Il tempo del lago

“Credevo di aver trovato finalmente un posto per vivere”. Tornato dopo molti anni nel luogo dove era nato e aveva vissuto fino alla prima giovinezza, Remo trova altro: l’occasione ineludibile di fare un bilancio del proprio lavoro di fotografo che si allarga a una riconsiderazione della propria vita, dei desideri e degli amori che l’hanno attraversata.
L’approdo è una consapevolezza nuova: “È il posto per guardare questo che ho ritrovato. Il posto dove sto imparando a guardare. Da solo. Senza sentire come una condizione indispensabile che ci sia qualcuno, vicino a me, a condividere il mio sguardo”.
E sono il lago, il suo ambiente, il suo paesaggio il tramite di questo cambiamento, vissuto in tempi nei quali la fatica di vivere è gravata da un inedito, pervasivo senso di insicurezza: “Imparare a guardare non chiede maestri né compagni. Significa arrivare a sentire che il lago, il monte, il cielo, le piante, gli uccelli che guardi non sono lì per te, a lasciarsi osservare come se tu ne fossi fuori, non ne fossi parte. Imparare a guardare signifi ca arrivare a non vedere altro che un mutamento sempre in corso. Di tutto. Anche di sé stessi. Anche di questo lago”.

Quelle che seguono sono alcune pagine tratte dal romanzo:

Mi sembra di non averlo mai visto tanto vicino, il monte dall’altra parte del lago: a seconda dell’ora, della luce, del vento che spira sulle acque, sembra allontanarsi, perdersi in una massa indistinta, quasi del tutto uniforme nei colori, chiuso in sé stesso, o venire a farsi vedere invece, come un animale in cerca di attenzione. I crepacci che per un buon trat­to lo tagliano dall’alto fino a mezza costa sembra­no rughe profonde, come quelle scavate dal sole e dall’aria nella nuca dei contadini. La cresta, con le sue cime, è nascosta nelle nuvole. Le case dei paesi a lago, nitide, lucenti, sembrerebbe di poterle contare una ad una.
Ha piovuto tutto il giorno. Solo adesso, alla fine del pomeriggio, prima di tramontare dietro i monti della nostra sponda il sole ha illuminato il lago, che però è rimasto di un colore fra il blu e il grigio, riflesso dei nuvoloni densi, foschi, che pesano bassi sulle acque ma lasciano vedere il verde brillante del­le pendici del Baldo.
Sul balcone sono rimato solo io. I pochi ospiti che non hanno ancora lasciato l’albergo già a me­tà settembre, sono andati a cena in uno dei paesi vicini o, quelli che s’accontentano dello spuntino freddo che di questi tempi è tutto ciò che l’albergo offre, si sono rifugiati nelle loro camere al primo rinfrescare dell’aria.
Non una vela, né motoscafi. Il lago è vuoto.
È acqua, monte, nuvole, brezza che ondula le acque, fremito degli ulivi e dei lecci qui sotto.
Smetto di scrivere.
Guardo.


Eravamo in viaggio da poco più di sei ore quan­do, appena fuori dalla galleria sopra Salò, il lago è apparso. Lucerna, Bellinzona, Como: le soste che avevo messo in conto, arrivato il momento, aveva­no perso ogni richiamo.
Poi Salò, Gardone, Villa: dove ci fermiamo? hai prenotato un posto dove dormire? mi ha chiesto quando erano ormai le sei del pomeriggio. Non le ho risposto, solo un cenno di rassicurazione: quan­do abbiano parcheggiato la macchina nel piccolo spiazzo del Miralago ha pensato che mi fossi ferma­to per guardare il panorama spettacolare che si gode da quel punto, e poi proseguire per uno dei paesi di cui le avevo fatto il nome.
L’ho guidata attraverso la sala fino al balcone, l’ho fatta sedere all’ultimo tavolino, quello da cui si vedono il lago e il Baldo come dalla prua di un battello, e in quello stesso momento Piero ci ha portato due bicchieri di vino bianco: benvenuti, vi aspettavamo. Sono il fratello di Remo, piacere…
Aurélie mi ha guardato, ha riso, ha alzato il bic­chiere ma poi l’ha rimesso giù e ha abbracciato Pie­ro, che ho visto arrossire, commosso.
Un volo di anitre, a fior d’acqua, mi ha fatto di­stogliere lo sguardo. Le ho seguite per un lungo trat­to finché sono sparite alla vista mentre distinguevo, lontano, le sagome dei due traghetti che nel loro andare e venire fra Maderno e Torri si incontrano a mezza strada e visti da qui sembrano sfiorarsi, come a scambiarsi un saluto, ogni volta.
Il lago era lì.
Era sempre stato lì.


È steso a terra, il muso poggiato su una zampa, e guarda, di sotto in su, qualcuno che lo sta foto­grafando.
Monte, il cane dei nonni, sussurro, come lo di­cessi solo per me quel nome che chissà quante volte avevo chiamato e che da più di cinquant’anni non pronunciavo. Monte. Il cane che aveva accompa­gnato gli anni della mia prima infanzia.
Era il cane dei nonni, il mio cane quando non avevo ancora sei anni: ricordo persino il giorno in cui la signora che aveva affittato delle stanze in una casa vicina, una villeggiante, gli aveva fatto questa fotografia. Poi ce l’aveva mandata evidentemente, ma questo no, non lo ricordavo.
Piero dice qualcos’altro ad Aurélie, ma io non li ascolto: resto a guardare Monte. I suoi occhi.
Non ho mai fotografato animali, se non lontani, immersi nel paesaggio. Non ho mai fotografato il loro sguardo. Mi è sempre risultato insostenibile. Una vicinanza e insieme una distanza che evocano la morte. Un nodo di fratellanza ed estraneità che non ho mai saputo sciogliere. E adesso stavo sotto lo sguardo di questo cane cercando di non fuggire il dolore che mi suscitava, un dolore che sentivo di non poter addomesticare, di non poter in nessun modo aggirare, perché non c’è rimedio all’ingiusti­zia scandalosa della morte di esseri come Monte. Innocenti, mi è venuto da pensare, per via della lo­ro onestà, della loro coerenza, della loro adesione al presente, alla realtà. Le altre fotografie che avevamo visto, tutte immagini di persone morte, per quanto care non avevano generato in me un senso altret­tanto tagliente del non più. Perché?


Ho pensato che di una persona, la fotografia dà un’immagine che subito leggiamo come parziale, casuale, per sua natura contraddetta, o comunque messa in questione, dal prima e dal dopo del mo­mento in cui la foto è stata scattata; di un animale offre invece un’immagine totale, del tutto aderente al chi era. Definitiva.
Mi sono tornate alla mente le parole di un auto­re che della fotografia ha detto cose indimenticabili: che cosa c’era prima della fotografia? si chiedeva, e la risposta era sorprendente: la memoria. Ecco, mi sono trovato a pensare davanti alla fotografia di Monte: forse la memoria è il modo umano di fare i conti con il non più. La fotografia ne offre uno diverso – da tempo, ma ancora perturbante – e sotto questo profilo è, nella sua essenza, violenta. Capace di ridare, in un’immagine come quella che avevo davanti, il senso bruciante di perdita che in ciascuno torna di quando in quando, come non ne aspettasse che l’occasione, a risvegliarsi. Non più, mai più: una cosa è pensare in astratto a questo vuoto lancinante e irreversibile, da filosofi, un’altra esserne attraversati alla luce dello sguardo vivente di un essere singolare, che la fotografia ci restituisce all’improvviso.
Di un essere del quale mi erano di colpo torna­te presenti le movenze, la voce, il modo di stare al mondo, e sentivo dunque, nella carne, l’irripetibi­lità.


Ora saprei dirlo, solo ora saprei dare forma alla domanda che io stesso mi ero fatto su quelle mie fotografie del lago che avevo scattato su commissio­ne, per lavoro: non c’era solo l’intento di destare la meraviglia di un altrove che sfuggisse ai cliché della carta patinata, che desse l’emozione dell’ecceziona­lità, dell’unicità del paesaggio dell’alto lago. Questo era quello che mi dicevo allora, ma c’era altro, l’ave­vo capito col tempo. Volevano essere, quelle, anche foto ricordo, foto che conservavano in sé il calore della memoria, di una memoria che non era solo la mia, quella sopravvissuta al mio abbandono del lago, ma era la memoria che non può non apparte­nere ad ogni fotografia di paesaggio. Ad ogni foto­grafia, anzi: l’immagine di un luogo non è diversa in questo da quella di un volto, o di una cosa. Ci deve essere del tempo in una fotografia. Lo si deve sentire, lo deve comunicare il sentimento del tempo.
Non si tratta di cercare espedienti per farlo ri­sultare evidente, come in quella foto famosa di una vecchia che guarda nell’obiettivo e tiene fra le mani, mostrandola bene, un’altra fotografia di lei quand’era ragazza. No, è negli occhi velati, nella pelle avvizzita di quella stessa donna, nelle sue mani deformate dall’artrite, nel modo di stare, insaccata sulla sedia, davanti alla macchina fotografica che sta il tempo.
Il tempo c’è, in quel che si sta fotografando: si tratta di farlo venire alla luce, di renderlo percepi­bile, protagonista.
La memoria del lago: forse il titolo di quel libro non significava solo che le immagini raccolte custo­divano il passato dei luoghi. Forse voleva dire che i luoghi hanno una propria memoria, e quelle foto­grafie avevano cercato di rappresentarla.
Ha ancora una memoria il lago? sopravvive la sua memoria ai milioni di fotografie che non la vedono, non la cercano, la ignorano senza averne il minimo sentore? La memoria dei luoghi è una relazione, fra i luoghi stessi e chi li guarda. E non diversamente il ritratto. E allora, anche qui: resiste la verità di una persona, la verità che sta in quel che è, in quel che è diventata, in fotografie come quelle che i turisti si scattano reciprocamente sullo sfondo del lago, o è proprio il sorriso che ci si mette in faccia quando si è fotografati a cancellare ogni sto­ria, non solo il passato che si è vissuto ma anche il futuro che ci si attende, e quell’altro che ci aspetta, che aspetta tutti?
Non si sorrideva una volta, nelle fotografie, e se lo si faceva era perché l’occasione lo chiedeva: una festa, una gita, un anniversario… Se no non lo si faceva.


Guardo accendersi i paesi dell’altra sponda, e ma­no a mano confondersi uno con l’altro: lo facevamo, Aurélie ed io. Lo faccio ancora, quasi ogni sera: pen­sare che questo avveniva anche prima che noi due stessimo a guardarlo, e continuerà ad avvenire dopo, quando neanch’io sarò più qui, attenua lo strappo che sento ancora nell’esserci da solo, mi fa apparire piccolo l’intervallo che separa il tempo in cui i nostri occhi guardavano insieme da questo in cui i miei non hanno compagni.
Il Baldo si spegne per ultimo, ma intanto si è via via allontanato, come se si lasciasse sprofondare nel ri­cordo di quel che era solo un paio d’ore fa, e non atte­nua il senso di commiato, che avverto in questo lento cambiamento del volto del grande monte, un pensiero che non sa in questi momenti farsi certezza: che do­mani tornerà a risplendere maestoso, imperturbabile. Sempre sono stato portato a vedere più le fini degli ini­zi, ma è soprattutto in momenti simili che si ripresenta questa mia inclinazione.
Al di sopra della linea di luci che segnano la strada a lago, oltre i grappoli di quelle dei paesi che risalgo­no di poco le pendici del monte, se ne vedono poche, isolate: è un monte disabitato, il Baldo. Non ha gli altipiani e i paesi in quota della nostra sponda. Ci sono case abbandonate, là, addirittura un intero borgo disabitato – mio fratello me ne ha detto il nome, che non ricordo più.
Resta visibile nel crepuscolo, più in alto, un casale bianco, là dove termina il bosco e iniziano i pascoli: il malgaro che ci abita nella bella stagione scenderà solo a ottobre. E più in alto ancora, lungo il crinale, solo col buio si vede la luce di quello dei tre rifugi del Baldo – il primo appena sotto la cima più alta, gli altri due vicini, più sotto – che, ho sentito, resta aperto tutto l’anno.
Non so staccare gli occhi dalla massa scura del monte: mi appare più antico del lago, anche se solo la notte in grado di far valere questa sua superiorità severa, paziente, risolta in sé stessa.
Un’altra luce si è accesa a poca distanza dal casale bianco. Un’altra malga probabilmente. Immagino i due uomini che vivono lassù, coi loro animali, soli, non incontrarsi mai quando sono là e poi, l’inverno, bere allo stesso tavolo d’osteria.
La prima stella brilla sopra Torri. Non è una stella, probabilmente: è Venere, credo.
Proprio dritto sopra la luce della malga è ora ap­parso un chiarore, simile a quello che si vede all’alba, appena di là dal monte: sta sorgendo la luna. Dal mo­mento in cui ne spunta un sottile arco luminoso, la si può seguire e vederne il cammino. Pochi attimi ed è fuori, staccata dal monte, libera. E allora sembra fer­marsi, adeguandosi all’immobilità solenne di quello che le sta attorno, come il ritardatario che entra in chiesa a messa già iniziata.
Il lago, che s’era fatto buio – abbandonato da ogni colore, più che nero – è attraversato da una striscia ri­splendente che fa rivivere le acque illividite: la strada di luce le fa palpitare, fremere in una brezza che non c’è.


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Recensioni

Dal Giornale di Brescia del 16 marzo 2021.
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Da Bresciaoggi dell’8 aprile 2021.
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Dal Corriere della Sera Brescia del 16 aprile 2021.
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Piangere a crepapelle

Dio mio, di stare zitta non sembra proprio essere capace, quasi la sua indole non contemplasse il silenzio. A tratti pare trattenere la lingua fra i denti per la concentrazione e la fretta, come se le cose che ha da dire le premessero in bocca.

Accipicchia, ma dove la troverà tutta quest’energia? – mi trovo a pensare con l’irritazione a fior di pelle, mentre già il mio cervello s’ingegna a mettere in campo in impegno improvviso che mi obbliga ad andarmene, sottraendomi alle truppe d’assalto delle parole di questa tal Olga che mi ha attaccato bottone lì al parco.

È la mia meta quasi quotidiana questa panchina al parco Ducos: da casa mia dista forse tre chilometri che percorro a passo spedito, per quel che consente l’età. No, di correre ora non se ne parla proprio più, pratica archiviata. Ma camminare quello mi è ancora consentito, per ora. Poi arrivo qui, un giro intorno allo stagno, un’occhiata alle gemme o alle foglie che ingialliscono, a secondo del periodo e finalmente mi siedo. Così, in tutte le stagioni, eccetto nei giorni in cui piove a dirotto. Oggi è già dicembre inoltrato, ma la temperatura è mite: una seconda estate di San Martino.

Sì, scelgo sempre la stessa panchina. Quando è occupata prendo quell’altra, quella più a sinistra ma sempre in faccia alla Maddalena, la mia Maddalena. Mi accomodo lì e ci sto quel che la temperatura consente, almeno il tempo di contemplare il cangiare dei colori del monte e di ripassare i sentieri che ho percorso per anni per giungere in vetta: il quindici che sale dietro il cimitero di Caionvico e continua nell’uno, il due e il tre che si imboccano a Sant’Eufemia, il quattro da via Benacense, il cinque da via Amba d’oro. Giusto per attivare il ricordo e per testare il grado di avaria della memoria.

È bastato rispondere con un cenno al suo saluto, solo per cortesia ed eccomi qui appiccicata alle parole di questa donna straniera a me sconosciuta, proferite in un italiano acuminato, come il ghiaccio dell’Ucraina, quasi privo di articoli e di preposizioni.

Mi sta dicendo che ieri sera l’undici ha saltato la corsa, così sono rimaste al freddo. In tre erano: tutte serve, dice lei domestiche si dice in italiano, la correggo io -, tutte di paesi lontani come mio, con stanchezza che ci copriva come coperta, a battere piedi a terra. No, non per gelo, a Ucraina temperatura dicembre è più bassa eccome e c’è anche ghiaccio, che qui non vedo mai. In Brescia è umido che ti entra dentro ossa. Da noi, magari meno venti, ma secco secco.

L’ascolto distrattamente, con malcelata impazienza; allungo una mano verso un libro per proteggermi, provo a perdermi nell’intruglio dei miei pensieri. Lei non molla la presa e cerca di continuo il mio sguardo, mi tiene sotto tiro e io, paralizzata, mi trovo risucchiata nella sua voce graffiante.

Prima le altre non le guardavo, non sono chiacchierona che butta via tempo, io lavoro.

Lo dice e pare creda sul serio di essere una riservata, una schiva che risparmia il fiato. Sorrido fra me e me, intontita dal suo parlare a raffica, mentre realizzo che, pur invecchiando, non si viene mai a capo di se stessi.

Una la conoscevo solo poco, una moldava che si trucca pesante e si crede che è importante; che Moldavia a confronto di Ucraina è sputo, sputo per terra; e moldave, sanno tutti che sono kurva, zoccole. Vengono a Italia per farsi sposare da vecchio che muore presto, per portargli via soldi ai figli. È stata lei a cominciare col Natale, così come se eravamo amiche. Ha tirato fuori da borsa un sacchetto di carta pieno di palline rosse e oro di albero di Natale, rubate a sua signora. Sì, perché serve rubano, mica tutte certo.

Si interrompe solo per poco, forse per controllare se la sua rivelazione m’ha scioccata. Io non batto ciglio, che se faccio una questione la faccenda si allunga. E subito riprende il racconto.

Non cose di prezzo, non siamo sceme, sappiamo che signore lasciano apposta euri sul cassettone per vedere se siamo donne di fiducia. Magari un poco di farina, un rotolo di carta igienica, un tappo di detersivo che non si accorge nessuno e noi si fa risparmio. Un giorno io ho preso smalto, la signora ne ha trenta e questo era doppio. Non per me, io non metto smalto con mio lavoro con candeggina e ammoniaca. È per moglie di mio figlio, glielo mando in pacco di Natale con corriere, insieme a calze per bambino.

Ha un modo di buttar lì le parole, un piglio risoluto che mi batte, si insinua nella sfasatura fra il mio desiderio di sottrarmi e quell’inspiegabile battito d’ala che sento dentro, quel qualcosa che fiacca il mio controllo e mi induce ad uscire dalla mia pelle spessa per ascoltare.

Moldava diceva che sua signora è agitata per regali e per vestiti. Perché mica può metter su maglietta di anno passato, deve comprare una cosa di nuovo. “Aspetti signora”le ha detto quella scema di moldava – “quindici giorni e cominciano saldi”. E sai a lei che gliene frega di sconti? E noi tre, tutte giù a ridere.

E poi continua raccontando della sua pani, come la chiama lei, la sua signora che invece pare sia fuori di testa per il pranzo di Natale, perché è fissata di cucinare tutti piatti nuovi. E saranno due mesi che sta in poltrona a leggere riviste di cucina e a prendere appunti come se dovesse fare un esame. Anche quest’anno vuole invitare tutti: figli con mariti e mogli, nipoti e sorella. Tredici persone. Così Olga dovrà lucidare anche l’argenteria.

Mi immagino nuora, Miss magrezza, una xyga, secca come chiodo, sempre a dieta, sempre in palestra, una che conta calorie con bilancia. Chissà come s’è incazzata con marito a pensare di dover mangiare tanto.  Gli avrà detto che lui è mammone e che lei è stufa di famiglia che fa finta di volersi bene. Perché è tutta commedia.

“Miss magrezza”, bella quest’espressione, chissà dove l’avrà pescata. Èuna sveglia questa Olga, si vede che assorbe la nostra lingua e che le piace farsi bella con le parole.

Miss magrezza non mangia quella cosa dentro pane e pasta, quel…

Il glutine – suggerisco io per farla corta – sarà celiaca.

No, non è celiaca, dice che è “intollerante”, anche se per mia signora è solo moda. Latte e formaggi no, neanche magri, anzi proprio quelli sono più peggio: chissà cosa usano per levare grasso? I lieviti sono “demonio”, fanno “tossine”, dice sua nuora. Poi c’è sorella di signora che non mangia sale per pressione, suo genero niente salame perché ama animali, suo figlio solo verdura perché carne fa venire cancro. Proprio un casino.

Con un lampo risoluto negli occhi, scoppia a ridere Olga, una risata di gusto, come di una che sa bene come girano le cose della vita, una che guarda con sufficienza il nostro mondo storto dove, a parte il cibo, digeriamo tutto.

Osservo con sconcerto questa donna che emana un senso di padronanza pacata, autorevole; con quelle braccia forti deve essere una che fatica come un rompighiaccio, spinge avanti divani, solleva tavoli con movimenti fluidi, i muscoli tesi come corde. Cerco di intravvedere, dietro il suo ostinato ottimismo, i pezzi sparsi di una vita dalle mani ruvide, di suturarli in una storia con quel che la fatica lascia emergere.

“Togliti quel sorriso dalla faccia” – mi verrebbe da dirle – “che c’è da ridere in una vita come la tua?”

Sono femmine le più peggio – continua imperterrita, con le parole che le scappano fuori a flutti. Figlia Cristina lavora sempre come matta in ospedale: magari quest’anno inventa che è di turno per non vedere Miss magrezza. Miss magrezza potrebbe stare a casa e non lavorare perché Marco guadagna tanto con suo lavoro. Ma lei dice che vuole “realizzarsi” e allora fa insegnante ma si lamenta sempre. Che se trovo io uno che mi mantiene a casa, faccio vedere come si fa a fare casalinga felice. Invece lei c’ha sempre mali: pancia, testa, stomaco. E è invidiosa di cognata, la dottoressa. Primo perché guadagna tanto, poi perché dottori piacciono a tutti perché servono sempre e è meglio tenerli buoni.

Allora le fa dispetti. Per esempio, Natale scorso le ha regalato cintura di vernice bianca bruttissima, chissà dove aveva presa. E dottoressa, Miss mi vesto solo firmato, come ha guardata! Un’occhiata come coltellata dritto in cuore. Poi s’è messa in angolo con marito Paolo e gliela metteva sotto occhi quella cintura, come se era coltello di assassino.

Marito è oculista. Un buon uomo, ma guai a passargli troppo vicino perché mette mano sul didietro.

Lui ha amante, me l’ha detto sorella di signora, che è cicciona, tovsta, con pressione alta, che neanche sembrano sorelle. Mia pani: sottile, elegante, vecchia ma con stile di contessa. Non che è fredda, è che non sa camminare quei centimetri fra lei e quelli che ama, è che abbraccia sempre rigida come bastone, sempre pronta a tirarsi indietro. Ma è ancora bella e a me mi fa sentire bene vedere che si può avere tanti anni senza perdere quel nobile, quel calmo un po’ come di stordita, come di una che non ha più paura, forse.

Sua sorella tovsta, invece: più larga che lunga, e pettegola, Dio mio che pettegola, sa tutto. E sa di sicuro che Paolo ha storia con infermiera, una di clinica privata dove fa soldi il pomeriggio.

Lei è proprio stronza che mangia gratis e dice cattiverie di tutti. È con sorella che ha dente più avvelenato, con mia signora, perché s’è sposata, e s’è sposata bene, mentre lei, cicciona, è starà dieva, zitella. Dice che questi pranzi sono solo per bella figura, per sembrare più brava di tutti.

E poi dice che si vanta di figli come se sono medaglie di guerra, come se è stata lei a inventare vita, che maternità non è mica tutto, che… aspetta, aspetta che provo a ricordare bene parole: “la fecondità di una donna è altra cosa”.

Io non ho capito che cosa vuole dire, per me maternità è fare figli e crescerli, fare sbagli e cose giuste, insomma fare mazzo, grosso mazzo che non finisce mai.

Ma cosa ne sa lei di quando mia signora è rimasta sola? Di casa sempre vuota, di silenzio? Di quando si ferma a metà frase con voce che trema e cade su parola che s’è nascosta, o si dimentica, si gira e si mette lacca su capelli per terza volta.

Ho provato a convincere mia signora a lasciare perdere pranzo di Natale, ma non mi sente. Forse senza Natale non può stare, forse casa è troppo vuota e lei troppo sola.

Sento la mia espressione cambiare come se avessi ricevuto uno schiaffo. Sta parlando di me? Mi conosce? Mi ha scoperta?

Che ne sa questa Olga dell’eco dei miei passi in una casa troppo grande? Dell’assenza che si aggira per casa come una sagoma scura, del vortice di paura quando la sera devo spegnere la luce, del groppo in gola indigesto, di giorni colmi di ricordi e privi di desideri, della bile d’invidia che mi ruggisce dentro alla vista di una coppia di anziani a braccetto, del tempo ridotto a giorni contati e di questo mio primo Natale sola? Lo cancellerei se potessi il 25 dicembre 2020, mi vorrei addormentare la sera del 24 per risvegliarmi il 26, magari anche il 27. Mi danno noia le luci, le decorazioni, tutto quello spreco che un tempo mi faceva allegria.

L’albero non l’ho fatto, e chi me lo porta su dalla cantina? E poi al diavolo questo Natale senza colori insieme a tutto il resto.

Non ho nessuna intenzione di cucinare, per una sola passa la voglia. Mi preparerò giusto una minestra di verdure e leggerò un libro finché finisce la festa. Aggirerò la trappola del passato, non resusciterò ricordi, terrò a distanza gli anni sfioriti e mi sforzerò di essere drastica con i pensieri, di disciplinarli, di non lasciarli andare a spasso liberamente.

A me non va male che lei è sola – continua implacabile l’ucraina. Niente maschi, niente gocce di pipì su asse di water, niente bambini, niente marmellata o nutella su divani. Insomma, sua è casa pulita e ordinata, c’è solo da togliere via polvere e andare dietro a sue manie. Per esempio spolverare libri uno a uno una volta al mese, infilare carta igienica in senso giusto, fare finta di niente quando mi segue in stanze e ripete sempre stesse cose e mi parla con voce alta perché sono straniera. Mi offre sempre caffè a metà mattina e mi regala sue camicette vecchie e rotte. Io ringrazio, ma quando esco di casa butto in cassonetto.

Ecco, cosa importante da non dimenticare mai per noi serve: spostare sempre tutto, cambiare posto a soprammobili, come per sbaglio, così si vede che avete spolverato bene.

Inviterei da me per Natale, mia signora, mia pani. Siamo solo io e mio Ivan e di sicuro lui beve e poi dorme. E io resto sola a mangiare panettone di discount che mi ha regalato lei.

Che gentile – penso, che buon cuore invitare una donna sola. Mi invade un’onda di sentimenti caldi e quasi mi viene l’idea di invitarli io per Natale, lei e il suo Ivan, così ho qualcuno per cui cucinare. Ma che cosa mi passa mai per la mente?

Finalmente è arrivato undici, che eravamo morte di freddo e di stanchezza. Per ritardo autista ha cominciato a correre come matto, quasi non si fermava neanche a stop e noi a morire di paura, io e moldave, che ormai eravamo quasi amiche. “Vuoi vedere che Natale siamo tutte a ospedale?” ci siamo dette, e poi giù a ridere.

Allora moldava, quella tutta truccata, s’è messa a parlare, ma piano, nella bocca e io mi sono messa attaccata per sentire: Viktor, Viktor, chiamava. Poi mi ha guardata, con faccia tutta bagnata come di una che si è lavata e non si è asciugata: ha solo sei anni, non lo vedo da tanto. E poi ancora giù a ridere, ridere e piangere, ridere e piangere a crepapelle. Si può dire in italiano piangere a crepapelle?

Sì, credo di sì, perché nero di trucco le veniva giù sulla faccia con lacrime e faceva come crepe su pelle, come fughe di piastrelle quando sono sporche e devi pulire con spazzola e candeggina.

Allora altra, quella che non parlava, è venuta vicina e ci ha abbracciate tutte e due e diceva: Rojedestvom Kristovem, che è come Buon Natale, ma in russo, che lo capiamo tutte perché lo studiamo a scuola.  Ho guardata e ho visto come era giovane, piccolina, una appena arrivata, una faccina come di dytyna, di bambina, di bambino Gesù. Sembrava bambino santo di Natale, quello in stalla. E allora, se piccolina era bambino, moldava con faccia crepata era Madonna, e io, che sono più vecchia, io ero tato, vecchio padre. Eravamo presepe, il presepe di est su bus numero undici, della Brescia, la Brescia città di Italia.

Una traccia di fuggevole turbamento le oscura lo sguardo, l’ombra di un dolore, la voce le si incrina come se stesse per piangere, ma solo per poco. Subito si ricompone come se la sua faccia si fosse rotta e poi riaggiustata in qualche modo. Riassembla i tasselli di una tristezza celata e ride, ride forte Olga, ride e mi guarda dritto negli occhi.

Sento le mie labbra che si distendono e rido anch’io, che di ridere credevo proprio di non avere voglia: sono risate di cuore, calde, sia la sua che la mia, il tipo di risate che scoppiano come un fuoco d’artificio fra due donne amiche da anni.

L’ordine naturale I

Quale coscienza del mondo si nasconde nelle leggende, nelle fiabe, negli antichi rituali? Risaliamo il corso delle segregazioni, dei rapimenti, dei viaggi incomprensibili, dei rimedi imprevisti, del divenire del pianeta, della follia, degli amori sorprendenti, delle scoperte terribili e benefiche. Rivoltiamo le tasche del racconto: il bambino abbandonato dal padre non fugge, ma resta a dimorare con la vecchia nella casa del bosco; nella voragine la giovinetta è caduta o non si è piuttosto calata di sua volontà per scrutarne i misteri?

Forze invisibili circondano l’umano e alimentano il mondo. Di esse non abbiamo che frammenti di immagini, da rimontare abbandonando la morale che ha posto la colpa nel cuore del contrasto tra bene e male, tra vita e morte.

L’andare o il tornare, il partire o lo stare, il guardare, il cercare, il donare, l’ordire, sono il punto d’incontro fra testi e immagini. La sospensione dell’ordinario, la ricerca di una umanità feriale, ma anche allegorica e solenne sono la grammatica comune della scrittura di Mauro Abati e della pittura di Marco Manzella.

I testi sono articolati in gruppi di cinque e ciascuno di questi porta a suggello un’opera pittorica: a quella di copertina, Rituale, 2005, seguono Racconto del bosco sacro VII, 2014; Canzone alle nuvole II, 2005; Paesaggio con ragazza che finge di tuffarsi in un fiume XII, 2009.

Uno

Uscì dal paese dalla parte degli orti, i pollai ancora silenziosi, e non sapeva se pure quel giorno sarebbe giunta l’alba, sarebbe sorto il sole, al fiume l’acqua sarebbe scesa ancora per la valle o l’avrebbe invece risalita verso opposti anfratti.

Non sapeva se il padre morto finalmente gli sarebbe venuto incontro, con quei gesti che, ora, in sé ritrovava, inaspettata eredità.

Non sapeva neppure – il protrarsi del buio ad ogni passo gli impediva la vista – se anche quel giorno gli alberi avrebbero lanciato le fronde nel cielo e non invece le tumide radici. Perfino la solita brezza mattutina sembrava risucchiarlo, anziché alitargli sul viso il freddo delle ultime stelle.

Dopo un vago dilucolo fu subito imbrunire, eppure camminò tutto un giorno, e fu allora che ne vide le tracce. Le impronte indicavano chiara la direzione e ciuffi di pelo sparsi qua e là lo convinsero che presto l’avrebbe incontrato. Già si chiedeva cosa avrebbe potuto domandargli, perfino se avrebbe parlato la sua stessa lingua, ma quando giunse alla radura e a un’eco lontana indietro si volse, lo vide, Jobel, uomo selvatico, sull’altro lato ormai della valle, allontanarsi persistendo nell’inganno, di un cammino al contrario.


Ad una curva della strada, al bivio, alla bruna fine del giorno, al ritorno, col carro, all’ora più dura, s’imbatté in tre ragazze che salivano al paese. Come divertite da gita fuori programma, le sconosciute lanciavano tra loro spiritose parole, i canestri al braccio, rosse le bocche, le guance fiorite, i capelli in crocchie un poco scomposte, i seni gonfi, a quanto pareva.

Al giungere del carro fecero un segno, le tre, affrettandosi a salire, per gioco reclamando un passaggio, protestando una fretta, un incontro d’amore al cancello di un orto. E il carrettiere, domandando se ce ne fosse anche per lui, un po’, di quella grazia, di quegli entusiasmi, rintuzzato da piacevoli allusioni, avviò un canto seguito dalle giovani voci, intonò versi sul riposo all’ombra dei fiori e dei ricci di donna, ambita pergola degli amanti.

Così si saliva la strada senza ormai più luce e sebbene non servisse, giacché il cavallo conosceva la via, il carrettiere accese la lanterna e tanto bastò, che il canto gaudioso divenne un grugnire ora sordo ora stridulo di troie e maiali, che sbattevano setolosi e impiastrati contro le sponde, finché riuscirono a buttarsi a terra e a correre via, lasciando all’uomo di raccontare solo una volta la sua sventura.


Nella sera fresca e serena, perfino profumata, camminava gagliardo, la giacca sulla spalla. Sotto le scarpe scrocchiava la ghiaia, tenue ma sicuro lucore per il suo cammino. Sopra la strada facevano, a tratti, le lunghe fronde di maggio, una galleria.

Alla contentezza d’un affare ben combinato s’aggiunse quella di sentir sopraggiungere un cavallo al passo: avrebbe avuto compagnia nel viaggio. Si voltò ma non c’era nessuno; pensò all’inganno d’una pietra smossa rotolata dal monte. Dopo qualche minuto sentì ripetersi sul selciato il battere di zoccoli, di nuovo si voltò e di nuovo non vide né uomini né cavalli; solo il cupo bosco si chiudeva appena più in là.

Passarono pochi istanti e stavolta fu un chiaro sbuffo a convincere l’uomo d’essere seguito da qualcuno a cavallo, forse morello, così scuro da essere facilmente confuso nel buio. Dunque si voltò per accertarsi ma davvero il viottolo era deserto. Poi fu la volta d’un soffio e d’un altro scalpiccio dell’invisibile animale e dunque fu la volta, per l’uomo, della paura. Allungò il passo nel silenzio rotto dall’andare equino e dal proprio batticuore ma lungo, troppo lungo era ancora il cammino. La paura fu panico e fu terrore finché giunse, l’uomo, alla porta di casa, l’aperse e all’ultimo sguardo alle spalle la voce nel buio disse fortunato sei che c’ero, altrimenti saresti morto.


Passata la sera a smorosare in un angolo in penombra della stalla, dopo il solito distratto rosario, intanto che al fioco lume, al morbido tepore delle vacche, all’acre odore di piscia e sterco, le donne filavano e gli uomini riparavano zoccoli e rastrelli. Ogni tanto qualcuno lanciava una frase ridendo, come a dirci che tutti sapevano quale fosse il palpar delle mani e quali i baci oltre il graticcio. Qualche volta anche i bambini della compagnia si gettavano su di noi nel pagliericcio, reclamando con ansimi finti di partecipare al mistero di quel gioco.

I capelli di lei sentivano di focolare. Il mio corpo portava il sudore rappreso nel freddo del bosco d’inverno. Sul principio non era facile, tra gli abiti spessi, nemmeno immaginare di sentir la sua polpa.

Passò la sera e venne l’ora di coricarsi. Per togliermi dall’imbarazzo della foga amorosa, ridendo feci un inchino scherzoso alle dame e i miei rispetti ai messeri. Alla morosa lanciai uno sguardo contento, al quale rispose con la richiesta di un dono. Me ne andai fuori. Era buio. Mi diressi verso casa con la voglia d’una minestra riscaldata sul fuoco. Nel buio inciampai in qualcosa che rotolò via per un tratto risuonando secco sui sassi, che intravidi al tremulo chiaro delle stelle e raccolsi: gelida, mi guardò cieca, piena di fosse e cavità, una muta, insepolta crapa di morto. La gettai con ribrezzo e corsi, ma più volte me la trovai tra i piedi, senza spiegazione, mentre scappavo; finché, come una voce, il vento che ne trapassava i pertugi mi disse dove avrei trovato il dono d’amore.


Posò la fiaccola, finalmente a casa, allegra per l’inusuale, inaspettata festa campestre. Aveva ballato tra quei giovani e quelle ragazze, senza pensieri, perfino alleggerita dalla fatica d’una giornata a spigolare, e poi dalla dura salita al paese.

Incontrata la gaia compagnia al bordo del sentiero, si trattenne tra quei festosi, cordiali sconosciuti, che la invitarono lusingandola, al suono di dolci strumenti.

Passò la sera, in quel modo, e solo col buio decise d’abbandonare i nuovi amici, da loro ottenendo esortazioni a tornare, e la fiaccola per risalire l’ultimo tratto di strada.

Al mattino, quando si svegliò, al posto del legno consunto dalla fiamma, trovò il braccio d’un morto. Capì con spavento che la festa era un raduno di trapassati. Invecchiò all’istante ma visse ancora a lungo, passando i suoi giorni chiedendosi come fosse possibile, che i morti vivessero momenti così felici, al contrario di lei, che invece pativa il dono della vita.

Due

Alla radura viveva una donna solitaria. Molti sentieri partivano dal paese, diretti ai campi di grano, agli ovili, alle case d’altura. Sentieri dinoccolati che nei boschi sembravano subire il richiamo di quella lontana chiarita, e quindi, dopo vaghi giri, deviavano, però andando via via a smemorarsi, a confluire l’uno nell’altro, a sfaldarsi fra erbe e piante. I curiosi che riuscirono ad avvicinarsi di più, al ritorno riferirono soltanto che al diradarsi delle fronde, in procinto d’uscire dall’ombrosa boscaglia, la luce del sole li aveva feriti agli occhi e non avevano potuto vedere alcunché.

Alle donne del paese, la donna solitaria aveva insegnato il filare, il tessere e il tingere, e amorevole lasciava in dono qua e là, ai crocicchi, alle fonti, ai cancelli degli orti, bell’e pronti gomitoli d’ogni colore. Le donne ne tessevano tela per abiti per sé, per i loro uomini e per i bambini.

Il prete che in paese edificò la sua chiesa non capiva la dolce amicizia tra le donne e la maestra e convinse gli uomini a dubitare di quella femmina mai posseduta. Corruppe gli abiti, la diffidenza, che si scucirono nel mezzo della messa costringendo la gente a fuggire dal cospetto di Dio, nuda come prima che la solitaria portasse la sapienza in paese.

Malamente fu cacciata la donna e dietro il suo cammino sorsero pietre che lo chiusero al mondo. Poi domarono i sentieri: con durezza li costrinsero a mete certe, a fissi itinerari, lontani, lontani dalla radura del mistero.


Con le sorelle si offrì alla solitudine delle vette. Erano tutte molto belle. A ognuna una vetta nell’intorno del lago. Edificarono ognuna una casupola. Le casupole avevano caldi focolari. I focolari ospitavano vivide fiamme. Le fiamme accoglievano visioni. Ammaliati da quelle presenze, i rami degli alberi e i sentieri piegarono verso le loro dimore. Un giorno ogni anno accendevano falò in saluto alle compagne.

Non mangiavano che poche erbe; bevevano pioggia dalle foglie accartocciate. Guardavano le stelle. S’ingravidavano e partorivano col girare della luna. Nascevano sogni, preghiere esaudite. Facevano sorgere pietre e su di esse imprimevano l’impronta del piede. Palpitavano i meridiani del pianeta.

Stavano sulle cime più vicine alle stelle. Sulle alture dagli ozi più ampi, guardando il lago. Stavano. Cantavano. Cullavano le valli. Passando dal sole all’ombra si assopivano, dall’ombra al sole vegliavano. Nell’ora più accesa combattevano gli spiriti della rarefazione; nelle notti più cupe gli enti appiccicosi del ventre terrestre. Stendevano una mano, poi l’altra. Studiavano la fisica delle cose. Cercavano la loro contiguità.


Tre donne al tempio, guardano gli uomini passare; una fila, una cuce, una taglia il filo e spenge la luce. Passa un uomo ne passa un altro, passa un uomo ne passan cento, passano via come il vento. Ci son tre donne al tempio, con rocca e fuso, ago e ditale, forbici e coltello. Si prendono per mano, si specchiano una nell’altra. Ci son tre donne, ce n’è una, dal monte domina fino all’orizzonte.

C’è una donna che fila cuce e taglia. Gli uomini s’affannano a salire per averla, ma greve ognuno al proprio filo s’ingarbuglia. Chi arriva in vetta lei colpisce con fendenti e il terreno è sparso di corpi macellati.

Din don campana d’aria, chiamata irreversibile, vibrazione al mondo, vibrazione ai cieli. Un uomo s’arrampica mani e piedi su quelle risonanze, raggomitolando mano a mano il filo della vita, giovane tornando da vecchio che già era. Leggero sale scale armoniche, sobbalzando al giusto ritmo, fino alla donna che lo guarda affascinata, che lo attende a braccia tese, che lo abbraccia finalmente. E lo ama infine, nel letto fetido della morte.


Prisdomina corre i monti a braccare cervi e caprioli; s’apposta agli incroci delle piste e li stringe nel turbine di cani. Ama gli agguati, i corpo a corpo, con gli animali e con gl’intrichi del bosco. Balza da un lato all’altro dei canaloni o da un albero a un altro nel fragore dei rami, torna alla tana stremata, rigenerata. Abbandonati i pascoli d’alta quota all’autunno, al sole che secca le ultime foglie ai faggi, ai cespi di cardi e ai rododendri, urlante la senti di vittorie dai dossi e dalle rupi.

Quest’anno i giorni dei morti cadono in un autunno radioso e un uomo avido di nuove prede sale a caccia nel monte trascurando d’onorare gli antenati in paese. Dopo la battuta si rifugia alla capanna e prepara fuoco e cibo quando verso il tramonto sente un latrare di cani e un chiamare rivolto alla parca dimora. S’affaccia e vede una donna e la invita al riparo a scaldarsi, ma dalla veste trapelano gambe coperte di pelo e duri zoccoli d’animale.

Al terrore dell’uomo risponde sonora la voce: “Sono io Prisdomina, prima signora delle vette ancor prima delle greggi e dei cacciatori, ancor prima che i ghiacci millenari lasciassero del tutto il proprio letto alla tundra, dove ora invece fioriscono bosco e prateria. Sono io l’animale braccato e lo spirito della caccia che animò già i tuoi avi e che a te conduce selvaggina per loro intercessione. Onora i morti che tornano in veste d’animale per guidare a te le prede!”

Fugge l’uomo ma, lungo il sentiero, un altro cacciatore fino al crepuscolo appostato, eccitato dalla corsa di ciò che crede una fiera, con un sol colpo l’uccide. E a questi il cuore si spacca, nel vedere morto a terra l’amico per la fretta della propria mano.


La giovane si era allontanata per cogliere fiori nel prato. Era il mezzo del giorno ed era caldo. Tutto minutamente sfavillava e anche le cose distanti parevano vicine, però sgranate come in una miriade di roventi cristalli cangianti. Sotto l’albero l’ombra vibrava tenue e perfetta e dormiva un uomo con incastonato un brillante in fronte. La ragazza avanzò di qualche passo e stette a rimirarlo, ad ascoltare il suo profondo respiro, a sentirne l’odore. Non si chiese nemmeno chi fosse, ma si distese a riposargli accanto.

Erano le ore dell’ozio, quando il caldo scioglie le vesti e ancor di più ogni ritegno; accanto al dormiente, il fresco dell’ombra pareva delimitare un’alcova. Languida, la ragazza tese la mano a sfiorargli la fronte, ammaliata dalla gemma. Accarezzò le guance. Lui non si svegliò, ma la gemma s’accese di più. Gli spostò la camicia dal petto e il brillante mutò colore. Intrigata, la giovane ne carezzò il torso e la gemma distillò nuova luce. Scese ad aprire la cinta e a cercargli il sesso, lo trovò turgido e desiderabile. Levata la veste gli si accucciò sopra a covare quella serpe fino al proprio godimento. Durante il ritorno sentì stupita tra le gambe un gocciolare di seme.

Il giorno dopo, nell’ora meridiana della calura, in quella sospensione del tempo, la giovane sentì cantare il gallo e le parve un richiamo. Andò all’albero e vide l’uomo dormire. Come giunse, i guizzi di luce del brillante la smarrirono. Si spogliò, aprì i calzoni al dormiente e si mise sopra. Anche stavolta il suo pensiero si perse fino al piacere.

Il giorno successivo, al canto del gallo, alla solita ora, la ragazza tornò all’albero e ritrovò lo sconosciuto; ne sentì il respiro nel sonno. Lieta cominciò ad armeggiare gustando negli occhi le iridescenze della gemma e nel corpo il proprio diletto.

L’indomani, al solito segnale, nell’ora rarefatta del mezzogiorno, la ragazza tornò all’uomo, che come al solito dormiva. Stavolta lo preparò con la bocca, poi si mise cavalcioni, s’infilò l’asta e sfregò fino alla fine.

Il giorno seguente fu lo stesso e per molti giorni ancora.

Col tempo gli incontri vennero risaputi. La donna indusse anche altre a provare. Attorno all’albero fu costruito un giardino e fra le praticanti si costituì una piccola casta, che rinnovava ogni giorno la salita del sole allo zenit.

Tre

Chissà quando, ma quando e quale acqua scavò la gola di roccia dove ora solo un’aria umida fluisce, nel contorno librarsi di piante lunghissime, mucose vegetali, corde d’edera lanciate nella voce pulviscolare dell’ultimo sole.

Nella bocca sto, segnando il fango di tracce, il fango molle, la tumida penombra, solcando d’un tratto la saliva d’un rivolo, la svolta del sentiero, il refolo del puro respiro.

Appena sotto ecco il balzo, il vuoto degli alveoli e gli scambi cupi del sangue, l’espandersi di tellurici diaframmi. Stridono negli attriti i tronchi flessi al dilatarsi o comprimersi, senza riposo, del bosco.

Passavo in Valvecchia di ritorno dal mercato, dove scambiai scope di betulla con grano di pianura. Temevo Valvecchia e l’anguana che l’abita, temevo le sue profferte, il suo battere di panni lavati all’asciutto torrente, gli assenti riflessi nel vano specchio, le umili richieste d’aiuto nelle eterne banali incombenze della sua verde dimora. Temevo, ma la strada era quella, la più lunga e insieme la più breve.

All’orrido di Valvecchia si sentì bussare tre volte nel vento. Fremettero, pure immoti, gli strati di pietra.


Oltre la siepe sul ciglio della strada, un’ampia buca e fonda si apriva, una cavità di cui non si vedeva la fine. Sprofondata la terra, dilavata dalla pioggia di secoli e rimasti qua e là spuntoni di roccia – la roccia madre che presso i paesi sostiene giardini e case, orti e broli… –  in quella voragine si erano annidati i sogni più cupi della gente del villaggio, i dubbi, le inquietudini, le paure, e tutto brulicava, ribolliva, fermentava, nutrendo un’acqua ctonia in corsa verso un lago lontano. Nell’approssimarsi, i viandanti allungavano il passo per non attardarsi a quel vuoto ricolmo, a quel muto frastuono.

Una volta, nella fossa cadde, o si gettò, una figliola e furono vane le sue ricerche: nessuno pensava che a quell’incubo si fosse avvicinata. Un giorno, alla mamma della ragazza mancò un pane sul tavolo; l’indomani ne mancò un altro e così il giorno seguente. Voglio proprio vedere chi entra in casa mia, pensò la donna.

All’improvviso sopraggiunse una colomba, prese un pane nel becco e volò via. La gente del villaggio seguì l’uccello e giunse al pozzo; la colomba vi scese a portare il pane alla giovane. Così la trovarono su una roccia in basso, intenta a scrutare nel buio del buco il proprio sangue mestruale unirsi alla fonda corrente.

La chiamarono, calarono delle corde e la portarono in salvo. Per quanto visse, la salvata non fece che guardare, traendo premonizioni, nell’occhio della fossa impresso dentro di sé.


Mi allontanai da casa con un arco rudimentale e alcune frecce sghembe che mi divertivo a lanciare in aria senza scopo, se non quello di vederle trafiggere i raggi di sole tra il fogliame. Non avevo alcuna intenzione con quel gioco, ma quella minima escursione mi portò ad incontrare un canto di donna poco distante, fresco e morbido, fatto di lunghe vocali, senza parole precise; e mi prese la voglia di raggiungerlo, mi prese un entusiasmo, come fosse un preciso richiamo per la mia adolescenza.

Quando raggiunsi la casa, il vecchio stava seduto su una panca fuori dall’uscio e nel vedermi sorrise, come sapesse ciò che m’aveva intrigato, mentre dall’ingresso si affacciava una giovane, forse quella che prima cantava e che ora rideva e forse rideva proprio di me, dell’ingenuità con la quale caddi nella sua trappola. Parlai un po’ col vecchio, ma la ragazza non uscì più da quella casa nel sole, da quelle stanze di pietra, piene di tenera ombra.

Dall’interno ne sentivo la voce mentre parlava con una donna più anziana. Non capivo cosa dicessero, ma certo si trattava delle piccole cure, o grandi, della preparazione del cibo e delle bevande, dei cicli mestruali delle femmine degli animali selvatici, degli usi delle corna dei cervi, dei poteri delle erbe medicinali, e certo dei molti incantamenti che la donna esercita sull’uomo, delle trame che l’uomo ordisce contro il compagno; insomma, degli ambigui misteri dei giorni del mondo.


Enorme, tutta nel cielo, sciolta chioma d’una berenice. Isole gemme. Ondine. Alberi protesi. Barche sull’azzurro. Da quell’alto, lassù, molto in alto, il lago è una svirgola che incanta. Anche l’aquila che lo sorvola con penne frementi, s’estasia nella pace. Qua riflessi d’argento, là verdi algosi in prossimità di valli subacquee. Enorme, tutta nel cielo, la chioma fluente di venti sottili. Capelli ariosi come serica veste, lievemente cangianti nelle ore del giorno, morbidamente roventi dalla parte del sole morente, siderale clavicembalo nell’indaco prelucano.

Enorme. Da tutto quel cielo il sussulto sommuove prima l’ossea struttura della terra e poi le pietre ancillari, coi loro interstizi d’argilla e conchiglie. Dal settimo cielo s’irradia a cascata il buio improvviso, quando la madre possente si china a bagnare la chioma nel lago, vantando il proprio primato. E s’immergono i venti, squassando le abituali correnti e la frega dei pesci, i depositi sabbiosi e le viscide alghe. È il giorno dell’anno che la madre grande si lava i capelli e s’inabissa quella testa fragorosa sollevando le acque, gettandole sulle rive sconvolte, dove i piccoli esseri uomini e donne, coi loro cani e gatti e le vacche e le pecore si rintanano muti nelle fragili case. È il giorno in cui paga pegno, il villaggio, con case scoperchiate ed esseri risucchiati dai flutti, a un patto di concordia siglato in antico.


Era bello prendere tempo sulla barca al centro del lago coi giovani compagni e le amiche, vagare tra gli isolotti in larghi peripli, scendere in acqua empiendo il petto nel respiro esultante, in riverberi di luce che univano aria e acqua in una sola atmosfera.

Dalle chiatte giungeva il canto dei marinai, dai golfi i comandi dei pescatori al ritiro delle reti, alle rupi sentivi il vociare dei tuffatori che lasciavano la terra. Guizzavano i pesci nell’ombra cristallina dei fiordi, alle calme foci dei torrenti regnavano gli aironi, alle rive si abbeveravano le cerve coi piccoli. E tutto ciò rimirando salutavamo le altre barche intente alla stessa pace.

Accostando le rive soleggiate attingevamo frutti dai boschetti di rovi; assicurata la barca agli anelli incastonati nelle rocce, si andava a terra a risalire le cuspidi isolane. Dalla vetta, la loro sequenza pareva la serie di rimbalzi d’una pietruzza lanciata sul pelo dell’acqua, moltiplicata e resa eterna dalla quintessenza del lago.

Eravamo in barca anche quel giorno, distesi a farci cullare. All’improvviso le isole e le terre presero a sollevarsi, l’acqua ad abbandonare con fragore le pendici trascinando fango e pietre, mettendo a nudo la roccia pura del pianeta. Ma no, non erano le montagne ad alzarsi, ma il lago a sprofondare, come digerito in non si sa quale viscere. La contorta orografia subacquea causò durante il deflusso furiose correnti, gorghi, ondate che sbattevano le scialuppe come in una tempesta sulla quale, però, regnava imperturbabile il cielo sereno. Le barche si sfracellavano sui costoni o penzolavano in secca attraccate ad anelli assurdamente infissi sull’alto delle nuove montagne. I battelli che si arenavano in alto finivano per inclinarsi via via fino a rotolare in basso col carico di uomini, pesci, argenti e ori. Lo svuotarsi dell’acqua scavò ancor di più la valle che veniva a formarsi, taglio di bisturi nella nera terra. Chi sopravvisse vi dimorò trascinandosi nel fango come verme inumano. Fra gli stretti versanti urtavano con dolore gli sguardi, l’udito si perturbò d’echi, la pelle non godette più del sole, calando dalle cime il vento trascinava lontano gli aromi, la bocca masticava la terra.

Costruire la vita: Nino Dolfo rivisita la storia di Giacomo, protagonista del racconto-testimonianza di Carlo Simoni

Giacomo Usardi. Il ritorno alle sue origini

La storia di Giacomo Usardi, gardesano doc, figlio di mezzadri e promessa della boxe. Dopo un terribile incidente si è rimesso a studiare ed è tornato alle sue radici

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Il tempo che passa non gli ha imprugnito il volto. Oggi, a 78 anni, Giacomo Usardi ha la pelle tostata dal sole, tutti i suoi denti, il corpo stagno e lo stesso peso di quando a 16 anni tirava di boxe, categoria medio-massimi, e fu adocchiato da Bruno Amaduzzi, manager della scuderia di Nino Benvenuti. Avrebbe potuto, chissà, diventare una gloria del pugilato nazionale, ma il destino per lui aveva in serbo un altro progetto.

Di Italie ne ha viste tante passargli sotto gli occhi. E poiché lui è un fabulatore consumato, come disceso dai lombi di un antico filò, potrebbe raccontarvele tutte. E allora la sua voce si fa epos, narrazione quasi mitologica, coniugando la sua umile vita con i grandi eventi, il microscopico con l’universale. Giacomo è un uomo che può voltarsi indietro con fierezza: non ha buttato via nemmeno un’ora dei suoi giorni. «La grandezza di un uomo — ha detto Ludwig Hohl, scrittore svizzero amato da Dürrenmatt e Handke — è proporzionale alla grandezza del passato che riesce a risvegliare». E il passato investito in memoria è il capitale umano di Giacomo.

È venuto al mondo a Gaino, frazione di Toscolano, entroterra gardesano a vocazione rurale ai margini del turismo costiero. I suoi erano mezzadri e i figli dei mezzadri avevano allora davanti il medesimo avvenire dei genitori, tanto valeva abitarcisi fin da subito, dando una mano in campagna, andando a lavorare per i padroni o per altri mezzadri, a «fa ‘l famei»: cavar l’erba dalle vigne, portare a pascolare le capre, ristorare con l’acqua fresca i falciatori. La miseria contadina non contemplava vacanze negli anni dell’immediato dopoguerra: bisognava stringere i denti a culo stretto, ma tenere anche in caldo la speranza, pronti al balzo, a cogliere l’assist della fortuna. Nel 1957 viene assunto come operaio in cartiera. Turni oberanti, anche dodici ore al giorno se non arrivava il cambio, si mangiava in piedi la pastasciutta in gavetta senza smettere di lavorare. Col suo primo salario in famiglia arriva la bombola del gas, prima anche il caffè si faceva sulla brace. E sempre pescando dal suo gruzzolo di piccolo risparmiatore si compra una bicicletta di seconda mano, un’Atala, cui applica un manubrio da corsa, suggestionato dalle imprese di Bartali e Coppi.

Lo sport assorbe l’argento vivo che Giacomo si sente addosso. Ogni giorno, dopo aver smontato dal turno, a cavallo di un motorino insieme ad un amico e poi da solo con l’autobus, raggiunge la palestra Tomasoni a Brescia, per calcare il quadrato e prendere a pugni il sacco da pugilato. Il suo battesimo agonistico sul ring — a soli 17 anni — avviene al vecchio stadio Rigamonti. Giacomo è veloce, tecnico, ma non abbastanza tempo allenato. È una bella promessa da coltivare. Ma quando Bruno Amaduzzi gli propone l’ingaggio per una tournée americana al seguito di Benvenuti, lui dice no grazie, perché teme di perdere il posto sicuro in cartiera.

Nel 1961 parte per il servizio di leva, artiglieria da montagna. Dopo il congedo, si rende conto che fare l’operaio in fabbrica è un futuro che gli sta corto. Consegue il diploma di terza media alla scuola serale di Salò, studia da fisioterapista e in quel mestiere part time si distingue con merito: lo chiamano occasionalmente da Villa Gemma e dall’ospedale di Gargnano. Poi, siamo nel 1978 — e da ormai dieci anni è sposato con l’Andreina — abbandona la cartiera e si butta nel commercio: venditore ambulante per mercati, ramo abbigliamento caccia e pesca. Un terribile incidente lo ferma in una galleria della Gardesana: esce vivo per miracolo, privo del furgone e del suo carico, ancora povero in canna. Giacomo non si scoraggia, gli rimane ancora una vita di scorta, l’ultima, quella che è più vera ed è sempre stata la sua. «La disgrazia — commenta — mi ha messo nelle condizioni di scegliere la vita che volevo, una vita migliore, economicamente sufficiente. Sono senza padrone, un uomo libero».

Torna alle terra, alle sue origini contadine, dopo aver completato corsi in Comunità montana, collezionando ulteriori diplomi. Diventa olivicoltore e in comodato d’uso recupera oltre quaranta ettari abbandonati in una zona in cui l’olio, quello del Garda, ha tradizione millenaria ed è una prelibatezza conosciuta in tutto il mondo. Riconosce casaliva e gargnano, due tipologie di olive del nostro patrimonio varietale del territorio a colpo d’occhio, tocca la corteccia come un terapeuta. Carlo Simoni, un Claude LéviStrauss più umanista, ha raccolto la testimonianza di Giacomo in un bellissimo libro (Costruire una vita. Una storia gardesana, Cierre edizioni) e lo ha paragonato a L’uomo che piantava gli alberi di Jean Giono. Vero. A me ricorda anche Il Joseph Wayne di Al Dio sconosciuto di John Steinbeck, che seppellisce la placenta della moglie sotto la quercia davanti a casa. Un atto di restituzione alla Natura, di cui l’uomo fa parte e non ne è antagonista. Nella sua aurea modestia Giacomo offre a noi, all’altro, con il suo lavoro per l’ambiente, ciò che l’uomo possiede di più limitato, e dunque prezioso, il suo tempo. E lotta perché il mondo rimanga com’era, come lo ha trovato. Lui sì blue & green.

crick-crack

Una foglia. Un’altra. L’acero di fronte alla finestra si stava spogliando. Lui riusciva ad osservarlo grazie alla luce di un lampione che metteva in risalto anche il buio della notte alle spalle, la foschia che risaliva dal fiume e il colorito spento delle foglie rimaste. La settimana prima, l’albero aveva ancora quella tinta rossa e arancio che sembrava incendiarlo, ma ormai il fuoco era spento e i rami erano coperti da un fogliame grigio cenere. Altre due foglie intanto si erano staccate e precipitavano al suolo. Peccato, pensò il giovane che aveva abbandonato volentieri l’estate, pativa il caldo per via del sudore, conseguenza della ciccia sui fianchi, sulle gambe, sul culo e sul collo, ma non aveva voglia di inverno: la pioggia, la nebbia e il grigio lo mettevano di cattivo umore. L’autunno era la sua stagione preferita: bei colori, giornate magnifiche, temperature miti…

“A cosa pensi?”
“Come?”
“Dove sei con la testa? Ti sento distante…”
“Ma se sono qui dentro di te!”
“Ma pensi ad altro…”
“Solo perché mi sono preso un minuto di riposo…”

La ragazza, i minuti di riposo durante il sesso, non li sopportava, ma i loro rapporti si limitavano quasi solo a quelli. Lui non aveva fuoco, non aveva nervo, e poi andava sempre convinto e non solo spettava a lei l’iniziativa, ma pure gran parte del movimento e ugualmente lui si stancava subito. Non l’avrebbe mai detto, ma quel marcantonio a letto era un inetto.

Il giovane percepiva l’astio di lei, ma non poteva farci niente: anche quella sera aveva mangiato troppo, era oppresso da un peso sullo stomaco, e non si trattava solo della ragazza che aveva deciso di mettersi sopra, si era proprio abbuffato come un cinghiale: la mattina dopo, già lo sapeva, avrebbe dovuto mettere le pastiglie di maalox nello yogurt, al posto dei cereali, per far passare il reflusso. E chissà cosa si sarebbe inventata lei per occupare il giorno di riposo. Sicuramente qualcosa di stancante: un tour in qualche città, una visita guidata al museo, come minimo una gita in barca. Lui avrebbe preferito passare la domenica in riva al fiume, cercando di addestrare Canadà, il labrador, a riportagli le birre gelate, lasciate in una rete legata a un tronco, magari a fronte del lancio di un sasso, meglio ancora se fosse riuscito a insegnargli a portare in fresca una birra calda e a riportarne una pronta da stappare, ma forse questo era chiedere troppo.

“Prendimi i fianchi… Stringi di più… Sei un metro e novanta, pesi cento chili… potresti farmi volare…”
“Ma è così bello restare appiccicati, sentire il tuo corpo addosso al mio… immobili, senza fatica, senza sudare…”
“Scopi come un cinquantenne!”
“Vuoi dire che ho un approccio zen al sesso…”
“Mio caro monaco buddista, vorresti farmi raggiungere il nirvana, una volta tanto?”

Il paradiso può attendere, stava quasi per rispondere il giovane, ma si trattenne: lei non meritava il suo sarcasmo, le sue pretese erano legittime, era lui in torto. Non sapeva spiegarsi il perché: aveva fatto di tutto per mettersi con la più attraente, la più desiderata ragazza della facoltà e quando c’era riuscito, mix di avvenenza fisica, fortuna, senso dell’umorismo e una quantità smodata di regali, si era reso conto che non desiderava il suo corpo. Gli piaceva essere visto in giro con lei – erano una bella coppia, lui così alto e moro, lei minuta e biondissima – ma niente più. Non solo non desiderava il suo corpo, ne aveva per certi versi ribrezzo. Quelle parti molli e umide, animate da una vitalità famelica e bestiale, gli ricordavano i molluschi, l’unico cibo che non sopportava, i molluschi e i muscoli, esseri misteriosi, incomprensibili, alieni, perfino…

Per fortuna che è grosso, pensava la ragazza e lui in effetti era talmente muscoloso e… grosso che poteva vivere di rendita. La riempiva completamente, non c’era altro modo per dirlo, la riempiva completamente e un minimo movimento era sufficiente a darle i brividi. E prima o poi lui avrebbe raggiunto l’orgasmo e lei avrebbe goduto gli spasmi violenti dei suoi lombi. La spinta ricevuta da quell’enorme massa di carne l’avrebbe fatta sobbalzare come sul tagadà, la giostra che da bambina le piaceva così tanto o come sul toro meccanico che aveva provato una volta negli Stati Uniti, trovandolo molto eccitante… su e giù, su e giù… per questo amava stare sopra, le piaceva saltare e sentirsi libera… su e giù, su e giù… stava sopra da alcuni minuti e ne valeva la pena, cazzo se ne valeva la pena, valeva lo sforzo fatto al cento per cento, finalmente il suo bel manzo si era deciso a farla volare su, su, su… e lei se la stava godendo, doveva godersela finché durava l’ascesa per poi lasciarsi andare…

Quando la ragazza scivolò al suo fianco con un sospiro, il giovane pensò è fatta e dopo pochi minuti si rese conto che lei si stava addormentando dai rapidi movimenti delle gambe e delle braccia che sempre la prendevano nelle primissime fasi del sonno. Lui ci avrebbe messo ancora parecchio a perdere conoscenza. Attese, voleva essere sicuro che lei stesse dormendo profondamente, poi di nascosto, allungando solo un braccio, rovistò nel cassetto del comodino alla ricerca di una caramella, ne trovò una, la scartò senza fare rumore e se la mise in bocca per poi ficcare la carta nella federa del cuscino. Ora gli sarebbe bastato muovere un poco la testa per sentirne il fruscio. Se lei se ne fosse accorta, l’avrebbe definitivamente preso per matto, ma lui non poteva resistere alla tentazione: gli piaceva troppo il rumore della carta, così simile a quello delle foglie secche per strada, crick-crack, che bello quando da bambino poteva passare il pomeriggio a calpestarle, crick-crack, e a saltarci sopra e a buttarle in aria… l’indomani, con la scusa di raccogliere quelle cadute dall’acero, avrebbe potuto giocarci un po’, magari insieme a Canadà, per non destare sospetti, in effetti…

Galeotto fu il libro…

Certo che no, a mio marito non l’ho detto che ogni notte m’incontro con lui e ci passo un paio d’ore. Credo sia una faccenda ben al di là del tollerabile, anche se le attenuanti non mi mancano.
La prima: dormo poco la notte. Non è propriamente insonnia la mia, è che a cena mangio troppo, poi m’addormento, cioè piombo nel sonno di botto, senza gradualità alcuna. È intorno alle due e mezza, tre del mattino al massimo, che lo stomaco mi richiama in vita; allora provo a mettermi seduta, comincio la lotta con la mia laboriosa digestione, nella speranza che il cibo prenda la strada giusta, finché mi arrendo: scendo in cucina a spremere un limone che sciolgo in acqua calda e mi siedo in poltrona.
È allora, quando il nero assorbe il respiro del mondo e le ore si fanno più lunghe, che lui si palesa. Qfwfq si chiama, che più che un nome pare una sigla, un acronimo, eppure è uno di spessore, uno che ha il suo fascino. E ci capisce, le cose le afferra al volo. Sarà per questo che parliamo volentieri per ore, in attesa dell’alba.
La notte scorsa gli ho posto una questione che mi rode da giorni: scrivere una recensione, non una qualunque, la recensione di un libro scritto da un amico. I problemi in questione sono tanti e molto, molto aggrovigliati, aggrovigliati e rischiosi.
In primo luogo avevo giurato di non scrivere più di amici e amiche. Certo, qui scriverei di un libro, non di lui in quanto lui, ma scrittori e libri sono pur sempre la stessa carne, lo stesso sangue. Magari le parole descrivono foglie, erba, alberi, ma lui, lo scrittore, è lì nella linfa, nella fotosintesi clorofilliana, lui è le sue parole scritte.
Scrivere di amici è un azzardo immane, un pericolo che ho corso per ben due volte provocando e riportando ferite. Con le parole non si è mai abbastanza cauti, soprattutto con quelle lievi nell’intenzione, ma magari non abbastanza attente; vanno soppesate, scrutate al dritto e al rovescio e poi rivalutate ancora e, alla fine, forse sarebbe comunque meglio tacerle, concedendosi a una “discrezione intelligente” – come scrive il mio amico – salvando così “la molteplicità di significati che solo ciò che non si traduce in parole può conservare”.
È pur vero che specchiarsi nelle parole dell’altro, scoprirsi in uno sguardo che non è il proprio è navigare in un mare periglioso.
Dunque, recensire l’ultimo libro di Simoni è un azzardo da evitare.
Eppure c’è quel bisogno, quell’attrazione fatale a dire che mi porta ancora sul quel bordo, sul margine del foglio. Dire quello che non ci sta nelle parole.
Vorrei essere in grado di dirlo con i gesti: finito quel libro, Simoni lo avrei abbracciato, l’avrei stretto a me, gli avrei riempito di baci i capelli bianchi, gli avrei fatto scricchiolare le ossa per dire con il corpo ciò che le parole non sanno esprimere. Ma non si fa. Non che fra noi possano esserci fraintendimenti, è che imbustato lui, imbustata io, non è proprio cosa. Da sempre, il nostro essere in presenza, è un “restare sulla soglia della propria anima  – come scrive lui – come per tenere aperto uno spiraglio che le parole”, proferite, “finirebbero per ostruire”.
Allora mi resta solo la strada delle parole scritte. In fondo le preferisco anch’io, sono più profonde.
Parlo e Qfwqf intanto mi ascolta, mi guarda di traverso e sogghigna: e dove sta il problema? Scrivi questa recensione, metti in fila qualche parola, accenna pure a me che non mi dispiace e certo non fa male e via – dice sollevando il sopracciglio destro con quel fare sornione alla Humphrey Bogart.
Ma non capisci che parlare di Simoni, del Simoni della Collezione di storie, oltre che espormi a dire di un amico è anche parlare di Calvino? Devo scrivere di un amico che raccoglie il filo di un mio grande amore e ne continua le storie, ti rendi conto del rischio? Perché, in questo libro, Italo e Carlo non li distingui più, leggi Carlo che ha la voce di Italo e ti lasci condurre in avventure fantastiche e incredibili.
E poi scrivere una recensione richiede una conoscenza profonda dell’autore. E io che posso dire? che amo Calvino, sia nelle sue storie fantastiche, sia nei suoi esperimenti all’apparenza più costruiti? che di Simoni questo è uno dei libri che mi piace di più perché in questo c’è lui tutto, unghie comprese? Lo vedi che non so argomentare?
Certo una cosa del libro di Simoni l’ho capita: non devi ricordarti tutto di Calvino per goderti questo testo. Per esempio, del Visconte dimezzato io ricordavo poco, devo averlo letto alle medie, ma non è stato un problema, l’ho riscoperto nelle parole di Carlo e ha funzionato alla perfezione.
Qfwqf scuote la testa, non l’ho convinto affatto, la faccio troppo complicata per i suoi gusti.
Ci lasciamo così, un po’ risentiti l’uno con l’altra e finalmente mi strofino via l’insonnia dagli occhi e mi abbandono alle acque del sonno.
Il mattino non ricordo nulla. Sguscio fuori dal letto dove mio marito ancora sonnecchia, mi lavo la faccia, un caffè, indosso le scarpette da corsa e filo fuori. In cielo ancora un brandello di notte, un abbozzo di luna.
Dietro la nostra casa estiva comincia il bosco, non subito, prima mi tocca un chilometro e mezzo di corsa in salita, poi spiana, diciamo che poi si apre un falsopiano, più falso che piano, che corre nell’intrico dei rami quasi a disegnare un tunnel. I piedi percepiscono la pendenza del suolo e cominciano a pensare. La rugiada appesantisce le foglie, tolgo gli occhiali da sole perché correre con gli occhiali è un supplizio e la miopia va a oscurare il buio delle fronde, l’ombra che le frasche proiettano. Attraverso di corsa il bosco il mattino presto, dove il nero s’addensa e ghermisce i pensieri: ancora nessuno è passato, se non un cerbiatto, una volpe. O un cinghiale, e mi pungono gli aghi della paura, un fremito, un’esitazione fugace. È forse quello spavento che mi conduce nelle tenebre del bosco ogni mattina, lì dove non sono altro che carta assorbente.
Quello è il paesaggio cupo in cui Q, come ormai in confidenza lo chiamo, si sente a suo agio e ricompare. Mi monta in testa e riprende così il nostro chiacchierare senza costrutto.
Allora hai deciso per quella recensione? mi chiede con quel suo sorriso sardonico che un po’ mi disturba. A giorni ha “un modo di buttar lì le questioni che riesce ad irritarmi”,come direbbe Calvino. Chi si crederà di essere? Q, ridimensionati bello mio, sei una parola, solo una parola, al massimo il personaggio di un libro, anzi di due. Ecco che l’ho offeso: devo stare attenta con le parole, me l’ero ripromesso, non devo lasciarle sconfinare, le parole sono proiettili.
Sì, voglio scriverla la recensione, ma con leggerezza – rispondo alla fine – evitando la pesantezza, l’inerzia, l’opacità del mondo: qualità che s’attaccano subito alla scrittura, se non si trova il modo di sfuggirle. Si tratta piuttosto, come insegna il maestro, di farmi“sostenere dai venti e dalle nuvole, come fece Perseo, evitare una visione diretta, catturare l’immagine tramite uno specchio”.
Eccolo che s’infervora, il mio amico Q, con un sorriso che gli riempie gli occhi, s’inorgoglisce, gongola tutto: ho letto il suo autore, la mia passione affonda le radici nelle sue parole. E si pavoneggia, quasi le avesse composte lui quelle frasi, invece d’esserne stato creato. E poi un guizzo, attacca a dire a precipizio, come se le parole gli si spintonassero in bocca, e un’esclamazione gioiosa: sarò io il tuo specchio – mi urla festante – mi offro, mi concedo perché sei tu, per le lunghe ore che passiamo insieme la notte, mi sacrifico diciamo. Invece di scrivere una recensione come fanno gli scrittori, prendi il filo di una delle storie del libro di Simoni e vai avanti, lasciati andare al “vapore gelatinoso e umidiccio”, fatti “nebbia,” fatti “bambagia”. Perché nel libro del tuo amico c’è quella lievità che, senza rumore, va nel profondo. E conta su di me perché io li conosco bene entrambi, quei due.
È riuscito a cogliermi di sorpresa Qfwqf, mi ha messa all’angolo. Vuole forse che racconti di lui, delle sue imprese, vanesio com’è vuole essere rimesso al centro?
Quasi mi leggesse nella mente nega l’intenzione egocentrica, vuole che scriva di Cosimo, di come Carlo – Simoni –  l’ha fatto planare, attutito da un “improvviso addensarsi d’uno strato di foschiasulla tolda della Seaflower. “Cosimo cadeva, tanto leggero da non scendere a perpendicolo ma lievemente oscillando al vento, come una foglia d’autunno… e sognava intanto uno di quei sogni che sembrano dilatare un breve lasso di tempo in un’intera storia.”
Che idea concedere una seconda chance al vecchietto che, stremato  dalla fatica di restare appeso all’ancora della mongolfiera, s’era lasciato cadere come volando,fino a planare “sulla cima d’un albero privo di fronde”, per poi precipitare dall’albero di trinchetto, in compagnia di una rondine. “Poi di colpo, il buio.”
Ma sopravvive il Barone rampante e si apre a una nuova avventura in cui comprende che “la distanza necessaria non era forse quella che l’altezza degli alberi gli aveva consentito, ma quest’altra, che ponendolo al livello stesso dei suoi simili, o addirittura al di sotto di quello, il viaggio sulla nave gli imponeva.”
Mi corrisponde questa frase, dice anche di me, mi risuona dentro come l’eco di qualcosa che credevo di aver scoperto da sola.
Q ne è orgoglioso, si pavoneggia, lui c’entra, sia con Calvino che con Simoni, è lui che gliel’ha servita su un piatto d’argento la storia del tempo, del tempo zero. E chi altro se no? Chi più di lui sa del tempo? Lui, Q, la vede come Simoni: “quando gli astrofici ci sono venuti a dire che il tempo non esiste: credevano di dare una notizia sconvolgente. Invece è passata in coda nei telegiornali… non ha fatto né freddo né caldo a nessuno, perché l’avevano già fatto fuori prima iltempo… I giovani dicevano che gli avevano rubato il futuro, e dunque non ci credevano… i vecchi, che di passato ne avevano… si erano convinti che potevano ridiventare giovani… mentre i cosiddetti adulti… erano troppo presi in quel che facevano per pensare al passato e al futuro”.
No, neanche Q ci crede alla faccenda che il tempo non esiste, dicono, gli astrofisici, che “nelle loro equazioni non lo trovano… Ma morire si continua a morire”,anche se si sono perse le parole della morte e anche le parole sue “parenti strette: caducità, malinconia, nostalgia”.
“Potrei dunque definire come tempo e non come spazio quel vuoto che mi è parso di riconoscere nell’attraversarlo” – recita così, a freddo, Q citando il suo grande autore. E sono le parole di Calvino che mi riportano ai mesi da poco trascorsi, a quel silenzio nelle strade, allo spazio vuoto solo all’apparenza, a tutte quelle bracciate di tempo a non finire, da sezionare, da riempire, giorno dopo giorno, fino a imparare a starci solo dentro, fermi, in silenzio, dismettendoantichi vizi, come scrive Simoni, nellaconsapevolezza di come siamo usi trascinare con noi i desideri che ci avevano animato in altre stagioni della vita,” e di come “ne restiamo prigionieri anche quando essi non sono più vitali per noi, ma non per questo cessano di renderci incapaci di vedere quelli nuovi che l’avanzare degli anni ci potrebbe donare.”
Sì, mi piace il tempo che passo con Qfwqf, si parla di tutto e di niente in silenzio, io corro nel bosco e lui mi gira nella testa, ride, suggerisce, disserta, mi prende in giro.
Potremmo farlo il salto, che ne dici? – mi butta lì caustico. E di quale salto starà parlando? mi chiedo. Ma sì dunque, non fare l’ingenua: passare da amici ad amanti.
Sbianco all’idea, ma come gli sarà venuta in mente questa panzana? mi chiedo, intanto che la mia autostima cresce di una tacca o due.  Impossibile caro mio – replico – o tu ti fai carne, e uno solo da verbo s’è fatto carne prima di te, o io mi faccio parola.
La seconda che hai detto, è più probabile. Lasciati andare, concediti alle parole e poi vedrai che numeri io e te, che radici quadrate. Te le faccio vedere io le stelle, come scrive il maestro: “sulla mappa concava del buio, in quel corridoio di cielo notturno, la luna di fronte, e quello smoccolamento… allungato sulla terra, arricciatosi in punta come un baffo…”, ci attacchiamo a quelle “stalattiti, a quella sospensione di dense gocce d’una pappa cremosa… fino a raggiungere le propaggini lunari” e poi, bimba mia, non ci becca più nessuno – conclude con un sorriso umido, un po’ animale.
Certo dovrai parlare bene del libro, non quello di Calvino, non serve, quello di Simoni: libro galeotto che ci ha fatti rincontrare.
Rido all’idea di un amante, non se ne parla di certo.
Ma farmi parole, quello sì che m’intriga, come scrive Calvino: “ripetere quello strappo di me stesso, quel prender su e uscire, prender su me stesso e uscire da me stesso, delirio di quel fare impossibile che porta a dire, di quel dire impossibile che porta a dire se stesso…”.
Tenere aperto il tempo con le parole, una via d’uscita dallo sgomento di vivere.
Ecco, ora io come Italo “sentivo d’esser giunt(a) al punto in cui tutto convergeva”.
Dovevo continuare a provarci: superare quell’attimo di stridore, l’impatto della parola sulla pagina ed essere parole.
Un fulmine, un’illuminazione: mi tornano in mente le parole di Carlo, devo ritrovarle. 
Sono quasi a casa, ora la luce è così intensa che i contorni degli alberi sembrano vibrare e i pensieri mi si accecano.
Ho corso una decina di chilometri con il peso di Qfwqf sulla testa, ma non me ne sono resa conto, al punto da dubitare d’aver davvero corso o d’essermelo solo sognato. Eppure sono sudata fradicia, il volto rosso e tumefatto, la testa leggera e libera. Pronta. Ora una doccia, un caffè e riapro frenetica Collezione di storie, là dove parla della scrittura in relazione alla vita, al tempo che passa. Lo so bene che ne ha scritto, l’ho sottolineato di sicuro, o c’ho messo una freccia a margine, come faccio per le cose importanti da tenere sempre presenti. E infatti eccole le parole di Simoni: “scrivere lasciandosi guidare dal proprio desiderio, serenamente fidenti nel proprio estro… una scrittura capace di aderire alla vita, capace di esserlo essa stessa vita invece di costituirne l’alternativa, o tutt’al più un calco sempre sfasato… perché senza la giusta distanza non si scrive, e scrivere – nel modo detto: senza pregiudizi, avversioni ecc. – , è del resto il modo migliore di guardar la terra come si stesse sugli alberi. E allora conviene vivere come si scrivesse sempre anche quando non si ha la penna in mano. Diversamente, quando poi la si prende, non si ha la distanza necessaria per farlo. E invece i moti dell’animo, le rughe che in esso l’esistenza incide, le cicatrici che vi lascia chiedono altro: non l’argomentare, ma il narrare. Solo il racconto può rendere conto di come la vita si fa vivere: senza ucciderne il concreto accadere, senza far svaporare il sapore fragile e ineguagliabile dell’esperienza”.
Erano queste le parole che cercavo. Ora tutto quadra: rispondere alla chiamata delle parole, tenere fede all’inviolabile patto fra vita e parole.
Oggi a pranzo mangerò poco, non ho mai tanta fame a metà giornata. Ma a cena, come al solito, m’ingozzerò. Poi alle due e mezza, quando il cielo si riempirà di stelle, mi dovrò alzare, spremere un limone e riprendere le chiacchiere con Q. Chissà questa notte che storia c’inventeremo? Perché, come scrive Calvino: “la verità è dalla parte della fantasia” e, nel regno dell’immaginazione, si è giovani tardi. Però, forse, glielo dovrei confidare, a Simoni, che ho una storia con un suo amico.

Share the screen

ovvero
Istruzioni su come sentirsi un pezzo di merda
ovvero
Della rabbia

▸ dai giorni del coronavirus

Share the screen, mamma, lo trovi sotto, clicca su share the screen.
Ok share the screen, un attimo che lo cerco, ragazze.
Dunque, share the screen, share the screen, dove sei? Calma, calma e sangue freddo, sono solo due parole, due parole semplici, semplici.
Cerco con cura, con determinazione, con speranza. E intanto il tempo passa.
Dai mamma che l’inglese lo sai bene: share the screen.
Ok ho capito, datemi un secondo, l’ho trovato anche l’altro ieri, vedrete che lo troverò anche oggi.
Dove sei share the screen? Fatti vedere, dai, fatti vedere che il collegamento dura solo quaranta minuti e se ce ne metto venti ad avviarlo le ragazze se la prendono.
Ma share the screen non ne vuole sapere di farsi trovare. Io comincio a sudare, ho fretta, il tempo è poco e devo farcela. Non posso fare la figura della mentecatta con le mie figlie. Intanto sento che le ragazze chiacchierano, in attesa del mio ritrovamento, perché loro lo schermo lo hanno già condiviso da tempo. Niente, buio fitto nella mia testa e un imponente, incontenibile senso di sconfitta. Rabbia, rabbia purissima.
Mamma, allora?
Non c’è verso ragazze – rispondo vergognandomi come un cane – share the screen non c’è più sul mio computer.
Ma dai mamma, non fare la deficiente, c’è di sicuro, devi solo trovarlo.  Sotto, la banda nera sotto.
Io ci riprovo con ostinazione mista a disperazione, ma neanche la banda nera di merda si palesa.
Computer di merda, internet di merda, share the screen di merda.
A forza di smoccolare trovo il maledetto share the screen e, mentre ci clicco sopra, mi metto a piangere. A piangere? Sì, a piangere.
Purtroppo, come tutti sanno, share significa condividere, e screen significa schermo.
E’ così che le mie figlie mi vedono sul loro schermo mentre piango.
Mamma ma perché piangi, cosa è successo?
Niente, è che non riuscivo a trovarlo, a condividere lo screen, facevo una fatica del diavolo, mi sono sentita cretina, insufficiente, vecchia e questo mi ha fatto piangere.
Ridono, ridono a crepapelle le ragazze all’idea che si possa piangere perché si fatica a utilizzare un computer. Eppure le lacrime continuano a fluirmi copiose sul viso e a rendersi evidenti nello screen di merda fino in Francia. Sono imbarazzata, colta nella mia fragilità che loro faticano a comprendere.
Mamma, per l’amor di Dio, le priorità. Non si piange per un motivo così.
Ci vediamo domani ragazze, domani sono sicura che me la caverò meglio. Mi eserciterò, oggi fate ginnastica voi due insieme, io sono a pezzi.
Insistono per tenermi collegata, ma io so che è meglio sottrarsi. Continuo con la lagna delle lacrime senza senso ma di grande significato.
Piango la mia insipienza, la barriera che si alza nella mia mente di fronte a uno schermo, il mio cervello che arranca privo di quel talento così indispensabile oggi. Non ce li ho quei numeri, non ce l’ho un’intelligenza logico-matematica, non ce l’ho mai avuta. Ho una testa analitica, intuitiva, un pensiero che si svolge a balzi, non a step. Non ci riesco a restare nel sistema binario, non perché io lo rifiuti, perché è altro da me.
Ma, purtroppo, è quest’altro che serve oggi, un altro di cui io sono assolutamente priva.
Spesso mi aiuta mio marito che ha la pazienza di Giobbe, anche se pure lui a giorni si scoraggia.
Odio essere aiutata da un uomo, è stupido ma è più forte di me, preferirei che mi aiutasse una donna. Retaggio del femminismo o di quando mio padre diceva a mia madre: parlerai quando guadagnerai quanto me. Lei, mia madre, mi ha sempre spronata a bastare a me stessa. E ora, nel mondo di oggi, non mi basto più, non per quel che serve. Che cosa ne direbbe la mamma se lo sapesse?
E se mio marito mi lasciasse per una più giovane, come la metterei con il PC?  Certo non sarebbe il problema maggiore, ma comunque un problema. E di smorfiose disponibili che magari portano pure la quarta c’è pieno il mondo. E ho anche preso qualche chilo e, senza tinta, ho i capelli tricolori.
Dovrei vergognarmi di questi pensieri, mio marito è sempre disponibile, gentile con me. E io m’incazzo, più lui è gentile più io, dentro di me e solo dentro per fortuna, m’incazzo come una bestia.
Una rabbia, Dio mio, una rabbia…
Lui, il perfettino: non perde un colpo, impara nuovi programmi senza fatica, usa il MAC come fosse una pagina bianca, ricorda tutto, film, musiche, libri, ragiona a raffica.
Io annaspo, il computer di merda lo odio e lo prenderei volentieri a martellate, non ricordo niente, non riconosco più neanche la nona di Beethoven pur avendo masticato musica classica dall’infanzia, mi accorgo di aver già visto un film non prima del secondo tempo, se qualcuno mi chiedesse quale è stato l’ultimo libro che ho letto impiegherei mezz’ora a ricordarmelo.
Perdita della memoria recente: sintomo chiaro.
Sarebbe saggio darci un taglio, arrendersi e giocare il proprio gioco, usare le carte che si hanno in mano per non continuare a perdere. Abbandonare definitivamente quel computer di merda.
Ma così si perde del tutto, così si è fuori.
Ora il mondo gira a una velocità diversa, frenetica, ci si deve adeguare.
Fra non molti anni si acquisterà solo on line. Non ci saranno più i negozi di abiti dove una commessa pietosa ti conferma, sempre e comunque, che ti sta bene, che quella gonna la porti divinamente. Balle che scaldano il cuore.
E se non saprò comperare con il computer? Dovrò chiedere ancora a mio marito, se non sarà fuggito con la smorfiosa di trent’anni che porta la quarta, se ancora sopporterà il mio perenne restare indietro su un sentiero per me troppo accidentato.
E se non l’avessi avuto questo computer di merda in questi mesi di esilio, come le avrei viste le mie ragazze? Come avrei tenute vive le amicizie? E del “Cerchio della scrittura”, del mio amato Cerchio, delle amiche con cui condivido parole che ne sarebbe stato?
Tutto vero, tutto sensato però la rabbia non passa. Forse non rabbia per la strada che ha imboccato il mondo, e chi sono io per giudicare? Rabbia per me, per la fatica inenarrabile che mi costa imparare questa implacabile astrusa logica di merda.
Rabbia per non essere all’altezza, l’atavico vizio di dover essere sempre la più brava?
No, non la migliore, con il computer di merda non c’è pericolo, ma essere almeno sufficiente…
Rabbia contro la faccenda dell’invecchiare. Categoria a rischio io? Io che ho sempre tirato fuori gli altri dai rischi e dai guai?
E invece sì, invecchio e il mio cervello, ben prima delle gambe, si sbrindella, si smaglia come un collant, s’intorpidisce e tutte le cose che so fare sono ormai moneta fuori corso.
Non rimpiango la bellezza, se mai ce l’ho avuta, lo noto che nessuno sguardo si posa una seconda volta su di me per strada. Avevo messo in contro la trasparenza del corpo, è l’arrancare della testa che mi mette in ginocchio, il terrore di svanire, dileguarmi, indementire addirittura. Succede a tanti, perché non a me?
Nella casa di riposo dove alloggia mia madre incontro spesso un ex-collega di poco più vecchio di me, un rianimatore pediatrico che s’è fatto la diagnosi da sé. Ora è completamente assente, mi sorride, mi stringe la mano ma non mi riconosce.
Mi specchio in lui, so che non dovrei farlo, ma mi vedo in quello sguardo perso, mi ci immergo in anticipo.
Sarebbe ora di smetterla con la rabbia. Dovrei imparare a convertirla in altro, a usarla come forza propulsiva per sa Dio cosa.
Ma per ora la rabbia, la mia rabbia è un computer di merda che, immancabilmente, mi mette nell’angolo.

Ti conosco mascherina

▸ dai giorni del coronavirus

Durante il coronacene il lungo periodo viene denominato fase. Le fasi hanno una durata variabile stabilita da Decreti Legislativi emessi dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri, recepiti dal governo delle singole regioni, i cui contenuti variano secondo il numero dei morti, dei contagiati, dei guariti.
A ciascuna fase, è assegnato un numero progressivo.
Fino ad oggi, quelli che sono rimasti in vita hanno sperimentato il totale isolamento della fase numero uno, e si apprestano ora a prendere confidenza con la fase due.
Possiamo uscire da casa, anche solo per fare una passeggiata non vincolata a un numero limitato di metri. E senza esagerare, è possibile anche andare a trovare i congiunti, ultimamente anche gli amici, se residenti su territorio regionale.
Naturalmente facendo attenzione a non toccarsi, e indossando la mascherina.
Qualcuno di noi, fra quelli che per ora sono rimasti in salute, ha provato un senso di liberazione. Altri vera e propria euforia. Molti hanno individuato alcune azioni che definivano la normalità prima dell’emergenza sanitaria e le hanno volute subito praticare, a testimonianza del cambiamento. Andrà tutto bene, è così vero che oggi ho preso un caffè al bar. No, non dentro il bar, e nemmeno seduta fuori. Che c’entra, bisogna seguire una procedura: si accede da una parte, non più di uno per volta, si paga e si esce dall’altra. Ma ovvio che devi avere la mascherina e disinfettarti le mani. Oppure tenere i guanti, va da sé. Dopo esser passato alla cassa, ti metti di nuovo in coda, a un metro di distanza da chi ti precede, che domanda, è normale, e quando arriva il tuo turno, una mano guantata ti passa, da uno sportello ricavato all’uopo, il tuo bicchierino di plastica con il caffè. Finalmente!
A quel punto ti allontani, non puoi fermarti vicino al bar, c’è il rischio di assembramento. Ma sì, cammini per qualche metro, abbassi un attimo la mascherina, bevi in santa pace il tuo caffè, e via. Non è bello così?

Questi giorni mi usurano e lasciano una tristezza che mi induce allo sconforto.
Durante la fase numerata uno, l’omogeneità dei comportamenti era determinata dalla percezione del pericolo. Quando è stato chiaro che il gioco si faceva duro, in palio la vita propria o altrui, ho creduto di assistere a una reazione compatta, generalizzata, uno stato d’allerta registrato come una chiamata. Ho creduto che ciascuno a suo modo, seguendo schemi di pensiero propri di ogni individualità, avessimo insieme spalancato gli occhi su una realtà pregna di domande che non era possibile ignorare. Continueremo ad accettare tagli alla spesa pubblica? E che il traffico automobilistico renda l’aria delle città irrespirabile? Continueremo ad accettare che enormi energie siano spese per il sistema militare? E così via.
Pensavo, donne e uomini di parti politiche opposte registrano un appello cui è doveroso dare risposte. Le richieste riguardano il presente, l’assoluta necessità di prevenire il contagio, ma anche il futuro e il passato.
E poi c’erano il silenzio dei quartieri, disturbato solo dalle grida disperate dei mezzi di soccorso, le strade vuote, il genere umano immobile. Una condizione mai sperimentata: un evento ingovernabile, cui eravamo impreparati, faceva da spartiacque fra il prima e il dopo e ci scuoteva, ci obbligava a risvegliarci.
Il mondo di prima, per quanto meraviglioso, forse mostrava qualche falla, e quello che stava accadendo – e che accade – per quanto insopportabile, avrebbe potuto offrirci spunti di riflessione e indurci a confrontarci con la possibilità di un cambiamento. Non era possibile che succedesse indarno.
Finché è durato l’isolamento questi pensieri hanno trovato spazio dentro di me, hanno nutrito la brace della speranza e sono diventati parole piccole e caute da condividere in una cerchia ristretta di affetti.
Oggi penso che fossero solo un astuto espediente escogitato dalla mente per aiutarmi a sostenere l’entità della sciagura. Non c’era bisogno di misurarla con il pallottoliere dei servizi speciali televisivi. La portavo sulla pelle, la sentivo nel dolore che attraversava gli amici che perdevano amici, madri, congiunti, alla velocità della luce e nello spazio di pochi giorni.
Eppure, a riempirmi di sconforto è stato l’inizio della fase due.

La possibilità di incontrarsi, sia pure secondo la normativa in vigore, produce un cambiamento nei comportamenti che determina una distanza, sia pur minima, da quel che finora è stato. Nella mia limitatissima specola, da quella piccola crepa sgorgano i primi racconti. Piano piano si rintracciano parole che scompongono la fase uno in piccole tracce di immediata memoria. Bambini, anziani, infermiere e infermieri, donne e uomini. A Brescia e a Firenze, le mie due città, bambini che hanno trascorso la fase uno in appartamenti grandi e ben arredati, ma privi di uno sbocco all’esterno, stentano a uscire da casa. I più grandi hanno detto di avere paura. E lo stesso vale per le persone di età più avanzata, anch’esse indebolite dalla paura. Le infermiere e gli infermieri che nei mesi di marzo e aprile hanno lavorato nei reparti ospedalieri destinati alla cura dei pazienti contagiati, adesso raccontano lo sgomento di vedere i malati morire senza poter fare nulla.
È solo l’inizio penso. L’entità della sciagura avrà bisogno di parole misurate per darci conto della concretezza, in carne e sangue, dell’esperienza che ci attraversa.

Nella fase due è possibile muoversi da casa con maggiore libertà, indossando un dispositivo che protegge bocca e naso. Questo semplice oggetto, per lo più in tessuto, ha il potere di farci assomigliare tutti, e quindi di renderci meno riconoscibili. Le intenzioni, gli stati d’animo, le espressioni sono affidate totalmente allo sguardo e alla gestualità del corpo, che dovremo imparare a osservare con maggiore attenzione. Nelle relazioni consolidate, negli scambi d’occasione, al lavoro, al mercato, all’ufficio postale e dal dottore dovremo considerare qualcosa che non c’era e che adesso si pone in mezzo.
Penso che la mascherina sia un simbolo molto efficace: potenzialmente siamo tutti malati, e da questa prospettiva ci adoperiamo per rintracciare segni di normalità.  
Ma se questo è vero, mi domando che fine abbiano fatto le previsioni in forma di domanda che da più parti venivano avanzate durante la fase uno, e dove posso rinvenirne tracce nel tentativo di ricondurre alla gestione ordinaria ante contagio il nostro daffare quotidiano, come se potessimo considerare quello che è accaduto – e che accade – un semplice incidente di percorso.
Dentro di me, somiglia più a uno stato, a una condizione di vita che genera crisi, e quindi, necessariamente, cambiamento.

Siamo su una soglia penso, nel pertugio di un passaggio fra la luce e il buio. O fra il buio e la luce. Perché questo cambiamento possa accadere, credo sia necessaria un’elaborazione collettiva.
Potrebbe forse essere la scrittura, l’energia che rende possibile attraversare la soglia.
Dal mio piccolo punto di osservazione mi capita sovente di imbattermi in poesie, pensieri, musica, una produzione letteraria che anima gli incontri virtuali, in rete, cui molti di noi ricorrono nel tentativo di mantenere una forma di socialità, utilizzando di internet la potenza di aggregazione solidale.
In maniera diversa, tante persone stanno registrando il loro tempo sulla soglia. Stanno tessendo l’ordito di un modo che può diventare riconoscibile oltre la soglia, alla ricerca di una forma armonica di mutazione.
Come un coro, penso. Una concatenazione di ritornelli: individuali, di piccolo gruppo, di folle, capaci di generare da capo il programma dell’attività sociale.
Accettare quello che c’è, mascherina e distanza di sicurezza compresi, è un modo per comprendere come poter rinnovare ciò che prima mi era noto, per iniziare a decifrare questa condizione ignota.
Devo farlo per proseguire la mia attività lavorativa, ma anche per colmare la distanza con la mia famiglia residente in un’altra regione, per trovare modi diversi di vicinanza con le persone. La presenza ravvicinata non basta, come posso pensare di sottrarre l’approccio fisico dai miei rapporti? Tocca inventare abitudini nuove. L’alternativa, precipitando nella lacerazione di senso provocata dalla crisi, piegarsi alla frustrazione di incespicare sovrapponendo gesti di ieri alla realtà dell’oggi.

Manerbio, 15 maggio 2020

Collezione di storie

«Se i libri sono rimasti gli stessi (ma anch’essi cambiano, nella luce d’una prospettiva storica mutata) noi siamo certamente cambiati, e l’incontro è un avvenimento del tutto nuovo» assicurava Italo Calvino.
Se poi, nel frattempo, la scrittura è entrata a far parte delle proprie esperienze, rileggere non sarà l’unica via per rivisitare gli scrittori prediletti: anche scrivere sulle loro tracce potrà essere un modo di esprimere quella cura che tutti gli amori di lungo corso richiedono.
Del resto, lo stesso Calvino, non sembra deprecare esperimenti del genere: «Il visconte dimezzato, Il barone rampante, Il cavaliere inesistente. Adesso» scrive nel 1960 «il ciclo è fatto, è chiuso, è lì, per chiunque voglia studiarci sopra o divertircisi; io non c’entro più».
Da I nostri antenati inizia appunto questa rivisitazione di alcune delle opere dello scrittore: riletture che si traducono in racconti o, più propriamente, in “esercizi”, e si propongono non tanto di sviscerare il proprio oggetto e di rinvenirvi aspetti o significati nuovi, quanto di poter rinsaldare, sperimentandola in modo diverso, una vicinanza che si sente viva, una consonanza che torna ancora una volta a vibrare. Esercizi che si risolvono dunque in un confronto con i testi memore degli incontri precedenti e aperto a cogliere messaggi e rimandi inattesi, a percepire risonanze che non si erano prima avvertite, motivi di identificazione con i personaggi che si traducono nel desiderio di ritrovarli quali protagonisti di vicende inedite.
È davvero scomparso, il Barone, il giorno in cui si è lasciato trascinare sul mare dall’ancora della mongolfiera cui si era aggrappato? La coerenza e l’integrità con cui il Cavaliere arginava la propria inesistenza non hanno conosciuto deroghe, non hanno mai ammesso digressioni, se non trasgressioni? E il dottor Trelawney, il prudente artefice del ritorno del Visconte all’interezza, che cosa nasconde nel proprio nome? Soltanto l’implicito omaggio dell’autore all’Isola del tesoro, o un passato inimmaginabile, un’identità segreta?
Da domande simili, che nel loro stesso porsi suggerivano spunti narrativi stimolanti, sono nati un possibile seguito della storia di Cosimo, il racconto di un duello dimenticato di Agilulfo, la contaminazione tra la vicenda di Medardo e quella narrata da Stevenson.
E Marcovaldo: di certo non potrebbe, oggi, non incontrare coloro che abitano la città da stranieri, in una condizione di marginalità che, sia pure in grado e modi diversi, non gli è del tutto estranea. Ma – questa la domanda successiva – le sue stagioni si sono davvero consumate sempre e solamente nell’ambiente urbano, o con la moglie Domitilla ha potuto andare a vivere in luoghi diversi, tali, almeno nelle aspettative, da promettere avventure inaspettate a lui e ai suoi bambini? E a proposito di avventure: tra Gli amori difficili, accanto all’Avventura di un viaggiatore non poteva comparire – quasi a ricalco – quella di uno scrittore, giustificata premessa alla successiva, di un lettore?
Gli “esercizi” qui raccolti si allontanano progressivamente dai testi su cui si sono applicati e prendono a divagare, in compagnia di unQfwfq che non si sa rassegnare alla protervia assurda di un presente che gli appare più remoto delle ere da lui attraversate; di un signor Palomar che nella sua casa di campagna non smette di interrogarsi sulla forma, il numero, la durata che disegnano il mondo; di un sedentario quanto enigmatico Marco Polo.
Queste “riletture” che si configurano come “esercizi” e via via come “divagazioni” non potevano evitare di confrontarsi con il tema, essenziale in Calvino, della relazione fra il vivere e lo scrivere. Presente nel racconto della vicenda di Agilulfo e in quello dell’avventura di uno scrittore, il tema si fa nell’ultimo perno di una narrazione che, prendendo le mosse dal motivo di Collezione di sabbia, si nutre delle suggestioni che ad ogni lettura vengono da Se una notte d’inverno un viaggiatore, e si conclude così nella convinzione che «il senso ultimo a cui rimandano tutti i racconti ha due facce: la continuità della vita, l’inevitabilità della morte».

Quelle che seguono sono alcune pagine tratte dai racconti:

da L’albatro:

“Dovette Cosimo avvertire che le forze che gli avevano permesso d’abbrancare quell’ancora e tenercisi avvinghiato lo stavano abbandonando: le mani stavano perdendo la presa che avevano stretto attorno alla corda, il ferro dell’ancora gli segava la pianta dei piedi, e i muscoli, raggomitolato com’era, si stavano irrigidendo. Il disagio stava mutando in spasmi e fitte, tali da generare in lui una completa indifferenza alla veduta marina che l’avvolgeva.
(…) s’era ritrovato dentro un vapore lattiginoso e umidiccio che gli toglieva la vista del mare come del cielo, ma gli aveva a un tratto permesso di vedere spuntar in quella bambagia ciò che mai si sarebbe aspettato: la cima d’un albero, se pur privo di fronde. Ed era stato allora il suo corpo dolente, non la ragione, a prender la decisione: dall’ancora era balzato a quel pinnacolo spelacchiato, e le sue dita l’avevano pur stretto per qualche istante (…). Un batter di ciglia e mio fratello precipitò: il miracolo che era seguito al balzo sull’ancora non si era ripetuto. Forse anche perché era l’albero di trinchetto quello che si era offerto alla sua presa, un albero privo della coffa che forse avrebbe potuto trattenere il corpo che l’avesse fortunosamente raggiunta.
Ebbi di nuovo l’impressione di esser lì, testimone oculare del nuovo volo, privo di appigli questa volta: Cosimo cadeva, tanto leggero da non scendere a perpendicolo ma lievemente oscillando nel vento, come una foglia d’autunno, o, se si preferisce, dolcemente planando come uno degli uccelli che per una vita gli erano stati compagni e lui, pur a lungo cacciatore, aveva sempre amato, e teneramente invidiato. (…)
Ecco, invece: lo strido d’una rondine gli fa riaprire gli occhi su cui erano di nuovo calate le palpebre. L’uccello sta volando accanto a lui, e lo osserva, curioso, amichevole. Ricambia lo sguardo, Cosimo: contempla l’uccello che gli è compagno nel volo mentre vede attorno a sé un trascorrere rapidissimo di rami e fronde, quali ai suoi occhi appaiono le sartie e le vele della nave. Nelle quali grazie a Dio ebbe a impigliarsi e, strascicando in qualche modo verso il basso senza più distinguer nulla, poté rallentare la sua corsa.
Che si concluse, infine.
Un rumore sordo, come di sacco gettato su di un assito.
E di colpo, il buio.”


da Un duello dimenticato:

“E dunque, ecco che cosa accade: che sia stata la nottata del tutto inusuale, trascorsa a cianciare di usignoli e luna e modi di acconciare capelli e altro ancora che tenesse a freno la bramosia della vedova Priscilla, o sia stato invece il trovarsi lontano dal solito ambiente militaresco cui da anni aveva fatto l’abitudine, sta di fatto che il cavaliere Agilulfo appare immobile dell’immobilità del dormiente al suo scudiero, destatosi al richiamo del primo canto degli uccelli.
L’ha ben avuto sotto gli occhi da tempo il suo signore, Gurdulù, ma il vederlo per la prima volta in quella condizione lo induce a quella sconsiderata totale empatia che lo prende tanto di frequente e si convince perciò d’esser lui stesso il cavaliere che, assopito, abita – ammesso si possa dir così – l’armatura distesa lì accanto.
Certo, non è agevole entrarvi dentro com’è stato calarsi nella marmitta che i cucinieri dell’esercito gli avevano benignamente lasciato raschiare il giorno che s’era creduto d’esser zuppa anche lui. Ma attingendo a una perizia che di sicuro neanche lui sa di dove ha tratto, Gurdulù pian piano fa passare il suo testone attraverso il camaglio e l’elmo piumato, il collo taurino fra barbuta e gorgiera, insinua quindi le corte braccia negli spallacci e le mani tozze nelle manopole, riesce a contenere il tronco tarchiato entro l’usbergo e il pettorale, il ventre rotondo nel panzerone, le gambe storte nelle gambiere, i piedoni nelle scarpe di ferro.
Disposto che ha il suo corpaccione entro il candido involucro, di botto, soddisfatto come non mai, sprofonda nel sonno.
Il sole è ormai alto quando Agilulfo ode un rombante russio. Non è lo stesso che si leva dal campo ogni notte né quello che solitamente esce dalle armature dei paladini accaldati in attesa del passaggio dell’Imperatore. Non proviene da fuori, quella sorta di mugghio marino, ma da dentro la sua propria armatura!
Esterrefatto dell’evento inaudito, quindi disgustato da quel suono animalesco, ma alla fine – non saprebbe dire neanche lui perché – vagamente compiaciuto della novità, avverte un desiderio che non corrisponde a quello consueto di far meglio di tutti il dovere del paladino.
È un desiderio in tutto diverso, ancor più imperioso forse, anche se opaco, non limpido e trasparente come quello che sempre l’ha animato. È il desiderio di tornare al castello di Priscilla che ora lo scuote! Un desiderio che lo inquieta e insieme insinua un refolo di felicità sconosciuta nel suo animo.
Vorrebbe venire a capo di questo scontro di propensioni opposte, che lo agita sino all’ultima piastra dell’armatura e lo atterrisce.
Non sa, l’integerrimo cavaliere, che simili tenzoni occupano di frequente l’animo dei mortali, di continuo – si può dire – presi a cercar la propria interezza in quel contrasto di sentimenti, il più delle volte incomponibile, che li abita. Turbato e irresoluto, Agilulfo si guarda d’intorno cercando invano il suo scudiero.”


da Il cuscus:

“Qualcosa fermava ogni mattina Marcovaldo mentre passava con la sua bicicletta a motore per la strada che attraversa il luogo dove una volta erano le fabbriche. Non c’era prima, questa via intitolata al cavalier Tognini, capitano d’industria fondatore dell’acciaieria chiusa da una quarantina d’anni. Non si vedeva nulla, allora, di quel che c’era oltre i muri che circondavano lo stabilimento. Abbattuti quelli, non restava che una rete a separare il fuori dal dentro, e Marcovaldo si perdeva a guardare la famiglia di gatti che abitava fra le rovine dei capannoni o i merli che avevano fatto il nido fra i rovi, le piante di ailanto tanto alte da sbucare dai lucernari squarciati e il mare delle erbacce che avevano invaso i piazzali e s’arrampicavano sui muri rimasti ancora in piedi: veronica, parietaria… Ma avrebbe voluto passare di là della rete soprattutto per raccogliere le ortiche buone per fare minestre, o le foglioline novelle di dente di leone da mettere nella frittata. Era rimasto incantato, una mattina, alla vista della fioritura di un cappero, arrivato chissà come a mettere radici fra le pietre e i mattoni di un muro esposto a sud, vecchio e in gran parte sfarinato, visitato in extremis da quella piantina giovane e piena di speranze.
La fabbrica dove Marcovaldo faceva le sue otto ore di manovale non qualificato non era tanto distante dalla distesa di ruderi. Attraversandola per tornare a casa, quando faceva il turno di notte ed era ancora buio, gli era capitato più di una volta di intravedere ombre che s’arrampicavano sulla rete e la scavalcavano. Un salto e si perdevano in mezzo a quelle macerie.
Una mattina presto – faceva il primo turno quella settimana – era lì a guardare i papaveri che avevano colorato tutto quel grigiore. Faceva già caldo, era giugno. Credeva di esserselo solo immaginato, ma poi s’era ripetuto: un belato. Poteva mai esserci una pecora là dentro?”.


da Il tempo di Till:

Secondo gli astrofisici la percezione del tempo non è che una sfocatura, un’illusione derivante dal fatto che la nostra costituzione ci rende ignoranti dei dettagli microscopici del mondo, incapaci di percepire il livello al quale il tempo non esiste. Il mondo, insomma, non è come ci appare e, contrariamente a quel che ci sembra, il tempo non ne è una dimensione essenziale.

«Ah be’, se uno si guarda in giro non può che essere d’accordo» dice il vecchio Qfwfq, e racconta.
«Oggi per esempio: ero in stazione. Mi piace andarci delle volte, anche se non aspetto nessuno che arrivi. Ma amo stare a guardare la gente che sta lì a chiacchierare, a mangiare, a leggersi un libro, e poi se ne va senza che il treno che aspettava sia arrivato. O senza salirci anche se è entrato in stazione. O salendo su uno qualsiasi che non si sa perché ha fatto una fermata proprio qui e proprio adesso.
«Al ristorante della stazione ho mangiato un piatto di roast beef: è la cosa migliore che hanno lì, un roast beef come quello non lo trovi in città. Buono quasi come lo faceva la mia povera Y¿þž.
«Ho preso il mio vassoio e la cassiera mi ha puntato la sua lucina nell’occhio destro, a leggermi l’iride: “Grazie signore”. Un attimo e via, rapidissima, e scommetto che quella ragazza alla cassa non ha mai sentito dire che il tempo è denaro. Una frase che neanche capirebbe. Perché insieme al tempo anche il denaro se n’è andato. Non c’è altro modo di pagare ormai.”


da La vite del Canada:

“Il signor Palomar questa mattina è andato sulla collinetta che si alza a poca distanza, di rimpetto alla casa dove da venticinque anni trascorre con la moglie i mesi dell’estate. Ha sentito il desiderio di guardare di là il trionfo della vite del Canada che ricopre la facciata e nasconde le vecchie pietre a vista che conservano alla loro casa un tocco di rusticità (…).
La vite del Canada è al massimo del suo rigoglio, in luglio, e generosamente offre a squadriglie di api ronzanti i suoi fiori che lasciano cadere le antere sul piccolo giardino, in una pioggerella sottile e fitta, inondando il tavolo dove la signora Palomar ama stare a fare i suoi acquerelli, e punzecchiando i due gatti stesi pigramente al sole, continuamente costretti a riscuotersi dal sonno per scrollarsi di dosso quelle moleste gocce vegetali.”


da Cidnea:

“Chi vi giungeva restava per un po’ nel dubbio di esser entrato nella città o di star invece solo avvicinandosi ad essa. Percorreva strade costeggiate da edifici privi di qualunque carattere tra i quali spiccavano templi maestosi nelle dimensioni quanto rozzi e monotoni nelle forme. “Templi”, dico quindi, non in ragione del loro aspetto, ma in considerazione del pellegrinaggio di famiglie intere delle quali – quando vi passai accanto, un sabato dopo il mezzogiorno – li vidi meta.
Si traversavano poi terreni vaghi, nei quali erbe e piante inselvatichite lasciavano intravedere rovine che a tratti rivelavano la loro natura di macerie, atterrate non dal tempo ma dall’uomo, e lacerti di fondamenta che disegnavano labirinti appena affioranti, e scheletri di qualche costruzione non ancora del tutto crollata su se stessa, come nell’ostinazione di dire della vita alacre che lì era un tempo risuonata, ogni giorno, per anni. Per più d’un secolo avresti detto, anzi, osservando il profilo degli edifici che ancora si indovinavano in ciò che, nella parte più a meridione di queste lande abbandonate, ancora ne restava.
Appena oltre, questa desolazione silente lasciava il campo a un via vai assordante che, come un essere selvaggio dotato d’una propria cieca vita, stringeva la parte più interna della città in un doppio anello, là dove in altri abitati avevo visto sorgere la cerchia delle mura. Fattosi un poco più mansueto, quest’essere strepitante e acefalo si insinuava poi per le strade che giungevano a lambire, anche se fortunatamente non a invadere, le piazze nelle quali batteva il cuore di Cidnea.”


da Collezione di storie:

“Non ho mai fatto collezioni. Anche se ero affascinato da quelle che vedevo nelle case dei miei compagni di scuola: collezioni di francobolli il più delle volte, o di monete, ma anche altre, meno scontate. Raccolte inconsuete, fantasiose, a volte. E non mi riferisco certo alle serie di pacchetti di sigarette straniere, o di bottiglie o sottobicchieri di birre di tutto il mondo. (…)
È ad altre collezioni che penso, a quella di un compagno di ginnasio soprattutto, ultimogenito di una famiglia benestante, straniera. (…)

Una collezione di sale. Non ero mai andato al di là della distinzione tra il fine e il grosso, come si leggeva sui due barattoli che stavano accanto ai fornelli nella cucina di casa mia. Mai avrei immaginato che ben altre potessero essere le qualità che distinguevano quello che fino a quel giorno avevo ritenuto un semplice ingrediente e mi appariva ora nella varietà meravigliosa e solenne di un minerale prezioso.
Erano decine i vasi, grandi come quelli che si vedevano in certe vecchie farmacie, ma trasparenti, d’un vetro dai riflessi azzurrognoli o verdastri a seconda di come la luce della finestra li raggiungeva, anche se erano tutti uniformemente allineati su una lunga mensola dello stesso materiale.
Ognuno accompagnato da una targhetta metallica che ne indicava nome e provenienza. Il piano trasparente su cui erano disposti era stato con ogni evidenza fabbricato appositamente. Correva sopra il letto che occupava un angolo della grande camera del mio compagno: una volta coricato, doveva bastargli allungare il braccio per giungere a toccare quei vasi. Lo immaginai risvegliarsi, di notte, angosciato da un sogno che gli avesse ispirato un senso di diffusa scipitezza, di generale insulsaggine, e, preso dal bisogno di rincuorarsi al gusto della varia e rassicurante sapidità che quei vasi preservavano, nella coscienza smorzata del dormiveglia o in quella parallela del sonnambulo umettare la punta dell’indice mentre, appena sollevandosi dal cuscino, con l’altra mano scostava un primo e un secondo tintinnante coperchio per intingere il polpastrello in questo o quel vaso; portare quindi il dito alle labbra e infine silenziosamente tornare a distendersi con una piega soddisfatta della bocca serenamente insaporita, risprofondando in un sonno rinfrancato alla constatazione che il mondo non aveva smarrito il suo gusto cangiante.”


Ordini

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Se vuoi leggere il libro nella sua interezza lo puoi acquistare alla nuova libreria Rinascita di Brescia (20 euro).
Via della Posta, 7 – 25121, Brescia
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Recensioni

Dal Giornale di Brescia del 4 giugno 2020.
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Da Bresciaoggi del 24 giugno 2020.
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Dal Corriere della Sera Brescia del 29 settembre 2020.
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Commento di Paola Baratto:

Carissimo Italo… anzi, Carlo, ho finito di leggere il tuo bellissimo Collezione di storie. D’una complessità e d’uno spessore che impegnano e intimidiscono. 
Mi spiace non conoscere così bene Calvino da poter comprendere tutti i riferimenti e le citazioni. Ho ripreso in mano i romanzi e, tra l’altro, ho notato che la tua prosa non è dissimile. Li hai smontati, frugati e rimessi insieme secondo disegni e pensieri tuoi, che tuttavia probabilmente erano sottotraccia anche nelle pagine di Calvino. 
Mi fa pensare ad una mole di lavoro che m’impressiona. Magari, al contrario, le avevi così approfonditamente lette e così assorbite che non è stato complicato trasformarle in qualcosa di tuo, che non lo tradisce, anzi…
A parte le osservazioni di Bradamante sull’invisibilità di Agilulfo, che non potevano non toccarmi, mi hanno molto colpito e interessato le riflessioni sul narrare. Sui meccanismi e sui motivi che presiedono alla stesura d’un racconto. E sull’intreccio tra vita e scrittura. Sullo scegliere direzioni così come sul guardare la realtà. 
Mi piace molto quando Biagio dice: “La distanza necessaria non era forse quella che l’altezza degli alberi gli aveva consentito, ma quest’altra, che, ponendolo al livello stesso dei suoi simili, o addirittura al di sotto di quello, il viaggio sulla nave gli imponeva”. 
Un bel quesito, esistenziale oltre che letterario.
Tema che poi riprendi più avanti, quando dici: “Perché senza la giusta distanza non si scrive, e scrivere (…), è del resto il modo migliore per guardar la terra come si stesse sugli alberi. E allora conviene vivere come si scrivesse sempre anche quando non si ha la penna in mano”. 
E ho trovato molto persuasivo un altro passaggio: “Se il mondo scritto può approssimarsi a quello non scritto non è nel tentarne spiegazioni che può riuscirvi, né nel distillarne teorie. Solo nel raccontarne può aspirare a divenirne parte, a farsi carne e sangue, legno e pietra, acqua di mare e pioggia e vento”.
Ecco, quest’ultima considerazione appartiene anche a me, la sento mia. Anche se non avrei saputo dirla così bene e con chiarezza. Come pure l’idea che scrivere sia tirar fuori quel che già c’è, non tanto “inventare”.
Ma, come ti ho spesso detto, io non ho la paziente, lucida attitudine ad indagare i motivi della scrittura. E a trarne qualche teoria, qualche considerazione oggettiva. A volte mi appaiono come una confusa matassa che non ho la capacità di districare.
Ho avuto anche la sensazione che tu ti sia divertito molto. Che abbia quasi… dialogato con Calvino. È anche un’inedita forma di critica letteraria, che entra nel testo e ci gioca, con rispetto, ma infondendogli nuova vita.
Complimenti, il tuo libro merita di essere letto e riletto.


Presentazioni

28 maggio 2020. Appunti e letture

▸ dai giorni del coronavirus

Ci sono eventi che d’improvviso aprono un varco nell’opacità del nostro vivere collettivo e nell’ordinarietà delle nostre vite individuali. Così avvenne con la strage in piazza della Loggia e la risposta che la città diede, così è accaduto – su ben altra scala – con la rapida diffusione del virus e l’isolamento con il quale si è cercato di farvi fronte. Vicende radicalmente diverse, ma che fanno comunque riflettere sul bisogno ineludibile di una memoria collettiva sensibile e capace di elaborare gli avvenimenti. Un bisogno che attraversa epoche diverse – gli anni ’70 e quelli che viviamo –, due epoche tra loro lontane, più di quanto inevitabilmente implichino i decenni passati ma, appunto, accomunate – soprattutto agli occhi di chi è testimone dell’una e dell’altra – da una stessa esigenza di memoria.
A vent’anni dalla strage, nel ’94, mi ero provato a ripercorrere l’evoluzione della memoria della strage e delle sue manifestazioni: dal ricordare al commemorare fino al celebrare, in un progressivo processo segnato non tanto dal naturale affievolimento della memoria, quanto dal suo scolorirsi nelle forme della memoria pubblica prima e dalla sua cristallizzazione nei riti celebrativi poi: un processo storico e culturale non inevitabile; una perdita che, contrariamente a quanto negli anni seguenti è avvenuto, sembrava irreversibile. Quanti si sono adoperati per contrastare questo processo, e per garantire la trasmissione di una memoria viva ai giovani che nel ’74 non erano ancora nati, sanno bene il lavoro che è stato, ed è, necessario. Un lavoro che non può conoscere interruzioni e latitanze, che si deve alimentare di una ricerca permanente e tradursi in iniziative di informazione e di sensibilizzazione, innovando sempre formule di comunicazione e modalità di coinvolgimento.
Un concorso di iniziative individuali, collettive, istituzionali come quelle ininterrottamente messe in campo per conservare la memoria della strage, deve intervenire anche oggi, perché nei giorni della grande malattia sono affiorati modi essere, di pensare, di fare che non possiamo permetterci di perdere, e occorre quindi cercar di fissare fin d’ora, pur nella parzialità dei punti di vista e delle esperienze che ciascuno di noi ha conosciuto, nella differenza delle condizioni sociali e dei ruoli a partire dai quali si sono vissuti e si stanno vivendo questi mesi, avendo una prova ulteriore di come la memoria collettiva sia attraversata da memorie fra loro diverse, come non possono d’altro canto non essere quelle di chi ha potuto difendersi dal contagio accettando il confinamento e quanti hanno dovuto invece, proprio per rendere possibile quello stesso confinamento, affrontare giorno dopo giorno il rischio.

Un aspetto, questo, messo ben in luce da un antropologo, Berardino Palumbo: “L’ipereccitata socialità mediatizzata, le frequentazioni di social e le scritture alle quali possiamo dedicarci e alle quali ci dedichiamo, anche in questo momento, scrivendo e leggendo, sono un lusso con il quale l’appartenenza di classe romanticizza (come è stato scritto in un post che ha fatto il giro del mondo) il nostro isolamento e lo sfruttamento del tempo e delle vite altrui, sul quale quello può fondarsi”.

Alcuni tratti significativi del sentire collettivo e dei comportamenti diffusi possono comunque essere individuati e sommariamente descritti:

  1. Il confronto collettivo con la morte innanzitutto, con il pensiero della morte; un confronto capace di saldare il dolore per la morte degli altri con la minaccia della propria, di far dialogare la pietà e la paura, di sgombrare il campo dalla rimozione della irrimediabile solitudine della morte (crudelmente concretizzatasi nelle modalità in cui si è in molti casi verificata in questa occasione) e insieme della sua costante vicinanza alla vita.
  1. La percezione diffusa del fatto che ogni vita è fatta della vita degli altri; di qui il manifestarsi di una solidarietà sostanziale, saldamente ancorata alla consapevolezza che la volontà di vivere ci è connaturata quanto il destino di morire, e che questi sono i fatti della vita che la vita spesso sembra dimenticare: paradossalmente, l’isolamento si è rivelato per molti la condizione di un’inedita, sostanziale vicinanza agli altri, l’occasione del risveglio di un sentimento comunitario che finora era rimasto oggetto di un’indistinta nostalgia, ed “eventi” eclatanti, capaci di riunire in uno stesso luogo migliaia di persone, non avevano saputo evocare con la stessa limpidezza.
    È perciò sembrato di poter constatare la non irreversibilità di quella “morte del prossimo” che uno psicanalista attento alle mutazioni delle mentalità dominanti aveva indicato come il carattere di “una dimensione umana senza precedenti”, nella quale “la lontananza dagli altri causa una privazione che è un vero danno psichico”, per cui “l’uomo solo incontra la depressione; e, a circolo vizioso, l’uomo depresso è un uomo cui mancano la forza e la spinta per andare incontro al prossimo”.
    È un antropologo a registrare invece un movimento opposto: “Al momento credo si possa dire che, nonostante l’effetto desocializzante delle norme antivirali e la conseguente mediatizzazione delle relazioni, nella sfera pubblica, come anche nella consapevolezza di molte persone (molte di più di quante non riuscissi a immaginarne solo tre mesi fa), si assista a un “ritorno del sociale”:

quel sociale che nei discorsi mediatici, politici, ufficiali, nelle stesse partizioni accademiche e nel senso medio borghese era considerato (…) in ritirata. (…) “Il sociale” si riaffaccia prepotentemente alle nostre coscienze: tornano gli operai, tornano i carcerati, tornano – al di fuori della logica della carità – i marginali. Riemerge come topos pubblico la produzione, occultata da decenni di ideologica e autonoma esaltazione del consumo e del soggetto consumatore. Crolla l’economia dell’effimero (dalla finanza al turismo, all’economia della cultura e delle tipicità) e produrre o non produrre cibo, distribuirlo o non distribuirlo, fabbricare aerei, automobili o respiratori salva-vita tornano a essere questioni consapevolmente politiche. Insomma, a me pare che l’attacco che il virus sta portando al bios, più che l’attentato che le politiche dell’eccezione stanno e potrebbero portare alla nostra specifica “forma di vita”, stia rimettendo il mondo sociale a testa in su”.

  1. La considerazione ammirata e riconoscente con la quale la sensibilità collettiva ha preso atto del comportamento di chi ha dovuto affrontare corpo a corpo il male: la rivelazione di una generalizzata vocazione, la dimostrazione di un eroismo finora rimasto sotto traccia, sono stati chiamati in causa per spiegare l’abnegazione di medici e infermieri, quando – chi ha potuto ascoltare queste persone – le ha sentite parlare piuttosto di un’altra motivazione: la compassione, il non potersi sottrarre al patire insieme ai malati.
  1. La scoperta dell’essenzialità che può informare la vita quotidiana, il saper vedere quel che si ha la fortuna di avere, il saper vivere davvero le relazioni che sono parte insostituibile della nostra esistenza, l’arrivare a scorgere, non in eventi eccezionali e in iniziative inedite ma nella successione dei gesti quotidiani, la trama di quella ritualità collettiva di cui avvertiamo la carenza o denunciamo la scomparsa. E a questa ridestata consapevolezza si può in qualche modo ricondurre anche la percezione altrettanto nuova dell’ambiente nel quale la maggior parte di noi vive, del paesaggio urbano che percorriamo quotidianamente senza quasi più vedere: la sua scontatezza, la sua apparente banalità sono state drasticamente contraddette dalle impressioni suscitate dal vuoto delle strade e delle piazze, dal silenzio dei giardini e dei parchi, dalla presenza attonita dei palazzi e delle case. Una urbs privata della vita e del calore della civitas, ha accolto i nostri sguardi meravigliati, accorati di fronte a una realtà che sembrava esser rimasta ad attenderci, paziente.
  1. E fra i sentimenti e le risposte emerse anche l’indignazione, per le approssimazioni, le valutazioni infondate, le competitività fuori luogo e fuori tempo di alcuni amministratori e rappresentati politici. L’indignazione davanti agli errori commessi, in particolare, nella gestione della malattia nelle case di riposo – le “RSA” –, errori tragici che, al di là dell’insipienza e dell’irresponsabilità di chi ne è responsabile, non si è potuto non considerare come spia di un modo diffuso di considerare i vecchi e di rapportarsi alla vecchiaia.

Chi ha vissuto la malattia in prima persona, perché raggiunto da essa o perché chiamato a farvi fronte, chi ne è ha visto colpite le persone più vicine, o ne ha visto compromesso il proprio lavoro e minacciato il tenore della vita propria e della famiglia, potrà certamente sottolineare aspetti e aggiungere notazioni diverse, ma questo non incrina e anzi rafforza il bisogno di far memoria, da subito, prima che il ghiaccio si richiuda, e quanto avvenuto si riduca in poche formule stereotipe per poi scivolare fuori dai discorsi. Un processo già visto all’indomani di gravi sciagure e traumi collettivi ma tanto più plausibile in relazione a fatti accaduti e a ricordi registrati in un tempo fuori dal tempo come quella del confinamento, in una dimensione – almeno per chi non è stato toccato direttamente o quanto meno da vicino dalla malattia – accostabile a quella dell’incubo il cui ricordo, complice una comprensibile tendenza a liberarsene, si fa rapidamente labile, evanescente, irreale.

La memoria ha perciò bisogno di ancorarsi, non solo alle parole: anche alle cose. L’ha rilevato già alla fine dello scorso aprile l’autore del “minidiario” già segnalato da secondorizzonte:

“Non sappiamo ancora come si racconterà tutta questa vicenda, non sappiamo nemmeno se prima o poi qualcuno potrà tornare in un museo, se è per quello, ma sappiamo che è una cosa che andrà in ogni caso documentata. E così le teste pensanti di molti musei del mondo si sono organizzate e hanno cominciato a raccogliere materiali relativi alla pandemia covid-19 (…). Mascherine, disinfettanti, guanti, tute, respiratori, manifesti, fotografie, avvisi, tutto quanto potrebbe essere utile. (…) Vanno raccolti gli elementi che possano documentare, nel futuro, le risposte mediche, scientifiche e culturali alla pandemia. La lettera di Johnson alle famiglie inglesi, per esempio, i magneti inseriti nel naso di un medico inglese a marzo nel tentativo di creare una barriera al contagio per via respiratoria, magari i respiratori creati dalle maschere di Decathlon e così via. Il British Science Museum di Londra ha una specifica galleria dedicata alla storia della medicina e, come museo anglosassone, ha una consuetudine e un’esperienza costruita negli anni sull’organizzazione di esposizioni partendo dagli oggetti quotidiani. Il museo, e non è il solo, ha dichiarato tempo fa di essere attivo nella raccolta di oggetti: ‘Alcuni articoli che sono già stati donati vengono per il momento archiviati in modo sicuro presso lo Science Museum, mentre altri materiali vengono custoditi dal donatore fino a quando non sarà possibile aggiungerli alla collezione’. (…) A questo servono i musei, a mettere in ordine i fatti e a ricordare. Anche se a molti non fa piacere”.

E come il museo londinese, così quello barcellonese della Storia della Catalogna che, per conservare i “ricordi di una pandemia”, ha sollecitato i cittadini a partecipare a una “campagna di raccolta di oggetti” che il Museo esporrà come parte del proprio patrimonio.

È senz’altro da accogliere la proposta di dedicare fin dal prossimo anno il 18 marzo (il giorno in cui abbiamo visto, a Bergamo, la fila dei camion militari carichi di bare) alla memoria dei morti di coronavirus, ma questa memoria resterà attiva solo se alimentata da un lavoro non occasionale ed effimero di raccolta di testimonianze, di racconti, di immagini, di oggetti materiali che fissino il ricordo di quel che è stato, e speriamo non torni ad essere. In questo senso si sono alzate le voci di sindaci, a partire da quello del capoluogo:

«Non penso che la strada sia quella di un monumento tradizionale: serve un segno urbano che sia frutto della creatività di molti (…) serve un percorso di ricostruzione che non è fisica, come è successo nel dopoguerra, ma comunitaria: ci sono vuoti da colmare e ferite da rimarginare, c’è, soprattutto, una memoria da coltivare»

Contemporaneamente, il vescovo di Brescia ha sollecitato “una raccolta di racconti e ricordi” con l’iniziativa Il filo delle memorie Brescia Covid 19, e il presidente della Casa della Memoria, Manlio Milani, ha sottolineato il parallelo che si può istituire fra i fatti del ’74 e gli attuali:

“Come abbiamo curato la ferita di Piazza della Loggia, con il raggiungimento di una verità, anche se parziale, possiamo tentare di curare queste nuove ferite. E per farlo dovremmo trovare un momento per ricordare le vittime, intitolare a loro un memoriale”.

“Forse – ha scritto Marco Toresini, direttore dell’inserto bresciano del Corriere della Sera – avremmo bisogno anche noi della nostra collina di Spoon River”:

In provincia di Brescia non sono tanti i cimiteri sul collina ma basta passeggiare tra le tombe dei camposanti di qualche paese della Bassa per capire che quegli oltre duemila morti accertati per Covid e le altre centinaia di persone decedute con sintomi molto simili hanno tracciato un solco profondo nelle comunità, hanno cancellato generazioni, grandi e piccole storie di vita vissuta”, e dunque, “se dovessimo perdere memoria anche solo di quel patrimonio di condivisione messo in campo in queste settimane di mobilitazione generale, finiremmo per perdere il senso degli sforzi fatti per vincere insieme una battaglia maledetta. E per non onorare a dovere gli ospiti della nostra personale collina di Spoon River”.

Nello stesso senso si era espresso sullo stesso giornale, già verso la fine di aprile, Massimo Tedeschi:

“(…) un monumento, un memoriale. Il Grande Flagello ha fatto, sul territorio bresciano, più morti di quanti ne fece la Seconda Guerra Mondiale. Impossibile non pensare a come ricordarlo con un segno pubblico, solido ed eloquente. Gli artisti interpellati sapranno trovare una risposta. È gradita la sobrietà. Agli Stati Uniti, che non difettano di retorica pubblica, sono bastate le 140 lastre di granito nero che formano “The Wall” a Washington per ricordare i nomi dei 53.318 caduti nella guerra del Vietnam.

Ma c’è un ulteriore impegno che dovrebbe accomunare tutti per rendere omaggio ai caduti di questa tragedia che segna e segnerà il XXI un secolo: un memoriale. Le mille testimonianze, foto, voci, riflessioni oggi disseminate su media e social domandano un luogo dove addensarsi, le migliaia di vittime invocano un luogo per essere ricordate. Brescia è ricca di case, fondazioni, cattedre universitarie che hanno fatto della memoria la loro materia d’elezione. Servirebbe un memoriale sul modello di quello di Ellis Island, che ricorda il dramma delle emigrazioni, o del Museo ebraico di Berlino: spazi dove si stratificano i documenti, le immagini, le sensazioni, le testimonianze capaci di generare al tempo stesso ricerca, memoria, emozioni. Lì andrebbe ricreato uno spazio che restituisca le luci al neon, il rumore ritmico dei ventilatori meccanici, il fruscio dei passi e delle tute asettiche del personale, il brusio dei lamenti e delle consolazioni. Lì, solo lì, capiremmo l’ambiente artificiale che ha accolto gli ultimi respiri, gli ultimi attimi di vita di tanti amici e parenti, lontano da noi. E, più che un memoriale, diventerebbe un sacrario”.

Un memoriale, un sacrario, un archivio, un museo: i luoghi e le definizioni possibili sono molte. L’essenziale è non rimandare questo lavoro di raccolta.
In questo senso si è mosso, a partire dalla metà di marzo, secondorizzonte che, sotto un titolo comune – Dai giorni del coronavirus –, ha accolto e continua a riunire racconti e poesie a loro modo in grado di render conto dell’evoluzione del nostro sentire nei diversi momenti che abbiano vissuto, fino ai cambiamenti indotti dalla “fase due”. Un cambiamento sul quale si stanno applicando analisi puntuali:

“La condizione del lockdown è stata una condizione strana – constata ad esempio un filosofo, Rocco Ronchi. “Non lo è di meno quella che è appena iniziata, nella quale siamo costretti a “parodiare” la vita “di prima”: sono infatti gli stessi gesti “di prima” quelli che dobbiamo fare uscendo di casa, come prendere la metro per andare a lavorare oppure bere un caffè, ma lo dobbiamo fare in modo circospetto, rivolgendo ad essi un’attenzione supplementare, quasi li dovessimo recitare piuttosto che effettuare. (…) La stranezza della condizione è data, insomma, dalla necessità di tematizzare riflessivamente quanto prima giaceva sullo sfondo come qualcosa di immediatamente agito, ma non “saputo”. Il nostro essere “sociale” passa ora attraverso l’immediatezza dei nostri corpi viventi, i quali, “prima”, funzionavano da presupposto tacito. (…) Nella fase del lockdown “duro e puro” a essere straniata era stata la vita domestica. In quella situazione claustrofobica, a venire in primo piano erano stati i consolidati ruoli familiari, i gesti sempre uguali della autoriproduzione della cellula familiare, i rituali del cibo, della convivenza, dell’allevamento della prole (oppure, nel caso del single, la sua anomica solitudine). Nella fase 2 a essere investita dallo straniamento è invece la vita sociale: il lavoro, l’operosità, il “negozio”, le relazioni, l’amore…”.

Quel che è certo – in conclusione – è che, al di là dei modi in cui si concretizzerà, una memoria viva di ciò che è avvenuto si colloca fin d’ora fra le condizioni essenziali perché quella che verrà dopo sia una vita all’altezza dei tempi che ci aspettano.

Riferimenti

Ricordare, commemorare, celebrare. Cronache del 28 maggio era il titolo del saggio contenuto in Memoria della strage. Piazza Loggia 1974-1994, a cura di Carlo Simoni (Grafo 1994).
Il saggio dell’antropologo Berardino Palumbo, da cui sono tratte le due citazioni riportate, compare nell’instant ebook Pandemia 2020, curato da Alessandra Guigoni e Renato Ferrari e scaricabile gratuitamente dal sito dell’editore (M&J Publishing House).
Lo psicanalista citato è Luigi Zoja; il libro da cui sono tratte le sue parole, La morte del prossimo (Einaudi 2009).
La pagina – “giorno 54”, 30 aprile – del “minidiario” segnalato da secondorizzonte lo scorso 2 maggio è tratta dal sito trivigante e le cose.
Le parole del sindaco di Brescia Emilio Del Bono, di Manlio Milani e di Marco Toresini sono tratte dall’inserto bresciano del Corriere della Sera del 22 maggio; quelle di Massimo Tedeschi dall’articolo comparso sullo stesso giornale il 26 aprile.
Il brano di Rocco Ronchi è tratto da un articolo pubblicato dalla rivista on line “Doppiozero” lo scorso 15 maggio (https://www.doppiozero.com/materiali/il-teatro-del-virus).