuro, in cui precipito sgomento, nel tentativo di attraversarla come un acrobata che cammina sul filo, spaventato perché non ancora morto, perché sconfitto dallo paura. L’acrobata deve essere già morto prima di salire sul filo, per liberarsi dalla paura, affidarsi alla sensibilità dei suoi piedi, ed essere armato solo della forza delle mani che stringono il lungo e pesante bilanciere, attraversare il pozzo senza provare la letale vertigine, quando a metà percorso il suo sguardo incontrerà la sua immagine in bilico che si riflette nelle gelide e tenebrose acque di cui è colmo il fondo. Ogni pupilla di ogni ritratto, seppur diverso per espressione e intensità, seppur diverso per tecnica di ripresa è sempre comunque un pozzo scuro, nel fondo del quale, ancor più inquietante per l’aberrazione della prospettiva sferica, si riflette la mia immagine di acrobata terrorizzato in spettacolo. Immagine avvinghiata all’apparato, persona viva e meravigliata davanti o uno stolido pubblico fatto di una sola persona che non resiste alla vertigine dello specchiarsi e precipita infrangendosi nel proprio riflesso nel fondo nero che doveva vincere e attraversare. L’incontro inaspettato con lo propria immagine é insostenibile. Del resto da molto tempo nella mia cosa e nel mio studio sono stati banditi tutti gli specchi. Ogni volta che mi trovavo davanti a uno specchio scrutavo il mio occhio con intensità estenuante, cercavo nell’iride, nella pupilla o nella purezza del bianco del bulbo, anche il più piccolo segno di identità peculiare e personale o di cambiamento. Era sufficiente uno sguardo e l’accessorio domestico denominato specchio si attivava con perversa efficacia, rimandandomi un altro me stesso sconosciuto e per quanto facessi per orientarmi, mi smarrivo nell’angoscia agorafobica dell’immenso vuoto che trovavo nella mia pupilla. Enormemente rassicurante cominciare ad esplorare le pupille altrui, trasformarmi in ritrattista fotografico e speculare, ignorando di specularmi nelle pupille degli automi fotografici ai quali avevo dato vita e identità, seppur bidimensionale, a mia discrezione e vivendo emozioni per procura come fossi un terzo escluso. Nella mia anabasi, certo della mia identità verso me stesso e Dio, al punto da non aver bisogno d’avere un’immagine mentale di me, ma solo dei miei automi ritratti, mi scontro con l’involontario specchiarmi in ogni occhio che ho fotografato, diventando il terrorizzato acrobata che precipita in ogni pozzo buio che tenta di attraversare sfracellandosi nella tenebra che fa da specchio. Ne ho terrore. E’ straziante la sensazione di caduta in quest’occhio. Mi procura dolore e tensione insostenibile e incredibilmente non ho alcuna voglia di fuggire e di sottrarmi a questo sofferenza, ma attraversarla, sentendola fino in fondo per l’orrore e l’incertezza che mi spetta per nascita e che è il mio io. Non mi resta altro che smettere di fotografare estranei e comprarmi uno specchio, oltretutto quel che vedrò sarà il solito e non una novità.

Bibliografia

Benjamin – L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica – Einaudi
Flusser – Per una filosofia della fotografia – Agorà Editrice
Barthes – La camera chiara – Einaudi
Schawarz – Arte e fotografia – Bollato Boringhieri
Calvino – Le avventure di un fotografo – Einaudi

Questo testo è apparso nel catalogo della mostra “Controcanto“ Palazzo Gambara 1998

Domenica

24/11/2015 | Scritto da Carlo Simoni | (0 Commenti)

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È domenica, ma si sveglia prima dell’alba: non un incubo o l’insonnia, ma un’indistinta voglia di fare spinge Ezio ad alzarsi nella casa ancora buia, dove la moglie e la figlia dormono. Si limita a sfogliare qualcuno dei volumi che ha tolto dalla sua libreria e accatastato sul tavolo, per riordinarli e soprattutto per disfarsi di quelli che da anni non prende in mano.
È una di quelle domeniche destinate alla visita ai suoceri che abitano sul lago: un breve viaggio in treno, il pranzo, i soliti discorsi e poi il ritorno. Ma non sarà come le altre: Giacomo, il padre di sua moglie, che col tempo gli è divenuto amico, è malato. Sta vivendo i suoi ultimi giorni.

Non eventi imprevisti, ma riflessioni, ricordi, intuizioni che attraversano la mente di Ezio fanno di questa domenica una sorta di spartiacque nella sua vita. Ed è nella scrittura, nella decisione di scrivere della giornata appena vissuta, che il protagonista individua una via per introdurre un cambiamento decisivo nella propria vita. Una vita segnata dalla riluttanza a coincidere pienamente con la propria condizione, dalla tendenza a immaginare altri destini sull’onda di un desiderio sempre proiettato in un indefinito domani.

Quelle che seguono sono alcune pagine nelle quali compaiono temi ricorrenti nel romanzo: il destino dei libri accumulati per decenni, il rapporto con la dimensione pubblica e la politica, ma soprattutto il pensiero della morte, e del proprio rapporto con il Tempo.

[…]

Comprava uno due libri quasi ogni settimana.
Tornare a casa con un paio di libri nuovi da spiluccare prima di andare a letto lo faceva star bene. Tanto sapeva che avrebbe letto tutto.
Non riusciva a tener dietro ai suoi acquisti. Ma avrebbe letto tutto.
È difficile però leggere un libro dopo tanto tempo che lo si è comprato. Averlo tenuto in casa per anni, al suo posto, insieme agli altri dello steso autore o che trattano della stessa materia, ti dà l’impressione di averlo letto. Forse, gli viene da pensare adesso, ma senza far sul serio, potrebbe eliminare tutti i libri che non ha mai letto. Ma allora perché non quelli che ha letto? Come quel tale, che all’idraulico che gli era venuto per casa e guardando la libreria stracolma gli aveva chiesto se aveva letto tutto, aveva risposto: no no, quelli che ho letto li ho buttati nel cassonetto della carta, questi sono quelli che devo ancora leggere. Bella riposta. Un po’ stronza a voler vedere. Da intellettuale che tira per il culo quelli che non leggono, quelli che gli unici libri che hanno in casa sono i testi scolastici dei figli e l’enciclopedia della salute. O degli animali.
No. Lui libri nel cassonetto non ne ha mai buttati e non ne butterà mai, figuriamoci. Anche se ormai lo sa che non li leggerà tutti. L’ha capito di colpo, un giorno, come per caso. È così che ci si accorge, quando ci se n’accorge, delle cose importanti che succedono nella vita.
Ce ne sono lì decine che non leggerà mai. E non è solo perché il tempo che ha davanti è meno, molto meno, di quello che ha dietro, già vissuto. No. Non è solo per questo che si lascerà dietro libri comprati e neanche aperti, se non al momento dell’acquisto, in libreria.
La questione è un’altra. Ha capito che ha sempre letto non solo per il proprio piacere o interesse o curiosità, ma anche per gli altri: non è mai stato uno di quelli che sfoggiano le loro letture, però, nel momento stesso in cui leggeva aveva l’impressione, piacevole, di acquisire un credito nei confronti degli altri. Anche se magari non avrebbe mai avuto occasione di parlare con nessuno di quello che aveva letto. Gli bastava poter pensare, anche solo in teoria, che quel che leggeva andava ad aggiungersi a quello che aveva già letto e tutto questo gli sarebbe venuto buono una volta o l’altra: per parlarne con qualcuno che avesse letto le stesse cose, quantomeno. A ben vedere non avrebbe mai saputo dire di preciso perché si sentisse incoraggiato a leggere da questa specie di fiducia. Forse la ragione doveva proprio restare poco definita. Come l’identità di quei lettori paralleli. Quello che invece da qualche tempo sente è che non gli riesce più di leggere come se leggesse per gli altri, o con altri. Non ha altra possibilità che quella di leggere per se stesso. Come sempre è stato, di fatto: ha sempre letto per sé, certo. Ma è diverso adesso. Sente che non ci sono altri a cui potrebbe dire di quello che ha letto: si sono dissolti. Non li sa più immaginare. E dunque ha pensato di dover leggere, o rileggere, solo quello che lo interessa davvero, che in qualche modo serve a lui. Anche se ne avesse il tempo, perciò, probabilmente molti dei libri che ha accumulato non li leggerebbe mai. Anche da lì è venuta quest’idea di eliminarne buona parte. Ma è difficile: l’unico criterio dovrebbe essere quello di tenere solo i libri che hanno davvero contato per lui. I molti che ritiene importante aver letto, e i pochi che forse potrebbe aver senso leggere d’ora in poi.
E gli altri? regalarli? e a chi?
No, niente regali. A meno che… a meno che dei destinatari non si sappia nulla. Sì, però di lasciare in giro un po’ alla volta, uno qui uno là, i suoi libri, metti uno su una panchina dei giardini, un altro nella sala d’aspetto del dentista, un altro ancora sulla reticella di un vagone del treno, questo no. L’aveva colpito l’idea quando un’amica francese di Valeria, passata a trovarli di ritorno da qualche giorno di vacanza a Venezia, aveva detto che proprio quel giorno aveva finito di leggere un bel romanzo, in cui entrava anche Vivaldi, e quando Valeria le aveva chiesto di prestarglielo s’era dispiaciuta. Non poteva: una volta girata l’ultima pagina l’aveva lasciato sul tavolino del bar davanti a Santa Maria dei Miracoli. Per un momento gli era sembrato un gesto poetico, e divertente, molto francese insomma. Poi si era limitato a riconoscere che non era stato come buttarlo, quel libro, in un cestino dei rifiuti alla stazione. Ma era stato pur sempre un abbandono, un lasciarlo lì e andarsene sapendo che non ti può seguire, solo come un cane. Ecco, come un cane.
E anche portare i propri libri sul tavolo di qualche biblioteca di quartiere: fare bookcrossing, come dicono, o portarli le domeniche in cui fanno questa cosa, ci sono associazioni nate proprio per farlo… Be’, sì, quello non è abbandonarli come cani. È qualcosa di diverso… È come… esporli. Esporli come facevano coi bambini che non si poteva o non si voleva tenere. Prenderne altri in cambio poi… un baratto che gli sembra troppo disinvolto, in qualche modo spietato. Nei confronti del libro che avevi comprato, che avevi tenuto con te per anni, e poi via, come se fosse stato sempre e soltanto una cosa. Sono cose che si hanno, i libri, d’accordo: ma diverse dalle altre. Vive, a modo loro, grazie a te che continui a tenerle, anche se non le usi più. Sono stati lì per anni, i libri, taciturni, e tu te ne disfi come se fossero stati lì per caso, senza rapporti con i loro simili che tu gli hai scelto come vicini.
No, non sa come farà a dar via i suoi libri.

***

[…]

Valeria i giornali non li legge, però quel che succede lo sa e un’idea ce l’ha sempre. Poi, non è che si parli di politica, neanche con lei. Ma non perché lei lo trovi importuno, o noioso. È che lo lascia dire per qualche minuto e poi le viene quello sguardo, affettuoso ma vagamente ironico, che significa sì, bene, hai ragione, ma ci tieni davvero a queste cose? È come se gli dicesse, insomma, che certo, non sta facendo chiacchiere, ma fra loro… non è il caso. Loro lo sanno che anche parlare di politica è un modo per non parlare di sé, di come stanno davvero. E lui lo sente che c’è del vero, in questo. Lo sente anche se al momento ci resta male, e quel leggere poco o niente del tutto i giornali gli sembra un muro che lei ha tirato su fra loro. Ma lo sa, è vero: parlare di politica, in fondo, non è che la chiacchiera che lui – che le chiacchiere non le sopporta – predilige. Salvo rendersi conto, le rare volte che gli capita – e se capita è solo con chi la pensa come lui, naturalmente – che con tutto il suo leggere, libri e giornali, il più delle volte non ha argomenti diversi da chi legge molto poco, e magari gli si è rivolto con quel tu che leggi i giornali che lo fa sentire come uno stravagante, rimasto aggrappato a un’abitudine che non ha più senso, o come un animale in via di estinzione. Matteo, suo cognato, parla di automobili, il suocero, Giacomo, parlava di viti e caccia, lui di politica. Tutto qui. Forse è questo che è diventato, il parlare di politica.
giovani non ti badano proprio se vai su quegli argomenti, e quelli della sua età, anche quelli della sua idea, lasciano cadere: sappiamo com’è andata, dai, cosa stai lì a insistere… Anche perché, forse, parlar di politica li rimanda ai tempi in cui pensavano di diventare qualcosa di diverso da quello che sono. E oggi sono solo quelli che sono. Finita. Anche se non sono scontenti di quello che sono diventati. Finita, in ogni caso.
Quelli poi che non sono più giovani ma sono ancora lontani dai sessanta sessantacinque, quelli li raccomando. Sono i primi a infastidirsi di fronte a certi discorsi. Come i suoi cognati, per esempio. Ma di cosa parleranno, loro? Che cosa si diranno Matteo e Loredana? Non riesce neanche a immaginarseli a discutere di qualcosa. Che non sia la marca da scegliere o le calorie da mangiare. Da non mangiare anzi.
Ma in fin dei conti, cosa fanno di male questi due? A loro il mondo va bene così com’è. Ecco. Il fatto è che per lui quelli che la vedono così sono subito sospetti, persone da averci a che fare il minimo necessario. Coi clienti del negozio è un’altra cosa: lì van bene tutti, non c’è da fare i difficili. Ma fuori… È proprio rimasto quello che era, da giovane: o uno la pensa come lui – o quanto meno si vede che ci sta alle strette nel mondo-così-com’è – oppure è uno che non vale neanche la pena di parlarci. Perché – qui sta il punto – lui questo mondo lo considera provvisorio, sotto sotto, o meglio: non del tutto vero. Ce ne può essere un altro, quello giusto, ma è inutile cercarlo dietro o sotto questo che si vede, in cui si vive. Che cosa c’è dietro? Che cosa c’è sotto: erano frasi che si dicevano, che si leggevano sui giornali, quando erano giovani, e facevano politica. Ne discutevano ore. E adesso, molti di quelli che cercavano dietro, siccome si sono accorti di non aver trovato niente, o si sono stufati di cercare, pensano che non c’era niente da trovare: perché dietro, o sotto, non c’è niente, e così è andata a finire che la pensano proprio come quelli che han sempre pensato così e perciò non hanno mai cercato. Sono gli stessi che – all’avvicinarsi dei cinquanta, nella maggior parte dei casi – senza entrare a far parte della schiera di quelli che si usa definire voltagabbana, un cambiamento l’hanno comunque fatto: è come avessero creato una propria, personale bad company. Loro restano quelli che erano, ci mancherebbe: uomini di sinistra, di sinistra quella vera. Però… il lavoro è lavoro, il mondo è questo, devi pur sopravvivere in tutta questa merda… E allora si son costruiti una specie di personaggio parallelo che ha una disinvoltura e ostenta una spregiudicatezza da far invidia a quelli che banditi lo erano sempre stati, e dei loro principi da legge della giungla erano sempre andati orgogliosi.
Dire che sono dei cinici non è dirla tutta: sono dei cinici bugiardi, cinici a corrente alternata, perché li devi sentire come sanno battere i pugni sul tavolo quando – fra amici, amici fidati, di quelli di una volta – parlano di politica.
Lui no, cinico di sicuro non lo è diventato, né lo è mai stato. Scettico se mai. Passava per scettico in quegli anni della politica. Scettico e spocchioso, anche.
Era la maschera che da qualche tempo usava: per distinguersi dagli altri, perché non riusciva ad aderire alla loro fiducia. Perché lo vedeva: era una fiducia che, presi uno ad uno, non avevano, e che manifestavano invece se erano insieme. Nelle riunioni e ancora di più nelle manifestazioni.
Lui no, neanche in quelle occasioni credeva che le cose stessero davvero per cambiare da cima a fondo.
Non lo sapeva spiegare, ma non ci credeva a tutta quella foga di saper vedere che cosa c’era davvero dietro: ai discorsi dei politici, alle manovre degli industriali, alle guerre. Perfino a quello che facevi o pensavi. Quegli altri lo sentivano che lui non era del tutto dalla loro parte. Ed è andata a finire che lui da quella parte c’è ancora: perché – crede di averlo capito, adesso, non da molto tempo – lui pensava, anche se non abbastanza da dirlo, allora, che si dovesse cercare dentro. Né dietro né sotto: dentro. Dentro questo mondo, dentro gli uomini e le donne che ci sono, non in quelli che ci saranno. O che sono da qualche altra parte (il suo sentirsi spaesato, distante dagli altri, nei pochi cortei studenteschi cui ha partecipato: con quell’inneggiare a Al Fatah e al compagno Ho Chi Minh…). Lui pensava, senza sapere il perché – non lo saprebbe spiegare davvero neanche adesso, se è per quello – che l’altro mondo, quello giusto, è dentro questo che conosciamo e non ci piace. C’è già, è qui, vicino, anche se per arrivarci, per farlo venir fuori chissà cosa ci vuole. Un lavoro lunghissimo, difficile, che non si sa se riuscirà mai. Ma, almeno, scavare nel posto giusto: dove si è, non da un’altra parte. Non lo sa perché la pensa ancora così. Non sa pensarla diversamente, ad ogni modo.

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Recensioni

Da Bresciaoggi del 15 gennaio 2016.
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[BSO_F1 - 41] BSO/ST/PAG/ST02 ... 15/01/16

Da Gruppo 2009 del 6 gennaio 2016: link
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160106.simoni.gruppo2009

Da AB inverno 2015.
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Villaghe

05/11/2015 | Scritto da Mauro Abati | (1 Commento)

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Spontaneo evento d’arte la costruzione coi materiali trovati sulla spiaggia. Accanto alle città, infatti, il mare depone nudi elementi e chi passa ritrova sogni, giostre e labirinti.
Gesti antichi sono il costruire, l’ordinare: un tempo per sé, un gioco, un cimentarsi che passa di mano in mano, di giorno in giorno. Un edificare al meglio ed ecco che nel mio viaggio trovo un villaggio.
Un’idea di capanna, salvazione di piccoli naufraghi. Si pone il sedile sulla soglia; si costruisce l’urna di un rito astratto; si decora il perimetro; si segna il cortile; si delimita per agire; si arreda la sabbia e si dà bellezza. Il gioco è minuto ma richiede perfezione. Lo spazio si fa paesaggio.
Edificare in perpetuo, ma ora i gesti sono in ascolto soltanto di sé, del proprio immanere, della propria cura.
Forse tombe, forse cortili, forse clessidre d’aria; il vento s’incaglia nella conchiglia, seme gettato nell’arido campo.
Fusti ficcati nel leggero delirio; con ciottoli sottratti ad ampie mareggiate e con altri legni accanto, un totem si forma. Dalle mani della fortuna viene attinta una pertica. Sminuzzate le canne, sono costruiti piccoli recinti, scatole.
Spine di scheletri innalzati: animali che scrutano l’orizzonte. Passerò di lì per capire la traiettoria di sguardi o lo sbattere di bandiere involate, o sopravvivenze a battaglie perdute, oppure aratri, vaghi intarsi, sedimenti, ciuffi, ritmi semplici, boschi di stecchi.
E mi chiedo quali sono le voglie, perchè quei lenti rifare, quali gli andati dalle case.
E sono io a rimanere? Ancora quanto? A fare nel mondo, in fondo, nuvole. Salmodia il silenzio tra il popolo assente, tra i salmastri ripari.
Tra alcuni stesi al tardo sole, fra altri che passeggiano costeggiando i labili vicoli, vago come tra resti d’antiche dimore, immaginando la direzione presa dai gendarmi e quella presa dall’assassino.

Nessuno ha detto niente

09/06/2015 | Scritto da Carlo Simoni | (0 Commenti)

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Diversi sono gli episodi e le situazioni da cui prendono spunto questi racconti, pensosi alcuni, altri venati di umorismo, ma percorsi da un tratto comune, rappresentato dall’atteggiamento di chi vi è coinvolto. Nessuno dice niente, per ragioni diverse: banale conformismo, o ritegno prudente; reticenza o indiff erenza, vera o apparente che sia.
Un non voler vedere, un non voler sapere: una scelta di diniego se non di rimozione, che si risolve comunque nell’astenersi dal prendere posizione, dal passare a un intervento attivo. In questo contesto, maturano però anche altre scelte, dettate da attitudini discrete alla separatezza, da private secessioni, da progressive adesioni alla pratica di un silenzio che non è assenza, né rinuncia alla parola. Un silenzio che somiglia a quello degli animali.

Sono i narratori che via via compaiono in questi racconti, essi stessi coinvolti nelle vicende che riferiscono, a dover constatare l’emergere di questa generalizzata e diff usa propensione a chiamarsi fuori, o comunque a tacere, e a farvi in qualche modo argine contrapponendo il loro bisogno di rendere testimonianza di quanto accade.
È proprio la loro incapacità di allinearsi a quella sorta di omertà volontaria che sembra pervadere i comportamenti collettivi a fornire un’occasione essenziale e a off rire una motivazione di fondo alla scrittura.
Perché scrivere – lo ricorda Maria Zambrano – “è difendere la solitudine in cui ci si trova; è un’azione che scaturisce soltanto da un isolamento eff ettivo, ma comunicabile”.

Quelle che seguono sono le pagine iniziali di alcuni dei racconti.

Pappataci

Guarda… una cosa mai successa. Ero lì che stiravo. Tutt’a un tratto ho sentito… come un prurito, ma fortissimo: un bruciore, ecco. Come una scottatura, ma da grattarsi, da non farcela più a star fermi. Ho dovuto metter giù il ferro da stiro: sulla gamba era, dietro il ginocchio, che sai che se c’è un posto brutto quando ti pungono le zanzare… be’, una roba che… mi sono seduta e ho cominciato a grattarmi che non la finivo più… sì, certo che lo so, figurati: ero io a dirtelo sempre, ti ricordi? lascia stare, non grattarti che se no è peggio. Ma questa era un’altra cosa: da non resistere, ecco. Sì, due o tre segni rossi, appena un po’ gonfi, niente di speciale, semplici tossole a guardarle. Eh no, è questo il fatto: che qui di zanzare non ne abbiamo mai avute, tant’è vero che non abbiamo mai avuto in casa niente… non so, zampironi, o spray… Ah sì? A te era capitato quando andavi a caccia col papà? Be’, però lì eravate nell’umido, si capisce che c’erano zanzare e roba del genere, ma qui… No ti dico, non ne ho viste: è questo il fatto. Di zanzare neanche l’ombra… Ma no, figurati se sono andata nelle ortiche… a fare? Sì, va be’, ciao, sì, andrò in farmacia a prendere qualcosa… ciao… ciao…
Come al solito ho messo giù il telefono tirando un sospirone, di sollievo e di rabbia anche. Se non la liquidavi, a un certo punto, lei era capace di andare avanti ore con una telefonata, anche quando non aveva niente da raccontare. Come adesso: mezz’ora perché un insetto l’aveva punta! Che palle! Ma del resto, se non le ho fatto la telefonata giornaliera… è come se non mi sentissi a posto. Hai bisogno di soffrire, mi dice Mara. No, dico io: si deve prevenire il rimorso, inutile dire, dopo: pensare che quando c’era non le telefonavo mai povera mamma e cose del genere.

Stanotte mi sono svegliato di soprassalto: l’alluce destro, sul lato interno. Mi ero sognato che camminavo sui sassi e mi facevano male. Invece nel sonno mi ero grattato, un piede contro l’altro, e adesso non ce la facevo a star fermo. Mi giravo, mi rigiravo. Cercavo di non grattarmi più. Mi son messo un po’ di saliva dove mi prudeva di più, ma non serviva a niente. Stavo svegliando anche Mara col mio agitarmi. Allora mi sono alzato, sono andato in bagno: niente, un piccolo rossore. Solo quando sono stato lì, a guardarmi l’alluce alla luce del lavandino mi è tornata in mente la telefonata di mia madre. Vuoi vedere che… Ma no. Lei è in città, a trecento chilometri da qui, nel caldo della città. Qui siamo al fresco, in montagna… Eppure…
Neanche l’acqua fresca mi dava sollievo. Ho cercato di distrarmi. Ma cosa volevi fare lì, in una camera d’albergo? Tornare a letto, al buio, neanche parlarne, con quel tormento. Ho preso il giallo che avevo iniziato e mi sono seduto sul water chiuso, a leggere. Ogni tanto il piede nel bidè, sotto l’acqua. Ma non mi passava neanche così. Sono rimasto in piedi due ore prima di poter tornare a stendermi e addormentarmi.

E’ cominciata così, per quel che mi ricordo. E non è più finita. Ma non è sempre andata allo stesso modo. Allora, nei primi tempi, e ancora per un bel po’ dopo, non si faceva che parlarne. Tutti ne parlavano, o ne scrivevano: i giornali, le tivù. Adesso no. Non è che sia vietato, ma…
Allora sembravano tutte coincidenze, casi strani, accaduti solo a te, e dunque volevi saperlo se erano capitati proprio a te soltanto. Spiacevoli, certo, ma più che altro roba da far due chiacchiere, un po’ come il tempo e le stagioni. Era tutto un ma pensa te, ma non dirmi, sai che anch’io eccetera.
Poi sono cominciati i pareri degli esperti. Primi gli entomologi naturalmente: eravamo diventati tutti esperti delle diverse famiglie di pappataci, una parola che avevo già sentito ma che non avevo mai usato: mi sembrava goffa…

***

La bufera

Si guardano negli occhi. Non s’era mai accorto che l’asino ha gli occhi così distanti, ai due lati del muso: adesso che ce l’ha proprio di fronte vede che sporgono, a sinistra e a destra. Eppure, anche se messi in questo modo, lo guardano fisso.
Gli occhi, dell’asino, nei suoi. I suoi in quelli dell’asino.
Stava passando, a testa bassa, e non si era accorto. E’ stato l’asino a venir giù per il prato, di corsa. Ha raggiunto il filo spinato nel punto dove era arrivato lui in quel momento, e ha fatto il suo raglio. Quell’urlo appena tentato che poi, nel sentirsi, sembra si perda d’animo e finisca in quel resto di grido sconsolato che suona come una rinuncia, quasi che l’asino si fosse una volta di più convinto che non è il caso di continuare, né di riprovare.
Ogni raglio di asino sembra l’ultimo. L’ultimo tentativo, una prova cui ancora una volta non ha saputo resistere ma che non farà più.
E’ stato dopo, che sono rimasti lì a guardarsi negli occhi. Dopo il raglio e dopo che l’uomo è salito di un passo sulla proda e tenendosi a un paletto del filo spinato ha raggiunto con la mano la fronte dell’asino e ce l’ha tenuta un momento.
Adesso sono lì uno di fronte all’altro. Fermi. Passano almeno due o tre minuti prima che l’animale distolga lo sguardo.
L’uomo sente che ha fatto male. Non doveva insistere, doveva smettere prima lui di guardar fisso negli occhi l’asino. Ma è andata così.
Gli dà ancora un carezza. Nota che è un asina, non un asino.
Le dice arrivederci, ad alta voce.
Poi riprende a salire, ma sente i tonfi degli zoccoli dell’animale che lo seguono: cammina poco dietro di lui, lungo il sentiero che le sue zampe hanno scavato parallelo alla strada, appena di là del filo spinato.
L’uomo, quando arriva all’angolo dove la recinzione finisce, si impone di non girarsi a guardare l’asina. Sa che è là che lo guarda andarsene.
E’ una cosa che conosce e non sopporta. Lui che se ne va e qualcuno che lo guarda andarsene, e il cuore che gli si fa pesante della pena di quell’andare. Come se fosse, nello stesso tempo, quello che se ne va ma anche quello che rimane e guarda l’altro allontanarsi.

***

San Rocco

Anche la mia è una casa uscendo dalla quale, al mattino, si può decidere se andare da una parte o dall’altra.
La mia come tutte le altre case, si potrebbe osservare. In realtà, ce ne sono che non si possono dire di questo genere. Ne ho abitato alcune dalle quali si usciva per andare sempre e soltanto da una parte. Quella stessa in cui sto la maggior parte del tempo, in città, è una di queste. Essendo ai margini del centro storico, è verso quello che invariabilmente portano i passi. Si può anche prendere dalla parte opposta, naturalmente, ma è solo un diversivo: alla prima traversa si torna dalla parte che si era creduto di non aver scelto quella mattina.
L’altra casa, quella di cui dicevo all’inizio, si trova invece in un piccolo paese, uno dei cinque o sei che stanno sul monte sopra il lago. Non ce n’è uno più importante dell’altro, anche se ognuno si ritiene il migliore, per il panorama di cui gode, o la tranquillità che vi regna, o per le sue vie lastricate più di recente, o ancora perché – unico fra tutti – ha un ufficio postale.
In realtà – per me almeno, che non sono nativo del luogo ma ospite, o tale mi sento, anche se vi abito per qualche mese all’anno da più di un trentennio – più dei paesi sono altri i punti di riferimento. Quando si esce, al mattino, si può decidere, come dicevo: se andare dalla parte di San Valentino o da quella di San Rocco.
Si può, ho scritto. Ma, a dire il vero, certe mattine si deve.
Ci sono giorni nei quali si sa quel che si vuole. O meglio: si fa, si va. Senza bisogno di volerlo. Altri, invece, nei quali l’obbligo di scegliere si presenta di continuo, importuno, e quando, perplesso, scegli, è come se un altro l’avesse fatto al posto tuo. Giorni nei quali una cosa equivale all’altra, e allora tanto varrebbe non farne nessuna. Ma appunto questa è l’unica scelta che appare inammissibile.
E allora esco, ma ancor prima di raggiungere il cancellino mi rendo conto che non so da quale parte prenderò. Sono ormai sulla soglia e continuo a non saperlo. So solo che non potrò avviarmi da una parte, poi ripensarci e tornare sui miei passi. Quello no. Non so perché, ma sento che quello sarebbe passare il segno, un’eventualità di cui non saprei valutare le conseguenze.
E’ un istante quello in cui la sospensione si risolve in decisione. Un istante tanto breve, infinitesimale, che nessuno che fosse lì a osservarmi potrebbe cogliere un’ombra d’incertezza. Tanto breve, del resto, che neanch’io potrei dire con sicurezza di aver deciso.

***

L’aquila

Una course ha detto: venerdì facciamo una course, indicando dietro di sé, oltre la finestra, le montagne che chiudono la valle. Dolomiti all’aspetto: campanili e sfasciumi di roccia, solcati da rare lingue verdi di erba aggrappata al terreno quasi verticale.
Una course. Col mio poco francese ho chiesto la differenza con la promenade, la bonne promenade che mi auguravano quando mi vedevano andare a far un giretto fino alla sorgente della Clarée, un’ora di cammino, o su al rifugio della Buffere, poco di più. E la differenza con la balade: si erano complimentati con me due giorni prima per la balade che avevo fatto, da solo. Sei ore. Lo chemin de ronde del monte Thabor, che partendo in alto sopra i loro tre chalets – baite, diremmo noi, che loro avevano riadattato – arriva fino in fondo alla valle, sotto a quelle rocce che sembrano via via spostarsi, l’una nascondendo l’altra e lasciandola poi riapparire, per restare comunque sempre inarrivabili, al di là del confine dei luoghi fatti per gli uomini.
Ecco: una course era andare là, su quelle rocce. Non una passeggiata come la promenade o una gita come la balade. Una course era di più. Era un’ascensione.
Mi sono subito reso conto, già mentre cercavo le parole per fare la domanda, che quella mia curiosità lessicale non era che un modo per differire un cortese ma fermo no. No: non è cosa per me. Magari un’autoironica ammissione dei miei limiti, o – perché no? – della mia paura: mi era sembrata questa la strada quando Marie, la moglie di Albert, aveva buttato lì un cauto mais… le vertiges: lei c’era andata lassù, col marito. Fino a pochi anni prima l’aveva accompagnato sempre, prima di rinunciare alle courses, e poi anche alle balades.
Lui però non ha raccolto, come si trattasse d’una obiezione tanto futile da non meritare neanche un cenno di risposta, e non m’ha dato tempo di confermare che sì: io soffro di vertigini e dunque…
Ha invece continuato in quel che stava dicendo, lasciando anzi il suo tono pacato e dimenticandosi di parlar lentamente, come faceva di solito, in modo da farsi capire anche da me, perché Francesca, mia moglie, il francese lo parla bene, ma io no.
Di quel che diceva ho colto solo un hors du sentièr, accompagnato dal gesto del braccio e della mano tenuti quasi a novanta gradi, e mi era sembrato un po’ sinistro il suo sorriso nel dire di questo andar fuori dal sentiero per arrampicarsi su pendii che era facile immaginare quanto ripidi anche solo guardandoli da lontano.
E cos’è successo? E’ successo che ho detto va bene. Non gli ho detto che lo ringraziavo della fiducia ma là non ci andavo, non me la sentivo di andarci. E non è che non l’ho detto solo perché per me era difficile da dire in francese, una roba del genere.
Ma cosa gli era saltato in mente di propormi, anzi, di decidere, un’impresa del genere? Lui stesso era qualche anno che non ne faceva di simili… E cosa diavolo mi aveva impedito di tirarmi indietro?

***

Racconti a Parigi

La domenica, la domenica pomeriggio, si vede chi è solo e chi no. O meglio: chi vive solo e chi vive con una moglie, con dei figli. Il che non implica necessariamente che sia solo, o che tale si senta.
Le persone sole, nei giorni feriali, camminano come tutti gli altri. E come tutti gli altri guardano davanti a sé. Verso una loro meta. La casa, il lavoro, un impegno preso in un certo posto con una certa persona. La domenica pomeriggio, invece, camminano lente, e si guardano in giro. Guardano attente – come a studiarli, a cercar di definire una differenza decisiva – quelli che non sono soli, o che tali non appaiono.
Anche questi ultimi camminano lenti, a differenza che nei giorni feriali, ma guardano avanti a sé, anche la domenica, non però verso una meta. Guardano avanti ma come non vedessero, o come se avessero già visto tutto. Un po’ come i ciechi, che non vedono niente, o non hanno mai visto niente, se ciechi dalla nascita, o vedono, a loro modo, qualcosa di completamente diverso da tutti gli altri. Che magari non è come non vedere niente.
Quelli che vanno a passeggio con la famiglia non mostrano attenzione. Tutt’altro. Sono distratti. Distratti da un vuoto che, a differenza di chi è solo, non possono immaginare di riempire.
Chi è solo può essere triste. Chi non è solo, ma tale si sente, no. E’ distratto, appunto Se è triste, non lo sa.
Mica male. Non importa se è vera questa cosa delle persone sole e non sole. Vorrebbe scrivere tutti pezzi così. Brevi. Semplici. Che però danno l’idea che sa vedere quello che c’è intorno.

***

Racconto n° otto

Stamattina, come ogni mattina, s’è svegliato poco prima delle sette.
E’ rimasto a letto una mezzora, ma non per cercare nei sogni di quella notte qualcosa di utile per i suoi racconti. Più di una volta gli era accaduto che aprendo gli occhi addirittura un’intera storia si fosse formata durante la notte nella sua mente, nella forma d’un sogno già disposto in modo da essere trascritto. O almeno si era ritrovato con uno spunto: il sogno gli aveva portato una figura, una voce, un luogo, e sempre, ad accompagnarli, un senso di consolazione o di disgusto. Niente mezze misure: conforto o nausea. Senza un perché. Ed era capitato che cercare quel perché diventasse scrivere un racconto.
Ancor prima di alzarsi trascriveva allora sui suoi foglietti – ne teneva ovunque, anche sul comodino naturalmente, o più spesso sul letto stesso, dalla parte lasciata vuota dalla moglie – quel che aveva in testa, poche parole, spesso nella forma di un incipit, e solo dopo, magari non quella stessa mattina, gli riusciva di farne nascere qualcosa. Era, questa dei sogni, una risorsa di cui si era compiaciuto di parlare in pubblico, anche durante le presentazioni dei suoi libri, e s’era accorto che faceva sempre effetto. Creava un ponte fra lui e chi ascoltava – tutti dormono, e sognano – ma nello stesso tempo sottolineava la sua diversità, l’unicità del suo talento. Solo lui sapeva mettere a frutto quel che il sonno portava anche agli altri.
Non cerca più, da parecchio tempo, fra i brandelli di sogni che gli restano. Non fanno a tempo a comparire e già gli si squagliano nella memoria. Neanche brandelli. Sensazioni. Sogna ma è come non sognasse più. Le benzodiazepine arruffano i pensieri della notte e li fanno d’una materia densa e viscida, grigiastra, che si disperde alla prima luce.
Non dormire più non era meglio, del resto. Oltre a non sognare si ritrovava poi a cadere da un pisolino all’altro durante il giorno. La testa vuota fra uno sbadiglio e l’altro. Del tutto sprovvisto di quella fiducia benevola, verso di sé, senza la quale non si può scrivere nulla, neanche pensare di poterlo fare. Neanche desiderarlo.


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Recensioni

Dal Giornale di Brescia dell’8 giugno 2015.
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Da Bresciaoggi del 3 ottobre 2015.
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Dal Corriere della Sera del 10 ottobre 2015.
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Nel bosco*

13/01/2015 | Scritto da Mauro Abati | (0 Commenti)

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* Il racconto è liberamente tratto da fatti e situazioni storicamente documentate e riferite ai primi decenni dell’Ottocento. Le informazioni di partenza provengono principalmente dall’archivio storico del Comune di Polaveno (Brescia).

Ta tac, ta tac, ta tac… “Arriva lo Zoppo”, dice la gente al sentire il ritmo asimmetrico di zoccoli sul selciato. Lo chiamano Zoppo ma nessuno sa l’origine di quel difetto; lui stesso non lo ricorda. Forse si era infortunato la volta che cadde dall’acero dov’era salito a procurarsi il legno per gli zoccoli. Forse durante la fuga, anni prima, il giorno che tentò di recuperare la capra razziata dai francesi accampati a Sarezzo. Forse è la conseguenza della sua nascita fortunosa, tanto tempo prima, quando sua madre s’era trovata con le doglie mentre stava a prendere l’acqua al fiume ed era tornata, da sola, alcune ore dopo, col suo fardello sghembo e incestuoso. Forse, invece, si sono semplicemente accumulate zoppia su zoppia, e infatti – come i soldi rincorrono chi ne ha già – si sa che le disgrazie si accaniscono sull’anello debole della catena della vita. A vivere nel bosco il corpo diventa un tronco d’albero e la memoria delle cose non è più un pensiero, ma solo s’addensa come cerchi dentro il legno e uno dovrebbe tagliarsi alla cintola per vedere cos’è stata la propria vita.
Per tutti, dunque, è lo Zoppo. Ha poche cose e tra queste una manza di razza bruna, ma dal pelo più rosso che marrone, che pare imparentata col diavolo. Per questo gli dicono di stare attento e non perderla di vista, altrimenti la ritroverà, una qualche volta, a sputar fiamme dalla bocca per maleficio. Però la manzetta non si tiene a bada e caracolla per i sentieri che sembra piuttosto una giumenta; difficile tenerla a freno quando annusa l’erba nuova e i germogli nei boschi tagliati da poco.
Figura, la vacca, tra le poche bestie allevate in un paese dedito alla magra agricoltura di monte, che richiede il lavoro dei bovini soprattutto per tirare carri o slitte, perché lì non ci sono pianure da arare. Polaveno è un paese dove ci si rompe dalla fatica a roncare piane e pianette, a ricavar terrazze dai versanti ripidi per coltivar qualcosa, un po’ di frumento, un po’ di miglio.
Insomma, lo Zoppo ha quella manza e la porta al pascolo un po’ qua e un po’ là. Intanto lui sta ai crocicchi a guardare chi passa e a scambiare qualche parola: ogni giorno il monte si riempie di gente in cammino. Un giorno passa la Tibalda e per prima cosa lo Zoppo guarda se ha il gerlo con sé. La gente dice che se ha il gerlo significa che sta portando a destinazione la refurtiva. In un certo senso è una postéra: come accade ai mercanti di uccelli o di funghi, c’è chi le procaccia merce da rivendere, poi, da una parte o dall’altra del monte, a Gardone o a Iseo, a seconda. Però la sua merce esce da sporte trafugate, case borghesi, botteghe di bottegai incauti e distratti, osterie dove si gioca pesante e, perfino, dalle case di famiglia degli stessi ladri, perlopiù giovanotti sbandati e col gusto del bere per fare brigata. Qualche spicciolo, un rastrello o lo zappone, le verza di un orto o semplicemente la frutta degli alberi appresso alle cascine in montagna, costituiscono la refurtiva. Si rischia per quel poco che ha comunque il pregio di fruttare qualcosa in questi tempi di fame.
Anche la Tibalda ha una bettola in paese, in breve divenuta un covo per quei malpartiti che ci vanno a perdere alla morra quel che di riffa o di raffa guadagnano. Qualche mese prima ha però ricevuto un richiamo dal Comune, il quale, a sua volta, era stato incitato dalla Delegazione Provinciale a far cessare quel disordine, dato che non deve mai concedersi licenza d’osteria o di bettola a persona perniciosa. Qualcuno che ha commerci a Brescia e che sa su quali funzionari far leva, aveva forse segnalato la situazione, rispetto alla quale il Comune non si decideva a prendere iniziative. Anche alla donna non mancano, in effetti, leve da manovrare, nel retrobottega, per godere in paese di una certa compiacenza. Sorvegliata con un occhio sì e l’altro no (e più in forza delle reciproche gelosie che non dei doveri d’ufficio), la Tibalda continua dunque i suoi traffici e la clientela di balordi, nel suo piccolo, abbonda.
La Tibalda, dunque, si avvicina allo Zoppo e gli lancia un verso come si fa con le capre. Lui risponde con un cenno del capo: una sottile intesa, chiusa tra loro. Lei prosegue qualche passo, ma poi si volta e dice:
– “Quand’è che torni a trovarmi?”.
Lui alza le sopracciglia sorpreso e complice, e col bastone dà un colpo a un vecchio riccio di castagna.
– “Dicono che lo tieni in casa tu, quel disertore che cercano”. Lei ride. “Tuo marito Nicola che dice?”
– “Mio marito Nicola è di nuovo andato a travagliare al carbone e tornerà tra un po’”.

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Cammino nel bosco

13/01/2015 | Scritto da Mauro Abati | (0 Commenti)

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È in quel punto che il sentiero sbocca nella piccola valle. È lì che un albero sembra dimenticato dagli uomini, secolare, umido di odori e di vento. È lì che un bosco era prato fino a pochi anni fa, pascolo. Che un altro sentiero si perde, si sfa sul crinale dentro una pozza, piccolo muto verso d’acqua. È lì che rosicchiano le foglie i vermi. Vola l’upupa, torna il nibbio, raspa la talpa, il germoglio a primavera irrompe.

Seguitemi andiamo. Ora vi mostro dove il rivolo perenne consumando un’antica maiolica incide il solco e ricade su un letto di foglie, che lo tratterrà fino ai tempi della calura. Dove lascia la serpe a maggio la pelle e la foglia a marzo diviene una rete minuziosa di ossicini e poi terra. In alto le foglie lanciano riflessi. Qualcuno in basso si ferma un momento trafitto.

Seguitemi seguitemi. Una siepe tracciava il confine quando il monte era casa per gli uomini, ma ora quel segno si sfalda come terra non più irrigata. Siepe che correvi a dividere l’intero pianeta trascinando con te il convolvolo e il sentiero! Una siepe seguiva il confine, una sua radice sosteneva quel gradino divelto. Preso dal sudore e dal secco morso della scure, a un uomo un giorno rubasti un lembo di vita.

Andiamo seguitemi. Viandanti nel vecchio bosco scosceso certi alberi. Certi alberi danno frutti che uccelli e altri animali – volpi, scoiattoli – golosi divorano. E cacano i semi lontano ed essi germogliano e fruttificano le piante nuove. Viandanti nel bosco a grandi passi. Ora vi mostro questa vite, il fusto grosso come un pugno, che sale e sale nel fitto bosco abbandonato; s’innalza il frutto cacato a bere la luce.

Cede il bosco la gialla foglia; andiamo, andiamo. La terra nera di uno spiazzo dove preparavano carbone odora ancora di resine e muschio. L’alito di fate inseguite da lupi s’invola, impotente grido d’aiuto. Se guardi da qui, tra i rami, vedi la valle tutta intera.

Il disertore*

13/01/2015 | Scritto da Mauro Abati | (0 Commenti)

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*Il testo è tratto dal racconto di Rina Amadei raccolto a Bedizzole nel 1987

Eravamo quattro fratelli, io la più grande, sette anni, e mio fratello Vittorio, il più piccolo, due anni. Era il tempo della guerra del quindici diciotto; era rimasta lì da sola la mia mamma con quattro bambini.
Mia mamma faceva la sarta; la sera ci metteva a dormire presto e dopo stava alzata a lavorare. Si sedeva al tavolo perchè c’era una piccola lucerna che faceva luce, ed era una cucina piccola con due finestrini alti che guardavano nel brolo.
Una volta era la mezzanotte e lei stava ancora seduta a lavorare; sente che picchiano a quei finestrini. Puoi immaginare che paura avrà avuto.
– Chi mi bussa a quest’ora?
Era già un po’ di tempo che non sapeva niente del marito e di nuovo bussano e la chiamano:
– Virginia, Virginia! Sta zitta e vieni sul tavolo! Apri il finestrino che vedi quel che sono. Sono tuo marito!
Insomma ce n’è voluto… A mezzanotte, in una casa quasi isolata – c’erano i vicini ma stavano un po’ più spostati – come si faceva a fidarsi? Ma a forza di pregarla si è decisa, le sembrava di aver riconosciuto anche la voce.
– Sono scappato – dice lui – va ad aprirmi ma guarda che non ti senta nessuno! Vai ad aprire.
La sera chiudevano il cancello. E allora piano piano, quando si è convinta che era lui, è scesa ad aprire.
– Vieni in casa, vieni in casa.
– Io – dice lui – non vado più via, non parto più e sto qui! Perchè – dice – se vado via mi ammazzano.
Doveva partire per il fronte, ma era un gran rischio e un dispiacere scappare e nascondersi.
– Se vengono a sapere che sei qui ti uccidono!
– Allora è perchè non mi vuoi bene!
Subentravano questi pensieri…
Lei, poverina, per guadagnare qualcosa cuciva le camice dei soldati; gliele portava il maresciallo. Nelle case c’erano molti soldati perché qui era la retrovia. Anzi ce n’erano tre o quattro anche lì nella cascina. Be, insomma, lui è sempre rimasto nascosto. Gli era cresciuta una barba lunga così, non sembrava più neanche lui.
Noi bambini, quando a volte la mamma ci dava qualche sculaccione – ne avremo anche meritati perché quattro bambini ancora ignoranti… – noi le dicevamo:
– Verrà il papà e gli diremo che c’è qui un uomo nascosto.
Anche se, per sicurezza, lui stava attento a non farsi vedere nemmeno da noi, qualche volta ci era capitato di vederlo, magari da lontano, magari quando a volte apriva la porta per respirare, per cambiare aria alla camera. Loro dormivano insieme, ma lui non si faceva vedere, per esempio, ad andare a dormire con la mamma. Ci mettevano a letto prima, ma a volte capitava che la mattina – io ero più matura degli altri – andavo nella loro camera e vedevo nel letto la forma di un uomo, lo toccavo e dicevo:
– Ma è un uomo!
Mia sorella Iole aveva paura; eravamo bambini ignoranti e non sapevamo spiegarci la cosa: non era un soldato, era un borghese, con una barba e di quei capelli… Chi gli tagliava i capelli? Sì, glieli tagliava mia mamma ogni tanto, ma è stato nascosto in casa dieci mesi! Quando mia sorella lo vedeva, magari attraverso l’uscio, si metteva a gridare. E quando la mamma ci rimproverava le dicevo:
– Lo diremo al papà quando verrà a casa, che c’è un uomo nascosto!
Così si sono decisi a rivelare il segreto a noi più grandi; a mio fratello Vittorio e a Iole no perché erano ancora piccoli. Iole aveva tre o quattro anni, io ne avevo tre di più, sette; mio fratello Piero sei, Vittorio due.
Una sera, mi ricordo, avevano messo Vittorio e Iole a dormire e ci avevano messo io e Piero in piedi sulla cassapanca – una volta nelle case, in camera, c’erano le cassepanche – e lui ha detto:
– Sapete chi sono io?
E noi non lo sapevamo, non lo riconoscevamo.
– Io sono il vostro papà. Guardate, io sono il vostro papà! Se lo dite a qualcuno che sto qui, che sono qui in casa, vi butto giù nel pozzo.
E c’è ancora quel pozzo lì. Puoi immaginare che spavento per noi a quell’età lì.
Poi ci ha fatto le raccomandazioni e mi baciava perchè prima non aveva mai potuto neanche baciarci. Ha resistito così per cinque, sei, sette mesi, a vedere i suoi figli senza nemmeno dar loro un bacio. Diceva che ce li dava quando dormivamo, ma piano piano, per non farci svegliare. Col bene che ci voleva!

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La vigna*

13/01/2015 | Scritto da Mauro Abati | (0 Commenti)

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* Questo testo compare nel volume La vigna, catalogo della mostra di pittura di Rinaldo Turati, Palazzo Cominelli, Cisano di S. Felice del Benaco, Firenze. Pietro Chegai Editore, 1999.

Quando il legno del tino sogna, una brezza percorre la vigna; restituisce la gerla il respiro sanguigno del legno che si gonfia.
Quando è il contadino a sognare, la botte s’inorgoglisce; quando è sua moglie, il tralcio si volge alla luna.
I manici delle vanghe fremono sottilmente, come raggiunti da una nuova primavera.
Tendono la loro paglia le sedie della cucina; le scarpe di legno si scuotono la terra secca; le mani dell’uomo allentano la presa di radice e divengono rami nuovi.
I filari coi loro legacci bevono rugiada.
C’è chi dice che in quel mondo di legno anche i sogni lo fossero, e staccandosi facessero molto rumore.
La foglia dell’uva conversa con quella del fico. La terra nutre un nuovo germoglio.

Una canzone composta dalla fantasia popolare racconta il ciclo dell’uva e del vino dalla terra alla pianta alla botte alla pancia, per giungere nuovamente alla terra, divenire nuovo legno e nuovo frutto e nuovo succo.
È il sogno della vita fatta di cose di terra. Come nel ricordo di tanti vecchi di un tempo: il tale è figlio di quello, che è figlio di quell’altro ancora…
Generazioni che passano, mietono, vendemmiano, forse fanno l’amore nei prati con mani nodose.

Pioggia raccolta nell’incavo di secchi lasciati all’aperto; resine che trasudano.
Le doghe e i cerchi delle botti, le scale a pioli, le ceste, i carri, gli imbuti, le zucche cave da usare come otri, e il vetro dei bicchieri, il grembo dei fiaschi.
Eretta la vigna come casa. Sole e ombra. Aria.
Colore e legno, l’opera del mondo.

L’incompleto conoscersi

12/11/2014 | Scritto da Carlo Simoni | (5 Commenti)

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Questo libro inaugura la collaborazione fra Secondorizzonte e la casa editrice veronese Cierre edizioni, che dalla metà degli anni Ottanta opera nel campo dell’editoria di approfondimento e qualità.

Una situazione “scabrosa e singolare” quella di persone “che si conoscano solo attraverso lo sguardo”: la richiama Thomas Mann nella Morte a Venezia, notando che è proprio da questo loro “incompleto conoscersi che nasce il desiderio”.
È quanto accade al protagonista, dodicenne, di questo romanzo quando incontra Heinrich e Thomas Mann, durante un loro soggiorno di cura a Riva del Garda, ed è lo sguardo del secondo a colpirlo: “alzava gli occhi a guardare il lago, però si vedeva che guardava più lontano. O non guardava neanche… Certo è che non mi avrebbe tanto colpito lo sguardo che quel signore, improvvisamente giratosi dalla mia parte, mi rivolse, se non ne avessi prima notato quel modo di guardare…”.
L’incontro, insieme a quello che si ripeterà anni dopo a Viareggio, durante un altro periodo di vacanza dello scrittore, segna la vicenda del protagonista, rivelandogli una “forza, che fino a quel momento non aveva mai sospettato di possedere” e che si traduce nel desiderio di sfuggire alla vita che il destino familiare gli offre. Un desiderio che conoscerà diversioni ma si manterrà in qualche modo fedele a se stesso e lo condurrà, prima bambino, poi  giovane, a riattraversare la storia drammatica della propria famiglia da un lato, e dall’altro a intraprendere un lungo e complesso itinerario di conoscenza di sé.

Quella che segue è la pagina iniziale del romanzo.

A dodici anni portavo ancora i capelli lunghi come quando ero piccolo. Così voleva mia madre, che nei mesi precedenti la mia nascita s’era convinta che stava per veni- re al mondo la bambina che desiderava da sempre. Invece ero arrivato io, e lei mi teneva a quel modo i capelli, fin sulle spalle, e prima di uscire con mio padre, la domenica, me li lisciava con una spazzola che usava solo per me, e poi mi metteva un poco di rossetto sulle guance e non ancora contenta si inumidiva di saliva l’indice e il medio d’una mano e me li passava sulle sopracciglia.
Quanto agli abiti mi vestiva come un maschio, ma i capelli voleva che restassero così, e mio padre aveva smesso di protestare. C’era un patto fra loro, da tempo. Che quando sarei entrato in fabbrica anch’io, il giorno prima lui mi avrebbe portato dal barbiere, e non dall’Amedeo, che stava al Varone, ma dal barbiere Bonometti, quello giù in città. Perché il taglio doveva essere perfetto.
Se mi si chiedesse che cosa ne pensavo io, non saprei rispondere. O direi che ad avere i capelli lunghi ero abituato. E comunque la cosa non mi interessava poi tanto. Come se riguardasse un altro. Quella saliva sulle sopracciglia e quei pomelli rossi, quelli sì mi davano fastidio, e cercavo di divincolarmi quando mia madre me li imponeva. Ma i capelli no. Non escludo che in fondo mi ci sentissi a posto. Li avevo sempre avuti così e non badavo a quelli degli altri ragazzi, a scuola: sarebbe stato come sentirmi diverso perché il mio naso, o il colore degli occhi o la forma delle orecchie non erano uguali a quelli di un altro. Quello ero io, e basta. Coi capelli lunghi e ancora biondi del biondo che poi coll’età scurisce. Ma questo non lo sapevo, allora. Non sapevo molte cose allora.

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Recensioni

Dal Corriere della Sera-Brescia del 26 novembre 2013.
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Dal Corriere del Trentino del 20 novembre 2013.
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Dal Giornale di Brescia del 26 novembre 2013.
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Da Bresciaoggi del 28 novembre 2013.
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[BSO_F1 - 51] TESTATA-BSO/BRESCIAOGGI/CL/01 ... 28/11

Da Gruppo 2009, 3 febbraio 2015.
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Da AB inverno 2015.
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Non la linearità di una via, neppure il segno evidente di un sentiero ma la labilità di una traccia, appena accennata, sconnessa, difficile da tenere.

Suggerimenti poco ortodossi e scarsamente atletici per la pratica del correre.

 

Che cosa è necessario?

E resta il nulla e il vuoto che il chiaro del bosco dà in risposta a quello che si cerca. Mentre se non si cerca nulla l’offerta sarà imprevedibile, illimitata. Giacché sembra che il nulla e il vuoto – o il nulla o il vuoto – debbano essere presenti o latenti di continuo nella vita umana. E che per non essere divorato dal nulla o dal vuoto uno debba farli in se stesso, debba almeno trattenersi, rimanere in sospeso, nel negativo dell’estasi. Sospendere la domanda che crediamo costitutiva dell’umano.
(Maria Zambrano,
Chiari del bosco)

Strumentazione pressoché nulla. Un buon paio di scarpette con suola per terreno misto, ammortizzate, anti urto. Le scarpe sono l’unico attrezzo fondamentale, le ali ai piedi, e si trovano ovunque senza svenarsi con cifre astronomiche. Ci sono poi negozi specializzati che analizzano il tipo di appoggio plantare durante la corsa e che sanno suggerire calzature adeguate. E’ sempre consigliabile optare per scarpe a pianta larga, evitando contenzioni eccessive. Le scarpe vanno cambiate spesso, perché se si corre costantemente la suola si consuma rapidamente e correre con le suole lise danneggia la colonna vertebrale. Per altro, sono i tendini di Achille che ci informano della necessità di cambiare le scarpe, quando cominciano a irrigidirsi e a dolere.
Per noi donne, oltre alle scarpe, è indispensabile un reggiseno da atletica, di quelli rinforzati e incrociati dietro, che incollano le ghiandole mammarie alla parete toracica, evitando dolori, sanguinamenti dal capezzolo, smagliature e altri fastidi.
Fra gli optional metterei: calzini con punta e tallone rinforzati per prevenire le vesciche, pantaloni aderenti o pantaloncini. All’inizio ho faticato non poco ad infilarmi quei pantaloni stile seconda pelle che evidenziano ogni difetto, ogni grammo di cellulite. Poi ho stretto alleanza con la mia immagine, mi sono affezionata alle imperfezioni che lo specchio rivela impietoso, e mi ci sono adagiata dentro.
Gli optional, come dice la parola, non sono affatto indispensabili. Trent’anni fa, durante una campestre in Val di Genova, mentre pioveva a fiumi, mi ha affiancata una donna nativa di Carisolo, ben più vecchia di me, bagnata fradicia, che correva in gonna e mocassini: era un fulmine.
E’ necessaria la disposizione dell’animo al silenzio, al vuoto, all’ascolto di quello che la corsa porta.
Non so bene descrivere cosa c’è da ascoltare. Si comincia con il cinguettio degli uccelli, il frusciare delle foglie sui rami, l’improvviso sgambettare di uno scoiattolo. Poi si ascolta il rumore delle suole sull’asfalto, sul terreno del sentiero, ripetitivo, sempre uguale eppure diverso. Ritmo veloce, muscoli contratti nello sforzo, che gradualmente si sciolgono.
Ma per sciogliersi devono attraversare la fatica e il sudore, evolvere dallo stadio di contrattura serrata a quello di abbandono che regala movimento gratuito, fluido, passivo, liberato dal controllo cerebrale. E’ come se venissero recise le connessioni fra centro e periferia, assoni lasciati liberi, penzolanti, sinapsi disattivate, zero acetilcolina. Motore principale silente, semplice ripetizione ossessiva, danza di dervisci, taranta, soppressione del controllo della coscienza.
Nei primi anni questa corsa-danza, questa attenzione acuta senza domande, veniva solo dopo i primi dieci chilometri, quando la fatica aveva sfiancato la volontà e nessun guardiano restava sveglio. La fatica era la chiave di volta, la strada obbligata. Tanta fatica, tanto sudore.
Il sudore è un problema quando si corre, perché irrita pelle e congiuntive: si deve adottare una fascia frontale che assorbe. Molto sudore riesce comunque a colare sul viso. Le aree che si irritano di più sono gli zigomi e le palpebre inferiori. Ho sperimentato mille protezioni, quella che funziona meglio è il burro di karité che le mie amiche mi portano dal Burkina.
Non ha una buona fragranza, ma è così denso da stratificarsi come un film protettivo sulla pelle e ridurre al minimo l’insulto dell’acidità del sudore.
La corsa induce all’ascolto del corpo, alla confidenza con i muscoli e dunque con il cuore, ma non con il cuore dei sentimenti, con il cuore pompa formidabile, magico motore silenzioso, scrigno segreto.

 

Come è cominciata?

Con la mia mano bruciata scrivo della natura del fuoco
(Ingeborg Bachmann)

Venivo da cinque anni di yoga declinato all’occidentale, yoga tutto fisicità e muscoli, che ho intrapreso verso la fine della chemioterapia. Non riuscivo a reggere la mia immagine allo specchio, lo sguardo la sfiorava di sfuggita e poi doveva distogliersi: quarantasei chili di ossa, muscoli ipotrofici, pelle cadente, sparuti peli radi in testa. Spiumata, mi definiva mio marito.
Sotto casa avevano aperto una nuova palestra yoga, gestita da donne che vedevo arrivare in tuta rossa. Ambiente silenzioso, niente musica, poche pretese, grande preparazione atletica delle maestre, tutte dotate di fisico agile e scattante. Il silenzio del luogo e la calma delle insegnanti mi hanno conquistata. Ho ricominciato gradualmente ad estendere e a flettere i muscoli, ad oliare le articolazioni legnose. Sensazione di chemioterapici che si sciolgono nel sudore, fluorouracile e oxaliplatino che a ondate abbandonano le vene e, tramite la cute, evaporano, si portano via la nausea, il sapore dolciastro che patina la lingua e inibisce il gusto, l’astenia invincibile. Questo é stato il maggiore ostacolo, scendere a patti con l’astenia, abituarsi a non avere risorse, a doversi concentrare a lungo per trovare l’energia per alzarsi da una poltrona. Estenuante esercizio di umiltà per chi ha sempre avuto forza a profusione, sopportazione della fatica senza limiti. Come se tutto il corpo fosse un unico muscolo calpestato dentro, scrive José Saramago.
Dure anche le parestesie alle mani, ai piedi e alla lingua. L’oncologo mi aveva avvertito di non bere bevande fredde, ma il primo ciclo di terapia era andato via liscio, per cui me ne ero dimenticata fino al momento il cui ho bevuto di colpo un bicchiere di acqua fredda. Era una mattina di luglio, ero sola a casa e la gola ha cominciato a serrarsi, l’ugola si è gonfiata a dismisura e lo spazio respiratorio si é ridotto a un filo. Impossibile inspirare, debito di ossigeno, vertigine e terrore. Poi il flash, il ricordo del farmaco: era il platino che faceva ostacolo, ingombrava i nervi periferici, ispessiva le mucose. Sforzo di autocontrollo, pazienza, calma. Sarebbe passato presto. Così é stato: ho ricominciato ad inspirare nello spazio di pochi minuti dilatati a secoli quando li misuri nella paura.
Sempre l’oxaliplatino paralizzava le dita delle mani e dei piedi; impossibile allacciarsi un bottone, reggere un libro. Mani esperte ridotte ad appendici di gesso, dolenti. Duplici guanti, massaggi, formicolio e poi dolore, urente, terebrante alle ultime falangi ghiacciate, bluastre, insensibili. Mi era stata assicurata la transitorietà del sintomo, ma come fidarsi quando le mani sono completamente inservibili e di lavoro fai il chirurgo? Non avrei varcato più le soglie della sala operatoria? Se fossi sopravvissuta al male, sarei sopravvissuta alla nostalgia del bisturi?
Quando il platino mi veniva iniettato nel catetere venoso centrale, direttamente nella vena succlavia e di lì in atrio destro, la sensazione era di gelo, come se il ghiaccio cementasse tutto ciò che il farmaco attraversava, progressivamente ma inesorabilmente. Il nulla che avanza di Neverending Story. La temperatura corporea si abbassava e le funzioni vitali rallentavano; sentivo il cuore divenire bradicardico e percepivo la pressione in discesa libera. Non avevo mai fino ad allora avuto attenzione al corpo, semplice strumento, ora d’improvviso tutto. Amplificavo ogni fruscio, la percezione dettagliava ogni minimo mutamento, distintamente, nulla passava sotto silenzio, quasi potessi contare i linfociti in rottamazione. Il corpo occupava imperiosamente tutto lo spazio.
E proprio ora che avevo conquistato questo sapere, questa confidenza con la mia corporeità, la sensazione che il farmaco mi rimandava attraverso il corpo era di morte. Freddo, brividi scuotenti, pallore, cute verdognola e poi sentirsi morire. Credo che l’esperienza del platino in vena sia la più simile alla morte che si possa immaginare, almeno per chi, come me, non ha un passato di abusi di altre droghe. Progressivo raffreddamento del corpo fino all’affievolirsi di ogni funzione, di ogni segno vitale. Già al secondo ciclo di chemioterapia ho imparato che questa sensazione di morte imminente sarebbe durata solo alcune ore. Le ore possono calamitare secoli in certi frangenti, i minuti sfuggono alle misurazioni convenzionali e fanno lo sgambetto al tuo self control.

Attraverso lo yoga cercavo di fare pace con un corpo che mi aveva tradita, aveva lasciato crescere un cancro, lo aveva nutrito sottraendo energia alla vita. Come avevo potuto non sentirlo crescere? Sette centimetri é una dimensione ragguardevole, avrei dovuto accorgermene. E non era una neoplasia qualunque, ma quella che operavo, che studiavo, che inducevo nelle cavie in chirurgia sperimentale. La malattia che meglio conoscevo, con cui avevo più confidenza, di cui avrei potuto disegnare le vie di metastatizzazione aveva colonizzato il mio presente.

Com’era possibile che il mio sistema immunitario avesse fatto cilecca e non lo avesse riconosciuto come un corpo estraneo, come altro da sé? Si affacciava alla mente la possibilità che la malattia non fosse altro da me, che non si trattasse di un ospite invasivo, di un saprofita, di un nemico. Che si trattasse di me. Cellule vive che crescono, si moltiplicano, seppur aberranti sono vita. Vita che erode la vita, che stronca la sopravvivenza. Fare i conti con il mio desiderio di morte, con ciò che mi ha portato lì, sul quel crinale fra l’essere e il non essere, con la fascinazione dello scomparire, con quel canto di sirene cui é difficile resistere.

Aveva voluto morire, ma non come si vuole quando si é lontani dalla morte, bensì andandole incontro. Non l’aveva invocata ma, più semplicemente, si era messa in marcia, scegliendo il cammino che conduce a essa, o forse si era confusa; forse si trattò solo di un inganno o di un’illusione; un errore. (Maria Zambrano, Delirio e destino)

L’ata yoga, con lo sforzo atletico che comporta, mi ha traghettata fuori dalla chemioterapia, ha riattivato le mie fibre muscolari e ridato parvenza di equilibrio al mio sistema nervoso centrale. Un puntello per reggermi in piedi.
Fare i conti con la malattia sarebbe stata tutt’altra faccenda, e, per quello, lo yoga così inteso, era un’arma spuntata. Ma non era ancora tempo, troppa era l’energia necessaria per sopravvivere.
Presi la mia mente, tutto il mio essere, una cosa ormai così scoraggiata, quasi esanime, e li sbattei tra quei resti, pagliuzze, rametti, detestabili rottami di un naufragio, relitti galleggianti, robaccia buttata a mare. (Virginia Woolf, Le onde).

Cinque anni di addominali, flessioni, piegamenti, fino a riuscire a sostenere posture antigravitazionali per le quali era assolutamente necessaria, oltre che la forza fisica, la concentrazione. Per questo dovevo ricostruire l’equilibrio. Quello non era mai stato un problema, almeno quello fisico. A scuola l’asse di equilibrio mi veniva facile e scendevo dal quadrato svedese a testa in giù come un’anguilla. Lo stesso per la pertica, quasi le gambe mi proiettassero verso l’alto gratuitamente.
La chemioterapia aveva invece cancellato anche l’equilibrio fisico, mi accorgevo di sbandare per strada, di pencolare sotto la doccia come un giunco, vittima di una lieve vertigine che non mi ha più abbandonata del tutto. Attraverso lo yoga ho ripreso una parte del vecchio equilibrio anche se ancora oggi, a distanza di dieci anni, mi capita di pendere da un lato, di camminare storta, di scivolare se non sono concentrata. Ora l’equilibrio richiede impegno di testa, mentre prima era gratis, era sapere inconsapevole del corpo.
Per qualche anno lo yoga ha funzionato: la fatica, i muscoli pesti, il sudore, mi consentivano di riabitare il mio corpo e di camminare nel mondo. La strada della fatica e del sudore mi é sempre stata conforme. Se fossi nata uomo sarei stata un bravo ciclista o un buon soldato; se fossi nata animale sarei stata uno di quegli asini legati alla stanga di una macina che triturano gli anni girando in tondo.
Fatica inscritta nella carne, oltre che nei geni. Decodificarne le origini non risolve, non cuce un nuovo abito addosso.
Finché l’ambiente della palestra yoga ha cominciato a guastarsi. Le pretese atletiche crescevano e con loro cominciava a fare capolino la competizione e il gusto per la perfezione del corpo che mi disturbava. Nuove insegnanti venivano inserite, più giovani, rampanti, magrissime, ben truccate. Poi è comparso un guru nostrano, con scimmiottamenti buddisti e sguardo ieratico veramente comico. L’ambiente si è fatto esclusivo, i costi sono lievitati e la clientela è divenuta ricercata. Aria troppo pesante per me. In realtà quell’attività aveva il merito di sfruttare le posture e la tecnica del respiro dello yoga, quello che strideva era il misticismo posticcio.
Ho abbandonato la palestra yoga, ma a quel punto il corpo aveva le sue esigenze e reclamava spazio. Non potevo chiuderlo in cantina un’altra volta.
La corsa nasce qui, da questa pressante richiesta del corpo che si era risvegliato, che voleva guarire, riprendere fiato, rimarginare le ferite, semplicemente esserci. Un richiamo forte, ineludibile. Il bisogno di riprovare ad immaginare una sopravvivenza, di rigiocarsi.

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