Chiamati alla guerra

“E’ possibile sapere quando comincia la guerra
ma non quando comincia la vigilia della guerra”
(Christa Wolf)

Ah avessimo saputo che era una vigilia! I fiori
già facevano scorte di colori
le gemme erano gonfie e
gli amori producevano ormoni utili ai
desideri di primavera.
Come crisalide in sonno, in attesa,
la terra lavorava al suo risveglio
e la casa, ancora riscaldata,
era bozzolo sicuro a cui tornare.

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Di cosa parlano

Di cosa parlano
quando parlano di Israele
quali sequenze ripercorrono
all’indietro nel tempo
quali scenari pescano le menti
sbilanciate sul futuro
insabbiato il presente tragico
nella nebbia di parole e tracotanza
annegata la realtà della Storia
le colpe dei potenti
nell’indifferenza diffusa.

Lo sguardo dall’altra parte
l’ennesima offesa
nella terra già abitata
tra convivenza forzata
e illegittima espansione
l’ennesima distruzione
il muro si è alzato
artificiosa separazione
ha seminato morti
diviso le case dalle case
i campi dai cortili
le scuole dalle chiese
spezzati i villaggi
sui pendii delle colline
i nuovi insediati
appollaiati sulle cime
dopo i reticolati, le ruspe
e le devastazioni.

Sovrastano gli occupanti
sugli occupati
scorrazzano fra gli ulivi
giusto il tempo dei raccolti
unico sostentamento
nella terra inaridita
da divieti e incursioni
violenza perpetrata
mani d’acciaio, artigli da leoni
e tanta malafede
nel paese sbranato
stillicidio continuato sugli inermi
ridotti all’ombra
dei loro morti.

Resistono gli ultimi rimasti
rinsaldati dalla catastrofe
che ancora li travolge
irrobustiti gli animi
e la memoria
nel magma delle offese
terreno fertile ai desideri
libertà, riscatto
la vita, la terra
no ai missili e alle bombe
basta martiri
sotto le pietre
dei muri sventrati.

Troppi bambini
non torneranno a scuola
lungo il tracciato dei controlli
cartelle perquisite e fucili puntati
due paesi, due stati
ma di cosa parlano
quando parlano
sorvolando
sui villaggi deserti
i solchi di sicurezza
diventati terra di nessuno
il mare innavigabile
senza scusanti e approdi
il sole abbaglia
la vita pulsante
non si piega.

Ti guardo, bimbo
dagli occhi grandi
e sorriso aperto
figlio innocente,
il tuo primo respiro
in Palestina

Non c’è rifugio
illusione che salva
gli occupanti
la verità è un paese
prigioniero di sé stesso
complice dell’ambizione
l’atrocità consumata
nelle pieghe del vivere
la loro sconfitta
nel filo sottile che lega
gli oppressi
al di sopra di ogni confine
la promessa resistente
di pace e possibilità
per l’intera umanità.

21 Maggio 2021

Non mi manca il prima ma l’adesso

▸ dai giorni del coronavirus

“E sopraggiungono giornate piene, mature, perfette, in cui ci sembra che non ci sia più niente da cambiare; e forse non c’è; ma appena da crescere, in maturità ancora più dense. E cessa l’ansia del fare perché tutto sentiamo è già fatto; e il di più è soltanto un di più che ci può essere o non essere; e non cambia poi molto.”
(Adriana Zarri)

1.

Mi manca il brusio
che anticipa l’avvio del discorso
nella cornice degli incontri
dove la parola è un rilancio
lo scambio
un’alchimia di pensieri.

Mi manca la stretta di mano
una pacca sulla spalla
lo sguardo che indugia nel sorriso
il contatto lieve
di un corpo
confuso nell’abbraccio.

Mi manca vagheggiare mete
la partenza, l’arrivederci
la fatica del viaggio
quel ritrovarmi straniera
in luoghi
dove non sono mai stata.

Non mi manca il prima
ma l’adesso
l’apertura ai desideri
fragili creature appena nate
ignare dello smarrimento
in anticipo sulla minaccia
del contagio.

22 ottobre 2020

2.

Come rumori di cavalli in fuga
si perdono i pensieri nell’altrove
Tacciono le voci
il silenzio riempie i giorni
un incantesimo malvagio
scoraggia i passi là fuori
spalle girate agli incontri
silenziosa e ostinata
ascolti la vita che passa.

25 ottobre 2020

3.

Lasciarsi scivolare
nel riverbero rosso giallo
di questo sole autunnale
sulla terra incolta
dimentica del profumo
dell’erba e del fieno.

Sciogliere nel silenzio
il proprio turbamento
assopiti gli istinti
slanci trattenuti
un passo dopo l’altro
il ritmo è del cuore.

Ogni battito
della vita porta il segreto
vigilia di festa, presagio di morte
gioia e dolore stanno insieme
nell’instancabili alternarsi
delle ore di buio e luce.

30 Ottobre 2020

4.

Non alzare gli scudi all’amore
accogli i suoi dardi
libera parole e gesti
ingorghi di un cuore
troppo a lungo trattenuto

Il tempo è avaro
insensibile a timori e riserbi
procede a passi veloci
cadono in fretta le foglie
stretto è il giro delle stagioni

Pensieri di morte si attardano
come ombre rimaste indietro
dopo le prime luci dell’alba
potrei non esserci al tuo ritorno
sul sentiero che attende
vicinanza e nuovi inizi.


Corridoi di luce si aprono
su un altro mondo
increspature chiare
sull’acqua stagnante
panorami imprendibili
la mente inquieta si placa
in primo piano
il sorriso del bimbo
a lungo risuona l’eco delle sue prime parole.


Il canto del cuculo 
anticipa l’alba
migrante in ritardo 
fra rami spogli
bagliori di terre lontane 
spalancano il cuore
ignaro delle geografie
il respiro accoglie 
il giorno che viene.

16 Novembre 2020

5.

Vestito di nuvole
nasce il giorno
sulla Terra offesa
Tintinnano i vetri
sotto la pioggia battente
mani invisibili sui tasti
la melodia di altri mondi
non ha frontiere
Cadono i discorsi
fra una nota e l’altra
insorge la calma
il fiume della vita
segue il suo corso
respiro dopo respiro

8 dicembre 2020

Non parlarono più d’amore

▸ dai giorni del coronavirus

Non parlarono più d’amore
per lungo tempo. Muti
divennero gli abbracci
nel letto stanco.
Lontane
si guardavano le bocche
rade peonie
conversando al lungo divano.
Ancora a lungo
con imbarazzo s’aprivano
a tavola le labbra
impudico era il gesto
del prendere cibo
e si masticava piano.
Nessuno chiedeva più
che gli si passasse il vino.
Le mani erano ritratte.
Si guardò con sospetto il pane.
Ancora a lungo
si temette
il pensiero d’amore.

(aprile 2020)

Piante

▸ dai giorni del coronavirus

Sullo stuoino di rafia
è spuntata una piantina di primule.
Evento straordinario ma non raro.
La vita delle piante risponde ad un richiamo
che trascende agio di terra e vocazione di luogo.
Così i lecci di Lucca sulla torre dei Guinigi
la canigea insediata in un muro d’orto
l’anonima piantina, testarda tra intercapedine e soglia.
È l’obbedienza del seme
che se muore, rinasce;
del bulbo che sotto terra si moltiplica
della talea che un taglio rigenera.
L’uccello trasporta, una mano ricopre di terra,
l’eccedenza diventa fondante.
Due pantofole salgono venti gradini
e la mia porta fiorisce.

15 Marzo 2020

Il tempo della paura e della speranza

▸ dai giorni del coronavirus

a Giancarlo, con cui divido il tempo della paura e della speranza

Sia placido questo nostro esserci
qui, ora e poi chissà dove
nel cerchio che racchiude
l’esistente e l’inesistente insieme,
l’uno ombra dell’altra,
l’uno e l’altra attratti
da vincoli misteriosi
e indissolubili.
Sia placido il nostro esserci,
come filo sottile
che armonizza i nostri ritmi
e le nostre presenze sommesse:
siamo compagni d’amore.
Cerchiamo l’accordo del sentire,
la perfezione degli incontri,
il silenzio degli occhi bagnati
che si scrutano appagati
dalla presenza amica,
dalle sembianze che ci seguono
da sempre,
pazienti del loro mutare.

*Questa poesia è nata dalla suggestione della poesia Sii dolce con me. Sii gentile di Mariangela Gualtieri, in Bestia di gioia.

Il tempo, sfuggito alle ingannevoli trame

▸ dai giorni del coronavirus

Il tempo,
sfuggito alle ingannevoli trame
del progressivo divenire,
si è composto come un puzzle
niente contorni, zero forme
aboliti i frammenti
qui ora, la tua vita intera.

Il tempo, tutto il tempo
in un palpito del cuore

Risuonano mancanze
sottili corde vibrano alle voci
che vanno e vengono
alcune si allontanano,
senza l’eco di un addio,
nitide, squillanti
altre appena sussurrate.

Le mani muovono l’aria
indisponibile alla presa
il corpo avanza passi inconsueti
profondità segrete si aprono
nella realtà dei giorni.

Il dono è un vuoto
un cambio di prospettiva
che sovverte gli elementi.

Si fonde il prima nell’adesso
il dopo è uno sguardo spalancato
la fusione è un vortice
cadono le certezze
nuove domande si sollevano
fra il cielo e la terra.

28 Marzo 2020

filastrocca per una quarantena piena

▸ dai giorni del coronavirus

nella nostra reclusione dorata
ci riscopriamo animali sociali
il vicino canta e ci uniamo al coro
oggi siamo fratelli, in questa dimensione
abbiamo deposto i coltelli

tutto questo tempo
quante volte l’abbiamo sognato
tempo per la noia, il gioco,
per l’amore e per
ascoltare il dolore

quante cose da fare in casa
non c’era mai tempo è questo il dono
del virus contagioso

partiamo dalla cucina
svuotiamo il frigo
alla ricerca del vasetto antico
dimenticato e ammuffito

il congelatore scongelato
porta alla luce cadaveri antichi
mai cucinati e riserve
per guerre ora arrivate

l’armadietto della cucina
custode fedele di grattugie, apriscatole,
svuota ananas, spremi aglio, magiche spugnette,
padelle all’ultima moda e pacchi di sale indurito
di essere svuotato sarà felice

per l’armadio abbiamo giorni interi
misuriamo proviamo e abbiniamo
e poi scartiamo si sa
la taglia 40 non tornerà

avviciniamoci alla libreria
e guarda qua il libro che mi avevan prestato
e questo l’ho preso e dimenticato
questo l’ho letto anni fa
e dalle pagine di poesia forse
un foglia secca uscirà

se siete in coppia
è il momento per parlare
l’altro non può scappare
se siete sole ci sono migliaia
di foto con cui ragionare
di passato e futuro ormai arrivato
alcune sono da stracciare

“Ha da passa’ ‘a nuttata “
ma lascerà
la casa linda e ordinata e, forse,
un po’ più d’amore per l’umanità

15 marzo 2020

Stranieri a noi stessi: nuove poesie di Aurora Sorsoli

Parte ogni vita da una madre

Parte ogni vita da una madre
che prepara ordinati
i fili dell’ordito
premessa e speranza
per trame
fitte in disegni colorati.
Ma, accadono,
più in certe vite e meno in altre,
dolori che corrodono
terre che bruciano
confini da attraversare
guerre da subire.
Pianti disperati e inascoltati
lacerano il filato
strappano trama e ordito che,
bagnati, bucati e bruciati,
lasciano vite come
sudari stracciati.
Ne parlano ogni giorno
i telegiornali.

(Settembre 2017)


Migranti profughi stranieri

Migranti
profughi
stranieri
richiedenti asilo
poveri
clandestini
sì, siamo invasi
ma di parole
che ci confondono
usurate
banalizzate
strumentalizzate
svuotate
disumanizzate
appiccicate a visi e corpi senza nome
senza cognome
senza un album di fotografie da mostrare
una casa a cui tornare
numeri e percentuali per le economie occidentali

Umanità in fuga,
senza identità
per voi nemmeno
la dignità!

(2018)


Affama un popolo

Affama un popolo,
che non ha più memoria,
di paure e rancori
poi
dagli in pasto un nemico
finché sarà sazio d’odio
non morirà
tardi
verrà la vergogna.

(7 maggio 2019)


Si fa presto a dir… straniero 

Si fa presto a dir… straniero
l’esser stranieri non è solo uno status giuridico
quand’è che un uomo o una donna
smettono di essere tali e
diventano ai nostri occhi gli stranieri?
È colui che guarda che decide e
può cambiare la realtà che vede
e l’essere stranieri diventa
per chi guarda e per chi è guardato
uno stato d’animo
perché è l’altro che ci incontra
che ci accoglie o ci incolpa.
Chi stabilisce chi è lo straniero
se ognuno lo è per l’altro
se a volte siamo stranieri a noi stessi?

(10 novembre 2019)


Vademecum per riconoscere lo straniero
e graduatoria di pericolosità:

-primo per pericolosità, cosi mi dicono,
è lo strano con la pelle nera
al pari di colui che è sporco, povero e spaventato
questa è gente non degna del creato;
-il secondo, insidioso,
è lo straniero che prega un dio
diverso, il suo,
fai attenzione Dio è uno, il Tuo;
-al terzo le donne sole,
magari incinte per violenza subita,
donne di qualsiasi colore
loro e i figli non andran più via;
-non dimentichiamo gli arabi
definizione generica
ma per noi, gente concreta,
arabi son tutti quelli che parlano del profeta;
-categoria speciale a russi e cinesi
miracolati dall’economia reale
e giapponesi
ricchi abbastanza da non sembrare strani

Noi, gli occidentali
non ci sentiamo mai stranieri,
perché anche lì, in paesi lontani
noi siamo turisti o affaristi
anche lì gli indigeni sono… stranieri
restan loro i forestieri!

(10 novembre 2019)

Attimi apparentemente trascurabili

Respiro forte di principio d’estate,
la cinquantaseiesima
per quanto mi riguarda.
Non mi va di invecchiare.
Così cedo all’inganno degli odori indiscreti
dell’incauta stagione come fosse la prima
come primo il sudore
coi piedi nella sabbia che ricercano il fresco.


Serotonina
adrenalina
enzimi e ormoni
elfi volubili
dell’equilibrio psichico
e trascrizione chimica
di ciò che altrove nomino
le mie emozioni
umilmente assecondo
le vostre capriole
e mi dispongo al riso
ovvero al pianto
come al cielo di marzo
prescrive la natura.
Signori dell’umore
fatemi questa grazia
risparmiatemi almeno
l’emicrania.


Ho sognato la donna balena.
Era l’amante di mio marito.
Era saggia bianca imponente.
Si cibava di patate per cena,
sedici chili al colpo.
Si tuffava in piscina guizzando,
mostrando nudità senza vergogna.
Mi insegnava a respirare da un buco
nel mezzo della schiena.


Emily cuordipaura
dipana in lentezza i suoi giorni
che conducono al tempio,
con il corpo gravato
con il passo malfermo e l’affanno.
Accudisce begonie
mentre culla memorie distorte
e nostalgie salate di rimpianto.
La musica le è amica,
la preghiera una flebile supplica
dall’incerto risvolto.
Per quel che vale, ti terrò le mani
se servirà a scacciare la paura
che il signore del tempio sia malvagio
o maldisposto
o peggio indifferente,
che la strada sia lunga e accidentata
e senza lume.
Altra consolazione non so darti
se mi interroghi piena di sconcerto
sul mistero di un tempo che finisce.
Non sono che un frammento di te
scaraventato al mondo.


Divertito lo spirito rimbalza
alla bella scoperta.
Non mi spaventa più l’inafferrabile
e il suo nonsenso –
seduta lo contemplo.
Attendo tenue il fremito
del suo manifestarsi
in forme mai uguali
che mi lascia ogni volta indovinare.


Tutta la calma
tutta la calma che vuoi
e tutta la lentezza.
Ma combatti, ti prego, la pigrizia
che ti fa smettere di camminare.
Non grandi imprese
ma piccoli diamanti quotidiani
puoi coltivare.
Apri dunque la zip del sacco a pelo
fa meno freddo fuori, senti?
Sotto le nostre polveri sottili
è tutto uno scorrere di linfa.
Quali ferite può darti questo vento
che tu non abbia già imparato a medicare?
Perciò considera, ti prego
di resistere al demone del comfort
e della protezione
e a tutto quello zucchero.
Continua a camminare con l’orecchio attento
adesso che ti sei accorta
di quanto forte stringi i denti mentre dormi.
Ti devo chiedere:
perché e così indicibilmente doloroso
restare indietro?
Ecco, ti ho fatto piangere.
Perdonami.
Dammi la mano, camminiamo insieme.

Pensieri arrivati guardando il mondo

Guardando i tarocchi
(La falce)

Si dovrebbero raccogliere
i fiori più belli
interrare i semi
salvare i nidi e
avvisare le talpe,
che possano chiudere le tane,
prima che la rabbia ci
faccia imbracciare
la falce.

13 giugno 2011


Nubia

Infinita distesa di sabbia ocra,
Nubia,
deserto dalla pelle nera.
Muri di cinta, grigi,
a riparare dalla sabbia
hanno porte colorate
a celare regni
di donne velate

(2014)


Solo non sarai nessuno

Come balena spiaggiata
poter tornare
al mio mare.
Sognare, come il guerriero stanco
lo sguardo del cane Argo
che ti riconosca esistenza.
“Solo non sarai nessuno”*

(marzo 2016)
*Willliam Shakespeare


La paura

È stato a casa tua, in Africa,
regale nei tuoi indumenti colorati,
portavi un otre sul capo e
tuo figlio per mano.
Una bella foto, tu mi sorridevi.
Io buona, come lo sono i turisti,
democratici, ho condiviso con te il cibo.
Non ti ho riconosciuta oggi,
senza dignità,
avvolta in un telo dorato
lì fra centinaia di persone.
Occhi bassi, senza più tuo figlio
– è morto in mare con la maglietta rossa –
no, oggi non verrebbe una bella foto.
Cos’avevi capito?
non ti avevo invitata,
tu non sei una turista e qui
è più grande la distanza fra noi.
Su questa barca sei poco regale
e, come stella cadente,
senza splendore lentamente tu muori.

(2019)


a 25 anni dal genocidio Nel Ruanda, a 80 anni dalla notte dei cristalli,
a pochi giorni dalle minacce gridate a gran voce nei confronti
di una madre e di una bambina rom a Roma

Affama un popolo,
che non ha più memoria,
di paure e rancori
poi
dagli in pasto un nemico,
finché sarà sazio d’odio
non morirà
tardi
verrà la vergogna.

7 maggio 2019

Quaderno del mio compleanno

E’ questo il mio
buon giorno per morire
perché il cuore è pieno
e il corpo di tanta pienezza sorpreso
che anche il dolore oggi è sereno.

Mentre ballo, sorrido e piango
son qui e sono in un tempo sospeso
vi vedo e mi rivedo
amiche amici amori e amanti
con voi gioie, rimorsi, risate paure e pianti.

Non sarò questa volta ingrata
alla vita per quel che mi ha dato
ho amato e sono stata amata
e questo è più di quanto
mi sono meritata.

Mi è successo di essere ferita ed umiliata
a volte ho perdonato a volte me ne sono andata
Io spesso ho deluso chi mi ha amato
ho offeso e sbagliato e oggi chiedo perdono,
il mio cuore non ha mai odiato.

Sono una donna fortunata
per avervi incontrato!!

25 maggio 2015


Non riescono, le parole degli uomini,
a dire la bellezza della donna.
ne cantano i corpi e la giovinezza
– coprono i corpi ad oriente.
li scoprono ad occidente –
incapaci di leggere la luce che resta,
nel tempo, in fondo agli occhi di una donna.
Uomini per sempre portatori d’acqua
che può diventare fiume e mare e vita
solo nel corpo di una donna.
Uomini per sempre debitori,
per sempre costretti a transitare
da un corpo femminile.

2010


Un mattino, su una spiaggia deserta,
le ho viste, sei simpatiche streghe
in tre piccole tende.
Donne
che hanno nutrito il dolore con l’amore,
non ancora arrese.

Sì anche gli zaini
portano il segno del tempo
ma, dentro, ci trovi
sabbie e sassi e fiori e semi;
li spargeranno in volo
per contaminare il mondo.

Streghe
sempre in viaggio
ancora capaci di dare vita a nuovi giardini

8 marzo 2010 in Oman
(per le mie compagne di viaggi indimenticabili)


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Metamorfosi inattese

Delfina Lusiardi, Metamorfosi inattese, secondorizzonte – Metis 2018

Quelli che seguono sono alcuni dei testi e delle immagini che compaiono nel libro:

Dall’introduzione:

Solo ciò che viene dal profondo mi appassiona

Sento che è giunto il momento di rendere pubblici alcuni materiali nati nella seconda parte della mia vita: tracce di un cammino avvenuto al riparo dall’esposizione, nella solitudine abitata da presenze discrete, necessarie a procedere lungo la via del silenzio interiore. Presenze di maestri e di maestre, di amiche e di amici accomunati dallo stesso spirito di ricerca, di esseri cari che condividono gli spazi della mia vita quotidiana, rispettando i ritmi e il modo di vivere la stessa casa. Penso a loro con gratitudine mentre decido di comporre questo libro fatto di poesie, disegni, inchiostri e acquarelli, e di un testo che descrive in modo essenziale i passaggi vissuti in quel processo di cura dell’esistenza, iniziato con la scoperta di un cancro al seno.

(…) Non sono una pittrice, il gesto della matita che traccia un disegno è rimasto per me un gesto naturale, non molto diverso dal gesto dello scrivere. Né più né meno come quando ero bambina. Infatti agli inizi della vita le creature umane non distinguono il disegnare dallo scrivere, lo scrivere dal disegnare. Ma, prendere in mano un pennello, da adulta, per conservare la visione di un fiore illuminato dal sole o il movimento della nebbia che sale tra le colline dopo la pioggia, comporta un azzardo che mi intimorisce. Richiede una decisione che può bloccarsi e mi può bloccare.
Ho cinquant’anni quando tento il primo acquarello della mia vita: per caso dispongo di un foglio di carta da acquarelli (regalo di un’amica artista), di un pennello morbido a punta e di un tubetto di grigio di Payne, acquistati per trasformare in fiori le macchie di vino sul muro di una casa appena imbiancata.
È settembre e davanti a me c’è del tempo vuoto, ho da poco finito un ciclo di chemioterapia e non tornerò a insegnare con l’inizio delle lezioni. Esco dopo la pioggia, i miei occhi vedono il mondo come non l’avevano visto prima e, tuttavia, quella che appare è un’immagine che mi appartiene da sempre. Non vorrei mai più dimenticare la visione di questa nebbia che sfuma i contorni. Accolgo l’impulso a prendere in mano il pennello, la carta e il grigio di Payne rimasto. L’acquarello che nasce mi aiuta a riconoscere cosa sto cercando.
Rientrata al lavoro, per alcuni anni non riprenderò il pennello, la carta, né mi procurerò altri pigmenti, fino a quando non potrò regalarmi il tempo di imparare come si fa. Come si fa a dipingere senza distruggere il silenzio nel quale il respiro del mondo appare nella fragile consistenza delle sue forme. Libera dal lavoro, cercherò maestri e maestre che mi aiuteranno a percorrere questa strada.


Metamorfosi inattese

Ci sono segni che ho bisogno di portare con me:
le ali dispiegate in volo del gabbiano
l’apparire circospetto del capriolo
la curva dolce dei delfini festanti
il ripiegarsi appena accennato delle betulle
verso terra
l’apertura solenne dei rami del faggio
l’ordinato incolonnarsi dei pioppi
la tensione verso il cielo dei castagni
l’abbondanza lieve degli ulivi
il circolo riposante del gatto dormiente
i profondi occhi imploranti del cane…

28 ottobre 1999


Discesa agli inferi

Ti lasci cadere
nelle viscere dolenti
di una donna
gravida di rabbia

cammini a tentoni con lei
tra parole annodate
avvinghiate come serpi in amore
nella grotta al riparo dal sole

cauta procedi per non calpestarle
attenta
a non liberare i veleni
pronti ad uccidere l’anima

la sua e la tua

ti fai strada in silenzio
fin dove
il piede si libera
del fango che sa di dolore

e scorge lontano un filo di luce
che parla di cielo
di vasto e di amore

3 dicembre 2009


Lavori di fine inverno

Bruciare la sterpaglia
Tagliare il secco
Arare Sarchiare
Aprire la terra…

Snidare lo sporco nascosto
negli angoli della casa

liberare dalla polvere
la trama dei tappeti
i cuscini del divano
le pagine dei libri

Picchiare energicamente

Un gesto dimenticato
soppiantato
dal folletto
dal bidone aspiratutto
dall’aspiratore ciclonico

un altro rumore
penetra fastidioso nel cervello
a ricordare quanta energia ci vuole
per liberare la casa
dallo sporco invisibile.

Mirmande, marzo 2012


Non scrivo poesie per consolarmi
Non scrivo poesie per distrarmi
Non scrivo poesie per divertirmi

Non scrivo poesie per scrivere poesie

Mi affido al ritmo
delle parole
che arrivano inattese
dal fondo opaco del sentire

dove la voce trema
per ciò che sa e non riesce a dire

Mi affido al ritmo
dei pensieri
che docilmente imparano a danzare
passo dopo passo

uno dopo l’altro
con cadenza regolare

Pensieri traballanti
come bambini che imparano a camminare
attraversano con timore
le regioni segrete del cuore
che sa
cos’è smarrirsi sul fondo

cos’è perdersi nella notte
senza conoscere la Via
che risale
verso la luce del primo mattino.

6-7 luglio 2014


Opaco resta il sole
nel vetro che stai lavando
giorno di nebbia

Mirmande, 1 novembre 2014


Una vocazione può essere rimandata, elusa, a tratti perduta di vista.
Oppure può possederci totalmente.
Non importa: alla fine verrà fuori. Il daimon non ci abbandona.

James Hillman

Quando un angelo cade…

Quando un angelo cade
nessuno lo soccorre
quando un angelo cade
nessuno sospetta
la sua disperazione
di angelo
dalle ali spezzate.

Condannato ad essere angelo
si costringe a nascondere
l’antica paura
di alzarsi in volo.

Condannato a portare le ali
si riempie il cuore
di cupa tristezza
mentre rinuncia ad abitare il cielo.

Quando un angelo cade
non sempre si trasforma
nel Lucifero che conosciamo.

Quando un angelo cade
può restare un angelo
dalle ali inutili

povero angelo spaesato
trascinato da ogni richiamo
che lo faccia sentire
comunque ancora
un angelo
al servizio di dio.

18-19 marzo 2018


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Stagioni

Tempo d’Avvento

Ad ogni Natale rivivo la trepidazione di un’attesa. So che si annida nell’infanzia questo sentire.
Sollevo oggi come allora l’angolino di carta di quelle finestrelle del calendario dell’Avvento, raro a trovarsi in quei tempi.
Appaiono così i miei ricordi, piccole scene familiari dei natali della mia infanzia che oggi la memoria ravviva e riscalda.

Tu mi ricordi il tempo del Natale.

Già lo sentivo arrivare

con le nebbie di novembre

quando a San Martino

traslocavamo in una casa nuova.

Ed io entravo in un’altra classe

a scuola cominciata.

Andavo allora a sedermi nel banco vuoto

accanto alla bambina delle giostre

che odorava di fumo di legna.

Tu mi ricordi il tempo del Natale

che si annunciava nelle lunghe notti

ovattate di nebbia.

Si sentiva solo il campanellino di Santa Lucia

in quella notte.

Allora con mio padre mettevo fuori dall’uscio

la scodella di farina gialla e un po’ di fieno

per il suo asinello.

E l’indomani avrei trovato

ai piedi del mio letto

la biciclettina e il pallottoliere

e gli occhi ridenti di mio padre bambino.

Tu mi ricordi il tempo del Natale

quando il gelo ricamava i vetri della cucina

e mia madre toglieva le mele campanine dal forno.

Allora io ci mettevo i miei piedini infreddoliti

e intanto con lei ripassavo le tabelline.

Ero felice della nostra intimità

intrisa di odori e di vapori.

 

Tu mi ricordi la vigilia di Natale

quando mia madre mi lavava nel mastello di zinco

e mi avvolgeva nel panno caldo e nel borotalco.

 

Sempre mi ricordi la notte di Natale

quando per mano a mio padre e a mia madre

nella nebbia dell’argine

intravedevo il lume della casa materna

a guidare i nostri passi

come cometa sul presepe.

Era quello il mio presepe

la nostra famiglia viandante

che tornava a casa nella notte di Natale.

Dicembre 2016

 

***

 

TRANSITI

Tornata a casa

su un piccolo vascello

aprirò la finestra

e la stanza saprà di geranio.

 

Sono tornata e ora

ho radice nella dimora.

 

Un’altra donna è uscita

resterà ad abitare

in un luogo affollato

di giovani voci.

 

Talvolta io e lei ci parliamo.

Una è nomade, l’altra stanziale.

 

Giovane donna, hai sempre abitato

in stanze affollate.

Ora mi è compagno il silenzio

e la forte sonorità della vita.

 

Oggi andare e tornare

è solo il ritmo naturale del giorno.

 

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Farfalle

Farfalle in acqua
nuotatrici
giù proprio sotto
gli scogli dirupati
e non c’è cammino
che raggiunga quei seni
puri, protetti
dall’approdo di navi.
Nel vento giunge
a volte il vociare
chiamarsi e ridere
e ridere di niente
di giochi e d’invenzioni.

E poi
le vedi
dallo scoglio qua in alto
le gambe sfalciare
come ventagli le ali
nella bracciata
e poi ecco
le vedi lanciarsi
nel vuoto più fondo
come frecce nel verde
e nel blu
e perdersi poi
nel cupo cielo
marino.

Ed io sospeso
al gioco iridato
dei fili di luce
tra gli occhi socchiusi
anch’io volteggio
nel mio riposo
con ali carnose
piccole palpebre.

Su sentieri aperti
da vortici e presto
richiusi da densa
atmosfera d’acqua
giocano a seguirsi
e l’acqua raccoglie
come culla o abbraccio
tra le
marine
montagne.

Tra le
marine
montagne
dicono la loro
città sia eretta
mobile
tra flutti
alghe e coralli.
Nel bluverde un poco
il mio sguardo le segue
nuotatrici
desiderando nei giochi
conoscere quei viali
nella calda corrente.

Ed ecco
allora
per questo contorno
gli scogli
aggrappandomi
allungando i miei passi
masso su masso
e poi nell’acqua
calato a mia volta
che i viali mi portino
più vicino al vigore
delle giovani gambe
alle spinte sinuose
ai liquidi soffi.

Ma pian piano scendendo
vedo aggiungersi
veli a veli
e mi trovo scortato
soltanto
dalla mia solitudine.

Sotto il melo invernale

*
si fa più rado
il cielo un momento
l’albero scuote
un ramo dorato

*
guardassi all’orto
ultima mela più alta
mi troveresti
a rimirarti

*
si versano rovi
dall’orto incolto
sfondata la rete
e caduto il muro
nel campo accanto
fugge il melo
una luce di ferro

*
scalfito nell’aria
dura dell’orto
il sommesso spettro
gravato di neve
all’albero scendono
gradini senza segni

*
minute tracce
di spigolature
tra la neve cercando
resti di mele non colte
neri uccelli

*
non divora il melo
il fuoco
tra notte e giorno
in poltrona guardo
sovrapposto riflesso

*
tessono
argenti ed ori
la fermentazione
io vedo silenzi
bruni e assenze

*
molti sguardi
di bambini…
in un sol pezzo
ne caverà quel mare
la polena per la prua

*
il cielo si libera
dalla bassa placenta
di nubi correnti
e sottovoce le cose
lucono di propri
intimi bagliori
silenti cani
incantati lontano
incatenati al chiaro
mattino e ride
sotto il melo invernale
il gatto degl’intrighi

(1990)

Atleta

*
appena appena
sole che sorge
i lombi caldi
dell’atleta
tepidiscon l’erba

*
becchetta il merlo
i primi frutti
appena pronti
indugia nell’ultimo
sonno l’atleta
ma poi raggiunto
dal sole tra i rami
stende magnifico
lo sguardo attorno

*
tra le cosce fa il nido
una dura vertigine
più acuta si fa
a sentirla con mano
bagnata nell’erba

*
il basso
basso suono
della linfa nel tronco
un suono che pensa
minuziosamente a sé stesso
fino all’oblio
fin lì giunge
dell’atleta lo spasmo
trepidante il contatto
con l’erba e la terra

*
esser là
all’apertura del lago
foglia madreperla
inoltrarsi
come albero in cielo
non uomo
esser pesce o piroga
in quella pupilla

*
lanciata per caso
la prima pietra
poi per sapere
fin dove fin dove
poteva lanciare

*
a precipizio
e poi risalire
arrampicare
il cervo seguendo
nello slancio imitarlo
il suo desiderio

*
conservare dell’uomo
il piacere al computo
dei gangli che forzano
assumer da donna
il gusto dinnanzi
alla forza indomata

*
incandescente dilaga
respiro del sole
d’azzurre montagne
fulgida
punta nascente
ricorda l’atleta
le frecce in antiche
figure
e lo scudo solare
pavesato il giorno
per la prova
il torneo

*
segue il sole
l’erba nuova
finchè segna
l’ora e la prova
e dunque
già asta e prioettile
già pesce e cervo
femmina e maschio
l’atleta ritrova
in ispecchio
d’acqua il volto
che tutto racchiude

*
traccia il perimetro l’atleta
dell’appartata radura
muta concentrica erba
dispone l’arco l’atleta
e recisa la radice alla pietra
solleva la meteora e la scaglia
ultimo atto si lancia l’atleta
nel vuoto di lame
dell’abbagliante dirupo

Elleboro

giro un poco per casa
l’albero della notte è in fiore
tra salite di calce
piazze di silenzio le stanze

e vado a letto
senza svestirmi

sa il cervo che nessuno
uscirà nella notte
di noi che da poco
abbiamo finito la cena

nella notte libero
il cervo fuori casa

*

tre lune
ben tre lune
con sonagli e corde
di foglie e brezza
piccolissime luci nel bosco
lente radici
minuti movimenti
occhi come punte d’ago

frulli nervosi
d’ali insospettite
e poi l’unghia del cervo
odora al silenzio
del muschio il cammino

i cuori sui rami
e lente radici

*

lentamente si mosse
rupe tra le foglie
al bianco dei fari
gettati un istante
dalla curva nel folto
non lo riconoscesti
a prima vista il cervo
in cima alla salita
per quelle poche case
ma solo dal balzo
dal frastuono delle corna
tra i rami gemmati

*

mia la lepre
che le strade traversa la notte
tuo il cervo
alla radura frusciante
sento maturare alla gola
il sangue che pulsa

mio il teso
volo d’uccello
tuo il cervo
dal fiato lucente
sento maturare nel ventre
la linfa del ramo

*

lentamente si mosse
schiva rupe
solidi fianchi
sciogliendo i glutei
oleosi
non lo riconoscesti
a prima vista il cervo
in fiamme e vento
il proprio cuore appiccando
all’intero bosco

*

gocciola nel secchio
che qualcuno ha lasciato in cortile
la vena d’acqua dal ramo fiorito
se tu guardi, ecco
la trasperenza di magica sfera
in attesa di porgere
le proprie visioni

e così se ti sporgi
pure vedrai
guardarti
da quell’oblò un te stesso
a tratti frantumato
dall’urto dell’acqua

(rimescolano le mani le carte
e poi rapide al solitario
rifanno il disegno)

nell’ultimo passaggio
del cervo nell’alba
si fermò non visto
a guardar nella pozza
e non si riconobbe
nello scherzo di rami
e di corna

poi riprese
la trama di pioggia

*

inaspettatamente cadde
dal ramo quel piccolo cuore di rupe
cervo
con le belle corna nella terra

*

con latrati l’aurora diffonde
un fuori che svapora
cupo ancora l’albero
della notte ha radici più fonde
nell’alveare di vie

non ovunque attacca l’alba
il lattice vischioso

*

guardo l’albero nel sole
luce ed ombra sono spuma
onda, un vago bene
filtra un respiro tra i rami
corna dagli ampi palchi

cervo, tale fu
la mia passione al tuo racconto
d’intravista presenza

e ci disse l’amica correte
verso il sole altre mani
vi spuntan dalle dita

6 aprile 2009 L’Aquila

93.copertine-sorsoli.aquila

Continua a fare il suo lavoro
lo specchio al terzo piano,
di fronte a lui  l’armadio
che ha perso l’anta
si specchia a bocca aperta,
dentro non è rimasto nulla.
Esposti al cielo, muti e sporchi
si guardano,
restano in attesa che Lei torni.
Quel giorno era al suo
primo appuntamento ,
non trovava nulla di bello da mettersi,
si vedeva cosi brutta!
Loro non riuscirono proprio
a convincerla
di quanto fosse bella.

Non è più tornata.

aprile 2011