96.copertine-lusiardi.divieni

Per leggere il testo clicca sull’icona:

pdf

95.copertine-lusiardi.partenza

Per leggere il testo clicca sull’icona:

pdf

L’ombra dei grandi

17/06/2016 | Scritto da Carlo Simoni | (0 Commenti)

94.copertine-simoni.ombra.grandi

L’ombra, il lato oscuro che nascostamente agisce anche nei creatori di opere immortali, è il tema che attraversa, in forme diverse, i tre racconti: una considerazione di sé che mina la relazione con gli altri, costringendola inconsapevolmente entro i riti ripetitivi e ambigui della seduzione; l’inibizione che impedisce un reale scambio d’amore, rivelando una segreta e radicata vocazione all’infelicità; un’immagine del femminile nella quale si confondono gli spettri contraddittori e perturbanti del materno.
Sennonché, quella stessa ombra che sembrava poter offuscare il profilo dei protagonisti si rivela nello svolgersi della vicenda come una componente del loro stesso potenziale creativo, aspetto  essenziale del loro genio, elemento che concorre a definire la cifra inimitabile dell’arte di Johann Wolfgang Goethe, Adalbert Stifter, Gustav Klimt.
Oltre a quella dei tre grandi, un’altra decisiva presenza che anima e lega fra loro queste storie è quella del Garda, un lago capace di suscitare negli estimatori che raccoglie attorno alle sue rive “un’affezione tale da sfiorare la devozione”.

Quelle che seguono sono alcune pagine tratte dai tre racconti:

da La Finestra sul lago:

attersee

È davanti al paese, sotto il sole. Mi pare di vederlo.
Fa caldo ma l’arietta che vien giù da Riva non lo fa sentire. E non è forte da far agitare le acque: il lago è calmo, la barca sta ferma come fosse in secca.
Lui guarda la costa, quel gran monte che c’è sopra, e il paese: a occhio nudo. Poi prende il binocolo. Si concentra sulle case di Malcesine, il porto, le vele gialle dei barconi. Comincia, forse, a sentire qual è il pezzetto che gli interessa ritagliare in quel paesaggio.
Perché di questo sentiva il bisogno. Come ogni estate, ma tanto più in questa: aveva appena terminato di dipingere quel gomitolo – non saprei come dire – di corpi che non si sa se appartengano a più donne o a una sola, e gli sembrava di avervi guadagnato una serenità che non si era invece saputo concedere in quell’altra tela, che aveva ancora sul cavalletto. Anche in quella un groviglio di corpi, di entrambi i sessi, ma a osservarli c’è la Morte.
In tutt’e due, comunque, un tempo che scorre per tornare sempre su se stesso: che la Morte sia lì a spiare il suo momento oppure che resti nascosta. Ma qui no: nelle luci e nei colori dell’acqua, del paese, del monte, nei profili delle cose che han fatto gli uomini come di quelle che non sono stati loro a fare, il tempo si può sospendere. Basta entrarci, nel paesaggio: avvicinarlo, e così appiattirlo, ridurlo a due dimensioni, per estrarne un quadratino. Per inquadrarlo, appunto. Facendo sempre attenzione a escluderne l’orizzonte. Doveva restare fuori del quadro, non lo si doveva vedere. Quel limite che può far sognare altrove insperati ma che condanna anche a non esser mai soddisfatti del luogo in cui si è, e dunque a non esserci mai, interi.
Ed eccolo qui allora, fermo sulla sua barca, anch’essa sospesa, fra il cielo e la profondità delle acque su cui è posata. Scorre le lenti su quel che vede, come se di lì, e non da una sua decisione, dovesse emergere, staccandosi dal resto, la parte che le sue matite e poi i suoi pennelli ritrarranno. Ecco, appunto: trarranno, tireranno fuori da quel che c’è intorno.
È in quel momento che vede un brillio, a una finestra…

da Vertigine:

milanollo

Due sorelle è il titolo del breve romanzo che Adalbert scrisse ventitré anni fa. Aveva allora quarant’anni precisi, ed ora non è più. La sua vita, giunta ai sessantatré, non ha più avuto domani. Per sua stessa risoluzione.
Solo ora mi sono deciso ad evocare la vicenda da cui il racconto di Adalbert prese origine, e così facendo mi pare d’aver dato voce al presentimento che, sull’onda del senso di congedo che pervade quelle pagine, era affiorato in me sin dalla prima volta che le avevo lette.
Ma sopra tutto mi sono liberato del peso che mi gravava per avergli promesso di serbare il segreto che avvolge quel suo racconto. Un racconto che mi è sopra tutto caro, a dispetto che molti l’abbian ritenuto ineguale ai risultati che l’arte di Adalbert talora raggiunse. Di contro, altri – da contarsi tra gli estimatori del lago che nella narrazione compare e che notoriamente ha il potere d’attrarre su di sé un’affezione tale da sfiorare la devozione – tengono in gran conto quest’opera. Non tanto per il suo valore tuttavia, ma perché fondatamente ritengono miracoloso, ed enigmatico, che l’autore abbia saputo trasfondere nella pagina la bellezza ineffabile di quei paesaggi pur senza averli mai veduti. (…) Ebbene, occorre innanzitutto sapere che l’amico grazie
al quale Adalbert sostiene – nel Prologo al suo scritto – esser venuto a conoscenza della vicenda, altri non era che il sottoscritto, Alois Sauer (anche se le regole della finzione consigliarono al narratore di celarmi sotto il nome di Otto Falkhaus). Ma di più, e qui sta il segreto di cui dicevo: non fui affatto io a raccontare a Adalbert quel che era avvenuto laggiù, essendo che quel che in realtà io feci fu semplicemente di accompagnarlo in quel viaggio, dato che lui su quel lago ci andò, ed io non fui che il testimone di quel che là accadde, ossia del suo repentino mutamento di volere, d’un improvviso tornar sui propri passi che mi sorprese ma al tempo stesso non poté risultarmi nuovo del tutto, avendo io a lungo frequentato l’uomo.

da Beniamini della vita

castello

Sul finire dell’estate del 1844, giunto al ventisettesimo anno della mia vita, sull’onda del mio amore per l’opera di Johann Wolfgang Goethe e in ispecie della mia lunga frequentazione del suo Italienische Reise – la cui prima parte era stata pubblicata nell’anno stesso in cui vedevo la luce – presi la risoluzione di andare, da Verona, la città nella quale risiedevo, al paesello di Malcesine, sulla sponda orientale del Benaco. Non mi era sconosciuta quella plaga, e in quello stesso paese mi ero recato altre volte, senza mai tuttavia darmi ad una metodica perlustrazione dei luoghi che il Poeta aveva percorso. La speranza d’incontrare alcuno che avesse conservato memoria di Lui, debbo ammettere, la vinceva sull’incertezza estrema che ciò riuscisse possibile,
stante che erano trascorsi ormai quasi sei decenni da quando Goethe era stato là. L’esser Lui scomparso solo dodici anni prima e, ripeto, la familiarità con la sua persona, guadagnata attraverso la lettura pressoché quotidiana dei suoi scritti, teneva viva tuttavia quell’aspettativa.
Avrei potuto giungervi anche per la via del lago, come Lui. Ma qualcosa, forse il timore d’una sorta d’irriverente emulazione, mi trattenne dal mettermi nella condizione di vedere il paese, e il suo castello, allo stesso modo in cui il Poeta li aveva potuti contemplare dalla barca, e fin ritrarre, prima che il vento contrario l’investisse costringendo i rematori all’approdo.


Ordini

logo_rinascita_450pxSe vuoi leggere il libro nella sua interezza lo puoi acquistare alla nuova libreria Rinascita di Brescia (10 euro).
Via della Posta, 7 – 25121, Brescia
Tel. 0303755394
info@nuovalibreriarinascita.it

Se vuoi riceverlo a casa puoi inoltrare il tuo ordine indirizzandolo a: ordini@secondorizzonte.it
e segnalando l’avvenuto versamento dell’importo indicato tramite bonifico sul conto corrente della libreria (IBAN: Unipol Banca – Agenzia di Brescia: IT 10 B 031 2711 20000000000 1851).
La spedizione non comporta aggravi di spesa.


Recensioni

Dal Corriere della Sera dell’11 agosto 2016.
Clicca sull’immagine per visualizzare l’articolo.

160811.simoni.corsera

Da Giornale di Brescia del 27 settembre 2016.
Clicca sull’immagine per visualizzare l’articolo.

160927-gdb-simoni-grandi

Da Bresciaoggi dell’8 ottobre 2016.
Clicca sull’immagine per visualizzare l’articolo

Simoni illumina di parole «l'ombra dei grandi»

Le ciabatte di mamma

10/06/2016 | Scritto da Rossella Ghizzani | (0 Commenti)

90.copertine-ghizzani.ciabatte

Per arrivarci bisogna alzarsi sulle punte dei piedi, sollevarsi il più possibile e tendere il braccio verso l’alto, più che si può.
Quando la mano riesce ad afferrarla, si sposta il peso del corpo e lo si concentra tutto lì, nella mano, così la maniglia si abbassa. Allora si sente un rumore sordo, piccolo, di ferro.
Un clic. Deve essere quello che permette l’apertura della porta, perché insieme al clic si sente un cigolio appena accennato e la porta si socchiude.
La porta è di legno chiaro. Grande. Larga, alta, e sta sempre lì, incastonata fra la cucina a legna, che la mamma chiama cucina economica, e l’angolo in cui teniamo la seggiolina.
Sulla seggiolina mi siedo io quando gioco ad essere la centralinista, con la cornetta telefonica nera e il tabellone pieno di leve colorate; oppure ci sta seduta zia Cecca.
La mamma mai, non ha tempo lei, e ce lo ricorda sempre.
Sulla sinistra della seggiolina il mettitutto.
Nei vani chiusi dagli sportelli teniamo le stoviglie e su un ripiano a vista la radio, con cui io e mio fratello, adesso che è estate e non andiamo a scuola, ascoltiamo ogni giorno la hit parade.
HIIIIIIT PAARAAAADE, così bisogna dirlo.
La porta mi piace moltissimo. Viene tenuta sempre chiusa e io so perché.
La stanza che protegge è la più bella della casa. C’è un letto, non piccolo come il mio e nemmeno grande come il lettone.
Si chiama a una piazza e mezzo. Prima che la zia Cecca venisse a vivere con noi ci dormiva mio fratello, ma io ancora non c’ero. La zia Cecca non ha figli, è la zia di mamma ed è venuta a stare con noi quando è morto suo marito e sono nata io.
Abita con noi per occuparsi di me, perché la mamma possa continuare a lavorare.
La stanza ha il suo odore. Borotalco, lana spessa e grezza, carta. Fogli di carta che tiene ben piegati nelle tasche a toppa dei suoi vestiti.
I vestiti di zia Cecca si assomigliano tutti. Sono abbottonati sul davanti e cuciti con stoffe dalle tonalità scure.
Li tiene appesi nell’armadio di legno a due ante poggiato sulla parete di destra della stanza. Un’anta è completamente ricoperta da uno specchio; anch’io mi posso vedere riflessa, tutta intera, se mi allontano un po’.
I fogli di carta le servono per imparare a scrivere. Io lo so già fare, e quando rimaniamo da sole glielo insegno. Ho cominciato dal suo nome, Francesca. Lei fa esercizio su quei foglietti di recupero di cui si riempie le tasche. Adesso è estate. Vuole riuscire a scrivere da sola le lettere che spediremo quando sarà Natale. La mamma le fa scrivere a me, anche quelle della zia, ma quest’anno, alle sue vuole provvedere da sè.
Cari nipoti. Noi stiamo bene e altrettanto speriamo di voi
La stanza dove dorme non è proprio una camera, ma è ordinata, fresca, luminosa.
Sulla parete opposta a quella su cui poggia la testata del letto, c’è una finestra, l’unica della casa dal cui vano si scorgono rami frondosi disegnati sullo sfondo del cielo. Riesco a vederli dallo spiraglio della porta socchiusa, e anche se sto vicino al letto.
Se mi avvicino scompaiono. Più mi avvicino alla finestra e meno riesco a vedere fuori.
Non mi importa però. La stanza è piena di cose che mi interessano.
Sulla parete di sinistra, opposta all’armadio, è tesa una lunga tenda colorata, la stoffa è uguale a quella che è servita per cucire uno dei teli a forma di sacco con cui la sera, prima di andare a dormire, la mamma copre il televisore. Non deve prendere polvere, dice, mentre sistema la fodera sull’apparecchio. Ne abbiamo un’altra, rossa, cucita come se fosse il sipario del teatro dei burattini, con due drappi che si sollevano lateralmente.
La mamma la usa quando abbiamo ospiti, per fare bella figura, dice.
Dietro la tenda cerco odori noti.
Lì dietro, su assi di legno allineate, la mamma ripone in ordine i fiaschi del vino, la stoppa, il tiraolio e due damigiane di vetro, grandi, che mio padre si fa riempire di vino dai suoi fratelli.
Abitano in campagna i miei zii, e qualche volta li andiamo a trovare la domenica, con la Topolino.
Mi piace quando andiamo a prendere il vino.
Mio padre mi tiene vicino a sé quando viene spillato dalla botte. Il getto rosso è profumato e scende gorgogliando, trattenuto dagli orli dell’imbuto bianco inserito nella bocca larga della damigiana.
La sera, a casa, babbo e mamma issano la damigiana sul tavolo della cucina, e mentre la mamma prende i fiaschi da dietro la tenda, mio padre, con gesto esperto, infila il tiraolio nella damigiana e aspira con un risucchio prolungato. Poi vi inserisce una cannula stretta e comincia a versare.
Via via che i fiaschi si riempiono, la stanza si colma di un odore che contiene il profumo dei filari delle vigne, dell’uva, del mosto, dei tini, della cantina degli zii e anche della nostra macchina, la Topolino, impregnata del sentore del garage dove rimane parcheggiata ogni settimana.
Sono nata così io, una sera che a casa infiascavano il vino.
Me lo ha raccontato la mamma, mi ha spiegato che è stato lo sforzo di sollevare la damigiana sul tavolo che mi ha fatto venire al mondo qualche giorno prima del previsto.
Se annuso dietro la tenda, ritrovo tutti i colori variegati della campagna e il rosso brillante della mia nascita.
Nella stanza, quello che mi piace più di ogni altra cosa è la piccola scansia incastrata fra l’armadio e l’angolo della parete con la finestra.
La scansia è coperta da un imballaggio fiorito, di plastica trasparente, che ha una cerniera sul davanti. Lì dentro la mamma ripone le sue scarpe, bellissime.
Ogni volta che posso, sguscio nella stanza e le guardo.
E’estate adesso, e i ripiani sono occupati da sandali e ciabatte.
Li guardo, modellati dalla forma dei suoi piedi, e immagino i passi veloci che la portano via ogni mattina, al lavoro, a Firenze.
Cammina frettolosa la mamma, anche in casa, e i suoi spostamenti sono ritmati dal ticchettìo delle suole sul pavimento, diverso a seconda delle stanze in cui si trova e dei movimenti che compie.
I sandali, blu o bianchi, hanno tomaie di pelle, lacci sottili che le si avvolgono alle caviglie e tacchi stretti.
Quando li indossa vuol dire che esce, seguita da una scia di piccoli battiti ravvicinati, che mi lasciano custode dell’attesa del suo ritorno.
Se sta in casa o scende solo a fare la spesa, calza le ciabatte, ed è tutta un’altra musica.
I passi, pur affrettati, si allungano e si distendono. Ne deriva un fruscio diffuso che diventa la colonna sonora della sua presenza e della speranza che prima o poi si accorga di me.
Quando sono qui, protetta dalla penombra estiva che tracima dalle persiane verdi della finestra, le tocco una a una, le sue ciabatte.
Ce n’è un paio che mi piace più di tutte. La tomaia marrone sembra di seta, è lucida ed è tutta traforata da piccoli buchi orlati, di dimensione diversa, come una costellazione.
La zeppa di sughero, morbida al tatto e attraversata da una riga orizzontale dello stesso colore della fascia, pare una fetta di quella torta al caffè che di tanto in tanto prepara la zia.
Faccio passare la mano aperta sulla stoffa liscia, infilo le dita sotto la tomaia.
Mi sfilo dai piedi gli zoccoletti di legno e poggio le ciabatte di mamma per terra.
Con la mano destra mi reggo al pomello di un’anta dell’armadio, un piede per volta salgo sulla zeppa e scivolo in avanti.
Sono altissima! Senza staccare la mano, azzardo qualche passo verso la finestra, poi mi giro e mi specchio. Sono grande, una bambina grande come la mamma.
Piano piano prendo sicurezza, provo a camminare, mi guardo ancora e poi mi avvicino alla finestra. Con le ciabatte di mamma posso vedere le fronde degli alberi anche se sto poggiata al davanzale.
Mi giro su me stessa e sono già lei, il braccio piegato su cui infilare la borsa, sto andando a lavorare a Firenze con l’autobus e penso che prima di tornare a casa comprerò alla mia bambina quei panini salati che le piacciono tanto.
Non so da quanto tempo mi stia osservando.
Quando la vedo arrossisco e la guardo.
Le spalanco sulla faccia gli occhi ancora ridenti, distanti, smarriti nella fantasia del gioco, e stringo le labbra in un sorriso incerto, impaziente, mentre aspetto di sapere cosa dirà.
Toglitele, le sciupi, dice. Vieni di qua con me, vanesia, dice, e mi aiuta a calzare i miei zoccoletti.
La seguo senza capire come sta. Si è arrabbiata? Qualcosa nell’espressione del suo volto mi lascia intuire che sa, che ha capito, che da qualche parte, dentro di sé ha aperto un sorriso.
Alzo la testa verso di lei, e mentre chiude la porta i nostri occhi si incontrano.
Sei ancora piccola, dice.
In cucina volteggia il vapore della cena che sta preparando.
E’ in quelle spirali profumate che annega il tuffo del mio cuore.

Andiamo al mare

10/06/2016 | Scritto da Rossella Ghizzani | (0 Commenti)

90.copertine-ghizzani.mare

“Cosa vuoi ancora? Te l’ho già detto, lasciami stare che la mamma ha da fare”.
Ma i tuoi occhi non ne vogliono sapere.
Trattieni nello sguardo la gioia del futuro che verrà. Il domani vicino, alla tua portata, al quale ti affidi senza riserve e il cui garante è lì davanti a te, tua madre.
Lei va sempre veloce, ha sempre fretta. Il tempo non le basta mai.
Hai imparato che non devi darle fastidio, che non la devi intralciare, che devi fare le cose come vuole lei.
Si muove svelta, affannata. Prepara la cena mentre piega e stira la biancheria sul ripiano in marmo del tavolo della cucina, sul quale ha steso una coperta di lana e un telo bianco di cotone. Fa sempre così, quando stira.
E’ estate. Dalla finestra spalancata entra una luce che contiene tutte le promesse riflesse nel tuo sguardo.
Si avvicina ai fornelli frettolosa, e quando solleva il coperchio del tegame, la stanza si riempie dell’odore familiare del pomodoro e del basilico.
“Quanto manca mamma?”
Senza interrompere il movimento delle mani e delle braccia, si volta, poggia con forza il ferro caldo sulla stoffa, ti guarda per un istante e lascia uscire le parole con il respiro dello sforzo che sta facendo. “Te l’ho detto” soffia. “Due giorni. Oggi è venerdì, partiremo domenica”.
Domenica!  Intrecci le mani e stringi, stringi forte per contenere l’euforia che richiederebbe di alzarsi dalla seggiolina su cui sei seduta e saltellare intorno a lei, al tavolo, scalpicciando a salti avanti e indietro per la stanza, una, due, dieci volte, avanti e indietro, cantando “Domenica, domenica!”.
Ma quando è domenica?
Rimani seduta, ancora la guardi e il tuo volto lascia trasparire tutte le domande che vorresti farle.
Quando arriviamo? E quando si vede il mare? E sul treno sto seduta vicino al finestrino?
E dove mangiamo? E andiamo subito alla spiaggia?
Piano, con calma, non bisogna farla arrabbiare.
Adesso ha finito. Ripone il ferro da stiro, ripiega il telo e la coperta e, con cautela, prende la pila di panni ben piegati e la porta in camera da letto.
Poggia tutto sul piano del comò, si alza sulle punte dei piedi e cerca di afferrare qualcosa dal ripiano più alto dell’armadio.
L’hai seguita, ancora canticchiando dentro di te “Domenica, domenica”, e la guardi, con la faccia illuminata dal sorriso che lascia trasparire tutta l’eccitazione che le tue mani piccole, ancora intrecciate, stentano ad arginare.
Non ce la fa, prende una sedia dal soggiorno e ci sale in piedi.
Quando riscende, ha in mano la valigia di pelle nera che deposita sul lettone.
Per te un tuffo al cuore: la riconosci, è proprio quella con cui si parte per il mare.
Le stai vicino, vuoi vedere, anticipando nel pensiero quel che sta per avvenire.
Sai già che adesso farà scorrere il cursore della lampo e che via via che i piccoli segmenti trasversali si separeranno, l’interno setoso della valigia lascerà intravedere il colore arancio del telo da mare, fregiato di una giraffa nera, e libererà l’odore di Antignano.
Si va sempre lì al mare, ad Antignano, dalle suore.
Per arrivarci bisogna prendere l’autobus fino alla stazione di Firenze, salire sul treno, che ha sedili di legno, e farsi portare fino a Livorno. Lì bisogna prendere un altro autobus, quello con la scritta che anche tu hai imparato a leggere, “Ardenza”.
E’ quello che rivela il mare. Dai finestrini si intuisce la luce blu che risale per le strade di quella città che ancora non conosci, e ad ogni svolta pensi “eccolo, eccolo, adesso si vede”.
Quando riesci davvero a vederlo ti mozza il fiato, e le tue manine si intrecciano.
Antignano si riconosce dal suo odore.  Un miscuglio composto di salsedine, di catrame, con cui i pescatori riparano le barche sul molo, di resina profumata di pini marittimi che, nelle tue narici, si congiunge in un tutt’uno con l’odore delle stanze del pensionato gestito da suore in cui soggiorni e con i profumi che esalano dalle imposte verdi della finestra della loro cucina. Quando torni dalla spiaggia all’ora di pranzo – affamata, affamata! – quegli aromi ti raggiungono sul marciapiede prima ancora di arrivare al portone d’ingresso.
La sua voce ti riporta al presente. “Guarda cosa ti ha cucito la zia”.
Un vestito nuovo, per te, per andare al mare. E’ bellissimo.
Le dita si cercano, devono tenersi, subito, perché questo è troppo.
Il vestito è a quadrettini bianchi e rossi, ha le maniche corte e una gala sulle spalle, una striscia increspata di stoffa che, ne sei sicura, se corri si muove.
La guardi. Le apri sul volto un sorriso che non dicono le labbra, ma tutto ciò che sta loro intorno.  Anche lei ti guarda. “Vediamo se ti sta bene”.
Un salto nei respiri, un vuoto, una mancanza d’aria che recuperi mentre alzi le braccia e lasci che la stoffa vi scorra sopra. Le sue mani ti aiutano a farla passare dalla testa, te la modellano intorno al corpo, tirano il tessuto davanti e poi dietro.
Alla fine chiude la cerniera che non si vede, ben nascosta su un fianco.
Veloce, quasi brusca, ti rimette le forcine nei capelli e ti lascia lì, davanti allo specchio lungo dell’anta centrale dell’armadio, mentre corre in cucina a mescolare la pomarola.
Ti guardi.
Anch’io, dal futuro lontano, da un tempo che neanche puoi immaginare, ti guardo.
Il tuo aspetto mi riempie di tenerezza, vedo i tuoi occhi che imprigionano l’esplosione di gioia per quel momento troppo carico di quello che c’è e di quello che sta per avvenire.
Nel fondo, in quell’abisso che contiene le orme dei passi che farai, scorgo quella preoccupazione che le tue mani stentano a frenare, attanagliate ai lembi del vestito.
E’ piena di domande, quell’ombra che appanna la trasparenza delle tue pupille scure.
E’ proprio questo che la mamma vuole? Che tu stia lì con quel vestito indosso, davanti allo specchio, in attesa che lei ritorni?
E’ così bello quel vestito nuovo, cucito per te, solo per te, che le domande ti assillano.
“Me lo merito?”, “La mamma davvero me lo farà indossare?”; e con le domande, i buoni propositi. “Devo stare attenta, non lo devo sporcare, non lo devo rompere o sciupare”.
E poi quella partenza, che solo a pensarci ti si infrange il cuore.
Il mare, domenica, ma quando è domenica?
Ti guardo, e dall’oggi distante da cui ti osservo, so che continuerai a cercare risposte
per quelle domande che non ti lasceranno mai, neanche quando sarai diventata grande.
So che per te ogni momento di gioia conterrà un’ansia sottile che ti farà muovere le dita, come se le tue mani si cercassero, come se le volessi intrecciare.

 

Gracile, incurvata, ripiegata su di sé. La guardo e di lei mi colpiscono soprattutto le mani, dove il tempo ha seminato chiazze di vecchiezza, dove la cute si scolla e si ripiega sovrabbondante, come stoffa in eccesso. Abbiamo sempre avuto mia madre e io, delle mani asciutte, dita affusolate, lunghe, non interrotte da nodosità. Anno dopo anno le sue mani sono andate assumendo l’aspetto di rami rinsecchiti, artigli spesso preda di tremori incontrollabili. La vista di quelle mani mi scatena fiumi di pena, mista a risentimento per lei che si permette di invecchiare, non mantenendo le promesse: una madre è per sempre.
Entrambe osserviamo quei tremori di sfuggita, come ladre, l’una colpevole di vecchiezza, l’altra di scarsa compassione. In realtà il suo tremore non é venuto con l’età, c’é sempre stato in quelle mani, quando l’emozione eccede il recipiente del cuore. Lei la chiama emotività, quella stessa da cui sono fuggita infilandomi in una professione dove per l’emotività non c’è spazio, concedendo all’emozione altre rappresentazioni.
La guardo, le mani in grembo, l’una sull’altra serrate a pugno per nascondere il tremore, tradita dal labbro superiore che si increspa appena appena. Guardo quella donna innegabilmente vecchia che é mia madre, che regge ormai a fatica il bagaglio dei giorni, abdicando spesso anche alla dignità minima del tenere per sé ciò che andrebbe celato.
Ha sempre avuto un’innata abilità nello svuotare il suo zaino addosso a me bambina, a me ragazza, a me a mia volta madre e ora donna più che adulta. Da sempre mi presto a essere il setaccio delle sue ansie, della sua angoscia, del suo terrore di invecchiare e di morire, fino ad abitare le sue paure, a svegliarmici dentro il mattino.
Mi lascio trapassare dalle sue parole lamentose, ne filtro la paura e gliene restituisco di chiare, trasparenti, piene di speranza. Ho ingoiato i bocconi amari delle sue rughe, delle sue rare patologie, della sua solitudine. Trascinata fuori da me, mi sono allenata alla vecchiaia e alla decadenza di corpo e mente, in un trailer ripetuto all’infinito. Per interposta persona, ho già sperimentato il collare di rughe sul collo, le chiazze di pigmentazione cutanea, i dolori articolari al punto di stupirmi quando lei mi butta lì l’impietosa previsione mista a minaccia e a vendetta di quel “Vedrai come è difficile invecchiare!”, senza vedere che sono già vecchia per osmosi, per il principio dei vasi comunicanti, parte degli anni e degli acciacchi materni mi appartengono, li sento nel corpo.

Eppure questa è la madre che mi sommergeva di fotografie fin dalla nascita, documentando ogni mio impercettibile cambiamento nel mirino della macchina fotografica, intercettando le mie prime, smorfie. E’ questa la madre che non sapevo lasciare sulla porta della scuola materna, che attendevo per ore sola, senza giocare, senza mescolarmi con gli altri bambini, seduta sulla panchina rossa nel cortile della scuola. E’ questa la madre che mi mancava fino a togliermi il respiro in colonia in montagna, quando tutte, proprio tutte le sere piangevo e mi struggevo nella nostalgia… E’ questa la madre che se ne stava seduta facendo la maglia mentre ripetevo gesticolando per casa il nome di ossa e muscoli prima dell’esame di anatomia, che mi ascoltava o fingeva di farlo, presente, silenziosa, pronta a caricare la caffettiera al primo intoppo.
A volte mi drappeggio intorno agli occhi una raggiera di rughe, così per prenderci ancora più confidenza, per portarmi avanti. Quelli sono i giorni in cui riesco a provare pietà per me stessa, a intravvedere la fatica inutile, dietro i pensieri che si snodano nel cervello di una brava figlia.
La guardo mentre preda di un’ansia nuova, rifiuta di governare la paura e si abbandona al flusso di emozioni infantili che snocciola come i grani di un rosario, sicura che parlandomene se ne libererà. E’ così che funziona fra di noi fin dalla mia infanzia: lei apre il pozzo delle sue angosce, le sue parole si gonfiano come vele e fluiscono nel fiume dei miei giorni, da tempo immemore. E io, che ho anticipato il tempo, che ho superato in corsa la mia vecchiaia con la sua, non posso che diventare sempre più abile a portare pesi, inarcando un po’ la schiena, sempre più curva sotto una gerla altrui eppure mia.

La ricordo seduta sul bordo del mio letto quando un amore adolescente svaniva, pronta all’ascolto, sempre attenta, mentre mi pronostica una vita meravigliosa e si butta a cucinare un budino che divoriamo. Le sue parole sapevano attenuare dolori, aprire varchi in terreni aridi, pur nell’incapacità di gesti, nella negazione di abbracci o di baci. La fisicità le è sempre stata preclusa, il suo campo da gioco erano le parole.
La sento cantare canzoni d’amore in macchina o mentre camminiamo in montagna o accennare qualche aria della Carmen o della Traviata nei rari momenti in cui il dover essere si assopiva.

Ma anche allora, quando la vicinanza pareva intimità, sapeva brandire con arte l’arma invisibile del ricatto. Con fine intuito sapeva portarmi lì dove lei credeva dovessi stare, al punto da annebbiarmi completamente la vista, da trafugare il mio sentiero di soppiatto, aprendo il sipario su una strada asfaltata a doppia corsia di suo gradimento.
A volte la sento affannarsi a frugarmi nell’anima con il chiaro intento di rubare, non so bene cosa, forse quello che lei crede essere la mia riserva di vita cui potrebbe attingere senza riserve, se questo fosse decoroso. Detesto la sua rapacità celata in quell’aspetto inoffensivo che trattiene gli artigli, nella finta debolezza di una donna che non si è mai piegata e neppure flessa per un istante, ben concentrata su una bussola costantemente orientata verso di sé.

Le telefono da Maidstone, al primo anno di università, spaventata dalla mia disavventura britannica, nella speranza che mi richiami, che mi riaccolga a casa. E invece lei fa leva sul mio desiderio e mi spinge nelle fauci di Londra, dove sogno di andare da anni. Infonde fiducia nelle mie vene, mi garantisce che ce la posso fare, che devo solo allungare una mano e aprire le dita. E’ lei, più di mio padre, a farmi udire il richiamo del mondo, a sostenere la mia fuga, a dare voce alla mia inquietudine. Londra la devo a lei. A lei devo dunque anche l’uscita da casa, pur nel suo confuso tirare e mollare l’elastico della mia adolescenza.

Derubata, quando la guardo, istintivamente tendo a rannicchiarmi ancora di più in me stessa, immergendomi sempre più a fondo per non essere catturata dalle sue dita lunghe.
E’ in quei momenti che percepisco la sua volontà di trascinarmi con sé fino alla morte, oltre la morte, non per amore ma per non essere sola, per attenuare il suo terrore, per conservarmi come devoto balsamo filiale. Saprò sottrarmi quando sarà il momento o mi lascerò scivolare, ancora incapace di frapporre qualche centimetro fra di noi?

Con stravagante ingenuità provo a mettermi contro il suo tempo, contro il tempo, con i talloni puntati. Provo a lasciare emergere il buono che so esserci stato. La rivedo che mi fa compagnia ad ogni ciclo di chemioterapia, quando i farmaci inondavano di gelo le mie vene e cominciavo a battere i denti. Eccola che si alza, si procura un’altra coperta e mi asciuga il sudore freddo dalla fronte, senza una lacrima, lei che piange per nulla. Durante la mia malattia non ha mai ceduto in mia presenza, si è presa cura di me senza battere ciglio, come fosse stata certa delle mie chances, come se la mia sopravvivenza non fosse mai stata in dubbio. Lei, terrorizzata dalla sua morte, sedeva accanto alla mia con dignità, con fiducia, come un soldato al fronte, certo della vittoria.

Mi impegno a scrollarmi di dosso il risentimento e le antiche pendenze. E’ vecchia e a una vecchia non si fa la guerra. Semplicemente la si digerisce così, la si accudisce, la si sopporta clementi.
Ma la clemenza mi fa difetto e inciampo, riluttante, nelle mie stesse acrobazie scomposte. Sento il frastuono dei suoi ferri da calza che incrociano la falce della Grande Signora. So che si sta allenando al grande passo, ma il rovescio delle sue paure ha un sapore troppo amaro. Come un’attrice prima del debutto si sforza di contenere l’angoscia, nella vana ricerca di un appiglio, di un senso, di una seppur minima speranza. Interroga tutto e tutti: Dio, la scienza, il delirio ed ovviamente me che imbastisco balbettii compassionevoli che sopravvivono giusto una sera.
Nel suo inespugnabile tormento, vive nel terrore di quella prova suprema, di quel torrente che la porterà via e che percepisce vicino almeno da trent’anni, senza neppure il buon gusto di vedere che gli unici piedi che lì si sono immersi sono stati i miei.

Forse questo non lo può guardare, forse per una madre la morte di una figlia risulta così intollerabile da non poterla neppure sfiorare con il pensiero. E il suo amore materno non lo posso mettere in dubbio. Ma l’amore materno ha mietuto non poche vittime.

O forse è ancora lei al centro del suo mondo e del mondo intero. Forse invecchiando il mondo si restringe fino al cerchio che le proprie braccia possono disegnare intorno al corpo e quello diventa l’unico mondo visibile, la patria.
Il rancore si tende dentro di me come la corda di un arco, pronto a scoccare una freccia che non partirà, che non saprà ferirla, che non potrà difendermi. Le sue narici fremono nella sua quotidiana questua e lei annaspa in attesa che io spalanchi il mio cuore pavido e alleggerisca la sua ansia di oggi. Ma un muro sottile e trasparente si erige fra di noi, la mia volontà recalcitrante temporeggia, sta a guardare e la mano resta in tasca.
Il suo collo si inclina, sinuoso come un rettile, in quella postura sofferente che chiede la pietà che oggi stento a concederle, finché mi accascio esausta e offro i padiglioni auricolari che non riesco a scollegare dall’anima, alle sue lagnanze di oggi. Mi sforzo di ascoltare senza sentire, di anestetizzarmi saggiamente, come non ho mai saputo fare. Intercedo per me stessa e cerco di essere un vaso bucato sul fondo, da cui transitano le sue parole senza lasciare impronte, senza ferire, senza incidere ricordi. Fingo che non si tratti di mia madre ma del racconto di una paziente senza nome, cui non devo nulla se non un’empatica accoglienza. Provo a mettere distanza fra di noi a escogitare la giusta postura.

Sono in piedi sul tavolo della cucina mentre lei appunta gli spilli all’abito rosso che indosserò per la mia prima festa. Come tante altre volte, lei maestra, si cimenta con ago e filo e ne tira fuori capi graziosi che io indosso dall’infanzia all’adolescenza e anche oltre. La vedo china con gli spilli incautamente fra le labbra, che osserva prima l’orlo e poi l’insieme del vestito, visibilmente soddisfatta di sé. Così come quando finisce un maglione da sci stile jacquard, con le renne e i pini colorati che mi terrà caldo sulle piste.

La guardo con sconforto mentre, dimentica di me, incurante delle ferite che si producono sul mio corpo, versa i suoi fluidi, incontinente. Sento la sua fame di vita, della mia vita. La vedo mentre scavalca la montagna della sua paura attraverso il mio ascolto, grazie al mio orecchio, al mio timpano a brandelli. La osservo mentre si accarezza l’anima ormai rassicurata, riorientata nel suo tramonto.

Ora mi corregge i compiti e con la testardaggine della maestra mi convince a riscrivere tutto da capo, in bella calligrafia, ad essere brava, sempre più brava. Lei che la scuola ha dovuto implorarla con le lacrime, vuole che io studi, che ottenga ottimi risultati, che realizzi sogni…. io che posso.
Asciutta, scattante, angolosa, con quel che di arrogante sul fondo, quello sprezzo simil nobiliare che segna come un marchio le donne della sua stirpe confligge con l’immagine di madre accogliente, magari un po’ grassottella, rassicurante, avvolgente, silenziosa, serena che un tempo, nella furia di guadagnarmi un posto nel mondo, avrei liquidato come remissiva e scialba.

Ogni giorno mi presidio e mi propongo di non concedere nulla al suo crepuscolare lagnarsi e ogni giorno le consento di infilarsi nel mio spazio intimo, suo luogo d’elezione, melliflua, spargendo germi che non so arginare. Allora divento ostile, carica di una rabbia impotente che si spegne in tristezza.
Ed ecco che lei, eludendo il mio sguardo, fa la sua mezza giravolta e, come se avesse parlato di cucina, con il suo sguardo sicuro, intavola una chiacchera sull’opportunistico nulla quotidiano.
Sopporto il mio castigo consolandomi al pensiero che di lei conosco anche il non detto mentre lei di me sa poco e nulla. Ma non basta per continuare a fare da materasso delle botte.
Cerco di guardarmi come potrebbe vedermi un altro, di pensare ciò che un estraneo penserebbe di una donna attempata ancora ostaggio di sua madre. Ma ho troppa intimità con me stessa per potermi guardare a distanza. Un accenno di sorriso sghembo si fa strada al pensiero che lo faccio per lei, nel disonesto tentativo di spacciare per amore filiale l’incapacità di difendermi, di mantenere una distanza di sicurezza.
Ma nelle sue mani legnose affondano le mie radici, in quella terra scura in cui ha germogliato l’algida donna che è stata sua madre e l’austera vecchia che è stata sua nonna. Una genealogia femminile così poco femminile, orfana di dolcezza, incapace di carezze, maestra di regole, di sobrietà e di decoro. Quanto di quelle donne arcigne scorre nelle mie vene? Quali angoli mi è stato consentito smussare e quante le timidezze e le ritrosie che ho potuto solo sopportare?
I miei rami si allungano verso l’azzurro dove le mie figlie germogliano, stupende nella loro sfaccettata trasparenza. Quanto so di loro? Quanto sanno di me? Quanti baci ho saputo concedere e quanti negare?
Quanto ingombrano nei loro giorni le mie radici, quelle di mia madre, di mia nonna e di sua nonna? So per certo che di queste radici hanno consapevolezza e questo per ora mi basta.

Cerco di mettere la sordina ai ricordi ma lei compare sugli sci con il suo pullover azzurro cielo, o mentre cammina sui pendii di montagna o distesa al sole come una lucertola, o impegnata nel vano tentativo di imparare a nuotare. Eccola che sfodera la tovaglietta a quadretti bianca e rossa sul tavolino da picnic issato sulla neve. Ecco noi bianchi e rossi dalla fatica che ci godiamo le tagliatelle al ragù al sole d’inverno. E poi ancora neve, ancora sci e freddo secco sul viso e sole e tutto il bello e il buono dell’esser bambini.

Cerco le mie tracce mentre mi appoggio con i gomiti alla mia immagine sbiadita, tiepida e priva di coraggio, smentendo la mia propensione al taglio. Nel mio corpo si fa strada un’eco che non so decifrare ma che si sente sul fondo mentre increspa le onde, lì dove i sospiri si fanno supplica. Vado a caccia di vento e osservo il mio inutile insabbiarmi nell’autobiografia, in un’epoca del mio vivere che dista millenni dall’infanzia e che non mi dà titolo di appellarmi ad un’allora paleolitico.
Provo ad archiviare ciò che è stato, a interrompere quell’insensato ricordare, interrogare, attribuire responsabilità e meriti che non mi porterà da nessuna parte. Non ci sono matasse da sbrogliare, bisogna lasciare tutto lì dov’è, prendere quel denso magma che chiamiamo passato e metterselo in tasca, tenerlo lì senza continuare a stuzzicarlo a tormentarlo. Tenerlo lì con le sue grinze, con le sue spine e i suoi arcobaleni, a contatto con il corpo da cui non può separarsi.
Con mansuetudine, il mio cuore invertebrato e polveroso arrotola le mie scintille di irritazione, il mio impotente nervosismo che si distende come ragnatela sulle sue parole e sulla mia fiacca rinuncia a tenermi presente a me stessa. Liquido sommariamente le mie perplessità in un ennesimo avvitamento, amputando le mie possibilità di oggi e forse anche quelle di domani, nell’estremo tentativo di uscirne viva.
Cerco in me il perdono, per lei e per me. Cerco un po’ di tregua, provo a raschiare via gli strati di rancore dall’anima, a lasciare andare, prestando ascolto ad altro, nella ricerca di quel grembo che ho abitato, di quel confine incerto fra il nascere e il morire, in quel tempo irrecuperabile alla memoria in cui il suo desiderio mi ha messa al mondo.
Ma i nodi non si sciolgono nel mondo visibile e, nel mio confuso annaspare, cerco un ormeggio in quel miscuglio di bene e di male, di tentativi e di rinunce, arrendevole come l’acqua. Ascolto il risuonare del silenzio, guardo il disordine del mio presente, il mio quotidiano scacco totale. Lascio emergere la mia opacità impermeabile che per ora posso solo osservare.
Cerco in qualche mio doppio fondo un po’ di compassione per lei, per me, mentre sento la sua vita gocciolare via, e con la sua la mia.

La torre

02/03/2016 | Scritto da Rossella Ghizzani | (0 Commenti)

“Abbiamo bisogno che, insieme al pensiero, passi fra noi anche qualcosa della massa sterminata di cose ignorate e taciute, cieche e mute, impensate e impensabili, che si stende fuori dal mondo dei segni, cose che siamo tutti i momenti, che capitano da tutte le parti, come meteoriti sulla terra, e che ignoriamo o subito dimentichiamo, le cose reali che nel mondo dei segni qualche volta entrano facendo un segno negativo, un meno, o meno ancora, uno scarabocchio.”
(Luisa Muraro, Il Dio delle donne, Milano, Mondadori, 2003)

Sedici era il numero dei piani e anche il civico della via, che in quel tratto s’infrangeva contro l’arcata d’ingresso del condomino per proseguire poi il suo corso lineare, arginato da comuni marciapiedi su cui affacciavano, uno accanto all’altro, ordinari giardini di villette a schiera.
Passare sotto quel volto mi faceva pensare all’attraversamento di un ponte levatoio che, inesorabilmente, si sarebbe chiuso dietro di me.
Immaginavo lo sforzo rumoroso degli argani che sollevavano il pesante impalcato dietro le mie spalle, isolandomi dal giorno che lasciavo fuori, dal colore del cielo, dal sistema regolato di relazioni, impegni, sentimenti – la consuetudine del mio vivere quotidiano – per consegnarmi a una normalità del tutto diversa, a un instabile equilibrio di cemento armato su cui, ad ali spiegate, la sorte precipitava planando, dirompente, come meteoriti sulla terra.
Lo chiamavano al femminile – è un condominio ma è denominato Torre – per la sua altezza, o forse per richiamarlo al pensiero comune come simbolo d’incrollabilità.
Anche in questa Torre, come nel racconto biblico della Torre di Babele, lingue diverse confluivano e si confondevano, portate dalle storie di donne e uomini provenienti da tante parti della Terra.
A un certo punto ho cominciato a pensare che quel nome, Torre, derivasse dall’immagine dell’arcano numero sedici del mazzo dei tarocchi, Le maison Dieu.
Un luogo in cui si creano accadimenti, dove lo stare insieme provoca rovesciamenti e scambi, dove la solidità delle mura non garantisce e non tutela dalla fragilità combinata di così tante vite, ignote le une alle altre ma non ignare le une delle altre.
Un paese, un piccolo paese sviluppato in verticale, senza un centro, senza una piazza; solo vie strette, parallele che non si intersecano mai.
Un organismo pulsante con le radici in Africa, in Italia, in India, nelle baracche del campo nomadi di una qualunque periferia, nell’Europa delle guerre.
Al crepuscolo, a guardarla da fuori, la luce di ogni finestra raccontava una storia, un mondo, una musica, il profumo di una cena i cui sapori, come una scintilla, sapevano risvegliare d’improvviso frammenti di passato radicati nella memoria.
Dietro ogni finestra, persone.
Erano, o erano state, ricche, povere, operaie e operai, nullafacenti, artisti, bottegai, sindacalisti, infermieri, profughi, dipendenti pubblici, laureati e analfabeti.
Per qualcuno di loro, l’abitazione precedente all’appartamento nella Torre era stata una baracca, una roulotte, una grande dimora signorile di Casablanca, una casa berbera scavata in un pozzo, una casa di pietra con il tetto spiovente, una tenda, un garage, il sottopasso di una ferrovia, una stanza in casa d’altri.
Alcune, prima di abitare alla Torre erano giovani, non lavoravano, avevano i figli piccoli ed era stato il matrimonio e la nascita del primo bambino a portarle lì.
Altri, prima della Torre avevano un’impresa, una sartoria, una bottega di restauro, una tappezzeria, un negozio da barbiere.
Alcuni facevano i turni in un’acciaieria, altri avevano giocato d’azzardo e non smettevano di farlo.
Molti avevano portato le proprie esistenze alla Torre per rovesci, per una grandine inaspettata e inconsueta che li aveva colti di sorpresa senza dar loro il tempo di salvare il proprio raccolto.
Persone. Colleriche, collaboranti, miti, provocatorie, pretenziose, accomodanti.
Sole, o affollate numerose in appartamenti sotto dimensionati.
Sole, o con nidiate di bambini nati uno dopo l’altro come fossero ciliegie, come se la nascita di uno si lasciasse dietro la scia del piacere e del desiderio di partorirne subito un altro.
Bambini. Felici, incompresi, curati e abbandonati, malvestiti, malnutriti, rivestiti di capi firmati all’ultima moda, violati, coccolati. Nella portineria e nel parco adiacente al condominio, una concentrazione che stordiva.
Donne, anziane e sole, i cui appartamenti contenevano immutati gli arredi di quando ciascuna provvedeva alla cura di una famiglia numerosa. Tante stoviglie, tanti armadi, letti, lenzuola, tovaglie, coperte, asciugamani.
Gli oggetti costituivano la loro corazza, sentinelle inamovibili di un passato nel quale erano state forti, madri, bussole e perni del farsi della storia, anche quando la storia si era rivelata sbagliata.
I corridoi lunghi, piastrellati di linoleum nero, erano illuminati da una luce fioca, al neon, che ricordava i garage sotterranei e suggeriva una vaga percezione di insicurezza.
Posso sentirne i rumori e ascoltarne i suoni, rievocarne gli odori, riprovare nelle narici e nello stomaco la stretta che talvolta i miei sensori ergevano, in difesa dai miasmi che esalavano dai vani ascensore, dalle rampe delle scale, da dietro le porte di alcune abitazioni.
Quel bagliore dimesso rendeva opaca la tinta rossa delle porte, la diminuiva di una tonalità cromatica e produceva stonature nel brulichio sommesso delle storie.
Erano le storie ad accogliermi. Prima che le porte allineate si aprissero, mi sapevano suggerire inquietudine, benevolenza, segreti e menzogne o l’esplicita, cruda verità.
Gli odori, mescolati al sentore di vita di cui quegli anditi di passaggio ribollivano, sapevano orientarmi.
Una mappa che mi consentiva di avere il tono di voce adeguato, l’espressione del volto appropriata, la padronanza dei gesti: la porta sarebbe stata aperta o socchiusa a spiraglio, avrei o non avrei dovuto togliermi le scarpe prima di entrare, mi sarei seduta o non l’avrei fatto, avrei evitato di guardare negli occhi il mio interlocutore o la forza dello sguardo mi sarebbe servita per annodare il primo filo di un legame.
Quello che accomunava ogni ingresso, era lo sferragliare della chiave nella serratura: ciascuno chiudeva con quante più mandate possibili la porta rossa del proprio alloggio.
Centoottantasette appartamenti abitati da circa seicento persone.
Seicento persone occupate a nutrirsi, lavarsi, parlare, dormire, ballare, piangere, innamorarsi, separarsi. A nascere, vivere e morire.
Ero lì per quello, per le persone, era quello il mio lavoro.
Avevo il compito, affidatomi dalla Cooperativa per cui lavoravo, di coordinare il gruppo di lavoro sul disagio adulto che gestiva alla Torre il servizio di Portierato Sociale, di sollecitare le relazioni fra gli abitanti di quel castello affinché riscoprissero il senso del buon vicinato; di garantirne la sicurezza, di mediare nei conflitti, di ripristinare un sistema di regole condiviso che rendesse positivo, proficuo, benefico il con-vivere, il co-abitare, lo stare insieme e sostenesse le famiglie e le persone più bisognose. Il mio campo di azione quella società scomposta che si rivelava a tranci dietro la porta di ciascun appartamento. Ognuno un mondo a parte, lo spicchio isolato di un globo frammentato in tanti pezzi, la cui unità, in parte, dipendeva anche da me.
L’estensione della superficie della placca dei campanelli e il numero delle cassette della posta bastavano da sole a testimoniare che non fosse cosa semplice.
All’ultimo piano, le cantine.
Non erano chiamate soffitte ma cantine.
Sopra le cantine il tetto, dalla cui prospettiva cambiava del tutto la visione del posto in cui mi trovavo.
Era esposta ai venti la Torre, correnti ascensionali che la rendevano gelida d’inverno e molto fresca in estate. Abitarla, soffermarvisi, frequentarla ogni giorno, faceva sentire appesi a lunghe soste al margine di un’autostrada.
Nessuna sicurezza, nessuna certezza. Lo spostamento d’aria provocato dai mezzi pesanti in circolazione scuoteva le vesti, faceva volare via gli effetti personali, disperdeva nell’aria frammenti di parole, emozioni, brani interi di esistenze.
Alla Torre, il numero stabilito di residenti, combinato in ordine casuale con quello dei visitatori, con la molteplice disomogeneità degli abitanti e con l’intreccio, in continuo mutamento, dello scoccare di relazioni diverse, rendeva possibili serie infinite di composizioni.
Lì poteva accadere di tutto.
Poteva accadere che la nebbia si impadronisse di un pomeriggio d’inverno e nascondesse la Torre agli sguardi, mentre la morte, furibonda e silente, alzava il sipario sulla scena che aveva saputo allestire. Toccava a noi scoprire i resti mortali, e il nostro sguardo rendeva la scena reale, circoscritta all’esame del medico necroscopo e ricondotta alla liturgia del rito funebre. Negli occhi restava quel che non avremmo voluto vedere, sulla lingua il retrogusto acre della paura e del disgusto e, sotto la suola delle scarpe, tracce che solo cento e mille e mille passi avrebbero potuto cancellare.
Poteva accadere che le parole del dolore e della sottomissione, pronunciate a brandelli e storpiate nella mia lingua, mi fossero sussurrate nel segreto, e nel segreto, con il coraggio che a volte unisce una donna a un’altra donna, si trasformassero nelle parole incerte della forza.
Accadeva anche che la Torre pretendesse i suoi martiri, come se non le bastasse mai, come se la sua cattiva fama avesse bisogno di lustrarsi, di rinvigorirsi, di non cambiare, mai.
Quando mostrava i denti, la Torre mangiava i bambini.
Li sputava fuori dalle finestre dei piani più alti, o li nascondeva nei recessi più bui.
Li esibiva, danzatori scheletrici di balli popolari, agghindati a festa e ammaestrati al sorriso, o li segregava, obliati alla vista, al pensiero e all’obbligo scolastico.
Quando le lacrime delle donne e degli anziani avevano lavato l’infamia, quando lo sguardo degli uomini aveva abbassato con mano aperta, come una carezza, gli occhi sul volto del corpicino ritrovato, le persone riprendevano a respirare, tutte insieme, così forte da asciugare le ferite e blandirla, la Torre, che allora si acquietava, lasciando che a mostrarsi fossero i suoi tesori.
Conservava preziosi, la Torre.
Correnti sotterranee di creatività diffusa, saperi, talenti, curiosità.
Racconti. Moltissimi racconti di tante vite diverse che, nella mia esperienza, da narrazione divennero materia, concretezza di oggetti da toccare, proteggere, spostare, quando dovemmo svuotarla, la Torre, e accompagnare altrove tutti i suoi abitanti.
Non dipendeva dalla volontà dei residenti, dalla stabilità della struttura, da niente che avesse visto la luce all’interno dell’edificio.
Fu deciso nei palazzi, quelli statici e protetti del potere.
Dovemmo tutti imparare ad ammettere che davvero lei sarebbe rimasta e noi no: gli abitanti, io, i miei colleghi, tutte le persone che con la Torre avevano a che fare.
Nonostante tutto, lasciarla sola un po’ ci dispiaceva.
Come nell’arcano numero sedici, le vite delle persone che la abitavano ruzzolarono giù per i suoi numerosi gradini, si dispersero nei suoi anfratti, racimolarono quel che c’era e trasmigrarono altrove.
Ci furono reazioni diverse. Molti si adattarono, qualcuno contrattò, altri si affievolirono fino a scomparire. Qualcuno pianse e si disperò.
Tutti lasciarono la propria casa. Erano ben arredate, spoglie, pulitissime, disordinate, sporche, colorate o con le pareti coperte dal grigio depositato dagli anni.
Ciascuna un mondo a parte, lo spicchio isolato di un globo frammentato in tanti pezzi la cui unità, adesso, non interessava più.
Rimase sola, la Torre.
Fu imbrigliata, ogni suo accesso blindato, imbavagliata da reti e paratie di ferro che con il tempo si sarebbero arrugginite e le avrebbero inflitto ferite.

E’ ancora lì.
Ad andarle vicino e piantarle gli occhi addosso, quello che si vede è un animale possente, imprigionato, furioso e dolente.
Le serrande delle finestre, ormai cieche, sono tutte abbassate.
Lo prevedeva la procedura: una volta svuotato, ogni appartamento doveva essere sommariamente ripulito dalle tracce di chi vi aveva abitato e reso inaccessibile alla luce, al vento, al fruscio del traffico cittadino, alle campane di mezzogiorno, al vociare dei giocatori del campo da calcio e ai rintocchi metallici del dondolio delle altalene.
La procedura prevedeva che, una volta svuotato, ogni appartamento venisse dotato di una porta blindata, massiccia, bella e inviolabile, utile a imbrigliare il pulviscolo impalpabile delle storie, rimasto sospeso in ogni stanza, e a scoraggiare le occupazioni abusive.
Adesso la Torre pare immersa nel silenzio che le si è fatto intorno, nutrito dal vuoto enorme che ancora contiene e sparge intorno a sé, isolata dal frastuono della città che pure la comprende.

Nel periodo in cui l’ho frequentata, la Torre è stata la mia piattaforma di lancio e un’àncora di salvataggio. Mi ha aiutato a conservare la mia identità quando mi sembrava di averle smarrite tutte, è stata la mia chiave d’accesso alla città, che ho imparato dapprima a conoscere guardandola dall’alto, dalla cima del tetto della Torre.
Con lo scorrere del tempo, il legame costruito con l’edificio nel suo complesso si è scomposto, lasciando germogliare rapporti minuti fondati sulla conoscenza delle persone, sulla comprensione empatica, sulla disponibilità ad ammettere senza giudizio.
La Torre mi ha insegnato a modificare la mia visione sulle “cose che siamo tutti i momenti, che capitano da tutte le parti, come meteoriti sulla terra, e che ignoriamo o subito dimentichiamo, le cose reali che nel mondo dei segni qualche volta entrano facendo un segno negativo, un meno, o meno ancora, uno scarabocchio”.
Da quel gigante di cemento armato ho imparato un sistema complesso di mondi che ha orientato la mia ricerca attraverso l’esperienza diretta, perché “abbiamo bisogno che, insieme al pensiero, passi fra noi anche qualcosa della massa sterminata di cose ignorate e taciute, cieche e mute, impensate e impensabili, che si stende fuori dal mondo dei segni”.

87.copertine-capra.orrori

Sincronicità, casuale (che altro potrebbe essere?) mi fa trovare poesie di Joyce che evocano spiriti dimenticati, sepolti. Mi viene in mente che le ho lette a mia moglie e ai miei figli e da giovane a qualche aspirante fidanzata che poi mi rifiutò o ad una signora che poi rifiutai io. Momenti densi, mi sembra di sentire ancora le voci delle persone di allora, i loro profumi, rivedo le loro facce e il ricordo si espande caotico e disordinato senza coerenza come il fumo di una sigaretta in una stanza. Riaffiora la voglia di Mr. Bloom, come altre volte, e ricomincio per la lettura dell’Ulisse. E’ la quarta volta. Ancora meraviglia e stupore, mi sembra di ricordare tutto e mi pare di non averci mai capito nulla. Passo lunghi momenti di estasi leggendo e rileggendo le pagine di un quadernetto nero – come le moleschine che teneva in tasca mio nonno per rendicontare le sue salite al monte Maddalena – e appunto le frasi che mi colpiscono e non voglio perdere. Potrei appuntarle nelle note del computer, mandarmele per mail in modo da averle in archivio su ogni dispositivo che ho a portata, ma preferisco scrivere a mano. Non uso nemmeno la biro, ma una matita che odora di legno di cedro e che tengo appuntita con un temperino che conservo dai tempi della scuola media. Avrei anche una matita portamine che non dovrei temperare di continuo, che ho desiderato alla follia quand’ero ragazzo, è una Caran d’Ache, pagata una fortuna per le mie possibilità di allora, ma quella mi evoca altre storie e quindi matita da temperare per questa volta.
L’Ulisse è, come dice Berio, uno dei libri più belli che siano mai stati scritti, ma per me è soprattutto un totem, il feticcio della mia necessità di affrancarmi dalle mie origini proletarie e conquistare una cultura che fosse al tempo riscatto e grimaldello per accedere a quegli ambienti sociali borghesi che mi affascinavano. Avevo sedici anni e tenere il quotidiano Lotta Continua che spuntava ostentatamente dalla cartella e presentarmi nei circoli dei cosiddetti marxisti-leninisti con l’aria vissuta di chi ha letto Joyce, mi pareva così naturale, gratificante e legittimo. Mio zio, accanito enigmista, guardava i miei libri, le mie scarpe e soprattutto la lunghezza dei miei capelli e chiedeva a mia madre se avesse notato in me atteggiamenti strani, morbosi, malati. Ogni tanto mi chiedeva senza mezzi termini se fossi drogato, omosessuale o ricattato da qualche prostituta. Peggio fu quando mi vide nella sua bottega di ciabattino, dove lavoravo durante le vacanze estive, con in mano l’Ulisse che nell’edizione I Meridiani sembrava tanto un messale. Così per l’ateo radicale, misantropo e misogino che era, una preoccupazione si aggiungeva alle altre già dette: che fossi diventato improvvisamente credente e che leggessi testi sacri. Gli feci vedere il libro, gli citai l’espressione: esattore di prepuzi convinto di rassicurarlo, ma lui mi strappò il libro di mano, sfogliandolo a caso lesse frettolosamente alcune citazioni in corsivo, perché più visibili del resto, che lo lasciarono di sasso, e lo rovesciò per cercare l’etichetta del prezzo. Trovatolo andò su tutte le furie: avevo speso una cifra per lui inconcepibile per leggere le schifezze di un irlandese pazzo che cita in continuazione cose astruse e che lui, lo zio, non voleva capire. Fui licenziato sedute stante, mi riaccompagnò a casa, dove travolse mia madre con la sua rabbia, buttandole addosso tutte le sue congetture sulla mia salute mentale, sessualità e dipendenza da sostanze psicotrope. Ma quello che fece veramente uscire dai gangheri mia madre fu quando le disse il prezzo del libro e l’ammontare della paga che fino ad allora mi aveva dato. Mia madre si precipitò in camera, nell’armadio teneva un battipanni di saggina, lo impugnò con un rantolo e urlando: – Tu mi vuoi vedere morta! – cominciò ad inseguirmi per pestarmi. Con l’Ulisse stretto al petto saltai il tavolo, guadagnai la porta d’uscita e agile come ero allora, salii sulla pianta di ciliegio per trovare riparo e aspettare che a mamma sbollisse l’incazzatura. Mia madre era una donna energica e determinata, aveva fatto la staffetta partigiana già a dodici anni, aveva affrontato un tedesco che minacciava con una rivoltella di far saltare le cervella a suo fratello, lo zio ciabattino appunto, quindi rotta a tutte le tattiche per raggiunger lo scopo. Era una lottatrice professionista e in quel periodo aveva aperto parecchi fronti: con mio padre e la sua amante, con la suocera e la cognata, ree a suo dire di prestare il letto al babbo per le sue intemperanze erotiche con donnine e donnacce senza soluzione di continuità, con i soldi che non bastavano mai. Ostinatamente andava avanti a testa bassa, senza arrendersi all’evidenza. Ci mancava solo che il figlio cominciasse a darle grane, quindi giocò sporco. Sapeva del mio pudore, della mia timidezza e di quanto non sopportassi di essere sgridato e insultato di fronte al vicinato. Tra l’altro ero il più piccolo dei ragazzi maschi della via, tutti già lavoravano e alcuni avevano la morosa ed io ero l’oggetto del loro scherno per la mia voglia di studiare, i miei modi da fighetto e la totale incompatibilità con il fobal. Quindi facendo leva su questo mio pudore, cominciò a urlare, un po’ mi insultava, un po’ chiamava i vicini, che arrivarono presto e sembravano decisamente soddisfatti dello spettacolo che si prospettava e subito spalleggiarono mia madre, sottolineando con brusii e movimenti del capo il rosario di imprecazioni ripetitive e minacciose che vorticosamente mi raggiungevano sull’albero. Mamma al culmine della rabbia con un rantolo si accasciò premendosi il petto con una mano e chiedendo una medicina per il cuore, senza però mollare il battipanni con l’altra. A questo punto i ragazzi ridevano e si davano robuste pacche tra di loro, quelle arpie delle loro madri ricominciarono a scuotere la testa, mentre mia madre con un filo di voce sussurrava:
– Muoio,.. muoio. Mi fa morire quel delinquente.-
Tutti in coro cominciarono a imprecare, bestemmiare, inveire contro di me con quella veemenza che solo il proletariato può esprimere. Erano indignati, rabbiosi e il coro urlava:
– Delinquente bastardo, la vedi tua madre? Con tutte le disgrazie che ha in casa ci mancava solo un lazzarone come te! Scendi subito e corri a prendere le medicine o ti tiriamo giù noi -.
Questo era troppo per me, passai in rassegna i loro sguardi: erano senza pietà.
Le loro mascelle si muovevano digrignanti, e bavose, i denti guasti delle anziane rendevano ancora più spaventoso lo spalancare le fauci, dalle quali uscivano epiteti diretti e volgari, i loro pugni stretti lungo i fianchi o alzati verso me minacciosi mi spinsero ad una decisione in una frazione di secondo: porre fine allo spettacolo. O almeno così speravo. Saltai giù dalla pianta, guardai con sprezzo quelle persone prive di sensibilità e mi avvicinai a mia madre che con inaspettata agilità scattò in piedi, mi piantò le unghie, per fortuna le teneva d’abitudine corte, in un braccio per trattenermi e con il battipanni cominciò ad impartirmi una severissima lezione davanti a tutto il vicinato. Mi rannicchiai e tentai di guadagnare la porta, almeno per entrare in casa e sottrarmi alla vergogna, ma mia madre aveva la forza della rabbia e dell’allenamento agli umili lavori fisici che faceva fin da bambina, così non ce la feci e rimasi esposto a quella piazza di vicini che detestavo.
Ora l’obbiettivo era salvare il libro, non potevo permettermi di perderlo, era vitale a questo punto, ma mia madre non la smetteva e ad un certo punto dovetti cercare di proteggermi le mani e le gambe con il libro. Un colpo strappò parte della sovracopertina di plastica trasparente. Mi scese una lacrima che sentii salata all’angolo destro della bocca e mamma ormai stanca si fermò. Ci guardammo in faccia, lei paonazza e ansimante, io bagnato di lacrime e sudore, che mi mordevo le labbra per il bruciore delle sferzate che mi striavano le braccia e le gambe. Ora nei nostri occhi non c’era più rabbia e men che meno rancore, solo amarezza, un’amarezza silente e intensa che si aggiungeva a tutte le altre amarezze e frustrazioni che ci tenevano così vicini nonostante tutto. I vicini di casa se ne tornarono ai loro orti, alle loro motociclette o utilitarie scuotendo la testa e una signora più acida delle altre, mentre stava varcando la soglia del suo giardino si voltò verso di me e ringhiò: – Tu ti credi tanto intelligente perché studi, ma guarda che la fronte alta non ce l’hai neppure tu -.
Si rigirò sui suoi ridicoli sandali con tacchi a spillo e rientrò in casa sbattendo sonoramente il cancello del giardino. Chiusi gli occhi, strinsi al petto il libro e tastandolo mi accorsi della sopracopertina strappata: l’avevo salvato, ma quello strappo mi avrebbe ricordato quella umiliazione per sempre. Quel libro ancora oggi è così e quando lo guardo rivedo lo sguardo amaro, duro, triste e senza speranza di mia madre, e anche il suo sguardo è ancora oggi così.

Il funambolo

25/02/2016 | Scritto da Rinaldo Capra | (0 Commenti)

86.copertine-capra.funambolo

Mi chiedo se l’arte, o l’artista, ha mai fatto altro se non isolare, rivelare, animare dare forza e accentuare l’individualità del singolo oggetto, percepito nell’abbondanza del mondo visuale.
Thomas Mann
Fotografare è una passione abietta da cui sono contagiati tutti i continenti e tutti gli strati sociali, una malattia da cui è colpita l’intera umanità e da cui non potrà mai più essere guarita. L’inventore dell’arte fotografica è l’inventore della più disumana delle arti. A lui dobbiamo la definitiva deformazione della natura e dell’uomo che in essa vive, ridotti a smorfia perversa dell’uno e dell’altra.
Thomas Bernard

1

Le linee d’intersezione dei piani di pavimento, parete e soffitto, nel mio studio non esistono. Ogni piano è raccordato da ampie e morbide curve che uniscono in illusoria continuità il verticale con l’orizzontale, il sopra con il sotto, in un falso sconfinato unico piano, apparentemente piatto, senza fine, senza tempo, quantomeno tre delle quattro pareti della grande stanza, dove realizzando ritratti fotografici, disintegro due delle quattro dimensioni. Il senso dimensionale è controllato dall’illuminazione, che con ombre o riflessi, può rivelare lo mancanza di angoli del cosiddetto limbo, (uno specie di enorme interno d’uovo), lasciare una sensazione di piano d’appoggio e un’ipotesi d’azimuth, oppure con sapiente scienza dell’illuminazione annientare completamente ogni relazione geometrica con il mondo di qualsiasi soggetto, in un bianco abbacinante o in un nero sconfortante, tranciando ogni legame con la miserabile realtà naturale di forma, luogo e tempo, ricreandola in sole due dimensioni, con la possente e tenebrosa nebulizzazione dell’arte fotografica, nella luce della mia personale interpretazione dell’essere in sé.

Gli attori o automi di ogni ritratto, sono in realtà spettatori inconsapevoli di un rito magico, circolare e a loro incomprensibile, del quale io sono padrone assoluto poiché ne conosco codici e caratteri, che credono, loro, di poter spiegare e tradurre nel linguaggio rettilineo del raziocinio e della didascalia. Nel vano tentativo di immaginare l’immagine prodotta dall’apparato mi osservano mentre posiziono le luci e li inquadro, ma non ci riescono e, come dice Flusser, ogni spiegazione logica si frappone tra loro e l’immagine che verrà prodotta, perchè essa, l’immagine, è sempre simbolica e non affrancandosi dalla necessità del pensiero concettuale essi cadono nella testolatria smarrendo la magia.
Con loro stessi portano l’immagine alterata che hanno sempre di sé e credono di poterla interpretare e contrabbandare meglio se aiutati dall’esoterica e indulgente capacità del ritrattista, che alla fine, sperano li farà riconoscere per ciò che vogliono e narrano di essere e mai sono. Le distorsioni e per l’aberrazione di questa società istituzionalmente ignorante, materiale, priva di ogni forma di sensibilità artistica e umana, sono magistralmente e pateticamente interpretate nei tentativi di dare un’immagine di sé iconograficamente accettabile per l’immaginario collettivo, da parte di questi spettatori aspiranti attori durante una seduta di ritratto. Incapaci di guardare dentro e cercando solo fuori invocano la magia della produzione di una loro immagine seppur cartacea: il ritratto. Da automi me ne danno mandato e secondo un programma necessariamente stabilito iniziano a muoversi secondo il caso, di fronte a quel giocattolo simulatore di pensieri che è la macchina fotografica, convinti che la ridondanza di informazioni, che mi esibiscono, li avvicini a un’illusoria possibilità di riconoscersi ed essere riconosciuti, accettarsi ed essere accettati, in quel percorso che sta tra loro e la morte: la realtà. Parlano, mi sommergono di metacodici per spiegarmi la loro immagine in potenza e chiedendomi di fare da funzionario della fotocamera, come se essa avesse già in sé tutto il programma del loro ritratto. Ma ciò non è mai possibile. Li osservo avvicinarsi al set preoccupati, deboli, in cerca di un mio consenso come bambini insicuri, con i visi spesso tesi in risatine sardoniche d’incertezza, pudori caustici o esibizionismi isterici, ma con un’unica ossessione: riuscire ad interpretare sé stessi ed averne di riflesso un’immagine riconoscibile al mondo di ciò che vogliono credere di essere. Per la propria immagine personale inseguono sempre un modello stereotipato, preconcetto: quello della loro cultura visiva e sociale. Anche i timidi e ritrosi, quelli che non vogliono farsi ritrarre, gli eterni traccheggianti, un piede su e uno giù dal set fotografico, con i loro piagnistei sono sempre così lontani dall’idea di loro stessi e accomunati a tutti gli altri dall’insostenibile orrore e meraviglia di non riconoscersi, di non esser riconosciuti e quindi di non essere. Tuttavia sono loro stessi che senza nessuna ironia arrivano vestiti di falsità, tradendo la loro intima essenza, lontani dalla loro anima. Nessuno sa più farsi ritrarre con disinvoltura. Difficile trovare qualcuno che abbia un’intima e sensibile immagine di sé. Nessuno è disinvoltamente lontano dal suo aspetto corporeo e vicino a ciò che veramente è, per ciò che ora è e che poi, dopo la morte, non sarà. Loro stessi negano la loro esistenza in quanto esseri incapaci della minima trascendenza, come fossero già morti, sospesi sul mio limbo tra terra e cielo ideale. Allora di fronte a quell’agglomerato informe di pensieri e volontà, dopo un attento studio dei sintomi, produco l’automa, che secondo il mio programma e l’aiuto degli apparati fotografici, alla fine del rito potrà diventare un’immagine, un ritratto. Come il dotto rabbino Bezhael Low nella Praga di Rodolfo, impasto l’argilla con cui creerò il Golem e a cui darò vita con l’inserimento dello Shem, il tassello d’osso su cui è scritto il magico, segreto e impronunciabile nome di Dio. In camera oscura poi, ridurrò cartaceo e inanimato, in una stampa, il mio Golem, seppellendolo in fondo a un cassetto dell’archivio per dimenticarlo, che forse un giorno riaprirò per rinnovare lo stesso potente stupore.
La leggenda dice che il Rabbi Low per stanchezza dimenticò di togliere lo Shem dal Golem per il riposo del sabato e questi distrusse l’intero ghetto di Praga uccidendo migliaia di innocenti. Con uno stratagemma Rabbi riuscì a neutralizzarlo togliendogli lo Shem, il Golem cadde o terra impotente e privo di vita e fu nascosto in una stanza magicamente inaccessibile nello sinagoga Vecchio-Nuova, dove tutt’oggi giace inanimato, ma se qualcuno, che conosce la combinazione di caratteri magici dello Shem, lo ritrovasse, potrebbe riportarlo alla vita con il suo devastante potere.

2

Ricordo che da bambino fui accompagnato da mio nonno per il primo ritratto fotografico della mia vita. Il nonno, vecchio radicale socialista, eroe della prima guerra mondiale, viveva con enorme tensione il momento di creare un’immagine tecnica di sé, il suo sembiante cartaceo bidimensionale. Il fotografo, amico suo e compagno di partito, aveva lo studio a poche centinaia di metri dalla casa del nonno, ciononostante i preparativi furono lunghi e laboriosi, come per un lungo viaggio. Dapprima bisognava comunicare ufficialmente il progetto a mia madre, che lavorava da sarta in casa, lontana e disattenta a qualsiasi problema che non fosse economico. Così, si presentò sull’uscio di casa, impettito e con aria severa e di circostanza disse a mia madre, china sulla macchina da cucire, che era ora che lui ed io avessimo un ritratto ufficiale assieme, visto che ero l’unico nipote che aveva e che lui, il nonno, ormai in avanzata età, voleva essere ricordato da me ancora valido, nella sua stupefacente forza fisica e morale, prima dell’immancabile, ma per me bambino impossibile, decadimento. Mia madre abituata al tono marziale e un po’ pedante del nonno alla sua richiesta, non sollevò neppure lo sguardo, disse solo: – E chi paga? – Il nonno assicurò che il pagamento del fotografo, del compagno fotografo dovrei dire, sarebbe stato totalmente a suo carico e ricevette da mia madre uno stralunato cenno d’assenso, e così dette l’avvio all’operazione ritratto. Per prima cosa stabilì che quella notte avrei dormito da lui, anche se la distanza tra le due case era irrisoria, perché dovevamo prepararci al particolare momento che ci attendeva, con solennità e, come dicevo lui, rango. L’indomani ci aspettava un ritratto, un vero ritratto, non una di quelle stupide fotografie che servivano solo agli sbirri per riconoscerti e sbatterti dentro dopo uno sciopero, o per appiccicarle su un documento, dove tutti i proletari erano rappresentati nella brutalità dello loro condizione infame e avevano delle facce da scemo, diceva, come quelle pubblicate su un libro di teorie lombrosiane, che mi fece poi vedere. Un ritratto intenso, studiato, che avrebbe dato dignità alla nostra condizione di intellettuali rivoluzionari e illuminati, che affrontano a viso aperto, con arte e poesia, l’ostilità di un mondo orrendo e ingiusto. Naturalmente ero emozionato e felice di essere coinvolto dal nonno in una cosa che lui riteneva così seria e importante e di essere io stesso messo sul suo stesso piano di rivoluzionario. In famiglia, al meglio si ridacchiava delle idee del nonno, senza mai prenderle sul serio. Le si attribuiva a una ferita di baionetta alla testa durante la guerra, sull’Isonzo, che oltre ad avergli lasciato una vasta cicatrice vicino all’orecchio, si diceva avesse accentuato il già eccentrico carattere. Giunti nella sua officina, come chiamava uno scantinato sotto casa dove faceva un po’ di falegname e si rifugiava a leggere i suoi libri ordinati in un’ampia libreria di noce da lui stesso costruita, avvisò la nonna che sarei rimasto a cena e a dormire e subito cominciò la preparazione al ritratto. Iniziò immediatamente a sfogliare vecchie riviste e libri di storia, facendomi vedere ritratti di re e generali, che quantunque da aborrire come simbolo dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo, avevano comunque cultura e sapienza, erano, come diceva lui, proprietari dei mezzi di produzione industriali ed intellettuali, e era significativo quindi come posassero in quei ritratti per dare alla storia la possibilità di conservarne uno loro immagine significativa. Mi faceva notare come tutti stessero attenti a rendere vivace l’occhio, il viso sereno, ma inflessibile nel rigore morale, nell’atteggiamento serio ma mai altero, e come il sobrio decoro regnasse nei loro abiti. Mostrò anche fotografie di anarchici e rivoluzionari, dei quali elogiò la fierezza dello sguardo, ma criticò lo scarso rispetto per delle convenzioni correnti di abbigliamento, concludendo che chi non ha rispetto per il proprio aspetto non può pretendere di essere rispettato. La dignità del proprio aspetto esteriore non è una vacuità borghese, infatti con queste teorie sciatte, diceva, la rivoluzione non si era ancora fatta. Convinto di avermi esaustivamente illustrato i miei doveri di essere umano libero rispetto alla fotografia, onde essere eternamente trasparente al mondo, passò a cercare, nella sua vecchia cassa da soldato della prima guerra mondiale, oggetti e simboli da portare con sé per il ritratto, e mentre lo faceva, mi parlò di un suo amico che aveva combattuto nelle guerre d’Africa, e che gli aveva raccontato che quei poveri esseri, gli africani, totalmente superstiziosi e ignoranti, capaci persino di adorare un pezzo di legno o d’osso, diceva, avevano paura a farsi fotografare, temendo gli fosse rubata l’anima. Il mattino successivo andammo dal fotografo. Fui subito affascinato dagli apparati tecnici, mi divertii molto e non ricordo quasi nulla delle discussioni di natura etica che si protrassero per ore, fino a mezzogiorno, prima nello studio fotografico e poi all’osteria, sulla pretesa del nonno di avere davanti a sé, mentre si posava per il ritratto, uno specchio per controllare la propria espressione ed essere cosciente dell’aspetto adeguato, personale e unico che voleva rappresentare e quindi essere. Lui voleva essere quel che voleva apparire, autenticamente, intimamente e senza la menzogna di mediazioni culturali: così era! Conservo ancora quella foto.

3

Ogni volta che finisco un ritratto, sento il bisogno di sedermi al centro del limbo e smarrirmi. Rivolto in modo da avere tre lati senza spigoli che mi avvolgono su tutto l’arco visivo, sistemo l’illuminazione con un riflesso esattamente a metà della mia visuale per sentirrni galleggiare in un piatto e nebbioso paesaggio padano, dove la linea dell’orizzonte non è altro che un lieve bagliore all’incontro tra biancastro cielo e grigiastra terra e tutto è immobile. Guardo il ritratto, respiro e penso alla morte. Pian piano mi avvicino con lo sguardo al tondo della pupilla riprodotta sulla stampa e mi accorgo che è un terrificante pozzo scuro, in cui precipito sgomento, nel tentativo di attraversarla come un acrobata che cammina sul filo, spaventato perché non ancora morto, perché sconfitto dallo paura. L’acrobata deve essere già morto prima di salire sul filo, per liberarsi dalla paura, affidarsi alla sensibilità dei suoi piedi, ed essere armato solo della forza delle mani che stringono il lungo e pesante bilanciere, attraversare il pozzo senza provare la letale vertigine, quando a metà percorso il suo sguardo incontrerà la sua immagine in bilico che si riflette nelle gelide e tenebrose acque di cui è colmo il fondo. Ogni pupilla di ogni ritratto, seppur diverso per espressione e intensità, seppur diverso per tecnica di ripresa è sempre comunque un pozzo scuro, nel fondo del quale, ancor più inquietante per l’aberrazione della prospettiva sferica, si riflette la mia immagine di acrobata terrorizzato in spettacolo. Immagine avvinghiata all’apparato, persona viva e meravigliata davanti o uno stolido pubblico fatto di una sola persona che non resiste alla vertigine dello specchiarsi e precipita infrangendosi nel proprio riflesso nel fondo nero che doveva vincere e attraversare. L’incontro inaspettato con lo propria immagine é insostenibile. Del resto da molto tempo nella mia cosa e nel mio studio sono stati banditi tutti gli specchi. Ogni volta che mi trovavo davanti a uno specchio scrutavo il mio occhio con intensità estenuante, cercavo nell’iride, nella pupilla o nella purezza del bianco del bulbo, anche il più piccolo segno di identità peculiare e personale o di cambiamento. Era sufficiente uno sguardo e l’accessorio domestico denominato specchio si attivava con perversa efficacia, rimandandomi un altro me stesso sconosciuto e per quanto facessi per orientarmi, mi smarrivo nell’angoscia agorafobica dell’immenso vuoto che trovavo nella mia pupilla. Enormemente rassicurante cominciare ad esplorare le pupille altrui, trasformarmi in ritrattista fotografico e speculare, ignorando di specularmi nelle pupille degli automi fotografici ai quali avevo dato vita e identità, seppur bidimensionale, a mia discrezione e vivendo emozioni per procura come fossi un terzo escluso. Nella mia anabasi, certo della mia identità verso me stesso e Dio, al punto da non aver bisogno d’avere un’immagine mentale di me, ma solo dei miei automi ritratti, mi scontro con l’involontario specchiarmi in ogni occhio che ho fotografato, diventando il terrorizzato acrobata che precipita in ogni pozzo buio che tenta di attraversare sfracellandosi nella tenebra che fa da specchio. Ne ho terrore. E’ straziante la sensazione di caduta in quest’occhio. Mi procura dolore e tensione insostenibile e incredibilmente non ho alcuna voglia di fuggire e di sottrarmi a questo sofferenza, ma attraversarla, sentendola fino in fondo per l’orrore e l’incertezza che mi spetta per nascita e che è il mio io. Non mi resta altro che smettere di fotografare estranei e comprarmi uno specchio, oltretutto quel che vedrò sarà il solito e non una novità.

Bibliografia

Benjamin – L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica – Einaudi
Flusser – Per una filosofia della fotografia – Agorà Editrice
Barthes – La camera chiara – Einaudi
Schawarz – Arte e fotografia – Bollato Boringhieri
Calvino – Le avventure di un fotografo – Einaudi

Questo testo è apparso nel catalogo della mostra “Controcanto“ Palazzo Gambara 1998

Domenica

24/11/2015 | Scritto da Carlo Simoni | (0 Commenti)

84.copertine-simoni.domenica

È domenica, ma si sveglia prima dell’alba: non un incubo o l’insonnia, ma un’indistinta voglia di fare spinge Ezio ad alzarsi nella casa ancora buia, dove la moglie e la figlia dormono. Si limita a sfogliare qualcuno dei volumi che ha tolto dalla sua libreria e accatastato sul tavolo, per riordinarli e soprattutto per disfarsi di quelli che da anni non prende in mano.
È una di quelle domeniche destinate alla visita ai suoceri che abitano sul lago: un breve viaggio in treno, il pranzo, i soliti discorsi e poi il ritorno. Ma non sarà come le altre: Giacomo, il padre di sua moglie, che col tempo gli è divenuto amico, è malato. Sta vivendo i suoi ultimi giorni.

Non eventi imprevisti, ma riflessioni, ricordi, intuizioni che attraversano la mente di Ezio fanno di questa domenica una sorta di spartiacque nella sua vita. Ed è nella scrittura, nella decisione di scrivere della giornata appena vissuta, che il protagonista individua una via per introdurre un cambiamento decisivo nella propria vita. Una vita segnata dalla riluttanza a coincidere pienamente con la propria condizione, dalla tendenza a immaginare altri destini sull’onda di un desiderio sempre proiettato in un indefinito domani.

Quelle che seguono sono alcune pagine nelle quali compaiono temi ricorrenti nel romanzo: il destino dei libri accumulati per decenni, il rapporto con la dimensione pubblica e la politica, ma soprattutto il pensiero della morte, e del proprio rapporto con il Tempo.

[…]

Comprava uno due libri quasi ogni settimana.
Tornare a casa con un paio di libri nuovi da spiluccare prima di andare a letto lo faceva star bene. Tanto sapeva che avrebbe letto tutto.
Non riusciva a tener dietro ai suoi acquisti. Ma avrebbe letto tutto.
È difficile però leggere un libro dopo tanto tempo che lo si è comprato. Averlo tenuto in casa per anni, al suo posto, insieme agli altri dello steso autore o che trattano della stessa materia, ti dà l’impressione di averlo letto. Forse, gli viene da pensare adesso, ma senza far sul serio, potrebbe eliminare tutti i libri che non ha mai letto. Ma allora perché non quelli che ha letto? Come quel tale, che all’idraulico che gli era venuto per casa e guardando la libreria stracolma gli aveva chiesto se aveva letto tutto, aveva risposto: no no, quelli che ho letto li ho buttati nel cassonetto della carta, questi sono quelli che devo ancora leggere. Bella riposta. Un po’ stronza a voler vedere. Da intellettuale che tira per il culo quelli che non leggono, quelli che gli unici libri che hanno in casa sono i testi scolastici dei figli e l’enciclopedia della salute. O degli animali.
No. Lui libri nel cassonetto non ne ha mai buttati e non ne butterà mai, figuriamoci. Anche se ormai lo sa che non li leggerà tutti. L’ha capito di colpo, un giorno, come per caso. È così che ci si accorge, quando ci se n’accorge, delle cose importanti che succedono nella vita.
Ce ne sono lì decine che non leggerà mai. E non è solo perché il tempo che ha davanti è meno, molto meno, di quello che ha dietro, già vissuto. No. Non è solo per questo che si lascerà dietro libri comprati e neanche aperti, se non al momento dell’acquisto, in libreria.
La questione è un’altra. Ha capito che ha sempre letto non solo per il proprio piacere o interesse o curiosità, ma anche per gli altri: non è mai stato uno di quelli che sfoggiano le loro letture, però, nel momento stesso in cui leggeva aveva l’impressione, piacevole, di acquisire un credito nei confronti degli altri. Anche se magari non avrebbe mai avuto occasione di parlare con nessuno di quello che aveva letto. Gli bastava poter pensare, anche solo in teoria, che quel che leggeva andava ad aggiungersi a quello che aveva già letto e tutto questo gli sarebbe venuto buono una volta o l’altra: per parlarne con qualcuno che avesse letto le stesse cose, quantomeno. A ben vedere non avrebbe mai saputo dire di preciso perché si sentisse incoraggiato a leggere da questa specie di fiducia. Forse la ragione doveva proprio restare poco definita. Come l’identità di quei lettori paralleli. Quello che invece da qualche tempo sente è che non gli riesce più di leggere come se leggesse per gli altri, o con altri. Non ha altra possibilità che quella di leggere per se stesso. Come sempre è stato, di fatto: ha sempre letto per sé, certo. Ma è diverso adesso. Sente che non ci sono altri a cui potrebbe dire di quello che ha letto: si sono dissolti. Non li sa più immaginare. E dunque ha pensato di dover leggere, o rileggere, solo quello che lo interessa davvero, che in qualche modo serve a lui. Anche se ne avesse il tempo, perciò, probabilmente molti dei libri che ha accumulato non li leggerebbe mai. Anche da lì è venuta quest’idea di eliminarne buona parte. Ma è difficile: l’unico criterio dovrebbe essere quello di tenere solo i libri che hanno davvero contato per lui. I molti che ritiene importante aver letto, e i pochi che forse potrebbe aver senso leggere d’ora in poi.
E gli altri? regalarli? e a chi?
No, niente regali. A meno che… a meno che dei destinatari non si sappia nulla. Sì, però di lasciare in giro un po’ alla volta, uno qui uno là, i suoi libri, metti uno su una panchina dei giardini, un altro nella sala d’aspetto del dentista, un altro ancora sulla reticella di un vagone del treno, questo no. L’aveva colpito l’idea quando un’amica francese di Valeria, passata a trovarli di ritorno da qualche giorno di vacanza a Venezia, aveva detto che proprio quel giorno aveva finito di leggere un bel romanzo, in cui entrava anche Vivaldi, e quando Valeria le aveva chiesto di prestarglielo s’era dispiaciuta. Non poteva: una volta girata l’ultima pagina l’aveva lasciato sul tavolino del bar davanti a Santa Maria dei Miracoli. Per un momento gli era sembrato un gesto poetico, e divertente, molto francese insomma. Poi si era limitato a riconoscere che non era stato come buttarlo, quel libro, in un cestino dei rifiuti alla stazione. Ma era stato pur sempre un abbandono, un lasciarlo lì e andarsene sapendo che non ti può seguire, solo come un cane. Ecco, come un cane.
E anche portare i propri libri sul tavolo di qualche biblioteca di quartiere: fare bookcrossing, come dicono, o portarli le domeniche in cui fanno questa cosa, ci sono associazioni nate proprio per farlo… Be’, sì, quello non è abbandonarli come cani. È qualcosa di diverso… È come… esporli. Esporli come facevano coi bambini che non si poteva o non si voleva tenere. Prenderne altri in cambio poi… un baratto che gli sembra troppo disinvolto, in qualche modo spietato. Nei confronti del libro che avevi comprato, che avevi tenuto con te per anni, e poi via, come se fosse stato sempre e soltanto una cosa. Sono cose che si hanno, i libri, d’accordo: ma diverse dalle altre. Vive, a modo loro, grazie a te che continui a tenerle, anche se non le usi più. Sono stati lì per anni, i libri, taciturni, e tu te ne disfi come se fossero stati lì per caso, senza rapporti con i loro simili che tu gli hai scelto come vicini.
No, non sa come farà a dar via i suoi libri.

***

[…]

Valeria i giornali non li legge, però quel che succede lo sa e un’idea ce l’ha sempre. Poi, non è che si parli di politica, neanche con lei. Ma non perché lei lo trovi importuno, o noioso. È che lo lascia dire per qualche minuto e poi le viene quello sguardo, affettuoso ma vagamente ironico, che significa sì, bene, hai ragione, ma ci tieni davvero a queste cose? È come se gli dicesse, insomma, che certo, non sta facendo chiacchiere, ma fra loro… non è il caso. Loro lo sanno che anche parlare di politica è un modo per non parlare di sé, di come stanno davvero. E lui lo sente che c’è del vero, in questo. Lo sente anche se al momento ci resta male, e quel leggere poco o niente del tutto i giornali gli sembra un muro che lei ha tirato su fra loro. Ma lo sa, è vero: parlare di politica, in fondo, non è che la chiacchiera che lui – che le chiacchiere non le sopporta – predilige. Salvo rendersi conto, le rare volte che gli capita – e se capita è solo con chi la pensa come lui, naturalmente – che con tutto il suo leggere, libri e giornali, il più delle volte non ha argomenti diversi da chi legge molto poco, e magari gli si è rivolto con quel tu che leggi i giornali che lo fa sentire come uno stravagante, rimasto aggrappato a un’abitudine che non ha più senso, o come un animale in via di estinzione. Matteo, suo cognato, parla di automobili, il suocero, Giacomo, parlava di viti e caccia, lui di politica. Tutto qui. Forse è questo che è diventato, il parlare di politica.
giovani non ti badano proprio se vai su quegli argomenti, e quelli della sua età, anche quelli della sua idea, lasciano cadere: sappiamo com’è andata, dai, cosa stai lì a insistere… Anche perché, forse, parlar di politica li rimanda ai tempi in cui pensavano di diventare qualcosa di diverso da quello che sono. E oggi sono solo quelli che sono. Finita. Anche se non sono scontenti di quello che sono diventati. Finita, in ogni caso.
Quelli poi che non sono più giovani ma sono ancora lontani dai sessanta sessantacinque, quelli li raccomando. Sono i primi a infastidirsi di fronte a certi discorsi. Come i suoi cognati, per esempio. Ma di cosa parleranno, loro? Che cosa si diranno Matteo e Loredana? Non riesce neanche a immaginarseli a discutere di qualcosa. Che non sia la marca da scegliere o le calorie da mangiare. Da non mangiare anzi.
Ma in fin dei conti, cosa fanno di male questi due? A loro il mondo va bene così com’è. Ecco. Il fatto è che per lui quelli che la vedono così sono subito sospetti, persone da averci a che fare il minimo necessario. Coi clienti del negozio è un’altra cosa: lì van bene tutti, non c’è da fare i difficili. Ma fuori… È proprio rimasto quello che era, da giovane: o uno la pensa come lui – o quanto meno si vede che ci sta alle strette nel mondo-così-com’è – oppure è uno che non vale neanche la pena di parlarci. Perché – qui sta il punto – lui questo mondo lo considera provvisorio, sotto sotto, o meglio: non del tutto vero. Ce ne può essere un altro, quello giusto, ma è inutile cercarlo dietro o sotto questo che si vede, in cui si vive. Che cosa c’è dietro? Che cosa c’è sotto: erano frasi che si dicevano, che si leggevano sui giornali, quando erano giovani, e facevano politica. Ne discutevano ore. E adesso, molti di quelli che cercavano dietro, siccome si sono accorti di non aver trovato niente, o si sono stufati di cercare, pensano che non c’era niente da trovare: perché dietro, o sotto, non c’è niente, e così è andata a finire che la pensano proprio come quelli che han sempre pensato così e perciò non hanno mai cercato. Sono gli stessi che – all’avvicinarsi dei cinquanta, nella maggior parte dei casi – senza entrare a far parte della schiera di quelli che si usa definire voltagabbana, un cambiamento l’hanno comunque fatto: è come avessero creato una propria, personale bad company. Loro restano quelli che erano, ci mancherebbe: uomini di sinistra, di sinistra quella vera. Però… il lavoro è lavoro, il mondo è questo, devi pur sopravvivere in tutta questa merda… E allora si son costruiti una specie di personaggio parallelo che ha una disinvoltura e ostenta una spregiudicatezza da far invidia a quelli che banditi lo erano sempre stati, e dei loro principi da legge della giungla erano sempre andati orgogliosi.
Dire che sono dei cinici non è dirla tutta: sono dei cinici bugiardi, cinici a corrente alternata, perché li devi sentire come sanno battere i pugni sul tavolo quando – fra amici, amici fidati, di quelli di una volta – parlano di politica.
Lui no, cinico di sicuro non lo è diventato, né lo è mai stato. Scettico se mai. Passava per scettico in quegli anni della politica. Scettico e spocchioso, anche.
Era la maschera che da qualche tempo usava: per distinguersi dagli altri, perché non riusciva ad aderire alla loro fiducia. Perché lo vedeva: era una fiducia che, presi uno ad uno, non avevano, e che manifestavano invece se erano insieme. Nelle riunioni e ancora di più nelle manifestazioni.
Lui no, neanche in quelle occasioni credeva che le cose stessero davvero per cambiare da cima a fondo.
Non lo sapeva spiegare, ma non ci credeva a tutta quella foga di saper vedere che cosa c’era davvero dietro: ai discorsi dei politici, alle manovre degli industriali, alle guerre. Perfino a quello che facevi o pensavi. Quegli altri lo sentivano che lui non era del tutto dalla loro parte. Ed è andata a finire che lui da quella parte c’è ancora: perché – crede di averlo capito, adesso, non da molto tempo – lui pensava, anche se non abbastanza da dirlo, allora, che si dovesse cercare dentro. Né dietro né sotto: dentro. Dentro questo mondo, dentro gli uomini e le donne che ci sono, non in quelli che ci saranno. O che sono da qualche altra parte (il suo sentirsi spaesato, distante dagli altri, nei pochi cortei studenteschi cui ha partecipato: con quell’inneggiare a Al Fatah e al compagno Ho Chi Minh…). Lui pensava, senza sapere il perché – non lo saprebbe spiegare davvero neanche adesso, se è per quello – che l’altro mondo, quello giusto, è dentro questo che conosciamo e non ci piace. C’è già, è qui, vicino, anche se per arrivarci, per farlo venir fuori chissà cosa ci vuole. Un lavoro lunghissimo, difficile, che non si sa se riuscirà mai. Ma, almeno, scavare nel posto giusto: dove si è, non da un’altra parte. Non lo sa perché la pensa ancora così. Non sa pensarla diversamente, ad ogni modo.

Continua la lettura nel pdf:

pdf

 

 


Ordini

logo_rinascita_450pxSe vuoi leggere il libro nella sua interezza lo puoi acquistare alla nuova libreria Rinascita di Brescia (10 euro).
Via della Posta, 7 – 25121, Brescia
Tel. 0303755394
info@nuovalibreriarinascita.it

Se vuoi riceverlo a casa puoi inoltrare il tuo ordine indirizzandolo a: ordini@secondorizzonte.it
e segnalando l’avvenuto versamento dell’importo indicato tramite bonifico sul conto corrente della libreria (IBAN: Unipol Banca – Agenzia di Brescia: IT 10 B 031 2711 20000000000 1851).
La spedizione non comporta aggravi di spesa.


Recensioni

Da Bresciaoggi del 15 gennaio 2016.
Clicca sull’immagine per visualizzare l’articolo.

[BSO_F1 - 41] BSO/ST/PAG/ST02 ... 15/01/16

Da Gruppo 2009 del 6 gennaio 2016: link
Clicca sull’immagine per visualizzare l’articolo.

160106.simoni.gruppo2009

Da AB inverno 2015.
Clicca sull’immagine per visualizzare l’articolo.

160223.ab-inverno2015_domenica